Il padre Siccia Licenza. Giovani, udite, udite voi, che avete spelato il mento, e il deretano immondo, bello e polputo ancor; del grand'esempio che Pipuzzo vi dona uso migliore fatene a vostro pro; le celle impure dei monaci fuggite, come appunto semplicetta colomba, o timido coniglio del nibbio rapitor fugge l'artiglio. Chi si fida di lor tardi s'avvede del vischio ingannatore; caduto, uscir mai ne potrà, se pria squarciate dal fiero monacal minchion di mulo non sia le crespe al verginal suo culo. Né solamente questa regna nel petto lor libidinosa propostera virtù; vili e ingrati, disonesti e villani, perfidi e impostori ed empii sono rapitor d'onori. E tu, giovane altero, corresti il mar turbato, e sai per prova quanto la ria tempesta, la furia monacal ti fu funesta. Dalla superbia tua ti lasciasti guidar; meglio ti parve seguir l'infame e indegno consorzio monacal, che dei tuo' pari. Or se trovasti il peggio attendi, a risanarti il seggio. Dimmi che far pretendi nel ricondurti in bianco monaco indegno al fianco stretto vicino a te? Forse perché l'hai in credito ch'ei fosse un gran teologo? Vedesti già qual sia la sua teologia; ei ti condusse a Sodoma, e ti spiegò il perché. Forse perché disprezzi il ceto a te simìle? E nella tua superbia non vedi, ch'uom più vile del monaco non vi è? Dunque perché ciò fai? Non vedo altra ragione. o perché sei un fanatico o perché sei un minchione, o perché vuoi che gli uomini ridessero di te. Padre Siccia e Pipuzzo Siccia: Sentimi... Pipuzzo: A questo prezzo ascoltarvi non posso Siccia: Io ti scongiuro per quel ch'hai di più caro, anima mia, compiacimi. Pipuzzo: Di che? Siccia: Che tu m'ascolti che mi lasci parlar; sì, questo almeno concedimi, e dipoi dimmi, libero sei, quel che mi voi. Pipuzzo: Lo permetto, ma prima aprasi quella porta. Siccia: E l'esser chiusa qual'ombra ti darà? Pipuzzo: Camera è questa di monaco; noi soli, voi frate, io giovinetto, e non volete che mi dia sospetto? Siccia: Quanto sei scrupoloso! Io non approvo cotanta austerità. Pipuzzo: Sensi son questi, che voi, saggio Maestro, m'insegnasti finor. Siccia: Si, lo confesso, ma usarli ancor con me, quest'è un eccesso. Orsù, siedi per poco, ed attento mi ascolta. Ah! perché mai t'arrossisci nel viso, e stupito mi guardi? Hai tu si puoche prove di me, che dir ti possa mai cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta il commosso tuo spirto, e lieto attendi a quanto io ti dirò... Dimmi (ti è noto, negar nel puoi) se ti ricordi.... Ah parmi ieri, e pur son tre lustri! quando su queste braccia mi crescesti bambin? Pipuzzo: Tutto rammento, e mi sembra pur oggi; sugl'occhi ho ancora quanti teneri baci m'imprimeste sul viso con quei tumidi labbri, ed ogni bacio rammento ancor, ch'era sì lungo e greve ch'io mi sentiva il fiato dai polmoni tirar; rammento ancora le carezze, e la mano che in braccio mi tenea, sempre del culo le natiche a palpar... Siccia: Ah per la gioia mi sento morir! Godo che tutto rammenti a parte a parte. Pipuzzo: E ben, per questo? Siccia: Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto. Già ti rammenti adunque quai principii ha il mio amor: sin dalle fasce conobbi ed ammirai queste belle sembianze. E forse errai? (lo accarezza) Pipuzzo: Ma, padre mio, che giova ridirlo, se lo so? Siccia: Scrupoli? Addio, (s'alza) non parlo più. Così finir la lite dovea, io lo previdi. Pipuzzo: E via, seguite. Siccia: Crescesti e così fino, (siede) così amabile e grato, ch'io, se lo vuoi saper, sera e mattino avea tentazion per quel tondino; e ottener lo potea; tanta in quel tempo sopra il tuo cor d'autorità tenea. Ma la tua nol permise tenera età, ma che potea allora se fraschettino insano di latte ti fetea la bocca e l'ano? or mentre in questo stato tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti costretto io parto. Ah chi ridirti allora potrebbe il mio dolor? In queste arrivo etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso. Qui chi può dirti quanto ho sofferto sinor? La rete stendo su i migliori, e li prendo. Io della preda contento esulto; non sapea meschino il nuovo stil di questi ingrati bardassoni. Al primo aspetto affabili ed amici li trovo, me gli