KEN FOLLETT. UNA FORTUNA PERICOLOSA. Nel 1866, in una esclusiva scuola inglese, un ragazzo muore annegato in un misterioso incidente in cui è coinvolto il rampollo di una potente fami- glia di banchieri, i Pilaster. E l'inizio di una grande saga che si snoda fra i salotti dell'alta società vittoriana, i severi uffici della finanza londinese e i bordelli dei bassifondi. Una storia di intrighi e di passioni che, attra- verso un quarto di secolo, segna i destini di una famiglia e di un'epoca. Nel mondo finanziario dell'Inghilterra vittoriana una famiglia di banchieri tesse pericolose trame per raggiungere il potere e la ricchezza. Augusta, l'orgogliosa matriarca che è disposta a tutto per proteggere la carriera del debole figlio Edward. Hugh, il parente povero dotato di talento e che non vuole scendere a compromessi con la propria coscienza. Maisie, la bella e generosa ragazza che desidera una vita migliore per sé e per la propria famiglia. Micky, l'affascinante avventuriero sudamericano che si insinua nella famiglia per soddisfare la sua sfrenata ambizione. Per ognuno di loro i piatti della bilancia sono in bilico... Prologo 1866. IL GIORNO in cui avvenne la tragedia, un caldo sabato di maggio, i ragazzi della Windfield School erano relegati nelle rispettive ca- mere. Di solito il sabato pomeriggio lo passavano sul campo di cricket, rna questa volta c'era di mezzo un reato. Qualcuno aveva sottratto sei sterline d'oro dallo scrittoio del professor Offerton, l'in- segnante di latino. Nessuno, nella scuola, era immune da sospetti perciò tutti i ragazzi erano stati confinati in camera. Micky Miranda sedeva a un tavolo su cui erano incise le iniziali di generazioni di studenti annoiati. Teneva in mano una pubblicazione Intitolata Armi e soldati. Era sempre stato sensibile al fascino di spa- de e fucili, ma quel giorno soffriva troppo il caldo per concentrarsi Dall'altra parte del tavolo il suo compagno di camera, Edward Pi- laster, alzò gli occhi dal libro di latino. Stava copiando la traduzione fatta da Micky, di una pagina di Plutarco. « Non riesco a leggere questa parola » disse indicandola col dito sporco d'inchiostro. Lui lanciò un'occhiata. ~< Decapitato » rispose. Trovava facile il la- tino. Molti vocaboli erano simili allo spagnolo, la sua lingua madre. Mentre Edward riprendeva a scrivere, Micky si alzò irrequieto e andò alla finestra aperta. Guardò pensieroso oltre il cortile delle scu- derie, verso i boschi. In una cava abbandonata, era rimasta una ca- vità piena d'acqua: un gradevole stagno ombroso in cui nuotare. L'acqua era fresca e profonda... « Andiamo al laghetto » propose Micky all'improvviso. « E vietato » obiettò Edward. « Potremmo uscire passando dalla sinagoga. » Per "sinagoga" in- tendeva la stanza accanto, occupata da tre ragazzi ebrei. La Wind- field School era tollerante in fatto di religione, e per questo motivo aveva incontrato il favore dei genitori ebrei, della famiglia metodista di Edward e del padre cattolico di Micky. « Possiamo uscire dalla lo- ro finestra e saltare sul tetto della lavanderia. » Edward sembrò allarmato. « Se ci beccano, ci aspetta il Sergente. » Il Sergente era la bacchetta di frassino usata dal professor Pole- son, il preside. La pena per chi eludeva la detenzione consisteva in dodici dolorosissime bacchettate. Però le probabilità di essere sco- perti erano minime, e Micky pregustava già il contatto dell'acqua fredda sulla pelle sudata. Guardò il compagno. Edward non era po- polare nella scuola: troppo pigro per riuscire bene negli studi, trop- po goffo per brillare negli sport e troppo egoista per fare molte ami- cizie. In effetti, Micky era il suo unico amico, e a Edward dispiace- va vederlo parlare con altri ragazzi. « Vado a sentire se Pilkington ci sta » annunciò Micky dirigendosi verso la porta. « No, non farlo » lo supplicò Edward in tono ansioso. Micky uscí nel corridoio e sgusciò veloce nella stanza vicina. Edward lo seguí. « Salve, ebrei » disse Micky. Due degli occupanti stavano giocando a carte mentre il terzo, So- lomon Greenbourne, stava mangiando un dolce. « Salute a voi » ri- spose cordialmente. « Volete un pezzo di torta? » « Santo Cielo, Solly Greenbourne, mangi come un maiale » lo re- darguí Micky. Lui si strinse nelle spalle. Lo avevano preso in giro tante volte perché era grasso, oltre che ebreo, ma non si era mai risentito. Si di- ceva che suo padre fosse l'uomo piú ricco del mondo. Secondo Mi- randa, forse era quella circostanza a renderlo refrattario alle battute sarcastiche. Micky andò alla finestra e guardò fuori. Il cortile delle scuderie era deserto. « Che cosa avete intenzione di fare, voi due? » s'inform~ Solly. « Andiamo a nuotare » rispose Micky. Sedette sul davanzale, si girò a pancia in giú e con un guizzo si spinse fuori, lasciandosi cade- re sul tetto spiovente della lavanderia. Alzò gli occhi e vide Edward che si guardava attorno con apprensione. « Vieni! » lo esortò. Dal- I'orlo del tetto si attaccò al tubo della grondaia per calarsi fino a ter- ra. Un minuto dopo, Edward atterrava vicino a lui. Micky lanciò un'occhiata oltre l'angolo della lavanderia. Non c'e- ra anima viva. Senza esitare oltre, attraversò rapido il cortile e s'inoltrò nel bosco. Edward lo raggiunse. « Ce l'abbiamo fatta! » esclamò Micky. « Nessuno ci ha visto. » « Mi sa che ci vedranno al ritorno » replicò il compagno, tetro. Micky gli sorrise. Edward aveva un aspetto molto inglese, con i capelli biondi e lisci, gli occhi azzurri e il naso grosso. Un ragazzo- ne dalle spalle larghe, assolutamente privo di stile, sempre goffo co- munque si vestisse. I due avevano la stessa età, sedici anni, ma a parte questo non avrebbero potuto essere piú diversi. Micky aveva capelli castani e ricciuti, occhi scuri, e curava meticolosamente il proprio aspetto. « Fidati, signor Pilaster » disse. « Non mi sono sem- pre preso cura di te? » Camminarono lungo un sentiero nel bosco. Faceva fresco sotto i faggl e gli olmi, e Micky cominciò a sentirsi meglio. « Che cosa fa- rai quest'estate? » domandò a Edward. « Di solito passiamo l'agosto in Scozia. » « I tuoi hanno un casino di caccia laggiú? » Micky aveva adottato il gergo dell'aristocrazia inglese, e sapeva che "casino di caccia" era il termine appropriato anche quando il casino in questione era un ca- stello con cmquanta camere. « No, prendono in affitto una casa » rispose Edward, « però non vanno a caccia. Mio padre non è uno sportivo. » Micky captò una nota difensiva nella voce dell'amico e rifletté per afferrarne il significato. Sapeva che l'aristocrazia inglese cacciava l'uccellagione in agosto e la volpe tutto l'inverno. Sapeva pure che l'aristocrazia non mandava i propri figli in quella scuola. I padri dei ragazzi di Windfield non erano nobili, ma uomini d'affari che non avevano tempo da sprecare per la caccia, né a piedi né a cavallo. I Pilaster erano banchieri. L'affermazione di Edward che suo padre non era uno "sportivo" equivaleva, in pratica, ad ammettere che la sua famiglia non apparteneva alla classe piú elevata della società. Per Micky era divertente constatare che gli inglesi rispettavano i fannullom piú della gente che lavorava. Nel suo paese, la gente ri- spettava soltanto il potere. Se un uomo aveva il potere di comandare agli altri - nutrirli o affamarli, metterli in prigione o lasciarli liberi ucclderll o consentire loro di vivere - cos'altro poteva chiedere? « E tu? » domandò Edward. « Dove passerai l'estate? » Micky aveva sperato di sentirsi fare quella domanda. « Qui a scuo- la » disse. « Non posso tornare a casa. Ci vogliono sei settimane per la sola andata; dovrei ripartire di là prima ancora d'essere arrivato. » « E dura, per Giove! » In realtà Micky non aveva alcun desiderio di tornare a casa: la odiava da quando era morta sua madre. Adesso erano rimasti soltan- to uomini, laggiú: suo padre, il fratello maggiore Paulo, qualche zio e quattrocento gauchos. Carlos Miranda era un eroe, per loro, e uno straniero per Micky: freddo, inavvicinabile, impaziente. Ma il vero problema era il fratello Paulo, stupido ma forte. Non perdeva mai un'occasione per dire a tutti che Micky non sapeva prendere al lazo i vitelli, né domare i cavalli. No, Micky non aveva alcuna voglia di tornare a casa per le vacanze, ma nemmeno di restare a scuola. Ciò che desiderava veramente era essere invitato a trascorrere l'estate con la famiglia Pilaster. Edward però non glielo propose, e Micky lasciò cadere l'argo- mento. Era sicuro che sarebbe capitata l'occasione per riparlarne, prima o poi. Scavalcarono uno steccato e si arrampicarono su per un pendio. A metà della salita trovarono lo stagno. Le pareti della cava erano ripi- de, ma dei ragazzi agili potevano discenderle senza troppa difficoltà. Sul fondo c'era una pozza profonda d'acqua verde e torbida che ospitava rane, rospi e qualche biscia. Con grande sorpresa di Micky, quel giorno ospitava anche tre ra- gazzl nudl. Li osservò. Erano tutti allievi di Windfield. Il ciuf`fo color carota apparteneva ad Antonio Silva che, nonostan- te la chioma rutilante, era un compatriota di Micky. Venivano en- trambi da uno stato sudamericano chiamato Cordova. Il padre di To- nio possedeva meno terra del padre di Micky, però i Silva vivevano nella capitale Palma e avevano amici altolocati. Il secondo ragazzo era Hugh Pilaster cugino di Edward. I due non si rassomigliavano affatto. Hugh aveva i capelli neri, lineamenti fini e un sorriso beffardo. Era un bravo studente, e Edward ne soffriva perché, al confronto, lui faceva sempre la figura dell'asino. Il terzo cra Peter Middleton, un giovane timido che viveva nel- l'ombra rassicurante di Hugh. Tutti e tre avevano corpi pallidi e im- plumi da tredicenni, con braccia e gambe sottili. Poi Micky vide un quarto ragazzo. Nuotava da solo sul lato oppo- sto dello stagno. Era piú anziano degli altri e sembrava che non fa- cesse parte del loro gruppo. Micky non poté vederlo in viso abba- stanza bene per identificarlo. Ed~ard sogghignava con espressione maligna. Aveva intravisto la possibilità di fare un brutto tiro agli altri. Si mise un dito sulle labbra per raccomandare all'amico il silenzio e si diresse verso la parte op- posta della cava. Micky lo seguí. Raggiunsero la riva dove i tre ragazzini avevano lasciato i vestiti. Tonio e Hugh stavano nuotando sott'acqua come se fossero in cerca di qualcosa, mentre Peter sguazzava tranquillamente per conto suo. Fu lui il primo a scorgere i nuovi arrivati. « Oh, no! » disse. « Bene, bene » commentò Edward, « vedo che avete trasgredito le regole. » Hugh riconobbe il cugino e gridò di rimando: « Anche voi! » « Farete bene a rientrare prima che vi scoprano » disse Edward. Raccolse un paio di calzoni. « Ma non bagnatevi i vestiti, altrimenti tutti sapranno dove siete stati. » Si mise a sghignazzare mentre lan- ciava I pantalom nello stagno. « Maledetto! » gridò Peter afferrandoli al volo. Mentre Edward continuava a gettare indumenti in acqua, Hugh Pi- Iaster venne a riva. Micky credeva che se la sarebbe data a gambe, invece lo vlde precipitarsi sul cugmo e assestargli un violento spinto- ne. Edward era molto piú grande, ma fu colto sbilanciato. Vacillò e cadde in acqua con un tonfo fragoroso. Avvenne in un attimo. Hugh afferrò una bracciata di indumenti e si arrampicò su per la parete della cava con agilità, mentre Peter e Tomo strlllavano e ridevano divertiti. Micky inseguí Hugh per un breve tratto, ma non riuscí a raggiun- gere il ragazzo: era piú piccolo e veloce. Si voltò e vide che Edward era tornato a galla. Aveva afferrato Peter Middleton per il collo e gli spingeva ripetutamente la testa sott'acqua come punizione per averlo preso m glro. Tonio nuotò fino al bordo dello stagno portando con sé un fascio di indumenti inzuppati. « Lascialo stare, brutto scimmione! » gridò a Edward. Poi risalí a riva e si voltò con una pietra in pugno. Micky gridò per awisare l'amico, ma era troppo tardi. Il sasso lanciato da Tonio colpí Edward in fronte, facendo scaturire un rivoletto di san- gue. Il ragazzo gemette forte per il dolore, Iasciò andare Peter e pre- se a nuotare attraverso lo stagno per inseguire Tonio. HIJGH CORREVA nudo lungo il sentiero nel bosco stringendo i vesti- ti. Giunto a una biforcazione, svoltò a sinistra, proseguí ancora un poco e poi si nascose tra i cespugli. Suo cugino Edward e l'amico Micky Miranda, erano i due bulli peggiori della scuola. Era sicuro che Edward lo avrebbe inseguito, lo aveva sempre odiato. Anche i loro genitori avevano avuto dei litigi. Tobias, il padre di Hugh, aveva ntirato la sua quota di capitale dall'azienda di famiglia - la famosa Banca Pilaster e iniziato un'attività in proprio, nel commercio delle tinture per l'industria tessile. Hugh, benché avesse solo tredlcl anm, sapeva che nella famiglia Pilaster ritirare i fondi dalla banca era considerato il peggiore dei crimini. Suo zio Joseph, padre di Edward, non aveva mai perdonato Tobias. Hugh si domandò cosa poteva essere accaduto ai suoi amici. Il piú anziano, Albert Cammel, soprannominato "il gobbo", stava nuotando per conto suo dall'altra parte dello stagno e aveva posato gli abiti al- trove, perciò doveva essersi salvato dalla bravata di Edward. Anche Hugh ne era uscito indenne, ma non era ancora al sicuro. Doveva rientrare all'istituto con indosso i vestiti bagnati sperando di non essere visto. Quel pensiero gli strappò un gemito. Da quando era entrato a Windfield, diciotto mesi prima, era passa- to da un guaio all'altro. Lo studio non gli dava problemi: lavorava sodo ed era il migliore della classe in tutte le materie. Però le me- schine regole di comportamento lo infastidivano m modo irragione- vole. Correva quando avrebbe dovuto camminare, leggeva quando avrebbe dovuto dormire, chiacchierava durante le preghiere. E finiva sempre per ritrovarsi come ora, spaventato e pieno di rimorsi. Per qualche minuto nel bosco regnò il silenzio, mentre Hugh ri- fletteva con aria cupa sul proprio destino. Alla fine si convinse che Edward non gli stava dando la caccia. Si alzò per infilarsi la camicia e i pantaloni bagnati. Udí qualcuno che piangeva. Fece capolino con circospezione tra i cespugli e vide il ciuffo rosso di Tonio. Cammi- nava adagio sul sentiero, singhiozzando, con i vestiti in mano. « Cos'è successo? » gli domandò. « Dov'è Peter? » Tonio prese di colpo un'aria determinata. « Non lo dirò mai, mai! Mi uccideranno. » Va bene, non dirmelo » sbuffò Hugh. Normalmente Tonio era coraggioso fino all'incoscienza, ma aveva una paura folle di Micky Miranda. Qualunque cosa fosse accaduta, non ne avrebbe parlato. Hugh passò a temi piú concreti. « Farai bene a vestirti. » Tonio guardò con occhio spento gli indumenti bagnati che teneva in braccio. Hugh lo aiutò a indossarli, poi tornarono insieme verso la scuola. Tonio smise di piangere, ma era ancora scosso. Mentre cammi- navano tra gli alberi, Hugh avrebbe voluto sapere per quale motivo l'amico era cosí agitato. In fondo, quelle bravate da bulli non erano una novità, a Windfield. Che cosa era successo, allo stagno, dopo che lui era venuto via? La scuola era formata da un gruppo di edifici che in passato ave- vano fatto parte di una grande fattoria; il loro dormitorio si trovava nell'antica stalla delle mucche, vicino alla cappella. Per arrivarci i due ragazzi dovevano scavalcare un muro e attraversare di corsa un cortile. Erano appena giunti alla porta quando accadde l'inevitabile. « Pilaster secondo! Sei tu? » esclamò una voce familiare. Hugh seppe che la partita era chiusa. Si voltò. Il professor Offerton aveva scelto proprio quel momento per usclre dalla cappella. Hugh soffocò un gemito. Offerton, il deru- bato, era fra tutti gli insegnanti il meno disposto alla clemenza. Era in arrivo il Sergente. « Vieni qui, Pilaster » ordinò il professore Hugh gli si awicinò strascicando i piedi. « Nell'ufflcio del preside, subito » disse Offerton. « Sí, signore » rispose lui, avvilito. Quando il preside avesse visto com'era conciato, con ogni probabilità lo avrebbe fatto espellere. Come spiegarlo a sua madre? I due ragazzi si voltarono per awiarsi al loro destino, ma il pro- fessor Offerton intervenne: « Tu no, Silva ». Hugh e Tonio si guardarono perplessi. Perché uno doveva essere punito e l'altro no? Hugh si diresse verso l'ufficio del preside, all'estremità del com- plesso, e nell'atrio incontrò il professor Poleson. Per motivi che sfuggivano alla comprensione del ragazzo, il preside non sembrava in collera. Invece di domandargli perché era fuori della sua stanza, e per di piú bagnato come un pulcino, aprí la porta e disse a bassa vo- ce: « Si accomodi, giovane Pilaster ». Hugh entrò. Si stupí nel trovare sua madre seduta in quell'ufficio. Peggio an- cora, vide che stava piangendo. « Sono solo andato a nuotare! » sbottò 11 ragazzo. Poi cominciò a rendersi conto che quella scena non aveva nulla a che vedere con la sua scappatella. Ebbe la sensazione agghiacciante che Sl trattasse di qualcosa di molto piú terribile « Che cosa c'è, mamma? » domandò. « Perché sei venuta'~ » « Oh, Hugh » singhiozzò lei, « tuo padre è morto. » IL SABATO era il giorno migliore della settimana per Maisie Robin- son. Il babbo rlceveva la paga. La sera a cena ci sarebbero stati pane fresco e carne. Sedette sul gradino della porta d'ingresso insieme a suo fratello Danny, ad aspettare che il padre rientrasse dal lavoro Danny aveva tredici anni, due piú di Maisie. L'abitazione dei Robinson faceva parte di una fila di umide caset- te a schiera nel quartiere portuale di una città sulla costa nord-orien- tale dell'Inghilterra. Apparteneva alla vedova MacNeil, che viveva a planterreno, nella camera affacciata sulla