BERNARD CORNWELL. CACCIA AL VAN GOGH. Chi ha rubato i Girasoli di Van Gogh? Chi sta cercando di assassinare John Rossendale, legittimo erede del dipinto? La risposta è in attesa tra le nebbie della Manica: un appuntamento destinato a tramutarsi in un agguato mortale. parte prima. NON VOLEVO TORNARE a casa. Mi ero ripromesso di non farvi mai piú ritorno, e invece ero di nuovo là, al largo delle Isole Britanni- che, a lottare contro la marea montante in una notte da lupi. Ero tornato a.casa una sola volta, negli ultimi sette anni, costretto da un obbligo familiare che si era risolto nella rovina della famiglia. Avevo resistito finché avevo potuto; poi, sopraffatto dalle responsabilità, assil- lato dagli avvocati, ero fuggito via. Era stato allora che avevo giurato a me stesso di non rimettere piú piede in Inghilterra. E ora, quattro anni piú tardi, eccomi di nuovo sulla via del ritorno. Anche questa volta ero spinto dal dovere: dovere verso la famiglia. Il messaggio mi aveva raggiunto ad Antigua, nei Caraibi. Proveniva dai legali di famiglia, che si erano messi in contatto con la mia banca di Londra Avevo inviato un telex alla banca nella speranza che qualche dividendo avesse finalmente rimpinguato il mio conto ma, anziché denaro, mi era giunta la notizia che mia madre era malata e desiderava vedermi Era la prima volta in quattro anni che mostrava di rammen- tarsi della mia esistenza o, a essere onesti, che io mi ricordavo della sua. Non volevo andare, ma dal messaggio traspariva un appello accorato. Cosí, avevo mollato gli ormeggi e volto la prua in direzione dell'Atlan- tico. Avrei affrontato la traversata da solo. Soltanto il Sunflower e io. 325 Il Sunflower era un cutter di dodici metri di costruzione francese, con uno scafo in acciaio a spigolo vivo che picchiava sulle onde moderate con un sordo rimbombo e strepitava come un cannone da campo impaz- zito quando c'era il mare grosso. Avrebbe compiuto vent'anni quella prlmavera, e li dimostrava tutti. Era dotato di una randa magnifica e imponente. Anche il boma, un robusto palo capace di sfondare il cranio di una persona. era di dimensioni ragguardevoli; non certo uno di quei tozzi aggeggi sfornati dalla tecnologia piú recente. I matafioni erano vecchio stile, e bisognava terzarolare a mano; l'impresa poteva rivelarsi una fatica improba durante una burrasca, ma era pur sempre meglio ritrovarsi con le dita sanguinanti piuttosto che con la vela imprigionata nell'avvolgiranda, col rischio di scuffiare. Il Sunflower non era mai stato una barca veloce, non almeno se paragonato ai piú moderni multiscafi ma sapevo che sarebbe stato in grado di portarmi fino all'inferno andata e ritorno. Insieme avevamo percorso migliaia di miglia. Il Sunflower era la mia casa. Avevamo navigato in lungo e in largo per i Mari del Sud, doppiato Capo Horn, risalito la Corrente di Agulha, gettato le ancore al largo delle barriere coralline indiane. E ora stavamo facendo rotta sulle Isole Britanniche, beccheggiando violentemente in un mare livido e tempe- stoso che ci aggrediva con spruzzi gelidi, acuminati come schegge di granata. Si fece buio; il vento continuava ad aumentare. A mezzanotte, il mare aveva raggiunto forza cinque. Un'ora prima dell'alba, il Sunflower beccheggiava fra tremende ondate forza sette. Ammainata la randa procedevo adesso col solo fiocco. Sebbene fossi esausto, non osavo cedere al sonno. Ci trovavamo in prossimità delle rotte commerciali una zona in cui non ci si può permettere la minima distrazione, di fronte all'insidia costante delle gigantesche navi cisterna che avanzano indiffe- rentl solcando le tenebre. Seduto sul lato sinistro del pozzetto, un ginocchio piegato a reggere la barra, mi assopii per qualche minuto, destandomi poi di soprassalto. In preda al pamco, gettai uno sguardo annebbiato alla bussola. Ero nel bel mezzo di una burrasca, con il Sunflower che beccheggiava come un cavallo a dondolo impazzito sulla rotta piú pericolosa del globo, e tutto ciò che riuscivo a fare era dormire! E cadere in preda alle allucinazioni. Ero avvezzo alle visioni provocate dalla stanchezza, durante la navi- gazione notturna, eppure questa volta distinsi chiaramente il bagliore di un faro che mi guidava verso casa e, poco dopo, una linea costiera segnata da campanili, alberi, scogliere. Se mi fossero apparse immagini 326 improbabili - una donna o una scodella di zuppa fumante, poniamo - la mia mente le avrebbe subito scacciate. Ma le allucinazioni di quella notte rappresentavano esattamente ciò che piú desideravo vedere in quel momento: i segni di un approdo sicuro. Cessai di lottare contro la stanchezza. Cercai una posizione stabile e mi abbandonai al sonno, mentre il Sunflower navigava spedito verso casa, risalendo il canale della Manica. QUATTRO ANNI PRIMA, avevo fatto ritorno a causa della morte di mio fratello, in seguito alla quale ero diventato il nuovo capofamiglia. Ave- vano contato su di me per risolvere i loro problemi, allora, e invece ero fuggito. Acquistato e approvvigionato il Sunflower, avevo preso il largo. Tutte le responsabilità indesiderate e le accuse dei miei familiari erano scivolate via, come ancore cui avessi reciso il cavo. Ero approdato a spiagge lontane, avevo navigato nelle tenebre di latitudini remote, stretto amicizia con gente che mi conosceva semplicemente come John Rossendale, comandante - a Dio piacendo - del buon Sunflower e in grado di rendersi utile in qualità di meccanico, carpentiere, saldatore e artigiano tuttofare. Ero un uomo qualunque, ero libero. Ed ero solo. Non che fossi stato sempre solo: alla partenza dall'Inghilterra, sette anni prima, si era unito a me Charlie Barratt, il mio piú caro e vecchio amico. Avevamo navigato felicemente insieme per tre anni; pOI, quando la famiglia mi aveva chiesto di tornare, Charlie era rientrato con me e, con una decisione piuttosto inaspettata, aveva finito per sposarsi. Alle prese con il fardello di responsabilità lasciatomi in eredità da mio fratello, io avevo resistito il piú a lungo possibile finché, in preda alla disperazione, mi ero deciso a riprendere il mare. A Belize era salita a bordo una ragazza tedesca, che era rimasta con me fino alle Isole Mar- chesi. Un'australiana incontrata alle Salomone, dopo avere scoperto la mia identità voleva a tutti i costi sposarmi; di fronte al mio netto rifiuto, in California aveva trasbordato su un'altra barca. In seguito c'erano stati altri compagni di viaggio. Le vie del mare sono disseminate di gente che chiede passaggi a imbarcazioni male in arnese, girovaghi convinti che la propria libertà durerà in eterno. Qualcuno finisce per annegare, altri scompaiono, pochi, pochissimi, tornano a casa. Ml SVEGLIAI alle prime luci dell'alba; davanti ai miei occhi, in lonta- nanza, scorsi l~immagine familiare del faro di Eddystone, al largo della costa del Devon. Il vento soffiava con raffiche rabbiose da sud-ovest, sollevando ondate colossali. Il cielo era plumbeo e violenti spruzzi gelidi CACCIA AL VAN GOGH I, : . si levavano nell'aria pungente. Dopo aver issato nuovamente la randa per stabilizzare il Sunflower, feci rotta su Salcombe, dove abitava Char- he. Qualunque cosa mi attendesse in Inghilterra, Charlie era là, e la sua affettuosa presenza bastava da sola a giustificare il mio ritorno Sulla carta nautica, Salcombe si presenta come uno degli approdi piú riparati di tutta la costa meridionale inglese, ma con il vento foraneo e la marea calante si trasforma in una trappola mortale. Trasversalmente all'lmboccatura del porto, un banco di sabbia sommerso forma una barriera invisibile contro la quale s'infrangono tumultuose e spumeg- glantl le onde sospinte dal vento, che s'innalzano ancor piú insidiose quando il riflusso della marea cerca di contrastarle. Solo un pazzo sceglierebbe Salcombe come punto d'approdo durante una burrasca con vento da sud, quando c'è Dartmouth poco piú a est ove è possibile entrare facilmente con qualunque tempo. Ma io mi dissi che, se il Sunflower e io fossimo andati a sfracellarci contro il banco di sabbla, ciò sarebbe stato un segno del destino: il mio ritorno a casa non doveva avvemre. Quell'assurdo ragionamento naturalmente non era che una superstiziosa idiozia, suggeritami dalla stanchezza e rafforzata dalla determinazione di dar prova della mia abilità marinaresca. Nell'accostare il promontorio di Bolt Head, a ovest dell'imboccatura del porto dl Salcombe, il Sunflower beccheggiava freneticamente, con la randa bordata tutta a sinistra. Per un momento volavamo sulla cresta di un'onda, I'attimo successivo venivamo inghiottiti dalle buie profondità marine. E proprio quando pensavo che il Sunflower non sarebbe mai plU riemerso, ecco che venivamo sollevati da una nuova ondata, dalla cui sommità tentavo di scorgere un lembo di costa. L'ebbrezza di quella sfida contro la furia del mare in tempesta mi colmava d'esaltazione. Bolt Head si materializzò d'un tratto di prua a sinistra, simile a un grigio spettro minaccioso. A ogni ondata aspettavo di scorgere ciò che temevo, e quando lo vidi la paura mi attanagliò la gola: il mare ribolliva di schiuma in prossimità della barriera di sabbia, battuta dai frangenti impazzlti. Gli uomini sulla riva dovevano aver ormai avvistato le mie vele e avvertito la scialuppa di salvataggio. Pur maledicendomi per la mia stupidità, avrebbero sicuramente pregato perché la barca si salvasse. Ci trovavamo esattamente nel punto da me desiderato: proprio a ri- dosso delle alte scogliere sul lato occidentale. La profondità era mag- glore, da quella parte. Un'ondata sollevò la poppa del Sunflower facen- done inabissare la prua, ma anziché risalire sulla cresta del flutto, lo scafo prese a planare su quell'immane valanga liquida. Assicurato per mezzo di una fune, me ne stavo nel pozzetto, la barra del timone stretta fra le 328 gambe ed entrambe le mani serrate sulla scotta della randa. Da un mo- mento all'altro una raffica piú forte, investendoci, avrebbe potuto far rovesciare il Sunflower. La manovra piú sensata sarebbe stata ammai- nare la randa e raggiungere la riva col solo fiocco, ma ciò avrebbe signifi- cato dar prova di codardia. Decisi di sfidare la barriera; prima che il vento riuscisse a disalberarci, tesi la scotta e impugnai saldamente la barra. La strambata arrivò il pesante boma ruotò di colpo a dritta e un'onda coricò bruscamente l'imbarcazione sul fianco sinistro. Strambare nel bel mezzo di una tempesta è una manovra violenta e pericolosa; mi scorticai a sangue la mano destra tesando la scotta, ma riuscii a mantenere il controllo del Sunflower. Conclusa la manovra, sentii che la prua si abbassava pericolosa- mente. Sapevo che il banco di sabbia era proprio sotto di noi; stavo puntando dritto nella trappola mortale, nel punto in cui l'acqua s'intor- bidava di rena e fanghiglia. Per qualche secondo, il vento venne coperto da un'onda colossale e spumeggiante alle mie spalle. Se la barca avesse straorzato, nulla avrebbe potuto salvarmi; il Sunflower si sarebbe rove- sciato, l'albero spezzato, e il mare si sarebbe abbattuto su di noi. Mentre l'onda che ci portava s'infrangeva sotto di noi e già c'incal- zava la successiva, la chiglia del Sunflower veniva risucchiata a poco a poco verso il fondo. Andavamo giú, sempre piú giú; la cresta dietro di noi cominciò a incurvarsi, e noi continuavamo ad affondare. Mi resi conto che saremmo stati schiacciati contro la barriera da quella monta- gna d'acqua. Ma ecco che, d'un tratto, il Sunflower cominciò a risalire, lottando centimetro per centimetro verso la salvezza, la penna della vela che lo spingeva verso l'alto. Non si sarebbe dato per vinto. L'onda si ruppe ed esplose in una miriade di spruzzi; ricadendo ci avrebbe sicuramente travolti. Invece, finí a trenta centimetri dallo specchio di poppa, e nel rimbalzare contro il banco di sabbia sollevò il Sunflower sospingendolo in avanti. Superato il gorgo ribollente di schiuma, tornai a strambare, consapevole di dare spettacolo a beneficio della gente raccolta a riva. Mentre avanzavamo in acque meno agitate, mi guardai alle spalle: la barriera era un inferno spumeggiante, piú insidiosa che mai, ma il Sunflower ce l'aveva fatta. CHARLIE non era in casa. Al telefono mi rispose sua moglie Yvonne, e mi informò che il marito si trovava nello Hertfordshire per affari. Non sembrava felice del mio ritorno; forse temeva che potessi trascinare nuovamente Charlie in mare. « Quando tornerà? » 329 CACCIA AL VAN GOGH « Non lo so. » Il tono era guardingo. « Avvertilo che l'ho cercato, e che sono ormeggiato a Salcombe. » Sublto dopo telefonai a casa di mia madre. Poiché non rispondeva nessuno chiesi al centralino di chiamare la mia sorella gemella, nel Gloucestershire . Anche Elizabeth era fuori; suo marito fu appena cortese. Una volta eravamo amici, ma poi, nella disputa familiare, aveva scelto di schie- rarsi dalla parte della moglie. « Ho provato a chiamare la mamma » lo informai. « E in ospedale. » Sembrava ubriaco. « Dove? » « E al South Devon General. L'hanno ricoverata la settimana scorsa Si trova in una stanza a pagamento, a nostro carico. » Ignorai l'allusione a una mia auspicabile partecipazione alle spese. « Elizabeth è con lei? » « Non ho la minima idea di dove si trovi Elizabeth » fu la secca risposta di mio cognato, che riagganciò senza ulteriori spiegazioni. Non c'era nessun altro che potessi contattare. La mia sorella minore l'unica persona oltre a Charhe che sarebbe stata felice di apprendere dei mlo rltorno, non era raggiungibile telefonicamente. Cosí, me ne tornai a bordo del Sunflower e scaldai una porzione di fagioli in scatola sul fornelletto della cucina di bordo. Mentre mangiavo, riflettevo tra me che, per quel che avevo ottenuto fino a quel momento, tanto sarebbe valso trovarmi ancora a mille miglia di dlstanza, libero. Il mattino seguente, un autobus mi depositò a un chilometro e mezzo dal South Devon General. Aveva cominciato a piovere a dirotto, fortu- natamente indossavo il mio pesante giaccone impermeabile, cosí mi inzuppai solo i jeans. Giunto nell'atrio dell'ospedale, ignorai gli ascen- sori e ml arramplcai su per le tre rampe di scale, continuando a doman- darmi che cosa mai mi avesse spinto ad affrontare sei settimane di navigazlone per percorrere quelle tremilacinquecento miglia Speravo e al tempo stesso temevo di trovare Elizabeth al capezzale di mia madre. Non c'era. Nel letto vicino giaceva una donna anziana. « Sta dormendo » m'informò indicando con un cenno del capo l'altro letto, con un tono che sembrava volermi dissuadere dal turbare il riposo della malata. Mi avvicinai e scostai delicatamente la tenda che circondava il letto. Dapprlma non la riconobbi neppure. Nel giro di quattro anni, i capelli biondi erano diventati di un grigio spento; la donna fiera e affascinante 330 che ricordavo, si era trasformata a soli cinquantanove anni in una crea- tura smunta, esangue. Il suo respiro era un sibilo affannato. « Ha trascorsO una brutta nottata » mi spiegò l'anziana vicina senza essere stata interpellata. « Non vuole la tenda a ossigeno, sa. Dice che deve fumare. Fumare! E dire che è proprio quello, che la sta uccidendo! Bisogna dawero essere matti, dico io. » Lasciai ricadere la cortina alle mie spalle, raggiungendo cosí lo scopo di zittire la donna. Il respiro di mia madre era ridotto a un rantolo spaven- toso. Accanto al letto, vidi una bombola e una maschera per l'ossigeno e sul comodino un pacchetto di sigarette e il suo accendino d'oro. D'un tratto aprí gli occhi, fissandomi senza riconoscermi: poi ebbe come un soprassalto e le si accese nello sguardo un lampo di consapevolezza. Ero tornato. « Ciao, mamma. » Senza rispondere, allungò un braccio, cercando a tentoni le sigarette, ma prima che riuscisse ad afferrarle, venne scossa da un tremendo accesso di tosse. Aprii la valvola dell'ossigeno e le appoggiai la maschera sul viso; come temendo che da un momento all'altro potessi togliergliela, strinse con forza la mia mano con la sua. Erano trascorsi quattordici anni, dall'ultima volta che mia madre mi aveva toccato; avevo vent'anni, allorae lei mi aveva abbracciato per un attimo davanti alla fossa nella quale stavano calando la bara di mio padre. Chiuse di nuovo gli occhi. Poco a poco il respiro si fece piú regolare e la stretta della sua mano si allentò. Poi, d'improvviso tornò a fissarmi e contrasse le dita con un gesto quasi di fastidio, come per sollecitarmi a toglierle la maschera. Lentamente, le allontanai l'apparecchio dal viso. « Ciao, mamma » ripetei. Lei cercò di dire qualcosa, ma il tentativo minacciò di provocare un altro, violento accesso di tosse. « Va tutto bene » mormorai per calmarla. Tornai ad avvicinarle la maschera alla bocca, ma lei scosse il capo, chiudendo gli occhi e sforzan- dosi di soffocare il nuovo attacco. Quindi li riaprí e mi puntò lo sguardo in faccia. « Maledetto bastardo » mi apostrofò. Subito venne riassalita dalla tosse, e l'ossigeno non fu di alcuna uti- lità, questa volta. Premetti il pulsante d'emergenza; infermiere e medici mi spinsero da parte per soccorrerla, ma non ci fu nulla da fare. Nel giro di venti minuti, mia madre era morta. Quando fu tutto finito, un giovane dottore venne a raggiungermi nel corridoio Mi domandò se fossi un parente. « Alla lontana » nsposi. 33] CACCIA AL VAN GOGH « Era ansiosa di vedere suo figlio. » Il medico lanciò un'occhiata perplessa al mio giaccone impermeabile. « Dovrebbe trovarsi in mare, « Credo di sí " replicai laconico. « Suppongo che dovremo telefonare alla figlia maggiore. » « Dlrei che è la cosa migliore da fare » convenni e uscii sotto la pioggla del Devon. Tornato al porto, provai di nuovo a chiamare Charlie, ma non rispose nessuno. Ragglunsi allora 1l Sunflower e mi misi a impiombare una cima nuova alla drizza d'acciaio del fiocco. Ero a casa, mia madre era morta e non provavo assolutamente nulla. Non ero riuscito a versare neppure una lacrima. CINQUE GIORNI piú tardi, la famiglia si riuní a Stowey, la magione avltadefinita "forse la piú bella residenza in puro stile tardo-medievale di tutta l'lnghilterra ', il che stava in realtà a significare che la famiglia era stata troppo povera per deturparne la linea con i fronzoli architetto- nicl in voga nel diciottesimo secolo o con le pacchianerie del diciannove- simo. In ogni caso, Stowey era incantevole: un basso edificio in pietra di soli due piani, con una torre merlata all'estremità est. Il lato ovest era stato mvece lasciato privo di fortificazioni, ed era decorato da eleganti finestre colonnate che davano sui giardini. La villa ora era stata trasfor- mata m un albergo di campagna, ma il contratto di vendita stipulato a suo tempo prevedeva che per il funerale di mia madre i congiunti si sarebbero potuti radunare nell'antico salone delle cerimonie, e che il servlzlo funebre avrebbe avuto luogo nella cappella privata. Lo sparuto drappello dei membri superstiti della famiglia Rossendale venne accolto a Stowey con malcelata avversione, e lo stesso atteggia- mento mi fu riservato da parte dei miei parenti. « Sono sorpreso di vederti qui » mi apostrofò il meno decrepito dei miei zn. Borbottò poi qualcosa a proposito della pioggia che sembrava accompagnare regolarmente la sepoltura di un Rossendale. « E piovuto per Frederlck> affermò, « e anche per il povero Michael. » Frederick era mio padre, e Michael mio fratello. Era sempre stato "il povero Mlchael", per la famiglia. Uomo debole e tormentato, aveva celato la propna cronica irresolutezza dietro una maschera di aggressi- vltà, finendo per farsi saltare le cervella. Malgrado ciò, per i miei parenti era diventato una specie di eroe, forse perché lo avevano sem- pre preferito a me. Un solo membro della famiglia si mostrò felice di vedermi: la mia sorella minore, che mi sorrise con gioia innocente mentre mi dirigevo verso l'angolo dove sedeva. « Johnny! » Mi tese le braccia. « Ciao, tesoro. » Strinsi le mani di Georgina e la baciai sulle guance. Mi aveva riconosciuto; doveva essere uno dei suoi giorni buoni. Al suo fianco vi era una delle suore che la assistevano presso l'istituto dov'era ricoverata, nell'isola di Jersey. « Come sta? » domandai alla suora. « Siamo tutti molto orgogliosi di lei » mi rispose. « E sorella Felicity? » « Le sarebbe piaciuto venire, oggi » spiegò l'infermiera nel suo melo- dioso accento irlandese, « ma purtroppo non sta bene. » « Sorella Felicity andrà presto in Paradiso » aggiunse mia sorella in tono gaio. Georgina aveva ventisei anni, ma le sue capacità cerebrali erano quelle di un bambino ritardato e nessuno sapeva spiegarsene il motivo. « Mi piace, questo posto » proseguí, continuando a stringere le mie mani fra le sue, « voglio tornare a vivere qui. Insieme a te. » « Vorrei tanto che fosse possibile, cara. Ma tu sei felice, al convento, non è vero? » Prima della morte di mio padre e del successivo tracollo economico della famiglia, era stato istituito un fondo a favore di Geor- gina, grazie al quale le era stato assicurato il necessario per il resto della sua esistenza. « Mi piace stare qui » ripeté lei con spietata lucidità. « Con te. » Per la prima volta dalla morte di mia madre, fui sul punto di cedere alle lacrime. Sebbene la nostra fosse una famiglia indegna di tale nome, Georgina e io eravamo sempre stati molto uniti. Quando era piccola, ero solito scherzare con lei per farla ridere, e talvolta mi dicevo che forse sarebbe bastato un piccolo miracolo per liberare lo spirito prigio- niero nei recessi ottenebrati della sua mente. Ma il miracolo non si era mai verificato; anzi, mia madre aveva fatto rinchiudere Georgina in un istituto. Mi accovacciai ai suoi piedi. « Sei infelice? » le domandai. Non rispose. Dopo un attimo, levò lo sguardo verso qualcuno che era sopraggiunto alle mie spalle: si trattava della mia gemella Elizabeth. Georgina non diede alcun segno di averla riconosciuta. Elizabeth, dal canto suo, si comportava come se Georgina non fosse neppure presente. Cosí come mia madre, anche lei aveva sempre consi- derato quasi come un'offesa personale la presenza di una minorata mentale in famiglia. Mi voltai per salutarla e notai suo marito, Peter Tredgarth, mio antico compagno di traversate trasformatosi ora in pro- prietario terriero fallito delle Cotswold Hills. che mi guardava in cagne- sco dall'altro lato della stanza. Tutti i membri della famiglia mi rimpro- 333 CACCIA AL VAN GOGH '1' l l veravano di aver causato la rovina di una stirpe che era stata padrona di quella parte del Devon fin dai tempi in cui il primo Rossendale l'aveva conquistata con la sua spada normanna, nel dodicesimo secolo. « Non capisco proprio perché sia qui » sbottò Elizabeth, irritata. « Non Si rende neppure conto di quel che succede » aggiunse, accen- nando col capo a Georgina, mentre beveva un sorso del suo sherry. Poi dopo avermi squadrato con aria di disapprovazione, mi investí con fare inquisitorio: « E non so nemmeno che cosa ci sei venuto a fare tu, da queste parti ». « Tardiva resipiscenza filiale » ribattei in tono troppo disinvolto. « Sembri disgustosamente in forma. » Stava sforzandosi di essere educata, come se non fossimo da sempre acerrimi nemici. « Tutto merito del sole e del mare. » Sentendomi d'un tratto in vena di loquacità, contraccambiai: « Anche tu hai un bell'aspetto. Vai ancora a cavallo? » « Certo. » Elizabeth era stata sul punto di entrare a far parte della nazionale olimpica di equitazione. Forse, se fosse riuscita nell'intento, il suo atteggiamento nei confronti della vita e del mondo sarebbe stato meno risentito. Un tramestio all'ingresso annunciò l'arrivo di padre Maltravers, il confessore della mamma, che si sarebbe incaricato di celebrare la ceri- monia funebre. La vista del sacerdote fece immediatamente dimenticare a Elizabeth ogni ostentata parvenza di gentilezza. « Hai intenzione di prendere parte alla Messa? » domandò con tono di provocazione. « Non credo » risposi, osservandola pensieroso. Elizabeth era molto alta, solo qualche centimetro al di sotto del mio metro e ottantatré. Era la bellezza bionda della famiglia Rossendale, di cui aveva ereditato l'avvenenza in misura maggiore di quanto non avesse meritato. « E naturale; saresti costretto a confessarti » sibilò lei velenosa. « Ti sei mai confessato, negli ultimi quattro anni, John? » « E tu? » la rimbeccai fiaccamente; quella dei Rossendale era una delle piú antiche famiglie cattoliche del paese. Elizabeth lasciò cadere l'argomento. Notai che il resto dei parenti si teneva alla larga da noi. Dovevano aver immaginato che Elizabeth mi avrebbe preso di mira, e nella stanza aleggiava un'atmosfera carica di tensione e di aspettativa. « Hai visto il testamento della mamma» riprese mia sorella. «No. » « Non c'è nulla per te. » « Non mi aspettavo nulla » replicai in tono pacato, fiutando la minac- cia che si celava dietro l'atteggiamento controllato di Elizabeth. « Non ti ha lasciato nulla, perché tu l'hai tradita. » Vidi che i parenti piú vicini si erano girati a osservarci; tutti meno Georgina, intenta a contarsi le dita con aria grave. « Ti odiava » proseguí Elizabeth, « e questo è il motivo per cui ha lasciato a me il dipinto. » « Bene. » Il mio commento indifferente non fece che accrescere il suo nervosismo. « Allora, dov'è? » Elizabeth e io eravamo gemelli, nati a distanza di otto minuti l'uno dall'altra, eppure ci odiavamo. L'unica spiegazione possibile in propo- sito era che io non possedevo l'ambizione sfrenata di mia sorella. Lei aveva sempre sognato un tenore di vita all'altezza dei fasti del passato e tuttavia, proprio come me, sembrava votata ineluttabilmente all'insuc- cesso. Nata ricca, si ritrovava povera, e questo fallimento era ciò che sembrava farla maggiormente soffrire. « Dov'è il quadro? » insistette Elizabeth, a voce tanto alta da far voltare tutti i presenti. « Non ne ho la minima idea. » « Sei un bugiardo, John. Lo sei sempre stato. » La sua collera stava ormai esplodendo. « Ne ho le prove. Farai bene ad andartene via di nuovo prima che la polizia scopra che sei tornato! » « Sei isterica. » L'ira mi attanagliava dolorosamente lo stomaco. « Perché non vai a sdraiarti per un po'? Prendi un calmante. » « Va all'inferno! » urlò lei, scaraventandomi lo sherry in faccia e sul completo nero a buon mercato che avevo acquistato per l'occasione. Il liquore prese a gocciolarmi lungo il mento; nessuno accennò a fare il minimo gesto. Non restai per il funerale. Padre Maltravers tentò di trattenermi, ma lo spinsi da parte e uscii dalla sala. Recuperato il mio sudicio giaccone, raggiunsi a piedi il villaggio camminando sotto la pioggia battente. Mi fermai a una cabina telefonica e composi il numero di Charlie: nessuna risposta. Dopo aver gettato la cravatta appiccicosa di sherry in un riga- gnolo, accesi la pipa e mi accinsi ad aspettare l'autobus. Al diavolo la famiglia! Oltre i tetti delle case del paese, ricoperti di paglia, la distesa verde dei pascoli saliva a lambire fitti boschi dove, da ragazzo, avevo imparato I'arte di cacciare e uccidere. Era stato Charlie a istruirmi. Era cresciuto ~: in una delle case dei fittavoli che coltivavano le proprietà dei Rossen- dale e, nonostante mia madre naturalmente lo detestasse, era diventato ~: 335 il mio migliore amico. Avevo voglia di rivederlo, e ancor piú desideravo tornare m mare. Sapevo che la famiglia mi avrebbe accusato di essere fuggito di nuovo, e in un certo senso avrebbero avuto ragione, ma non ero spmto dalla paura; volevo solo scappare lontano da loro. E tutto per via di un maledetto quadro. ERA UN DIPINTO di squisita fattura e di grande valore, che avrebbe potuto nsollevare le sorti economiche della famiglia Un tempo, la nostra casa era piena di tele di Gainsborough, Constable e di maestri olandesi; pol, a una a una, le pareti di Stowey erano state spogliate, per pagare deblti di gloco o tasse di successione. Alla morte di mio padre non era nmasto alcun oggetto di valore. Finanziariamente, il suo deces- so aveva slgmflcato un vero disastro per la famiglia. L'unica risorsa avrebbe potuto essere la vendita di Stowey e dei suoi terreni, ma a quel tempo mia madre non voleva neppure sentirne parlare. E c'era indiscu- tibilmente quel tesoro, un bene che, a voler essere esatti, non apparte- neva alla famiglia, bensí a mia madre. Le era stato lasciato da suo padre. Un Van Gogh; un dipinto splendido, meritatamente famoso frutto dl un momento di esaltata ispirazione. Una delle prime tele del- I artista sul tema del girasoli. Otto fiori in un vaso di terracotta un'e- sploslone di gialli con qualche tocco di azzurro, e sul vaso la firma del povero Vincent, tracciata con grafia infantile. Mia madre si era sempre rifiutata di prestare il quadro a qualsiasi mostra; di tanto in tanto uno storico dell'arte o un pittore stimato chledevano il permesso di visitare Stowey, e ricordo ancora l'ammira- zione reverenziale con la quale contemplavano quella tela stupenda. Era ben protetta, appesa in camera di mia madre nella torre merlata di Stowey. Nessuno aveva mai neppure tentato di violare quella munita roccaforte. Ma un giorno... Accadde dieci anni dopo la morte di mio padre. Ogni mese, durante tutto quel tempo, mia madre aveva maledetto, contestato e combattuto gh esattori; li aveva tenuti a bada con piccoli versamenti di denaro raggranellato grazie alla vendita dei nostri pascoli piú lontani, ma il sulcidio di mio fratello aveva fornito a quegli sciacalli delle imposte una nuova, succulenta carcassa di tasse di successione da spolpare Di fronte all'inevitabile, mia madre si era resa conto di dover sce- gliere fra Stowey e il Van Gogh, e aveva vinto Stowey. Era riuscita a spuntare un prezzo di quattro milioni di sterline per il dipinto, ma proprlo 11 glorno prima della consegna si scoprí che il quadro era stato rubato. In segulto sl seppe che, un mese prima della sua morte, mio 336 fratello aveva lasciato scadere l'assicurazione. La polizia era certa che soltanto qualcuno che conoscesse a fondo i sistemi di allarme avrebbe potuto penetrare nella sala delle armi, dove la tela era stata depositata in attesa che il nuovo proprietario passasse a ritirarla. Ed era altresí sicura che quel qualcuno fossi IO. Avevo sistemato io il dipinto imballato nella sala delle armi; ero in possesso delle chiavi della stanza e dei sistemi di allarme, e si supponeva fossi il solo a sapere dove si trovava il quadro. Sulle maniglie della porta erano state rilevate soltanto le mie impronte digitali e, per finire, il giorno successivo al furto avevo attraversato la Manica con la barca di un amico, presumibilmente - si riteneva - per portare lontano il bottino. Le prove, tutte circostanziali, erano tuttavia maledettamente schiaccianti. Non ero stato mai incriminato, in quanto la mia colpevolezza non poteva essere provata, ma tutti in famiglia erano assolutamente convinti che fossi il responsabile del misfatto. Con la mia egoistica cupidigia avevo rovinato la famiglia Rossendale. Il quadro non era mai stato ritrovato. La battaglia di mia madre era perduta, e cosí pure i quattro milioni di sterline. Venduta Stowey, mia madre si era trasferita in una vecchia casa sul limitare della brughiera, un tempo residenza del parroco, dove si era spenta lentamente. E io ero fuggito in mare, su uno yacht di nome Sunflower. NON AVEVO GRANCHÉ da fare a Salcombe, dal momento che non inten- devo effettuare un rifornimento completo, ma solo acquistare quanto bastava per raggiungere Lisbona. In compenso, avevo una quantità di piccole riparazioni cui provvedere, senza contare che la carena del Sun- flower era incrostata di alghe e cirripedi. Decisi che avrei tirato in secco l'imbarcazione durante la bassa marea per dedicarmi all'ingrato lavoro di raschiar via tutte le incrostazioni, prima di darle una nuova mano di - vernice antivegetativa. ''5' Calai in mare il canotto ausiliario e remai sotto la pioggia fino a riva, feci qualche commissione, e conclusi il mio giro con un doppio whisky al pub. Tornai quindi all'imbarcadero e mi rimisi ai remi, awolto da un . umido velo di foschia. Dopo aver percorso un primo tratto, mi voltai per verificare se il poco maneggevole canotto stesse procedendo nella direzione giusta, e mi avvidi che ero stato trascinato fuori rotta e che mi trovavo a un quarto di miglio dal Sunflower; stavo per girarmi di nuovo quando scorsi la testa di un uomo emergere dalla scaletta che conduceva in cabina. Il tizio gettò un'occhiata in direzione degli ormeggi, quindi scomparve all'interno. 337 CACCIA AL VAN GOGH Poiché avevo lasciato la cabina chiusa a chiave, I'intruso non poteva essere che un ladro; per riuscire a entrare, doveva aver manomesso il lucchetto. Non si trattava certo di Charlie, in quanto lo sconosciuto aveva i capelli scuri, mentre il mio amico era biondo come me. Ripresi a remare, dirigendomi verso un punto piuttosto distante dal Sunflower. L'uomo riapparve e mi vide, ma dovette ritenere che non rappresentavo una minaccia, dal momento che ridiscese nuovamente in cabina. Finsi di puntare m direzione di una boa di ormeggio a nord-est. Volevo prenderlo in trappola. Stava rubando a bordo della mia barca, e intendevo fargliela pagare. Dopo aver oltrepassato di almeno duecento metri l'ormeggio del Sunflower, girai il canotto fino ad avere la prua della barca puntata direttamente verso di me; quindi mi lasciai trasportare dalla corrente. Stavo notando con sorpresa che accanto al Sunflower non vi era traccia di altre imbarcazioni, quando udii delle voci. A bordo, evidentemente, dovevano trovarsi due persone: un uomo e una donna. La voce femminile, acuta e penetrante, aveva un tono di protesta, ma era coperta da quella dell'uomo. Sporgendo una mano, riuscii ad aggrapparmi alla battagliola di prua del Sunflower, vi assicurai il canotto e poi mi issai con cautela a bordo. Il grosso scafo rollò !eggermente, ma non abbastanza da rivelare la mia presenza agh intrusl. L'uomo aveva ripreso a parlare sottovoce, con tono incalzante; non riuscivo a distinguere le sue parole. Mi accovacciai sul boccaporto di prora e trassi di tasca il mazzo delle chiavi. Il canotto, sospinto dal vento, urtava lievemente ma con insi- stenza contro lo scafo. Pregai che il rumore non li mettesse in allarme. La chlave dapprima oppose resistenza, poi girò nella serratura. Sgan- ciato il lucchetto dall'occhiello, lo posai in coperta, accanto alle chiavi All'improvviso, il rombo di un motore mi fece sobbalzare. Avrei do- vuto immaginare che quei due, per raggiungere il Sunflower, si fossero servlti dl un'altra imbarcazione che era poi restata ad attenderli a distanza di sicurezza, onde non suscitare sospetti. Il complice doveva essersi accorto di me, e ora correva in loro soccorso. Si trattava di una specie di gigante calvo, che guidava con palese difficoltà un piccolo fuoribordo in alluminio a fondo piatto. Il rumore doveva aver allarmato gli intrusi; dalla scaletta emerse il mio indesiderato visitatore. Dalla posizione in cui mi trovavo, potevo vederne la lucente capigliatura cor- vina ben aderente al cranio stretto e allungato. Poi l'uomo si volse restando a fissarmi esterrefatto. Io, nel frattempo, avevo staccato una delle due gaffe fissate sul tetto della cabina. Una mi serviva di solito per accostarmi agli ormeggi o ad 338 altre imbarcazioni, I'altra - quella che avevo fra le mani in quel momento - per uno scopo piú specifico. Dopo averne affilata la punta, avevo scavato l'estremità dell'asta di legno e appesantito l'attrezzo con del piombo. Insomma, mi ero costruito una vera e propria picca da arrembaggio in miniatura, che si era rivelata utile in piú di un'occa- sione. In mare aperto, qualsiasi imbarcazione rappresenta una facile preda per i ladri. E ora, in un porto come quello di Salcombe, dove ci si attenderebbe la piú assoluta tranquillità, mi ritrovai a scagliare la mia arma contro l'uomo dai capelli neri. Lo colpii alla nuca, proprio mentre cercava di ridiscendere, e lo vidi scivolare giú per la scaletta. Strisciai lungo il tetto della cabina lasciandomi quindi cadere nel pozzetto, dove mi guardai attorno reggendo in equilibrio la gaffa come un arpione. Il fuoribordo, intanto, si era accostato con una manovra circolare al Sunflower, sollevando un largo ventaglio di spruzzi, mentre il gigante ai comandi urlava frasi incoerenti. Potevo intravedere, giú nella cabina, le gambe della donna. Stava seduta sulla cuccetta di dritta; non riuscii a scorgere il suo compagno. « Restate dove siete! » gridai. Avevo intenzione di intrappolare gli intrusi all'interno del Sunflower e poi chiamare via radio la polizia. Stavo per scendere in cabina, quando il boccaporto di prora si spa- lancò di colpo e vidi l'uomo dai capelli neri issarsi agilmente in coperta. Era magro e indossava un giubbotto impermeabile, calzoni a coste da cavallerizzo e pesanti scarpe sportive. Sembrava pronto per un concorso ippico. Sottobordo, I'imbarcazione degli intrusi cozzava contro il Sun- flower. « Forza! » urlò l'omone a bordo. « Salta! » Nel gettarmi in avanti vidi che, anziché darsi alla fuga, il tizio dalla capigliatura corvina si era girato per fronteggiarmi. Inaspettatamente, si spazzolò il giubbotto con un colpetto della mano; quel gesto banale frenò in qualche modo il mio scatto. L'uomo alzò gli occhi su di me, con un'espressione spavalda. Era un bell'uomo prossimo alla quarantina, dai lineamenti fini e dallo sguardo beffardo. « Che diavolo ci fa, sulla mia barca? » gli urlai, mentre mi awicinavo lentamente, reggendo la gaffa a mo' di lancia. « Desideravo parlarle, naturalmente. » La voce era tagliente, I'ac- cento aristocratico. « Possiamo scendere? » « Soltanto dopo che mi avrete risarcito i danni che avete fatto. » L'uomo sorrise stancamente. « Cominciamo a diventare noiosi, non è vero? E la smetta di puntarmi contro quell'arpione. » Mentre il tizio del fuoribordo, aggrappato alla battagliola del Sunflo- wer, osservava con preoccupazione la mia aria minacciosa, I'uomo di 339 fronte a me doveva avere già scartato la possibilità che rappresentasse un reale pericolo; allungò la mano per allontanare la gaffa e, quando opposi resistenza, afferrò la punta dell'asta per strapparmela di mano Era sorprendentemente forte, considerata la sua corporatura poco atletica. Convmto di potermi disarmare senza difficoltà dovette proba- bilmente nmanere sorpreso nell'awertire l'acuto dolore alla mano quando ruotal bruscamente l'impugnatura della gaffa; il sangue prese a gocciolare sul ponte del Sunflower. Ritraendo di scatto la mano, l'uomo si tastò sotto la giacca con l'altra, ed estrasse un lungo coltello che portava fissato alla cintura. Il compare era evidentemente incerto se accorrere in suo aiuto o rimanere sul fuoribordo, tenendosi pronto alla fuga. Tornai a scagliarmi contro il mio avversario, infilzandogli la punta acummata dell'arpione nel braccio. Lanciando un'imprecazione, tentò di allontanare la gaffa col coltello, ma io mi ero già ritratto e tornai nuovamente a sollevare l'arma contro di lui. Ormai l'uomo sembrava averne avuto abbastanza e, giratosi, si accinse affannosamente a scavalcare la battagliola. La mia lancia lo raggiunse alla nuca, proprio nel momento in cui stava saltando sul fuoribordo. Vidi i1 sangue bagnargli i capelli. Cadde addosso al massic- cio compare, che subito si staccò dal Sunflower, facendo oscillare pau- rosamente la piccola imbarcazione. Il tizio magro si mise ai comandi, innestando la retromarcia, la barca scatto all'indietro con un ruggito del motore, e per un soffio il gigante calvo non finí scaraventato fuoribordo. « Dannati ladri! » urlai. Lo smilzo si limitò a fissarmi, mentre il san- gue gli colava sul giubbotto. Dall'espressione dei suoi occhi, compresi che non era tipO da dimenticare, da ingoiare una sconfitta. Inserí la marcla avanti e la piccola imbarcazione si allontanò veloce, lasciandosi dletro soltanto una nuvola azzurrognola di gas di scarico e una macchia di sangue sulla punta della mia gaffa. E una donna. « Che diavolo...! » Per un istante restai immobile, sbalordito. La ragazza era stesa sulla cuccetta di dritta, e aveva sangue sul viso, sul petto e sulle mani. Indossava una gonna di lana e ciò che rimaneva di un maglione e mi fissava con occhi terrorizzati e colmi di lacrime. « E tu chi sei? » domandai, azionando la pompa del serbatoio dell'ac- qua dolce per riempire una tazza. La giovane non rispose; cercava di stringersi addosso in qualche modo il maglione a brandelli. Quando mi inginocchiai accanto a lei, si ritrasse bruscamente. 