accosto, e poi, secondo il mio costume usato, m'insinuo a puoco a puoco: qual son mi svelo, non trovai durezze anzi proclività: navigo in porto, dicea fra me. Così la mente io pasco di future speranze. Ardo frattanto di libidine ognor; un detto, un cenno or dubbio ed or palese dimostro; or colla mano palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro me ne stuzzica ognun, m'istiga. Allora replico i colpi, e m'abbandono. Indegni! potresti mai supporti nel vederli si affabili ed umani, poi nel miglior scapparmi dalle mani? Senza profitto adunque buggiaron mi divulgo e nasce a ognuno di vedermi il prurito, e son da tutti dimostrato a dito. Miser, che far potea? Fu mia ventura l'esser monaco allor, che di lor baie alzando al teschio toso la duplice cuculla chiudea l'orecchie, e non sentiva nulla. Quindi, escluso da lor, volgo la mente all'infima plebaglia. Il mio costume, o la necessità fosse, o il desio, con poch'esca vi arriva, e tira ognor dei buoni pesci a riva. Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura io v'impiegava, ma con molta usura. Fra cotanta abbondanza lieto io vivea in mio centro, e il cazzo altro d'allor non feo che pascesri ogni dì, di cul plebeo. Pipuzzo: Voi m'avete confusa la mente, o Padre Siccia, il pelo a tanto orror già mi si arriccia. Siccia: Come? T'arriccia il pel? Forse che udisti draghi, leoni colle fauci orrende venirti a divorar? Oh se sapessi ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe questo ch'or ti spaventa o niente affatto, o pure leggerissimo mal. A chi si ruba? Chi mai s'uccide? A cui la fama si detrae? Eh via confessa, persuaditi, o figlio, regola da più grande il tuo consiglio. Pipuzzo: Terminate il discorso. Siccia: Ecco che visto o notato mi son. Si sa per tutto la mia tresca lasciva, e quanto io futto. Questo fu un nuovo inciampo per me: che nol sapesse il mio Provincial temo e pavento. Né invan; perché lš'udio da penna monacal: volea ridurmi in paese lontano. Io, frapponendo amici e protettor, lo sedo a patto ch'io non più praticassi l'usate porcherie (così chiamando l'innocente piacer). D'allora in poi mi son vissuto oscuro, spargendo sempre la midolla la muro. Ma eccoti gli effetti del provvido destin, ch'ebbe pietate di me: venisti tu. Ah così bello! fuor d'ogni mia speranza, sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo, giunse al mio naso del tuo culo il puzzo. Queste fur le cagioni per cui sempre geloso t'ho guardato finor; come preziosa gemma ti custodii, ch'altri non voglia rapirmela di man. D'insidie occulte t'ho scampato e difeso. Io t'insegnai come evitar dovessi dei compagni malvaggi le pratiche funeste, e coservarti in queste illibato il tuo cor, come guardarti dai lupi frappatori, i quali tutto il giorno biechi e maligni ti si fanno intorno. Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto, fuggi ciascun di loro, Pipuzzo amato, per farti cibo del mio sol palato. Pipuzzo: A chi? siete in error. Siccia: Sarebbe questo per me forse un delitto di lesa maestà? Pipuzzo: Non lo farei, a costo di morir. Siccia: Codesta ammiro tua gran severità: ma tu non sai che maggiormente innamorar mi fai? Pipuzzo: Ed io... Siccia: Che mal vi fosse? Pipuzzo: E ad usar m'indurreste cotanta oscenità, né arrossireste? Siccia: E che perciò? Pipuzzo: Io nel pensarvi solo gelo d'orror. Siccia: L'apprensione, o figlio, ingrandisce gli oggetti, e dove mai non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto fra de' teneri amici chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi o selvatiche belve? E pure entro le selve ancor s'annida genio, amore e piacer, e tu non vuoi, e ti fa orror perché si trova in noi? Pipuzzo: Se questo è ver, perché l'andare al tondo vietan le leggi, e lo detesta il mondo? Siccia: Sempliciotto che sei, né fino ad ora ti sei avveduto ancor che in apparenza si vuol così ma che spiando addentro frate non troverai, né sacerdote che al cul non scioglierà supplici note. Pipuzzo: E si pecca sì franco? È un simil fallo empio, atroce e nefando... Siccia: Oh che follia! Taci, perché non sai la Teologia. Questa sì bella usanza da Sodoma abbruciata fu sodomia chiamata; ma perché sia peccato io non capisco