strada. I Robinson occupa- vano la stanza sul retro. Al primo piano abitava un'altra famiglia All'arrivo del babbo, la signora MacNeil sarebbe stata sulla porta pronta a mcassare la pigione. Il loro cognome vero non era Robinson, ma Rabinowicz. La si- gnora MacNeil li detestava fin da quando aveva scoperto che erano ebrei. Non c'erano altri ebrei in città. I Robinson non avevano mai avuto intenzione di fermarsi lí: avevano pagato un passaggio in nave per Manchester, dove gli ebrei erano numerosi, ma il comandante h aveva imbrogliati. Quando si erano accorti di essere in un'altra clttà, papà aveva deciso che dovevano risparmlare il denaro necessario per trasferirsi a Manchester, ma poi la mamma si era ammalaía. Lo era ancora, e la famiglia non aveva piú potuto muoversi. Il padre aveva un impiego al porto, in un magazzino su cui cam- peggiava la scritta: "Tobias Pilaster & Co". Lavorava in ufficio; regi- strava i barili di tintura che entravano e uscivano dal magazzino Era un uomo preciso, bravo a prendere appunti e a redigere elenchn La mamma era esattamente l'opposto: un tipo estroverso, CUI placeva conoscere gente, vestirsi bene. scherzare. Per questo il babbo l'ama- va tanto, pensava Maisie. Adesso, però, non era piú cosí. Se ne stava tutto il giorno coricata sul vecchio materasso a sonnecchiare, con il viso pallido lucido di sudore. Il medico era venuto a visitarla e aveva detto che la mamma aveva bisogno di rimettersi in forze, di mangiare uova fresche, pan- na, carne di manzo tutti i giorni. Papà gli aveva pagato la visita con i soldi desíinati alla cena di quella sera. Maisie c Danny avevano imparato a rubare. Andavano in città, al mercato, e rubacchiavano patate e mele dai banchi. Maisie sapeva che la mamma si sarebbe vergognata se l'avesse saputo, ma anche lei aveva i`ame. La bambina alzò gli occhi e vide i dipendenti della Pilaster che venivano lungo la strada. Parlavano in tono rabbioso, agitando le braccia e alzando i pugni al cielo. Quando furono piú vicini scorse il padrc in mezzo a loro. Era un uomo magro con la barba nera e dolci occhi castani. Camminava a testa china; sembrava cosi dispera- to che Maisie ebbe voglia di piangere. « Papà. cosa è successo? » domandò. « Perché ritorni cosí presto'? » « Venite dentro. » La sua voce era cosí bassa che Maisie stentava a udirla. I due figli lo seguirono in casa. Lui si inginocchiò accanto al letto e baciò la mamma sulle labbra. Lei lo guardò sorridendo, ma lui non ricambiò il sorriso. « La ditta è fallita )> disse in yiddish. « Tobias Pi- laster ha fatto bancarotta. ~> Maisie non era sicura di capire bene ciò che il babbo stava dicen- do, ma il tono della voce lasciava intendere che era un disastro. Guardò Danny, che si strinse nelle spalle. Nemmeno lui capiva. « C'è stato un crac finanziario » spiegò il padre. « Una grande banca di Londra è fallita, ieri, e ha trascinato alla rovina parecchie ditte. Non ho piú né un lavoro né un salario. » « Ma devono pagarti » sussurrò la mamma. « Hai lavorato tutta la settimana. » « Non hanno piú soldi. E questo che vuol dire bancarotta: devi de- naro alla gente e non pUOi pagarla. » « Ma il signor Pilaster è un brav'uomo, l'hai sempre detto. » « Tobias Pilaster è morto. Si è impiccato ieri sera nel suo ufficio di Londra. Lascia un figlio dell'età di Danny. » « Ma come daremo da mangiare ai nostri ragazzi? » « Non lo so » rispose lui, mettendosi a piangere. Si chinò e nasco- se il viso bagnato sul petto della mamma. Maisie era sgomenta. Il babbo non piangeva mai. Le sue lacrime sembravano la fine di ogni speranza. Niente denaro voleva dire nien- te da mangiare. Danny si alzò in piedi, guardò la sorella e accennò con il capo verso la porta. Uscirono insieme dalla stanza, in punta di piedi. Mai- sie sedette sui gradini d'ingresso e scoppiò in lacrime. « Che cosa faremo? » domandò. « Dobbiamo scappare di casa » disse Danny. « Se restiamo qui, moriremo. » A Maisie non importava di morire, ma le venne in mente un altro pensiero: la mamma si sarebbe sicuramente tolta il pane di bocca per dare da mangiare a loro due. Se fossero rimasti, lei sarebbe mor- ta. « Hai ragione ,> disse a Danny. « Senza di noi, papà potrà avere cura della mamma. » Tacque per un momento, poi bisbigliò: « Dove andremo? » « Io vado in America. C'è una nave nel porto che salpa per Bo- ston con la marea del mattino. Mi arrampicherò su una fune e mi na- sconderò in una scialuppa. » Maisie guardò il fratello e notò per la prima volta una peluria scu- ra sul suo labbro superiore. Stava diventando uomo. Un giorno avrebbe avuto una bella barba nera come quella del babbo. Capí di non essere mclusa nei piani di Danny. « Allora non ce ne andremo insleme? » disse tristemente Lui la fissò con aria colpevole. « No, tu va' a Newcastle. E una grande città, e nessuno si accorgerà di te. Tagliati i capelli, ruba un paio di calzoni e fatti passare per un ragazzo. Cerca una scuderia e offriti come aiutante. Sei sempre stata brava con i cavalli. » Maisie non riusciva a immaginarsi completamente sola. « Preferi- rei venire con te » replicò. « Non puoi. Sarà già abbastanza duro, per me, fare il clandestino su una nave. Non potrei occuparmi di te. » Lei vide che Danny aveva già deciso. Con il cuore pieno di paura domandò: « Quando dobbiamo andarcene? » « Adesso. Devo essere a bordo prima che sia buio. » Maisie si alzò in piedi. Non aveva vestiti di ricambio, non posse- deva nulla. Non c'era neanche del cibo da portare via. « Voglio dare un bacio d'addio alla mamma » disse. « No » rispose Danny con durezza. « Se lo fai, non partirai piU. » Era vero. Se avesse visto la mamma, sarebbe crollata. « Va bene » disse ricacciando indietro le lacrime, « sono pronta. » Quando furono giunti in fondo alla via Maisie avrebbe voluto fer- marsi per guardare la casa un'ultima volta, ma temeva che, se l'aves- se fatto avrebbe ceduto alla nostalgia. Continuò a camminare senza mai voltarsi indietro. DA UN ARTICOLO apparso sul TiMES IL CARATTERE DELLO STUDENTE INGLESE. Il signor Wasbrough. assistente del coroner di Ashton, ha condotto ieri un'inchiesta per detenninarc la causa della morte di Peter James Saint John Middleton di tredici anni. Secondo quanto è stato riferito alla Corte, il ragazzo stava nuotando nello stagno dl una cava abban- donata nei pressi della Windfield School, quando due allievi piú an- ziani lo hanno visto in difficoltà. Uno dei due giovani, Miguel Miran- da originario di Cordova, ha dichiarato che il suo compagno Edward Piiaster, di sedici anni si è tuffato per salvare Peter Middleton, ma senza successo. La giuria ha emesso un verdetto di morte accidentale per annegamento. L'assistente del coroner ha richiamato l attenzione dei presenti sul coraggio di Edward Pilaster. e ha aggiunto che il ca- rattere dello studente inPIese fonnato da istituti come Windfield è cosa di cui possiamo giustamente senfirci orgogliosi. MICKY MIRANDA fu conquistato dalla madre di Edward. Augusta Pilaster era una donna alta e statuaria sulla trentina. Nera di capelli, aveva un viso autoritario, con gli zigomi alti, il naso dritto e il mento pronunciato. Indossava un mantello nero che le conferiva un aspetto ancor piú drammatico. Micky non riusciva a staccare gli occhi da lei. Al suo fianco sedeva il marito Joseph, padre di Edward, un uomo sui quarant'anni, dal viso sgradevole e arcigno. Aveva lo stesso gros- so naso del figlio, lo stesso colorito chiaro, e i suoi capelli biondi tradivano un'incipiente calvizie che tentava di compensare con le folte basette. Micky si domandò come avesse fatto una donna cosí splendida a sposarlo. Era molto ricco, forse era quello il motivo. Stavano tornando alla scuola su una carrozza presa a nolo: i si- gnori Pilaster, Edward, Micky e il preside, professor Poleson. L'in- chiesta era andata bene. Micky aveva sfoderato la sua espressione piú aperta e onesta per raccontare la versione concordata con Edward~ ma dentro di sé era impaurito. Gli inglesi erano capaci di fare grande sfoggio di virtú offesa se qualcuno non diceva la verità. Lui e Edward erano stati gli unici due studenti convocati per l'in- chiesta. Hugh era stato portato via dalla scuola il giorno stesso dell'mcidente perché gh era morto 1I padre. Tonio non era stato chia- mato a testimoniare perché nessuno sapeva che avesse assistito alla tragedia: Micky lo aveva terrorizzato imponendogli il silenzio. L'al- tro testlmone, 11 ragazzo che nuotava per conto proprio, non si era fatto vivo. I genitori di Peter Middleton erano troppo addolorati per presen- ziare. Avevano mandato il loro legale, un ometto anziano e sonnac- chioso che aspirava soltanto a concludere la pratica con il minimo scalpore. C'era invece David, il fratello maggiore di Peter, che si era parecchlo innervosito quando il legale si era astenuto dal fare altre domande a Micky e Edward. Con grande sollievo di Micky, il vec- chlo avvocato aveva respinto le sue proteste. Nell'ufficio polveroso del preside la signora Pilaster abbracciò il figlio e gh baclò la ferita sulla fronte, là dove era stato colpito dal sasso di Tonio. Micky e Edward avevano detto a tutti che aveva bat- tuto la testa quando si era tuffato per salvare Peter. Mentre prendevano il tè, Micky scoprí un nuovo aspetto del carat- tere di Edward. Sua madre, seduta accanto a lui sul divano, lo tocca- va di continuo, e il giovane - invece di apparire imbarazzato, come sarebbe accaduto alla maggior parte dei ragazzi - sembrava gradire quelle attenzioni. "La madre stravede per il figlio" concluse Micky. "E a Iw fa placere." Dopo qualche minuto di conversazione spicciola la signora Pila- ster si alzò di scatto. E tutti si affrettarono a imitaria. ~ Sono sicura che VOI uomini desideriate fumare ~> disse rivolta al preside. ~ Mio marito sarà lieto di accompagnarla a fare un giro in giardino, signor Poleson. Teddy, caro, va' con tuo padre. Io vorrei fermarmi qualche mmuto nella cappella. Forse Micky sarà disposto a farmi strada. ~> « Certamente » rispose il preside. ~ Pensaci tu, Miranda. » Mlcky era impressionato. Con quale facilità quella donna si face- va obbedire! Lieto di scortarla, la condusse attraverso una serie di cortili fino alla cappella della scuola. Era vuota. La signora Pilaster scelse un banco nelle ultime file e invitò Micky a sedersl accanto a lei. Lo guardò fisso negli occhi, poi disse: ~ E adesso raccontami la verità ». Augusta notò un lampo di paura negli occhi del ragazzo, che però si riprese in un attimo. « L'ho già detta » nspose Mlcky. Lei scosse il capo. ~ Non è vero. » Il sorriso di Micky la colse di sorpresa. Era stato scoperto, eppure riusciva a sorriderle. Pochi uomini sapevano resistere alla forza d volontà di Augusta, ma questo ragazzo sembrava un'eccezione. Quanti anni hai? » gli chiese. ~ Sedici. » Lei lo osservò. Era straordinariamente attraente, nonostante un ac- cenno di decadenza negli occhi dalle palpebre pesanti e nelle labbra piene. Le ricordava il conte di Strang, ma una fitta di rimorso le fece accantonare quel pensiero. ~< Peter Middleton non era affatto in diffi- coltà quando siete arrivati al laghetto. » « Come fa a dirlo? » replicò il ragazzo freddamente. Augusta sentiva che Micky era spaventato, ma non perdeva la cal- ma. « Dimentichi che c'era anche Hugh Pilaster » disse. « E mio ni- pote. Ha parlato con sua madre, che è mia cognata. » « E cosa le ha raccontato? » Augusta si accigliò. « Che Edward ha gettato in acqua i vestiti di Peter. » Non riusciva a capire perché il figlio avesse fatto una cosa simile. « E poi? » Augusta sorrise. Il ragazzo stava prendendo in mano la conversa- zione. Era lui a interrogarla. <~ Dimmi cosa è successo veramente. » Micky annuí. ~ D'accordo. » Nell'udire quelle parole Augusta provò sollievo, ma anche inquie- tudine. Voleva conoscere la verità, e al tempo stesso ne aveva paura. Povero Teddy, da piccolo aveva sfiorato la morte. Da allora aveva sempre avuto bisogno di una protezione speciale da parte sua. ~ Edward non voleva fare niente di male » spiegò Micky. ~ Ha gettato i vestiti nell'acqua per scherzo. Poi Hugh lo ha spinto nello stagno. » ~ Quel piccolo Hugh è sempre stato una fonte di guai » commentò Augusta. ~ Gli altri ragazzi si sono messi a ridere, e Edward ha spinto la te- sta di Peter sott'acqua per dargli una lezione. Hugh è corso via Poi Tonio ha tirato un sasso a Edward, che è tornato a riva e lo ha mse- guito. Io li osservavo: nessuno badava a Peter Middleton. Tonio alla fine è riuscito a fuggire, ed è stato allora che ci siamo accorti di Pe- ter. Forse le ripetute immersioni che Edward gli aveva inflitto lo ave- vano sfinito. Sta di fatto che galleggiava con la faccia in giú. Lo ab- biamo subito tirato fuori, ma ormai era morto. » Non era stata veramente colpa di Edward, allora, pensò Augusta. Però era contenta che la vera storia non fosse venuta fuori durante l'inchiesta. ~ E gli altri ragazzi? Sapranno anche loro che cosa è suc- cesso. » « Per fortuna Hugh ha lasciato la scuola proprio quello stesso giorno. » « E l'altro... come hai detto che si chiama? » « Antonio Silva, abbreviato in Tonio. Non si preoccupi di lui: è del mio paese. Farà tutto ciò che gli dico. » C'era qualcosa di raggelante nel modo in cui il ragazzo fece quel- I'affermazione, e Augusta ebbe un brivido. « Nessun altro ha visto la scena? » Micky corrugò la fronte. ~ Quando arrivammo c'era un altro stu- dente che nuotava dalla parte opposta dello stagno. Non so chi fosse e non saprei dire con precisione quando se ne andò. Però non si è presentato a testimoníare, perciò presumo che non costituisca un pe- ricolo per noi. » "Un pericolo per noi..." Augusta si rese conto di essere coinvolta insieme a quel ragazzo in una vicenda disonesta, forse criminosa. Gli rivolse uno sguardo duro. ~ Che cosa vuoi? » La guardò meravigliato. ~ Sarebbe a dire? » ~ Hai protetto mio figlio. » Micky era scosso dalla franchezza di lei, che se ne accorse e ne fu compiaciuta: aveva ripreso il controllo della situazione. ~ Credo che tu voglia qualche cosa in cambio. Dim- mi quale. » Vide lo sguardo di Micky posarsi sul suo seno, e per un attimo credette che stesse per farle una proposta indecente. Invece il ragaz- zo rispose: ~ Vorrei passare l'estate con Edward ». Augusta si era aspettata che chiedesse del denaro, o forse un im- piego alla Banca Pilaster. Invece la richiesta era modesta, quasi in- fantile. ~ Passerai l'estate con noi e sarai il benvenuto » disse. L'idea non le dispiaceva affatto. I modi del giovane erano impeccabili, e il suo aspetto affascinante; non sarebbe stato sgradevole averlo come ospite. Forse un po' della sua forza si sarebbe trasmessa a Edward. « Grazie. » Micky sorrise e si alzò dal banco, porgendole la mano. Augusta la strinse e lui si chinò come se volesse farle il baciama- no; mvece, con grande sorpresa di lei, la baciò sulle labbra. Un atti- mo dopo se n'era andato. Parte prima 1873. Maggio. QUANDO MICKY MIRANDA aveva ventitré anni, suo padre venne a Londra per comprare delle armi. Carlos Raul Xavier Miranda era un uomo di piccola statura e dalle spalle larghe. Il suo viso olivastro era scolpito in tratti duri e aggressivi. Nella pampa~ in groppa a uno stallone, con i copri-pantaloni di cuoio e un cappello a tesa larga, la sua figura appariva imponente. Lí invece~ in finanziera e cilmdro, S sentiva sciocco~ il che lo rendeva pericolosamente irasclblle. Padre e figlio erano molto diversi. Micky era alto e snello, con 1i- neamenti resJolari~ molto attaccato alle rafflnatezze della vlta londi- nese La sua rande paura era che il padre volesse riportarlo a Cor- dova. Non sopportava l`idea di ritrovarsi sottomesso all'autontà del fratello Paulo. Forse sarebbe tornato a casa un giorno~ ma solo quan- do fosse diventato un uomo importante per meritl propri. Nel frat- tempo doveva far capire a suo padre che IUI, Mlcky~ sarebbe stato molto piú utile a Londra che non in patria. Stavano camminando lungo un viale che attraversava Hyde Park in un soleggiato pomeriggio domenicale. Il parco era affollato dl londl- nesi elegantemente vestiti che si godevano il calore pnmaverlle, ma il padre non si divertiva affatto. Devo avere quei fucili! borbotto in spagnolo. « Potresti comprarh nel nostro paese » suggen Micky. « Duemila fucili'? » replicò il padre. « Forse potrei, però tUtti ver- rebbero a saperlo. » Era evidente che voleva tenere segreta la faccenda. Micky non aveva la minima idea di che cosa intendesse fare con quelle armn Non c'erano piú state guerre a Cordova dopo la leggendaria "marcla dei gauchos"` quando il padre aveva guidato i suoi uommi attraverso le Ande per liberare la provincia di Santamaria dai signorl della guerra spagnoli. Per chi erano quei fucili? Il vecchlo non aveva of- ferto spontaneamente alcuna informazione~ e Micky non osava Inter- rogarlo. Preferí dire: ~ Comunque, non potresti trovare nel nostro paese delle armi di qualità cosí buona ». ~ E vero » convenne lui. « 11 Westley-Richards è un ottimo fucile. Però~ come mai pretendono il pagamento prima di consegnare la merce'' » Micky aveva aiutato il padre nella scelta delle armi. Sapeva che gli occorrevano fucili a canna corta che dessero poco ingombro a uomini a cavallo. Però Miranda non sapeva nulla del commerclo in- ternazionale, e aveva previsto che il fornitore avrebbe consegnato i fucili a Cordova e accettato il pagamento laggiú. Invece il fornitore esigeva il pagamento prima che la merce uscisse dalla fabbrica. « Risolveremo il problema, papà » lo rassicurò Micky. « Le ban- che d'affan servono proprio a questo. La banca pagherà il fabbrican- te e prenderà accordi affinché i fucili siano consegnati a Cordova Al loro arrivo, la banca incasserà il denaro