340 « Sta' ferma. Sto solo cercando di aiutarti. » Con uno straccio piú o meno pulito, mi accinsi a detergerle il sangue dal volto; quando il tes- suto sfiorò la pelle, la ragazza fu scossa da un brivido. « Niente di rotto, non preoccuparti » commentai. Il sangue era dovuto a un'emorragia nasale. Aveva una brutta escoriazione su uno zigomo, ma a parte i nervi scossi, sembrava non vi fosse nulla di grave. « Che cosa ti ha fatto? » « Mi ha minacciata con un coltello; e poi mi ha picchiata. » La voce le tremava, ed era irrigidita dallo spavento. « Sosteneva che ero venuta per accordarmi con lei e, poiché non parlavo, mi ha assalito e stracciato gli abiti. » Pronunciò le ultime parole singhiozzando. « Non avevo niente da dire. » Improwisamente, aveva cominciato a tremare. Scovai un sacco a pelo in mezzo al caos che regnava sul pavimento della cabina, e glielo avvolsi intorno alle spalle. Stringendoselo addosso, la donna si sforzò di dominare i singhiozzi e a poco a poco si calmo. Trasse alcuni profondi respiri, e finalmente, ripreso il controllo della voce, mi chiese se fossi il conte di Stowey. La domanda era talmente inaspettata che per un istante restai a guar- darla a bocca aperta. « E lei, il conte? » ripeté, come se dalla mia risposta dipendesse il suo futuro. « Sí. Ma non faccio mai uso del mio titolo. Chiamami pure John. E adesso, perché non ti risistemi un po'? Nei cassetti troverai qualche maglione. Sono un po' umidi, rna è sempre meglio che niente. Intanto, io preparerò il tè. » Continuando a fissarmi, la giovane si awiò verso il vano di prua e vi si chiuse a chiave. Imprecai fra i denti. Il tizio magrolino aveva buttato all'aria il Sunflo- wer da cima a fondo. Aveva forzato la serratura degli stipetti e vi aveva rovistato scaraventando a terra tutto il contenuto; aveva messo fuori uso la radio e tutte le mie rare, preziose carte nautiche erano sparse qua e là strappate e accartocciate. Apparentemente, sembrava che nulla fosse stato rubato, ma non potevo esserne certo finché non avessi avuto modo di ispezionare a dovere tutta l'imbarcazione. Preparai un tè forte, poi attesi. Trascorsero una decina di minuti prima che la ragazza ricomparisse con indosso uno dei miei maglioni. Aveva corti capelli neri, occhi scuri, la carnagione color miele. Da quel che potevo vedere, sembrava aver ripreso la padronanza di sé. « Il tè è pronto » le annunciai. « Zucchero? » « No, grazie. » Facendosi largo in mezzo al caos che regnava nella cabina, venne a sedersi di *onte a me. 341 CACCIA AL VAN GOGH Malgrado il viso graffiato, gli occhi spaventati e il maglione malconcio che aveva addosso, era decisamente graziosa. « Quel teppista ha distrutto anche la cabina di prua? » indagai. « Non quanto questa. » Rabbrividí. « Stavo aspettando là fuori nel pozzetto, quando sono arrivati. Erano in due, ma soltanto uno di loro è salito a bordo. Ho pensato che fosse un suo amico. » Fu scossa nuova- mente da un tremito. « Grazie per averlo messo in fuga. » « E stato un piacere. » Le porsi una tazza di tè. « Niente limone, mi dispiace. » Dopo aver lanciato un'occhiata circolare alla cabina a soqquadro trasse un profondo respiro e mi fissò « Mi chiamo Pallavicini. Jennifer Pallavicini. » Mi limitai ad accogliere l'informazione con un sorriso. « Non le dice niente, questo nome? » Dalla sua voce traspariva una velata indignazione. « Dovrebbe? » « Le abbiamo indirizzato lettere per ben tre anni, tramite sua madre. » Sogghignai. « Non mi ha mai spedito nulla. » « Poi abbiamo saputo che sarebbe tornato per il funerale » proseguí « e dal momento che non ha mai risposto ai nostri messaggi, sono stata incaricata di mettermi in contatto con lei. » Sembrava tutto molto owio per lei. Non altrettanto per me. Mi do- mandai come diavolo fosse riuscita a scovarmi, a Salcombe. « Chi è che ti manda? » Mi lanciò uno sguardo vagamente ostile. Era evidente che la signo- rina Pallavicini si stava riprendendo assai rapidamente. « Lavoro per sir Leon Buzzacott. » « Ah » commentai in tono neutro, sebbene in realtà quella risposta fosse alquanto illuminante. Buzzacott era il ricco magnate che era stato sul punto di acquistare il Van Gogh di Stowey ed era poi rimasto a bocca asciutta. Non aveva mai nascosto il suo amaro disappunto per l'accaduto; finanziere fra i piú brillanti di Londra, aveva aperto una sorta di galleria-museo nella sua tenuta di campagna, e il Van Gogh avrebbe rappresentato il suo fiore all'occhiello. « Che cosa fai, esattamente, per sir Leon? » mi informai. « Sono la curatrice delle opere d'arte europea del diciannovesimo secolo. » Mi dissi che si trattava di un compito decisamente impegna- tivo, oppure di una vanteria eccessiva; in ogni caso l'affermazione mi fece sorridere, il che parve irritarla. « Accidenti a lei ! » sbottò. 342 « Accidenti a me? » A me che l'avevo salvata dalle mani di un bruto, le avevo prestato i miei abiti, e preparato persino il tè!? Chiuse gli occhi, esasperata. « Sir Leon non ha mai abbandonato la speranza di riuscire a ottenere quel dipinto. Naturalmente, bisognerà stabilire un nuovo prezzo, ma sir Leon è pronto ad accettare qualsiasi proposta ragionevole... il che, in base alle quotazioni di mercato attuali, significa che il quadro vale almeno venti milioni di sterline. » Noi vagabondi del mare ostentiamo un fiero disprezzo per il denaro, ma quando c'è qualcuno disposto a sganciare venti milioni di bigliet- toni... « Perbacco! » sogghignai. « Si può comprare una barca coi fioc- chi con tutti quei soldi. » « Già » commentò lei, gelida. « C'è un solo intoppo: io non ho il dipinto. » « Però sa dove si trova. » Non era una domanda, la sua, bensí un'af- fermazione. Esattamente come i miei familiari, la ragazza non aveva dubbi che fossi io l'autore del furto. « No » replicai in tono pacato, « non lo so. » « Prima di morire » dichiarò seccamente la signorina Pallavicini, « sua madre aveva trovato le prove della sua colpevolezza. Uno dei suoi complici ha confessato. » « Magnifico! Peccato che non sia vero. » « Sua madre voleva metterla di fronte all'evidenza e rivolgerle un ultimo appello. Inoltre, l'uomo che era qui mi ha detto che lei è tornato per vendere il dipinto anche se - ha soggiunto - non ne avrebbe il diritto. » Quel particolare attirò la mia attenzione. « Dawero? E allora, per- ché se l'è presa con te? » Scrollò le spalle. « Appena salito a bordo, mi ha domandato se sapevo qualcosa del quadro, e sono stata tanto sciocca da rispondergli di sí. Quando l'ho informato che lavoro per sir Leon, voleva che gli dicessi quanto le avremmo pagato il dipinto e quando lei ce lo avrebbe mostrato. Gli ho risposto che non esisteva alcun accordo in proposito, ma non mi ha creduto. » « E per questo motivo ti ha picchiata? » Annuí con un rigido cenno del capo. « Comunque » proseguí, « ciò che conta è che siamo riusciti a metterci in contatto con lei, alla fine. Tutto ciò che chiediamo è che lei tratti con noi e con nessun altro. » Scossi la testa. « Non posso farlo; non ho rubato io la tela, e non so dove si trovi. » « Questo è quel che sostiene lei. » 343 Cercai di soffocare la mia collera. Jennifer Pallavicini era davvero incantevole, ed è stupefacente come una bella ragazza possa influire sulle buone maniere di un uomo. « Dovrebbe sapere » proseguí lei, « che il dipinto legalmente le appar- tiene. Sua madre l'ha lasciato a Elizabeth, ma poiché la proprietà dell'o- pera era già stata trasferita allo Stowey Trust prima del decesso di suo fratello, la disposizione testamentaria è nulla. » Levò lo sguardo verso di me. « In pratica, milord, lei ha rubato qualcosa che era di sua pro- prietà. » Lo Stowey Trust, che raggruppava la totalità dei beni dei Rossendale era stato istituito allo scopo di contenere future tasse e diritti di succes- sione. Attualmente era ridotto a ben poca cosa, proprio a causa della perdita del dipinto, tuttavia il principale beneficiario era da sempre il conte di Stowey, il che significava che, se fossi stato io a far sparire il Van Gogh, avrei effettivamente derubato me stesso « Sir Leon è disposto a chiudere un occhio su una sua eventuale complicità nel furto della tela, se ora ci aiuta a recuperarla. » « Davvero gentile, da parte sua. » Lei si strinse nelle spalle. « Stiamo soltanto cercando di aiutarla milord. » « Non chiamarmi cosí! » la investii furibondo. « Ascoltami bene » ripresi poi, con tono piú calmo, « mia madre non poteva avere alcuna prova che fossi stato io a rubare il quadro, dal momento che non sono io il ladro. Se fosse stata in grado di dimostrare la mia colpevolezza sarebbe andata dritta alla polizia. Perciò, torna da Buzzacott e riferisci- gli che quella maledetta tela non sono io ad averla fatta sparire e che non ho la minima idea di dove si trovi. E con questo, la faccenda è chlusa. » Jennifer Pallavicini non batté ciglio. « Sir Leon offre venti milioni di sterline per ll dipinto, signor Rossendale, pagabili in qualsiasi valuta e paese lei scelga. » Restò in attesa di una risposta, poi, visto che non parlavo, riprese: « Può considerare questa proposta trattabile, e non un'offerta definitiva ». Mi sentivo offeso dall'arrogante supponenza con cui Jennifer Pallavi- cini dava per scontata la mia colpevolezza; non curandomi piú di nascondere la mia irritazione, afferrai la tazza di tè della ragazza e la rovesciai nel lavandino. « Addio, signorina Pallavicini. » Afferrando la borsetta, la donna ribatté: « Si aspetta forse che me ne vada a nuoto? » Era arrivata fino al Sunflower a bordo di una delle barche che, a 344 Salcombe, svolgono il servizio di collegamento tra il molo e le imbarca- zioni ormeggiate al largo. Dal momento che la radio era fuori uso, non ero in grado di chiamarne una per rispedire Jennifer Pallavicini a riva; senza aprire bocca, rimontai perciò sul canotto e mi rimisi ai remi sotto la fastidiosa acquerugiola. Una volta sbarcata sul molo, la ragazza si volse verso di me. « Un'ultima domanda, signor Rossendale. » Gli occhi scuri mi lanciarono un'occhiata di sfida. « Perché la sua barca si chiama Sunflower? » « L'ho acquistata da un italiano, I'aveva battezzata Girasole. Poiché cambiare nome a un'imbarcazione porta sfortuna, mi sono limitato a tradurlo. In altre parole, signorina Pallavicini, si tratta di una pura e semplice coincidenza. » Restò a fissarmi per un po', evidentemente incerta se credere alla mia spiegazione, poi si incamminò in direzione del paese. SEDUTO nella cabina a soqquadro, tentai di trovare un nesso tra i fatti di cui ero appena venuto a conoscenza. Sospettavo che mia madre, persuasa della mia colpevolezza, avesse inventato la storia del complice. Il che non spiegava tuttavia perché quel tipo smilzo e aristocratico avesse buttato all'aria il Sunflower. A quanto pareva era convinto che io avessi il quadro e fossi in procinto di venderlo. Be', quel quadro io non l'avevo, né lo volevo. La soluzione migliore sarebbe stata di prendere il largo e dimenticare l'offerta dei venti milioni di sterline. Riordinai sommariamente la cabina. Grazie a Dio, I'intruso non aveva trovato il denaro. Il contante - banconote di paesi diversi - era riposto in un anonimo barattolo di grasso sulla mensola degli attrezzi, accanto al motore. Ma, dopotutto, mi dissi, quel tizio non cercava quattrini: solo un dipinto da venti milioni di sterline. E poiché non aveva portato a termine la perquisizione, era anche possibile che tor- nasse. Lo immaginai con la mano bendata, I'aria spavalda, strisciare a bordo del Sunflower nel cuore della notte. Non avevo molto denaro, dopo aver risistemato il Sunflower, mi sarebbero rimaste al massimo cinquanta sterline, assolutamente insuffi- cienti per acquistare i rifornimenti necessari per il lungo viaggio verso sud. Mi serviva quindi un posto dove poter effettuare da solo la maggior parte delle riparazioni, nonché un lavoro per racimolare alla svelta un po' di quattrini. Nessuno tentò di salire a bordo del Sunflower, quella notte. Mi alzai di buon'ora strappandomi a un sonno agitato, e salpai nell'alba limpida. Dopo gli inquietanti eventi del giorno precedente, era meraviglioso 345 CACCIA AL VAN GOGH trovarsi di nuovo per mare. Non ero diretto lontano - appena un po' piú giu lungo la costa del Devon - e non avevo alcuna fretta: entrai nell'am- pia insenatura del porto di Plymouth verso mezzogiorno. In quelle acque, su cui ora spiccavano le chiazze oleose lasciate dietro di sé dalle petroliere, avevano incrociato tutte le navi piú importanti della storia inglese: la Victory e la Mayflower, la Revenge e la Golden Hind. Risalii lungo la foce del Plym. L'approdo che avevo scelto non van- tava storiche memorie né antichi splendori. Si trattava di un cantiere con un bacino sgangherato, una sudicia banchina, un'officina, un ma- gazzino e uno squallido ufficio. Mi ero aspettato che il vecchio cantiere fosse stato venduto, e invece eccolo là, monumento all'indolenza e all'incuria. Ormeggiato il Sunflower accanto a un decrepito barcone da pesca, mi arrampicai lungo una scaletta arrugginita fino alla banchina. Spinsi la porta dell'ufficio; al posto del pannello di vetro, evidentemente andato in frantuml, era stato fissato un pezzo di cartone. Lanciai un saluto alla segretaria seduta dietro la vecchia scrivania. « Ancora qui, Rita? » « Johnny? Non è possibile! Sei davvero tu? » mi fissava sbalordita. Rita era una ragazza semplice e di buon carattere, che trascorreva la glornata leggendo fotoromanzi. « Ebbene, sí. » Con un'elaborata riverenza, le presi la mano e deposi un bacio su un'unghia accuratamente laccata. « Il vecchio pazzo è qui? » « Probabllmente starà dormendo. » Stringendomi nelle spalle, spalancai la porta dell'ufficio accanto. George Cullen si svegliò di colpo, farfugliando, sbatté le palpebre e finalmente mi riconobbe. Sorridendo, si alzò per tendermi la mano « Milord, quale onore! » « Puoi continuare a chiamarmi Johnny. Come te la passi, vecchio Mi strinse la mano. « Johnny » ripeté esitante, sebbene quello fosse l'unico nome col quale mi avesse mai conosciuto. « Che sorpresa! Ti va di bere un bicchiere in compagnia di un vecchio amico? » Cosí dicendo, estrasse una bottiglia di scotch scadente, con un'eti- chetta che non avevo mai visto prima. George era un simpatico furfante, sempre a caccia di pettegolezzi Il cantiere era ormai praticamente in disarmo, e le sue entrate proveni- vano per lo piú dalla ricettazione di materiale rubato a bordo di imbar- cazioni. Conoscevo quell'uomo da quando avevo tredici anni- allora ero sohto trascorrere le vacanze lavorando nel cantiere. A quei tempi al Cullen's Boats ferveva ancora una parvenza di attività. George si avvicinò alla finestra e lanciò un'occhiata al Sunflower. « Sei venuto soltanto a farmi una visita, vero, Johnny? » Scossi il capo. « Mi serve il tuo scalo di alaggio per un paio di giorni, e quel che ti è rimasto in magazzino. Ma non preoccuparti: mi guada- gnerò vitto e alloggio. » « Ah... » George aveva aggrottato la fronte; probabilmente si era aspettato che gli offrissi del denaro, e invece avevo suggerito che fosse lui a pagare me per qualche lavoretto. « Ancora una cosa, George. » « Che altro c'è? » domandò sospettoso, rilevando il tono grave della mia voce. « Voglio che nessuno sappia della mia presenza qui. » George era indubbiamente un vecchio parassita indolente, ma aveva un naso infallibile per fiutare i guai. Si accasciò sulla sedia. « Ancora la polizia, Johnny? » « Non si tratta della polizia. Un paio di delinquenti sono convinti che io sia in possesso di una certa cosa. Sono venuti a cercarla, ieri, e potrebbero tornare. Perciò, non voglio che sappiano dove mi trovo. » « Qualcuno che conosco? » Non potei fornirgli molti dettagli sul gigante calvo, ma fui in grado di dargli un'eccellente descrizione del tizio smilzo. « Garrard » sentenziò gravemente. « Trevor Garrard. Era nell'eser- cito. Un furfante molto snob. Aveva un coltello? » « Sí. » « Allora era proprio lui. Non devi preoccuparti del suo compare - non è che un grosso mucchio di muscoli - ma devi fare attenzione a Garrard; è pericoloso. » C'era ben poco che George ignorasse sull'am- biente della malavita della zona. « Garrard è stato radiato dall'eser- cito » proseguí. « In seguito, è stato incastrato dalla Finanza. Aveva fatto qualche lavoretto nel giro degli allibratori, ma non credo che si azzarderebbe a farsi vedere ancora in un ippodromo, di questi tempi. Aveva la mano pesante, sai, e cosí qualcuno ha fatto una soffiata sul suo conto; perciò ormai si occupa per lo piú di sgomberi. » « Sgomberi? Che roba è? » George sospirò. « Immagina di avere una proprietà, un inquilino che ti paga una miseria di pigione, e la legge non ti consente di buttarlo fuori. Ecco che puoi ingaggiare un esperto di sgomberi. Al tuo inquilino cominciano a capitare cose sgradevoli; niente piú acqua dal rubinetto, topi che invadono la casa, gatti strangolati. L'inquilino finisce per aver- ne abbastanza, si trasferisce altrove, e tu paghi il tuo esperto per i servizi resi. » 347 « Conosci personalmente questo Garrard? » « No. » George si fece d'un tratto evasivo. « So solo che ha fatto dei lavoretti per qualche uomo d'affari locale. Viene da Bristol, credo Ronny Peel, invece, il suo compare tutto muscoli, è di Londra. E capace di ridurti m polpette, se qualcuno glielo ordina, ma in fondo non è una bestia, lui. Capisci che intendo dire? » « Bene, non voglio che sappiano che sono qui. » « Non temere, terrò la bocca chiusa » promise e gli credetti. In un lontano passato mi aveva offerto un provvidenziale rifugio dalla mia famlgha e mi aveva insegnato a saldare l'acciaio e a lavorare il legno Era in quel decrepito cantiere che avevo trovato il mio primo, vero lavoro, a bordo di uno yacht. UNA VOLTA tirato in secco il Sunflower e sistematolo sulla griglia di George, potei constatare quanto fosse danneggiato lo scafo. Una "gri- glia" è semplicemente una piattaforma, sulla quale si può portare in secca un'imbarcazione sfruttando la bassa marea. Avrei avuto a disposi- zione sette ore circa per lavorare, fra un'alta marea e l'altra, prima che il riflusso mi costringesse a smettere. Il Sunflower era ben ormeggiato ma per evitare che oscillando si rovesciasse e cadesse dalla piattaforma tesi dalle crocette una cima spessa quasi un centimetro e mezzo, fissan- dola a una caviglia ad anello infissa nella parete esterna dell'officina. Annodai quindl delle striscioline di tela rossa intorno al cavo, e lasciai un vistoso cartello: NON TOCCARE QUESTA CIMA! Avviai il vecchio compressore di George, mi denudai fino alla cintola e attaccai la sabbiatrice. Non potendo permettermi di comperare della sabbia adatta, dovevo accontentarmi dell'umida poltiglia ammontic- chiata dietro il magazzino. Anche il carburante del compressore era in condlzioni pietose; il motore sussultava con ritmo irregolare. Ogni volta che l'alta marea mi costringeva a sospendere il lavoro sullo scafo, scen- devo in cabina a riparare gli stipetti danneggiati. Il denaro nel barattolo del grasso stava diminuendo paurosamente avevo bisogno di quattrini, ma nel cantiere di George non c'era alcuna possibilità di trovare lavoro. « Perché continui a tenere in piedi la ba- racca? » gli domandai. « Mi permette di stare alla larga da mia moglie » spiegò ridacchiando mentre mi osservava spalmare resina sull'acciaio scintillante. « E poi c'è l'altra faccenda. » L'altra "faccenda" riguardava il materiale rubato che transitava nel suo magazzmo. « Bada bene » riprese, « con tutto ciò, ho anche pensato di vendere tutto. Ti interesserebbe, Johnny? » « A me? » Scoppiai a ridere. « La sola verniciatura del Sunflower basterà a ripulirmi le tasche. » « Johnny... » fece George dopo un attimo, « quel quadro... » Si fermò. Doveva aver intuito che i miei problemi con Garrard erano stati provocati dal Van Gogh. « Non sono riusciti a provare niente, contro di « Se lo avessero fatto, credi che mi troverei qui, adesso? Sarei finito dritto dritto in galera. » George parve trovare la risposta convincente. « Ora che tua madre è morta, suppongo che il dipinto appartenga a te. » « Non secondo il suo testamento. Lo ha lasciato a mia sorella. » Volevo scoraggiare le congetture di George, ma in effetti sospettavo che Jennifer Pallavicini avesse ragione e che il quadro, se mai fosse stato recuperato, sarebbe stato probabilmente di mia proprietà. « Deve certo valere una bella cifra » commentò George con aria meditabonda . . . « Puoi ben dirlo. Sir Leon Buzzacott mi ha offerto ventl mfllonl d sterline, l'altro giorno; probabilmente ne vale anche di piú. » George tirò una boccata della sua pipa. « Quei due tizi » continuò, « pensi che stiano dietro al quadro? » « Sicuro. E anche sir Leon Buzzacott, senza contare la mia sorella gemella. Mezzo mondo vuole quella maledetta tela, mentre tutto quel che vorrei io è un po' di carburante pulito. Ne hai? » Scrollò la testa. « Dunque, potresti essere milionario, Johnny? » « Te l'ho detto, il quadro appartiene a mia sorella. E adesso levati di torno, George. Ho da fare. » Dopo che se ne fu andato, continuai a lavorare fino alle cinque, poi chiamai il numero di Charlie dall'ufficio di Rita. Non era ancora tornato dallo Hertfordshire. Chiesi a Yvonne di riferirgli che mi trovato al cantiere di George Cullen. Promise che l'avrebbe fatto, ma la sua voce non suonava particolarmente affabile. « Che diavolo di lavoro fa Charlie, adesso, per essere cosí occupa- to? » domandai a Rita. Soffiando sulle unghie laccate di fresco, la ragazza mi rispose: « E diventato un pezzo grosso, Charlie. E pieno di soldi ». « Sí e io sono il Papa. » « Dico davvero » insistette lei. « Escavatori, bulldozer, gru; qualsiasi cosa ti venga in mente, Charlie Barratt ce l'ha. Possiede anche una . barca stupenda. Un grosso cabinato da crociera, con tanto di piscina riscaldata. » 349 Uscii e ripresi a lavorare sul Sunflower. Al tramonto, ero stanco morto. Mi versal un bicchiere del disgustoso whisky di George, mangiai un po' di stufato e andal a dormire. Ml SVEGLIAI verso l'una di notte. La bassa marea era terminata da soli ventitre minuti, il che significava che il Sunflower era in secca da almeno Tesi l'orecchio per capire che cosa mi avesse destato, ma udii soltanto le drizze che sbatacchiavano contro l'albero maestro, mentre il vento alitava sulle crocette. Eppure, qualcosa aveva messo in azione il mio sistema d'allarme mconscio. Sporsi la mano verso l'interruttore della luce, poi m'immobilizzai. Qualcuno stava aprendo il cancello del cantiere. Riconobbi lo stesso stridlo dl cardlni non oleah che aveva interrotto il mio sonno. Poiche la cabina era aperta, potei arrampicarmi su per la scaletta e scendere nel pozzetto senza fare alcun rumore. Un furgone scuro, a fari spenti, avanzava lentamente nello spiazzo davanti al cantiere. Poteva trattarsi di amici di Cullen, autorizzati a scaricare merce rubata nel magazzino. Di solito, però, George mi preawertiva quando era immi- nente qualche "movimento", mentre questa volta non mi aveva detto nulla. L'automezzo si arrestò e il motore fu spento. Staccai dai supporti la mia gaffa. Le portiere anteriori del furgone si aprirono senza rumore e due individui saltarono a terra. Grazie alla lampadina accesa all'esterno della porta dell'ufficio di George, riuscii a riconoscere Garrard e Peel Come dlavolo avevano fatto a scovarmi? Doveva essere stato George Mi dissi che era stata tutta colpa mia, per avergli detto che il quadro valeva almeno venti milioni. Mentre i due uomini avanzavano lentamente verso il Sunflower, sca- valcai il pulpito di poppa e mi calai sulla griglia, sempre impugnando la gaffa. Sotto di me, I'acqua era nera come l'inchiostro Potevo udire dlstintamente i passi dei due che si stavano avvicinando- mi abbassai fino a ritrovarmi immerso nell'acqua lurida e gelata. Rabbrividendo, mi allontanal con una spinta dalla griglia, dirigendomi silenziosamente verso il decrepito barcone da pesca ancorato all'esterno del bacino. Mi lasciai scivolare fino all'anello arrugginito fissato all'estremità del molo che mi forní l'appiglio per una nuova spinta, grazie alla quale stavolta riuscii a raggiungere l'ombra impenetrabile fra il barcone e il muricciolo Un fascio di luce saettò sulla superficie dell'acqua e andò a posarsi sul í 350 Sunflower, Iottai per riuscire a superare l'angolo della banchina e rag- giungere iHato esterno verso il fiume, dove una scaletta di ferro consen- tiva di issarsi sul molo. Udii uno dei due uomini saltare a bordo del Sunflower; avevano ormai abbandonato ogni cautela. Voltai l'angolo e, seguendo la cor- rente, riuscii ad agganciarmi alla scaletta con la gaffa, quindi mi arram- picai lungo i pioli arrugginiti. Il fascio di luce dardeggiò sopra la mia testa- m'immobilizzai. « E andato. » Era la voce di Garrard, che stava risalendo sull'altra estremità della banchina. Il fascio di luce riprese a frugare lo spiazzo antistante; arrivato in cima alla scaletta, mi lasciai rotolare nell'ombra di uno dei tanti mucchl d ciarpame che ingombravano il cantiere di George. Mentre Peel ispezionava il cortile, Garrard perquisí il Sunflower. Notando la cima tirata dalle crocette all'anello nel muro, le diede uno strattone, e l'albero oscillò verso di lui. Sapevo quel che gli stava pas- sando per la mente: senza quel cavo di rinforzo, I'equilibrio della barca sarebbe stato assai precario. Malgrado pesasse qualche tonnellata, il Sunflower era appoggiato sulla chiglia, e una spinta decisa sarebbe stata sufficiente a farlo cadere come un masso nell'acqua poco profonda, un paio di metri piú sotto. Con un colpetto, Garrard fece volare a terra il mio cartello d'avverti- mento. M'irrigidii, pronto a slanciarmi su di lui, ma anziché estrarre il coltello per recidere la cima, I'uomo si accese una sigaretta e si lascio andare contro il muro dell'officina. Sembrava non avesse alcuna inten- zione di danneggiare il Sunflower, né di proseguire la perquisizione della barca. Quella notte i due parevano avere un unico oblettlvo: trovare me. « Se l'è squagliata. » Peel entrò nel mio campo visivo; aveva un'ana scoraggiata. « Metti in moto il furgone » gli ordinò Garrard. L'altro, obbediente, awiò il motore e accese i fari. Ebbi modo di osservare meglio Garrard, ancora in abiti da fantino. La mano destra bendata non sembrava ostacolarlo. Quasi distrattamente, estrasse il coltello e lo alzò verso la fune di fissaggio del Sunflower. La lama doveva essere affilata come un rasoio; recise la grossa cima senza alcuno sforzo apparente. Mi irrigidii di nuovo, preso improwisamente dal panico. Garrard se ne stette a guardare per un po', ma il Sunflower restò dritto. Schiacciato il mozzicone della sigaretta sotto la scarpa, I'uomo aprí la portiera e salí sul furgone, che subito si allontanò. 351 Silenzio. Mi alzai lentamente. Sebbene fossi gelato fino alle ossa, la cosa plú urgente era recuperare e risistemare la cima recisa, il che avrebbe richiesto parecchio lavoro e molta attenzione. Mi calai nel pozzetto con estrema cautela, per non compromettere il precario equili- brio della barca. Trovato un rotolo di corda, lo gettai sulla banchina quindi risalii a terra. Ci vollero cinque minuti per liberare l'estremità recisa della cima che il vento aveva attorcigliato alle sartie, e altri cinque per annodarla stret- tamente al nuovo pezzo di corda. Dopo aver sistemato e teso a dovere il tutto, tirai un sospiro. Il Sunflower era salvo. « Ben fatto » commentò Trevor Garrard. Mi girai. Era sul molo, a non piú di cinque passi di distanza. La mano bendata stringeva il coltello, ma non fu tanto la lama a turbarmi, quanto l'espressione del suo viso, debolmente illuminato dalla lampadina appesa all'esterno dell'ufficio di George. Non c'era traccia di emozione in IUI. Qualunque cosa stesse per succedere, ora, si sarebbe trattato di qualcosa di violento. « Non sei poi cosí furbo come credi; era piuttosto ovvio che ti saresti preclpltato a fissare dl nuovo la barca, non appena ce ne fossimo anda- tn E bastato restare in attesa dietro il cantiere. » Sorrise, abbozzando un lieve, lromco Inchino. « Buona sera, milord. » La sua fredda disinvoltura era agghiacciante. Arretrai di qualche passo, ma l'umca possibilità di scampo sarebbe stata gettarsi nel fiume e Garrard si frapponeva fra me e quella via d'uscita. Udii il cancello che si rlapnva clgolando. « Ecco Peel che torna » mi annunciò Garrard. « Non hai ancora fatto conoscenza con lui, vero? Ora te lo presenterò. » Il mio piede urtò un puntale di metallo abbandonato per terra, Io raccolsi rapidamente, ma la mia nuova arma non parve preoccupare il mio avversano. « Peel! » gridò. « Vai a cercare della tela cerata. » Tornò a fissarmi. « Se ti azzardi a usare quel pezzo di ferro, milord, sarò costretto a farti piuttosto male. » « Non ho io il quadro » dichiarai, nella vana speranza di fermarlo. « Lo so bene. Il mio compito è assicurarmi che tu non ne entri in possesso. » Perché era tanto sicuro che non avessi il dipinto? Tenevo il puntale abbassato, Impugnandolo come un coltello. Mi dissi che, forse, sarei nuscito a vibrare un unico, micidiale colpo prima che Garrard potesse far uso della sua lama. Dovevo raggiungere il fiume. 352 « Stai trattando con Buzzacott; questa faccenda deve finire » disse Garrard, in tono accusatorio. « Trovato! » Peel aveva scovato un vecchio telone, e lo stava trasci- nando nel cortile. Mi girai a fronteggiarlo, continuando a lanciare occhiate alle mie spalle per controllare che Garrard non si muovesse. Restò fermo. « Sua Eccellenza sembra infreddolito, Peel » commentò Garrard. « Impacchettalo a dovere. » Peel avanzò verso di me, reggendo il telone come la cappa di un torero. Malgrado fossi spaventato, ero ancora convinto che sarei nu- scito a mettere nel sacco quei due e a fuggire lungo il fiume. « Buono, adesso, ragazzo. » Peel era a pochi passi da me. Voltandomi di scatto, mi slanciai su Garrard, che per un attimo sem- brò restare impietrito dalla sorpresa nel vedermi alzare il puntale su di lui per vibrargli un disperato fendente. Poi, con un movimento imper- cettibile allungò un piede, facendomi inciampare. Finii lungo disteso per terra, mentre la mia arma rotolava lontano. Garrard era sopra di me, il coltello in pugno. « Sua Signoria ha forse in serbo per noi qualche altra amenità? » Gli sferrai un pugno, ma Garrard mi conficcò le unghie nel collo e fui paralizzato da un dolore lancinante. Boccheggiai, tentando di npren- dere fiato; non riuscivo a gridare, non potevo muovermi. Dovetti restarmene là, gli occhi sbarrati, mentre Peel mi awolgeva nel telone umido e appiccicoso con movimenti quasi delicati. « Ecco fatto » mor- morò in tono rassicurante, « non ti ho fatto male, hai visto? » D'un tratto fui preso dal terrore; ero ormai completamente in balia di quei due. Alzai su Garrard uno sguardo colmo di odio impotente. Il telo mi immobilizzava come una camicia di forza. Avevo imparato la lezione: Garrard era un esperto nell'infliggere dolore ed esercitare violenza. L'esercito lo aveva addestrato, ma non era riuscito a lmporgh alcuna disciplina, ed egli era ora una belva pericolosa, feroce e senza freni. Rinfoderò il coltello. « Ritengo tu abbia diritto a qualche spiega- zione. Pertanto, milord, mi limiterò a dirti che la tua colpa è consistita nell'aver ereditato il quadro. » « Non so di che diavolo stai parlando. » « E giunta l'ora per te, di scontare il tuo peccato. Prendi Sua Eccel- lenza, Peel. » Sollevatomi come se fossi stato un bambino, Peel attraversò il cortile e mi depose sul bordo del molo. « Lo scopo di quest'azione » annunciò Garrard, « è far sembrare che 353 tu sia annegato durante il sonno. » Balzò a bordo del Sunflower, tor- nando dopo un attimo col mio sacco a pelo. « Intendo far sí che la tua morte non susciti il minimo sospetto. » « Per l'amor di Dio.. . » sbottai. « Chiudi il becco. » Per la prima volta, nella sua voce trasparí chiara- mente una nota di feroce aggressività. « Tienilo fermo, Peel. » Stavo per morire, ma prima avrei dovuto assistere alla rovina del Sunflower. Garrard sciolse l'ormeggio che teneva la barca saldamente ancorata alla banchina. Quando Rita o George avessero trovato il Sun- flower, il mattino seguente, avrebbero pensato che la cima si era slegata da sola, la barca si era rovesciata, e io ero rimasto intrappolato nella cabina invasa dall'acqua. Awertivo in bocca il sapore della paura, amaro come fiele. Tentai invano di liberarmi. « Calmati » disse Peel. « Agitarsi non serve a niente. » Garrard procedeva sulla banchina in direzione del fiume reggendo la cima che aveva liberato, cosí che, con uno strattone, avrebbe trascinato il Sunflower giú dalla griglia. « No ! » urlai, in preda alla disperazione. Il Sunflower cominciò a muoversi, mettendo tuttavia a dura prova la forza taurina di Garrard. Questi prese a tirare il cavo con movimenti ritmati, e lo scafo, centimetro per centimetro, rispondeva alla sollecita- zione. Potevo vedere la cima dell'albero maestro scorrere lentamente nel cielo, stagliandosi contro le nuvole notturne. « No! » protestai ancora, gemendo. Il Sunflower oscillava, in bilico sulla lunga chiglia. Garrard grugniva, seguitando a tirare. Infine vidi la barca cadere. I cavi d'ormeggio la trattennero per qualche istante, ma il peso dello scafo vinse la resistenza delle funi. La punta dello scafo si schiantò contro l'estremità della piattaforma- I'albero maestro scricchiolò, si spezzò e si abbatté contro il fondo. La chiglia era ancora sospesa sulla griglia. Per un secondo pensai che l'in- tero scafo si sarebbe capovolto, ma fortunatamente le travi che lo pun- tellavano lateralmente cedettero e il Sunflower piombò nell'acqua sot- tostante senza ribaltarsi. Una piccola ondata s'infranse contro il molo « Ottimo lavoro » commentò Garrard in tono compiaciuto. Il Sunflo- wer giaceva semicoricato su un fianco, nell'acqua nera e torbida. Col montare della marea, si sarebbe riempito fino ad affondare. « Ciò che faremo adesso » - Garrard, tornato sui suoi passi, si trovava ora accanto a Peel - « è farti annegare, milord. » CACCIA AL VAN GOGH « Devo metterlo nel sacco a pelo, prima? » domandò Peel, esitante. « Sarà piú facile farlo quando è morto. Buttalo in acqua e battezzalo a dovere. Buonanotte, milord. » Ero dawero sul punto di morire, e non sapevo neppure perché. « Per l'amor del Cielo! Non ho fatto niente! » « Hai ereditato, milord. E stato questo, il tuo grosso errore. » Gar- rard scoppiò a ridere. Era estremamente compiaciuto. Il presunto inci- dente che stava improwisando poteva definirsi senz'altro una trovata gemale. Continuavo a ignorare il motivo per cui mi si voleva morto; sapevo solo che doveva avere a che fare col Van Gogh. « Legalo » intimò Garrard al compare. « Ma non ho la corda. » « Dio mi scampi dal dover lavorare ancora con imbecilli come te! » Garrard si allontanò a grandi passi verso il magazzino, alla ricerca di un pezzo di fune. « Chi vi ha mandati? » domandai a Peel. « Sai bene che non possiamo dirtelo. » Si alzò in piedi di scatto. Si udí il rombo di un motore e il cantiere venne illuminato all'improwiso dalla luce di due fari. « Signor Garrard! La polizia! » urlò Peel in preda