ancor. Sì: l'adulterio è tale che sia dal ciel punito. La fede coniugale viene a tradirsi allor. Sta il gran peccato espresso nell'accoppiarsi insieme diversità di sesso; ma se si sparge il seme tra l'uomo e l'uomo istesso, che ciò non sia permesso portami un argomento, una ragione, ed io questo cular desio discaccerò dal cor. Pipuzzo: (Qual scosse son queste per la coscienza mia! Io a poco a poco comincio a vacillar). E ben si voglia lecito un tale eccesso, ma una legge poi, ei non si fa per obbligar pur noi? Siccia: Ecco la legge: io già ti ho colto in punto che non puoi replicar. Dell'amicizia legge più santa e giusta forse si dà? Si può trovar nel mondo vincolo più tenace? della vera amistà? Questa ti astringe, questa lo vuol, che le dirai? Pipuzzo: Le dico che non è buggiarone un vero amico Siccia: E ancora insisti, e ancora vuoi farmi spasimar? D'onde in te nasce cotanta crudeltà? Libico serpe o pur nimeo leone tua madre ingravidò? O tigre ircana. Non è gran fatto al fine se compiaci un amico che ti serve fedel; ché i giorni suoi sagrifica con te; che per te solo patria, amici, parenti non cura, non distingue e non rispetta. Ho tutti abbandonato per unirmi con te; l'odio di tutti per te son divenuto, ed or... barbaro fato! che più mi resta? Oimè! son disperato. (s'alza) Pipuzzo: Sedete, così presto voi vi scaldate? Siccia: E forse non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo, per tutto io vò, si tratta disfar la vita mia? Pipuzzo: Ah! Siccia: Tu sospiri? Forse di pietà sarà segno questo tuo sospirar? Pipuzzo: Né di pietate è segno, né d'amor. Il meritato del ciel supplicio io miro alla superbia mia, perciò sospiro. Qual tortorella audace spiegai tropp'alto il volo per evitar lo stuolo degli empii cacciator. Né vidi il mio periglio che per volar tant'alto mi diedi nell'artiglio del nibio rapitor. Siccia: Che ingratissimi sensi son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono? Ah! se così mi dici vuoi trafiggermi il cor. Ah! se tu fossi dentro il petto per vederlo, ingrato, come avvampa per te, forse quell'alma sì rigida e severa si desteria a pietà. Qual fallo è il mio, se tu sei bello, e la bellezza tua mi abbaglia, mi sorprende, e ad amarti mi tira? Son forse delinquente, se il genio, il mio costume, la debolezza mia mi trascinano a te? È mia la colpa se tu porti nel cul sì bella polpa? Aggiungi a questo ancor l'innata al culo mia grande proclività; dei tempi andati il critico tenor; le ardenti brame che mi apporta il digniun; l'averne al fianco la ria tentazion; tu bello, ed io tutto genio per te, tutto grato e fino, tu per me tutto amore, io buggiaron di cuore. Colla preda alle mani, col boccon sulle labbra, con te... Eh via spietato vuoi ch'io, sia di macigno, un tronco, un marmo senza carnalità? Saresti, dimmi inflessibile ancor? (il pesce è preso). Su su non ti arrestar; brevi momenti saranno, il tempo, il luogo cospirano con noi. Siam soli; ah vieni, vieni, mostrami alfine l'illibato tuo cul! Che tardi? Eh via sciogli, sciogliti il laccio, anima mia. Non ti spaventi, o figlio, del cazzo il il grande artiglio, ricordati che sei in man d'un professor. Pipuzzo: Ecco disciolto il laccio, il cul senz'altro impaccio, ma sol pavento... Oh Dio! che affanno, che rossor! Siccia: Calati, o mio bel Nume, e lascia a questo cazzo di quel tondino implume le crespe discrepar. Pipuzzo: Ahi! Siccia: Se comincia adesso... lascia ch'io l'introduco. Pipuzzo: Se non è questo il buco. Siccia: Ho traveduto è ver. Pipuzzo: Deh più leggiero il moto Siccia: Il mio mestier m'è noto Pipuzzo: Mettete, aimè saliva. Siccia: Zitto, il parlar mi priva... mi scema il gran piacer. Pipuzzo: Ahi che dolore! Io manco. Siccia: Il cazzo entrò sì franco e tu ti lagni ancor? Pipuzzo: Ahi... Siccia: Non temere. Pipuzzo: Io moro. Siccia: Lasciami, o mio tesoro, lasciami cazziar. Pipuzzo: Ah che fatal momento! Siccia: Che dolce e bel contento! Pipuzzo: Che rabbia, o Dei, che noia! Siccia: Ah che piacer, che gioja! Pipuzzo: Affanno più tiranno io non provai finora. Siccia: Ah di dolcezza ancora io manco, e di piacer. Siccia e Pipuzzo: Su venite, o Bardassoni, se volete co' coglioni tutto il cazzo in culo aver.