depositato da te presso la sua agenzia locale. » « Ma come si guadagna da vivere, la banca? » « Percepisce una percentuale su tutto. Pagherà i fucili a prezzo scontato, riceverà una commissione sul nolo marittimo e sull'assicu- razione e ti farà un addebito supplementare sui fucili. » Il padre annuí. Non voleva farlo vedere, ma era impressionato. Usclrono dal parco e camminarono lungo Kensington Gore fino alla casa di Joseph e Augusta Pilaster. Nei sette anni dopo la morte di Peter Middleton, Micky aveva tra- scorso tutte le vacanze con i Pilaster. Finita la scuola aveva viaggiato per un anno in Europa insieme a Edward, poi era stato suo compagno di camera nei tre anni trascorsi all'università di Oxford: compagno di bevute, di giochi d'azzardo e di scappatelle notturne. Micky non aveva mai piú baciato Augusta, anche se gli sarebbe piaciuto. Aveva la sensazione che lei glielo avrebbe permesso, ma per prudenza aveva rinunciato. Aveva già ottenuto un risultato im- portante riuscendo a farsi accettare quasi come un figlio da una delle famlglle plú ricche d'Inghilterra, sarebbe stata pura follia compro- mettere quel privilegio seducendo la moglie di Joseph Pilaster. I gemton dl Edward si erano trasferiti di recente in una casa nuo- va in Kensington Gore, di fronte a Hyde Park. Era l'ubicazione per- fetta per la residenza di una facoltosa famiglia di banchieri, e la casa era indubbiamente imponente: un edificio di mattoni rossi e pietra bianca, con grandi vetrate a telaio reticolare di piombo al pianterre- no e al prlmo plano. La facciata culminava a triangolo e racchiudeva tre file dl finestre: dapprima sei, poi quattro, infine solo due all'ulti- mo livello. I latl del triangolo erano frastagliati a gradini, su cui sta- vano appollaiati animali di pietra: leoni, draghi e scimmie. Al vertice faceva bella mostra di sé una nave con le vele al vento ~ Sono sicuro che non esiste un'altra casa come questa in tutta Londra » disse Micky, mentre il padre si fermava a guardarla. ~ Senza dubbio è proprio ciò che voleva la signora. » Suo padre non aveva ancora visto Augusta, ma l'aveva già classificata La slgnora Pilaster aveva organizzato un ricevimento, un tè pome- ridiano, per esibire la nuova residenza. L'atrio rivestito di pannelli di rovere era pieno di gente. Micky e suo padre consegnarono 11 cappel- lo a un valletto, poi si fecero strada nella calca fino al grande salone sul retro della casa. Le porte-finestre aperte davano su una terrazza pavimentata con lastre di pietra e sul giardino. Miranda non ebbe bisogno che il figlio gli indicasse Augusta. Stava nel centro del salone~ drappeggiata in un vestlto dl seta blu savoia dall'ampia scollatura quadrata. Quando Carlos Miranda le strinse la mano, lei lo fissò con i suoi ipnotlcl occhl scuri e dlsse con voce bassa e vellutata: ~ Senor Miranda, è un piacere conoscerla. Micky mi ha parlato della sua splendida hacienda ». Carlos Miranda fu immediatamente stregato. Si chinò sulla mano di lei. ~ Deve venire a trovarcl. » "Che Dio non voglia" pensò Micky. Augusta a Cordova sarebbe stata fuori posto come un fenicottero in una miniera dl carbone. ~ Che idea allettante! » rispose lei. Poi lanciò uno sguardo sopra la spalla del suo ospite e gridò: ~ Capitano Tillotson, com'e stato gentile a venire! » E si voltò ad accogliere l'ultimo arnvato. Miranda rimase interdetto. Impiegò un momento a rlcomporsi, pOi ordinò bruscamente al figlio: ~ Portami dal direttore della banca ». ~ Subito » disse nervosamente Micky. Si guardò attorno per cer- care il vecchio Seth. Al ricevimento era presente tutto 1l clan dei Pl- laster~ comprese le zie~ i parenti acquisiti e i cugini. Gh altn ospltl erano per lo piú uomini d'affari. Amici e anche concorrentl, penso Micky nel vedere la figura dritta e sottile di Ben Greenbourne, diret- tore della Greenbourne Bank. Era il padre di Solomon~ 11 ragazzo che Micky aveva conosciuto come Solly. Finita la scuo!a Sl erano persi di vista. Solly non era andato all'università, e si era Inserito Im- mediatamente nell'attività paterna. L'aristocrazia considerava volgare parlare di soldi~ ma quel gruppo non aveva inibizioni del genere, e Micky udí spesso la parola "crac". Alcuni giornali usavano il termine "Krach" perché il vocabolo era nato in Austria. I prezzi delle azioni stavano calando~ mentre il tasso bancario era alto~ secondo quanto raccontava Edward, che aveva co- minciato di recente a lavorare nella banca di famiglia. Qualcuno era in allarme, ma i Pilaster confidavano che Londra non sarebbe scesa al livello di Vienna. Micky condusse suo padre fuori~ sulla terrazza, dove erano state collocate delle panchine all'ombra di grandl tendom a righe. Trova- rono il vecchio Seth seduto con una coperta sulle glnocchla nono- stante il tepore primaverile. Era indebolito da una malattia di natura imprecisata e sembrava fragile come un guscio d'uovo~ ma aveva 1l grande naso aquilino dei Pilaster, che gli conferiva ancora un'espres- sione temibile. ~ Signor Pilaster, permetta che le presenti mio padre, il senor Car- los Miranda, venuto in visita da Cordova. » Seth strinse la mano di Miranda. « Cordova, eh? La mia banca ha un ufficio nella capitale del suo paese. » « Non vado spesso nella capitale » rispose il padre di Micky. ~ Ho un'hacienda nella provincia di Santamaria. » « Quindi lei è un esportatore di carne. Faccia un pensiero sulla re- fngerazione. » Carlos Miranda era confuso, e Micky intervenne. ~ E stata inven- tata una macchina per conservare la carne a bassa temperatura. Se qualcuno troverà il modo di installarla sulle navi, potremo esportare carne fresca senza bisogno di salarla. » Il padre si accigliò. « Sarebbe un guaio. Ho un grosso impianto per salare la carne. » ~ Lo demolisca » disse Seth. « Passi alla refrigerazione. » A Miranda non piaceva sentirsi dire ciò che doveva fare, e Micky era sulle spine. Con la coda dell'occhio vide Edward. « Papà, voglio farti conoscere il mio migliore amico » disse, rimorchiando il padre lontano da Seth. ~ Ti presento Edward Pilaster. » Quando i due si furono stretti la mano, Micky disse: ~ Possiamo parlare d'affari per un momento? » Scesero dalla terrazza sull'erba giovane del prato appena rimesso a posto. ~ Mio padre ha fatto un grosso acquisto qui in Inghilterra ma ha bisogno di organizzare la spedizione e il pagamento. » Edward sembrava interessato. ~ Sarò lieto di occuparmene. Di che merce Sl tratta? » « Fucili. » Edward cambiò espressione. ~ Oh! Allora non posso aiutarvi. » Mlcky era stupito. ~ Perché? » « A causa del vecchio Seth. Come sai, è metodista. Lo è tutta la famiglia, ma lui è il piú devoto. Comunque, non finanzierebbe mai vendite di armi e, dato che lui è il socio dirigente, questa è la politi- ca della banca. » Micky sentí un vuoto allo stomaco. ~ Quel vecchio ipocrita ha già un piede nella fossa. Perché deve interferire? » ~ Infatti sta per ritirarsi » confermò Edward. ~ Ma credo che il suo posto sarà preso dallo zio Samuel, che la pensa come lui. » Dl male in peggio. Samuel era il figlio scapolo di Seth, aveva cin- quantatré anni e una salute eccellente. ~ Dovremo rivolgerci a un'al- tra banca » disse Micky. ~ Penso che non avrete problemi » rispose Edward, ~ purché pos- siate fornire un paio di solide referenze commerciali. » Referenze'? Perché? » In Sud America suo padre era un caudillo, un proprietario terriero di provincia con una manodopera formata da gauchos che fungevano anche da esercito privato. Deteneva il potere con metodi che gli in- glesi non avevano piú conosciuto dopo il medioevo. Era come chie- dere referenze a Guglielmo il Conquistatore. Micky finse di non essere turbato. ~ Senza dubbio potremo pro- durne qualcuna » disse. In realtà, era in un pasticcio. Se voleva re- stare a Londra~ doveva assolutamente concludere quell'affare. Mentre tornavano verso la terrazza affollata, Micky cercò di na- scondere la propria inquietudine. Suo padre non aveva capito la con- versazione, ma piú tardi avrebbe dovuto riferirgliela, e allora sareb- bero nati i guai. Augusta comparve sulla terrazza e chiamò Edward. ~< Teddy~ teso- ro` cercami Hastead. » Hastead era l'ossequioso maggiordomo di ca- sa. « Siamo rimasti senza cordiale, e quel disgraziato e sparito. » Mentre il figlio partiva in cerca del maggiordomo, Augusta degnò Miranda di un sorriso smagliante~ poi guardò Micky. Sempre pronta nel cogliere l`umore altrui, disse: « Non ti stai divertendo. Cosa c'è che non va'? » Il giovane non esitò a confidarsi con lei. « Speravo che mio padre potesse portare un nuovo alfare alla Banca Pilaster~ però si tratta di fucili~ e Edward ci ha spiegato che Seth non finanzierà mai una compravendita d'armi. » « Seth cesserà presto di essere il socio dirigente » disse Augusta. « Già~ ma sembra che Samuel la pensi come suo padre. » « Davvero ~ » replicò Augusta in tono malizioso. « E chi ha detto chc sarà Samuel a prendere il suo posto'? » H~GH PILASTER aveva al collo una nuova cravatta celeste in stile Ascot~ leggermente rigonfia all altezza del collo~ fermata da una spilla. Avrebbc dovuto indossare un abito nuovo~ ma non poteva per- metterselo~ perciò aveva voluto ravvivare quello vecchio con una cravatta all ultima moda. Era un po' imbarazzante vivere in casa di Augusta ed essere cosí povero~ però la tradizione della Banca Pilaster voleva che tutti co- minciassero dal basso. Hugh lavorava come apprendista ed era paga- to di conseguenza. Molti dei personaggi che si aggiravano in quelle sale erano suoi parenti. Joseph~ padre di Edward, era fratello del defunto padre di Hugh, Tobias. Dopo che questi si era suicidato a causa del fallimen- to della sua attività~ Hugh aveva dovuto lasciare il costoso collegio di Windfield e aveva studiato da esterno alla Folkestone Academy. Per lo stesso motivo aveva cominciato a lavorare a diciannove anni inve- ce di andare all'università, e abitava a casa della zia. Parente, sí, ma parente povero: imbarazzante per una famiglia che fondava orgoglio, fiducia e prestigio sociale sulla propria ricchezza. Suo padre era stato vittima di una crisi finanziaria, ma ciò non fa- ceva differenza. Era fallito I'11 marzo 1866, la data che i banchieri avevano denominato il "venerdí nero". Quel giorno un istituto di cre- dito, la Overend & Gurney Ltd, aveva fatto bancarotta per cinque milioni di sterline trascinando con sé numerose aziende, tra cui la Tobias Pilaster & Co. Negli affari, tuttavia, non esistevano giustifica- zioni; quanto meno, questa era la filosofia dei Pilaster "Ebbene, anch'io sono un Pilaster" pensò Hugh. La rabbia gli ri- bolliva nel cuore quando ripensava alla fine di suo padre, e aumenta- va la sua determinazione di diventare il membro piú ricco e rispetta- to di quel maledetto clan. Uscí sulla terrazza e vide Augusta venire verso di lui seguita da una ragazza. <~ Caro Hugh » disse, « ecco qui la tua amica, la signo- rina Bodwin. » Lui gemette tra sé. Rachel Bodwin era una ragazza alta, colta, di idee radicali. Non era bella - aveva capelli castani opachi e occhi chiari piuttosto ravvicinati - ma era vivace e interessante Era piaciu- ta molto a Hugh quando era venuto per la prima volta a Londra a la- vorare in banca. Però Augusta aveva stabilito che dovevano sposarsi e questo aveva guastato il rapporto. « Lei è molto affascinante, signorina Bodwin ~> disse automatica- mente. « E lei è molto gentile » rispose la ragazza in tono annoiato. Augusta si stava già allontanando quando il suo sguardo si posò sull'audace cravatta celeste di Hugh. <~ Santi numi! » esclamò. « Che roba è quella? Sembri un taverniere! » Lui arrossí. « E l'ultima moda in fatto di cravatte. » « Domattina la regalerai al lustrascarpe » dichiarò lei girando sui tacchi. Nel petto di Hugh divampò il risentimento. « Le donne non do vrebbero fare commenti sui vestiti degli uomini » disse. Rachel intervenne. « lo credo che le donne dovrebbero fare com menti su tutto ciò che ritengono interessante, perciò io dico che la sua cravatta mi piace. Si intona con i suoi occhi. » Hugh si sentí meglio e le sorrise. In fondo, quella ragazza era molto gentile. Ma non era questo il motivo per cui Augusta voleva fargliela sposare. Rachel era figlia di un avvocato specialista in eon- tratti eommerciali. Socialmente era parecchi gradini al di sotto dei Pilaster; e infatti lei e suo padre non sarebbero stati invitati a quella riunione se il signor Bodwin non avesse svolto un lavoro utile per la banca. Sposando Rachel, Hugh avrebbe confermato la propria condl- zione di membro inferiore del clan, ed era proprio clò che Augusta voleva. La ragazza gli toccò il braccio. « Hugh, lei è uno dei pochi indivi- dui a Londra che non sia intollerabilmente noioso. Però non sono in- namorata di lei e non la sposerò mai, per quanto sua zia si sforzi di spingerci l'uno verso l'altra. » Hugh era sbalordito. « Veramente... » Ma Rachel non aveva finito. « So che lei la pensa allo stesso mo- do su di me, perciò non finga di avere il cuore infranto. » Dopo un momento di stupore, Hugh accennò un sorriso. Quella franchezza era l'aspetto di lei che piú gli piaceva. Rachel aveva ra- gione: la simpatia non è amore. Lui non sapeva bene come fosse l'amore, ma lei sembrava meglio informata. « Questo vuol dire che possiamo riprendere a litigare sul voto alle donne? » domandò in to- no divertito. « Sí, ma non oggi. » Con questa affermazione, Rachel lo lasciò. IL RlCevimento stava andando bene, a giudicare dalla cacofonia di chiacchiere e risate, e dal tintinnio di un centinaio di cucchiaini d'ar- gento sui raffinati piatti di porcellana. Augusta controllò brevemente la sala da pranzo dove la servitú stava distribuendo insalata d'arago- sta, torte di frutta e bevande ghiacciate. Fece il giro della sala scam- biando due parole con ogni ospite. Sotto l'apparenza tranquilla, era preoccupata per la conversazione con Micky Miranda. Il giovane aveva dato per scontato che, dopo la morte o il ritiro del vecchio Seth, Samuel sarebbe subentrato nel ruolo di socio dirigente della Banca Pilaster. Un'affermazione che Micky non poteva aver fatto di propria iniziativa: doveva averla sen- tita da qualcuno della famiglia. Augusta non poteva accettare che quel ruolo toccasse a Samuel: lo voleva per suo marito Joseph, che era nipote di Seth. Lanciò uno sguardo verso la porta-finestra e vide i quattro soci riuniti sulla terrazza. Tre erano membri della famiglia Pilaster: Seth, Samuel e Joseph - i metodisti del primo Ottocento privilegiavano i nomi biblici - mentre il quarto era il maggiore George Hartshorn, marito di Madeleine, la sorella di Joseph. Ex ufficiale dell'esercito, era entrato alla Pilaster quando aveva sposato Madeleine. Era un uo- mo simpatico, ma non abbastanza abile per dirigere la banca, co- munque non c'era mai stato un socio dirigente il cui cognome non fosse Pilaster. I soli candidati validi erano Samuel e Joseph. In ter- mini tecnici, la decisione spettava al voto dei soci, ma Augusta aveva la ferma intenzione di ottenere ciò che voleva. Il socio dirigente della Banca Pilaster era una delle persone piú importanti del mondo. Insieme a pochi altri - J.P. Morgan, i Roth- schild, Ben Greenbourne - teneva in mano le sorti economiche delle nazioni. Veniva consultato dai primi ministri e corteggiato dai diplo- matici; sua moglie era ammirata da tutti. Joseph voleva l'incarico però mancava di sottigliezza. Non gli sarebbe mai venuto in mente che doveva fare qualcosa per assicurarsi la vittoria. Per esempio, non avrebbe mai detto nulla per screditare il rivale. Augusta avrebbe trovato il modo di agire al posto suo. Non ebbe difficoltà a identificare i punti deboli di Samuel. Scapo- lo a cinquantatré anni, viveva con un giovane che definiva con disin- voltura il suo "segretario". Fino ad allora la famiglia aveva sorvolato sull'organizzazione domestica di Samuel, ma Augusta aveva inten- zione di fare in modo che le cose cambiassero. Mentre si aggirava tra gli invitati, vide sua cognata Madeleine Hartshorn. La prese per un braccio dicendo: ~ Vieni di sopra a vede- re la mia camera, credo che ti piacerà ». Aveva arredato la sua camera da letto secondo l'ultimo stile giap- ponese, con sedie traforate, carta da parati con penne di pavone, por- cellane sulla mensola del caminetto. « Augusta, che novità audace! ~> La padrona di casa fu contenta dell'effetto. ~ Vieni a vedere la stanza di Joseph. » Guidò Madeleine verso un'altra porta. L'arreda- mento della camera del marito era una versione piú moderata del medesimo stile, con tappezzeria in cuoio scuro e tende di broccato Augusta era particolarmente orgogliosa di un mobiletto laccato che ospitava la preziosa collezione di tabacchiere del marito « Joseph è proprio un tipo eccentrico » commentò Madeleine os- servandole. Augusta sorrise. ~ Dice che sono un investimento. » Mentre la cognata ammirava la collezione, Augusta si ricordò del suo proposito. ~ Madeleine, mia cara » disse sottovoce, ~ che cosa pensi che dobbiamo fare a proposito del cugino Samuel e del suo "segretario"? » Lei sembrava imbarazzata. ~ Dovremmo fare qualcosa? » « Sí, se Samuel diventa socio dirigente. Chi detiene quella carica deve avere una vita privata assolutamente - ci tengo a ripeterlo - as- solutamente irreprensibile. » Madeleine comprese, e il suo viso ~-imporporò. « Di certo non stai insinuando che Samuel è in ¨lualchc modo... un depravato? » « Mi auguro di non saperlo mai » rispose Augusta In tono evasivo. « La cosa importante è ciò che pensa la gente. » Madeleine sembrava perplessa ma, prima che potesse rispondere, Augusta la spinse fuori dalla stanza dicendo: « Devo tornare dai miei ospiti ». Per il momento voleva solo gettare il seme del dubblo nella mente