al panico. Un'auto, sopraggiunta in velocità, si era arrestata in mezzo al cortile. Garrard si rifugiò di corsa dietro il magazzino, mentre Peel già se l'era data a gambe, nascondendosi sul retro dell'officina. Rotolando su me stesso nel tentativo di districarmi dal telo che m'imprigionava, scorsi Garrard che si precipitava verso il cancello aperto. « Fermatelo! » gridai. Riuscii finalmente a liberarmi, e mi rialzai barcollando. Abbagliato dalle luci dell'auto, potevo distinguere soltanto la sagoma di un uomo piuttosto alto che, ignorando i miei aggressori, si stava dirigendo lenta- mente verso di me. Si fermò a pochi passi di distanza. « Mio Dio, guarda in che stato sei ridotto, amico. » Non si trattava della polizia. Era Charlie Barratt. Gli andai incontro; le ginocchia mi tremavano per la debolezza e l'emozione. « Salve, Johnny. » Resosi conto che stavo per crollare a terra, Char- lie si slancib in avanti. Mi prese tra le braccia, sostenendomi, poi mi fece sedere con delicatezza contro la parete dell'officina. Tremavo e piangevo. Charlie andò a prendere una coperta in auto e me la avvolse attorno alle spalle. Chinatosi quindi accanto a me, mi appoggib alle labbra una fiaschetta. « Su, Johnny, bevi. » 354 =- 355 Era scotch. Mi andò per traverso, e fui costretto a sputarlo. « Mi dispiace... » balbettai. « Sta' zitto, sciocco. Avanti, butta giú. » E d'un tratto seppi che non avevo piú nulla da temere e che tutto si sarebbe aggiustato, perché avevo ritrovato il mio amico Charlie. Anzi lui aveva ritrovato me, e mi aveva salvato la vita. Parte seconda A LLA VIVIDA LUCE di una torcia che aveva estratto dal bagagliaio dell'auto, Charlie stava esaminando il Sunflower incagliato. Imprecb, incredulo e sdegnato alla vista di ciò che Garrard aveva fatto alla mia barca. Poi, affrontando la situazione con la sua consueta prati- cità, cercò di considerare l'incidente con ottimismo. « Non ti preoccu- pare, Johnny. La ripareremo. Domani farò venire qui un paio dei miei ragazzi con una gru. Porteremo la barca da me, e la faremo tornare come nuova. D'accordo? » Ero troppo debole per aiutarlo, mentre balzava sul molo e fissava una cima alla bitta dello specchio di poppa del Sunflower. « Cosí, almeno, siamo sicuri che non andrà da nessuna parte » mi gridb. A parte una certa aria piú florida, Charlie non era cambiato affatto. Aveva conservato il suo sorriso pronto, la capigliatura ribelle. Era un uomo di carattere, straordinariamente in gamba, che rifiutava di dar peso a qualsiasi difficoltà. « Salta in macchina; ce ne andiamo a casa. » Aveva una Jaguar nuova di zecca, con morbidi sedili in pelle. Mentre salivamo a bordo, Charlie mi comunicb: « Sono stato via, sai, ma appena Yvonne mi ha detto che eri qui, sono tornato a casa di corsa ». « E stata una dannata fortuna, per me, che tu lo abbia fatto. » « Siamo sempre stati fortunati, tu e io. » Sogghignò. « Suppongo » riprese, « che tu non voglia chiamare la polizia. » Mi indicò il telefono della vettura, ma scossi la testa. Dopo l'esperienza di quattro anni prima, non volevo avere piú niente a che fare con i poliziotti. « Bene allora andiamocene di qua. » Charlie chiuse la portiera, avviò il motore e lasciammo rapidamente il cantiere di George. « Dunque, che cosa volevano farti, quegli animali? » « Stavano per uccidermi. » Avevo ricominciato a tremare. Raccontai tutto ciò che era accaduto e quando dissi che doveva essere stato George Cullen a tradirmi, Charlie imprecò, grugnendo con aria minac- ciosa. Gli spiegai che il tentativo di assassinarmi era in qualche modo collegato al furto del Van Gogh. « Quel dannato quadro » sbottò disgustato, « ho visto fiori piú belli sulle cartoline di buon compleanno. » « Quelle non valgono venti milioni, però. » « Dici sul serio? » Lanciò un fischio di stupore e continuò a guidare in silenzio per qualche minuto, poi sbottò in una risata sprezzante. « Sono tutte fesserie, Johnny. Diavolo, mi converrebbe vendere tutti i miei camion domani, e comperarmi una scatola di colori. Credi a me, nessun quadro può valere venti milioni di sterline. » « Hanno cercato di uccidermi, a causa di quel dipinto. Sembrano temere che io possa entrarne in possesso e venderlo. » Charlie usò il telefono dell'auto per chiamare il suo capo-officina. Gli disse che voleva una gru e un camion con un ampio pianale al cantiere di Cullen, all'alba. Poi, mi parlò della sua azienda. « Subap- palto macchinari per le costruzioni stradali, per lo piú, ma se c'è da guadagnare posso fare qualsiasi cosa. Naturalmente sono indebitato fino al collo, ma chi non lo è, al giorno d'oggi? » Stavamo correndo lungo le strette strade di campagna del Devon, ora, e la Jaguar sfiorava le siepi laterali. « Hai ancora i cani? » volli sapere. « Sicuro. » Al mio amico era sempre piaciuto andare a caccia con i suoi terrier. Era stato cosí che lo avevo incontrato, la prima volta. Lui aveva otto anni, io sette, e lo avevo sorpreso mentre entrava di nascosto nella proprietà di mio padre. D'un tratto Charlie assunse un tono grave. « Ho saputo che tua ma- dre è morta. » « Maledicendomi. » « Era una vecchia signora inacidita » commentò ridacchiando. « Come sta Georgina? » « Come al solito. » « Povera figliola. » Charlie si era sempre comportato gentilmente con Georgina; non altrettanto, invece, con la mia gemella. Era solito chia- mare Elizabeth "Lady Spocchia" e notai che anche adesso non si era curato di chiedermi sue notizie. Invece, dopo un attimo di silenzio scoppiò improvvisamente in una risata. « Da ragazzo, ero solito guar- dare la vostra casa e pensare che Dio vivesse a Stowey. Era la dimora di Sua Signoria, e noi non eravamo che i suoi fattori. E invece, guarda, ora posseggo piú denaro di tutti voi messi insieme. » « Ben fatto, Charlie. » Sorrise. « E sei tu, Sua Signoria, adesso. » Gli abitanti del luogo avevano sempre chiamato mio padre in quel modo. Non avevano mai amato la nostra famiglia; conservavano troppi ricordi di passate ingiustizie. Ma, a modo loro, erano stati orgogliosi del fatto che il conte e la contessa di Stowey vivessero nella loro comunità. I fari della Jaguar illuminarono d'un tratto una facciata di mattoni ed ebbi la fugace visione di una villa imponente. Charlie spinse un pulsante nell'auto, e le porte dell'ampio garage si aprirono con un rumore metal- lico. Si udí un cane abbaiare nel canile. Charlie gli urlò di fare silenzio. Erano le quattro del mattino. Dopo essere andato a prendere un paio di jeans e un maglione per me, Charlie versò due bicchieri di whisky. « Salute, Johnny. » Brindammo. Era bello essere a casa. Al piano di sopra, un bambino cominciò a piangere; udii i passi di Yvonne che andava a calmarlo. Doveva aver sentito arrivare Charlie, ma non si fece vedere. Ml SVEGLIAI a mezzogiorno. Sul comodino trovai un termos di caffè e una brocca di succo d'arancia. I miei jeans, freschi di bucato, stavano piegati su una sedia, accanto a una camicia pulita. Dopo essermi lavato e sbarbato, scesi in cucina. Yvonne stava pu- lendo dei fagiolini. Alta e sottile, i capelli scuri e la carnagione pallida, era stata la ragazza piú carina di Stowey, ai tempi del suo matrimonio con Charlie. Era ancora attraente, ma la sua delicata bellezza era gua- stata da una vena di risentito nervosismo. Non fu felice di vedermi. « Di nuovo nei pasticci, Johnny? » « Non certo per colpa mia, Yvonne. » « Non è mai colpa tua, vero? » « Bella casa, Yvonne. » « A lui piace. L'ha costruita lui » tagliò corto. « Suppongo che ti fermerai per qualche giorno? » « Non ci ho ancora pensato. » « Lo farai, se lui vuole che tu resti. Dovresti raggiungerlo, ora. » « Dove? » « Al suo deposito. E sulla strada per Exeter. Non puoi sbagliare; c'è il suo nome stampato dappertutto. Ha detto che puoi prendere la jeep. » La jeep era un potente fuoristrada di marca giapponese. Raggiunsi l'ampio deposito di Charlie, dove trovai il Sunflower, abilmente puntel- lato sul pianale di un camion. « Non riuscivo a dormire » mi salutò Charlie facendo capolino dal pozzetto. « Cosí, sono andato da George e ho montato l'invasatura io stesso. Bel lavoro, eh? Hai un aspetto migliore, stamattina. » 359 « Mi sento effettivamente meglio. » Mi arrampicai sulla scaletta appoggiata contro la fiancata di dritta ed esaminai il Sunflower. Impre- cai. La barca, disalberata, era in uno stato disastroso. « Non è niente » mi consolò Charlie. « Entro domani, farò svuotare la cabina; poi passeremo a riparare le parti in legno. Puliremo e smeri- glieremo lo scafo, lo ridipingeremo, e nel giro di un paio di settimane avremo pronto un nuovo albero maestro. » « Non posso permettermi un albero nuovo » commentai amaro. « Quanto a questo, probabilmente non puoi permetterti neppure di offrirmi il pranzo. » « Charlie, parlo sul serio. Non ho denaro sufficiente. » « A che servono gli amici, se non ti possono aiutare nel momento del bisogno? Non essere sciocco, Johnny. Non dovrai pagare tu. E adesso vieni. Sto morendo di fame. » Prendemmo l'auto e andammo in un pub. Charlie pareva conoscere tutti nel locale e aveva una battuta pronta per ognuno; a un certo punto mi guidò verso un tavolo d'angolo, dove avremmo potuto parlare in pace. « Ho detto di prepararci un bel pasticcio di rognone » m'informò sedendosi. « Hai bisogno di un po' di cibo decente. » « Mi sembra un'ottima idea. » « Ho fatto una chiacchierata con George Cullen. Sostiene di non aver detto ad anima viva dove ti trovavi. Credo che fosse sincero. » Non ero convinto. « Deve essere stato per forza George. Sapeva chi erano, quei due; me lo ha confidato lui stesso. » « Lo so, lo ha detto anche a me. » Imburrò una fetta di pane. « Ma io credo che ti abbiano scovato loro, semplicemente. Dopotutto non è difficile trovare una barca, sulla costa del Devon. Sei stato sfortunato ecco tutto. » « Farò in modo che siano loro a maledire la sfortuna che li ha con- dotti sulla mia strada » replicai aspramente. « E intendo scoprire chi li ha mandati a uccidermi, e perché. » Aspettammo in silenzio che ci venisse servito il pasticcio di rognone, POj Charlie riprese: « Vuoi davvero avere ancora a che fare con quel maledetto quadro? » « Non col quadro. No. » « Allora sparisci, Johnny. Leva le ancore. Finché rimani qui, li avrai alle calcagna. » Lasciando vagare lo sguardo verso la finestra, mormorai tra me: « Elizabeth ». « Che intendi dire? » CACCIA AL VAN GOGH « Se muoio » spiegai, « non ci sarà alcuna complicazione legale per stabilire la proprietà del dipinto. Garrard ha dichiarato che la mia colpa era stata quella di aver ereditato il quadro. E cosí, Charlie... » La voce mi si spense in gola. Non riuscivo a credere che Elizabeth volesse dav- vero la mia morte. « La tela è sparita da un sacco di tempo, Johnny » ribatté il mio amico in tono disgustato. « A quest'ora, sarà in qualche sotterraneo blindato del Texas o in una banca svizzera. » « Sarà davvero cosí? » mi domandai a voce alta, rispondendo quindi al mio stesso interrogativo: « Sí, suppongo di sí ». Mi appoggiai allo schienale della sedia. « Ma, vedi, ho appena scoperto una cosa su di me: quando qualcuno cerca di ammazzarmi, divento furibondo. » Charlie depose coltello e forchetta. « Ascolta, Johnny. Dimentica quei bastardi e tornatene in mare. Ci penserò io a scovare Garrard, e scoprirò per conto di chi ha agito; ma tu farai molto meglio a tagliare la corda. » « Ti aiuterò a cercarlo. » « No » ribatté in tono deciso, « non è necessario, Johnny. Tutto quel che devi fare, ora, è tornartene a scorrazzare per i mari. » Sorrisi. « Mi servirebbero anche quattro ruote, Charlie. Per andare a trovare una ragazza. » Scoppiò in una risata. « Di chi si tratta? » « Oh, una qualsiasi. » In realtà stavo pensando a una fanciulla niente male dal cognome italiano. « Il problema » continuai, « è che abita piuttosto distante. » « Nessun problema. Prendi la jeep e corri a darle la caccia. » « Non ti dispiace? » « Sei un amico. Ciò che è mio è tuo, e quel che è tuo non lo toccherei neppure con un dito. E adesso, mangia! » COMERTON CASTLE, la residenza di campagna di sir Leon Buzzacott nel Wiltshire, era una via di mezzo fra una casa e un castello; una mostruosità del tardo Settecento costruita col preciso scopo di ostentare opulenza. Ciò che cercavo non si trovava tuttavia nell'edificio princi- pale, bensí nel padiglione, al di là del giardino terrazzato che si esten- deva sul lato sud. Era una lunga costruzione a un piano, ornata di stucchi e grande quanto l'intera Stowey. Un tempo adibita a serra e a dimora estiva, ora era stata trasformata da sir Leon, certamente spendendo una cifra astronomica, in una sorta di museo privato. 361 Dopo aver pagato una sterlina all'ingresso, presi una scala mobile che conduceva alla galleria vera e propria, situata sei metri al di sotto del livello del suolo. La collezione comprendeva un numero limitato di opere; sir Leon aveva selezionato con cura gli acquisti, scegliendo solo il meglio. In qualche caso, quando l'accostamento risultava utile a illu- strarne l'origine, un determinato dipinto era stato collocato accanto ad altri, ma la maggior parte dei quadri erano esposti separatamente per esaltarne il peculiare splendore. Non c'era traccia di guardiani, ii che aggiungeva un ulteriore tocco di discreta intimità al luogo. Ogni partico- lare era stato curato con gusto squisito. Sarebbe stata indubbiamente una dimora degna del Van Gogh di Stowey, mi dissi. Nella collezione figurava già un Van Gogh, un disegno a carbonci- no raffigurante una contadina intenta a zappare un campo brullo. « E un`opera del primo periodo. " La voce di Jennifer Pallavicini mi fece sobbalzare. « Risale al 1883.11 tratto è ancora piuttosto rozzo. » « Davvero? " Mi voltai verso di lei. Indossava una semplice gonna color crema e una camicetta di seta a righe. Aveva un aspetto altero, distaccato, affascinante, e decisamente poco affabile. « Come mai da queste parti'? » mi domandò. « Sono venuto a trovarti. Ma come sapevi che ero qui? » Con un gesto mi additò le telecamere che controllavano le sale. « Manteniamo tutto sotto costante sorveglianza. Per quale motivo volevavedermi? » « Quei due uomini, te li ricordi? » « Certo » rispose glaciale. « Hanno cercato di uccidermi. » « Senza successo, evidentemente. E venuto forse a cercare solida- rietà? " ll suo sguardo esprimeva disapprovazione. « Dobbiamo proprio restare a parlare qui? » Si strinse nelle spalle. Poi, senza dire una parola, mi condusse su per una scala e, oltrepassata una porta, uscimmo in un giardinetto geome- tricamente ordinato. « Dunque? " « Non mi piace che qualcuno tenti di farmi fuori » borbottai. « Anche per me non è stato un piacere, quando quell'uomo mi ha molestata. " Era la frase piú gentile che mi avesse rivolto fino a quel momento . « Hanno aggredito te » ripresi, « e adesso se la sono presa con me. Insieme. potremmo riuscire a scoprire la ragione di tutto ciò. » CACCIA AL VAN GOGH « Non crede, milord, che si tratti di un lavoro che spetta alla polizia? » « Se andassi alla polizia, dovrei raccontare quel che è accaduto a Salcombe, sulla barca. Vorrebbero parlare con te. » « Non ho niente da nascondere. » « Neppure io! » reagii con improvvisa veemenza. « Sembra che tu non voglia proprio capire che non sono stato io a rubare quel quadro. » Ignorando le mie parole, prese a elencare con implacabile freddezza le presunte prove dei fatti. « Una settima prima che il quadro dovesse essere ritirato, fu lei a trasferirlo dalla camera della contessa. » « Me lo aveva chiesto mia madre. Non voleva essere continuamente costretta a ricordare che il dipinto stava per lasciare Stowey. » « Lo ha collocato nell'armeria, locale del quale solo lei aveva la chiave. » « Storie. Anche mia sorella ne aveva una, senza contare una buona metà della servitú. » « Secondo la polizia, signor Rossendale, il quadro era stato affidato a lei; le sue impronte digitali furono le uniche rilevate sulla porta dell'ar- meria e lei aveva detto a sua madre che nessun altro conosceva il luogo esatto in cui aveva sistemato la tela. » La sua voce era tagliente. « E dove si trovava lei, mentre tutti gli altri cercavano disperatamente di collaborare con gli agenti? In mezzo alla Manica! Senza dubbio por- tando con sé il quadro, ma logicamente nessuno sospettava di lei, allora; era il conte di Stowey, I'apparente vittima del furto. Da quei giorni, però, le sue proteste d'innocenza hanno perso credibilità. » « E per quale dannato motivo avrei dovuto derubare me stesso? » « Chiaramente, a causa dei suoi dissapori con sua madre. Finché restava in vita, la contessa avrebbe avuto il controllo dello Stowey Trust, e senza dubbio avrebbe usato il ricavato della vendita del quadro per scopi che lei non condivideva. » Era cosí maledettamente gelida. C'era senza dubbio del vero in ciò ~r che aveva detto, ma si trattava di prove indiziarie o di coincidenze. « Ti prego, ascoltami. Quei due sono venuti per uccidermi. Sto cer- cando di scoprirne il motivo, perché sinceramente non riesco a capire cosa vogliano da me. » Rise della mia pretesa ingenuità. « E ovvio, no? Sono passati quattro anni dal furto del quadro, e in questi quattro anni non si è mai saputo niente. Ora, d'un tratto, un uomo mi aggredisce e m'interroga brutal- mente; pochi giorni dopo, lo stesso tizio cerca di ammazzarla. Che cosa è cambiato? Primo: sua madre è deceduta; secondo: lei è tornato a casa. Non le suggerisce niente, questo? » « A dire il vero, no. » « Oh, andiamo » protestò, « se sua madre fosse stata ancora viva al momento del recupero della tela, avrebbe potuto disporre del ricavato della vendita. Adesso, secondo le clausole dello Stowey Trust, è lei l'unico proprietario. E evidente come sia ora del massimo interesse per lei recuperare il quadro e immetterlo sul mercato. » Imprecai furibondo, frustrato dalla disinvoltura con la quale la ra- gazza dava per scontata la mia colpevolezza. « Non sono un ladro! » protestai inutilmente. « Questo è quel che dice lei. Sappia comunque che sir Leon considera del tutto irrilevante che lei sia colpevole o innocente. Se è in grado di fornirci qualche informazione che ci conduca al recupero del Van Gogh, sarà adeguatamente ricompensato, e altrettanto profumatamente le verrà pagato il quadro. » « Non me ne importa un accidente della maledetta ricompensa di sir Leon » sbottai, « ma mi preme moltissimo scoprire chi sta cercando di uccidermi. » Sorrise sprezzante. « So un sacco di cose sul suo conto, milord. Stiamo cercando quel quadro da quattro anni; il punto d'avvio- e quello d'arrivo - delle nostre indagini, è invariabilmente lei. Perciò milord, posso dire di conoscere a fondo ogni particolare del suo vergo- gnoso passato. E stato espulso da tre scuole diverse, arrestato quattro volte... » « Solo per ubriachezza e disturbo alla quiete pubblica. E successo tanto tempo fa. » Ignorò il mio tentativo di minimizzare. « In altri tempi, milord, la sua famiglia l'avrebbe spedita in qualche remoto angolo dell'impero britan- mco. Senza dubbio devono essersi sentiti molto sollevati quando lei e il suo amico avete deciso di andarvene per mare. Oh, so tutto anche di Charlie Barratt. Ma lui si è sistemato, ormai, il che deve averla lasciata senza amici e sicuramente a corto di denaro. E questo il motivo per cui si trova qui, milord? » Il suo tono era deliberatamente offensivo, ma non replicai. Ero stato assalito d'un tratto dalla sconvolgente consapevolezza che non volevo piú andar via di nuovo. Avevo vissuto le mie awenture, era giunta l'ora di mettere radici. Mi sentii improvvisamente solo, e quella sensazione non mi piacque affatto. « Sa dove si trova il quadro? Lo ha sottratto lei? » tornò a indagare Jennifer Pallavicini. CACCIA AL VAN GOGH « Non l'ho rubato, le ripeto, e ovviamente ignoro dove si trovi. » « In tal caso, non vedo proprio in che modo lei possa esserci d'aiuto. Addio, milord. » QUANDO ARRIVAI al deposito di Charlie, trovai il mio amico intento ad affilare i suoi attrezzi. « Come mai cosí di cattivo umore? » m'inter- rogò. Gli raccontai della mia visita da Buzzacott. Si mostrò alquanto scettico circa la mia attività d'investigatore dilettante. « Dovresti aver capito che non ti conviene farti coinvolgere » commentò. « Non voglio che quella ragazza pensi che abbia rubato io il quadro » spiegai. « Quale quadro? Non c'è piú nessun quadro, Johnny » Lasciò cadere uno scalpello nella cassetta degli utensili. « Ti ho costrulto un nuovo tavolo da carteggio; dimmi grazie. » « Grazie. » Odiavo l'idea di ciò che sarebbe venuto a costare tutto quel lavoro, e glielo dissi. « Questo è un mio problema » mi zittí Charlie. Stava senza dubbio spendendo una piccola fortuna per riparare il Sunflower, ma col passare dei giorni mi resi conto di quanto piacere traesse da quell'attività. Quando gli chiesi come procedessero gli affari senza di lui, mi rispose: « Avevo bisogno di una vacanza ». Gli ero grato per quel che faceva: la sua presenza bastava a farmi sentire fisica- mente protetto da Garrard e Peel; inoltre, lavorare insieme mi ripor- tava alla mente ricordi di giorni felici. Verniciammo lo scafo di un bianco abbagliante, riparammo il mobilio all'interno della cabina con un bel legno di quercia chiaro e installammo una nuova radio VHF, in grado di sintonizzarsi su qualunque frequenza americana ed europea. Charlie possedeva un apparecchio Decca per la radionavigazione iperbolica, e insistette per sistemarlo a bordo del Sun- flower. Non potevo rifiutare quel dono; dopotutto, poiché il Decca forniva la posizione solo in una zona limitata, non rischlavo comunque di dimenticare l'uso del sestante. Una settimana piú tardi, il Sunflower fu trasferito fino al porto di Kingswear, vicino a Dartmouth, dove fu calato in mare. Il giorno seguente, Charlie e io ci recammo sul posto, e trovammo ad attenderci una delle gru mobili del mio amico, pronta a sistemare l'albero nella scassa. Charlie insistette per collocare un mezzo scellino d'argento sotto il piede dell'albero come portafortuna, ma dopo il rito fu ben lieto di lasciar proseguire il lavoro agli operai e ci trasferimmo sul piú conforte- vole Barratry. CACCIA AL VAN GOGH Il Barra~ry era la barca di Charlie, che l'aveva fatta trasferire a King- swear mentre venivano ultimate le riparazioni del Sunflower. Il moto- scafo da crociera da sedici metri e mezzo era dotato di un'imponente timoniera, due giganteschi motori diesel, e la piscina riscaldata che tanto aveva impressionato Rita. Il nome della barca era una specie di gioco di parole: oltre a richiamare il cognome di Charlie, infatti, "Bar- ratry" significa baratteria, ovvero quella pratica della frode diffusa un tempo tra i capitani di mare piú spregiudicati. Il termine aveva un che di piratesco che a Charlie piaceva molto. Verso mezzogiorno arrivò una ragazza, che Charlie mi presentò - con una significativa strizzatina d'occhio - come una collega di lavoro. Si chiamava Joanna, e fu incaricata di prepararci il pranzo a bordo. « Johnny salperà presto per i Caraibi » la informò il mio amico, « e ha bisogno di nutrirsi a dovere prima di affrontare il viaggio. » Nonostante dichiarasse di avere nostalgia della navigazione a vela era evidente quanto Charlie fosse orgoglioso del Barratry. Dopo pranzo facemmo rotta verso la Manica; Charlie diede gas, e il motoscafo con un rombo scattò in avanti rimbalzando sulle piccole onde. La costa era già fuori vista, ma il Decca sul tetto della timoniera c'indicava la rotta per tornare dritti fino a Dartmouth. Dopo aver messo al minimo i motori Charlie aprí due bottiglie di birra mentre Joanna, uscita dalla cabina con indosso un minuscolo bikini, si andò a sdraiare in coperta a prua. Charlie si mise a ridere; in quel momento sembrava al colmo della felicità, ma nei giorni precedenti avevo scorto nei suoi occhi un'espres- sione insolitamente inquieta e guardinga. Mi dissi che in affari doveva essere un awersario spietato, anche se con un vecchio amico come me quell'aspetto del suo carattere non veniva mai alla luce. « Vorrei poter partire anch'io e andarmene nei Caraibi, sai » mormorò d'un tratto. « Come ai vecchi tempi. » Stava fissando con aria malinconica l'oriz- zonte, verso sud. « Ce la siamo spassata, amico mio, vero? Abbiamo trascorso un sacco di bei momenti. » Si accese una sigaretta. « E anche qualche momento difficile. » « Ti ricordi quella volta nel Mare di Tasman? » domandai. Avevamo passato un brutto quarto d'ora, quella volta, in balia di una micidiale burrasca che minacciava di travolgerci; ce l'eravamo cavata solo grazie alla straordinaria forza e resistenza di Charlie. Sorridendo a quel ri- cordo, scosse la testa, pensieroso. « Ti invidio, Johnny. » « Non ne vedo il motivo. » « Oh, sí, invece. » Mi affibbiò scherzosamente un pugno sulla spalla. « Libero come un uccello. Sei tu, il fortunato. » 366 « Intendi forse dire che tu non lo sei? » Gli indicai con un gesto Joanna, stesa al sole mezza nuda. « Troppe responsabilità » ribatté cupamente, gettando fuoribordo la bottiglia di birra vuota. « Se potessi guadagnare due milioni di sterline entro domani, Johnny, pianterei tutto e verrei con te. » Sorrisi. « Non è necessario tutto quel denaro, Charlie. » « Ma sí, invece. Devo sistemare le mie pendenze con le banche... e non posso abbandonare cosí Yvonne e i bambini. Ma se avessi due milioni sull'unghia, potrei pagare i debiti, vendere la ditta, e vivere di rendita. » Aprí un'altra bottiglia di birra. « Quei due tizi, Johnny... sono riusciti a svignarsela. » Negli ultimi giorni ero stato talmente assorbito dai lavori di ripara- zione del Sunflower, che avevo quasi scordato Garrard e Peel. Ricor- dando che ero stato sul punto di morire, venni assalito da un brivido. « Come lo sai? » « Ho domandato in giro, Johnny. Nessuno sa dove siano, ma ho fatto circolare la voce che, se si azzardano a mostrare ancora le loro sporche facce nel Devon, li faccio fuori. Dimenticati di loro, Johnny. Pensa esclusivamente a tornartene in mare. » « Charlie? » Joanna si era seduta sul ponte di coperta. « Spalmami un po' di crema solare sulla schiena, per favore. » Facendomi l'occhiolino, Charlie mi cedette il timone e si avviò verso la ragazza. Mi sentii improvvisamente geloso, e mi dissi che era stato un errore tornare a casa. Fino al momento in cui mi ero ritrovato a bec- cheggiare tra le onde sulla barriera di sabbia di Salcombe, ero stato un uomo felice. Ora, d'un tratto, una parte di me non voleva piú tornare a vagare per i mari. Anche se non avrei mai abbandonato la vela, sentivo il bisogno di una casa, di qualcuno che aspettasse il mio ritorno. Ma non avevo nessuna casa e nessuno che mi attendesse. SALPAI DA DARTMOUTH una settimana piú tardi; prima di lasciare l'In- ghilterra, volevo passare da Salcombe per salutare Charlie. Ormeggiai il Sunflower accanto al Barratry, e Charlie arrivò con due bottiglie di champagne. Una fu utilizzata per il "battesimo" della barca, I'altra ci serví per brindare. « Non so come ringraziarti, Charlie. » « Non c'è di che. » Sembrava imbarazzato. « Ci vediamo ai Caraibi allora, intesi? » « Va bene. » Dopo un attimo, mi abbracciò goffamente, poi superò con un balzo la 367 CACCIA AL VAN GOGH « No » risposi. « Il futuro la spaventa. » « Non essere ridicolo, John » scattò Elizabeth. « E scema, non sa neppure che cosa sia, il futuro. » « Teme che suor Felicity muoia e la lasci sola. » « Se anche dovesse accadere, non è certo su di te che potrebbe con- tare, giusto? Vieni, Peter, o perderemo l'aereo. » Trasalii. « Vuoi dire che non sei venuta a trovare nostra sorella? » « Sono qui, fratello mio, per assicurarmi che i fondi per il manteni- mento di Georgina siano ancora adeguati. Non ha senso sprecare tempo a vederla; non distinguerebbe me da Caterina di Russia. » Nella mia mente risuonò un debole campanello d'allarme. Elizabeth era costantemente a corto di denaro. Non mi fidavo di lei, quando parlava dei fondi di Georgina. « Sono sufficienti? » indagai. « Piú che sufficienti. Non ti devi preoccupare. Non che tu lo abbia mai fatto, del resto. E adesso andiamo, Peter. Il tassí ci aspetta. » DECISI di far rotta direttamente sulle Azzorre. Avrei raggiunto Horta, per riunirmi ai miei compagni di vagabondaggio lungo le ospitali banchine di quel porto. Il Sunflower si stava comportando magnifica- mente: lo scafo, ripulito di fresco, fendeva gagliardamente le acque. Avanzavamo bordeggiando. Cullato dalle onde, mi abbandonai ai miei pensieri . L'lnghilterra già mi sembrava un incubo irreale. Due uomini avevano davvero tentato di ammazzarmi? Sapevo che era cosí, ma il fatto ora mi appariva semplicemente ridicolo. Si era certo trattato di un errore. Lasciai che l'episodio venisse spazzato via dal vento di nord-ovest e dall'onda lunga dell'oceano. Tre settimane piú tardi, il Sunflower si trovava al sicuro nell'affollato porto di Horta. Guardandomi intorno riconobbi due imbarcazioni- Ia prima, un elegante catamarano, apparteneva a una coppia di americani che avevo incontrato l'ultima volta in Tasmania, mentre l'altra, uno jawl in legno perfettamente tenuto, era proprietà di uno svedese che non potevo sopportare. Feci una passeggiata fino al "Café Sport" e ordinai una birra; stavo glusto scrivendo una cartolina per Charlie, quando qualcuno mi assestò una pacca sulla schiena. « Come va, caro Johnny? » Era Ulf, I'odioso svedese. Dopo avergli comunicato che ero in ottima salute, il che parve susci- tare in lui un certo disappunto, m'informai a mia volta su come gli andasse. « Domanda superflua, Johnny, come ben sai. Non mi ammalo mai, io; il malessere fisico non è che un'aberrazione del subconscio. » Era ormai partito in quarta, inarrestabile e insopportabile. Poi, inaspettatamente, buttò là: « Qualcuno ha chiesto di te, la setti- mana scorsa ». « Chi? » domandai sorpreso. « Non lo so. Un tizio. Un portoghese, credo. Aveva addosso un completo piuttosto elegante. » Quel particolare non mi piacque affatto, ma riflettei che, se non era inglese, non poteva trattarsi di Garrard. « Ti ha detto per caso perché mi cercava? » « No. Ma mi ha raccontato qualcosa che ho trovato davvero molto interessante. » « E cioè? » « Sosteneva che sei un conte inglese. Un autentico aristocratico. » Scoppiai a ridere, mandandomi per traverso la birra. « Oh, andiamo, Ulf. Credi davvero che un conte se ne starebbe in giro a vagabondare per i mari? » « Devo ammettere che sono rimasto sorpreso. » « Comunque, non è vero. Mio padre allevava cavie da laboratorio, e mia madre faceva la consulente matrimoniale, prima di fuggirsene via con uno dei suoi clienti. » Era scettico. « Se lo dici tu, Johnny. E se questo tizio che si sbaglia dovesse tornare, che devo dirgli? » « Tu non mi hai visto, Ulf. Capito? Io non esisto. » « D'accordo, Johnny. Fidati pure di me. » Ml ATTARDAI a Horta per qualche giorno. Non era davvero la stagione adatta per affrontare una traversata atlantica, perciò decisi che mi sarei diretto a sud. Da qualche parte lungo le coste dell'Africa, un tempo mi ero fatto degli amici e sapevo che là avrei potuto trovare rifornimenti. Un mattino acquistai vino, formaggio, frutta fresca e verdura. Avevo deciso di salpare al tramonto. Spedii una cartolina a Georgina e a suor Felicity, poi me ne andai in cabina a dormire. Faceva caldo. Indossavo soltanto un paio di sbiaditi pantaloncini, eppure grondavo sudore. Ero appena riuscito ad appisolarmi, quando qualcuno saltò sul ponte del Sunflower. Udii dei passi nel pozzetto, seguiti da un timido bussare contro i portelli del tambucio. « Signor Rossendale? » Era una voce femminile. Scivolai giú dalla cuccetta, precipitandomi verso la scaletta. Abba- 371 gliato dal sole pomeridiano, in un primo momento faticai a riconoscere la visitatrice. « Dio misericordioso ! » « Buon pomeriggio » disse Jennifer Pallavicini. Indossava un'ampia camicetta bianca e un paio di scoloriti jeans fir- mati e aveva un'aria fresca e impeccabile nonostante l'afa. Mi affacciai nel pozzetto. « Stavo giusto chiedendomi » esordii, « come mai una ragazza inglese abbia un cognome come Pallavicini. » « Mio padre era italiano, ovviamente, mentre mia madre è inglese. » « Era? » « Mio padre è morto dieci anni fa. » Borbottando un commento di circostanza, spalancai i portelli della cabina. « Accomodati: posso of*irti tè, vino, whisky, birra, succo d'arancia, oppure del caffè solubile. » « Non sono qui per una visita di piacere, signor Rossendale. » Dopo essere ridisceso in cabina ed essermi versato un po' di vino, portai bicchiere e bottiglia nel pozzetto e mi sedetti. Jennifer Pallavicini restò in piedi. « Vengo per conto di sir Leon. Qualche giorno fa abbiamo spedito qui un nostro incaricato, che ha preso accordi con uno svedese affinché ci avvertisse nel caso lei fosse arrivato. » Ulf, quel traditore ipocrita! Bevvi un sorso di vino. « Devo desu- merne che sir Leon mi stia rivolgendo un ultimo, disperato appello? Lo ripeto per l'ennesima volta: non ho rubato io quel maledetto quadro. » Ignorando le mie parole, mi domandò quanto tenessi al Van Gogh. Sorrisi. « Mi piaceva immensamente. » « Ci sapeva fare, coi colori » commentò lei in tono neutro. « Ero solito andare in camera di mia madre ad ammirare il dipinto. Lei disapprovava, come del resto succedeva per la maggior parte di ciò che facevo. » Non rispose. D'un tratto, mi chiesi se fosse davvero la signorina Pallavicini. Non portava nessun anello. Notando il mio sguardo puntato sulle mani, la ragazza sembrò diver- tita e prese a esaminarmi a sua volta. Ero sudato e sporco, coperto di cicatrici e abbrustolito dal sole. Mi dissi che, qualunque speranza avessi mai potuto nutrire nei suoi confronti, me l'ero sicuramente giocata e, mentre me ne stavo là seduto, mi resi conto che desideravo ardente- mente avere un'occasione di conoscere meglio quella ragazza. « Abbiamo verificato la sua storia a proposito del nome della barca » riprese Jennifer. « Era la verità. » Mi fissò con aria perplessa. « Come si guadagna da vivere? » « No » risposi. « Il futuro la spaventa. » « Non essere ridicolo, John » scattò Elizabeth. « E scema; non sa neppure che cosa sia, il futuro. » « Teme che suor Felicity muoia e la lasci sola. » « Se anche dovesse accadere, non è certo su di te che potrebbe con- tare, giusto? Vieni, Peter, o perderemo l'aereo. » Trasalii. « Vuoi dire che non sei venuta a trovare nostra sorella? » « Sono qui, fratello mio, per assicurarmi che i fondi per il manteni- mento di Georgina siano ancora adeguati. Non ha senso sprecare tempo a vederla; non distinguerebbe me da Caterina di Russia. » Nella mia mente risuonò un debole campanello d'allarme. Elizabeth era costantemente a corto di denaro. Non mi fidavo di lei, quando parlava dei fondi di Georgina. « Sono sufficienti? » indagai. « Piú che sufficienti. Non ti devi preoccupare. Non che tu lo abbia mai fatto, del resto. E adesso andiamo, Peter. ll tassí ci aspetta. » DECISI di far rotta direttamente sulle Azzorre. Avrei raggiunto Horta, per riunirmi ai miei compagni di vagabondaggio lungo le ospitali banchine di quel porto. Il SunJ7ower si stava comportando magnifica- mente: lo scafo, ripulito di fresco, fendeva gagliardamente le acque. Avanzavamo bordeggiando. Cullato dalle onde, mi abbandonai ai miei pensieri. L'Inghilterra già mi sembrava un incubo irreale. Due uomini avevano davvero tentato di ammazzarmi? Sapevo che era cosí, ma il fatto ora mi appariva semplicemente ridicolo. Si era certo trattato di un errore. Lasciai che l'episodio venisse spazzato via dal vento di nord-ovest e dall'onda lunga dell'oceano. Tre settimane piú tardi, il Sunflower si trovava al sicuro nell'affollato porto di Horta. Guardandomi intorno riconobbi due imbarcazioni; la prima, un elegante catamarano, apparteneva a una coppia di americani che avevo incontrato l'ultima volta in Tasmania, mentre l'altra, uno jawl in legno perfettamente tenuto, era proprietà di uno svedese che non potevo sopportare. Feci una passeggiata fino al "Café Sport" e ordinai una birra; stavo giusto scrivendo una cartolina per Charlie, quando qualcuno mi assestò una pacca sulla schiena. « Come va, caro Johnny? » Era Ulf, l'odioso svedese. Dopo avergli comunicato che ero in ottima salute, il che parve susci- tare in lui un certo disappunto, m'informai a mia volta su come gli andasse . « Domanda superflua, Johnny, come ben sai. Non mi ammalo mai, io, il malessere fisico non è che un'aberrazione del subconscio. » Era ormai partito in quarta, inarrestabile e insopportabile. Poi, inaspettatamente, buttò là: « Qualcuno ha chiesto di te, la setti- mana scorsa ». « Chi? » domandai sorpreso. « Non lo so. Un tizio. Un portoghese, credo. Aveva addosso un completo piuttosto elegante. » Quel particolare non mi piacque affatto, ma riflettei che, se non era inglese, non poteva trattarsi di Garrard. « Ti ha detto per caso perché mi cercava? » « No. Ma mi ha raccontato qualcosa che ho trovato davvero molto interessante. » « E cioè? » « Sosteneva che sei un conte inglese. Un autentico aristocratico. » Scoppiai a ridere, mandandomi per traverso la birra. « Oh, andiamo, Ulf. Credi davvero che un conte se ne starebbe in giro a vagabondare per i mari? » « Devo ammettere che sono rimasto sorpreso. » « Comunque, non è vero. Mio padre allevava cavie da laboratorio, e mia madre faceva la consulente matrimoniale, prima di fuggirsene via con uno dei suoi clienti. » Era scettico. « Se lo dici tu, Johnny. E se questo tizio che si sbaglia dovesse tornare, che devo dirgli? » « Tu non mi hai visto, Ulf. Capito? Io non esisto. » « D'accordo, Johnny. Fidati pure di me. » Ml ArrARDAI a Horta per qualche giorno. Non era davvero la stagione adatta per affrontare una traversata atlantica, perciò decisi che mi sarei diretto a sud. Da qualche parte lungo le coste dell'Africa, un tempo mi ero fatto degli amici e sapevo che là avrei potuto trovare rifornimenti. Un mattino acquistai vino, formaggio, frutta fresca e verdura. Avevo deciso di salpare al tramonto. Spedii una cartolina a Georgina e a suor Felicity, poi me ne andai in cabina a dormire. Faceva caldo. Indossavo soltanto un paio di sbiaditi pantaloncini, eppure grondavo sudore. Ero appena riuscito ad appisolarmi, quando qualcuno saltò sul ponte del Sunflower. Udii dei passi nel pozzetto, seguiti da un timido bussare contro i portelli del tambucio. « Signor Rossendale? » Era una voce femminile. Scivolai giú dalla cuccetta, precipitandomi verso la scaletta. Abba- 371 gliato dal sole pomeridiano, in un primo momento faticai a riconoscere la visitatrice. « Dio misericordioso ! » « Buon pomeriggio » disse Jennifer Pallavicini. Indossava un'ampia camicetta bianca e un paio di scoloriti jeans fir- mati e aveva un'aria fresca e impeccabile nonostante l'afa. Mi affaceiai nel pozzetto. « Stavo giusto ehiedendomi » esordii, « eome mai una ragazza inglese abbia un cognome come Pallavicini. » « Mio padre era italiano, ovviamente, mentre mia madre è inglese. » « Era? » « Mio padre è morto dieci anni fa. » Borbottando un commento di circostanza, spalancai i portelli della eabina. « Aecomodati: posso offrirti tè, vino, whisky, birra, succo d'arancia, oppure del caffè solubile. » « Non sono qui per una visita di piacere, signor Rossendale. » Dopo essere ridisceso in cabina ed essermi versato un po' di vino portai bicchiere e bottiglia nel pozzetto e mi sedetti. Jennifer Pallavicini restò in piedi. « Vengo per conto di sir Leon. Qualche giorno fa abbiamo spedito qui un nostro incaricato, che ha preso accordi con uno svedese affinché ci avvertisse nel caso lei fosse arrivato. » Ulf, quel traditore ipocrita! Bevvi un sorso di vino. « Devo desu- merne che sir Leon mi stia rivolgendo un ultimo, disperato appello? Lo ripeto per l'ennesima volta: non ho rubato io quel maledetto quadro. » Ignorando le mie parole, mi domandò quanto tenessi al Van Gogh. Sorrisi. « Mi piaceva immensamente. » « Ci sapeva fare, coi colori » commentò lei in tono neutro. « Ero solito andare in camera di mia madre ad ammirare il dipinto. Lei disapprovava, come del resto succedeva per la maggior parte di ciò che facevo. » Non rispose. D'un tratto, mi chiesi se fosse davvero la signorina Pallavicini. Non portava nessun anello. Notando il mio sguardo puntato sulle mani, la ragazza sembrò diver- tita e prese a esaminarmi a sua volta. Ero sudato e sporco, coperto di cicatrici e abbrustolito dal sole. Mi dissi che, qualunque speranza avessi mai potuto nutrire nei suoi confronti, me l'ero sicuramente giocata e, mentre me ne stavo là seduto, mi resi conto che desideravo ardente- mente avere un'occasione di conoscere meglio quella ragazza. « Abbiamo verificato la sua storia a proposito del nome della barca » riprese Jennifer. « Era la verità. » Mi fissò con aria perplessa. « Come si guadagna da vivere? » 372 « Con queste. » Le mostrai le mani. « Nel giro di un mese o due raggiungerò luoghi dove non esistono cantieri navali, ma un buon numero di yacht danneggiati che necessitano di qualcuno in grado di ripararli. Mi metterò ad aggiustare motori e a sistemare scafi. » « Intende dire che riesce a mantenersi con un'attività del genere? » Sembrava incredula. « Ho un po' di denaro. Un mio parente, zio Thomas, che condivideva il mlo punto dl vista sul resto della famiglia, mi ha lasciato un'eredità Che cos'è questo, signorina Pallavicini, un interrogatorio? » Restò a osservarmi come se volesse leggere la verità nei miei occhi. « Vorrei sapere se ha davvero rubato il dipinto. » « No, lo giuro. Non sono stato io. » « Perché quei due ce l'hanno con lei, allora? » Tacqui per un attimo. « Ho pensato ehe forse mi erano stati messi alle calcagna da te o da sir Leon. » « Ma è ridicolo! » Il suo stupore di fronte alla mia accusa sembrava genuino. « Non dlmentichi che hanno aggredito anche me. » « Poteva trattarsi di una messinscena per farmi credere che non vi conoscevate. » « Che idiozia » ribatté lei, ma senza ostilità. Mi strinsi nelle spalle, restando in silenzio. « Ci serve il suo aiuto, signor Rossendale. » « Non sembrava aveste bisogno di me, il mese scorso. » Trasse dalla borsetta una fotografia; raffigurava un triangolo giallo pallido su un fondo bianeo, con l'indicazione che ciascun lato del trian- golo misurava settantasel millimetri. « E lo spigolo di una tela » spiegò Jennifer Pallavicini. « E i nostri esami confermano che è stato quasi sicuramente tagliato dai Girasoli di Stowey. Ci è arrivato insieme a una lettera, impostata due settimane fa con la richiesta di quattro milioni di sterline per il resto del dipinto. Ii testo preeisava che, se non avessimo pagato il prezzo del riscatto entro la fine di agosto, la tela sarebbe stata bruciata e ci sarebbero state inviate le ceneri. » « Pagate i quattro milioni, dunque » replicai con indifferenza. « Dopotutto mi sembra un prezzo abbastanza equo, per un dipinto che ne vale venti. » « Cedere a un ricattatore? A qualcuno che, una volta ricevuto il denaro, ritaglierebbe un girasole dalla tela e pretenderebbe altri quattro millom? » Di colpo aveva assunto un tono veemente e accorato. « Non capisce? Sono dei barbari, bisogna fermarli! » « Per quale motivo volete il mio aiuto? Avete informato la polizia? » « Naturalmente. Il caso è stato affidato alla stessa persona che, a suo tempo, si era occupata del furto. » « Non Harry Abbott, spero. » « Ispettore Abbott » mi corresse. « Proprio lui. » « Maledizione! » sbottai disgustato. Harry Abbott era il poliziotto che aveva tentato fin dal primo momento di affibbiare a me la responsa- bilità del furto del Van Gogh. Non c'era riuscito, ma non mi andava l'idea che potesse riprovarci. « Che cosa vi ha suggerito? » « Ci ha consigliato di persuaderla a tornare a casa. » « Non andrei neppure in paradiso, se fosse Harry a chiedermelo. » « Il che non modifica il fatto che lei dovrebbe fare tutto il possibile per aiutarci. Dopotutto, il quadro è suo. E a noi serve la sua autorizza- zione prima di poter fare qualsiasi tentativo per recuperare ll quadro. In caso contrario, sir Leon potrebbe venire accusato dl rlcettazione. » La richiesta sembrava abbastanza ragionevole, ma !ei aggiunse: « Inoltre, abbiamo bisogno della sua personale collaborazlone, mllord, perché lei è a conoscenza di quel che accadde quattro anni fa. C'è qualcuno che evidentemente teme ciò che lei sa, ma finché continua ad andarsene in giro per gli oceani, quel tizio non avrà motivo di uscire allo scoperto. Torni ad aiutarci, la prego, milord ». L'appello era rivolto in tono cosí persuasivo e Jennifer Pallavicini era talmente graziosa, che per un attimo fui tentato di cedere, ma subito ricordai a me stesso che, ogni volta che facevo ritorno a casa, non mancavo mai di pentirmene. « Avete la mia autorizzazione verbale » borbottai controvoglia. « Fate ciò che volete, ma lasciatemi in pace. » Annuí, come se si fosse aspettata il mio rifiuto. « Ho qualche altra notizia da darle. Lady Elizabeth Tredgarth ha intrapreso un'azione legale per riportare in Inghilterra sua sorella Georgina » mi comunicò in tono sbrigativo. « Non può essere! » Non riuscii a nascondere la collera. Jennifer Pallavicini si strinse nelle spalle. « Pare che una delle suore sia particolarmente affezionata a lady Georgina. » « Suor Felicity, sí. » « Lady Elizabeth ritiene che sia troppo vecchia e malata per occu- parsi di lady Georgina. Esiste inoltre la possibilità che il convento venga venduto, e pertanto lady Elizabeth vuole che la sorella torni a casa. » « A casa? » « A casa di lady Elizabeth, ovviamente. Nel Gloucestershire. » Sconvolto, restai a fissare Jennifer Pallavicini. « E ridicolo. Elizabeth non ha mai potuto sopportare neppure la sola vista di Georgina. » La ragazza rimase in silenzio. « E un trucco » la accusai. « Mi stai raccontando quest'assurdità nella speranza che serva a farmi tornare in Inghilterra. » « Sua sorella ha dato inizio alle pratiche legali subito dopo la sua partenza. Naturalmente, non è obbligato a credermi. » Il problema era che invece le credevo. Per quale motivo, altrimenti Elizabeth si sarebbe recata al convento? « Ma abbiamo pagato per ii mantenimento di Georgina » protestai, « per tutto il tempo che resterà in vita. » « Il nostro legale ci ha informati che gli amministratori del fondo hanno il diritto di stabilire come debba essere speso quel denaro. Se lady Elizabeth ritiene di potersi prendere cura di sua sorella, non c'è ragione perché i fondi destinati a Georgina non vengano affidati a lei. » Il ragionamento filava. Filava perfettamente. Elizabeth, legata a un marito ormai in gravi difficoltà economiche, avrebbe messo le mani sul denaro di Georgina e poi l'avrebbe relegata nella fattoria dei Tredgarth affidandola alla sorveglianza di qualche megera del luogo. « La faccenda non è ancora decisa » riprese Jennifer Pallavicini. « E necessario che prima lady Elizabeth persuada gli amministratori di essere in grado di fornire a sua sorella una sistemazione adeguata, ma è assai probabile che riesca a convincerli. » « Dannazione! » Mi sentivo prigioniero di un dovere ineluttabile. Potevo abbandonare Stowey, assistere alla morte di mia madre senza versare una lacrima, ma con Georgina era un'altra faccenda. « Sir Leon » - Jennifer Pallavicini non poté trattenere un sorrisetto mentre sfoderava il suo asso nella manica - « è disposto a garantire un futuro sicuro a lady Georgina, indipendentemente dal recupero del dipmto. » Non dissi nulla. Stavo ripensando al disprezzo con cui Elizabeth aveva trattato Georgina, quand'era piccola. Era impensabile che potesse venire affidata a lei, ora. Osservandomi, Jennifer Pallavicini estrasse dalla borsetta un biglietto aereo e lo depose accanto a me. « Se si rivolgerà agli avvocati della famiglia, milord, sono certa che riuscirà a bloccare immediatamente l'iniziativa di sua sorella. » « Non ho affatto bisogno dei tuoi dannati consigli » replicai con arro- ganza, « per gestire le faccende riguardanti la mia famiglia. » Stracciai in mille pezzi il biglietto. « Addio, signorina Pallavicini. » « Vuole forse dire che non intende aiutare sua sorella Georgina? » Sogghignai. « Sto per levare le ancore, Jennifer. » Balzò in piedi. « Non riesco a credere » affermò con dignitosa fred- dezza, « che lei possa essere tanto indifferente al futuro di sua sorella. Lei è l'uomo piú egoista e insensibile che abbia mai conosciuto. » « E tu stai intralciando le manovre; perciò vattene. » Parte terza SALPAI MA, ANZICHÉ procedere verso sud, mi diressi a nord. Per risa- lire lungo la Manica dovetti affrontare una lotta estenuante contro i fortissimi venti di nord-ovest; superato il porto di Salcombe, navigai lungo la costa del Devon fino alla foce del fiume Exe, dove ormeggiai il Sunflower in un luogo tranquillo e sicuro. Verso il tramonto, cominciò a piovere. Benvenuto in Inghilterra, pensai tra me. Il mattino seguente presi un treno per Londra e, non essendoci posti a sedere disponibili, dovetti restarmene in piedi per tutto il tragitto. Quando giunsi alla stazione di Paddington, ero di pessimo umore. Affollata, maleodorante, superba nella sua imponenza, Londra non contribuí affatto a risollevarmi lo spirito. Dappertutto, visi smorti come latte cagliato. E rumore, rumore, maledetto rumore. Clacson, VOCi, sirene e frastuono di martelli pneumatici rimbombavano nell'aria. Raggiunsi in autobus lo Strand ed entrai negli uffici dei nostri legali. Sir Oliver Bulstrode era fuori. Desideravo lasciargli un messaggio? mi chiese la segretaria all'ingresso, facendomi chiaramente capire che i barboni in jeans, e per giunta privi di appuntamento, non erano i benve- nuti nello studio "Bulstrode, Finch, Finch & McElroy". « Aspetterò » borbottai bruscamente, accomodandomi in una pol- troncina di cuoio. « Lei è nostro cliente, signore? » La ragazza sembrava comprensibil- mente perplessa. « Esatto. Mi chiamo John Rossendale, conte di Stowey. » Restò ammutolita per un paio di secondi, poi chiese premurosa: « Desidera un caffè, milord? O forse qualcosa di piú forte? » Le sorrisi. « Ciò che vorrei davvero, sarebbe portarla fuori a pranzo, ma poiché devo parlare con sir Oliver, mi accontenterò di un bicchie- rino del suo Scotch migliore. » La giovane provvide prontamente. Sir Oliver arrivò una mezz'ora piú tardi. Era un ometto pingue dall'e- spressione mite, ma il suo sguardo bonario era assolutamente inganne- 377 vole; come tutti i grandi awocati, aveva un cuore di pietra e la furbizia dl una volpe. « Milord! » esclamò nel vedermi, « non mi attendevo la sua visita. Ho forse dimenticato che avevamo un appuntamento? » « No, Oliver. E una visita a sorpresa. » « Una sorpresa dawero gradita. Vedo che le hanno già portato da bere. Bene, bene. Si accomodi nel mio santuario, John. » Mi guidò nel suo studio, una stanza opprimente con austeri seggioloni di cuoio e scene di caccia alle pareti. « Si sieda, John. Mi conceda solo un attimo per ordinare il pranzo. » Dieci minuti piú tardi, ci venne servita un'insalata di salmone Sir Oliver stappò una bottiglia di Entre-Deux-Mers. « Mi è dispiaciuto enormemente non aver potuto prender parte al funerale di sua madre » dlchlarò. « Anch'io non c'ero. Me ne sono andato prima che cominciasse. » Doveva esserne già al corrente, perché non manifestò alcuna reazione; sorridendo benevolo, mi confidò: « Devo dire, John, che ha un aspetto magnifico. Sole e mare, eh? » Tacque per una frazione di secondo. « Credevo che stesse tuttora navigando verso ignoti lidi. » « Sono rientrato. » « Già, è evidente. » Sorrise, infilandosi in bocca un grosso pezzo di salmone. « Presumo sia preoccupato per il testamento di sua madre » « Non l'ho neppure visto. Sono venuto a trovarla, Oliver, a causa di ciò che Elizabeth sta combinando con Georgina. » Si passò il tovagliolo sulle labbra. « Cara lady Elizabeth. » « La risposta è: no. » « No? » Sorrise gaiamente. « Nessuno apprezza la concisione quanto me, caro John, ma devo confessare che il significato di questo "no" al momento mi sfugge. » « Georgina non andrà a vivere con Elizabeth. » Sir Oliver sorseggiò il suo vino. « Potrei chiederle il motivo della sua opposizione? » « Perché Elizabeth odia Georgina. Vuole portarla via da Jersey solo per poter mettere le mani sui suoi soldi. » Sir Oliver mi fissò dritto negli occhi. « Finché era viva, sua madre ha voluto che Georgina restasse a Jersey, ma ora le buone suore del con- vento sono sottoposte a forti pressioni perché vendano la proprietà, e in tal caso è probabile che debbano ritirarsi presso la casa-madre di Nantes, m Francia. E pensi a come sarà desolante la vita di Georgina dopo la morte di suor Felicity! . . . Siamo tutti preoccupati per lei, perché si troverà sola in un paese straniero, con i sacramenti come unico conforto. » 378 CACCIA AL VAN GOGH « Si potrebbe trovare un buon istituto qui, in Inghilterra » replicai. « Oh, senza dubbio » convenne con finto entusiasmo. « Ma le do- mando: crede davvero che gli amministratori del patrimonio preferi- ranno affidarla a un'istituzione, anziché all'amore e alle cure di un membro della famiglia? » « E lei definirebbe Elizabeth una sorella amorevole e premurosa? » esclamai incredulo. « Milord » ribatté sir Oliver seccato, « lady Elizabeth Tredgarth si è impegnata ad assicurare alla sorella la migliore assistenza; non vedo come qualsiasi tribunale potrebbe negargliene la tutela. » Notai che mi aveva chiamato "milord". Era un segnale di pericolo, che mi fece comprendere come il legale fosse dalla parte di Elizabeth. Se mia sorella avesse assunto 11 controllo del fondo fiduciario dl Geor- gina, unico patrimonio liquido rimasto alla mia famiglia, sir Oliver sarebbe riuscito a incassare il proprio onorario. « E se la offrissi io, una casa a Georgina? » Si finse piacevolmente sorpreso. « Caro John, che splendida idea! Naturalmente, però, dovrebbe anche assicurarle l'assistenza costante di un'infermiera e un'abitazione adatta. O pensava forse di farne la sua compagna di traversate? » Rise, compiaciuto della propria battuta. « Sul serio, John, una simile responsabilità comporterebbe spese enormi. » « C'è il fondo di Georgina. » « Che ben difficilmente verrebbe messo a disposizione di qualcuno che abbia precedenti con la polizia. » La sua voce si era fatta tagliente, ora. « Inoltre, gli amministratori vorranno accertarsi che lei sia in regola con le tasse, c che abbia dato prova di affidabilità nei rapporti con la famiglia. » Mi alzai senza aver neppure toccato la mia insalata di salmone. « Georgina può restare dove si trova, finché Felicity è viva e la casa di cura non viene venduta. » Sebbene le mie parole non avessero alcuna inflessione interrogativa, fu cosí che sir Oliver decise d'interpretarle. « Sí, per un certo periodo di tempo sarà possibile. So che lady Elizabeth non ha ancora portato a termine i preparativi per assicurare a Georgina tutte le comodità possi- bili. Perché non va a controllare? Sono certo che lady Elizabeth sarebbe lieta di un suo sopralluogo. » « E lei, avvocato, ha già proweduto? » « Certamente ci sono stato proprio la settimana scorsa. Devo dire che ho trovato ia sistemazione proposta da sua sorella Elizabeth del tutto soddisfacente. » 379 CACCIA AL VAN GOGH Mi avevano intrappolato. Avevo percorso centinaia di miglia solo per scoprire che ero stato messo nel sacco, e Georgina con me. Abbando- nato l'ufficio di sir Oliver, corsi giú in strada. ERO INRAPPOLA, ma grazie a Dio mi era rimasto un po' di coraggio e di orgoglio. Raggiunto il Tamigi, mi misi a camminare su e giú per il lungofiume. Ero il capofamiglia dei Rossendale, ma l'autorità del mio titolo non valeva nulla, dal momento che ero povero, avevo dei prece- denti con la polizia e la reputazione di un individuo poco affidabile. Eppure sapevo che, in realtà, nel trattare con gli avvocati, non c'è che una sola cosa che conti: i quattrini. Tanti quattrini. Gli amministratori del fondo a favore di Georgina non avrebbero mai affidato a me il denaro, ma se avessi potuto provvedere personalmente al suo sostenta- mento, mi sarebbe stato consentito di occuparmi del suo futuro. Mi servivano un sacco di soldi, e alla svelta. Charlie mi avrebbe aiutato, ma non sarebbe stato in grado di compe- tere con una furba canaglia come Oliver Bulstrode, senza contare che era già fortemente indebitato con le banche. E, per concludere, si trat- tava di una faccenda di famiglia, di una mia responsabilità. Dovevo procurarmi del denaro, un mucchio di denaro. Mi serviva un pezzo di tela sul quale, tanto tempo prima, un povero genio mezzo pazzo aveva dipinto un vaso di girasoli. Per farla breve, avevo bisogno di sir Leon Buzzacott. Lui lo sapeva ed era quello il motivo per cui aveva inviato Jennifer Pallavicini a rife- rirmi che sarebbe stato disposto a occuparsi del futuro di Georgina. Per assicurarmi quel futuro, però, avrei dovuto strisciare come un verme ai piedi di Jennifer Pallavicini. A meno che, naturalmente, sir Oliver non avesse ragione e io fossi stato ingiusto nel giudicare Elizabeth. Possibile che fossi stato accecato dalla mia irragionevole antipatia verso di lei? Era l'ultimo filo di spe- ranza cui potevo aggrapparmi. DoPo aver scroccato un letto per la notte a un vecchio amico, presi il treno del mattino per il Gloucestershire, quasi convinto ormai che i miei problemi si sarebbero presto risolti. Avrei dimostrato a Jennifer Pallavi- cini che ero in grado di badare a mia sorella senza l'aiuto di sir Leon. Georgina avrebbe avuto una sistemazione sicura e io sarei stato libero di tornare alla mia solita vita e al Sunflower. Percorsi in autobus il tratto dalla stazione al paese e poi proseguii a piedi verso Perilly, la fattoria di Lord Tredgarth. Un grosso cartello 380 appeso al cancello avvertiva: INGRESSO RìSERVATO A PERILLY HOUSE E AL MANEGGIO. PROPRIETA PRIVATA. Spalancai con una spinta I alto cancello in ferro battuto; alla mia destra c'era un recinto, al di là del quale vidi un percorso per i cavalli, con ostacoli formati da bidoni di benzina e pali a strisce bicolori. L'altisonante nome di Perilly House corrispondeva in realtà semplice- mente a una bella e grande fattoria in pietra; la porta d'ingresso, incor- niciata di rose rampicanti, era impreziosita da bianche colonne in stile georgiano e da un antico picchiotto in ottone. La scorbutica domestica che venne ad aprirmi m'informò che Sua Signoria era uscita. Sembrò rassicurata dal fatto che non indossassi un completo scuro, il che significava che probabilmente non ero là per consegnare un mandato o qualcos'altro che potesse aggravare i pro- blemi di Peter Tredgarth. « Sua Eccellenza lord Tredgarth, però, è qui » aggiunse spontaneamente. « Può trovarlo giú alle baracche. » Ricordavo quel luogo dai tempi in cui Peter e io eravamo ancora amici. Era stato costruito durante la guerra, per ospitare i prigionieri italiani che lavoravano nelle proprietà dei dintorni. La prima volta che l'avevo visto, era già fatiscente. Peter aveva pensato di sistemare nelle vecchie baracche un allevamento di galline, ma alla fine non ne aveva fatto nulla, e il legno aveva conlinuato a marcire. Mi avviai per un sentiero solcato dai cingoli di un trattore, oltrepassai un boschetto di ontani e costeggiai il corso d'acqua che scorreva nei pressi delle baracche. Vidi Peter Tredgarth in piedi accanto al torrente. Imbracciava un fucile da caccia. Quando lo chiamai, sobbalzò con aria colpevole poi, riconosciutomi, mi fissò sorpreso. « Che diavolo stai facendo qui? » « Sono venuto per vedere te, naturalmente. Mi risulta che Elizabeth non sia in casa. » « Non c'è mai, in questi giorni. » Mancandogli il fegato per mostrarsi ostile, abbozzò un grugnito di benvenuto. Sembrava sconcertato dalla mia visita inattesa. « Se fossi in te, non mi farei trovare qui quando Elizabeth torna. Ha ricevuto una telefonata dall'avvocato, ieri. Quel tizio di Londra. Comunque, Elizabeth non è esattamente ben disposta nei tuoi confronti. Anzi, direi piuttosto che è furibonda. » Alto e robusto, Peter aveva un'espressione perennemente preoccu- pata Non era sempre stato cosí. Ai tempi in cui l'avevo presentato a Elizabeth, era un sorridente ed elegante ufficiale di sua Maestà Britan- nica ed era solito navigare con me su e giú per la Manica. Aveva da tempo rinunciato alla vela, e sembrava ormai schiacciato sotto il dolo- 381 CACCIA AL VAN GOGH roso fardello delliesistenza. « Credevo che tu fossi tornato in mare » commentò con aria irritata. « Infatti, ma sono di nuovo qui. » « Pessima idea. » Mi fissò intensamente. « Sei arrivato in auto? » « Ho preso un autobus dalla stazione, e poi ho proseguito a piedi. » Fece una smorfia, evidentemente incerto su come reagire alla mia sgradita presenza. « Ecco quel che faremo » mi comunicò infine, « ti rlaccompagnerò io alla stazione. In questo modo, lei non saprà neppure che sei venuto. Aspettami qui. » S'incamminò in direzione delle baracche, nascoste dagli alberi. Mi avviai dietro di lui. « Vengo con te. » « Ti ho detto di aspettare dove sei » mi ordinò irritato, prima di proseguire. Nel giro di qualche minuto, la sua Land-Rover scese sobbalzando lungo il pendio e venne ad arrestarsi accanto a me. Issatomi sul sedile accanto a quello del guidatore, misi la mano sulla leva del cambio per impedire a Peter di ripartire. « Non voglio andarmene subito. Sono venuto a vedere i vostri preparativi per Georgina; se sarò soddisfatto non mi opporrò ai progetti di Elizabeth, e lei potrà mettere le grinfie sul denaro di nostra sorella. » Mi fissò. « Credi forse che Elizabeth abbia intenzione di combinare qualche imbroglio con i soldi di Georgina? » « Devo ammettere che l'idea mi ha attraversato la mente » replicai asciutto. Per un istante credetti che mi avrebbe scaraventato fuori dell'auto invece, si limitò ad allontanare la mia mano dal cambio e a inserire bruscamente la prima. « Benissimo! » esclamò rabbiosamente. « L'hai voluto tu. Procediamo con l"'Operazione Georgina". » Con un balzo in avanti, l'auto imboccò un sentiero dissestato al termine del quale ci trovammo davanti una stradina silenziosa, che conduceva a un grazioso villino in pietra. Evidentemente era in fase di costruzione, dal momento che accanto alla porta d'ingresso erano ammucchiati tubi e impalcature, ma non si vedevano muratori nei paraggi. « "Villa Primula" » annunciò Peter Tredgarth frenando. « A parte il nome orribile, ha tre camere da letto, doppi servizi, cucina, soggiorno giardino recintato sul retro e un garage. Stanno installando il riscalda- mento centralizzato. Una residenza perfetta, per una sorella demente e la sua infermiera fissa. » « Perfetta davvero » convenni. Ero felicemente sorpreso. Non avrei mai immaginato che Elizabeth si sarebbe comportata in modo tanto corretto, ma dovevo riconoscere che "Villa Primula" era davvero una sistemazione ideale. D'un tratto sentii svanire tutti i miei timori; sarei tornato ad assaporare la libertà. « L'infermiera fissa » - Peter aveva lasciato il motore acceso - « verrà assunta tramite un'agenzia di Cheltenham, specializzata in casi come quello di Georgina. L'idea incontra la tua approvazione? » concluse in tono sarcastico. « Elizabeth è stata magnifica, devo chiederle scusa per aver dubitato di lei » ammisi in tono contrito. Peter trasse di tasca una fiaschetta d'argento, svitò il tappo e bewe una lunga sorsata. D'un tratto sembrava diventato scontroso. « Mi pia- cerebbe davvero conoscere il motivo di questo tuo interessamento verso Georgina. » « Mi preoccupo per lei, ecco tutto. » « Ti preoccupi del suo denaro » mi accusò, aggressivo, « ma non lo avrai, John. Hai abdicato ai tuoi diritti, e con ogni probabilità hai anche ingannato la famiglia sottraendo quel maledetto quadro. » Scoppiò in una risata sgangherata. Non mi ero mai accorto, prima, che fosse un alcolizzato. « Elizabeth dice di aver conosciuto qualcuno che è stato tuo complice nel furto. » « Chi? » « Che mi venga un accidente se lo so. » Non che il particolare sem- brasse interessargii, del resto. Sbirciò l'orologio. « Può essere che Eliza- beth rientri per il pranzo; farai meglio ad andartene. » Si sporse ad aprire la portiera dalla mia parte. « Vai fino in fondo al sentiero; all'in- crocio puoi prendere un autobus. Fuori! » ordinò, apparentemente dimentico di avermi offerto un passaggio fino alla stazione. Saltai a terra e richiusi sbattendo la portiera. Dopo aver tracannato un'altra sorsata dalla fiaschetta, Peter ruotò rabbiosamente il volante e ripartí in direzione della fattoria. Attesi che si fosse allontanato, poi m'incamminai per la stradina fino a "Villa Primula". La porta d'ingresso, appena installata, era priva di serratura; entrai nel vasto soggiorno ingombro di calcinacci. Gironzo- lando in cucina, dove era stato montato un lavandino nuovo, vidi sullo scolapiatti una pila di fatture e alcuni volantini pubblicitari di imprese edili. Li sfogliai distrattamente. Uno degli opuscoli, anziché illustrare materiale da costruzione, conteneva le proposte di una ditta specializ- zata nella locazione di villette per le vacanze. "Disponete di una casa in campagna che non usate? Consentiteci di trasformare la vostra pro- prietà in un redditizio investimento! » 383 Guardai attraverso la finestra; non molto lontano, potevo scorgere l'agglomerato delle baracche. Perché Peter non aveva voluto che lo accompagnassi fino alla Land-Rover? Tentai di allontanare quel pen- siero fastidioso. Desideravo ardentemente andarmene, raggiungere il Sunflower e prendere il largo; ma c'era qualcosa che non andava, lí. Era possibile che Elizabeth avesse progettato di rinnovare "Villa Primula" attmgendo ai fondi di Georgina, per poi affittarla a qualche turista? Su uno dei foglietti, notai il preventivo di un idraulico per l'installa- zione di un serbatoio per l'acqua calda, uno scaldabagno, una doccia, e, proprio in fondo alla pagina, una cisterna e un condotto per portare l'acqua a due roulotte. Imprecai fra i denti; non riuscivo a credere che ciò che sospettavo potesse essere vero, eppure sapevo che, se i miei dubbi erano fondati, i miei gual non erano che all'inizio. Seguendo un viottolo secondario che s'inoltrava nel bosco, raggiunsi la spianata delle baracche. Sulle fondamenta delle vecchie casupole erano state sistemate due roulotte piuttosto spaziose, ma chiaramente di seconda mano. Erano entrambe chiuse a chiave. Fra l'una e l'altra vidi la cisterna. Due roulotte. Una per Georgina... e l'altra? Certamente per qualche ragazzotta irlandese che si sarebbe accontentata di un misero stipendio. Mia madre si era servita di loro come domestiche, in passato, e immagi- nai che Ehzabeth avrebbe fatto altrettanto. Avrebbe sostenuto che "Villa Primula" era destinata a ospitare Georgina, ma dopo qualche tempo l'avrebbe relegata in quella specie di malsano tugurio, e avrebbe vantaggiosamente affittato il villino a turisti in grado di apprezzarlo quanto meritava. E tutto ciò col denaro di Georgina. Frustrato dalla mia impotenza, vibrai un pugno contro la parete metallica della roulotte piú vicina. Non ci sarebbe stata libertà, per me dunque. Era arrivato il momento di dare la caccia al ladro. QUELLA NOTTE, tornato nel Devon, raggiunsi a remi il Sunflower e mi versai l'ultima razione di whisky rimasta. Il mattino seguente tornai a riva per telefonare a Charlie, ma non era in ufficio. Chiamai sua moglie la quale, pur mostrandosi sorpresa di udire la mia voce, si limitò a informarmi che Charlie era assente. « Digli che sono tornato, Yvonne. Sono ormeggiato sul fiume Exe per il momento. » Dopo averla salutata, telefonai alla galleria di sir Buzzacott e chiesi di Jennifer Pallavicini, ma l'uomo che aveva risposto mi comunicò che la ragazza si trovava a New York. « Mi chiamo John Rossendale. Le riferisca che ho chiamato, e che sono di nuovo in Inghilterra. Può mettersi in contatto con me via radio. » Gli fornii un elenco delle stazioni-radio della costa, e il nomina- tivo della mia barca. Poi, non avendo di meglio da fare, uscii in mare col Sunflower. Gironzolai lungo la Manica per qualche giorno, ascoltando le liste di chiamata trasmesse dalle stazioni costiere, ma né il Sunflower né il suo segnale di chiamata in codice vennero mai menzionati. Attraccai a Dartmouth e cercai una cabina telefonica, ma a casa di Charlie non rispondeva nessuno. Provai allora a contattare di nuovo Jennifer Pallavicini, anche questa volta senza successo. All'inferno, mi dissi. Continuando ad andarmene a zonzo col Sun- flower non avrei concluso nulla. L'ispettore Harry Abbott era una cana- glia, ma aveva il pregio di essere raggiungibile telefonicamente. Perciò, composi il suo numero. Non potendo venire al telefono personalmente, mi fece comunicare che avrei potuto incontrarlo il mattino seguente, in un caffè sul molo di Dartmouth. L'indomani scesi a riva di buon'ora; stavo per buttarmi sulla mia colazione a base di pancetta, uova, salsicce e patatine fritte, quando sentii una mano posarsi sulla mia spalla. Voltandomi, mi trovai di fronte la lugubre faccia di Harry Abbott. L'ispettore allungò un braccio e mi rubò una patatina. « Se vuole delle patate fritte, se le ordini. » Prendendone un'altra, si sedette di fronte a me. « Trovo che ha un ottimo aspetto » mi disse. « Se la faccenda fosse andata a modo mio, lei sarebbe in prigione, adesso. » « Ma ha fallito. » Nonostante l'ispettore Abbott avesse un aspetto malaticcio e sem- brasse avere costantemente un piede nella fossa, non era un uomo da sottovalutare. Quando mi aveva interrogato in merito al Van Gogh rubato, si era rivelato implacabile; c'era mancato poco che riuscisse a convincermi che il colpevole non potevo essere che io. Ordinò un caffè. « Che effetto le fa, sapere che qualcuno ha tagliuz- zato con le forbici il quadro di sua madre? » « Non ho affatto apprezzato l'iniziativa. » « Quel dipinto le è sempre piaciuto, non è cosí? A suo tempo, mi era balenata l'idea che lo avesse rubato proprio perché le piaceva tanto. Strano a dirsi, adesso non sono piú tanto sicuro che lo abbia preso lei. In realtà mi sono convinto di essere stato ingiusto, allora. Mi dispiace. » 385 CACCIA AL VAN GOGH Sorrise, mettendo in mostra i denti da cavallo. « Mi dica, perché non ha denunciato i1 fatto che hanno cercato di assassinarla? Mi rendo conto che Si tratta di un'esistenza miserabile e che probabilmente non vale la pena di proteggerla, ma un tentativo di omicidio riveste sempre un certo interesse per noi. » « Chi gliene ha parlato? » « Chi crede possa essere stato? La contessa, owiamente. » « La contessa? » Abbott scosse la testa. « La contessa Pallavicini. Chi altri? » « Jennifer Pallavicini? » « Oh, mi scusi, continuo a dimenticare che anche lei è un aristocra- tlco. Probabllmente non usate titoli nobiliari fra di voi, è vero» « Accidenti! » mormorai. « Non sapevo che fosse una contessa. » « Sua madre e entrata a far parte dell'aristocrazia grazie al matrimo- n~°i ora è diventata lady Buzzacott e sua figlia si fregia del titolo di Lo fissai a bocca aperta. « Dunque Jennifer è la figliastra di sir Leon « Non sapeva neanche questo? » «No. » Abbott era palesemente compiaciuto di sé. « Sono riuscito a sorpren- derla, eh? Bene, può anche smettere di spasimare per lei. E impegnata con un uomo d'affari svizzero imbottito di milioni. » « Non porta nessun anello » protestai un po' troppo vivacemente Sogghigno. « Le piace, vero? » « A chi non piacerebbe? » « Be', oggi è il suo giorno fortunato; vuole vederla. » « Credevo fosse a New York. » « E tornata ieri. Andremo a far visita alla famiglia, lei e io. Sarà un incontro molto formale. » Non ero in vena di mondanità, ma con la mia telefonata a Harry bott mi ero condannato con le mie stesse mani ad accettare qualun- que sgradevole situazione potesse capitarmi. Per il bene di Georgina L ispettore fece schioccare le dita per segnalare alla cameriera di portarci i1 conto. « Allora, andiamo, ragazzo mio? » Dopo aver pagato, raggiunsi Abbott a bordo della sua decrepita over. Ci dlngemmo verso lo Wiltshire. Dietro sua insistenza, lo misi al corrente di tutto ciò che riguardava Garrard e Peel, e su come Charlie mi avesse salvato. Dopo di che, l'ispettore prese a parlare di golf e contmuò Imperterrito per tutto il viaggio. PARCHEGGIAMMO nell'immenso cortile antistante Comerton Castle. Due domestici scesero di corsa i gradini per venire ad aprirci le portiere dell'auto e fummo cerimoniosamente condotti nell'atrio, dove ci atten- deva un impettito maggiordomo in giacca a righe. Non batté ciglio di fronte ai miei jeans inzaccherati e alla camicia spiegazzata. « Benve- nuto, milord. » Seguimmo i suoi passi felpati attraverso una fila di saloni abbastanza vasti per contenere una goletta a vele spiegate. Una schiera di divinità popolava gli affreschi sui soffitti e le pareti erano scandite da colonne di marmo. Harry Abbott si ravviò i capelli e raddrizzò la cravatta. I nostri ospiti ci attendevano in una veranda disseminata di palme in vaso e comodi divani. Sir Leon e lady Buzzacott ci accolsero con un sorriso cortese. Non c'era traccia di Jennifer. « Mia figlia mi ha detto di averla incontrata alla galleria » esordí lady Buzzacott in tono affabile. « Avrei desiderato che l'avesse portata qui e ci avesse presentati, quel giorno. » « Sarebbe stato un vero piacere, lady Buzzacott. » « Mi chiami Helen, e io la chiamerò John. » Lady Buzzacott era un'autentica bellezza. Fra i capelli, scuri come quelli della figlia, comin- ciava appena a spuntare qualche filo bianco, che non aveva evidente- mente alcuna intenzione di nascondere. Se lei mi aveva impressionato, il marito riuscí addirittura a sorpren- dermi. Sir Leon era piccolino, panciuto, e apparentemente piuttosto timido. Ordinò che ci portassero da bere, poi condusse Abbott in giar- dino per mostrargli le sue orchidee. « Scommetto che si metteranno a parlare di golf » commentò lady Buzzacott con finta disperazione. Nel frattempo, mi era stata servita un'abbondante razione di whisky. « Confesso » proseguí la donna, « di aver sentito parlare molto di lei. Dev'essere un tipo originale, non è cosí? Immagino che i suoi antenati abbiano navigato in lungo e in largo per tutti i mari, ma oggigiorno il fatto che lei faccia altrettanto non viene molto apprezzato. Si suppone che tutti noi si debba essere conformisti e noiosi come Hans. » « Hans? » « Il fidanzato di Jennifer. Temo che resterà a pranzo con noi. Si occupa di formaggi, o almeno credo, ma è di una noia talmente mortale che non sono mai stata veramente ad ascoltarlo. » Lady Buzzacott cominciava a piacermi. « E lei? » domandai. « Come tiene lontana la noia? » « Osservo Leon all'opera. E un'attività affascinante. » Dovette no- 387 CACCIA AL VAN GOGH tare la mia espressione perplessa, perché aggiunse con un'impercettibile sfumatura dì rimprovero nella voce: « Un sacco di gente sottovaluta Leon. E un filibustiere; non ne ha l'aspetto, ma lo è davvero Ha cominciato con gli immobili, naturalmente - è in quel settore che si sono costruite quasi tutte le fortune piú recenti - ma ora si occupa per lo piú dl azioni. E cosí che abbiamo conosciuto Hans. Fra l'altro, anche lui gioca a golf ». Fece una smorfia. « Si può immaginare qualcosa di piú tedioso?h, a proposito di noia, ecco Hans. » Un gio~ane alto, azzimato, di bell'aspetto, aveva fatto il suo ingresso nella veranda. Era uno di quegli stranieri che amano vestire all'inglese - completo di tweed e costosissime scarpe di produzione britannica - ma non sembrava avere ancora imparato che quei capi avrebbero avuto blsogno di essere indossati dal suo giardiniere per almeno un anno prlma di assumere quell'aspetto "vissuto" che potesse definirsi davvero inglese. Sembrò in qualche modo sconcertato dal mio abbigliamento ma Sl tranquilljzzò quando gli venni presentato come un conte. « Oh, ma guardate che