della cognata; qualunque pressione in plU avrebbe potu- to essere eccessiva. MICKY E SUO PADRE lasciarono la casa di Augusta e si avviarono a piedi verso il loro alloggio. Attraversarono i parchi dl Londra fmche giunsero al Tamigi. Si fermarono sul ponte di Westminster a riposar- si e a guardare il fiume, animato da una quantità di barchette e di battelli da diporto: uno splendido spettacolo sotto il sole al tramonto. Micky stava ancora imprecando tra sé contro il vecchlo Seth che aveva frustrato i suoi piani. « Risolveremo 11 problema del fuclh, papà » disse. « Non preoccuparti. » Suo padre alzò le spalle. « Chi ci ostacola? » domandò. Era una domanda semplice, ma nella famiglia Miranda aveva un significato piú profondo. In pratica si traduceva in: ''Chl dobblamo uccidere per sbrigare questa faccenda?" A Cordova la brutalltà sple- tata faceva di Miranda un uomo temuto, ma in Inghilterra lo avrebbe fatto finire in galera. « Non prevedo la necessità dl Imzlatlve drastl- che » disse Micky, cercando di nascondere il proprio nervoslsmo sotto un tono indifferente. « Per ora non c'è fretta » rispose il padre. « Al nostro paese sta cominciando l'inverno. Non ci sarà da combattere prlma delPesta- te. » Rivolse uno sguardo duro al figlio. « Ma devo avere quei fuclli per la fine di ottobre. » Sotto quello sguardo, Micky si senti tremare le ginocchia. « Ci penserò io, papà. » Miranda fece un cenno di assenso come a dire che non ne dubita- va. « Voglio che tu resti a Londra » dichiarò. Le spalle di Micky si rilassarono per il sollievo. « Credo sia una buona idea » disse~ sforzandosi di nascondere il proprio entusiasmo. Poi il padre lanciò la bomba. « Ma non riceverai plú 11 tuo asse- gno La famiglia non può mantenerti. Devi provvedere a te stesso. » Micky fu sconvolto. Lavarizia di Carlos Miranda era leggendaria quanto la sua violenza. ma questa decislone era imprevlsta. I Mlran- da erano ricchi. Suo padre possedeva migliaia di capi di bestiame aveva il monopolio del commercio dei cavalli ed era proprietario di quasi tutti gli empori nella provincia di Santamaria. Era vero che la loro moneta aveva scarso potere d'acquisto in In- ghilterra. Micky se n'era accorto quando frequentava la Windfield School. Era riuscito a integrare le entrate giocando a carte, ma aveva avuto difficoltà a far quadrare i conti finché non era diventato amico di Edward. Anche adesso era Edward a pagare i costosi divertimenti che S1 concedevano insieme: I'opera, le corse, la caccia e i bordelli. Con tutto ciò, Micky aveva bisogno di un'entrata fissa per pagare l'affitto, il sarto, la quota d'iscrizione ai club della buona società Come pensava che potesse trovare i soldi, suo padre? Un impiegoi L'idea era raccapncciante. Nessun membro della famiglia Miranda lavorava per guadagnarsi uno stipendio. Di nuovo suo padre cambiò bruscamente argomento. « Ti dirò a cosa servono quei fucili: ci serviranno per conquistare il deserto » Micky non capiva. Al confine delle terre dei Miranda c'era una piccola proprietà che apparteneva alla famiglia Delabarca Oltre si stendeva una distesa cosí arida che né il padre né il vicino i'avevano mai rivendicata. « Che ce ne facciamo del deserto? » domandò « Sotto la polvere c'è un minerale che chiamano nitrato Viene usato come fertilizzante. Lo si può vendere in tutto il mondo. Dela- barca si è messo a sfruttarlo e ha arricchito la sua famiglia Presto i Delabarca saranno piú forti di noi. Dobbiamo distruggerli. >; Giugno. THE ARGYLL ROOMS era il locale piú popolare di Londra, ma Hugh non c'era mai stato. Sebbene non fosse una vera e propria casa di tolleranza come la famosa Nellie's, quel luogo aveva una cattiva re- putazione. Comunque, Edward aveva, per una volta, invitato Hugh a raggiungere lui e Micky per la serata, e a un certo punto erano finiti lí. Indossavano l'abito da sera, il che rendeva noto a tutti che erano persone dell'alta società che facevano un'incursione nei bassifondi. La pista da ballo era affollata di coppie di ballerini, dietro un tra- liccio in stile floreale un'orchestra seminascosta suonava un'animata polka. Le ragazze erano in abito da sera, spesso molto scollato, con il "pouf" o "sellino", il cuscinetto applicato sotto la gonna che ne nalzava il drappeggio sul dietro secondo la moda dell'epoca, in testa portavano i cappelli piú incredibili che Hugh avesse mai visto Pe- rò, sulla pista da ballo, tutte indossavano pudicamente il mantello. Edward e Micky gli avevano assicurato che non erano prostitute, ma ragazze normali, eommesse e cameriere. L`atmosfera era un misto eurioso ma eecitante di rispettabilità e di licenza. La polka fini e diversi ballerini tornarono ai tavoli. Edward al- lungò una mano gridando: ~< Ehi, c'è Solly Greenbourne! ~> Hugh guardò da quella parte e vide il loro vecchio compagno di seuola, piú grosso ehe mai, straripante dentro un gilé bianeo. Aveva sottobraeeio una ragazza straordinariamente bella. Solly e la sua da- migella sedettero al tavolo. « Perehé non ei uniamo a loro'? » proposc Micky. Hugh teneva molto a vedere piú da vicino quella donna e assentí prontamente. I tre giovani si l`ecero strada fia i tavolini. « Salve, Greenbourne! » lo apostrofò allegramente Edward. « Salute a voi, gente » rispose lui in tono cordiale. Doveva essere sui venticinque anni e, nonostante l obesità~ aveva acqulstato un aspetto autorevole. Si rivolse alla sua compagna. « Signonna Robin- son, posso presentarle alcuni vecchi compagni di scuola? Edward Pi- laster, Husrh Pilaster e Micky Miranda. » La reazione della signorina Robinson fu stupet`acente. Impallidí sotto il trucco. « Pilastcr'? Non saranno parenti di Tobias Pilaster'? » « Era mio padrc » dissc Hugll. « Come COllOSCC il SUO nome'? » La rayazza ripresc subito il proprio contegllo. <~ Mio padre lavora- va pcr la Tobias Pilaster & Co. Da piccola mi chiedevo sempre chi mai i`osse qucsto ` Co `. » Risero tutti. c il momento di tensione pas- sò, mcntle lei asrgiungeva: ~ Non ~orreste sedclvl con nol? » Sul ta~-olo c era ulla botti~rlia di challlpalrlle. Solly ordinò altri bic- chieri. ~ Bene. questa c una vcra riuniollc di vecchi amici di Wind- field » disse. « lndovinate chi altri c c? Antollio Silva. » <~ Dovc.' " domandò subito Micl~v. Sembrava dispiaciuto. ~ Sulla pista da ballo » rispose Solly. ~ i COIl April Tisley, l'amica della sisrnorina Robinson. » La ragazza intervenne: ~ Potete chiamarmi Maisie. Non amo que- ste formalita ». Fece l occlli()lillo a Solly. HUITI1 la osservò. Era piuttosto piccola, ma si aumentava la statura di una trentina di centimetri raccogliendo i capelli fulvi in un alto chignon su cui posava un cappello decorato di foglie e frutti. Sotto il cappello si vedeva un viso minuto e imperhnente con uno scintillio malizioso negli occhi verdi. Hugh non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Dopo un po' Maisie se ne rese conto, e lui si affrettò a guardare altrove con un sorriso dl scusa. La musica finí, e Tonio Silva venne al tavolo COIl April Tisley. Hugh si era imbattuto piú volte in Tonio dai tempi della scuola ma, anche se non lo avesse visto per anni, avrebbe immancabilmente ri- conosciuto la sua capigliatura color carota. Erano stati intimi amici fino a quel tragico giorno del 1866. Si era domandato spesso che cosa era accaduto veramente allo stagno. Non aveva mai creduto alla notizia pubblicata dai giornali su Edward che tentava di salvare Peter Middleton. Edward non aveva tutto quel coraggio. Però Tonio si era sempre rifiutato di parlarne Hugh osservò Tonio mentre stringeva la mano a Micky « Come stai, Miranda? » Il tono era normale, ma il viso tradiva un senso di paura e dl ammirazione. La compagna di Tonio, April, aveva qual- che anno piú di Maisie, e un faccino scarno e affilato che la rendeva meno attraente. Hugh tornò a guardare Maisie, loquace e spiritosa. Nessuno avrebbe potuto negare che era la donna piú bella del locale. I loro occhi s'incontrarono di nuovo e Hugh ebbe la sensazione imbaraz- zante che la ragazza leggesse nei suoi pensieri. Cercò disperatamente qualcosa da dire, e infine sbottò: <~ Ha sempre vissuto a Londra, si- gnorina Robinson? » <~ Sono qui solo da tre giorni » rispose lei. Forse era banale, pensò Hugh, ma almeno avevano awiato un di- scorso. « Cosí di recente? » commentò. « Dov'è stata prima? » « Ho viaggiato » rispose lei, e si voltò a parlare con Solly Questo sembrò porre fine alla conversazione, ma April provò pe- na per Hugh e spiegò: ~< Maisie è stata in un circo per quattro anni » « Santo Cielo! E che cosa ci faceva? » Maisie si rivolse di nuovo a lui. « La cavallerizza. Stavo in piedi sulla groppa dei cavalli, saltavo dall'uno all'altro e cose del genere » « Come ha deciso di intraprendere quel tipo di attività? » do- mandò Hugh. Lei esitò per un attimo, e nei suoi occhi apparve un lampo minac- ClOSO. « E andata cosí » disse infine. « Mio padre lavorava alla To- bias Pilaster & Co. E suo padre lo derubò della paga. A quel tempo la mamma era malata. Senza quei soldi, la scelta era tra far morire lei di malattia o me di fame. Perciò me ne andai di casa. Avevo undi- ci anni. » Hugh arrossí violentemente. « Non credo che mio padre abbia de- rubato nessuno >> disse. << E, se lei aveva undici anni, non era certo in grado di capire cos'era successo. Suo padre avrebbe fatto meglio a non avere figli se non poteva permettersi di mantenerli. » « Invece poteva! » esplose Maisie. « Lavorava come uno schiavo... e VO1 gll avete rubato i soldi! » « Mio padre ha fatto bancarotta, ma non ha mai rubato. » « Non fa differenza, quando si è dei falliti! » « Fa differenza, e lei è un'insolente a dire che è la stessa cosa. » Hugh sapeva che avrebbe dovuto fermarsi, ma era fuorl dl se. « Fin da quando avevo tredici anni ho dovuto ascoltare la famiglia Pilaster che denigrava mio padre, ma non accetto giudlzi da un'acrobata d circo. » Maisie si alzò con gli occhi che lampeggiavano come smerald Per un attimo Hugh credette che volesse schiaffegglarlo. Invece lel disse: « Balliamo, Solly. Forse quel tuo amico cosí scortese non Ci sarà piú quando la musica sarà finita ». IL DIVERBIO tra Hugh e la ragazza fece sciogliere la compagnia. Solly e Maisie si appartarono, e gli altri decisero dl andare al com- battimenti degli animali. Era un'attività illega]e, ma Mlcky Miranda conosceva una mezza dozzina di locali in cui si pratlcava quel tlpO d intrattenimento. Era buio quando uscirono da The Argyll Rooms e s'inoltrarono nel quartiere di Londra noto come Babylon. Lí, a rlspettosa dlstanza dagli aristocratici palazzi di Mayfair, c'era un dedalo di stradine de- dicate al gioco d'azzardo, agli sport sanguinari, alle fumerle d'opplo e alla prostituzione. Micky guidò gli amici in un vicolo angusto. Assicuratosi che gli altri lo stavano seguendo, entrò in uno squallido pub, passò oltre il bar e usci dalla porta posteriore. Attraversò un corhle e aprí la porta di una baracca di legno fatiscente. Un uomo dalla faccla sporca, ve- stito di una palandrana bisunta, volle quattro penny come prezzo d'ingresso. Edward glieli diede e il gruppo entrò. Il locale era ben illuminato, I'aria densa di fumo. Una quarantina di uomini e qualche donna stavano in piedi intorno a una buca clrco- lare. Alcuni avevano dei cani in braccio o legati alle gambe delle se- die. Micky indicò un tipo barbuto che teneva alla catena un cane con la museruola. Era un animale tozzo e muscoloso, con la testa grossa e la mandibola possente. « Fra poco tocca a lui » dlsse. Edward andò a comprare delle bibite da una donna che girava con un vassoio. Ignorando Hugh e April, Micky si voltò verso Tomo e gli parlò in spagnolo. « Che cosa fai attualmente? » « Sono segretario del ministro plenipotenziano di Cordova qui a Londra. » « Davvero? » Micky era stupito. « E com'è il lavoro? » « Rispondo alle richieste delle ditte inglesi che vogliono lavorare con il nostro paese. » Tonio abbassò la voce con aria da cospiratore. « Non dirlo ad anima viva, ma di solito non devo scrivere piú dl due o tre lettere al giorno. » « E ti pagano? » Molti diplomatici erano ricchi di famiglia e lavo- ravano gratuitamente. « No. Però ho una camera nella residenza del ministro e tutti i pa- sti gratis, piú un assegno per i vestiti. Pagano anche la mia iscrizione al club. » Micky provò invidia. Era esattamente il tipo di lavoro che gli sa- rebbe piaciuto. Si domandò se non fosse possibile fare le scarpe a Tonio. Edward tornò con cinque bicchierini di brandy che distribuí agli amici. Micky mandò giú in un sorso il liquore forte e aspro All'improvviso il cane ringhiò e si mise a girare freneticamente ti- rando la catena. Micky si guardò attorno e vide due uomini che si awicinavano con una gabbia piena di topi enormi. I ratti erano anco- ra plU frenetici del cane; saltellavano e si ammucchiavano uno sul- I'altro squittendo per il terrore. Hugh non aveva mai visto dei topi cosí giganteschi. Tonio s'informò sul meccanismo delle scommesse « Puoi scommettere sul cane o sui topi » spiegò Edward, « e se credi che vinceranno i topi, puoi pronosticare quanti saranno ancora vivi quando il cane morirà. » L'uomo sudicio stava annunciando le quote e riscuoteva i soldi dando in cambio dei foglietti su cui scriveva le cifre con una matita Edward puntò una sterlina sul cane, e Micky uno scellino sulla so- prawlvenza di sei topi offer~a alla quota di cinque a uno Notò che Hugh si rifiutava di scommettere, da quel tipo noioso che era. Il pozzo, illuminato da alcune candele, era profondo un metro e venti centimetri e circondato da una barriera di legno della stessa al- tezza. Il cane fu liberato dalla museruola e introdotto nel pozzo at- traverso uno sportello di legno. Gli addestratori di topi sollevarono la gabbia Seguí un momento di attesa silenziosa. All'lmprovviso Tonio disse: « Dieci ghinee sul cane » Micky era meravigliato. Tonio gli aveva confessato che doveva an- darci piano con le spese. Perché faceva una puntata che non poteva permettersi . L'allibratore esitò. Era una scommessa troppo forte anche per lui. Poi scarabocchiò qualcosa su una strisciolina di carta, la diede a To- nio e intascò il denaro Gli addestratori fecero dondolare la gabbia, aprirono uno sportelli- no a cemiera e sei dozzine di topi furono scagliati nell'arena. April urlò per il ribrezzo, e Micky si mise a ridere. Il cane si mise alPopera con concentrazione micidiale Afferrava un topo dopo l'altro, gli spezzava il collo con uno scatto delle ma- scelle enormi e lo lasciava cadere per affrontare subito il successivo. L'odore del sangue era nauseabondo. Tutti i cani nella stanza abbala- vano come impazziti, e gli spettatori contribuivano a quella baraon- da: le donne strillavano, inorridite per quel carnalo, e gh uomml grl- davano incitamenti. Micky rideva a crepapelle. Per qualche secondo il cane ebbe la megho e uccise plU di dodici avversari. Poi i topi si raggrupparono tutti insieme, come obbedendo a un segnale. e cominciarono a lanciarsi contro il cane mordendogll le zampe e il mozzicone di coda. Qualcuno gli salí sulla schlena e gli morsicò il collo e gli orecchn Il cane continuava a girare in tondo e, sempre plU stordito, ag- guantava i ratti l'uno dopo l'altro~ uccidendoli. Però ce n'erano sem- pre troppi. Quando ebbe eliminato una buona metà degli avversan, cominciò ad avvertire la stanchczza. Adesso diventa mteressante" pensò Micky. I topi sentirono che il cane era aff`aticato e divennero piú audaci. Quando il grosso animale aveva un ratto tra le faucl, un altro gll sal- tava alla gola e altri ancora lo attaccavano da dietro. Il cane ll pren- deva stancamente in bocca spezzava loro la schiena e altrettanto stancamente li lasciava cadcre sul pavimento insangumato. Non po- teva piú resistere a lungo. Infine Ic zampc gli cedettero e chinò la te- sta a terra. esanime. Micky fece la conta: restavano VIVI sei tOpi. Guardò i compagni. Hugh aveva l'aria soft`erente. « Un po' troppo forte per il tuo stomaco~ eh'? >~ lo St-lZZiCO E~d~ard. « 11 cane e i topi agiscono scmplicemente secondo natura » rispo- se lui. « Sono gli uomini che mi disgustano. » Gli occhi di April scintillavano vedendo che Tonio poteva permet- tersi di perdere dieci ghinec per una scommessa. Mlcky osservò con maggior attenzione l'amico e scorse sul suo viso un'ombra di pam- co. "Non credo che possa sprecare simili somme al giOCo" pensò. Riscosse la propria vincita dall'allibratore: cinque scellini. Quella sera aveva guadagnato. Però aveva la sensazione che ciò che aveva appreso su Tonio valesse molto dl plU. Luglio. DA PICCOLO, Hugh credeva chc la Banca Pilaster fosse proprietà degli uscieri. In realtà quei dipcndenti erano umili commessi, ma indossavano impeccabili divise con catcnc d argento e agli occhi di un bambino, la ponderosa dignità con cui si muovevano nei saloni della banca li faceva apparire come I persona ~ i piú importanti. Quando aveva dieci anni, Hugh era stato accompagnato in banca per la pnma volta da suo nonno, fratello del vecchio Seth. Il salone dalle pareti di marmo a pianterreno era come una chiesa: immenso silenzioso e carico di mistero. Adesso il mistero non c'era piú Hugh sapeva che gli spessi libri mastri rilegati in cuoio su cui doveva lavo- rare non erano testi arcani, ma soltanto elenchi di operazioni com- merciali; aveva le dita indolenzite a forza di scrivere su quelle pagi- ne. Un titolo di credito non era piú una formula magica, bensí un prosalco lmpegno a pagare un certo importo in una data futura. Scontare, che al suo orecchio di bambino suonava come contare a ri- troso, risultò essere la procedura di comperare titoli di credito a un prezzo leggermente inferiore al loro valore nominale, conservarli