ora è. » Lady Buzzacott sorrise graziosamente al suo probabile genero. « Le rincrescerebbe telefonare a Jenny e avvertirla di raggiungerci subito? » Hans Sl affrettò a obbedire, mentre lady Buzzacott incrociava il mio sguardo. « Se ritiene che mi stia comportando in modo particolarmente gentile nei suoi confronti, John, sappia che è la verità. Sto cercando di corromperla. Desidero che Leon abbia i suoi Girasoli, e che lei ne ricavi un buon prezzo. » « Detesto il modo in cui questa famiglia tenta costantemente d'in- fluenzarmi » replicai in tono scherzoso Rise delizjata, poi lanciò uno sguardo in direzione della finestra. « Ah, ecco Jenny; possiamo accomodarci in sala da pranzo- avrà l'occa- sione di farsi una cultura sui formaggi. Dopo di che, terremo il nostro consiglio dj guerra. Ma senza Hans; non è della famiglia, lui. Non Offrii il braccjo a lady Helen, e ci avviammo verso la sala da pranzo. DoPo PRANzo, sir Leon Buzzacott, lady Helen, la contessa Pallavicini, Harry Abbott e io ci riunimmo per definire il nostro piano d'azione Fu per lo piú l'ispettore a parlare, e lo fece in modo piuttosto incisivo. Lady Buzzacott disse appena qualche parola, limitandosi ad ascoltare con la massima attenzione. Sir Leon prendeva annotazioni, interve- nendo solo quando era necessario. Jennifer Pallavicini manteneva un atteggiamento sdegnoso e gelido; mi aveva quasi ignorato per tutto il 388 pranzo. Notai che aveva al dito un anello di fidanzamento, ora, con un enorme brillante che doveva essere costato qualche quintale di formag- gio stagionato. Abbott iniziò la sua relazione. Il furto di opere d'arte, affermò, era un'attività altamente specializzata; vi erano coinvolti pochi professioni- sti, la cui principale qualifica consisteva nel sapere esattamente chi sarebbe stato disposto ad acquistare le opere rubate. « Il furto in sé può essere commissionato a qualsiasi ladruncolo di mezza tacca. Ovviamente, quest'ultimo in genere cerca di procurarsi un complice all'interno, perciò avevamo pensato che potesse trattarsi del nostro conte di Stowey, qui presente. » Lady Buzzacott mi scoccò un sorriso; il minuscolo, miope sir Leon scribacchiò qualcosa sul suo libriccino rilegato in pelle, mentre Jennifer fissava il soffitto, con ostentata indifferenza. Era davvero molto bella, e in qualche modo l'esistenza di Hans la rendeva ai miei occhi ancora piU desiderabile. « Dopo che si è provveduto con successo a effettuare il furto » prose- guí Abbott, « il ladro riceve la somma pattuita, sia che l'opera venga poi venduta o meno. E la regola. In seguito, viene portata a colui che si era impegnato ad acquistarla. E questa è la chiave della faccenda, perché m genere ci si procura l'acquirente ancor prima che il lavoro venga ese- guito. Voglio dire, nessuno vorrebbe tenersi m casa un Rembrandt rubato che può valere dieci milioni di sterline, in attesa di trovare un tizio che abbia un po' di spazio disponibile sulle pareti. » « Proprio cosí » commentò sir Leon, scuotendo la testa. « Perciò, la refurtiva viene consegnata, il denaro cambia di mano, e la faccenda è conclusa. » « E gli acquirenti? » domandò sir Leon. « Chi sono? » « Sempre piú di frequente, sir, si tratta di giapponesn » « Ma per quale motivo non si limitano a comperare i quadri alle aste? » intervenni. « Perché l'opera che vogliono potrebbe non essere in vendita » mi spiegò l'ispettore, « e perché la trattativa con i ladri, se va a buon fine, è estremamente piú vantaggiosa dell'acquisto a un'asta. Nell'ambiente dei ricettatori si può trovare un Rembrandt di prima qualità per un milione di sterline. » Sir Leon depose la sua penna d'oro e mi fissò. « Deve capire, milord, che la passione di cui è preda un collezionista è qualcosa di assoluta- mente divorante. Se s'innamora, poniamo, di una particolare tela di L Picasso, non troverà pace fino a che quel quadro non sarà suo. » Mi resi conto che stava descrivendo se stesso. Avrebbe dedicato la vita alla rlcerca del Van Gogh. Non sarebbe mai ricorso ad azioni cnminali, ma comprendeva perfettamente la mentalità di coloro che lo facevano Lui, però, non nutriva alcuna simpatia nei confronti di gente capace dl mutilare un dipinto per chiedere un riscatto. « Ora sembra accertato » continuò sir Leon, « che il frammento di tela è stato tagliato dal Van Gogh di Stowey. » « Come può esserne sicuro? » Jennifer spiegò che era andata a New York, al Metropolitan Mu- seum, e lí aveva fatto sottoporre il frammento ad alcune perizie. « Il pigmento e la tela sono identici a quelli di altre opere dipinte da Van Gogh fra il 1880 e il 1890. Il peggio è che non sappiamo neppure se il nostro sia l'unico frammento in circolazione. » Era angosciata dall'im- phcito pericolo che il quadro venisse ulteriormente tagliuzzato « Potrebbero aver chiesto il riscatto contemporaneamente a una doz zina dl potenziah acquirenti. » Abbott non pareva preoccupato. « Sapendo quanto sir Leon desideri quel dipinto, sono convinto che confidino nel fatto che pagherà il riscatto. Sanno anche che sir Leon non ha alcun bisogno di aspettare sino alla fine di agosto, per avere pronto il denaro; devono aver fissato quella scadenza perché hanno bisogno di tempo per mettere a punto un plano sicuro per effettuare lo scambio. In breve, stiamo trattando con del dilettanti. » « Dilettanti? » gli feci eco. « Un ladro professionista avrebbe condotto in porto la vendita già da tempo. E nessun professionista imbastirebbe un ricatto per disfarsi della refurbva; è troppo rischioso. » « Intende dire » mormorai, « che questa gente ha tenuto nascosto il quadro per tutto questo tempo? Perché mai lo avrebbero fatto? » L'ispettore si stava divertendo. Puntò verso di me la sigaretta con fare accusatorio. « Quattro anni fa, ritenevo che lei avesse sgraffignato quel dannato quadro per impedire che sua madre potesse venderlo. Ma mi sbagliavo. » Jennifer mi lanciò un'occhiata. Mi domandai se avessi realmente scorto un lievissimo rossore di vergogna sul suo viso. Probabilmente no. « Che cosa le fa pensare che non sia stato io? » domandai « E ovvio, no? Il quadro le appartiene, adesso; perché dovrebbe continuare a tenerlo nascosto? Se fosse in suo possesso, potrebbe fin- gere che per tUttl questi anm sia rimasto in qualche angolo dove nessuno era andato a cercare; niente le impedirebbe di farlo saltar fuori, ven- 390 derlo a sir Leon, e andare finalmente a comprarsi un abito decente. » Lady Buzzacott sorrise. Volgendo lo sguardo da me all'ispettore, sir Leon fece la domanda piú owia: « E allora, chi l'ha rubato? » « Il conte lo sa. Vero? » mi stuzzicò Abbott. Forse aveva ragione, ma non dissi nulla. « Stesso movente, diverso colpevole. » L'ispettore mi osservò. « Chi diventerebbe il beneficiario dello Stowey Trust, se lei morisse? » « Dal momento che non ho figli » dissi piano, « tutto andrebbe a Elizabeth. » « Già, una donna delusa, amareggiata, e molto ambiziosa. Dal punto di vista di sua sorella, inoltre, lei è un erede assolutamente inaffidabile. Non dà alcuna importanza al titolo, e non si cura del fatto che la fami- glia Rossendale stia andando in rovina. Ereditare un Van Gogh da convertire in denaro liquido sarebbe una manna per Elizabeth; e chi la separa da questa piccola, succulenta fortuna? » « Io » risposi, secondando l'implicita deduzione di Abbott. « Esatto. E se lei morisse in questo momento, sua sorella potrebbe semplicemente dichiarare di aver trovato il quadro tra i suoi bagagli. Ecco perché si affanna a dire a tutti di aver conosciuto uno dei suoi complici; deve riuscire a dimostrare la sua colpevolezza, per poter pro- vare la propria innocenza. » « Elizabeth non è un'assassina » protestai. « E un'opportunista, però » ribatté l'ispettore. « Non credo che avesse pianificato tutto sin dall'inizio. Dev'essere stata la morte di vostra madre a suggerirle l'idea dell'estorsione, oltre che il suo ritorno in Inghilterra. E se ha un complice, lui è un assassino. » « Garrard. » Non mi era difficile credere che quel tipo fosse capace di uccidere, ma continuavo a non capire per quale motivo avesse picchiato Jennifer Pallavicini, sul Sunflower. « Era spaventato » sentenziò Abbott, quando espressi ad alta voce il mio pensiero. « Che cosa doveva pensare, trovando a bordo la con- tessa? » « Che stessi concludendo un affare con lei? » azzardai. « Il che avrebbe implicato un patto tra lei e sua sorella. Garrard deve aver temuto di venir tagliato fuori dal gioco. Evidentemente Elizabeth deve averlo poi rassicurato, e lui è venuto al cantiere di George per portare a termine il lavoro. E possibile che sua sorella abbia immagi- nato che lei si sarebbe rifugiato da Cullen? » Annuii. Elizabeth ricordava certamente il mio antico legame di amici- zia con George. 391 CACCIA AL VAN GOGH « E dopo che il suo amico Charlie Barratt ha sventato il secondo tentativo di assassinarla, che è successo? » « Sono tornato in mare. » « Ovvero, il piano di Elizabeth e Garrard è fallito. Il dipinto continua a non essere legalmente di proprietà di sua sorella, la quale ha un disperato bisogno di denaro. Perciò, decide di ricorrere all'estorsione e invia il frammento a sir Buzzacott. A questo punto è stata un po' troppo avida, però; ha cercato di impossessarsi anche dei soldi di vostra sorella Georgina, provocando cosí il suo rientro. O forse intendeva davvero mdurla a tornare a casa; personalmente continuo a ritenere che la voglia morto. » Si rivolse a sir Leon. « Il quadro deve valere assai piú della cifra Indicata nella lettera ricattatoria. » Sir Leon assentí. « La quotazione si aggira sui venti milioni. » « Ed eccoci al punto. » Harry tornò a fissarmi. « La sua eliminazione vale ben piú dei quattro milioni dell'estorsione, per Elizabeth » Balzai in piedi e mi avvicinai alla finestra. « Ma mia sorelia non era neppure a Stowey, quando la tela è sparita. » « Certo, ci ha pensato Garrard » replicò pronto Abbott. « Deve averlo conosciuto ai tempi in cui entrambi frequentavano gli ippodromi e avra deciso di servirsi di lui. E probabile che gli abbia consegnato le chlavi, splegandogli come disinserire il sistema d'allarme. » Tutto quadrava. L'ispettore ci aveva servito una perfetta miscela di cupidigia, violenza e losche trame ordite intorno all'eredità di una nobile famiglia aristocratica. Eppure non volevo ancora credere che la mia sorella gemella fosse un'assassina. Scossi la testa. « Non so che dire, ispettore. Davvero non so. » « E allora, cerchiamo di scoprire come stanno le cose » ribatté lui allegramente. « Dal momento che lei è di nuovo qui, vediamo se Eliza- beth tenterà ancora di eliminarla. Dopotutto, è chiaro che preferirebbe vendere il dipinto legalmente, piuttosto che affrontare tutti i rischi con- nessi all'estorsione. Se sua sorella e Garrard cercheranno ancora di ucciderla, li coglieremo con le mani nel sacco. » Scese il silenzio. Ecco dunque il motivo per cui avevano voluto che tornassi: per fare da bersaglio. Tutti i presenti evitarono il mio sguardo D'un tratto, sir Leon scosse il capo con impazienza. « Non credo affatto che il recupero del dipinto comporti il rischio di un omicidio Sono convinto che abbiano architettato l'estorsione per barattare sem plicemente il quadro con il denaro. » Volse lo sguardo miope verso di me. « Ci hanno chiesto di pubblicare un messaggio in codice sul T~mes nella colonna degli annunci personali, per confermare se siamo disposti 392 a sborsare il denaro. A quel punto, ci forniranno istruzioni circa le modalità del pagamento. » Avevo la sensazione che sir Leon sarebbe stato pronto a versare qualunque cifra per il dipinto, mentre l'interesse dell'ispettore andava unicamente alla possibilità di prendere in trappola Elizabeth e Garrard. Sir Leon continuava a fissarmi. « Non vedo alcuna necessità che lei si esponga come bersaglio, milord. Se è d'accordo, le suggerisco di lasciarmi riscattare la tela; poi negozieremo con lei un prezzo onesto. » « Niente da fare. » Abbott bocciò la proposta con tono sorprendente- mente deciso. « Non c'è alcuna garanzia che restituiscano il dipinto, dopo il pagamento. Si limiteranno a spillarle altri milioni. » Si voltò a guardarmi. « Sarei piuttosto dell'idea di costringerli a scoprirsi. Se lei mi dà una mano. » « Certo che l'aiuterò » assentii, « ma a una condizione. » « Le garantisco » m'interruppe sir Leon con tono irritato, « che le pagherò qualsiasi somma pretenderà per quel quadro; del resto sono abbastanza sicuro che la sua richiesta finale sarà spropositata. Dopo- tutto, ho già avuto occasione di condurre trattative con la sua famiglia, prima d'ora. » Quelle ultime parole, pronunciate da sir Leon in tono ironico e con aria di sufficienza, ferirono il mio orgoglio. Lasciavano intendere che la mia famiglia fosse sempre stata animata soltanto da una smodata cupidi- gia, ignorando i dissidi che la laceravano e la disastrosa situazione finan- ziaria in cui versava. Quell'uomo aveva dalla sua il potere dell'arricchito nei confronti delle antiche casate, ma mi sarei dannato piuttosto che consentirgli di trattarmi con condiscendenza. « Non m'importa un acci- dente del suo denaro » sbottai, « e non mi paragoni al resto della fami- glia, per favore. Se vuole tra~tare con me, deve stare alle mie regole. Le condizioni sono molto semplici, sir Leon: deve impegnarsi a provvedere al futuro di Georgina. E tutto. » Sir Leon mi fissò, chiaramente sbalordito dal mio tono veemente. « Ciò che lei pretende, se ho ben capito, è la sicurezza economica per sua sorella minore? » « Sicurezza e serenità. » Mi guardò dritto in faccia, e d'un tratto mi resi conto di non avere di fronte il timido ometto che credevo, bensí un osso duro, molto duro. « E oltre a questo, qual è il suo prezzo in denaro? » domandò col suo tono piú acido. Doveva sapere che sarebbe riuscito a farmi uscire dai gangheri. « Faccia ciò che ho chiesto, e quel maledetto quadro è suo. » Ricambiai 393 la sua occhiata beffarda. « Per quale dannato motivo crede che mi trovi qui? Forse perché m'interessano i quattrini? Sono venuto qui, sir Leon, con l'unico scopo di salvare mia sorella da una squallida roulotte sepolta in un'umida boscaglia. » Jennifer mi stava fissando come se non mi avesse mai visto prima. Sapevo di aver reagito in modo eccessivo, e come risultato mi ritrovavo sul punto di gettare al vento una fortuna al solo scopo di provare la mia integrità morale. Sir Leon sorrise. « Accetto le sue condizioni, milord. Il dipinto in cambio della sicurezza per sua sorella Georgina, per tutta la vita. » Mi tese la mano. « Ci rifletta bene, John » mi mise in guardia lady Buzzacott a bassa voce. Jennifer scosse leggermente il capo. Ricambiai la stretta di mano, sentendomi un perfetto imbecille. HARRY Assorr era praticamente piegato in due dalle risate. Ci era- vamo spostati in giardino; una folta siepe di tasso ci nascondeva agli occhi degli altri, che erano rimasti in casa. « L'ha ceduto! Ha rinunciato a un Van Gogh che vale venti milioni di sterline! E tutto per far colpo sulla ragazza. Lei è proprio matto, lasci che glielo dica! » « La finisca. Il denaro non m'interessa » ribattei bruscamente. « Ma la contessa sí, vero? Ed è proprio il tipo di donna col quale ci vogliono collane di diamanti, se vuole portarsela a letto. Si è appena giocato ogni possibilità, Johnny. » « Lei è un maledetto porco, Harry. » « Può darsi, ma un porco abbastanza sveglio, spero. Abbastanza da impedire a sir Leon di pagare il riscatto. E convinto che sia il modo piú sicuro per mettere le mani sul quadro, ma quella gente non può essere tanto stupida. Devono sapere certamente che vale ben piú di quattro milioni. » Non risposi. Stavo ancora cercando di abituarmi all'idea della colpe- volezza di Elizabeth, al fatto che mi volesse morto. « Perché non arresta Garrard? » suggerii. « Lo sto cercando » dichiarò Abbott torvo, « ma è scomparso. Per- ciò, dobbiamo fare in modo che sia lui a trovare noi. Pessimo individuo quel Garrard. » « Lo conosce? » « Sicuro. » Harry passeggiava lentamente sul prato appena falciato; I'acqua di una fontana zampillava scintillante sotto i raggi del sole. « E 394 CACCIA AL VAN GOGH stato allontanato dal corpo dei paracadutisti per aver rubato i fondi della mensa; in seguito, la Finanza l'ha pizzicato con in mano titoli che puzzavano; è riuscito a scagionarsi, ma ha preferito comunque tagliare la corda e si è unito a un gruppo di mercenari, in Sudafrica. Ha messo insieme un bel po' di denaro. Cinque anni fa circa è venuto a casa in licenza e non è piú tornato laggiú. Da quel momento in poi, si è occu- pato di lavoretti da poco: scommesse, gioco d'azzardo. Ora, mi domando: perché mai un cervello di prim'ordine come lui si accontente- rebbe di bazzicare nel giro dei delinquenti di mezza tacca? Sospetto che Garrard non sia un esecutore prezzolato, bensí un socio di sua sorella a tutti gli effetti. E se le sta alle calcagna con un coltello in pugno è solo perché ha fiutato odore di milioni, parecchi milioni. Se lei morisse Elizabeth potrebbe immettere il dipinto sul mercato senza alcun pro- blema. Sarebbe libera, ricca e felice. » « E io, defunto. » « Non con lo zio Harry che la tiene d'occhio. » Mi regalò un ghigno diabolico. « E se faccio le mosse giuste, riuscirò a spedire sua sorella e Garrard dietro le sbarre. Sir Leon avrà il suo quadro, e lei si ritroverà povero in canna, per aver rinunciato a una fortuna. Dunque, ora dovremo innanzitutto far sapere ai cattivi che lei non vede l'ora di essere accoltellato. » CINQUE GIORNI piú tardi, in una stupenda giornata estiva, stavo entrando nel porto di Dartmouth col Sunflower. Una leggera brezza sospingeva dolcemente l'imbarcazione, senza tuttavia disturbare le motolance delle troupe televisive. Si trattava del metodo scelto da Harry per gettare l'esca: la pubblicità. Gli accordi erano stati presi dall'ufficio di pubbliche relazioni di sir Leon. John Rossendale, conte di Stowey, un tempo sospettato di aver sottratto il Van Gogh di famiglia, stava rientrando in Inghilterra per collaborare con le autorità nelle ricerche del dipinto rubato. Mi era stato riservato un posto barca nel porto cittadino, di fronte al molo. Ancor prima che fossi riuscito ad attraccare in quello spazio angusto, i giornalisti che affollavano la banchina cominciarono a urlare, bersa- gliandomi di domande: ero al corrente del danno arrecato al dipinto? Che cosa mi aveva indotto a cambiare idea, convincendomi a tornare per collaborare? Dove ero stato? Riuscii finalmente a ormeggiare la barca. Gli addetti-stampa di sir Leon mi scortarono fino a un vicino albergo, dove era stata riservata una sala per la conferenza stampa ufficiale. Jennifer Pallavicini era già sul posto, in rappresentanza della galleria. La salutai e lei contraccam- biò con un cenno. Ci sedemmo a un tavolo; sulla parete alle nostre spalle, era appesa una riproduzione dei Girasoli di Stowey. Il dibattito venne aperto da una cronista. « E vero che il quadro è stato oggetto di un tentativo di estorsione? » « Sí » risposi. « Può permettersi di pagare? » « Vuole scherzare? » « Come farà a salvare il dipinto, allora? » « Collaborando con sir Leon Buzzacott. » Jennifer confermò con tono formale che il suo patrigno si era assunto ogni responsabilità finanziaria per quanto riguardava il recupero del quadro . « Ma se versa il riscatto » insistette la giornalista, « dovrà poi pagare un'ulteriore somma per acquistare il dipinto dal conte di Stowey? » « Il prezzo è già stato pattuito. » « Quanto? » riecheggiarono all'unisono una cinquantina di voci. « Ho deciso di donare il dipinto alla galleria di sir Leon » intervenni. La mia dichiarazione suscitò un pandemonio. « Per quale motivo? » domandarono simultaneamente una dozzina di cronisti. « Perché la galleria di sir Leon è l'ambiente ideale per accoglierlo. » « Ma devono esserci decine di altre gallerie che sarebbero disposte a pagare milioni, per averlo. » « Diciamo che sono una specie di filantropo » dichiarai. « Chiedetelo alla contessa. Lei può testimoniare del mio buon cuore. » Jennifer serrò impercettibilmente le labbra. « La polizia vi ha fornito qualche indicazione su chi possa aver rubato il dipinto? » «Sí. » Quella semplice conferma scatenò un diluvio di domande; seguendo le istruzioni di Harry, fornii qualche informazione piú circostanziata. Non mi era stato indicato alcun nome preciso, dissi, ma avevo avuto la netta impressione che la polizia fosse sulle tracce del colpevole. Ciò faceva parte del piano: confidavamo nella possibilità che Elizabeth, colta dal panico, commettesse qualche imprudenza. Jennifer aggiunse che una nutrita squadra di agenti era sul punto di piombare addosso ai ladri. Il suo intervento fu assai convincente. Al termine della conferenza stampa, tornai a bordo del Sunflower. Dopo aver posato come un idiota per alcuni fotografi, riuscii finalmente a sbarazzarmi di loro. 396 397 Jennifer Pallavicini, che era rimasta a osservare la scena dalla ban- china, saltò a bordo e mi raggiunse sul ponte di prua. Sembrava acci- gliata, come se un pensiero le ronzasse con insistenza per la testa. « Di che cosa le importa realmente, signor Rossendale? » « Di Georgina. » Naturalmente avevo accuratamente evitato di men- zionare mia sorella alla stampa. « Perché? » Restai un attimo in silenzio, meditando sulla risposta. « Perché » dissi infine, « è troppo fragile per badare a se stessa. » Jennifer gettò un'occhiata all'orologio. « Be', credo che nel com- plesso la nostra piccola recita possa considerarsi un successo. A domat- tina, signor Rossendale. » Avevo sperato che si trattenesse un po' con me. Cosí come il Van Gogh era al centro dei pensieri di sir Leon, la sua figliastra stava comin- ciando a essere al centro dei miei. « Non vuoi fermarti a pranzo? » le domandai mentre si allontanava. « No, grazie » rispose, girando appena il capo. « Non oggi. » All'inferno, pensai, ma non lo dissi. L'ESCA era stata gettata. Elizabeth sapeva dove mi trovavo ed era àl corrente del fatto che stessi cercando di recuperare il quadro. Harry mi aveva messo in guardia; da un momento all'altro Garrard e Peel avreb- bero potuto farmi un'altra visita "di cortesia". E sarebbero caduti nell'imboscata: due agenti in borghese mi sorve- gliavano costantemente. Non proprio sempre, a dire il vero; Harry mi aveva informato che, dato il ristretto numero degli agenti e l'esiguità dei fondi che aveva a disposizione, i miei angeli custodi avrebbero potuto tenermi d'occhio solo fintanto che non mi allontanavo da Dartmouth. Non mi fidavo completamente degli uomini di Harry; cosí, dopo aver acquistato un paio di libbre di piombo e dell'alluminio, mi forgiai una nuova gaffa dall'aspetto ancor piú minaccioso. Garrard non si fece vedere, quella prima notte. Dormii un sonno agitato, ma nessuno venne a disturbarmi. Il mattino seguente, prepa- rato il caffè, portai la tazza con me nel pozzetto. Non vi era alcuna traccia di agenti in borghese; Harry mi aveva avvertito che si sarebbero fatti vedere il meno possibile. In compenso, scorsi Jennifer Pallavicini che si avvicinava lungo la banchina. « Buongiorno » la salutai allegramente. « Caffè? » Ignorando la mia offerta, mi comunicò che quella sera entrambi avremmo dovuto partecipare a un programma televisivo in diretta, a Londra. « Ho accettato anche a nome suo. » Scese nel pozzetto e venne a sedersi di fronte a me. Abbozzai un mugugno. Poi domandai con aria speranzosa: « Come pensi di arrivarci? » « Con l'elicottero personale del mio patrigno » rispose in tono distac- cato, facendomi chiaramente intendere che, sebbene per cortesia si sentisse obbligata a offrirmi un passaggio, si aspettava che fossi tanto educato da rifiutarlo. « Posso darle uno strappo, se lo desidera, ma devo partire immediatamente. Hans e io dobbiamo presenziare all'inau- gurazione di una mostra alla Hayward Gallery. Paesaggi inglesi del tardo Settecento. » Le feci l'occhiolino. « Mi toccherà perdermela. » « Filisteo » fu il suo commento, in tono quasi affettuoso. Si lasciò sfuggire un mezzo sorriso, affrettandosi subito dopo a soffocare quella fuggevole reazione di spontaneità. « Dawero » esclamò, « solo un fili- steo si separerebbe da un Van Gogh! » « L'ho fatto per far colpo su di te: senza contare il mio spirito donchi- sciottesco. Vedi, Jennifer, ho una teoria: le donne preferiscono i vaga- bondi irresponsabili ai commercianti di formaggio svizzero. » « Un vagabondo con venti milioni di sterline » puntualizzò lei, « è leggermente piú attraente di uno senza. » Scoppiai a ridere. Fu un momento magico; d'un tratto, senza alcuna ragione apparente, ci ritrovammo a sorriderci l'un l'altra. « Ho pensato fosse un'idiozia da parte sua separarsene. » Annuii. « Probabilmente è vero. » « Si è pentito di averlo fatto? » indagò lei con genuino interesse. « Se non ti ha impressionato, si è trattato chiaramente di un gesto inutile. » Sorrise; era bellissima. « Mi ha impressionato » confessò, « ma se ha dei rimpianti, le prometto che il mio patrigno non la costringerà a mantenere l'impegno. » « Non mi rimangio mai la parola data. Sei mai stata in barca a vela? » « Qualche volta. » Sembrava sulla difensiva. « Con Hans? » domandai, anch'io sullo stesso tono. « Hans non ha tempo per navigare, ma c'è un amico di mamma che ha un ketch. » « Perché non vieni a fare un giro sul Sunflower? » Mi aspettavo il solito rifiuto; sorprendentemente invece, dopo un attimo di esitazione, annuí. « Va bene. Un giorno o l'altro, forse. » « Solo forse? » 398 399 Fece una smorfia. « Be', lasciamo perdere il forse. » Era valsa la pena di rinunciare a un Van Gogh per strapparle quel sorriso malizioso. D'un tratto udii i passi di qualcuno sul molo e una voce che gridava: « Johnny! » Mi girai di scatto, già pronto a impugnare la gaffa. Uno degli agenti in borghese stava già accorrendo verso la banchina, ma quando vide che mi alzavo con un'espressione di lieto stupore dipinta sul viso, il mio angelo custode rallentò il passo. « Charlie! » urlai a mia volta. Corse lungo il molo, raggiunse il Sunflower, e balzò nel pozzetto. Era palesemente felice di rivedermi. Lo presentai a Jennifer che lo salutò con un cenno del capo. Charlie volse lo sguardo da Jennifer a me, poi tornò a fissare la mia visitatrice. « Non vi ho interrotti, per caso? » « No, signor Barratt. Assolutamente. » Jennifer aveva ritrovato tutta la propria freddezza. « Arrivederci a questa sera, milord » concluse rivolta a me. « Ci vediamo agli studi televisivi. Un'auto passerà a pren- derla alle tredici. » Charlie restò a osservarla mentre risaliva il molo, poi sospirò: « E deliziosa, Johnny. Assolutamente deliziosa ». Improvvisamente, fece schioccare le dita. « Ma certo! Si tratta della ragazza che è apparsa in televisione con te ieri, giusto? » Si accasciò sulla panca del pozzetto. « Dimmi che non è vero. » Mi stava fissando con un'espressione molto preoccupata. « Non hai veramente rinunciato al quadro, vero? » « Si. » Chiuse gli occhi. « Ti ho veduto, eppure non riuscivo a credere a ciò che dicevi. E pazzo, ho pensato. Completamente fuori di testa. » « Andiamo, Charlie. » Le sue parole mi avevano irritato. « Che acci- denti dovrei farmene di quel dannato quadro? » « Venderlo, idiota! » replicò lui con altrettanta rabbia. Scoppiai a ridere. Non riuscivo a essere in collera con Charlie. Gli raccontai tutto di Georgina e di Elizabeth, e di come avessi visto con i miei occhi le due roulotte che sospettavo fossero destinate a diventare la nuova casa di Georgina. Gli spiegai che sir Leon aveva promesso di prendersi cura del suo futuro in vece mia, e che ciò era per me piú importante di qualunque quadro. « Ma tu glielo hai già ceduto. Non riesco a crederci. Suppongo tu ti renda conto che Elizabeth probabilmente ti farà causa. » « Forse. » Certamente no, riflettei, se era lei a tenerlo nascosto. Charlie mi offrí una sigaretta accesa, poi ne prese un'altra per sé. « Chi è il poliziotto che se ne occupa, questa volta? » « Ancora Harry Abbott. » Imprecò con aria disgustata, poi si accigliò, evidentemente riflettendo sulla conferenza stampa. « E Abbott sa chi ha in mano il quadro? » domandò dopo un po'. Sogghignai, ben sapendo che la mia risposta avrebbe divertito Char- lie. « Elizabeth. » Il mio amico mi fissò, sorpreso, poi respinse sdegnosamente l'idea. « Vorresti dire che Abbott ritiene che sia stata Elizabeth a rubare il dipinto? » « Lei, o qualcuno per suo conto. » « Ma Elizabeth ha sposato un ottimo partito, non è cosí? » « Sono praticamente sul lastrico. » Rifletté sulla faccenda per qualche istante, poi scosse il capo: « Il denaro le è sempre piaciuto, eh? » D'un tratto, mi fissò con gli occhi sbarrati. « Johnny! Questo significa che è stata lei a cercare di farti eliminare? » « Cosí crede Harry. » « Il che vuol dire che ci riproverà. » Charlie era intelligente, molto intelligente, e non aveva mancato di notare gli agenti in borghese che ci tenevano discretamente d'occhio. Fece schioccar~e le dita. « Sei sotto sorveglianza, vedo. » « L'hai detto, Charlie. Non costantemente, perché Harry è tirchio, ma fino a che resto qui sul fiume, sarò in buona compagnia. » « Sei impazzito » commentò bruscamente. « Completamente impaz- zito. » Si alzò in piedi. « Credevo che tu fossi già a metà strada verso i Caraibi a quest'ora. Diavolo, stavo per portarci Joanna per un paio di settimane. » Gettò un'occhiata all'orologio. « Devo andare, adesso, ho un appuntamento. » Si arrampicò sulla banchina, poi si girò verso di me. « Stai attento a quello che fai, Johnny » mi raccomandò. « Ti stai mettendo nelle mani di quelle ricche canaglie. Ti hanno già soffiato il quadro; che cosa vorranno, la prossima volta? » Mi puntò contro un dito con fare ammo- nitore. « Tornatene in mare, Johnny. Sarai piú felice, là. » Sorrisi, e restai a osservarlo mentre si allontanava. Non avrei cam- biato rotta, non ancora. C'era in gioco il futuro di Georgina e le mie stesse, sciocche speranze. Non certo di ottenere il quadro o una ricom- pensa, ma solo Jennifer. Misi in ordine la barca, mi lavai e mi vestii. Dopo aver chiuso a chiave il Sunflower, avvertii le mie guardie del corpo che stavo per andarmene e che avrei telefonato all'ispettore prima di tornare, poi mi accinsi ad attendere l'auto che doveva condurmi a Londra. 4n CACCIA AL VAN GOGH CON MIA GRANDE DELUSIONE, vidi che Hans aveva accompagnato Jen- nifer agli studi televisivi. I due piccioncini mi stavano aspettando nella sala d'attesa per gli ospiti; Hans mi salutò educatamente e si ritirò quindi in disparte, con un sorriso appiccicato sulle labbra, mentre Jenni- fer e io scambiavamo due parole. Ed eccoci pronti per la trasmissione. L'intervistatore mi trattò come un imbecille, e io lo ricambiai con adeguata arroganza. Interrogato sul motivo per cui avevo rinunciato al Van Gogh, risposi semplicemente che non lo volevo. Jennifer, piú loquace, si dilungò a illustrare l'impor- tanza del quadro rubato. Al termine del programma il pubblico in sala applaudí, mostrando di aver apprezzato l'intervista, e l'intera faccenda si concluse in modo relativamente indolore. Tornammo nella saletta, dove non c'era traccia di Hans. « Doveva prendere un aereo per Ginevra » spiegò Jennifer. Sembrava molto ecci- tata: forse l'esperienza televisiva le era piaciuta piú di quanto si fosse aspettata. « E stato divertente, vero? » « Sei stata molto in gamba » riconobbi lealmente. « Allora, festeggeremo il mio successo con una bella cena. » D'un tratto, sembrava euforica. Ci recammo in un ristorante all'a- perto; alla luce di una candela, cominciò a raccontarmi della sua infan- zia, dell'università americana presso la quale si era laureata in Belle Arti, del tirocinio in una casa d'aste di Londra, del suo primo lavoro vero e proprio, in una galleria di Firenze. « E lei » m'interrogò infine, « che cosa mi racconta di sé? » « Credevo che avessi già fatto tutte le indagini possibili, sulla mia persona. » « Forse le mie informazioni non erano esatte. » I nostri sguardi s'in- crociarono e restammo in silenzio per un attimo; mi chiesi se tutta l'ostilità che c'era stata fra noi non fosse stata semplicemente una fin- zione per nascondere i nostri veri sentimenti. Era un pensiero esaltante e inquietante allo stesso tempo. Forse anche lei provò la stessa paura perché distolse lo sguardo di colpo e mi chiese a bruciapelo: « Mi parli di suo fratello. Per quale motivo si è tolto la vita? » « Non ce la faceva piú; non riusciva piú a reggere il fardello di Sto- wey, di nostra madre, della sua stessa miserevole esistenza. I debiti, la frustrazione... » Jennifer aggrottò le sopracciglia. « Frustrazione? » Mi accesi con calma la pipa. « L'essere destinato a diventare conte rivestiva per Michael un grande significato; era convinto che il titolo lo avrebbe reso importante. Quando finalmente lo ereditò, scoprí che non faceva la minima differenza. Era ancora lo stesso irresoluto imbecille di sempre. Alla fine, si è ficcato in bocca la canna del fucile e ha premuto il grilletto. » Per qualche istante Jennifer rimase zitta; poi, aggrottando la fronte, commentò: « Riesce a essere piuttosto brutale, a volte ». « Dawero? » Sapevo che mi stava giudicando, e volevo che quel giudizio fosse favorevole. « Ascolta » proseguii, « la vita, a volte, può essere un inferno. Per- ciò, la regola è una sola: non arrendersi mai. Bisogna lottare, reagire, fare il diavolo a quattro, ma non arrendersi mai, per nessun motivo. Si attraversa questa valle di lacrime una volta soltanto e quindi tanto vale fare in modo che sia un buon viaggio. Se sono brutale, è solo perché ritengo sia meglio affrontare apertamente la realtà, per quanto dolo- rosa, piuttosto che stare a piangerci sopra. » Avevo parlato con piú trasporto di quanto avessi inteso; studiai con attenzione il viso di Jennifer, ma non riuscii a capire come avesse inter- pretato le mie parole. « A che pensa, quando se ne sta là fuori » domandò dopo un po', « da solo, in mare? » « A sopravvivere. » « Tutto qui? » « Devi provare, per capire. » Goffamente, cominciai a spiegare. « Una volta ho visto cadere una meteora, oltre la Croce del Sud. Era enorme, una gran fiammata di luce che ha squarciato l'oscurità. Non sono in grado di spiegare ciò che provai, né perché sia stato tanto importante per me, ma so che un simile spettacolo vale la pena di essere visto, anche una sola volta nella vita. » « Era solo? » « Sí. » « Non ha provato il desiderio di condividere quell'esperienza con qualcuno? » «Oh,sí. » Sorrise alla mia risposta, senza dire nulla. Colsi la palla al balzo: « Perché domani non vieni nel Devon con me? Possiamo starcene tutto il giorno in mare ». « A guardar cadere le stelle? » « Forse. » Sollevato il calice, attese che facessi lo stesso, poi sfiorò con il suo bicchiere il mio. « D'accordo » accettò con semplicità. 402 403 CACCIA AL VAN GOGH Q~ELLA NOTrE, ci fermammo nella casa di sir Leon, a Mayfair. Ci alzammo prima dell'alba, e mentre facevo il caffè, Jennifer preparò un cestino per il pranzo. Scendemmo nel garage e la vidi aprire la portiera di una scalcinata Ford Escort. « E tua? » domandai, sorpreso. « Che altro si aspettava? Una Lamborghini? » « Una Porsche, come minimo. » « Spiacente di deluderla. » Guidò speditamente lungo le buie strade deserte. Non parlammo granché, data l'ora, eppure aleggiava tra noi un'atmosfera di piacevole eccitazione. Solo fino a qualche giorno prima non avevamo fatto che accapigliarci, e ora eccoci lí a condividere quella calda sensazione di amichevole intimità. E c'era nell'aria la promessa di qualcosa di piú. La sentivamo entrambi - ne ero certo - e ci riempiva di gioia. Il sole stava sorgendo alle nostre spalle, proiettando lunghe ombre e facendoci pre- gustare una splendida giornata in mare. Non avevo informato Harry del mio ritorno, il che significava che i miei angeli custodi dovevano trovarsi a casa, nei propri letti. La loro assenza mi rendeva stranamente nervoso; mi affrettai nei preparativi. Mollati gli ormeggi, issai il grosso genoa e liberai la randa. « Non usa il motore, per portarsi al largo? » domandò Jennifer. « No. Mi esibirò in un'uscita a vela. » La marea stava calando. Il vento ci sospinse velocemente oltre il molo e il Sunflower scivolò attraverso lo stretto passaggio come per magia. Jennifer applaudí. « Complimenti. » Le cedetti il timone e issai la randa. Il vento, seppure capriccioso, ci spingeva in direzione del mare aperto. Il sole stava salendo e una lieve foschia andava avvolgendo la costa sempre piú lontana. « In salvo, finalmente » scherzai. Jennifer lanciò un'occhiata alle sue spalle. « Mi ero dimenticata di quei due. » Si accigliò. « E se ci seguissero? » Scossi la testa. « Troppo tardi. » La terraferma stava scomparendo alla vista. Nel giro di qualche minuto, saremmo stati soli in mezzo al mare. « E poi, ho una radio a bordo; se vediamo qualcosa di sospetto mi metterò a gridare nel microfono come un ossesso e avvertirò la guardia costiera. » Mi sfiorò il pensiero che sarebbe stato Harry a urlare come un matto, scoprendo che ero partito senza avvisarlo, perciò mi affrettai a chiamare la guardia costiera di Brixham: « Lo yacht Sunflo- wer chiama Dartmouth, previsto rientro al porto in serata ». Pregai di passare l'informazione alla stazione di polizia di Dartmouth. Jennifer stava ammirando l'apparecchiatura elettronica sul tavolo da carteggio. « Che cos'è? » « Un Decca. » Le parlai della catena di trasmettitori-radio che dalla costa emettevano segnali verso il mare, spiegandole come la piccola scatola nera convertisse quei segnali fornendo la posizione. Era la prima volta che usavo il regalo di Charlie, e dovetti inserirvi le nostre coordi- nate approssimative. Dopo una pausa, sullo schermo apparvero i dati aggiornati, con la nuova posizione esatta. Jennifer era affascinata. Inse- rii latitudine e longitudine di Saint-Hélier, nelle Isole Normanne, a sud- est rispetto a noi, e Jennifer lesse sul video la rotta e la distanza. « Quindi, tutto ciò che deve fare è seguire questa rotta? » « Non esattamente. » Trovata una carta nautica, le mostrai come la rotta indicata dal Decca ci avrebbe portati a tagliare dritti tra le isole di Guernsey e di Jersey. « Dovremo inserire un altro punto sulla linea di rotta, qui » - indicai un tratto di mare a nord delle Roches Douvres - « virare a est, e quindi stabilire Saint Hélier come secondo punto sulla linea di rotta. » « Punto sulla linea di rotta? » « E un termine tecnico per definire la destinazione. Lo fornisci al Decca, e l'apparecchio ti indica come arrivarci. » « Credevo che voi marinai faceste tutto servendovi del sestante. » « Il piú delle volte è cosí, infatti » confermai. « Non appena lasciata l'Europa, si esce dalla portata del sistema Decca. » Lasciai il governo della barca a Jennifer; non c'era molto da fare, dal momento che il vento si stava smorzando. Mi sdraiai pigramente sulla cassapanca dal lato sottovento. « Come mai non sei al lavoro oggi? » le domandai in tono canzonatorio. « Perché sono ricca e viziata, e posso prendermi un giorno di vacanza ogni volta che mi va. E questo che si aspettava dicessi? » « E la verità? » Mi fece una smorfia. « In parte. » Distolse lo sguardo. « E anche perché volevo stare un po' con te » dichiarò, passando a darmi del tu. Aspettai d'incrociare il suo sguardo. « Anch'io. » A quel punto, ruppe deliberatamente l'incanto. « Ma non ti fare troppe illusioni, John Rossendale. Il mio cuore appartiene a Hans. » « Un uomo fortunato. » Continuammo a navigare in un silenzio carico d'intimità. Poiché il sole stava facendosi sempre piú caldo, mi tolsi la camicia, prima di tornare a sdraiarmi. « Non ti annoi, a navigare da solo? » domandò dopo un po'. CACCIA AL VAN GOGH « Non sono sempre solo. » Le raccontai degli stravaganti vagabondi del mare che chiedevano passaggi lungo le rotte commerciali. « Paragonata a loro, mi sento molto normale e insignificante. » « Non ne vedo francamente la ragione. Direi invece che sei un tipo alquanto esotico. » « In che senso? » « Sei ricca, bella, e fidanzata con il re del formaggio svizzero. » Scoppiò a ridere. « Non capisco perché tu sia cosí antipatico nei confronti di Hans. Lo hai incontrato soltanto un paio di volte, e lui si è comportato in modo assolutamente cordiale con te. » Era il mio turno di abbassare la guardia. « Non mi piace perché è fidanzato con te. Sono geloso. » Accolse la mia dichiarazione con un sorriso. « Molto gentile. » Era una mattinata cosí: all'insegna di allegre schermaglie e civetterie. Verso mezzogiorno, il vento si era ridotto praticamente a zero. Ci lasciammo cullare pigramente dall'onda lunga. Un piccolo battello da pesca incrociava a un miglio di distanza. Immaginai che si fosse spinto in acque profonde in cerca di sgombri. Abbandonati i tentativi di governare il Sunflower, Jennifer si era sbarazzata dei jeans e della camicetta, sfoderando un bikini giallo. Era stupenda, e glielo dissi. « Ero certa che non avresti resistito alla tentazione di fare qualche commento » dichiarò in tono mordace, sdraiandosi in modo che potes- simo guardarci attraverso il pozzetto. « Papà non voleva che venissi a cercarti alle Azzorre » mi comunicò d'un tratto. Immaginai che "papà" dovesse essere sir Leon. « Perché no? » « Riteneva che fosse compito dell'ispettore Abbott. » Sorrise e tac- que per un istante; poi mi lanciò un'occhiata. « Sono venuta alle Azzorre perché volevo vederti. » Sogghignai. « Per essere una che aveva voglia di vedermi, non mi sei sembrata troppo amichevole. » « Che avrei dovuto fare, tuffarmi nelle tue braccia? » « Sarebbe servito a rompere il ghiaccio. » Mi alzai a sedere per un momento, per controllare che nessuna imbarcazione minacciasse di investirci. L'unica barca in vista era quella degli sgombri, che si era awicinata leggermente a noi. Mi rimisi giú. « Sono stato sul punto di tornare in Inghilterra con te, quella volta. » Un gabbiano volteggiava sopra di noi; poi, riconoscendo che non eravamo una barca da pesca, volò via. Le vele del Sunflower e la nuova, rossa bandiera di poppa penzolavano inerti. Nel silenzio che seguí, lanciai un'occhiata attraverso il pozzetto. « Jennifer? » « John? » rispose lei, scimmiottando il mio tono solenne. « Credo di essere innamorato di te. » Restò a fissarmi a lungo. Mi chiesi se non avessi rovinato tutto, ma poi lei mi fece una smorfietta. « Che seccatura! » Ci sorridemmo. Sapevo che tutto sarebbe andato per il meglio. Ne ero certo. Hans aveva perduto. Jennifer si sollevò a sedere, passandosi le dita fra i capelli. « Dicono che per conquistare un uomo lo si deve prendere per la gola. » « Ci sono anche altri sistemi. » Si alzò in piedi, assestandomi un colpetto sullo stomaco con aria di rimprovero. « Per il momento, John Rossendale, dovrai accontentarti. Che ne dici, è ora di pranzo? » « Ci penso io. » « Resta dove sei. » Si chinò a depositare un lieve bacio sulle mie labbra. Tentai di afferrarla, ma fu piú veloce di me. Ridendo, si lanciò giú per la scaletta di boccaporto. Ero felice, terribilmente feiice; mi sentivo trasportato in un nuovo universo colmo di gioia e d'amore. « Dov'è l'apriscatole? » mi gridò Jennifer dalla cabina. « Nell'armadietto sopra il lavandino. » « I bicchieri per il vino? » « Appesi sulla rastrelliera sopra la tua testa. » Cominciò a canterellare; sapevo che era felice quanto me. Il Sunflo- wer oscillava dolcemente. Il cielo era di un pallido color azzurro, appena spruzzato di nuvolette. « Fiammiferi? » « In una scatola di plastica di fianco al cassetto delle posate. Strofina il fiammifero sul bordo interno del coperchio. » Riprese a cantare, ma subito s'interruppe. « Come si accende? » « Devi girare il rubinetto dell'alimentatore, sotto la scaletta, ma prima devo aprire la valvola generale, qui dietro. » « Fallo, allora. » « Agli ordini, capo. » Alzandomi a sedere, vidi che l'uomo al timone della barca da pesca aveva awiato il motore e si stava allontanando. Aprii lo stipetto del gavone di poppa, dove tenevo le bombole del gas per cucinare. Udii Jennifer armeggiare borbottando con il rubinetto dell'alimenta- zione, e poi riprendere a canticchiare mentre tornava verso il fornello. Allungai la mano per aprire la valvola generale; non girava. D'un tratto mi resi conto che era già aperta. Non l'avevo mai lasciata cosí: qualcuno doveva essere salito a bordo del Sunflower. « No! » ruggii. Ma, proprio in quel momento, Jennifer accese il fiammifero. SE DOMANDATE a qualunque marinaio quale sia la cosa che teme di piú, nessuno vi menzionerà il mare, o le navi mercantili che procedono incuranti di chi si trova sulla loro rotta, o gli scogli insidiosi dei bassi fondali, bensí il fuoco. Quasi tutte le imbarcazioni hanno a bordo una potenziale bomba incendaria: le bombole del gas liquido da cucina. Il gas è piú pesante dell'aria. Se si verifica una perdita, il gas, inodore, ristagna nelle sen- tine, dove rimane insidioso e letale, in attesa. Avevo sempre prestato la massima attenzione nel tenere rigorosa- mente chiuse le valvole, e avevo l'abitudine di svuotare con regolarità le sentine, proprio nell'eventualità che un po' di gas potesse esservisi depositato, ma era un'operazione che in genere svolgevo la sera. Quel giorno, mentre ci crogiolavamo al sole cullati dalle onde, al largo della riparata costa del Devon, le sentine si erano trasformate in una trappola mortale. Senza dubbio, mentre mi trovavo a Londra, qualcuno era salito a bordo e aveva aperto i rubinetti. Non vi fu un'esplosione fragorosa; udii una specie di boato soffocato. Una rossa vampata invase la cabina. Al di sopra del crepitare delle fiamme, distinguevo le grida di Jennifer. L'urlo sembrava dover conti- nuare all'infinito. Il fuoco stava dilagando con una rapidità spaventosa, fumo e fiamme fuoriuscivano già dal boccaporto. Il rumore era simile a un crepitio sibilante, in mezzo al quale le urla di Jennifer si andavano lentamente smorzando. Gridandole frasi incoerenti, mi precipitai giú nella cabina, in mezzo alle fiamme. Era come essere investiti dal getto di una fiamma ossidrica. Una lingua di fuoco saettava all'interno del piccolo vano proveniente dalla paratia. Era in quel punto, dove il condotto del gas passava attra- verso la parete, che il tubo era stato reciso. Con la caviglia in fiamme, arrancai lontano dal getto infuocato e caddi contro il tavolino; accecato dal calore e dal fumo, soffocato dalle esalazioni, tentai di farmi udire da Jennifer, urlandole di tener duro, di non morire. Mi trascinai in mezzo al fumo in direzione dell'angolo cucina dove, piú che vederla, avvertii la presenza di Jennifer; era accucciata a terra. La sospinsi verso la porta della cabina di prua, riuscendo ad abbatterla col nostro peso congiunto. Jennifer urlò di dolore. « Esci! » le intimai, spingendola attraverso il boccaporto prodiero. Il fumo c'incalzava alle spalle. Jennifer non era piú in grado di reagire; riuscii infine a sospin- gerla all'esterno, sul ponte, e la seguii, affrettandomi a richiudere il boccaporto. La cabina, simile ormai a un altoforno, vomitava all'esterno un fiotto infernale di fuoco e di fumo. La randa era in fiamme. Era troppo tardi per tentare di raggiungere la radio; sentivo il calore filtrare attraverso le tavole di teak che ricoprivano la sottile intelaiatura d'acciaio del ponte. Non c'erano altre imbarcazioni in vista. Il battellino di servizio e il canotto di salvataggio non erano raggiungi- bili. Qualcosa esplose nella cabina sotto di noi; immaginai che il fuoco avesse raggiunto i razzi di segnalazione. Lo scafo rollava, e già l'acqua cominciava a filtrare all'interno. Il Sunflower era perduto. Possedevo due giubbotti di salvataggio ma, cosí come l'unico salva- gente, si trovavano a poppa, dove le fiamme erano piú alte. Presi a saltellare sul ponte, ormai ridotto a una piastra rovente, tentando di alleviare il dolore ai piedi. Jennifer si contorceva, gemendo. Il suo cuoio capelluto fumava nei punti in cui i capelli erano stati raggiunti dal fuoco; le gambe erano coperte di piaghe scure. Stava per morire, solo perché non avevo piú la radio e perché qualche bastardo si era introdotto nella mia barca trasformandola in una trappola letale. Jennifer lanciò un gemito, straziata dal contatto con la superficie arroventata del ponte e si protese verso di me, le dita irrigidite simili a neri artigli, mentre tutt'intorno a noi cadevano frammenti di vela in fiamme. La sollevai fra le braccia, strappandole un nuovo urlo di dolore. Sapevo che tra poco avrehbe gridato ancor di piú, a causa dell'acqua salata, ma dovevo cercare di tenerla in vita almeno per qual- che minuto ancora; esiste sempre la possibilità di un miracolo, fino a che non ti arrendi. La trascinai fino alla battagliola di sottovento e spiccai il salto. L'acqua era deliziosamente ghiacciata, ma il sale doveva agire come un acido sulla pelle ustionata di Jennifer. Tenni il suo corpo sopra il mio, cercando di reggerle la testa fuori dell'acqua. Lei balbettava, mugolava, urlava, pareva sul punto di soffocare. Continuavo a parlarle, a ripeterle che ce l'avrebbe fatta, che tutto sarebbe andato per il meglio, mentre l'acqua mi riempiva la bocca, impedendomi di respirare. Volsi la testa per lanciare un'ultima occhiata al Sunflower. Stava affondando; la randa era distrutta, e il genoa era praticamente ridotto in cenere. Tutto ciò che possedevo al mondo si era ormai trasformato in 409 un inferno di fiamme. D'un tratto l'imbarcazione s'inclinò lateralmente e temetti che l'albero maestro ci sarebbe crollato addosso; presi a bat- tere disperatamente i piedi per allontanarmi. L'acqua aveva ormai raggiunto il boccaporto di prua del Sunflower e cominciò a invadere la cabina. La poppa venne spinta verso l'alto. Il vapore si mescolava al fumo, mentre l'acqua contrastava le fiamme. La mia barca cominciò lentamente a inabissarsi. Mi aveva condotto fino agli angoli piú remoti del globo, ma non avremmo navigato mai piú insieme. Con un'ultimo rigurgito di fiamme e di fumo denso e nero, il Sunflo- wer scomparve. Non rimanevano che pochi relitti carbonizzati e un acre puzzo di bruciato che ristagnava nell'aria estiva. Jennifer continuava a lamentarsi, in stato di semi-incoscienza. Sapevo che stava per morire, cosí come mi rendevo conto della mia crescente stanchezza. Tra poco, sarei stato costretto a lasciarla andare, e sarebbe annegata. Ricordo che seguitai a ripeterle che l'amavo, fino a che non ebbi piú la forza di parlare, perché tutte le poche energie che mi rimanevano servivano per tenerci a galla. Le gambe ustionate mi dolevano atroce- mente, I'acqua continuava a riempirmi la bocca; mi sentivo soffocare, sputacchiavo, mi dibattevo. Reggendo Jennifer con un braccio, anna- spavo nell'acqua con l'altro. Stavo perdendo la mia battaglia, ma mi costrinsi a mantenere la presa. Jennifer non emetteva piú alcun suono, non si muoveva; per quel che ne sapevo, avrebbe potuto essere già morta. Cominciai ad avere delle allucinazioni. Vidi apparire nel cielo un elicottero e imprecai contro quel baccano assordante; volevo soltanto morlre in pace. Con qualche debole bracciata tentai di allontanarmi, come nel deli- rante tentativo di trovare un luogo piú tranquillo. La visione era nitidis- sima anche nei dettagli: I'ombra del velivolo che scivolava sopra di noi, la fune calata fino a sfiorare l'acqua. Lottai contro quell'illusione, male- dissi il sogno, ingannevole. Un'ondata ci sommerse. Continuavo a stringere Jennifer, ma stavo annegando, e lei con me. La superficie, sopra la mia testa, mi appariva come un ondulato lenzuolo d'argento. Il dolore era scomparso. Poi, l'ombra immensa calò bruscamente sulla cupa distesa argentea; percepii vagamente una presenza estranea in acqua - un uomo che si dibatteva, invadente - chiusi gli occhi per cancellare l'immagine e lasciai andare Jennifer, abbandonandomi al nulla. Parte quarta S « TA BENE, ORA. » Un dottore con gli occhiali scuri era chino su di me. « Muova la mano » mi ordinò. « Sí, va bene. » La caviglia sinistra e il polpaccio erano ridotti a un grumo di dolore lancinante. Sussultai, in uno spasmo di sofferenza. « Mi chiamo Mortimer » m'informò il medico. « Dottor Mortimer. E lei è il conte di Stowey, giusto? » « John » lo corressi. « Mi chiamo John. » Una sirena ululava da qual- che parte, e quel suono mi rammentò l'urlo di Jennifer. « E viva? » « E viva » confermò lui, mentre già mi abbandonavo al sonno indotto dai calmanti che mi avevano somministrato per lenire il dolore. Era stato l'uomo della barca da pesca in cerca di sgombri a salvarci la vita. Vedendo il fumo che si levava dal Sunflower e poi le fiamme che divampavano a bordo aveva chiamato la guardia costiera, che a sua volta si era rivolta al Servizio di soccorso aereo della Marina britannica. Dall'appello del pescatore all'arrivo dell'elicottero erano trascorsi appena otto minuti. Le mie gambe erano gravemente ustionate, ero intossicato dal fumo e mi ero bruciato le mani e gli avambracci. A Jennifer era andata molto peggio, ma nessuno in quei primi giorni, mi rivelò quanto gravi fossero le sue condizioni. Harry Abbott fu il primo a farmi visita. Cercai di dirgli che si era trattato di un tentativo di uccidermi, ma doveva averlo già immaginato, dal momento che in seguito venni a sapere che un agente era rimasto di guardia davanti alla mia stanza per tutto il tempo della mia degenza in ospedale. Quando gli chiesi notizie di Jennifer, si limitò a stringersi nelle spalle dicendo che era stata trasportata in volo presso un ospedale di Londra, specializzato nel trattamento degli ustionati. Charlie venne a trovarmi il giorno seguente. Aveva l'aria di sentirsi in colpa, come se ritenesse di non aver fatto abbastanza per me. « Avrei dovuto scovare quei due e farli fuori. » Si mise a passeggiare avanti e indietro. « Che cosa è successo? » Gli raccontai del tubo del gas tagliato. « Non avevi chiuso il gavone? » « Era un lucchetto da quattro soldi. » Sforzandosi di guardare al futuro con ottimismo, prese a parlare della nuova barca che avrebbe sostituito il Sunflower. 410 l 411 Scossi la testa. « Non ci sarà nessun'altra barca, Charlie. » « Ma sicuro che ci sarà. » « Non posso permettermela, e non accetterò il tuo denaro. » Smise di passeggiare, e andò a fermarsi di fronte alla finestra. Poi si voltò bruscamente verso il letto. « Ti avevo avvertito di non immi- schiarti. Perché non mi hai dato retta? » « Be', adesso sono coinvolto comunque. Ammazzerò quei due. Per Jennifer. » « Ah, è cosí? » Fece una smorfia. « Mi ero chiesto spesso quando avresti capitolato, Johnny. Io mi sono preso Yvonne, e tu finirai con la figliastra di un miliardario. » « Se sopravvive, e se mi vorrà. » « Le hai salvato la vita » commentò lui. « Macché » obiettai avvilito. Eppure, probabilmente era vero. Il pilota dell'elicottero venne a confermarmelo, e altrettanto fece Harry Abbott, durante la visita successiva. « Non avevo pensato a far sorvegliare la barca » borbottò tetro. « Soltanto la sua persona. » Sembrava sinceramente sconvolto da quanto era accaduto. « Voglio quei due, Harry. » « Li stiamo cercando » mi rassicurò. « Gli stiamo dando la caccia. » « E voglio Elizabeth, se c'è lei dietro a tutto questo. » « Chi altri? » Si accese una sigaretta. « Tenga presente che è sparita dalla circolazione. Sono andato da lei per interrogarla, ma il marito mi ha detto che dovrebbe trovarsi in Francia. Maledizione! » esclamò in tono disgustato. « Non posso inchiodarla, Johnny, a meno che non mi riesca di scovare Garrard e convincerlo a parlare. » Presi una delle sue sigarette. « Mi dica come sta Jennifer, Harry. » Passò parecchio tempo prima che si decidesse a rispondere. Poi, si strinse nelle spalle. « Male. Quanto male, non lo so. Non lo chieda a me, Johnny. » Lo scoprii il giorno seguente, quando Helen - lady Buzzacott - venne a trovarmi. Sedette sul bordo del letto. « Ha un aspetto migliore di quanto mi aspettassi, Johnny. » Chiusi gli occhi. « Mi dispiace. » « E di che? » replicò in tono troppo vivace. Era difficile. Dovevo farle capire che pensavo davvero ciò che stavo per dire. « Mi dispiace di aver portato Jennifer in barca. Sono terribil- mente spiacente, lady Buzzacott. E stata colpa mia. » « Dispiace anche a me, ma non biasimo lei. » Non trovai nulla da dire. Mi sentivo totalmente responsabile per ciò che era accaduto a Jennifer. « Non è stata colpa sua » riprese Helen Buzzacott in tono deciso. « Lei non ha fatto altro che uscire in barca. Jennifer guarirà. » La guardai, in silenzio. « O meglio, speriamo che guarirà. Le ustioni sono gravissime, ma mi dicono che fanno miracoli in questo campo, oggigiorno. Ci vorrà un sacco di tempo, naturalmente, e un numero spaventoso d'mterventi. » Sulle sue guance luccicavano le lacrime. « Cominceranno i primi innesti cutanei domani. » Spinsi verso di lei una scatola di fazzoletti di carta. Ne prese uno, si soffiò il naso e si asciugò gli occhi. « Hans dice che dovremmo portarla in Svizzera. Sostiene che hanno ottimi chirurghi plastici, laggiú. E andato a trovare Jennifer, ma ne è rimasto piuttosto sconvolto. L'hanno sistemata su uno di quei letti con materasso pneumatico; sembra un hovercraft rovesciato. E tutto cosí assurdo! » Tornò a soffiarsi il naso. « Non è del tutto cosciente, ma ha chiesto di lei. » « Le dica che sto bene, e che mi dispiace tanto. » Trasse un profondo sospiro. « Sono venuta per risollevarle il morale e non ho saputo far altro che piagnucolare. » Arrotolò i lembi del fazzo- letto di carta. « Se non sapesse dove andare, quando lascerà l'ospedale, ricordi che sarà il benvenuto, a Comerton. » « Lei è molto gentile. » « Ha salvato la vita di mia figlia. Leon ha parlato con l'equipaggio dell'elicottero, e gli hanno riferito ciò che lei ha fatto. E un uomo coraggloso. » « No, non lo sono affatto. » « Non intendo discutere sull'argomento. » Si alzò in piedi. « Ci faccia sapere dove si trova, e non esiti a rivolgersi a noi, se le serve una sistemazione. » « Me la caverò, non si preoccupi. E saluti Jennifer da parte mia. » « Già fatto. » Lasciai l'ospedale una settimana piú tardi, insieme a Charlie. La sua presenza mi dava sicurezza, perciò dissi a Harry di richiamare il suo agente. Charlie mi accompagnò a casa sua, dove salii zoppicando fino al piano superiore e mi sdraiai. Le gambe mi dolevano terribilmente, ma a parte una delle caviglie, le cicatrici sarebbero state insignificanti. Trasa- lii al pensiero di Jennifer e di ciò che stava affrontando. Quella sera telefonai a Comerton Castle, chiedendo di lady Buzzacott. Venne all'apparecchio sir Leon e m'informò che sua moglie si trovava 413 a Londra, da Jennifer. Volle sapere dov'ero; gli diedi il numero di Charlie. Poi, mi comunicò che voleva vedermi. « Desidero la sua appro- vazione in merito alla sistemazione che intendo assicurare a lady Geor- gina. Andrebbe bene, domani? Posso mandare un'auto a prenderla. » « Temo che sarà necessario. » Non solo ero senza casa, ma non avevo neppure un centesimo. Il mattino seguente, un autista mi scarrozzò fino a Mendip Hills dove, imboccata una valle riparata, percorremmo una strada privata che conduceva a una grande casa in stile vittoriano. L'autista mi disse che si chiamava Lovelace House. Sir Leon in persona mi venne incontro sulla porta d'ingresso, presen- tandomi a un uomo piú o meno della mia età. « Questo è il dottor Grove, direttore sanitario di Lovelace House. » Sir Leon sembrava ansioso di ottenere la mia approvazione in merito alla scelta di Lovelace House. « I miei collaboratori hanno svolto accer- tamenti accurati » mi comunicò, « e Lovelace è risultata in grado di soddisfare anche le nostre esigenze piú severe. » Lovelace House era un istituto privato, incredibilmente costoso e palesemente efficiente. Era una sistemazione ideale. Zoppicando, visi- tai il piccolo appartamento destinato a Georgina; ampie portefinestre si affacciavano su un prato a terrazze, al di là del quale i recinti di un maneggio si stendevano fino al fianco della collina. La vista non era molto diversa da quella che si godeva a Stowey, e lo dissi. « Salvo che per i cavalli, naturalmente. » « Lady Georgina ama i cavalli? » volle sapere il dottor Grove. « Un tempo sí. Ero solito portarla a spasso in groppa a un vecchio e docile ronzino. » Il dottor Grove prese un appunto. « Ritengo che forse dovremmo esplorare anche questa strada. Grazie, milord. » Dopo che ebbi espresso al dottor Grove la mia calorosa approvazione, sir Leon mi condusse fino ai giardini sul lato meridionale dell'edificio; oltrepas- sammo il suo elicottero personale fermo in mezzo al prato e ci avviammo lungo un solitario sentiero ghiaioso. « I miei legali hanno già iniziato le trattative con gli amministratori del fondo di lady Georgina. Credo di poterle assicurare che non ci saranno ostacoli al suo trasferi- mento qui. » Stavo cominciando a nutrire una certa simpatia per sir Leon. A un tratto, mi scoccò un'occhiata penetrante. « E che cosa mi dice del suo futuro, milord? » Qualcosa, nel suo tono di voce, mi mise in guardia. « Non ho riflet- 414 tuto granché sull'argomento, per ora » risposi con finta noncuranza. Sir Leon si accorse quanto mi fosse dolorosamente faticoso cammi- nare. Si fermò accanto a un grande vaso ornamentale. « Scusi la domanda, ma la sua barca era assicurata? » « No. » Aggrottò le sopracciglia in segno di severa disapprovazione. « Una grave imprudenza, da parte sua. » « Le compagnie si rifiutano di assicurare gli yacht d'altura. Non accettano di occuparsi di chi naviga oltre il limite dell'orizzonte, soprat- tutto se in solitario. » « Capisco. » Abbassò lo sguardo, fissando la base del vaso. « Mi perdoni nuovamente l'indiscrezione, ma vorrei sapere a quanto ammontano le sue perdite. » « Novantamila sterline. » Era un calcolo approssimativo. Sollevò lo sguardo di scatto. « Cosí tanto? » « Era una buona barca » ribattei sulla difensiva. Avrei potuto effet- tuare una stima materiale precisa dello scafo, del sartiame e delle attrez- zature di bordo, ma il valore affettivo era incalcolabile. « Apprezzerei molto da parte sua, se accettasse di cercarsi un'altra barca » mormorò dolcemente sir Leon. « A mie spese, ovviamente. » « Come ha detto, scusi? » esclamai incredulo. Mi stava davvero offrendo una barca? Ricominciai a trovarlo simpatico. « E molto semplice. » Sembrava irritato dalla mia ottusità. « Le sto proponendo di acquistare per lei un nuovo yacht. » « Ma è ridicolo » obiettai, sperando in cuor mio che sir Leon mi contraddicesse. Mi rivolse un vago sorriso. « Non tanto, milord, quanto rinunciare a un Van Gogh. Naturalmente, se lei non desiderasse un'altra imbarca- zione, potrei comprenderla. » « Certo che la voglio » sbottai. La sua equazione fra il Van Gogh e una nuova barca mi faceva apparire piú accettabile quella transazione. « Devo presumere che se possedesse una nuova imbarcazione, milord, riprenderebbe la sua vita errabonda? » « Sinceramente, non saprei. » La mia risposta vaga mi guadagnò un'occhiata gelida da parte di sir Leon. « La sua incertezza ha forse qualcosa a che fare con la mia figliastra? » Restai sbalordito dalla sua perspicacia. « Mia moglie sem- bra ritenere che voi due siate fatti l'uno per l'altra, ma devo confessare che trovo spesso le idee di lady Buzzacott piuttosto bizzarre. » La situazione era chiara, adesso. La barca non sarebbe stata una ricompensa in cambio del quadro, bensí un mezzo per allontanarmi da Jennifer. D'un tratto mi resi conto che probabilmente quell'uomo mi detestava « Preferirebbe Hans, come marito per Jennifer? » « Ovviamente. Hans è una persona assolutamente affidabile e piena di sensibilità, ed è riuscito a conservare e accrescere il patrimonio eredi- tatO. Dunque, come vede » si concesse un sorriso a labbra strette, « ho degli ottimi motivi per tentarla con visioni di mari lontani. » Per lo meno, mi dissi, quel verme parlava chiaro. « Non è forse vero » insistette, « che se avesse un'imbarcazione adatta, tornerebbe alla vita di sempre? » « Non necessariamente. » Non gli avrei dato quella soddisfazione. « Posso chiederle quali altri motivi la tratterrebbero a terra? Oltre a Jennifer? » « Potrei mettermi in affari » buttai là con noncuranza. Poi, tradu- cendo in parole un'idea che doveva essermi frullata in testa sin da quand° avevo fatto ritorno in Inghilterra, mi sentii dire: « C'è una proprietà nel Devon. Appartiene a un vecchio imbroglione di nome George Cullen: se riuscissi a mettere insieme il denaro necessario potrei tr~sformarla nel migliore cantiere nautico della costa meridionale » Sir Leon sollevò lo sguardo, fissandomi. « Se non mi avesse ceduto il V~n Gogh, milord, avrebbe senza dubbio a disposizione tutto il capitale che può servirle. Ma, ahimè, la sua generosità sembra condannarla a un'esistenza da giramondo. » Di nuovo uno dei suoi sorrisetti. « Devo ammettere che l'ispettore Abbott mi ha profondamente deluso. Sembra non mi rimanga altra scelta che pagare il riscatto. » Sir Leon non sem- br~va particolarmente turbato da quella prospettiva. « Ho fatto pubbli- care l'annuncio in codice sul Times. Ora attendo istruzioni, e le seguirò puntigliosamente I consigli di Abbott, fino a oggi, sono serviti soltanto a spedire all ospedale la mia figliastra. » Mi dispiace... » cominciai, ma m'interruppe. Mia moglie le ha già assicurato che non c'è motivo di scusarsi, mi pare. Personalmente non sono del tutto d'accordo, ma considereremo cornunque chiuso l'argomento. Intendo parlarle molto chiaramente milord: sono qui per informarla che i suoi rapporti con la mia galleria e con la mia famiglia sono terminati. Jennifer verrà trasferita fra pochi giOrni in una clinica privata svizzera, dove posso garantirle che i visita- tori saranno strettamente controllati. » l~strasse dal taschino un biglietto da visita. « Eccole nome e indirizzo del mio amministratore, che prenderà tutti gli accordi necessari in favore di lady Georgina, e pagherà le fatture relative all'acquisto della sua barca. Le verrà concesso un credito di centoventimila sterline. » Mi porse il cartoncino, poi estrasse dalla tasca interna una lunga busta. « Nel contempo, milord, la informo che non sono rimasto insensibile agli sforzi da lei compiuti nel mio interesse; perciò vorrà forse accettare questo piccolo segno della mia gratitudine. » Presi la busta. Sir Leon mi porse la mano. « Nel caso sua sorella dovesse contestarle il diritto di cedermi il dipinto, confido che vorrà mettersi a disposizione dei miei legali. » Gli strinsi la mano; poi si volse per andarsene. Era a una dozzina di passi di distanza, quando lo chiamai . « Sir Leon ! » « Milord? » Si girò verso di me. « Badi che non intendo affatto rinunciare alle mie speranze riguardo a Jennifer. » Si strinse nelle spalle. « Non posso influenzare le sue speranze, milord. Posso soltanto esporre il mio punto di vista in modo che sia ben chiaro sia a lei, sia a Jennifer. » Scosse la testa, poi raggiunse il pilota che lo stava aspettando, vicino all'elicottero. Aprii la busta, conteneva mille sterline. Restai a osservare il velivolo che decollava, riflettendo sul fatto che, per la prima volta in vita mia, avevo ricevuto il benservito. Ed ero innamorato. E mi ero fatto un nuovo nemico. L'AUTISTA di sir Leon mi condusse a Exeter, dove avevo fissato un appuntamento con Harry Abbott in uno squallido locale vicino alla stazione di polizia. « Ho tentato di telefonarle, oggi » mi disse. « Ero con sir Leon Buzzacott. Sono appena stato licenziato, Harry. » « Licenziato? » Sembrava interdetto. « Non sono piú richiesti i miei servigi per il recupero del quadro. Mi ha anche avvertito di stare alla larga dalla sua figliastra. » « Non può biasimarlo, in proposito » sogghignò Harry. « Dunque, che cosa intende fare sir Leon, ora? Pagherà il riscatto? » « Sí. » Harry fece una smorfia. « Era destino che finisse cosí. » « Perché mi ha cercato al telefono, Harry? » « Per dirle di tagliare la corda. Garrard è sparito, e cosí il suo degno compare. Mi dispiace, Johnny, ma si sono volatilizzati. » « Proprio come Elizabeth » commentai tetro. « Sua sorella probabilmente si trova ancora in Francia, e non posso spiccare un ordine di cattura nei suoi confronti, dal momento che non ho alcuna prova, né ottenere un mandato per perquisire la casa. Perciò, 417 a meno che quei bastardi non ci riprovino con lei, Johnny, siamo a terra. E francamente non posso neppure continuare a tenerla sotto sorveglianza, quindi la cosa migliore che lei possa fare è trovarsi un'al- tra barca e andarsene di qui. » Sir Leon mi aveva dato il medesimo consiglio. « Può darmi uno strappo fino a casa di Charlie? » « Fin laggiú a Salcombe? » La richiesta dovette apparirgli impudente, ma mi diede comunque il passaggio. Non volevo fuggire di nuovo in mare; avevo qualcuno per cui valeva la pena di fermarmi. Dunque, in barba a chi stava cercando di sbarazzarsi di me, sarei rimasto. APPROFITTANDO dell assenza di Charlie, quella sera me ne andai di filato a letto, riconsegnandomi in balia dei miei agghiaccianti incubi durante i quali sognavo di annegare. La mattina seguente Yvonne mi accompagnò con l'auto in città, dove salii sul treno per Londra. Avevo una faccenda personale da sbrigare. Con Jennifer. Andai all'ospedale. Jennifer giaceva supina in un letto dotato di alte sponde metalliche, il corpo ricoperto da una specie di tenda di plastica. Aveva due tubicini infilati nelle narici e altri che sparivano sotto la tenda. Il cranio era ricoperto da una poltiglia biancastra, sulla quale erano stati applicati piccoli rettangoli di garza. Anche il viso era coperto di garze; aveva un aspetto spaventoso. « Ciao, splendida creatura » la salutai. « Ciao. » La sua voce era flebile. « Dove posso baciarti? » « Non puoi. Mamma di solito depone un bacio sul flacone della flebo. » Baciai uno dei flaconi. « Speravo che saresti venuto. » « Sono qui per farti le mie scuse, Jennifer. » Le lacrime mi punge- vano gli occhi. Fece un leggero cenno di diniego col capo. « Non è necessario. » « E stata colpa mia. Avrei dovuto ricordarmi di controllare le bom- bole. Mi dispiace. » « Ma tu stai bene? Hai un'aria stanca » « Non riesco a riposare granché e zoppico un po', ma passerà. Mi hanno assicurato che anche tu guarirai. » « Ci vorrà molto tempo. » La voce era tesa. « I capelli stanno comin- ciando a ricrescere. I dottori dicono che è stata una fortuna che il fuoco si sia propagato alle mie spalle.a anche quando sarà tutto finito, so che avrò un aspetto spaventoso. » « Non è vero » protestai, sebbene, guardandola, non riuscissi a immaginare come avrebbero potuto restituirle la sua bellezza. « Ho qualcosa per te. » Non potendogliela consegnare, aprii la scatola e le mostrai il contenuto. Era un anello di fidanzamento. Non era certo bello come quello che le aveva regalato Hans, ma era il massimo che mi potessi permettere. « Non è granché » ammisi, « ma il tuo patrigno sta cercando di corrompermi e mi ha regalato una manciata di banconote, cosí le ho investite quasi tutte nell'anello. » Mi sorrise al di sotto dei tamponi di garza. « Sei matto, John. » « Sposami, allora. Farai infuriare il tuo patrigno, ma credo che riu- scirà a superare il trauma. E sospetto che tua madre approverebbe. » « Non posso sposarti. » « Perché no? Sono libero. » « Sarò orrenda. » « Benissimo. Non voglio che altri uomini ti corrano dietro. Ci pen- serò io a corteggiarti quanto vorrai. » Mi fissò coi suoi occhi scuri... I'unico tratto ancora riconoscibile. « Sei davvero pazzo. Comunque, c'è Hans. » « Dimentica Hans. Vedrai che ti scaricherà di sicuro, come un cattivo investimento. » La vidi sobbalzare lievemente, e pensai che stesse ridendo. Dopo un po' disse: « John. . . » C'era una nota di tristezza nella sua voce. « Non posso sposarti subito » la interruppi. « Prima devo trovare i delinquenti che hanno architettato quello scherzetto sulla barca e farli fuori. » « Sei completamente privo di buon senso. Vuoi farlo solo perché provi pietà per me. » « Non è vero. Anzi, sono un uomo estremamente pratico. Sto per sposare una ragazza spropositatamente ricca, che probabilmente eredi- terà il mio Van Gogh - se mai lo recupereremo - quindi non si può neppure dire che l'abbia realmente ceduto. Ti rincrescerebbe molto, sposarmi per il tuo denaro? » Restò qualche istante in silenzio. « Mi odierai, John. Sarb orribile. » « Ti amerò. » Fissai i suoi occhi neri. « Tieni duro, amore, perché abbiamo una lunga vita che ci aspetta. » « Tieni duro... » ripeté le mie parole. « Lo farò, lo prometto. Ma ci vorrà molto tempo. » « Aspetterò. » Il bordo della tenda si mosse, e Jennifer sporse la mano. Pensai che desiderasse tendermela perché la tenessi fra le mie, ma poi la vidi: CACCIA AL VAN GOGH nient'altro che neri artigli avvolti da un sacchetto di plastica. Mi osser- vava, e compresi che stava mettendomi alla prova. Voleva vedere se mi sarei ritratto. Chinandomi, deposi un leggero bacio sulla plastica. « Sarebbe un po' difficile infilarti l'anello, per il momento » osservai, « ma un giorno lo farò. » « Forse. » Sembrava stanca. Pensando che stesse addormentandosi, mi avviai in punta di piedi in direzione della porta. « John... » mi chiamò piano. Mi voltai e attesi a lungo che riprendesse a parlare quando lo fece, notai che aveva la voce alterata dal pianto. « Ti amo " mormorò, « ma tutto sembra cosí dannatamente senza speranza. » « Anch'io ti amo » replicai, « e andrà tutto bene. » Poi la lasciai, perché non vedesse le mie lacrime. RAGGIUNSI Perilly nelle prime ore del mattino. Avevo viaggiato in autobus, in treno e a piedi; la caviglia sinistra mi doleva come se fosse imprigionata in una morsa d'acciaio arroventato. Non ero un ladro esperto, ma se Harry non poteva perquisire legalmente la casa di Eliza- beth, lo avrei fatto io. Illegalmente. Le due ragazze addette alla scuderia di Elizabeth stavano impartendo lezioni d'equitazione, e la Land-Rover parcheggiata di fronte all'in- gresso lasciava supporre che Peter fosse in casa, perciò zoppicai fino a un vicino boschetto e mi sedetti, in attesa. Alle sette, le ragazze chiusero le scuderie e si allontanarono in bici- cletta. Fui fortunato: dopo qualche minuto vidi comparire Peter, saltò a bordo della Land-Rover e si allontanò accelerando lungo il viale Le porte dell'edificio erano tutte chiuse a chiave, ma riuscii a scovare sul retro una finestrella semiaperta, a mezz'altezza sulla parete del retrocucina. Montai su un bidone dell'immondizia e mi issai fino all'a- pertura. Dovetti faticare a lungo, ma finalmente riuscii, contorcendomi a introdurmi nel locale, finendo a testa in giú contro uno scaffale coperto di ragnatele e facendo cadere rumorosamente alcuni barattoli sul pavimento. Stavo dimostrandomi un vero disastro, come scassina- tore; fortunatamente la casa doveva essere deserta, dal momento che nessuno venne a verificare la causa di tutto quel fracasso. Ricordavo la disposizione dei locali dai vecchi tempi. Elizabeth aveva un minuscolo ufficio alle spalle della sala da pranzo; decisi di cominciare l'ispezione da lí. Prima, però, andai ad aprire la serratura dell'ingresso in modo che, se fosse arrivato qualcuno, avrei potuto sostenere di aver trovato la porta aperta. Quindi attraversai la sala da pranzo e mi diressi verso lo studio di Elizabeth. Mi bastarono pochi minuti per comprendere che non avrei trovato nulla, in quella stanza. Gli unici documenti che trovai nei cassetti riguardavano i suoi cavalli. Mi spostai al piano superiore. Era ovvio che lord e lady Tredgarth dormivano separati. Nell'ampia camera padronale erano sparpagliati capi di vestiario di Peter; sul comodino era posata una bottiglia di whisky vuota. Non restava che la camera di Elizabeth. Provai la mani- glia ma, come avevo temuto, la porta era