fi- no a una certa data e poi incassarli realizzando un modesto profitto. Hugh era assistente di Jonas Mulberry, il capo contabile. Mul- berry, un uomo sulla quarantina, calvo, era buono ma un poco arci- gno. Era sempre disponibile per dare spiegazioni a Hugh, ma anche pronto a nmproverarlo per la minima negligenza. Quella mattina aveva chiesto al giovane di fare un rendiconto del- I'emissione per il prestito russo. La banca stava raccogliendo un fi- nanziamento di due mllioni di sterline per quel governo. Aveva emesso obbligazioni da cento sterline che fruttavano un interesse an- nuo di cinque sterline, però vendeva quei titoli a novantatré sterline pertanto l'interesse effettivo era superiore. La maggior parte dei tito- 1i era stata sottoscritta da altre banche, a cui si dovevano sommare le nchleste private. Quel lavoro occupò quasi tutta la giornata. Quando Hugh scrisse le clfre dell'ultima colonna mancavano pochi minuti alle quattro del pomeriggio. Erano rimaste invendute obbligazioni per poco piú di centomlla sterline. I soci sarebbero stati delusi Hugh annotò il conteggio finale su un fogiio immacolato e partí alla ricerca di Mulberry. Ormai nel grande salone regnava il silenzio: non restavano che pochi clienti in piedi di fronte al lungo banco luci- do. La Pilaster non aveva molti conti privati. Era una banca d'affari prestava denaro agli operatori per finanziare le loro iniziative Però tUttl i membri della famiglia avevano un conto presso la banca, e questo privilegio era stato esteso anche a un piccolo numero di clien- ti molto facoltosi. Hugh ne individuò uno: sir John Cammel. Il baro- netto ncavava ingenti profitti dalle miniere di carbone nelle sue terre dello Yorkshire. Hugh vide che camminava avanti e indietro con aria impazlente. « Spero che qualcuno si stia occupando di lei, sir John » disse « Invece no, ragazzo. Non lavora nessuno in questa banca? » Hugh si guardò attorno e decise di prendere l'iniziativa. ~< Venga al piano di sopra, signore, nella sala dei soci. Sono certo che saranno felici di vederla. » Lo guidò su per le scale. I soci lavoravano tutti insieme nello stes- so locale. La sala era arredata con numerosi divani rlvestlti m pelle e scaffali pieni di libri. Dai ritratti alle paretl, gli antenati Pllaster sor- vegliavano da sopra i nasi a becco l'attività dei loro dlscendentn La sala era deserta. <~ Uno di loro sarà qui tra poco » disse Hugh. « Posso offrirle, intanto, un bicchiere di Madera? » Andò all'arma- dietto e versò una generosa dose in un calice, mentre slr John Sl Sl- stemava in una poltrona. « A proposito, io sono Hugh Pilaster. » « Davvero'? » Sir John si raddolcí un poco nello scoprire che stava parlando con un membro della famiglia, e non con un plCCO1O Imple- ato qualunque. <~ E stato a Windfield'? » « Sí, signore contemporaneamente a suo figlio Albert. Non l'ho piú visto da... da allora. » « E andato a vivere in Africa, nella Colonia del Capo. Alleva ca- Albert Cammel si trovava allo stagno in quel giorno fatale del 1866. Hugh non aveva mai sentito la sua verslone dl come Peter Middleton era morto annegato. « Mi piacerebbe scrivergli » dlsse. « Immagino che sarà lieto di ricevere una lettera da un vecchio compagno di scuola. Le annoto l'indirizzo. » Sir John si avvlcmo al tavolo, intinse la punta della penna d'oca nel calamalo e scrlsse rapl- damente l'indirizzo su un foglio. « Ecco qua. » « Grazie » Hugh constatò soddisfatto che sir John si era rabboni- to. « C'è qualcosa che posso fare per lei mentre aspetta'? » « Forse può occuparsi di questo. » Estrasse un assegno dalla tasca. Hugh lo esaminò. L'importo era di centodiecimila sterline. « Ho ap- pena venduto una miniera di carbone » spiegò sir John. « Lo verserò sul suo conto. » « Com'è l'interesse? » « Attualmente, il quattro per cento. » « Va bene, suppongo. » Hugh esitò. Se sir John si fosse lasciato convincere ad acquistare titoli russi, la sottoscrizione del prestito sarebbe stata ampiamente coperta. Doveva parlargliene'? Aveva già travalicato le proprie com- petenze portando un ospite nella sala dei soci. Decise di correre il ri- schio. « Potrebbe ricavare il cinque e ottantacinque acquistando titoli del prestito russo. » Sir John strinse le palpebre. « Sono sicuri'? » « Sicuri auanto il governo russo. » Poi si accorse che poteva sem- brare troppo interessato e fece marcia indietro. « Comunque deposi- tero questo assegno sul suo conto. Riguardo al prestito, potrà parlar- ne con uno dei miei zii. » « D'accordo, giovane Pilaster. Vada pure. » Hugh uscí e trovò Samuel nel salone. Era elegante e azzimato, in finanzlera grigio argento e cravatta di seta blu scuro. « Sir John Cammel è nella sala dei soci, zio » disse Hugh. « L'ho trovato nel salone, aveva l'aria piuttosto irritata, perciò gli ho offerto un bicchie- re di Madera... spero di aver fatto bene. » « Certo » rispose Samuel. « Vado subito a occuparmi di lui. » « Ha portato questo assegno di centodiecimila sterline e mi sono permesso dl menzlonargh i titoli russi. » Samuel alzo le sopracciglia. « Un po' precoce da parte tua. Ma non e una cattiva idea. » Hugh scese nel salone, prese il libro del conto di sir John e regi- strò 11 versamento, poi portò l'assegno al cassiere. Fatto questo, andò nell'ufflclo dl Mulberry, consegnò il conteggio del prestito russo e tornò a sedersi al proprio tavolo. Poco dopo Samuel entrò e diede alcune carte a Mulberry. « Sir John ha acquistato le obbligazioni » disse a Hugh. « Bel lavoro » Quando Samuel fu uscito, il capo contabile si rivolse a Hugh. « E stato lel a conslghare a sir John Cammel l'acquisto dei titoli russi~ » « Gliene ho solo parlato » rispose Hugh. « Bene, bene » disse Mulberry. « Bene, bene. » ERA UN SOLEGGIATO pomeriggio di domenica, e tutti i londinesi si erano messi l'abito della festa ed erano usciti a passeggiare. Maisie Robinson e April Tisley camminavano in Piccadilly cercando di ac- calappiare qualche uomo, e guardavano i palazzi dei ricchi. Dividevano una camera in una catapecchia di Carnaby Street Si alzavano verso mezzogiorno, si vestivano con cura e uscivano. Prima di sera in genere avevano trovato un paio di uomini disposti a invi- tarle a cena; in caso contrario, si tenevano la fame. Quando era ora di pagare l'affltto, April chiedeva un "prestito" a uno dei suoi amici. Malsie indossava sempre lo stesso vestito e si lavava la biancheria ogni sera. Prima o poi, sperava, uno degli uomini che la invitavano a cena avrebbe declso di sposarla o di prenderla come amante fissa « Dove slete andati, dopo che ho detto il fatto suo a quel ragazzo que tale Hugh? » domandò ad April mentre passeggiavano. « Ai combattimenti di animali. Una cosa disgustosa... Poi Tonio e 10 Cj siamo recati al Batt's Hotel. » « A giocare a carte? » Ridacchiarono insieme. « Incontrare quel Pilaster ha evocato brutti ricordi » sospiro Mai- sie. « Mio fratello e io abbiamo dovuto lasciare la nostra casa per colpa loro. » « E cosa hai fatto'? Hai lavorato subito ne circo. » « No. » Maisie ebbc una stretta al cuore nel ricordare quanto Sj era sentita sola e attcrrita. « Mio fratello si era imbarcato clandestl- namente su una na~e diretta a Boston. Da allora non I ho plU vlsto né sentito. lo ho dormito per una settimana in una discarica dl im- mondizie. Poi ho ragsgiunto Ne~castle a piedi~ mi sono vestlta da ra- gazzo e ho lavorato in una scudena per tre anni. » « Perché te ne sei andata' » « Perché mi sono spulltati questi » rispose Maisie scuotendosi i se- ni. « Quando il capo stalliere scoprí che ero una ragazza tento di stu- prarmi. lo lo colpii in í`accia con ¨111 frustino. e cosí ebbe fme 1l mlo lavoro Fu allora che entrai al circo. C ominclal come mozzo di stalla e infine divenni cavalleriz7a. » E~mise Ull sospiro nostalglco. « Ml piaceva~ il circo. Ma non potevo contare SU ~ma paga s1cura. E COSI eccomi qua.. » Sospirò di nuovo « Però non posso mentlre con te, April: non sono í`atta per questa vlta. " « Ma come' Sei perfetta! » protestò l amica. « Hai negli occhi quella scintilla a cui ~TIi uomini non possono resistere. Ascolta: tleni duro con Solly Greenbourne. Dàyli qualcosa dl plU ognl volta, pOI chiedigli di comprarti Ull appartamentmo a Chelsea. » Maisie sapeva che April aveva ragione~ ma ll suo animo Sl rivolta- va contro quell'idea. Non sapeva bene perché. In parte perche non Sl sentiva attratta da Solly, e in parte. paradossalmente, perché lul era cosí gentile. Non si sentiva di ingannarlo senza scrupoln Ma, pegglo di tutto, si rendeva conto che, se lo avesse fatto, avrebbe rmunclato a ogni speranza di amore vero, a un vero matrlmonlo con un uomo d cui fosse follemente innamorata. April continuò: « Tu hai un sacco di spasimanti. Pu01 permetterti di scegliere ». « Mi piaceva Hu~Th ma l'ho offeso. » « Non ha soldi. Il tuo uomo è Solly. Se te lo fai sfuggire di mano, ti ritroverai con un droghiere di mezza età che t1 terra a stecchetto e pretenderà che lavi le lenzuola. » Maisie stava rimuginando su quella prospettiva quando giunsero in fondo a Piccadilly e svoltarono in Mayfair. Pol, mentre passavano davanti a una grande scuderia di carrozze e cavalli da nolo, Maisle si fermò ad accarezzare un imponente stallone sauro. Il cavallo stroflno il muso contro la sua mano. Una voce maschile disse: « Di solito Redboy non permette agli estranei di toccarlo ». Maisie si voltò e vide un uomo di mezza età con un gilé giallo. Sornse. « Non tl do fastldio, vero, Redboy? » « Non credo che saprebbe cavalcarlo, però » « Oh, sí! Senza sella, e anche in piedi sulla groppa. E suo? » L'uomo fece un mchmo e si presentò: « George Sammles, proprie- tano della baracca, al suo servizio ». Indicò il nome sulla porta. « Senza esagerazlone, signor Sammles » rispose Maisie, « io sono in grado di montare qualunque cavallo della sua scuderia. » « Dice sul seno? » ribatté l'uomo pensieroso. Esitò. « Le sem- brera un po' precipitoso, ma mi sto domandando se potrebbe interes- sarle una proposta d'affari. » Maisie era curiosa di sapere il seguito. « Continui. » « Vede, Redboy è in vendita » cominciò a dire Sammles. « Però non Sl vendono cavalli tenendoli nei box. Invece, se lei lo montasse nel parco per un'ora o due, bella com'è - se posso permettermi que- sto apprezzamento non mancherebbe di richiamare l'attenzione. Prima o po~ qualcuno le chiederebbe quanto vuole per il cavallo » « E a quel punto io risponderei: "Vada a parlarne con il signor Sammles, in Curzon Mews, perché il ronzino è suo". E questo che « Sí, solo che invece di definire Redboy un ronzino, lei potrebbe parlarne come di ¨~uno splendido esemplare della razza equina" o qualcosa di simile. Quanto vale questo lavoro per lei? » Malsle sparò una cifrz assurda. « Una sterlina al giorno. » « Troppo » rispose prontamente Sammler. « Le darò la metà. » aisle stentava a credere alla propria fortuna. Dieci scellini erano una paga favolosa: ragazze della sua età che facevano le cameriere potevano sperare al massimo di guadagnarne uno al giorno. « D'ac- cordo » rispose. « Quando comincio? » « Venga domattina alle dieci e mezzo. » AL DIRETTORE responsabile del Times: Egregio direttore, verso le undici e me-~zo di ogni mattina, in Hvde Park, si nota un intasamento di carroz-e cosí imponente che il traffico rimane bloccato per circa un'ora. Ne è responsabile una signora, di cui non Sl conosce il nome, ma che gli uon1ini chiamano la "Leones- sa, sicuramente per il colore h~lvo delle sue chiome E una crea- tura affascinante, capace di montare cavalli che metterebbero in di~fficoltà molti uomini. La fama della sua bellezza e della sua au- dacia di cavalleri- a è tale che tutta Londra si trasferisce nel par- co verso l'ora in Clli .ii prevede il suo arrivo. Dopo di che tutti si accorgono di non potersi piu muovere. I~lon potrebbe lei, signore, convincere que.ita "Leonessa" a desistere, in modo che il parco ritrovi il suo decoro usuale:' Un lettore Quella lettera doveva essere uno scherzo, pensò Hugh posando il giornale sul tavolo. Però la Leonessa era reale, aveva sentito gli im- piegati della banca che ne parlavano. Era perplesso. Guardò il parco attraverso le finestre della casa di sua zia. Il sole splendeva, ed era un giorno festivo. Hugh decise che tanto valeva andare a vedere di persona a cos'era dovuta tutta quell'agitazione. Anche la zia Augusta aveva in programma di andare al parco. La sua carrozza era parcheggiata davanti alla casa. Si recava in Hyde Park a quell'ora quasi ogni mattina, come usavano fare tutte le don- ne e gli sfaccendati dell'alta società. Era un posto in cui vedere gen- te e farsi vedere. Il vero motivo della congestione del traffico era l'abitudine dei visitatori di fermare le carrozze per chiacchierare con i passeggeri delle altre vetture. Hugh udí la voce della zia. Si alzò dal tavolo della colazione e raggiunse l'ingresso. Augusta era vestita con grande eleganza, come sempre. Quel giorno indossava un abito rosso scuro con giacca attil- lata e metri di volant sulla gonna. Stava discutendo con lo zio Jo- seph, il quale aveva quell'aria imbarazzata che assumeva spesso quando la moglie gli parlava. Hugh avrebbe voluto sapere se esisteva dell'affetto, tra quei due. Forse una volta c'era stato, concluse. Augusta continuò a parlare come se Hugh non ci fosse, e anche questo era abituale. « Tutta la famiglia è preoccupata » stava dicendo in tono insistente. « Potrebbe nascere uno scandalo. » « Ma la situazione comunque sia, dura da anni, e nessuno l'ha mai considerata scandalosa. » « Perché Samuel non è il socio dirigente. Una persona qualsiasi può fare molte cose senza richiamare l'attenzione. Viceversa il socio dirigente della Banca Pilaster è un personaggio pubblico. » « Be', non è detto che ci sia questa gran fretta. Seth è ancora vivo e ha tutta l'aria di voler resistere ancora a lungo. » « Lo so » rispose Augusta, e nella sua voce c'era un'eloquente sfumatura di frustrazione, « ma prima o poi dovrà cedere le redini. Devi fare capire a Samuel che, se non si mette da parte, Seth dovrà essere informato dei fatti. » Hugh non poteva fare a meno di ammirare l'assenza di scrupoli di Augusta. Stava mandando un chiaro messaggio: "Cacciate via il se- gretario, altrimenti informeremo Seth del fatto che suo figlio ha, in qualche modo, una relazione omosessuale". In verità, a lei non importava un accidente di Samuel e del suo se- gretario. Voleva solo metterlo nell'impossibilità di diventare socio dlrlgente, m modo che 11 manto del potere si posasse sulle spalle di suo marito. Hugh si domandò quanto suo zio si rendesse conto di quella manovra. Joseph rispose con un certo imbarazzo: « Preferirei risolvere il problema senza ricorrere a iniziative drastiche ». Augusta abbassò la voce a un mormorio confidenziale. Ogni volta che lo faceva, Hugh la trovava palesemente insincera, simile a un drago che fa le fusa. « Sono certa che troverai il modo. Vieni con me al parco, oggi? Mi piacerebbe tanto avere la tua compagnia » Joseph scosse il capo. « Devo andare in banca. » Si rivolse a Hu- gh. « Va' tu con la zia, ha bisogno di un cavaliere. » Detto questo, si mise il cappello e uscí. Hugh non aveva alcun desiderio di andare con Augusta, ma era curioso di vedere la Leonessa, perciò non ribatté. Comparve anche Clementine, la figlia di Augusta, vestita per uscire. Aveva vent'anni e somigliava alla madre, ma mentre quest'ul- tima era Imperiosa, Clementine era subdola. Uscirono insieme. Il valletto li aiutò a salire in vettura. Le signore si accomodarono sul sedile fronte-marcia, e Hugh prese posto davan- ti a loro. Madre e figlia aprirono i parasoli, il cocchiere fece sibilare la frusta e la carrozza si mosse. Pochi minuti dopo erano nel viale che attraversava il parco. Era proprio affollato come scriveva l'autore della lettera al Times. C'era- no centinaia di cavalieri con cappello a cilindro, signore che cavalca- vano all'amazzone, bambini in groppa ai loro pony, coppie a piedi e un'mfinita d1 cani. Una carrozza si accostò alla loro, e Hugh vide che si trattava di sua zia Madeleine Hartshorn. Le due vetture si fermarono e le signo- re si scambiarono i convenevoli. Augusta disse alla cognata: « Sali con noi, Madeleine, vorrei parlarti ». I1 valletto aiutò la signora Hartshorn a scendere dalla sua carrozza e a salire su quella di Augusta, che riparti. « Minacciano di informare Seth a proposito del segretario di Sa- muel » attaccò Augusta. « Oh, no! » esclamò Madeleine. « Non devono farlo! » « Ne ho parlato a Joseph, ma non intendono fermarsi. » Il tono sinceramente preoccupato di Augusta lasciò Hugh senza fiato. Come poteva mentire in modo cosi convincente? La carrozza rallentò sino a fermarsi. C'era un ingorgo, poco plU avanti. All'improvviso, da quella confusione sbucò una piccola vet- tura tirata da una coppia di pony. Era guidata da una donna. « E la Leonessa! » squitti Clementine. Hugh guardò la donna seduta a cassetta e, con grande meraviglia, la riconobbe. Era Maisie Robinson. La ragazza fece schioccare la frusta e i pony accelerarono l'anda tura. Indossava un abito marrone di lana merino, con balze di seta e una cravatta a farfalla. In testa aveva un impertinente cappellino a ci- lindro con la tesa arricciata e un nastro di organza. Hugh ribolliva ancora di collera al pensiero di ciò che la ragazza aveva detto di suo padre. Tuttavia quella piccola figura che guidava la canrozza emanava un fascino irresistibile. Dunque la Leonessa era Maisie Robinson! Ma come mai dispone- va, cosí all'improvviso, di carrozze e cavalli? Era diventata ricca? Che cosa c'era sotto? Mentre Hugh continuava a stupirsi, ci fu un incidente. Un puro- sangue nervoso passò al trotto vicino alla carrozza di Augusta e fu spaventato