chiusa a chiave. S'imponeva una decisione. Fino a quel momento, se fossi stato sco- perto, avrei potuto plausibilmente sostenere di essere il fratello di lady Tredgarth, entrato ad attenderla avendo trovato la casa aperta. Se abbattevo la porta, però, avrei commesso un reato. La serratura era di tipo antiquato, simile a quelle che ero solito forzare a Stowey. Non avendo attrezzi a disposizione, mi limitai ad appoggiarmi con tutto il mio peso all'uscio: dopo una mezza dozzina di spallate e un calcio che mi fece vedere le stelle, lo stipite cedette e la porta si spalancò di colpo. Nella stanza vi erano un letto, un cassettone, un mobile da toeletta, un grande armadio guardaroba, e un lungo tavolo coperto di carte. Al di sopra del tavolo era appeso un antico crocifisso di legno intagliato, sul pavimento era posato un baule in metallo laccato, chiuso da un lucchetto. Cominciai dalle carte sparpagliate sul tavolo. Non vi trovai che ver- bali di riunioni del comitato di beneficenza, alcuni campioni di carta da parati e fatture scadute emesse dalla ditta che aveva ristrutturato "Villa Primula". Aprii i cassetti e rovistai nell'armadio. Niente. Sbirciai sotto l'alto letto in ottone; soltanto un antiquato vaso da notte, e un paio di pantofole di pelo. Le pareti intonacate non potevano celare alcuna cassaforte. Non rimaneva che il baule metallico. Lo estrassi da sotto il tavolo e feci saltare il lucchetto servendomi dell'attizzatoio accanto al caminetto. Sollevai il coperchio: conteneva delle carte. Poiché si stava facendo buio, mi spostai col fascio di docu- menti accanto alla finestra. Si trattava di lettere. Dozzine e dozzine di lettere, tenute insieme da elastici. Erano tutte lettere d'amore, indirizzate a Elizabeth presso la scuola d'equitazione. Alcune risalivano a una decina d'anni addietro, ma altre erano molto recenti. Non riconobbi la scrittura. Non so perché il fatto mi sbalordisse tanto. Sebbene il matrimonio di Elizabeth fosse fallito, mia sorella continuava probabilmente a sentirsi legata per via della sua radicata fede religiosa. Gettai un'occhiata al crocifisso sulla parete, poi di nuovo alle prove del suo adulterio, e d'un tratto mi sentii dispiaciuto per lei. CACCIA AL VAN GOGH C'erano anche delle fotografie. Speravo di trovarvi un'istantanea di Garrard, ma non ne vidi. Riposi di nuovo tutto nel baule e rimisi a posto il lucchetto. Avevo fatto fiasco. Non c'era nulla, in quella casa, che potesse inte- ressare Harry Abbott. "Maledizione" pensai, "sir Leon pagherà il riscatto, avrà il suo quadro, e io non sarò mai in grado di provare chi sia andato cosí vicino a uccidere Jennifer e me." Sobbalzai, udendo cigolare una porta, di sotto. Avrei dovuto darmela a gambe, ma la mia caviglia non me lo consentiva. « Chiunque tu sia » urlò la voce impastata di Peter dal piano infe- riore, « resta dove sei. Sono armato. Sto chiamando la polizia » « Lascia perdere la polizia, Peter. » Zoppicai fino alla porta, poi mi affacciai sul pianerottolo. « Sono io, John. » Dopo aver acceso le luci dell'ingresso, fece qualche scalino. Reggeva tra le mani un fucile. « Ah, sei tu. » Sembrava deluso. « Credevo di avere sorpreso un ladro. » Abbassò l'arma. « Che diavolo ci fai qui? » « Sono venuto a trovare te ed Elizabeth. Pensavo che fosse arrivato il momento di riconciliarci » spiegai, tentando di rabbonirlo. Era palese- mente ubriaco, e non mi fidavo di lui, con quel fucile fra le mani. Scesi zoppicando giú per le scale. Peter mi lasciò il passo, seguendomi pOi nell'ingresso. « Dal momento che sei qui » dichiarò di malavoglia « tanto vale che ti offra qualcosa da bere. » Mi condusse in salotto dove versò due whisky abbondanti. « Lei non tornerà; non per ii momento, comunque. Ha telefonato alle ragazze della scuderia per avvertirle. Non avrebbe certo chiamato me. Salute. » Dopo aver but- tato giú il primo bicchiere, se ne versò subito un altro. « Strano aggeg- glo, iI telefono. » Era ubriaco, triste e depresso. « A volte squilla, vado all'apparec- chio, e non risponde nessuno. Nessuno. » Aveva lasciato cadere il fucile sulla poltrona. Mi chiesi se era carico. Cominciò a bere il secondo whisky. « Sono i suoi amanti, naturalmente. » « Amanti? » « Quelli che telefonano e riattaccano quando rispondo io. Non sono un idiota, John. E lei è una donna dannatamente attraente. Siete tutti belli, nella vostra famiglia, maledetti voi. » Mi osservò con aria minac- ciosa. « Che ci facevi, nella sua stanza? » « Cercavo il Van Gogh. » Mi fissò per qualche istante, poi scoppiò in una risata. « Buona questa, John. Davvero divertente. » « Dico sul serio, Peter. » « Sei tu il colpevole, John. Naturalmente posso capire perché tu lo abbia fatto; davvero, ti capisco. » La sbronza rendeva il suo tono solenne. « Quello che non riesco a comprendere, è perché non ti decidi ad ammetterlo. » « Perché non ho il quadro, Peter. Non l'ho mai avuto. » « E qui che sbagli, vecchio mio. Liz ti ha smascherato tre anni fa. Ha scovato uno dei tuoi complici, lo sai? » Era assolutamente serio, nonostante fosse ubriaco. Decisi di stare al gioco e gli rivolsi un sorriso colpevole. « Come mi ha scoperto? » « Ha assunto un investigatore privato, un viscido individuo. Non l'ho mai visto, a dire la verità. Liz non è certo il tipo che racconta gli affari suoi, lo sai. » « Perché non si è rivolta alla polizia? » « E quel che le ho detto anch'io, ma mi ha risposto che non erano fatti miei. E poi, ascoltami bene, è andata da quel borioso, piccolo uomo d'affari, Buzza-qualcosa. » « Buzzacott? » « Le ha dato del denaro. Ne sono sicuro. Due dei suoi tirapiedi sono venuti qua con una valigetta. » « Perché mai avrebbe fatto una cosa del genere? » Peter si avvicinò barcollando alla credenza e si versò un altro whisky. « Per consentirle di pagare quell'investigatore, naturalmente. » Garrard. Qualcosa mi diceva che doveva essere lui. Ma per quale motivo Elizabeth si era servita di un investigatore privato? Forse era stata soltanto una messinscena, un espediente in piú per sostenere la tesi della mia colpevolezza. E Buzzacott doveva averle dato il denaro per rabbonirla, per essere certo che Elizabeth, alla fine, avrebbe ven- duto il quadro a lui. Lanciai un'occhiata fuori dell'ampia finestra. Si era fatto buio; restai per un po' a osservare le nere sagome dei pipistrelli che svolazzavano attorno alla casa. « C'era per caso un certo Garrard, nel tuo reggi- mento, Peter? » « Non ricordo nessuno con quel nome. Che tipo era? » « Magrolino, bruno. Si è arruolato nei paracadutisti. » Scosse la testa. « Mai sentito nominare. Per quale motivo mi fai questa domanda? » « Perché ha cercato di uccidermi, ecco perché. » Fu un passo falso. Pensando che volessi accusarlo di complicità, Peter diventò improvvisamente paonazzo per la collera. « Fuori di qui! » Sollevai una mano, cercando di placarlo. « Peter, per favore. . . » « Ti ho detto di andartene! » Sollevò di scatto il fucile. « Non costrin- germi a usarlo. » Uscii dalla stanza, aspettandomi quasi che una raffica di proiettili mi sfiorasse la testa, ma Peter si limitò a restarsene là, solo con la sua disperazione e la sua bottiglia di whisky. Quando, zoppicando, riuscii a raggiungere il villaggio, I'ultimo auto- bus era già partito. Era troppo tardi anche per l'ultimo treno per Exe- ter; dopo aver chiesto un passaggio fino all'autostrada, restai in attesa sullo svincolo per quel che mi parve un secolo. Finalmente un camioni- sta, impietosito, mi fece salire e mi portò fino in Devon. Erano le due del mattino. Camminai per un'ora, con la caviglia che mi doleva atrocemente. Alla fine, scavalcato un cancello, mi ritrovai in un campo; senza badare ai suoi belati di protesta, allontanai con un calcio una pecora e mi sdraiai al suo posto, sull'erba che conservava ancora il tepore dell'animale. Dormii malamente per tre ore circa destandomi scosso dai brividi e fradicio per l'umidità, nell'alba tersa. Venni assalito dal pensiero che, in realtà, non ero che un senzatetto uno dei tanti vagabondi che d'estate si aggirano per le strade. Io, ii ventottesimo conte di Stowey, mi trascinavo attorno, sporco e con la barba lunga, dormendo all'addiaccio. Raggiunsi una cabina telefonica dalla quale composi il numero di Charlie. Stava dormendo, ma non se la prese; anzi, sembrò sollevato nell'udire la mia voce. « Vieni a prendermi, Charlie. Non ce la faccio piú. » « Dove diavolo sei sparito? Ti stanno cercando dappertutto. » « Chi? Harry Abbott? » « Buzzacott. Non fa che chiamare, da ieri pomeriggio. Sta tentando disperatamente di mettersi in contatto con te. » « Perché? » « Non verrebbe certo a dirlo a me; non sono un dannato conte, io. Resta dove sei, Johnny. Sarò lí fra mezz'ora. » MENTRE Yvonne preparava la colazione, Charlie mi portò a visitare il canile, dove ci fermammo a dar da mangiare ai suoi terrier. « Non so se sia importante » mi comunicò Charlie, « ma Buzzacott ha lasciato detto di richiamarlo a qualunque ora. » « Al diavolo Buzzacott » replicai. « Non sa che farsene del mio aiuto. Mi ha liquidato. Mi ha ordinato di comprarmi una barca, di sparire, e di non rivolgere mai piú la parola alla sua figliastra. » « Comprarti una barca? » Charlie sembrava d'un tratto interessato. Sogghignai. « Abbiamo centoventimila bigliettoni da spendere. » CACCIA AL VAN GOGH Durante la colazione discutemmo con entusiasmo delle caratteristi- che della barca ideale per affrontare gli oceani, anche se non avevo nessuna intenzione di tornare in mare, fino a quando non avessi potuto farlo insieme a Jennifer. Eravamo praticamente sul punto di scegliere il nome da dipingere sulla poppa della nostra creatura, quando il telefono prese a squillare. Era sir Leon Buzzacott. Afferrai controvoglia il ricevitore. Il messaggio di sir Leon sul Times aveva ricevuto risposta. I "rapitori" - cosí li definí sir Leon - gli avevano fatto pervenire le loro richieste. Dovevo essere io a recapitare il denaro. Non avrebbero accettato nes- sun altro; solo ed esclusivamente il conte di Stowey. La ragione per cui volevano proprio me era fin troppo evidente: mi avrebbero fatto fuori, e in tal modo il quadro sarebbe passato in eredità a Elizabeth. « Quanto denaro ha dato a mia sorella? » domandai bru- scamente a sir Leon. Ci fu un attimo di silenzio, poi la voce circospetta del mio interlocu- tore: « Come ha detto, milord? » « Le ho domandato quanti soldi ha versato a mia sorella Elizabeth, tre anni fa. » « Ah, si trattava di un onorario » rispose in tono evasivo, « un sem- plice onorario. » « Non si rende conto di ciò che ha fatto, mia sorella, col suo dannato onorario? Lo ha usato per ingaggiare Garrard, I'uomo che ha spedito la sua figliastra all'ospedale. L'intera operazione è stata finanziata da lei, sir Leon. Lei ha fornito a Elizabeth il denaro che le ha permesso di attendere fino alla morte di nostra madre. » « A quel tempo, non avevo motivo di ritenere che la colpevole fosse sua sorella » obiettò lui in tono glaciale. Che importava, ormai? Era evidente che sir Leon sarebbe stato disposto ad appoggiare indifferentemente sia me sia Elizabeth; I'unica cosa che gli importava realmente era il quadro. Non gli interessava affatto sapere chi fosse il ladro. « Come si sono messi in comunicazione con lei? » « Per mezzo di una lettera; mi è stata recapitata ieri da un fattorino. » « L'ha mostrata alla polizia? » « Non intendo immischiare la polizia in questa faccenda. » « Che sia dannato se mi lascerò coinvolgere, allora. Quella gente ha già cercato per ben due volte di ammazzarmi. » « La prego... » cominciò sir Leon. « Chiami Harry Abbott. » Ero stanco, e non me ne importava piú 425 nulla. Prima che potesse aggiungere altro, interruppi la comunicazione. « Di che si trattava? » mi domandò Charlie. Glielo raccontai. Tutto mi era fin troppo chiaro. Se i suoi piani fos- sero andati a buon fine, quel giorno Elizabeth avrebbe incassato quattro milioni di sterline, senza contare il "regalo" supplementare della mia morte, che l'avrebbe resa a buon diritto proprietaria del Van Gogh. Sir Leon sarebbe stato costretto a trattare con lei, che avrebbe preteso una cifra sicuramente esorbitante. E per far sí che tutto ciò si avverasse, per consentire alla mia cara sorella di esaudire i propri sogni, dovevo soltanto accettare di conse- gnare il denaro. « Non lo fare » mi ammoní severamente Charlie. « Hai sentito, no? » ribattei. « Gli ho risposto di chiamare l'ispettore Abbott. » Il problema era che la mia unica possibilità di vendicare Jennifer consisteva nel collaborare con sir Leon. Decisi che, se non avesse provveduto lui a informare Harry Abbott sull'imminente paga- mento del riscatto, lo avrei fatto io. Squillò il telefono. Sollevato il ricevitore, udii la voce proprio di Abbott. Sembrava eccitato. « Sto venendo a prenderla, Johnny. Si pre- pari. Buzzacott mi ha appena chiamato. Ho a disposizione un elicottero della polizia. . . » « Harry! » Urlai il suo nome nel microfono tentando di arrestare quel fiume di parole. « Sa bene che vogliono uccidermi. » « Naturale che vogliono farla fuori. Rimanga dov'è, Johnny. Vengo a prenderla. » La comunicazione s'interruppe di colpo. « Maledizione. Ci si mette anche Harry, adesso » borbottai, tor- nando da Charlie. « Vogliono che consegni il riscatto. » Charlie puntò l'indice contro di me. « Non farlo, Johnny. Dammi retta, non lo fare. Ti molleranno in un mare di guai. » Sapevo che aveva ragione. Ma avevo fatto una promessa alla ragazza che stavo per sposare. Avevo giurato di vendicarla. HARRY arrivò a bordo dell'elicottero della polizia; dopo essere balzato a terra, corse a testa bassa in direzione della casa. Era molto compreso nel suo ruolo. « E pronto? » mi gridò. « Neppure per idea. Venga dentro. » Era chiaramente restio di fronte alla prospettiva di un ritardo ma, poiché aveva bisogno di me, fu costretto a seguirmi in cucina, dove il frastuono dell'elicottero giungeva un po' attutito. « Dunque, mi spieghi esattamente che cosa vogliono che faccia. » Harry lanciò un'occhiata a Charlie, ma si rese conto che avrei comun- que insistito perché il mio amico ascoltasse la nostra conversazione. « Non lo sappiamo ancora. Dobbiamo raggiungere Exeter, dove c'è un aereo che ci attende per portarci a Guernsey, una delle Isole Nor- manne. Incontreremo sir Leon a Saint Peter Port, e attenderemo in un bar all'aperto, sul lungomare Victoria. Questo è tutto ciò che sappiamo. Stanno uscendo allo scoperto, Johnny. Se ci tiriamo indietro adesso, potrebbero decidere di non rischiare piú. Dobbiamo andare. Non vuole scoprire chi ha cercato di ucciderla? » « So già chi è stato » replicai freddamente. « Garrard e Peel. » Ed era stato Garrard, ne ero certo, colui che aveva condannato Jennifer a mesi e mesi di sofferenza. Sospirai, stringendomi nelle spalle. « Va bene, Harry. » Il viso di Charlie s'irrigidí in un'espressione che conoscevo anche troppo bene. Era il tipico atteggiamento che assumeva quando decideva di intestardirsi. « Se le cose stanno cosí, vengo anch'io. » Harry tentò di protestare, ma comprese che sarebbe stato inutile. « Johnny ha bisogno di qualcuno che lo tenga d'occhio, e quello sarò io. » Charlie sogghignò. Si presentava l'opportunità di combinare qual- che marachella, e lui sarebbe stato della partita. Eravamo di nuovo all'opera, insieme. L'ELICOTTERO ci depositò all'aeroporto di Exeter, dove ci trasferimmo a bordo di un piccolo aereo. Ci scortava un agente in borghese, armato, come pure Harry. La vista delle pistole automatiche mi ricordò che si trattava di un gioco estremamente pericoloso. L'ispettore intuí il mio cambiamento d'umore. « Non è necessario che arrivi sino in fondo, Johnny. Faccia del suo meglio, ma non voglio assolutamente che metta a repentaglio la sua vita. Noi saremo a un passo da lei; se riterrò che la faccenda stia diventando troppo perico- losa, fermerò tutto. » Desiderai d'un tratto non aver accettato tanto alla leggera, poi pensai alle sofferenze di Jennifer e mi resi conto di non avere scelta. « Perché proprio Guernsey? » mi domandai a voce alta. Harry poteva solo tirare a indovinare. « E facile far perdere le tracce, in mezzo a tutte quelle viuzze. Il momento piú pericoloso è quello dello scambio, perché è sempre possibile che ci sia la polizia in agguato. Il trucco in genere consiste nell'obbligare l'uomo che deve effettuare la consegna a vagare da una cabina pubblica all'altra; I'itinerario può sem- brare scelto a caso, ma i malviventi sono appostati, e controllano le auto CACCIA AL VAN GOGH che circolano nei dintorni. Se vedono passare troppe volte le stesse vetture, tagliano la corda. » Il pilota interruppe Harry. « Nebbia » annunciò laconico. Guardan- domi attorno, vidi il banco umido e lattiginoso che avanzava sul mare Dopo aver comunicato via radio con la torre di controllo, il pilota si volse verso di noi per darci le ultime notizie. « A Guernsey è ancora sereno Ritengono che la zona potrebbe essere interessata dalla perturbazione piú tardi, ma secondo le previsioni dovrebbe alzarsi un po' di vento. » « Spazzerà via la nebbia » commentò il poliziotto in borghese. « Non da queste parti » lo contraddisse Charlie. « Ho visto queste acque sconvolte da un uragano in piena regola, eppure erano immerse nella nebbia. Posto maledettamente pericoloso, questo. » « Che allegria! » esclamò Harry con aria tetra. Guernsey si stava avvicinando, un labirinto di anguste stradine, orri- bili costruzioni, serre e automobili. Finalmente, le ruote del nostro aereo toccarono la pista d'atterraggio. Eravamo arrivati. Fummo ricevuti dalla polizia locale, che ci accompagnò a Saint Peter Port; Sir Leon ci stava aspettando all'esterno di un bar sul lungomare con una valigetta ventiquattr'ore in pelle posata sul tavolino. Era accompagnato da due nerboruti scagnozzi. Se il nostro scopo era quello di passare inosservati, stavamo fallendo miseramente. Contando anche I rinforzi locali di Harry, eravamo ormai in dieci e, a parte me e Charlie tutti indossavano abiti pesanti, mentre intorno a noi i turisti e gli uomini dell'equipaggio degli yacht circolavano in jeans o in pantaloncini. « Ho altri uomini appostati sul lungomare » ci comunicò un poliziotto del posto. « Sono nascosti, ovviamente. » Sir Leon mi augurò il buongiorno. Il suo saluto mancava di calore, ma d'altra parte l'ultima conversazione che avevo avuto con lui non poteva definirsi esattamente amichevole. Gli presentai Charlie. Sir Leon gli lanciò uno sguardo gelido, abbozzando appena un cenno di saluto. Poi tornò a girarsi verso di me. « Ecco il denaro » mi disse, spingendo innanzi col gomito la valigetta di pelle. « Quattro milioni? » esclamai, incredulo. Aprí la ventiquattr'ore, mostrandomene il contenuto. « Si tratta di titoli americani al portatore, non registrati. Piú sicuri del denaro con- tante, altrettanto anonimi, e convertibili in valuta in qualunque parte del mondo. » « Ma sono rintracciabili? » s'informò Harry Abbott, speranzoso. « Sí, se riuscirà a convincere le autorità dei vari paradisi valutari tropicali a collaborare » rispose sir Leon in tono sprezzante, « ma non ci 428 farei troppo affidamento. Stia certo che i nostri nemici non faranno che vendere i titoli. E non gli mancheranno certo gli acquirenti; i titoli non registrati sono un bene raro e prezioso. » Harry richiuse la valigetta e me l'allungò. « Speriamo di riuscire a catturarli prima che Johnny debba effettuare la consegna. » Osservai sir Leon. « Sa che vogliono uccidermi? » Annuí con sussiego. « Sí, questa ipotesi mi è passata in effetti per la mente, milord. » « Ed è stato lei a organizzare tutto. Ha incoraggiato mia sorella. Le ha dato il denaro occorrente a ingaggiare gli assassini. » Gli occhi sbiaditi di sir Leon non batterono ciglio. « Devo ritenere che gli eventi odierni la stiano innervosendo. » « Vada all'inferno anche lei! » sbottai, furibondo. Mi avvidi con sod- disfazione che sir Leon sembrava allarmato. « Mi dica una cosa. Che ci scriverà sulla mia tomba? Che non ero abbastanza in gamba per sposare Ia sua figliastra, ma ho accettato graziosamente di morire per la sua galleria? Sa perché sto facendo tutto questo? Per Jennifer. Non m'im- porta un accidente del suo quadro, ma scoverò il tizio che ha rovinato Jennifer e lo farò a pezzi. E quando ci sarò riuscito, sir Leon, tornerò da Jennifer e la sposerò. » Charlie scoppiò a ridere; sir Leon si limitò a sbattere le palpebre. , La mia sfuriata lo aveva ridotto al silenzio, ma non era stata altro che uno sfogo. Le possibilità di mettere in atto la mia vendetta, quel giorno, erano davvero minime. Il meglio che potessi sperare, era che Harry riuscisse ad arrestare qualcuno. Il lungomare Victoria, a Saint Peter Port, era delimitato da muri in pietra e disseminato di banchine. Valutai che ci fossero un centinaio di imbarcazioni attraccate. Improvvisamente, un vecchio tassí venne a fermarsi accanto ai tavo- lini del bar. L'autista, manifestamente sconcertato dall'incarico rice- vuto, si sporse dal finestrino. « C'è per caso fra voi un certo conte di Stowey? » Per un istante nessuno si mosse; poi io annuii. « Sono io. » « Non so di che si tratti, ma questa è per lei. » Mi porse una busta commerciale color senape, poi restò senza fiato, vedendo quattro agenti balzare a bordo del suo tassí. Il nostro primo "contatto" locale venne condotto via per essere interrogato, mentre continuava a urlare, prote- stando la propria innocenza. Un poliziotto tirò fuori un paio di pinzette, che usai per estrarre l'unico foglio contenuto nella busta. Non appena avessi terminato di leggerlo, sarebbe stato portato via per la rilevazione delle impronte digitali, sebbene nessunO di noi credesse realmente che i mittenti sareb- bero stati tanto pazzi da lasciarvi sopra simili indizi. Lessi ad alta voce le semplicissime istruzioni dattiloscritte. Dovevo spogliarmi tenendo addosso soltanto i pantaloncini e andare fino alla banchina piú vicina al bar, portando con me solo il denaro. Vi avrei trovato ancorato uno yacht, il Marianne. Dovevo salire a bordo - solo - e uscire in mare, dove mi sarebbero state fornite ulteriori istruzioni. Nel caso avessero notato una qualsiasi imbarcazione che mi seguiva, il Van Gogh sarebbe stato distrutto. Se invece le istruzioni fossero state seguite alla lettera e il denaro consegnato regolarmente, una telefonata alla galleria di sir Leon ci avrebbe rivelato il luogo in cui potevamo trovare il Van Gogh. Harry imprecò sottovoce. Fino a quel momento, credo che a nessuno di noi fosse passato per la mente che la consegna potesse avvenire in mare; eppure il fatto che avessero insistito perché fossi proprio io - un uomo di mare - a effettuare l'operazione, senza contare la scelta dell'i- sola di Guernsey, paradiso dei naviganti, avrebbe dovuto farci intuire quell'eventualità. « Bene! » Harry stava tentando di riprendere in mano la situazione. « Marianne » disse rivolto ai suoi scagnozzi. « Dev'essere registrata. Chi è il proprietario? Voglio che venga fotografata, e che controlliate il registro. Forza, muovetevi. » « Io vengo con te » dichiarò Charlie. « No » scattò sir Leon. « E mio amico; se deve rischiare la vita, voglio andare con lui. » Charlie non aveva alcuna possibilità di spuntarla. Sir Leon e Harry si opposero, unanimi, sostenendo che, se infrangevamo le regole avremmo potuto rovinare ogni cosa. Sir Leon si rivolse a uno degli agenti locali. « Presumo che quella barca possa essere seguita con discrezione da un velivolo. » « Infatti, signore. » « Provvedete, allora. » Lanciò un'occhiata al suo quadernetto di appunti. « Ci sono forze navali, nei paraggi? » A uno dei poliziotti venne in mente che, sul lato esterno del porto, stazionava un'unità della guardia costiera. Sir Leon si rivolse a Harry. « Li avvisi e chieda se possono fornirci la loro collaborazione, ma dica anche che devono tenersi fuori del campo visivo del Marianne. E dovranno seguire le istruzioni del velivolo di copertura. » Sir Leon aveva ormai preso in mano la situazione, dando prova di un piglio notevolmente energico. Spuntò due voci dal suo elenco di appunti, poi mi rivolse uno sguardo severo. « Bene, milord, è disposto a seguire le istruzioni? » Non mi restava altra scelta. « Dammi il tuo coltello, Charlie. » Usai il temperino per tagliare i jeans e trasformarli in un paio di pantaloncini corti, quindi mi tolsi la camicia e le scarpette da vela. « Rammenti » - Harry tentava di far valere la propria autorità, minata dalla formidabile concorrenza di sir Leon - « che se la faccenda dovesse diventare pericolosa, la tirerò immediatamente fuori di là. » Presi la valigetta col denaro. Era leggera come una piuma. « Ci vediamo, Harry. » Charlie mi accompagnò fino all'estremità della banchina. « Sei sicuro di voler andare, Johnny? » « Naturalmente no, Charlie, ma che altro posso fare? » « Lasciali perdere. E solo un quadro; non si tratta di una questione di vita o di morte. » « Ti sbagli, Charlie. Hanno tentato di farmi fuori, e c'è mancato maledettamente poco che uccidessero Jennifer. Come vedi, è una fac- cenda personale. » « Sei un pazzo. » Il suo tono solenne mi sorprese, ma si affrettò a sfoderare un ghigno sulla faccia dall'espressione aperta. « Potremmo farci un bel viaggio, con quel denaro. » « Perché no? » Ridemmo entrambi, ma d'un tratto non ci fu altro da dire. « Tienimi in fresco una birra, promesso? » « D'accordo. » Dopo avermi affibbiato un colpetto sul braccio a mo' di saluto, retrocedette di un passo. Sapevo che sarebbe rimasto a guar- darmi mentre procedevo lungo la banchina. Era troppo tardi per tor- nare indietro, ormai. Dunque bisognava andare avanti. Parte quinta CREDO Dl AVER SAPUTO fin dall'inizio che non avrei seguito il consiglio di Harry. Non avevo nessuna voglia di affrontare quell'impresa, ma una volta preso l'impegno non mi sarei tirato indietro. Non lo facevo certo per dimostrare il mio coraggio, ma soltanto per una ragazza che giaceva in un letto d'ospedale, in preda ad atroci sofferenze. Volevo che le bestie che l'avevano ridotta in quello stato rimpiangessero amara- mente ciò che avevano fatto. 431 CACCIA AL VAN GOGH Ero consapevole che qualcuno degli uomini di Elizabeth mi stava tenendo d'occhio. Poteva essere uno dei tanti sfaccendati stesi pigra- mente al sole a bordo degli yacht, o uno qualsiasi dei villeggianti affac- ciati al parapetto del lungomare. D'un tratto, vidi il Marianne. Era una barchetta malridotta, una bagnarola francese messa insieme da dilettanti con del compensato da vela verniciato di un color rosso cupo. Se ne vedevano a centinaia, di simili, in giro per i porti d'Europa. Era un'imbarcazione di circa sei metri, dotata di un'angusta cabina, un unico albero e un motore fuoribordo. Sul tetto della cabina era montata una bussola; c'era un solo fiocco e la randa, sudicia, era fissata al boma in modo maldestro. Stranamente, sullo specchio di poppa faceva bella mostra di sé un'antenna per la radionavigazione iperbolica. A parte il Decca, quei furfanti avevano scovato la barca piú economica che ci fosse in circolazione. Saltai nel pozzetto e notai che il boccaporto era aperto. L'interno della cabina era stato completamente svuotato; non c'erano cuccette, né cambusa; persino la sentine erano state ripulite alla perfezione. Chiun- que avesse fornito la barca, aveva fatto in modo di non lasciare la minima traccia. L'impianto Decca, del tutto incongruo su un'imbarcazione tanto mo- desta, era stato fissato alla paratia di poppa ed era alimentato da una batteria sistemata accanto alla cassa della deriva. Mi rallegrai nel vedere che c'era anche una radio VHF portatile. Senza dubbio i miei nemici l'avevano lasciata a bordo per poter comunicare con me, ma mi avrebbe anche consentito di tenermi in contatto con Charlie. Sistemai la valigetta vicino alla batteria, quindi abbassai la chiglia di deriva. Mi accorsi che il Decca era già acceso e che indicava latitudine e longitudine di Saint Peter Port. Dopo aver trasportato la radio nel pozzetto, sollevandola affinché Harry potesse vederla, la accesi, sinto- nizzandola sulla banda 16, la frequenza d'entrata e di emergenza, e l'appoggiai sul trasto. Il serbatoio del motore era pieno. Si trattava di un modesto tre cavalli e mezzo, ma supponevo che avrebbe dovuto fare un bel po' di lavoro. Partí al primo colpo. Salpai l'ancora e avanzai lentamente a motore, seguendo le boe fino in mare aperto. Una veloce motovedetta della guardia costiera era ferma all'imboccatura del porto. Mi chiesi se Harry fosse riuscito a ottenere la loro collaborazione. Mentre li oltrepassavo col Marianne, li salutai con la mano. Lasciato il porto, armai il fiocco e issai quindi la randa, che prese vento in modo soddisfacente; spensi allora il motore e mi misi alla barra. Spirava una lieve brezza da sud-ovest e il Marianne sembrava gradirla. Aprii le cassapanche del pozzetto, e vidi che erano completa- mente vuote. Non vi era nulla, a bordo, eccetto il Decca con la sua relativa batteria, una bussola, una radio e quattro milioni di sterline. E - rammentai - i due cavi d'ormeggio. Ne usai uno per bloccare la barra, e arrotolai l'altro sul pagliolo del pozzetto, ai miei piedi. Un piccolo aereo virò e si abbassò in picchiata. Il sole dardeggiò contro il parabrezza; un attimo dopo il velivolo mi aveva superato e si allontanava in cabrata. Pareva che avessi compagnia. Una barca da pesca stava avanzando rumorosamente alle mie spalle e c'erano in vista almeno una dozzina di yacht; un grosso idrovolante addetto al servizio traghetti stava avvicinandosi da sud. - Trasalii, udendo l'improvviso sibilo della radio. Una voce femminile dal suono metallico disse: « Quattordici ». Essendo sintonizzato sul canale 16, avrei dovuto ricevere una gran quantità di segnali vaganti. Quell'unica parola sembrava in effetti estra- polata da una comunicazione piú lunga; mi chiesi se la radio funzionasse a dovere. Poi udii ancora la voce di poco prima. « Quattordici. » Mi resi conto che fino a quel momento non avevo captato nessun altro messaggio. Quella parola doveva avere un significato; avvicinai la radio, attivando il trasmettitore. « Qui Marianne. Identificatevi e ripe- tete. Passo. » La radio restò silenziosa. Tornai a premere il pulsante. « Stazione- radio di Saint Peter Port, qui lo yacht Marianne, yacht Marianne. Chiedo controllo radio. Passo. » Nessuna risposta. Passando sulla banda 62, provai a ripetere la mia richiesta alla stazione costiera di Saint Peter Port. ' Ancora niente. Il che stava a significare che l'apparecchio era in grado di ricevere, ma non di trasmettere. "Furbi" - pensai - comin- ciando a riportarmi sul canale 16. D'un tratto però, ignorando il lam- peggiare del sintonizzatore da una banda all'altra, tornò a farsi sentire la voce femminile: « Quattordici ». Anziché limitarsi a impedirmi di trasmettere, i miei nemici avevano `escluso il sintonizzatore, bloccando l'apparecchio su una frequenza non identificabile. Tipi davvero in gamba, a quanto pareva, coloro che ave- vano organizzato il mio viaggio. Che diavolo significava, "quattordici"? Non poteva trattarsi di una rotta. La risposta mi folgorò all'improvviso; il mio interlocutore, chiun- CACCIA AL VAN GOGH que egli fosse, aveva programmato il Decca fornendogli dei punti pre- stabiliti sulla linea di rotta. Invece di utilizzare le cabine telefoniche, avrebbero usato quel sistema per farmi schizzare da un punto all'altro fino a che si fossero convinti che non ero seguito, per poi guidarmi, sempre mediante il Decca, verso la località fissata per l'incontro. Mi accucciai accanto al Decca nell'angusta cabina, e premetti i pul- santi necessari a visualizzare il punto 14. Dopo qualche lampeggia- mento, I'apparecchio mi forní la rotta 089, che mi avrebbe condotto a 12,4 miglia da dove mi trovavo. Tornai nel pozzetto; facendo rotta per 089, non avrei potuto percor- rere piú di mezzo miglio senza mandare il Marianne a sbattere contro le rocce di Herm, una delle Isole Normanne minori. Ciononostante, virai di bordo. Liberai la scotta, e restai a osservare la riva che si faceva sempre piú vicina. « Venticinque » ordinò di nuovo la voce, pochi istanti prima che finissi contro gli scogli. Diedi uno strattone alla barra per far cambiare direzione al Marianne; poi, mentre la barca riprendeva il suo assetto, scesi a consul- tare il Decca sulla nuova rotta. Il punto 25 si trovava a una decina di miglia in direzione nord. Misi la barra del Marianne sottovento, pun- tando di nuovo verso il mare aperto. Sollevando lo sguardo, scorsi l'aereo che volava in cerchio sopra di me, ad alta quota. Avevo appena oltrepassato il faro di Platte Fougère, quando la radio gracchiò: « Tren- tasei ». C'era qualcosa di stranamente familiare, in quella voce. Un attimo piú tardi, il numero venne ripetuto, e questa volta la riconobbi: apparteneva a un'annunciatrice che leggeva abitualmente i bollettini meteorologici su Radio Four. I miei antagonisti avevano registrato una delle trasmissioni e isolato dal testo delle previsioni i soli numeri di cui avevano bisogno e che ora mi stavano trasmettendo via etere. Accidenti a quelle menti diaboliche! Il punto 36 mi portò dritto in mezzo a un gruppetto di barche a pesca di branzini. I miei nemici potevano nascondersi su uno qualsiasi di quei pescherecci. Passai intenzionalmente molto vicino a loro, ma tutto sem- brava regolare. In apparenza, i miei avversari dovevano essere in grado di control- larmi, dal momento che ripetevano le istruzioni soltanto nei casi in cui non mi affrettavo a obbedire. Avevano programmato ogni mia mossa; mi avrebbero fatto girare in tondo fino a che non fossi stato sufficiente- mente stanco, affamato e pronto per essere fatto a pezzi. Si divertirono con me per un paio d'ore. Stavo navigando in tutte le direzioni possibili, ma prima che riuscissi a raggiungere uno dei punti indicati, mi veniva intimato di cambiare rotta. Notai tuttavia che, nel mio zigzagare sul mare ormai deserto, venivo impercettibilmente ma costantemente spinto verso nord. « Quarantaquattro. » L'ordine interruppe le mie riflessioni. Il Decca m'indicò che il punto 44 si trovava a 50 miglia in direzione est, in qualche angolo della penisola di Cherbourg. Non poteva chiara- mente trattarsi del luogo dell'incontro. Eppure, questa volta, i miei nemici mi lasciarono procedere indisturbato. Dovevano essersi ormai convinti che nessuno mi seguiva e che si poteva finalmente dare il via alla fase finale dell'operazione. A PARTE qualche valutazione approssimativa basata sul declinare del sole, avevo perduto ogni cognizione del tempo; inoltre, ero tormentato da una sete terribile. La bassa marea mi aveva trovato completamente solo, troppo al largo per essere visibile da riva. Il mare lungo aveva dispettosamente portato con sé i residui di una tempesta sull'Atlantico. Il Marianne avanzava rollando sulla cresta dei flutti, per sprofondare subito dopo negli avvallamenti fra un'onda e l'altra. Se quel giochetto non fosse finito presto, riflettei, mi attendeva una nottata fredda e burrascosa. La mia scorta aerea mi teneva scrupolosamente sotto controllo. Seguendo una rotta che s'intersecava con la mia, scompariva a tratti per rispuntare dopo qualche minuto. Non si trattava sempre dello stesso velivolo; qualche volta vedevo un monomotore dalle grosse ali, altre volte un affusolato bimotore. A un certo punto, mentre scendeva la sera, notai che all'orizzonte cominciava ad addensarsi la foschia. Sperai dapprima che si trattasse soltanto di un lontano banco di nuvole, ma ben presto mi resi conto che stavo puntando dritto contro un muro di nebbia; in qualche punto di quell'impalpabile sudario di umidità che avvolgeva la superficie del mare si sarebbe giocata la partita finale. Una volta inghiottito dalla nebbia, il mio guardiano alato sarebbe diventato del tutto inutile. Per- sino il radar della Marina avrebbe avuto bisogno di una buona dose di fortuna per riuscire a individuare una barchetta come il Marianne in quelle condizioni. Harry parve condividere i miei timori; a un miglio scarso di distanza dal banco di nebbia, vidi l'aereo spuntare dalle nuvole, abbassarsi sul mare e puntare verso di me. Il pilota accese le luci d'atterraggio, come temendo che non lo avessi scorto, e ridusse la velocità accostandosi al 435 CACCIA AL VAN GOGH verso est ancora per un'ora circa- almeno secondo i miei calcoli appros- simativi - e soltanto allora lasciai che il Marianne puntasse in direzione sud-ovest. La distanza rispetto al punto stimato tornò a ridursi. A un miglio circa ammainai la randa. proseguendo col solo fiocco. Avanzavamo invisibili come fantasmi. Cercai di fendere la nebbia oscura con lo sguardo, alla ricerca di un'ombra, una luce, qualcosa che mi aiutasse a localizzare i miei avversari. Dapprima li udii soltanto. Musica classica. Vivaldi. Spinsi con forza la barra tutta a sinistra, facendo virare lentamente il Marianne. Fissai quindi il timone e mi accovacciai accanto al Decca. Mi trovavo ormai ad appena un quarto di miglio dai miei avversari e proce- devo veloce e silenzioso verso il debole suono che li aveva traditi. Tornato nel pozzetto, liberai il timone e ammainai il fiocco. La musica mi giungeva a intervalli irregolari attraverso la distesa marina. D'un tratto scorsi una luce, e subito compresi dove mi trovavo. Un lampo lattiginoso e intermittente lacerò la cupa coltre nebbiosa per nove volte, a rapidi intervalli: era una boa, una grande boa, messa a segnalazione di un punto particolarmente pericoloso. Ci trovavamo quattro o cinque miglia al largo della costa francese vicinissimi a un gruppo di scogli affioranti chiamati Les Trois Grunes. A quanto ricordavo vi era una sola boa del genere, in quel tratto di mare. Era assolutamente plausibile che si trattasse del luogo dell'appunta- mento. Con l'aiuto del Decca, Garrard era stato guidato fino a quella boa solitaria, alla quale senza dubbio aveva ormeggiato la propria im- barcazione. La luce lampeggiò di nuovo, e questa volta riuscii a distinguere la barca. Si trattava di un'imbarcazione da pesca lunga quasi undici metri, con uno scivolo di poppa e una timoniera alle spalle del ponte di prua rialzato. D'un tratto comparve un'altra luce, un riflettore che frugava la nebbia. Lasciato il denaro sottocoperta, chiusi la scaletta di boccaporto; presi poi il cavo nel pozzetto e me lo arrotolai attorno alla vita. Trassi un profondo respiro e mi tuffai. L acqua era gelida. Rabbrividendo, nuotai a rana fino a portarmi leggermente a sud-est della boa pregando Dio di riuscire a star dietro al Marianne e nello stesso tempo a tenermi lontano quando bastava per non essere scoperto, nel momento in cui la mia imbarcazione sarebbe stata avvistata. La fune attorno ai fianchi era ormai fradicia e minac- ciava di trascinarmi verso il fondo. Il riflettore tornò a proiettare il suo fascio di luce attraverso la nebbia, e questa volta il rosso scafo del Marianne ne rifletté debolmente il bagliore. Udii un grido; la musica s'interruppe di colpo. « Vieni fuori! » Era la voce di Garrard. Potevo scorgere due sagome a bordo della barca: i due vecchi compari, Garrard e Peel, erano venuti a portare a termine la loro opera. Mentre nuotavo, udii Garrard che continuava a sbraitare. Dando per scontato il fatto che io mi trovassi a bordo, mi stava ordinando di accostare. Dopo un po', lo sentii avviare il motore. Doveva aver mollato gli ormeggi ed essersi staccato dalla boa, Gar- rard stava ora portandosi accanto al Marianne, distante appena una quindicina di metri. Le due imbarcazioni si trovavano a est rispetto a me; con vigorose bracciate mi avvicinai alla grossa boa che ondeggiava, battuta dai flutti. Vi fu un tonfo e uno scricchiolio. Garrard, valutando crroneamente le distanze, aveva cozzato con la prua della sua barca contro lo scafo del Marianne; il motore si spense con un brontolio. A prua, il tizio che supponevo essere Peel, reggeva fra le mani una specie di arpione. Quando lo alzò, vidi però che non si trattava di un arpione, bensí di un fucile. « Non riesco a vederlo. » Era proprio Peel. « E dentro. » Garrard si trovava nella cabina di pilotaggio, al riparo dal freddo. Nuotai fin sotto la poppa della loro barca perdendolo di vista. La boa lampeggiava alle nostre spalle, e nella sua luce guizzante riuscii a distin- guere il nome dell'imbarcazione dipinto sullo scafo, sopra la mia testa: Mis~-Spinner, di Poole. Il gelo stava rallentando i miei riflessi. Battevo i denti; le caviglie ustionate erano ormai intorpidite. Avevo programmato di arrampi- carmi in qualche modo a bordo della loro barca, mentre i due sarebbero stati occupati a ispezionare il Marianne, ma ora dubitavo che ne avrei avuto la forza. « Sali a bordo » urlò Garrard. Supposi che Peel si fosse proteso ad afferrare le sartie del Marianne, per tenerlo accostato al Mist Spinner. « Fissala con una fune, prima. » Il malumore di Garrard aveva eviden- temente già raggiunto un punto critico. « Metti giú quel fucile, idiota. Legala, e poi sali a bordo. » Mi trovavo ora sotto la poppa del Mist-Spinner. A una trentina di centimetri dalla linea di galleggiamento, sporgeva un montatoio a for- cella al quale mi afferrai per sostenermi. « Salta, adesso! » udii urlare dalla cabina di pilotaggio. 