da un piccolo terrier che abbaiava. S'impennò e il cava- liere cadde proprio davanti alla vettura di Maisie. Lei scartò bruscamente, dimostrando un formidabile controllo dei cavalli e del veicolo. La deviazione la portò di traverso sulla strada, quasi a bloccare la carrozza di Augusta, il cui cocchiere tirò Fronta- mente le redini lanciando un'imprecazione. Tutti guardarono 1l cava- liere caduto, che sembrava illeso. L'uomo si alzò in piedi, si rassettò i vestiti e se ne andò borbottando a riprendere il suo cavallo. Maisie si voltò e riconobbe Hugh. « Hugh Pilaster, questa sí che è una sorpresa! » gridò. Lui arrossí. « Buongiorno » disse, e si rese conto di avere com- messo una grave infrazione all'etichetta. Non avrebbe dovuto saluta- re Maisie davanti alle zie, dato che non poteva presentare loro una persona del genere. Comunque lei non fece alcun tentativo di rivolgere la parola alle signore. « Le piacciono questi pony? » domandò a Hugh. « Sono in vendita. » Lui era completamente sconvolto da quella donna bellissima e sorprendente. « Sono splendidi » rispose senza guardarli. Augusta ordinò in tono gelido: « Hugh, dí a quella persona di la- sciarci passare! » Maisie la guardò per la prima volta. « Chiudi quella boccaccia, vecchia gallina » disse senza alzare la voce. Clementine ansimò e zia Madeleine lanciò un gridolino di orrore. Hugh rimase a bocca aperta. I vestiti eleganti di Maisie e il suo ricco equipaggio gli avevano fatto facilmente dimenticare che era una ra- gazza dei bassifondi. Le sue parole erano state cosí straordinaria- mente volgari che per un attimo Augusta fu troppo sbalordita per ri- spondere, e Maisie non gliene diede il tempo. Rivolta a Hugh, gli raccomandò ancora: « Dica a suo cugino Edward che farebbe un ot- timo affare a comprare i miei pony! » COLONIA DFL CAPO, SUDAFRICA 14 luglio 1873. Caro Hugh sono stato molto lieto di avere tue noti-ie! Qui sianzo piuííosto isolati e non puoi immaginare ~/uale gioia si prova nel ricevere una lettera lunga e partico/a7eggiata dalla madrepatrla. Mia mo- glie ha trovato molto dil!ertente l'episodio della Leonessa. Sono contento che tu nli abhia chiesto della morte di Peter Middleton. Non ho nlai sniesso di sentirmi in colpa. Non ho vera- mente assistito alla mo7 te del pove70 raga- o ma ho visto abba- stanza per indovinare il re.sto. Tuo CUgi710 Ed~l ard era per usal e la tua descrizione pittoresca piu mal cio a'i un gatto in put7-efà-ione. Tu ril(scisti a portar fi(ori dall 'acqua la maggior parte dei tuoi indl(menti e a tagliare la cor- da ma Peter e Tonio non fi(rono cosí veloci. Io ero dall'altra par- te dello stagno e credo che Edward e Micky non si fossero neppu- re accorti della 771ia presenza. O fòrse non mi riconobbero. Co- munql(e sia non nli parlarono mai dell 'incidente. Sta di fatto che dopo che tu te ne andasti di corsa Edward si mise a tormenta7e il pove7-0 Middleton spingendogli la testa sott'acqua e spru= a7ldolo in viso mentre il poveretto si agitava per ricupera7e i vestiti. Vidi che la sih(azione stava sfuggendo a ogni controllo per~j fui temo un vero codardo. ~vrei dovuto cor- rere a difèndere Pete7 ma non me la sentivo di affrontare Edward e Mickv Mll andcl noll esito a confessare che ero spaventato. Af- ferral la mla r oba e sgu.sciai via. Dal bordo dello stagllo nli vo/tili a guardare la scena. Tonio si stava arran7l7icalldo sulla r iva con in mano i vestiti bagnati Edward stava nuotal7do per inseguil-lo. lasciando Peter ad anna- spare in me-=o all'acqua. Ero convinto che stesse bene ma evi- dentemente n7i .sba~/ial o. Dove~a essere allo stremo delle forze Mentre Ed~tar d insegui~a Tonio. e Mickv stava a guardarli Peter affogò sen=a che nessul70 .se ne accorgesse. Quando vel7lle li~ori ~/uell 'or r ibile storia non ebbi mai ilfegato di andare a dire c/7e al e- o ~ isto tutto. Non è una cosa di cui me- nare vanto //Ug/1, pe/(j Illi sellto un po' nzeglio ora che ho f nal- mente raccolltato la l el ità... Hugh poso la lcttera. Spiegava piú di quanto Cammel immaginas- se, ma lasclava ancora degli interrogativi. Chiariva il modo in cui Micky Miranda si era insinuato nella fa- miglia Pilaster. Senza dubbio Micky aveva detto ad Augusta che Edward aveva praticamente ucciso Peter, però al processo aveva rac- contato come Edward a~ esse tentato di salvare il compagno che sta- va annegando. Con quella falsa deposizione, aveva allontanato la vergogna incombente sul capo dei Pilaster. Augusta doveva essersi sentita enormemente riconoscente, e forse altrettanto timorosa che Micky potesse un giorno mettersi contro di loro e rivelare la verità. Quelle considerazioni fecero venire a Hugh una gelida fitta alla boc- ca dello stomaco. Però c'era ancora un enigma. Lui sapeva di Peter Middleton qual- cosa che quasi tutti ignoravano. Peter era un ragazzo di costituzione debole, e i compagni lo trattavano come un rammollito Per reagire aveva intrapreso un programma di educazione fisica, e il suo eserci- zio principale era il nuoto. Passava ore e ore in quello stagno nuotan- do avanti e mdietro, nel tentativo di diventare piú robusto. Pertanto nell'acqua si muoveva come un pesce; era capace di nuotare verso il fondo e trattenere il respiro per diversi secondi. Ci sarebbe voluto ben altro che Edward Pilaster per affogarlo. Ma allora, perché era morto? Hugh era certo che Albert Cammel aveva detto la verità, fin dove la conosceva. Però in quel caldo pomeriggio doveva essere successo qualcos'altro, allo stagno. Un banale scherzo, anche se un po' pesan- te, non poteva aver ucciso Peter. La sua morte era dovuta a un gesto deliberato. Era stato un omicidio. Hugh ebbe un brivido. In quello stagno erano rimaste solo tre per- sone: Edward, Micky e Peter. Peter era stato assassinato da Edward o da Micky. O forse da entrambi. AUGUSTA era già scontenta del suo nuovo arredamento. Il salotto era pieno di paraventi orientali, di ventagli giapponesi e di vasi in mobiletti di lacca neri. Però l'insieme non le sembrava abbastanza esclusivo. Il salotto era il locale in cui Augusta teneva corte tutti i giorni fe- riali all'ora del tè. Di solito le donne arrivavano per prime: sua figlia Clementine, le cognate Madeleine e Beatrice. Quest'ultima era la moglie di William, fratello di Joseph, che tutti chiamavano "il giova- ne William" perché era nato ventitré anni dopo Joseph. I soci arriva- vano dalla banca verso le cinque: Joseph, il vecchio Seth, George Hartshorn, il marito di Madeleine, qualche volta Samuel. Se il lavoro lo permetteva, venivano anche Edward e Hugh. L'unico ospite assi- duo che non apparteneva alla famiglia era Micky Miranda. Durante queste riunioni Augusta si interessava degli affari della banca. Un pomeriggio di fine luglio, pochi minuti dopo le quattro, Augu- sta se ne stava in salotto a guardare con aria scontenta i SUO1 mobili, quando Samuel entrò. Sembrava in collera, addirittura fuori di sé, tanto che Augusta ne fu allarmata. Si rese conto che da due mesi sta- va cospirando per rovinarlo, e che parecchia gente era stata assassi- nata per molto meno. Samuel non le strinse la mano. Restò dritto davanti a lei, nella sua finanziera grigio perla. Emanava un leggero profumo di acqua di co- lonia. « Ti disprezzo » le disse con rabb1a contenuta. Augusta non era tipo da lasciarsi intimidire. « Sei venuto a dirmi che sei disposto ad abbandonare la tua vita dissoluta? >~ lo apostrofò con voce squillante. « La mia vita dissoluta... ~ ripeté lui. « Tu vuoi distruggere la mia esistenza e quella di mio padre, soltanto per la tua sfrenata ambizio- ne, e vieni a parlare a me di vita dissoluta! « Sono solo preoccupata per la banca » replicò lei freddamente. « E questa la scusa per ricattarmi? ~ Samuel andò alla finestra e guardò il giardino. « Non mi angustio per me ~ aggiunse. « Ammet- to che mi piacerebbe diventare socio dirigente, e sarei all'altezza del compito. Invece Joseph non lo è. Ha un cattivo carattere, è impulsivo e prende sempre le decisioni peggiori. Con il tempo, finirà per rovi- nare la banca. ~ Per un momento Augusta si domandò se non avesse ragione. Però non c'era nulla di molto difficile in ciò che facevano i soci: presta- vano soldi alla gente e riscuotevano gli interessi. Joseph poteva far- Io bene quanto chiunque altro. « Voi uomini cercate sempre di dare a intendere che l'attività bancaria è complessa e misteriosa ~ disse, « ma io non la bevo. ~ « Conti veramente di andare da mio padre, come hai minacciato di fare? ~ Lei esitò, ma solo per un attimo. « Non c'è alternativa. » Samuel la fissò a lungo, poi, in tono disgustato, ribatté: « E va be- ne. Sebbene desideri prendere il posto di mio padre, quando si riti- rerà, posso anche vivere senza. Lo comunicherò agli altri. Ma ricor- da » proseguí con voce dura, « tutti abbiamo dei segreti. Un giorno qualcuno userà i tuoi contro di te, e tu ti ricorderai di ciò che mi hai fatto. ~ Augusta era disorientata. A che cosa alludeva? « Non ho segreti di CU1 vergognarmi » rispose. « Dawero? ~ Samuel le lanciò uno sguardo strano. « Ieri è venuto a trovarmi un giovane avvocato, un certo David Middleton. ~ Di colpo lei si sentí gelare. Middleton: il cognome del ragazzo morto annegato. Il cognato aggiunse: « David Middleton è convinto che suo fratel- lo Peter sia stato assassinato... da Edward ~n Augusta aveva un bisogno disperato di sedersi, ma non volle dare a Samuel la soddisfazione di vederla scossa. « E perché mai si agita tanto, dopo sette anni? ~> « Middleton mi ha spiegato che non ha fatto nulla per non aumen- tare la sofferenza dei genitori. Sua madre, infatti, è morta di crepa- cuore poco dopo l'incidente, e suo padre è deceduto quest'anno. » « Per quale motivo è venuto da te e non da me? » « Perché è socio del mio club. Ha riletto i documenti dell'inchie- sta e dice che diversi testimoni oculari non furono mai invitati a de- porre. Non lascerà cadere la faccenda. » Samuel si diresse alla porta « Non mi fermo per il tè. Buonasera, Augusta. >~ LCi Sj abbandonò pesantemente sul divano. Non aveva previsto quella eventualità. Un vecchio episodio che avrebbe dovuto essere completamente dimenticato... Aveva una grande paura per Edward. Hastead, il maggiordomo, entrò seguito da due cameriere che por- tavano vassoi con teiere e dolci. « Con il suo permesso, signora. » Al cenno affermativo di lei, i domestici sistemarono le tazze. Certe vol- te i modi servili di Hastead rasserenavano Augusta, ma non quel po- meriggio. Si alzò e andò ad aprire le porte-finestre. Nemmeno la vi- sta del giardino sotto il sole la fece sentire meglio. Come poteva fer- mare David Middleton? Si stava ancora angustiando per quel problema, quando giunse Micky Miranda. Era seducente come sempre, m g1acca nera e calzo- ni rigati. Quando la vide sconvolta, attraversò la stanza con la grazia e la velocità di un felino, e la sua voce fu come una carezza: « Sl- gnora Pilaster, che cosa può affliggerla in questo modo? ~ Augusta fu lieta che Micky fosse stato il primo degli ospiti ad ar- rivare. Lo prese per le braccia. « E successa una cosa terr1bile. ~ Le mani del giovane si posarono sui fianchi di lei, che provò un brivido di piacere. « Mi dica tutto » le disse in tono rassicurante. Augusta si sentí piú calma. In momenti come quello le piaceva molto avere vicino Micky. Le ricordava il giovane conte di Strang, le sue maniere aggraziate, la sua eleganza, il suo modo di muoversi. Si accorse che le cameriere la guardavano, e si rese conto che era vagamente immorale che Micky se ne stesse lí tenendole le mani sulle anche. Lo prese per un braccio e lo condusse fuori, in giardino. Sedettero insieme all'ombra, su una panca di legno. Augusta parlò sottovoce, e Micky dovette chinarsi per udirla. « Samuel è venuto a dirmi che non si candiderà per la carica di socio dirigente. « Splendida notizia! ~ « Già. Equivale a dire che l'incarico passerà senza dubbio a mio marito. ~ « E mio padre potrà avere i suoi fucili. » « Sí, appena Seth si sarà ritirato. ~ « E esasperante vedere come quel vecchio tiene duro! » esclamò Micky. « Ma non è certo stato questo a sconvolgerla, vero? » « No, è quel dannato ragazzo morto nello stagno... Peter Middle- ton. Samuel mi ha detto che il fratello di Peter, un avvocato, sta svol- gendo delle indagini. Il bel viso di Micky si oscurò. « Dopo tutti questi anni? ~ « Sembra che sia stato zitto per amore dei genitori, i quali adesso, però, sono morti... » Augusta esitò. Voleva fare una domanda, ma aveva paura della risposta. « Micky, credi che sia colpa di Edward se quel ragazzo è morto? » « Be'... ~ Si fermò, poi ammise: « Sí. Peter era un nuotatore sca- dente. Edward non lo affogò, ma certamente lo sfiní. Comunque era vivo quando suo figlio lo lasciò per correre dietro a Tonio. Però era troppo mdebol1to per nuotare fino a riva, e annegò mentre nessuno badava a lw ». Augusta chiuse gli occhi. « Teddy non voleva ucciderlo. « No d1 certo. « Quindi non è omicidio. ~ « Temo di sí. Se un ladro getta a terra un uomo che vorrebbe sol- tanto derubare, e questi ha un attacco cardiaco e muore, il ladro è colpevole d1 omlcid1o anche se non intenzionale. » « Come fai a saperlo? ~ « Me lo sono fatto chiarire da un avvocato, anni fa. ~ Le prese le mani. « Dio non voglia che la tenacia di David Middleton lo porti a scoprire la verità. ~ Augusta rabbrividí pensando alle conseguenze. Ci sarebbe stato uno scandalo; avrebbero fatto intervenire la polizia, il povero Teddy sarebbe stato processato. E se lo avessero giudicato colpevole Si rese conto che era tempo di agire. Grazie a Dio, Edward aveva un vero amico in Micky. « Dobbiamo fare in modo che l'inchiesta di Middleton non porti a nulla. Quante persone conoscono la verità~ ~ « Sel » r1spose Miranda. « Lei, Edward e io siamo tre, ma non parleremo. Poi c'è Hugh... « Non era presente quando il ragazzo è morto ~ « No, però ha visto abbastanza per capire che la versione che ab- biamo fornito al coroner è falsa. Il fatto di aver mentito ci rende col- « Quindi Hugh è un problema. Chi altri? « Tonio Silva ha visto tutto. « Ma a suo tempo non disse nulla. ~ « Allora aveva troppa paura di me. Però non sono sicuro che con- E il sesto? ;~ « Non abbiamo mai saputo chi fosse. ~ Augusta ebbe un nuovo brivido di paura. Il testimone sconosciuto contrO una simlle ervientmaliin quel mOmento non potevanO fare « Quindi posslamo occuparci soitanto di due delle persone presen- ti: hugh e Tonio. Seguì un attimo di silenzio, poi Mickey disse: "Tonio ha un punto debole, è un pessimo giocatore d'azzardo. Perde più di quanto pos- sa permettersi di pagare. Nella mente di Augusta si fece strada l'idea che Micky, probabil- mente, sapeva barare. « Riusciresti a combinare una parhta? « Sí, ma potrebbe costare caro. Le1 m1 finanzierebbe? » « Quanto ti occorre? « Almeno un centinaio di sterline, temo. ~ Augusta non ebbe esitazioni. « Molto bene ~ disse. Restava Hugh. Anche il suo caso andava affrontato. Ma come? Proprio in quel momento si udirono voci nella casa: stavano arri- . ~ i qltri o~niti ner il tè. Au~usta strinse con fare cosp1ratore la VCIll ~ r- I . mano di Micky, poi rientrò insieme a lun Agosto ONDRA ERA calda e afosa, la gente anelava a una boccata di aria Lfresca e all'aperta campagna. Il primo giorno di agosto tuttl S1 re- carono alle corse a Goodwood. Partirono m treno dalla Vlctoria Sta- tion, nella zona sud di Londra. I vari ceti della società britanmca S1 rispecchiavano nei mezzi di trasporto. L'alta socleta viaggiava nel lusso ovattato dei vagoni di prima classe; i negoziantl e i maestri di scuola stavano stretti in seconda classe; gli operai e i domeshcl oc- cupavano i duri sedili di legno della terza. Maisie Robinson e April Tisley andarono alle corse con Solly Greenbourne e Tonio Silva. La loro posizione nella gerarchia sociale era dubbia. Solly e Tonio erano chiaramente da prima classe, ma Maisie e April avrebbero dovuto viaggiare in terza. Solly ricorse a un compromesso prendendo biglietti di seconda classe. Pero teneva troppo a mangiar bene per accontentarsi di un pasto comprato a un chiosco del campo corse, perciò aveva spedito in avanscoperta quat- tro domestici con un abbondante picnic a base di salmone freddo e vino bianco, il tutto tenuto in fresco nel ghiacclo. Adesso erano seduti su un soffice prato attorno a una tovaglia, e Maisie imboccava Solly. Si stava affezionando sempre di piú a quel giovane. Era allegro e gentile con tutti. Il suo unico VjZIO era la gola. Lei sapeva che avrebbe dovuto spremerlo di piú. Era da stupldl anda- re in giro con uno degli uomini piú ricchi del mondo e vivere in una misera stanzetta a Soho. Non gli aveva ancora permesso di arnvare dove voleva, ma sembrava che, quanto piú lo respingeva, tanto plU lui le si dimostrava devoto. Tuttavia Maisie non si lasciava offnre al- tro che dei fiori, e questo faceva impazzire April. Le corse cominciavano subito dopo pranzo. Un allibratore che in- dossava un vistoso abito a quadri stava in piedi su una cassa gndan- do le quote. Tonio e Solly scommisero su tutte le corse. Maisie Sl an- noiava: se non si scommetteva, ogni corsa era identica alle altre. De- cise dl guardarsl attorno. I cavalli non erano l'unica attrazione. Le colline intorno all'ippo- dromo erano affollate di tende, bancarelle e carretti. C'erano biscaz- zieri, mangiaton di fuoco, fenomeni da baraccone, zingare che leg- gevano la mano. Si vendevano gli articoli piú disparati: gin, sidro pasticci di carne, Bibbie. Organetti e bande musicali si facevano concorrenza; glocolieri e acrobati si aggiravano tra la gente. A Mai- sie ricordavano il circo. Passò davanti a un teatrino di marionette nel momento in cui il drarnma raggiungeva il culmine e la brava moglie riempiva di basto- nate l'irasclblle marito. Maisie scrutò la folla con occhio esperto e scorse un ragazzo che stava derubando un signore in redingote e ci- lindro. Tutti, tranne Maisie, stavano guardando lo spettacolo, e nes- sun altro vlde la plccola mano sudicia che si infilava nel taschino del gilé di quel gentiluomo. Maisie non aveva alcuna intenzione di intervenire. I giovanotti ric- chi e dlstratti meritavano di farsi rubare l'orologio. Però, nell'osser- vare con piú attenzione la vittima, riconobbe i capelli neri e gli oc- chl azzurn di Hugh Pilaster. Rammentò i discorsi di April, secondo CUj Hugh non aveva soldi, e dunque non poteva permettersi di perde- re l'orologio. Cosí, d'impulso, decise di salvarlo dalla sua stessa ne- gligenza. Si portò svelta dietro il gruppo degli spettatori. Il borsaiolo era un piccolo straccione dai capelli rossicci. Doveva avere undici anni l'età di Maisie quando era scappata di casa. Stava estraendo con de- licatezza la catena dell'orologio dal taschino di Hugh. Ci fu un fra- goroso scoppio di risate da parte del pubblico che seguiva lo spetta- colo, e il ladruncolo scelse quel momento per filarsela con l'orolo- glo in mano Malsie lo afferrò per un polso. « Dammelo, e io non dirò nulla » - Il piccolo ebbe un momento di esitazione, poi lasciò cadere a terra orologio Lei lo liberò dalla stretta, e il ragazzino scomparve in un Maisie raccolse l'orologio. Era d'oro, con calotta. Sul retro si leg- geva la dedica: A Tobias Pilaste7; dalla sua affezionata moglie Lydia 23 maggio 1851. Era un dono della madre di Hugh al marito. Maisié era contenta di averlo ricuperato. Toccò Hugh sulla spalla - Il giovane si voltò e i i hi i i I Si « Che or~ l Lui allungò automaticamente la mano verso l'orologio e trovò il taschino vuoto. « Che strano... » Si guardò attorno per vedere se per caso gli fosse caduto. Lei gli mise l'orcrlogio davanti agli occhi. « Ho vlsto che glielo stavano portando via, e l'ho ricuperato. » <~ Accidenti! >) esclamò Hugh. o Dov'è il ladro? » « L'ho lasciato andare, era solo un ragazzino. » « Non dirà sul serio? » « Invece sí. Anch'io rubavo, da bambina. » Maisle si sentí di nuovo irritata. C'era qualcosa di ipocrito nell'at- teggiamento virtuoso di Hugh. « Suo padre è morto senza pagare al mio ciò che gli doveva. Questo le sembra onesto? » « Avevo soltanto tredici anni quando accadde » ribatte lui con rab- bia. « Mio padre fece fallimento. Dovrei forse lasciarml insultare per tutta la vita? » Maisie non voleva litigare di nuovo con lui. Gli mise una mano sul braccio. « Mi scusi » disse, « non intendevo offendere suo padre. Volevo solo farle capire perché un bambino può rubare. » Lui si calmò immediatamente. « E io non l'ho neppure ringraziata per aver salvato il mio orologio. Era il dono di nozze di mia madre a mio padre, perciò vale molto piú del suo prezzo. Gradlrebbe una blr- ra? Fa tanto caldo! » Anche lei era accaldata. « Sí, grazie. » Pochi metri piú in là c'era un carretto carico di enormi banli. Hugh prese due boccali di birra di malto tiepida. Maisie bevve un lungo sorso. Le piaceva piú del vino francese di Solly. « E qui da sola? » domandò lui. « No, sono con... amici. » Per qualche motivo non voleva fargli sapere che era venuta con Solly. « E lei? E con la sua terribile zia? » Hugh fece una smorfia. « No, i metodisb non approvano le corse e le scommesse. » « Dev'essere duro vivere con quella donna. » « Prima o poi mi promuoveranno e sarò indipendente. » Accennò un sorriso. « E allora dirò a mia zia di chiudere quelra boccaccia, co- me ha fatto lei. » « Spero che non abbia avuto delle noie. » « Ne ho avute, ma ne valeva la pena vedere la faccia della zia. » D'impulso aggiunse: « Usciamo insieme stasera? Le va di andare ai Cremorne Gardens a ballare? » Maisie fu tentata di accettare, ma pensò a Solly. « No, grazie. » « Perché no? » Si fece anche lei quella domanda. Non era innamorata di Solly e non accettava denaro da lui. "Ho diciotto anni" pensò, "e che cos'è la vita se non posso neppure andare a ballare con un ragazzo che mi piace?" « D'accordo » cedette infine. « Dove ci troviamo? » Non vo- leva che lui vedesse la squallida casa di Soho in cui abitava. « Alle otto, al molo di Westminster » rispose Hugh. « Prenderemo il battello per Chelsea. » Maisie fece un rapido calcolo. Solly voleva certamente rimanere fino all'ultima corsa, poi avrebbero preso il treno per Londra. Lei lo avrebbe salutato alla stazione Victoria e poi si sarebbe recata a piedi a Westminster. Riteneva di farcela. « Ma mi aspetterà, se dovessi ri- tardare? » « Tutta la notte, se necessario. » Maisie se ne andò meditando sulla scusa da inventare per lasciare Solly, che aveva sicuramente intenzione di invitarla a cena. Ci voleva qualcosa di convincente. Trovò gli amici dove li aveva lasciati. April e Tonio sembravano trionfanti. Appena vide l'amica, April disse: « Abbiamo vinto cento- diecl sterline, non è magnifico? » Maisie era contenta per April. Mentre si congratulava con lei comparve Micky Miranda. Come sempre, aveva Edward Pilaster alle calcagna. Il loro rapporto incuriosiva Maisie. Erano tanto diversi: Micky snello, impeccabile, sicuro di sé; Edward grande, goffo, bovi- no. Perché mai erano inseparabili? Parlarono tutti delle rispettive vincite. Edward e Tonio avevano fatto un buon colpo su un cavallo chiamato Prince Charlie. Solly aveva prima vinto e poi perso, e sembrava divertirsi in entrambi i ca- si. Micky non disse com'era andata per lui, e Maisie ne dedusse che aveva scommesso poco: era troppo calcolatore per giocare grosse somme. Quando aprí bocca, però, la stupí. Disse a Solly: « Green- bourne, questa sera abbiamo organizzato al club una partita con forti puntate: minimo una sterlina. Ti interessa? » Solly avrebbe partecipato a qualunque gioco. « Ci sarò » rispose. Micky si rivolse a Tonio. << Vuoi venire anche tu? » Il suo tono 'prendere o lasciare" suonò falso all'orecchio di Maisie. « Conta su di me >> replicò Tonio eccitato. « Verrò senz'altro. » « Allora siamo d'accordo >> concluse Micky. Lui e Edward si accomiatarono. Mentre Tonio e April andavano a scommettere sulla corsa successiva, Solly offrí il braccio a Maisie e ~; si misero a passeggiare insieme lungo la staccionata verniciata di ianco che correva intorno alla pista. Dopo un momento, Solly dis- « Ti piaccio, Maisie? » Lei si alzò in punta di piedi e lo baciò sulla guancia. « Ma certo. Mi piaci molto. » Lui la guardò negli occhi, e Maisie rimase confusa nel vedere le lacrime dietro le lenti degli occhiali. « Solly, caro, che cosa c'è? ~> « Anche tu mi piaci » rispose il giovane. « Piú di tutte le donne che ho conosciuto. » « Grazie. » Era commossa. Non accadeva spesso che Solly mo- strasse emozioni piú forti di un moderato entusiasmo. Poi lui disse: « Mi vuoi sposare? » Maisie fu sbalordita. Gli uomini della classe di Solly non propo- nevano il matrimonio a ragazze come lei. Le tenevano come amanti e magari facevano figli con loro, ma di certo non le sposavano. Era troppo stupita per parlare. Solly proseguí: « Ti darò tutto quello che vuoi. Ti prego... dimmi di sí ». Sposare Solly! Sarebbe stata incredibilmente ricca: per sempre, definitivamente. Un letto morbido tutte le notti, un fuoco acceso in ogni camera della casa. Non avrebbe mai conosciuto né freddo, né fame, né stanchezza. Solly disse ancora: « Ti amo tanto, ti amo disperatamente ». L'amava sul serio, Maisie lo sentiva. Quello era il guaio. Lei non era innamorata di lui. Solly meritava di meglio. Meritava una moglie che lo amasse dav- vero. Rispose: « Tu sei l'uomo piú buono, piú gentile che ho cono- sciuto... » « Non dirmi di no, ti prego » la interruppe Solly. « Se non puoi dire di sí, non dire nulla. Pensaci su, almeno per un giorno, o tutto il tempo che vuoi. » Maisie emise un sospiro. « Ci penserò » disse. HUGH E MAISIE presero il vaporetto che andava dal molo di West- minster a Chelsea. Là sbarcarono e si avviarono a piedi lungo la banchina, fino allo splendido cancello dorato dei Cremorne Gardens. I giardini comprendevano sei ettari di boschetti, grotte, aiuole e prati tra il fiume e la King's Road. Quando arrivarono era il crepuscolo, si vedevano lanterne cinesi appese agli alberi e lampioni a gas lungo i sentieri tortuosi. Il luogo era affollato: molti dei giovani che erano stati alle corse avevano deciso di finire lí la giornata. Si aggiravano allegri nei giardini ridendo e facendo la corte alle signore. Le ragaz- ze camminavano in coppie, i giovanotti in gruppi piú numerosi, gli mnamorati Sl tenevano sottobracclo. Aveva fatto bel tempo per tutto il giorno, ma ora la giornata sere- 56 na si stava trasformando in una notte calda e piena di lampi che mi- nacciavano un temporale. Hugh si sentiva al tempo stesso euforico e nervoso. Era emozionato nel passeggiare con Maisie sottobraccio, ma provava anche un senso d'insicurezza che gli veniva dal non co- noscere le regole della partita che stava giocando. Che cosa poteva aspettarsi? Lei gli avrebbe permesso di baciarla? Maisie indossava un vestito verde-azzurro con scollatura profonda e pouf sotto la gonna. Portava un cappello sbarazzino e i capelli rac- colti sulla nuca. Richiamava una quantità di sguardi d'ammirazione. Oltrepassarono un teatro in cui si rappresentavano dei balletti, un circo orientale, diversi baracconi di tiro a segno e infine entrarono in un ristorante. La cena fu piuttosto cara, ma Hugh aveva portato con sé il denaro che aveva messo da parte per comprarsi un vestito nuo- vo, perciò aveva fondi piú che sufficienti per la serata. Quando uscirono dal ristorante, la gente nei giardini sembrava an- cora piú rumorosa di prima, senza dubbio perché nel frattempo ave- va bevuto birra e gin in abbondanza. Hugh e Maisie trovarono una pista da ballo. Lui condusse la ra- gazza sulla pista e la prese per la prima volta fra le braccia. Le sue dita ebbero un tremito quando posò la mano destra sulla vita di lei. Con la sinistra prese la mano di Maisie e gliela strinse: la sensazione gli fece provare un brivido. Alla fine del primo ballo le sorrise, e fu sorpreso nel vedere che lei gli sfiorava la bocca con un dito. « Mi piaci quando sorridi » gli disse in tono confidenziale. « Sembri un ragazzo. » « Un ragazzo? » Non era esattamente l'impressione che stava cer- cando di darle, rna a quel punto tutto ciò che piaceva a lei andava bene anche per lui. Ballarono di nuovo. S'intendevano bene: benché Maisie fosse pic- cola di statura, Hugh era poco piú alto di lei ed erano entrambi agili e leggeri sulle gambe. Lui aveva danzato con decine di ragazze, ma non si era mai divertito ta~to. Restarono sulla pista fino a mezzanot- te, quando la musica terminò. Tutte le coppie se ne andarono a pas- seggiare nei viali dei giardini. Hugh notò che molti uomini teneva- no un braccio intorno alla vita della loro compagna; con un po' di trepidazione ci provò anche lui. Maisie non diede l'impressione di farci caso. I festeggiamenti stavano degenerando in una vera baldoria. A lato dei viali c'erano qua e là dei chioschi non dissimili dai palchi dell'opera, in cui la gente poteva sedere, cenare, guardare i passanti. Alcuni erano stati affittati da gruppi di studenti, ormai completa- mente ubriachi e in vena di fare scherzi. Hugh tenne Maisie piú stretta per proteggerla. Pochi minuti dopo dovettero girare al largo di sei o sette giovani che urlavano, menavano pugni e si gettavano a ter- ra a vlcenda. Poi giunse di corsa un gruppo di trenta o quaranta ragazzi che spingevano da parte le donne e sbattevano a terra gli uomini. Non c'era modo di evitarli: si erano allargati a ventaglio sui prati ai lati del viale. Hugh agí rapidamente. Si mise davanti a Maisie con la schiena rivolta verso quei forsennati, poi si tolse il cappello e cir- condò la ragazza con le braccia. La folla degli esagitati li investí. Una spallata colpí pesantemente Hugh fra le scapole, facendolo va- cillare, ma lui continuò a stringere Maisie e riuscí a restare in piedi. Poi gli scalmanati passarono oltre. Quando allentò la stretta e guardò Maisie, lei ricambiò lo sguardo con aria d'attesa. Lui, esitante, si chinò e la baciò sulle labbra. Erano squisitamente morbide e arrendevoli. Hugh chiuse gli occhi. Era il suo primo bacio, delizioso come lo aveva sognato. Maisie si staccò da lui, lo fissò, poi lo abbracciò forte. « Rischi di mandare all'aria tutti i miei progetti » borbottò sottovoce. Lui non capiva bene a che cosa alludesse. All'improvviso lei si bloccò. « Ascolta » disse. Hugh si era vagamente reso conto che il chiasso era aumentato: ora si udivano delle grida, mentre tutti, sul viale, correvano in dire- zioni diverse. « Dev'essere scoppiata una rissa » osservò. Poi giunse fino a loro il fischio della polizia. « Meglio andarcene » suggerí Maisie. « Ci saranno dei pasticci. » « Se tagliamo attraverso i prati in direzione di King's Road, fare- mo piú in fretta. » Le luci a gas si spensero. Hugh e Maisie affrettarono il passo nel buio. Ora si udiva un clamore ininterrotto di uomini che urlavano e di donne che strillavano, con il contrappunto dei fischietti della poli- zia. All'improvviso Hugh pensò che avrebbero potuto arrestarlo. In quel caso tutti avrebbero saputo che cosa stava facendo. Augusta avrebbe detto che era troppo dissoluto per avere un posto di respon- sabilità nella banca. Emise un gemito. Poi si ricordò di quel che ave- va provato nel baciare Maisie e decise che non gli importava nulla di ciò che Augusta poteva dire. Mentre si awicinavano al cancello, trenta o quaranta poliziotti ir- ruppero nei giardini e cominciaro a colpire indiscriminatamente uo- mini e donne con gli sfollagente. La gente fece dietro front e si mise a correre nella direzione opposta. Hugh rifletté rapidamente. « Ora ti prendo in braccio » disse a Maisie. « Fa' finta di essere svenuta. » Lei chiuse gli occhi e si abbandonò tra le sue braccia. Lui la sol- levò aprendosi un varco tra la calca e gridando con voce piú autori- taria possibile: « Fatemi passare, fatemi passare... La signorina si è sentita male ». Giunto di fronte ai poliziotti, per un momento temette che il suo stratagemma venisse scoperto. Poi un sergente gridò: « Lasciate pas- sare questo signore! » Hugh attraversò la fila degli agenti e di colpo si trovò fuori della mischia. Maisie aprí gli occhi e gli sorrise. « Stai bene? » Lei annuí. Sembrava sul punto di piangere « Mettimi giú. » Hugh la depose delicatamente a terra. « Tl prego, non piangere, e finita. » Lei scrollò la testa. « Non è per la rissa » mormorò. « Ne ho viste tante prima d'ora. Però questa è la prima volta che qualcuno Sl è pre- so cura di me. Per tutta la vita ho dovuto badare a me stessa. Questa è stata un'esperienza nuova. » Lui non sapeva che cosa dire. Tutte le ragazze che aveva conosciu- to partivano dalla premessa che gli uomini dovessero occuparsi di loro. Stare con Maisie era una continua rivelazione. MICKY MIRANDA aveva cominciato a barare alle carte quando era ancora alla Windfield School, per integrare il suo magro assegno mensile. In seguito, un giocatore di professione gli aveva insegnato tutti i principii fondamentali dell'arte del baro. Piú la posta era alta, piú il gioco era pericoloso. Se quella sera lo avessero scoperto, non sarebbe stato soltanto il fallimento del suo progetto per rovinare Tonio. Barare era il peggiore reato che un gen- tiluomo potesse commettere in Inghilterra. Lo avrebbero invitato a dimettersi da ogni club e nessuno gli avrebbe piú rivolto la parola. Sarebbe stato costretto a tornare a Cordova, a subire la derisione del fratello maggiore e a passare la vita ad allevare bestiame. Quel pen- siero lo faceva star male. Quella sera, però, la ricompensa era pari ai rischi. Non lo faceva soltanto per assecondare Augusta: voleva l'impiego di Tonio, che gli avrebbe permesso di vivere da gentiluomo con poca o nessuna fatica. Micky, Edward, Solly e Tonio cenarono presto al Cowes, il loro club preferito. Alle dieci erano nella sala da gioco e altri due mem- bri del club li raggiunsero al tavolo del baccarà: il capitano Carter e il visconte Montagne. Una linea bianca era tracciata sul tavolo a una trentina di centimetri dal bordo. Ciascun giocatore aveva dinanzi a sé un quadrato bianco detto tableau e una pila di sterline d'oro. Quando una moneta varcava la linea e passava nel tableau, valeva come pun- tata. Micky si leccò le labbra nervosamente e, rendendosene conto fece il possibile per rilassarsi. Forse il baccarà era stato inventato per consentire ai furbi di ruba- re ai ricchi. In primo luogo, era un gioco di pura fortuna. Ogni gio- catore riceveva due carte e ne sommava i valori, tenendo conto che le figure e i dieci valevano zero. Lo scopo del gioco era di arrivare a nove punti, o al valore piú vicino a nove. Se il totale delle carte rice- vute da un giocatore era superiore a nove, contava solo l'ultima ci- fra: tredici diventava tre, quindici diventava cinque, venti diventava zero. Il giocatore con un punteggio basso poteva chiedere una terza carta che avrebbe ricevuto scoperta, in modo che tutti la vedessero. Il banco distribuiva le carte prima a sinistra, poi a destra e infine a se stesso. Gli scommettitori puntavano sulla sinistra o sulla destra. Il banco pagava ogni punteggio superiore al proprio. Il secondo vantaggio del baccarà, dal punto di vista del baro, era il fatto che si giocava con tre mazzi di carte. Ciò significava che un baro poteva usare un quarto mazzo e tirare fuori tranquillamente una carta dalla manica senza preoccuparsi che un altro giocatore potesse avere la stessa carta. Mentre gli altri si mettevano a loro agio, Micky chiese a un came- riere tre mazzi nuovi. L'uomo tornò prontamente, consegnandoli a Micky. Per poter controllare il gioco, Micky doveva distribuire le carte, per cui il suo primo impegno fu di assicurarsi il banco. Questo implicava due trucchi: neutralizzare il taglio del mazzo, e non dare agli altri la carta piú alta. Ruppe i sigilli dei mazzi. Le carte erano già confezionate con i jolly in alto e l'asso di picche in fondo. Micky tolse i jolly e mescolò i mazzi, godendo del contatto con le carte nuove di zecca. Far scivo- lare un asso in cima era l'operazione piú semplice, però poi si dove- va fare in modo che il giocatore che tagliava il mazzo non spostasse l'asso. Passò le carte a Solly, seduto alla sua destra. Mentre posava il mazzo contrasse leggermente la mano affinché la carta in alto - I'as- so di picche - restasse attaccata al suo palmo. Solly tagliò. Tenendo il palmo rivolto in basso per celare l'asso, Micky prese di nuovo il mazzo e, nel farlo, rimise in cima la carta nascosta. Era riuscito a neutralizzare il taglio. « Il banco alla carta piú alta? » domandò, sforzandosi di sembrare indifferente alla risposta. Gli rispose un mormorio d'assenso. 