439 CACCIA AL VAN GOGH Il beccheggio del Mist-Spinner rischiava di staccarmi il braccio sinistro dalla spalla, ma continuai a tenermi aggrappato, mentre con la destra mi srotolavo dalla vita la fune. Avevo le dita talmente intirizzite che la corda mi sfuggí dalle mani, ma finalmente riuscii a farla passare attorno alla forcella. Presi fiato, strinsi saldamente la fune, e mi immersi. Nuotando sott'acqua mi portai al di sotto dello scafo. Era buio, là sotto, buio e gelido; sopra di me, la massiccia mole del Mist-Spinner si sollevava e si abbassava ritmicamente. Cercando a tentoni con la mano destra, trovai infine ciò che cercavo: un'elica a tre pale montata al centro dello scafo. Il motore stava ancora girando in folle, riempiendo l'oscurità del suo minaccioso brontolio. Reggendomi all'elica, tirai la fune verso di me. Se Garrard avesse innestato la marcia in quell'istante, avrei perduto la mano. Feci passare la corda attorno alla pala verticale, le feci compiere un altro giro, poi tornai in superficie, boccheggiando per la mancanza d'aria nei polmoni. « Qui non c'è » esclamò Peel. « Dev'esserci per forza » ringhiò Garrard. « Le dico che non c'è. » « Cerca il maledetto denaro, allora. » Tornai a immergermi. Questa volta, conoscendo ormai la posizione dell'elica, avrei avuto piú tempo per lavorare, anche se la tensione e il freddo mi rendevano impacciato nei movimenti. Altri due giri di corda attorno alla pala del timone, e il lavoro era terminato. Con i polmoni che mi scoppiavano, mi spinsi nuovamente in superficie. « 11 denaro è qui, ma lui dev'essere caduto in acqua e annegato » urlò Peel dal Marianne. « Non m'importa un accidente di dove sia finito » ribatté Garrard. « Torna subito qui. » Mentre continuavo a tenermi aggrappato alla forcella sullo scafo del Mist-Spinner, mi dissi che avrei dovuto allontanarmi prima che Peel tornasse a bordo e Garrard innestasse la marcia. Non volevo correre rischi, nel caso la fune si fosse spezzata. « Metti giú la valigetta » abbaiò Garrard sopra la mia testa, rivolto a Peel. « E slega quella barca. Muoviti ! » Mi ero già allontanato di qualche metro dalla poppa del Mist-Spinner quando udii Peel urlare che il Marianne era libero. Scorsi Garrard tirare indietro la leva dell'invertitore. e udii il rombo del motore. Tacque dopo un istante. L'elica, saldamente bloccata dalla fune, aveva opposto un'improvvisa resistenza, inceppando il motore. Dopo un attimo di silenzio, Garrard, imprecando, rimise in folle e tornò a girare la chiavetta di avviamento. Vi fu un ritorno di fiamma, poi il motore si rimise a borbottare. Uno sbuffo di fumo nero fluttuò sopra la mia testa mentre, riaccostatomi al Mist-Spinner, mi aggrappavo nuova- mente alla forcella. Potevo vedere il Marianne che piano piano si allon- tanava. Garrard innestò di nuovo la marcia, e ancora una volta il motore si spense di botto. « Sarà rotto » suggerí Peel, ansioso di rendersi utile. Garrard bestemmiò rabbioso. Erano inesperti, avevano il motore in panne e non sapevano che pesci pigliare. Non si rendevano neppure conto che stavamo andando alla deriva in direzione delle Trois Grunes. Mi era capitato di vedere quelle rocce una sola volta, in vita mia, e da una distanza di sicurezza, ma ricordavo bene le acque turbolente che le circondavano. Tremante e sempre piú debole, mi aggrappai ancor piú saldamente al Mist-Spinner, in attesa del momento piú opportuno per intervenire ad accrescere il loro panico. « Dev'essere l'albero di trasmissione. » La voce di Garrard si era fatta piú vicina. « Va' a dare un'occhiata. » « Non ne capisco niente di motori. » « Non sto parlando del motore, imbecille. Parlo della fottuta elica. Sporgiti dal dietro della barca, e dimmi che cosa riesci a vedere. » « Potrebbe esserci lui, lí. » Sembrava che almeno Peel non avesse del tutto dimenticato la mia inspiegabile scomparsa. Garrard imprecò. Girando attorno allo scafo del Mist-Spinner mi spostai dall'altro lato, ccsí che Peel, sporgendosi, non potesse scor- germi. All'improvviso, quasi urlai dal terrore. Il lampo fu accecante, il rumore assordante. Garrard, spostatosi a poppa, aveva fatto fuoco contro l'acqua; se non mi fossi spostato, avrei ricevuto la pallottola dritta nel cranio. Garrard sparò ancora. « Adesso puoi star sicuro che non c'è, Peel. » Udii il fucile che veniva lasciato cadere sul ponte. Congelato e in preda al terrore, mi spostai oltre lo spigolo dello specchio di poppa. Peel si stava sporgendo fuoribordo, reggendosi all'argano per le nasse. Pur essendo molto vicino, non poteva vedermi. « Prova a mettere in moto » suggerí. Garrard avviò il motore per l'ennesima volta, mentre Peel si proten- deva a scrutare nell'oscurità sottostante. Mi spinsi ancor piú a ridosso del mio sostegno rafforzando la presa e, sfruttando il repentino affon- dare della poppa del Mist-Spinner nel cavo di un'onda, mi proiettai verso l'alto. 441 Prima che Peel fosse riuscito a emettere un suono, le mie mani gelate avevano saldamente afferrato il bavero del suo giaccone. Mi lasciai ricadere all'indietro, trascinandolo con me; aprí la bocca per gridare, ma l'impatto con l'acqua lo ammutolí ll motore ruggí rumorosamente sommergendoci di fumo, e si arrestò di nuovo di botto non appena Garrard tentò d'innestare la marcia. Lasciai andare Peel, scostandomi per evitare che si aggrappasse a me. Dall'interno della cabina illuminata, Garrard non era in grado di vedere ciò che stava accadendo fuori, nell'oscurità. Chiamò a gran voce Peel, il quale si dibatteva disperatamente, sputando acqua, a qualche metro dal Mist-Spinner. « Aiuto! » Mentre le invocazioni di Peel venivano soffocate dalle onde, io avanzavo a fatica lungo lo scafo, sostenuto dall estrema scarica di adrenalina fornitami dalla disperazione. « Pezzo di idiota! » Garrard stava correndo verso poppa. « Era lui » gridò Peel. « Non so nuotare! " aggiunse poi in tono piú pressante e supplice. Afferrato un salvagente, Garrard lo gettò al compare. Ero quasi all'altezza del lato aperto della cabina di pilotaggio. Il parapetto era piú basso, da quella parte, per consentire agli uomini dell'equipaggio di maneggiare agevolmente le nasse. Mi afferrai alla battagliola, mi feci mentalmente il segno della croce e mi issai a bordo. Garrard mi scorse mentre scavalcavo il capo di banda. Per un attimo restò a fissarmi senza credere ai propri occhi, poi corse verso di me per rigettarmi in acqua. Mi avrebbe certamente fatto fuori, se non fossi stato salvato dalle Trois Grunes. L'onda lunga si gonfiò prossima a frangersi, e fece bcccheggiare violentemcnte il Mist-Spinner; Garrard barcollò e rischiò di finire fuoribordo, dandomi il tempo di rotolare sul ponte. Il riflettore sul tetto della cabina di pilotaggio, ancora puntato verso prua, mi permise di distinguere fra la nebbia grigiastra il Marianne che andava alla deriva verso gli scogli, sospinto dalle onde spumeggianti. Garrard aveva estratto il suo lungo coltello affilato, igno- rando il fucile abbandonato a terra; evidentemente sapeva che era sca- rico, e non aveva cartucce a portata di mano. « Davvero astuto, milord. » Mi sorrise: stava recuperando la con- sueta spavalderia. Si trovava di nuovo padrone della situazione, ora: uno contro uno. « Davvero astuto » ripeté, avanzando verso di me. Udivo Peel dibattersi nell'acqua, a poppa. Aveva raggiunto il salva- gente, ora, e prima o poi sarebbe riuscito a salire a bordo. lntorno, il mare ribolliva di schiuma. Sollevata una grossa cassetta per il pesce, la usai a mo' di scudo. Il Mist-Spinner s'impennò, poi tornò a tuffarsi nel cavo dell'onda. Non abituato a quel beccheggio, Garrard perse l'equilibrio; ne approfittai per scagliarmi contro di lui. Feci roteare la cassetta usandola come una mazza. Speravo di riuscire a scaraventarlo in acqua, ma Garrard si abbassò per sottrarsi ai miei colpi, slanciandosi nel contempo su di me col coltello in pugno. Avvertii una fitta al fianco destro. D'un tratto, la barca s'inclinò verso sinistra, facendo vacillare Garrard. Ne approfittai per colpirlo ferocemente al viso con la cassetta. Cadde e precipitò nel vano motore aperto. Ero ferito; vidi il sangue colarmi giú per i calzoncini fradici. Sarebbe stato il momento di finirlo, ma ero troppo indebolito. Garrard rotolò lontano dal motore e si rialzò, reggendosi al parapetto di poppa. Approfittando di un attimo di momentanea stabilità del Mist-Spinner venne avanti a piccoli passi, molleggiandosi sulle gambe come un pugile. Scosso da violenti brividi, sanguinante e senza fiato, mi dissi che Garrard sapeva che ero ormai spacciato. Sorrise di nuovo. « Ne hai abbastanza? » Avanzò ancora, ma un'ondata lo fece barcollare all'in- dietro. Peel, aggrappato a poppa, non riusciva a issare il corpo massic- cio oltre la battagliola. « Qualunque cifra le abbia promesso Elizabeth, le offro il doppio » proposi a Garrard, nel tentativo di distrarre la sua attenzione per qual- che secondo. « Non dica sciocchezze. Sua sorella non mi paga affatto; siamo soci, noi due. » Sembrava divertito nel constatare come io ignorassi total- mente la realtà dei fatti, ma dietro il suo tono ironico avvertil una curiosa nota di tenerezza. « Siete amanti? » esclamai, stupefatto. « Amanti e soci. Sono stato io, dopotutto, a ritrovare il quadro, e a consentire a Elizabeth di sfruttare quella scoperta. » « Ritrovare il quadro? Lei ed Elizabeth lo avete rubato! » Scoppiò in una risata. « Continui pure a proclamare la sua innocenza fino alla fine, milord. Per quel che può servirle. » Si slanciò verso di me impugnando il coltello. Gli gettai contro la cassetta del pesce, ma si scansò con un movimento fulmineo e il mio "proiettile" lo colpí al fianco, di striscio. Il Mist-Spinner s'inclinò bruscamente all'indietro risalendo in cresta a un'onda; ciò mi diede il tempo di rotolare via e di strisciare fino allo stretto passaggio accanto alla cabina di pilotaggio. Garrard si precipitò dietro di me. 443 CACCIA AL VAN GOGH Mi sentivo sconfitto, braccato. Pensai di scivolare a prua per gettarmi in acqua e nuotare fino al Marianne. che stava andando alla deriva. Avrei potuto abbandonare Garrard e lasciare che finisse per incagliarsi sugli scogli, mentre andavo a cercare rinforzi. Il Marianne rollava vio- lentemente nel basso fondale vicino alle Trois Grunes. Stavo prendendo fiato per lanciarmi fuoribordo quando, alla luce nebulosa del riflettore, vidi il secondo fucile. Era quello che Peel doveva aver lasciato cadere sul ponte, prima di saltare a bordo del Marianne. Approfittando di un'onda che c'investí da poppa strisciai sul ponte verso il punto in cui si trovava il fucile. Garrard vide l'arma e si rannic- chiò contro la cabina di pilotaggio, col coltello alzato. Il Mist-Spinner rollò bruscamente e fu sospinto in alto da un rigurgito improvviso del mare, ricadendo poi nel cavo di un'onda. Le mie mani gelate non ave- vano molta presa; quando la barca rollò, poco mancò che il fucile mi cadesse in acqua. Nel tentativo di riprenderlo, finii lungo disteso sul ponte e riuscii ad afferrarmi alla battagliola appena in tempo per non volare in mare. L'acqua sotto di me era bianca di schiuma. La mia mano destra, ormai priva di energia, faticava a reggere il fucile. Il coltello non colpiva, ancora. Udii Garrard urlare di rabbia, mentre un movimento della barca lo scaraventava contro la cabina. Proiettato ancora per metà fuoribordo, rotolai sulla schiena, pronto a fronteggiarlo, ma non riuscii a distinguere altro che l'accecante bagliore del riflettore. La mia vita si sarebbe gio- cata nel giro di qualche *azione di secondo, ormai. Se Garrard fosse nusclto a ragglungerml, ero morto. Fui tentato nuovamente di lasciarmi cadere in acqua per tentare di raggiungere il Marianne. Non sapevo neppure se il fucile fosse carico, men che meno se avesse il cane alzato. A un tratto, alla luce del riflet- tore, scorsi uno scintillio argenteo; era la lama del coltello di Garrard, sollevata e pronta a colpire. Armeggiai freneticamente col pollice sui cani del fucile, le canne puntate a casaccio nell'oscurità che mi sovrastava. Con un urlo di sfida e di terrore, premetti entrambi i grilletti. Il calcio dell'arma mi colpí alle costole con la violenza di un cavallo imbizzarrito. Lo sparo riecheggiò nell'aria. La testa di Garrard si disintegrò letteramente, mentre il corpo veniva catapultato contro i vetri della cabina e ricadeva poi sul ponte. Chiusi gli occhi. Mi dolevano le costole; tremavo. Lentamente, riuscii a risalire sul ponte. Rotolai su un fianco e mi tirai pian piano in ginoc- chio, il fucile ancora stretto in mano. CACCIA AL VAN GOGH Osservai ciò che era rimasto di Garrard, quasi aspettandomi che da un momento all'altro quel corpo decapitato potesse in qualche modo rialzarsi e tornare all'attacco. « Aiuto! » urlò Peel da poppa. Mi levai in piedi. Il Mist-Spinner continuava a sollevarsi e ad abbas- sarsi sulle onde. Superata la cabina di pilotaggio, vidi Peel abbarbicato a poppa. Era troppo intirizzito per riuscire a issarsi a bordo. Girai il riflettore in modo da abbagliarlo. Gli occhi gli si fecero enormi, mentre mi avvicinavo e gli appoggiavo le due canne del fucile sulla fronte. « Qual è il segnale che avreste dovuto inviare, dopo il recupero del denaro? » « Non spari! » Stava battendo i denti. « Qual è il segnale? » ripetei con voce incolore. « Dita. » « Dita? » gli feci eco, incredulo. « E la verità! Non spari, la prego! » « E dove dovevate portarlo, il denaro? » « Non lo so. » Aumentai lievemente la pressione contro il suo viso. « Dove, Peel? » « Sta scritto... nella... scatoletta. » Balbettava per il terrore e per il freddo. « Non lo so. La faceva funzionare il signor Garrard, non io. » Il Decca, naturalmente. « Sali a bordo, se ci riesci; altrimenti annega. » La barca continuava a picchiare violentemente sull'acqua bianca di schiuma. Ora il compito piú urgente era portare il Mist-Spinner lontano dagli scogli, poi avrei potuto mettermi alla ricerca della mente diabolica che mi aveva ficcato in quel dannato labirinto elettronico. La partita certamente non era ancora conclusa, ma almeno gioca- vamo alla pari, adesso. SE GARRARD avesse posseduto una minima conoscenza delle barche da pesca, sarebbe stato ancora vivo, e io morto. Il Mist-Spinner, infatti, era dotato di un foro d'ispezione per l'elica. Poiché a nessun pescatore piace calarsi in acqua per ripulire l'elica ogni volta che qualcosa vi resta impigliato, sotto le infrastrutture di poppa è generalmente imbullonato uno sportello che, sollevato, consente di raggiungere l'elica. Grazie ad alcuni attrezzi trovati in cabina, mi ci vollero meno di cinque minuti per liberare il propulsore dalla fune. Gettato in acqua il fucile di Garrard, sganciai la carrucola dell'ar- gano. « Attaccati a questa » gridai a Peel. Tenni in tensione il paranco mentre l'uomo si afferrava al gancio della carrucola, sollevandolo poi pian piano fino all'altezza dello specchio di poppa. Il Mist-Spinner beccheggiava su e giú tra le onde; un'oscillazione piú forte, seguita da un'ondata gigantesca che sospinse verso l'alto la poppa, fece ricadere Peel, ormai senza fiato, all'interno della barca. Eravamo ormai quasi a ridosso delle rocce sommerse, e il vorticoso risucchio ci stava trascinando sempre piú vicini. Barcollando, mi trasci- nai verso il motore, lo avviai e innestai la marcia. Per un istante di interminabile angoscia il motore sembrò non partire. Pregando, tirai freneticamente la manetta del gas; in un modo o nell'altro, il motore riprese a funzionare. Le rocce erano pericolosamente vicine, ormai. Regolato il timone, spinsi il motore al massimo, fino a che le pale dell'elica riuscirono a mordere l'acqua, guidando lentamente la barca lontano dagli scogli. Peel, immobile, mi osservava. Alle sue spalle, potevo scorgere gli scogli affioranti battuti dalle onde e, ancor piú in là, il Marianne. Sup- posi che sarebbe andato alla deriva fino alla costa francese. Quando la nebbia e l'oscurità ebbero inghiottito la barca che si allontanava, puntai con il Mist-Spinner in direzione ovest. Nel cercare gli attrezzi per libe- rare l'elica, avevo trovato in cabina quattro cartucce. Verificai il carbu- rante disponibile; c'erano due serbatoi di riserva pieni, piú che suffi- .cienti per affrontare qualunque imprevisto. Peel mi guardò tornare verso la cabina e sedermi al posto di pilotag- a gio. « Dov'è, il signor Garrard? » domandò nervosamente. « Sul ponte di prua; non ha piú la testa. Se ti muovi, resterai senza anche tu. » Mi tirai in grembo il fucile, mentre spingevo il Mist-Spinner attraverso il muro di nebbia. Era tempo di trovare il bandolo di quella matassa. Nel Decca erano stati inseriti due soli punti sulla linea di rotta. Ci trovavamo già sul luogo previsto dal primo, quindi la soluzione finale del mistero non poteva che trovarsi nel secondo. Lo richiamai sullo schermo. 50°12 40" nord, 03O 47' ovest. Distanza 87,2 miglia, rotta 311. Che precisione, mi dissi. Un piano programmato nei minimi dettagli. « Come avreste dovuto uccidermi, Peel? » Poiché non rispondeva, mi girai di scatto, lasciando partire un colpo che passò a meno di mezzo metro sopra la sua testa. « Dovevamo semplicemente farla annegare » disse quasi bisbi- gliando. « E poi, affondare la barca. Per far sembrare che lei fosse affogato, e che il denaro fosse finito in fondo al mare. » 447 « Come se avessi tentato di fuggire con il denaro? » « Proprio cosí, capo. » « Grazie, Peel. » Ricaricai la canna destra del fucile. « Hai aperto tu il rubinetto del gas sulla mia barca, Peel? » domandai in tono neutro. « No, capo, davvero. » « E stato Garrard? » « No. Dico la verità, mi creda » mormorò in tono supplichevole. Abbassai il fucile in modo da puntarglielo diritto in faccia. « Peel? » « Che Dio mi sia testimone, non siamo stati noi! Eravamo in Francia il signor Garrard e io. Non ci siamo neppure avvicinati alla sua barca. Dopo quella notte in cui lui l'ha spinta giú dalla griglia. Non dovevamo ucciderla, quella volta; ci era stato ordinato soltanto di spaventarla. E la prima volta, il signor Garrard voleva unicamente parlare con lei, ma poi ha trovato a bordo la ragazza, e ha pensato che voleste tagliarlo fuori. » Aveva gli occhi incollati alle canne del fucile. « Mi creda, capo... cioè, mi scusi... milord. » Deposi l'arma. La radio, avvitata al tetto della cabina, era sintoniz- zata sul canale 37, quello utilizzato per registrare le istruzioni che mi avevano fornito. I miei nemici erano ormai vicini, entro un raggio di qualche decina di miglia. Il che poteva significare che si trovavano in Francia, oppure su qualcuna delle isole. Forse si trattava proprio di Elizabeth, intenta a domandarsi che stesse succedendo là fuori, in quelle acque avvolte nella nebbia. Era tempo di soddisfare gli ansiosi interrogativi di mia sorella. Sganciato il microfono, pronunciai la parola in codice: « Dita ». Feci una pausa e quindi la ripetei, prima di riappen- dere il microfono. Non vi fu alcuna risposta, né del resto mi aspettavo di riceverne . Tutta l'operazione era stata architettata in modo straordinariamente astuto. E il massimo, mi dissi, Elizabeth lo aveva raggiunto nello sfrut- tare il sistema di navigazione Decca; soltanto un dispositivo come quello aveva potuto consentire a due pivelli come Garrard e Peel di navigare senza inconvenienti lungo la Manica. Ancor piú intelligente era stata la scelta delle Trois Grunes, l'unica grossa boa delle isole che offrisse una rotta diretta fino al secondo punto stimato. Era stato Peter, in uno dei suoi rari momenti di lucidità, a parlare del Decca a Eliza- beth? O della bombola del gas, che poteva essere certa di trovare a bordo di qualsiasi yacht? Spinsi il motore al massimo; ottantasette miglia da percorrere; poi, finalmente, lo scontro finale. E tutto per un quadro. 448 ORDINAI a Peel di preparare del tè. Il Mist-Spinner rimbalzava alle- gramente sulle onde. Indossai un pesante maglione procuratomi da Peel. « Vedi quella specie di grossa scatola là davanti? » « Sí, capo, cioè... milord. » « E il boccaporto di prua. Aprilo, e butta giú Garrard. » « Butta giú. . . » « Obbedisci. » Lo fece. Quando ebbi udito il tonfo del corpo di Garrard sul fondo, diedi a Peel un secchio e uno straccio. « Lava via il sangue, adesso. » Misi la valigetta sul tavolo da carteggio. La nebbia stava diradandosi; spensi tutte le luci della cabina di pilotaggio, per poter vedere meglio nell'oscurità. Quando ebbe portato a termine il suo compito, Peel si accovacciò nell'angolo piú lontano della cabina, e restò a fissare le onde. « Sono nei guai? » domandò dopo un po'. « Guai grossi. » Rallentai per lasciar passare una nave da carico, mezzo miglio avanti a noi. « Ho fatto soltanto ciò che mi ha ordinato il signor Garrard » piagnu- colò Peel. « Garrard ti ha raccontato di mia sorella? » Annuí. « Il quadro sarebbe stato suo non appena lei fosse morto. E poi lo avrebbe venduto e avrebbe dato al signor Garrard la sua parte di denaro. Lui l'aveva acquistato, capisce? » « No, non capisco affatto. » « Fin dall'inizio. Ai tempi in cui aveva conosciuto sua sorella alle corse. Lei gli aveva chiesto di aiutarla a ritrovarlo, e gli aveva anche dato del denaro per coprire le spese, o qualcosa di simile. Lui l'ha scovato e ha comperato un terzo della tela da quel tizio che l'aveva rubato, visto che quello era a corto di contanti e non riusciva a trovare un compratore. Scottava troppo, sa com'è. Il signor Garrard diceva che non si possono vendere quadri troppo famosi. » Peel sembrò preoccuparsi per il mio silenzio; lo ignorai, continuando a seguire la rotta indicata dalla bussola. Dopo qualche minuto doman- dai: « Un terzo del quadro? » « Uno per il signor Garrard, uno per sua sorella e l'altro... » « Sta zitto, Peel » lo interruppi. «Ma... » « Ti ho detto di chiudere il becco. » Mi resi conto che l'avevo saputo sin dal momento in cui avevo acceso il Decca a bordo del Mist-Spinner. Solo, non ci volevo credere. "Dio mio" pregai, "fa' che mi sbagli." Sganciai il microfono. Sapevo che i miei nemici sarebbero stati all'ascolto sul canale 37 e avrebbero probabilmente tenuto d'occhio anche il 16 ma, a meno che non stessero effettuando un doppio controllo per mezzo di due apparecchi, le altre bande avrebbero dovuto essere sicure. Mi portai quindi sul canale ope- rativo della guardia costiera - il 67- e, infrangendo ogni regola, diramai un messaggio sibillino lungo l'intera Manica. « Messaggio per l'ispet- tore Abbott » annunciai, « della polizia del Devon e della Cornovaglia. 50°12' 40" nord; 03° 47' ovest. Ripeto. Messaggio per Harry Abbott, polizia del Devon e della Cornovaglia. 50°12' 40" nord; 03° 47' ovest. » I guardiacoste mi subissarono immediatamente di domande. Chi stava trasmettendo? Perché? Dovevo identificarmi. Li invitai a tagliare corto e a passare il messaggio, alla svelta. Un'ora piú tardi, mentre già albeggiava, awistai la costa inglese. Erano le acque di casa mia, e proprio qui, tra poco, mi attendeva l'appuntamento finale. ARRIVAMMO mentre il sole sorgeva offrendoci uno spettacolo stu- pendo. Tutto mi era familiare, assolutamente familiare. La destinazione fissata si trovava sul lato esterno del porto, sebbene anche un timoniere inesperto come Garrard sarebbe riuscito a infilarne l'entrata, in un giorno come quello. Sulla barra di sabbia il Mist-Spinner ondeggiò lievemente, scivolando poi lungo il canale esterno. Avevo scovato un binocolo, col quale mi misi a scrutare le barche ormeggiate. Sapevo ciò che stavo cercando, ma speravo ancora di sbagliarmi. Poi li vidi. Un uomo e una donna, in piedi l'uno accanto all'altra, sul ponte prendisole di un grosso motoscafo da crociera. Agitarono le brac- cia in segno di saluto. Sembravano felici. Il riflesso del sole contro il vetro della cabina del Mist-Spinner impediva che distinguessero il mio viso. Vedevano soltanto il loro bottino che si avvicinava, trasportato fino a Salcombe, come per magia, da un impianto Decca. « Sono loro » disse Peel, desideroso di rendersi utile. Attesi finché giungemmo a meno di cinquanta metri dal motoscafo, poi afferrai il microfono della radio. « Harry Abbott? » Mi rispose immediatamente. « E lei, Johnny? » « Mi trovo di fronte a Frogmore Creek, Harry. Sono a bordo di una barca che si chiama Mist-Spinner, e i due che cercate si trovano su una bagnarola di nome Barratry. Venite a prenderli. » Spento il motore del Mist-Spinner, scivolai dolcemente a fianco della barca del mio migliore amico. Charlie aspettava in coperta, a poppa, con una gaffa in mano. « Ottimo lavoro » esclamò. « Ti avevo detto che sarebbe stato facile... » La voce gli morí in gola, nel vedermi uscire dalla cabina col fucile e la valigetta. « Ciao, Charlie. » Elizabeth, che si trovava ancora sul ponte rialzato a prua, lanciò un urlo. Balzai a poppa del Barratry. « Johnny! » Charlie, fissandomi attonito, fece un patetico tentativo di sorridere. « Sta' zitto, Charlie. » Sollevai lo sguardo verso Elizabeth. « Vieni giú. » Scese lentamente lungo la scaletta cromata. Indossava una vesta- glia di seta, come se avesse appena lasciato l'ampio letto della cabina del Barratry. Mi chiesi da quanto tempo fossero amanti. « Perché? » domandai a Charlie. Non rispose, ma d'un tratto intuii come doveva apparire la situazione ai suoi occhi. Il figlio del fattore che si porta a letto la figlia di Sua Eccellenza. L'estrema rivincita. « Sei stato tu » mormorai, « a rubare il quadro. » Esitò, poi sorrise. « E stato soltanto uno scherzo, Johnny. » Tacque, come in attesa di una mia reazione. « L'ho fatto per te. » « Per me? » « Pensavo che se tua madre avesse venduto il quadro, tu non saresti piú tornato in mare. Saresti diventato come tuo padre. Non era una vita per te, Johnny. » Fece un gesto con la mano, come a significare che l'intera faccenda poteva essere risolta. « E stato solo uno scherzo » ripeté debolmente. Ma io non mi sentivo in vena di ridere. Guardai Elizabeth. Era raro vedere mia sorella cosí bella, ma quel mattino lo era davvero... bella e ferita. Credo si vergognasse. Non per il quadro, ma perché l'avevo sorpresa con Charlie. Aveva condotto il suo gioco in segreto, e io l'avevo scoperta. « Sapevi che il ladro non ero io » I'accusai. « Avevi assoldato Garrard; non appena lui ha scovato Charlie, hai avuto la prova che non ero stato io! » Si strinse nelle spalle, come a far intendere che la mia innocenza non era poi un fatto tanto importante. « Perché non sei andata alla polizia, a quel punto? » « Perché il denaro sarebbe comunque passato a te, alla morte della mamma, e lei non voleva che andasse cosí. Ti odiava. Tu hai distrutto la nostra famiglia, e io l'avrei salvata dalla rovina. » Mi volsi a guardare Charlie. « Perché non ti sei limitato a chiedere il riscatto? Valeva davvero la pena di uccidere, per quel quadro? » « Non era previsto che qualcuno morisse, Johnny. » « Garrard è morto » scattai rabbiosamente. « Gli ho fatto saltare le cervella. » Osservai Elizabeth. Il suo viso non tradiva alcuna emozione. « Non t'importa? » I'aggredii. « Andavi a letto anche con lui, proprio come con Charlie. Lo sapevi, questo, Charlie? » Mi fissò come se lo avessi percosso. Era sempre stato convinto di essere lui, a servirsi di Elizabeth. Ora, finalmente, si stava rendendo conto che era stato esattamente il contrario. Mia sorella continuava a non mostrare alcuna reazione. Mio Dio pensai, come era riuscita a irretire cosí facilmente quei due? A convin- cere Garrard a uccidere, e Charlie a organizzare l'astuta operazione con il Decca? E Charlie mi aveva accompagnato tranquillamente a Guern- sey, ficcandomi in una trappola che avrebbe dovuto costarmi la vita, per poi tornarsene a casa, puntuale all'appuntamento. Bravo Charlie. Alzai la canna del fucile. Charlie scosse disperatamente la testa. « Ho cercato di metterti in guardia, Johnny. Quante volte ti ho ripetuto di tagliare la corda? » Vide che la mia espressione rimaneva imperturbabile. « Non volevo che tu morissi. Erano lei e Garrard, a insistere. Io volevo semplicemente spa- ventarti, farti fuggire lontano con la tua barca.Te l'ho persino riparata. Tutto ciò che volevo era il denaro, Johnny. » Già. Forse, all'inizio, Charlie non voleva davvero la mia morte. Pro- vai a immaginare quanto dovessero essersi spaventati, Elizabeth e Gar- rard, quando ero tornato e avevano trovato Jennifer a bordo del Sunflo- wer, come dovessero aver creduto che Charlie li stesse tradendo, e quanto lui dovesse aver discusso con loro nel tentativo di risparmiarmi la vita. Ma poi avevo ceduto il dipinto, e l'amicizia di Charlie verso di me era stata corrosa dalla sua avidità e dal fascino di Elizabeth. Cosí, aveva riempito le sentine del Sunflower di gas. Lo fissai negli occhi, sforzandomi di comprendere. « Raccontami del gas, Charlie. » Non trovò nulla da dire. Ero certo che fosse pentito, ma senza dubbio rimpiangeva ancor piú la perdita del denaro. Guardai alle spalle di Charlie, oltre la prua del Barratry, e scorsi due motolance che si dirige- vano verso di noi. Tornai a osservare il mio migliore amico, cercando ancora di capire come avesse potuto tentare di assassinarmi e il giorno dopo soffocarmi con la sua generosità. « Mio Dio, Charlie » mormorai amaramente. Poi ripensai a Jennifer, e gli puntai il fucile all'altezza degli occhi. Ma non potevo ucciderlo. « Dov'è il quadro, Charlie? » 452 CACCIA AL VAN GOGH Non rispose finché non lo colpii leggermente con le canne dell'arma. Si strinse nelle spalle. « In cantina, Johnny. Imballato e al sicuro. » « Ed è mio! » esclamò Elizabeth, quasi urlando. « Maledetta! Maledetti tutti e due! » La prima lancia venne ad arre- starsi al nostro fianco, e una squadra di robusti ed energici agenti balzò a bordo del Barratry. Lasciai cadere fucile e denaro sul ponte e mi girai verso il sole che si stava alzando. Chiusi gli occhi. Non per il sole, ma perché ero tornato a casa, e stavo piangendo. Epilogo L'ACQUA LAMBIVA pigramente lo scafo del Sunflower. Il tendalino del- I'imbarcazione mi riparava dai raggi spietati del sole. Il nome del ketch, in realtà, era Sunflower 11, ma nel dipingerlo sulla poppa avevo omesso i numeri romani. Il Sunflower Il era una bella barca: scafo in acciaio lungo quasi tre metri piú del Sunflower originale e doppio sistema di rivelazione per le fughe di gas nelle sentine. Era stata varata cinque mesi prima, e ora si trovava ormeggiata presso le Isole Sotto Vento, nel Mar dei Caraibi. Era davvero uno yacht con i fiocchi. Presi una birra dal frigorifero della cambusa; non ne avevo mai avuto uno a bordo, prima d'allora. All'altra estremità del pontile una ragazza con quattro borse della spesa era scesa dall'autobus dell'i- sola e stava camminando lentamente in direzione del mio attracco. "Belle gambe" pensai, ammirato. Era impossibile non notarle dal momento che indossava un paio di pantaloncini cortissimi. Corpo magnifico. E il viso... Ia ragazza aveva corti capelli neri, la pelle abbron- zata e uno splendido sorriso. « Avresti potuto aiutarmi, fannullone » mi apostrofò a mo' di saluto. Ricambiai il saluto agitando con noncuranza la lattina di birra. « Ti osservavo, e mi stavo dicendo che non sei davvero niente male come mozzo. » « E tu, ora, diventerai uno schiavo niente male addetto alla cam- busa. » Mi gettò in grembo le borse. « Avevano davvero la lattuga; potremo finalmente prepararci una vera insalata. » Jennifer, contessa di Stowey, si abbandonò con un sospiro di sollievo all'ombra del tendalino. « C'era una lettera, all'ufficio postale. Mamma e papà hanno preso una casa ad Antigua e sarebbero felici di vederci. » « Sfortunatamente, i venti sono assolutamente sfavorevoli per un viaggio ad Antigua. » 453 « I venti » ribatté Jennifer in tono fermo, « non potrebbero essere migliori. E mamma sta portando con sé Georgina. » Suor Felicity era morta, ma in qualche modo lady Buzzacott era riuscita a guadagnarsi la fiducia di Georgina. La mia sorellina stava sensibilmente meglio posse- deva un cavallo tutto suo a Lovelace House, e la terapia, unita ali'amici- zia di Helen, sembrava averle donato una nuova felicità. La fonte della mia felicità mi prese di mano la lattina, e bevve la birra rimasta Jennifer ha ancora alcune cicatrici, ma a parte quelle sulle mani, blsognerebbe osservarla molto bene per riuscire a notarle. I Girasoli di Stowey sono appesi a una parete della galleria di sir Leon, e un giorno andrò a rivederli, ma non subito. Possiedo una moglie, una barca, e sono immensamente felice, seb- bene di tanto in tanto, al ricordo di un amico e della sua risata, mi chieda come tutto abbia potuto finire tanto male. La vita, però, può anche andare per il verso giusto. La ricetta si chiama amore, e funziona. Notizie sull'autore BERNARD CORNWELL Bernard Cornwell è nato nel 1944 a Londra, dove ha lavorato per molti anni come regista e giornalista televi- sivo alla BBC, svolgendo anche un'in- tensa attività di inviato su fronti "cal- di" come l'Africa, il Medioriente e l'Irlanda del Nord. Nel 1979 Cornwell decide quella che lui stesso ha definito una "fuga d'amore" e rinuncia a una prometten- te carriera per poter seguire negli Sta- ti Uniti la moglie Judy, d'origine ame- ricana. Il trasferimento gli offre l'oc- casione per attuare il progetto da lun- go tempo accarezzato di dedicarsi alla letteratura. Nasce cosí la celebre serie di quattro romanzi storici ambientati all'epoca delle guerre napoleoni- che e imperniati sul personaggio del prestante capitano Richard Sharpe, di CUi SELEZIONE DELLA NARRATIVA MONDIALE ha pubblicato il secondo volume: L'oro del capitano SS~arpe. La passione per il mare e per la vela è invece alla base di un nuovo filone "contemporaneo" della produzione di Cornwell, inauguratosi nel 1987 con L ultima regata (anch esso già apparso in SELEZIONE DELLA NARRATIVA MON- DIALE), CUi fa seguito ora Caccia al Van Gogh, il cui protagonista John Rossendale, romantico navigatore cittadino degli oceani, sembra incarnare le piú ambiziose fantasie marinaresche dell'autore, che da tempo progetta di affrontare la traversata dell'Atlantico in barca a vela. Cornwell vive attualmente con la moglie a Cape Cod, nel Massachusetts, dove sta lavorando a un nuovo romanzo che ha per protagonista ancora una volta Nick Sandman, I'eroe de L'ultima regata. Sebbene trapiantato ormai negli Stati Uniti, Cornwell ritorna regolar- mente ogni anno in Inghilterra "per bere un po' di buona birra, vedere qualche partita di cricket e far visita ai vecchi amici". fine.