60 Tenendo saldamente il mazzo, Micky fece scivolare la carta supe- riore indietro di qualche millimetro, la trattenne nel palmo e distribuí sveltamente le carte agli altri. Quando dovette servire se stesso, si diede l'asso che aveva tenuto nascosto. Tutti quanti voltarono le car- te a faccia in su. Solo Micky aveva un asso, perciò il banco toccò a lui. Riuscí a sorridere con noncuranza. « Credo che stasera avrò for- tuna » disse, e distribuí la prima mano. Tonio giocava alla sua sinistra insieme a Edward e al visconte Montagne. A destra c'erano Solly e il capitano Carter. Micky non mirava a vincere, voleva solo che Tonio perdesse. Giocò lealmente per un poco, perdendo una parte del denaro di Augusta. Quando venne il momento, si accese un sigaro. Nella tasca interna dell'abito da sera, vicino al portasigari, aveva un altro mazzo di carte comprato nello stesso negozio da cui provenivano quelle del club. Aveva disposto le carte di questo mazzo supplementare in cop- pie vincenti, cioè che davano tutte un totale di nove. Rimettendo in tasca il portasigari, nascose nella mano il suo maz- zo personale. Poi, preso con l'altra mano il mazzo dal tavolo, fece scivolare sul fondo le "sue" carte. Mentre gli altri si versavano brandy e acqua, mischiò avendo cura che la composizione del mazzo ripetesse la sequenza di due carte a caso, una di quelle prese dal fon- do, altre due a caso, una dal fondo e cosí via. Pertanto, servendo a sinistra la prima carta, a destra la seconda e la terza a se stesso, si assegnava la coppia vincente. La volta dopo fece vincere il gruppo di Solly. Per un po' di tempo continuò nello stesso modo facendo perdere Tonio e vincere Solly. Nessuno poteva sospettare di lui perché la fila di sterline che aveva davanti restava piú o meno allo stesso livello. Tonio aveva cominciato mettendo in tavola la maggior parte del denaro che aveva vinto alle corse, circa cento sterline. Quando il suo gruzzolo fu ridotto a cinquanta, si alzò e disse: « Questo lato non porta fortuna, vado a sedermi vicino a Solly ». "Non ti servirà a molto" pensò Micky. Per lui era altrettanto facile far vincere la sinistra e perdere la destra. Ma non bastava che Tonio venisse ripulito. Micky voleva che fosse costretto a giocare del dena- ro preso in prestito e non potesse pagare il debito. Solo a quel punto avrebbe perso completamente la faccia. Quando i soldi di Tonio se ne furono andati quasi tutti, Micky tirò fuori nuovamente il portasigari. << Provane uno, Tonio. » Con suo grande sollievo, I'altro accettò. Pertanto non se ne sarebbe andato prima di aver finito il sigaro. Micky si dispose a dare il colpo di grazia alla sua preda. Dopo un UNA FORTUNA PERICOLOSA paio di mani, Tonio era a terra. « Pazienza, ho perso tutto ciò che avevo vinto a Goodwood » mormorò awilito. « Dovremmo darti l'occasione di riprenderti un po' dei tuoi sol- di » disse Micky. « Sono certo che Pilaster è disposto a prestarti un centinaio di sterline. » Edward parve un po' stupito, ma gli sarebbe sembrato poco gene- roso rifiutare, perciò assentí. « Sicuro. » Solly intervenne: « Forse dovresti ritirarti, Silva, e ringraziare la vincita fatta alle corse che ti ha permesso di giocare stasera senza ri- metterci ». Micky maledisse silenziosamente Solly per la sua interferenza dettata dai buoni sentimenti. Se Tonio faceva la cosa piú sensata, tut- to il progetto andava a monte. Però Tonio non seppe resistere alla tentazione. « Potrei quanto meno giocare finché non avrò finito il si- garo. » Fece segno a un cameriere e gli ordinò penna, carta e cala- maio. Edward gli contò cento sterline e Tonio sottoscrisse l'impegno di pagamento. Micky sapeva che se l'amico le avesse perse non sa- rebbe mai stato in grado di saldare quel debito. La partita continuò finché Tonio fu di nuovo ridotto a cinquanta sterline. « Vinco soltanto quando punto forte » disse. « Gioco tutto sulla prossima mano. » Era una scommessa enorme. Se Tonio avesse perso, per lui sareb- be stata la fine. Micky distribuí le carte. Guardò Edward alla sua sinistra, che batté sulle carte per significare che ne voleva una terza. Micky gli diede un quattro di fiori e si voltò verso Solly, che passò. Micky girò le proprie carte, esibendo un cinque e un quattro: il punteggio massimo. Edward aveva un quattro, poi voltò un re, che contava zero, e un altro quattro, per un totale di otto. Il suo gruppo aveva perso. Solly voltò un due e un quattro. Anche la destra aveva perso a beneficio del banco. Tonio era rovinato. DURANTE le prime ore del mattino, Maisie e Hugh stavano cammi- nando mano nella mano attraverso i nuovi quartieri di Fulham e di South Kensington. Maisie si sentiva impaurita ma felice. In passato, quando gli uo- mini l'avevano baciata, I'aveva considerato come parte di un contrat- to: qualcosa che lei dava in cambio di qualcos'altro. Quella sera, in- vece, era stato tutto diverso. Lei aveva voluto che Hugh la baciasse e, quando l'aveva fatto, era stato delizioso. Anche se lui era tutt'altro che abile o esperto. Allora, perché le era piaciuto tanto? Giunsero a Kensington Gore e girarono a destra, diretti verso il centro città dove lei abitava. Hugh si fermò di fronte a un imponente palazzo con la facciata illuminata da due lampioni a gas. Passò un braccio intorno alle spalle di Maisie e disse: « Questa è la casa di mia zia Augusta ». Lei guardò la casa, domandandosi come poteva essere la vita in un palazzo cosí grande. Ciò le fece ricordare che lei e Hugh occupa- vano isole separate nella società, divise da un oceano di denaro e di privilegi. Quel pensiero la turbò. « Io sono nata in Russia in una ca- panna con una sola stanza » disse. « Dawero? "Maisie Robinson" non suona come un nome russo. » « Il mio nome vero era Miriam Rabinowicz. » « Miriam, mi piace. » L'attirò a sé e la baciò. L'ansia di lei svaní e si lasciò andare alle sensazioni del momento. Poi cominciò a piovere. Non awenne per gradi, ma di colpo. Ci fu un lampo, poi un rombo di tuono e uno scroscio violento. Quando il bacio finí, avevano il viso bagnato. Hugh la prese per mano. « Ripa- riamoci in casa! » Attraversarono la strada di corsa, e lui la condusse giú per una scala, verso la zona del seminterrato, oltre un cartello con la scritta "Ingresso fornitori". Quando giunsero alla porta, lei era bagnata fino alle ossa. Hugh aprí e, mettendosi un dito sulle labbra, la guidò all'interno. Camminarono in punta di piedi attraverso una cucina grande come una piccola chiesa. Lei lo seguí per una scala posteriore, su per tre lunghe rampe, poi varcarono un'altra porta e arrivarono su un piane- rottolo. Lui guardò in una camera da letto dov'era accesa una lampa- da da notte. « Edward è ancora fuori » spiegò. « Non c'è nessun al- tro su questo piano. Le stanze dello zio e della zia sono al piano di sotto e quelle dei domestici sono di sopra. » La condusse nella propria camera e accese la lampada a gas. « Va- do a prendere degli asciugamani » disse, e uscí di nuovo. Lei si tolse il cappello e guardò la stanza. Era arredata con sem- plicità: la camera di un parente povero. C'era un letto a una piazza, un cassettone con specchio, un armadio e una piccola scrivania, su cui era posata la foto incorniciata di una donna con una bambina di circa sei anni. Hugh tornò con una pila di asciugamani. Maisie ne prese uno e ci immerse con gioia il volto bagnato. << Chi sono le persone della fo- to? » domandò. « Mia madre e mia sorella, che è nata dopo la morte di mio padre. Si chiama Dorothy, ma io la chiamo Dotty. Le voglio molto bene. » « Dove abitano? » 62 1 63 UNA FORTUNA PERICOLOSA « A Folkestone, in riva al mare. » Lei si domandò se le avrebbe mai conosciute. Hugh si tolse la giacca e gli stivaletti, poi prese la sedia che era vicino alla scrivania e fece sedere Maisie. Si inginocchiò davanti a lei, le tolse le scarpe e le asciugo I pledi. La ragazza aveva il vestito completamente bagnato e tremava. Non poteva asciugarsi senza toglierselo. Sotto, la sua biancheria era immacolata. Impulsivamente si alzò, voltò la schiena a Hugh e gli disse: « Ti dispiace sbottonarmi? » Sentí le mani di lui che tremavano mentre le sue dita armeggiava- no con i gancetti e gli occhielli che fermavano l'abito. Quando ebbe terminato lo ringraziò, si tolse il vestito e si voltò verso di lui. L'espressione di Hugh era un misto commovente di imbarazzo e di desiderio. Stava come Alí Babà davanti al tesoro dei ladroni. Lei aveva pensato semplicemente di asciugarsi e rimettersi il vestito piú tardi, quando fosse stato asciutto, ma ora sapeva che non sarebbe an- data cosí. Lo sapeva e ne era lieta. Mise le mani sulle guance di Hugh, lo attirò verso di sé e lo baciò. Si sentí sciogliere dentro. Le piaceva provare quella sensazione, ora e sempre. « Maisie » disse lui, « io vorrei... » Lei sorrise. « Lo voglio anch'io. » Non aveva dubbi, lo desiderava piú di quanto avesse mai desiderato qualcosa. Lui le carezzò i capelli. « Non l'ho mai fatto prima » disse. « Nemmeno io » rispose Maisie. Lui la fissò. « Ma io credevo... » Tacque. Lei si sentí invadere dalla collera, ma si controllò. In fondo era colpa sua se Hugh aveva pensato che fosse il tipo che andava con tutti. « Mettiamoci a letto. » Lui sospirò felice. « Sei sicura? » « Se sono sicura? » ripeté lei. Di solito gli uomini non pensavano mai a come lei si sentiva. Prese la mano di Hugh nella sua e la baciò sul palmo. « Se non lo ero prima, lo sono adesso. » Si distese sul piccolo letto. Lui si coricò al suo fianco, e Maisie si accorse che stava armeggiando con i pantaloni, poi si chinò sopra di lei e la baciò, dapprima gentilmente, quindi con passione. Lei gli mi- se le mani sui fianchi, sollevò un poco le anche dal letto e lo attirò a sé. Il dolore fu tanto acuto da strapparle un grido, ma poi qualcosa cedette e lei si lasciò andare. In lontananza, sopra il leggero ansimare del loro respiro, si udí una porta che si apriva. All'improvviso, una voce aspra spezzò l'incanto come un sasso 64 ra. « Ma bene, bene, Hugh... Che cosa si- scagliato contro una finest gnifica tutto questo? » Maisie si immobilizzò, e lui emise un gemito di disperazione. La voce irridente riprese: « Cosa credi che sia questa casa, un bor- dello? » Maisie sussurrò: « Hugh, scostati ». Lui si voltò e scese dal letto. Vide suo cugino Edward, con un si- garo in bocca, in piedi sulla soglia, e coprí rapidamente la ragazza con un grande asciugamano. Lei si alzò a sedere e se lo tirò su fino al collo. Edward sogghignò: « Se hai finito, potrei farci un giro anch'io ». Hugh si avvolse un asciugamano attorno alla vita. Controllando con visibile sforzo la collera, disse: « Edward, sei ubriaco. Vattene ». Il cugino lo ignorò e si avvicinò al letto. « Guarda guarda... E la piccola amante di Greenbourne! Ma non gli dirò nulla, se sarai gen- tile con me. » Maisie capí che parlava sul serio. La ripugnanza la fece tremare. Hugh era furibondo. « Vattene fuori di qui, imbecille! » « Lasciami fare » insistette Edward. « Dopo tutto, è soltanto una sgualdrina. » Hugh fece due passi e sferrò un poderoso pugno sul naso del cu- gino, che prese a sanguinare. Edward lanciò un grido di dolore, e lui lo colpí di nuovo, facendolo cadere a terra. Gli fu subito addosso e continuò a picchiarlo. « Hugh, smettila, ti prego. Lo stai ammazzando! » gridò Maisie, tentando di afferrargli le braccia, ma il giovane era furioso ed era difficile fermarlo. Un attimo dopo, Maisie scorse con la coda dell'occhio un movi- mento. Alzò lo sguardo e vide Augusta, la zia di Hugh, in piedi sulla soglia, con una vestaglia di seta nera. Nei suoi occhi c'era un'espres- sione di trionfo. APPENA AUGUSTA vide la ragazza seminuda, sentí che quella era l'occasione per liberarsi di Hugh una volta per tutte. La riconobbe irnmediatamente: era la piccola impertinente che aveva osato insul- tarla nel parco. Nella mente di Augusta si stava formando l'abbozzo di un proget- to, quando di colpo vide Edward steso sul pavimento con il volto in- sanguinatO. « Teddy! >> gridò. << Che cosa è successo? » Si inginoc- chiò accanto a lui. << Parlami! » gridò ancora piú forte. Gemendo, Edward si tirò su a sedere, e il terrore dipinto sul volto di sua madre si attenuò. 65 UNA FORTUNA PERICOLOSA « Ho sorpreso Hugh con questa sgualdrina, e lui è andato su tutte le furie! » borbottò Edward. Augusta allungò la mano e toccò il naso del figlio. Lui sussultò, ma permise alla madre di sfiorarlo con delicatezza. Nulla di frattura- to, si rassicurò. In quel momento udí la voce del marito: « Che diavolo sta succe- dendo? » Lei si alzò. « Hugh ha aggredito Edward » rispose. Joseph si rivolse al nipote: « Perché l'hai fatto, signorino? » « Quello stupido asino se l'è voluta » rispose lui in tono di sfida. "Ma bene, Hugh, continua a peggiorare la situazione" pensò Au- gusta. "Fa' tutto ciò che vuoi, ma non scusarti. Voglio che tuo zio re- sti arrabbiato con te." Si mise a riflettere rapidamente. Come poteva sfruttare al meglio la situazione? Hugh doveva essere tacitato, perché sapeva troppo sul- la morte di Peter Middleton. Era il momento di colpire. Prima di tutto doveva separarlo dalla ragazza. Intanto erano arrivati alcuni domestici in vestaglia, e si erano fer- mati sul pianerottolo della scala di servizio. Augusta vide il mag- giordomo. « Hastead, aiuti il signor Edward a mettersi a letto, per fa- vore. » Poi ordinò alla governante: « Signora Merton, copra in qual- che modo questa ragazza e la porti nella mia camera ». La governan- te awolse la propria vestaglia intorno alle spalle di Maisie. « Hugh tu corri dal dottor Humbold, in Church Street. Sarà bene che dia un'occhiata al naso del povero Edward. » « Non lascerò Maisie » ribatté lui. Augusta replicò con durezza: « Poiché hai fatto il danno, il mini- mo che puoi fare è andare a cercare un medico! » Maisie intervenne: « Non preoccuparti per me, Hugh. Sarò ancora qui quando tornerai ». Lui era sempre riluttante ad andarsene, ma non riuscí a trovare un motivo valido per rifiutare. Augusta cercò di nascondere la propria soddisfazione. Li aveva separati. Ora, se la sua fortuna durava, poteva stabilire il destino di Hugh. Si rivolse al marito: « Vieni, andiamo in camera tua a discute- re questa faccenda ». Discesero le scale ed entrarono nella camera di Joseph. Appena la porta fu richiusa, Augusta disse: « Hugh non può continuare a vivere in casa nostra dopo quanto è accaduto ». Il marito era d'accordo su quel punto. « No di certo. » « Devi licenziarlo dalla banca » aggiunse Augusta. Joseph esitò. « Forse dovrei » disse un attimo dopo. « Immagino ~ che tornerà da sua madre a Folkestone, ma non so che cosa potrà fa- .~ re per guadagnarsi da vivere. » Augusta si rese conto di aver commesso un errore. Hugh poteva essere ancora piú pericoloso se fosse stato disoccupato e risentito. David Middleton non aveva ancora preso contatto con lui, ma prima o poi l'avrebbe fatto. « Forse siamo troppo severi » ammise. . Joseph inarcò le sopracciglia, stupito di quella disposizione carita- tevole. ~~ « Be' » proseguí Augusta, « tu dici sempre che Hugh ha un gran- de potenziale come banchiere. Forse non è saggio rinunciare a que- ste sue capacità. » Si sedette a meditare. Di colpo ebbe un'ispirazio- ne. « Perché non lo mandi all'estero? » = ~ « Eh? » ~- Piú considerava quell'idea, piú le piaceva. « In Estremo Oriente o ~ in Sud America » spiegò animandosi. « Un posto in cui il suo com- ; portamento non abbia ripercussioni sulla reputazione dei Pilaster. » « Non è una cattiva idea » ammise Joseph in tono meditabondo. « Il vecchio funzionario che dirige il nostro ufficio di Boston ha bi- sogno di un vice. » L'America sarebbe s~ata perfetta, rifletté Augusta. « Mandalo via al piú presto possibile » disse. « Non lo voglio neppure per un gior- no in questa casa. » « Può prenotare il viaggio domattina » concluse Joseph, « e resta- re con sua madre fino alla partenza della nave. » "Cosí non vedrà David Middleton per anni" pensò Augusta con soddisfazione. C'erano altri intoppi? Si ricordò di Maisie. Hugh l'a- mava? Sembrava improbabile, ma tutto poteva essere. Si alzò. « De- vo liberarmi di quella ragazza » disse, e andò in camera da letto. Maisie si era rivestita ed era intenta a sistemarsi il cappellino, ap- puntandolo con uno spillone. La signora Merton stava infilando un vistoso abito verde-azzurro in una borsa di poco prezzo. « Le ho prestato un vestito perché il suo è bagnato, signora. » Ciò rispondeva alla domanda che aveva tormentato Augusta. Le sembrava inverosimile che Hugh avesse potuto commettere la stupi- daggine di portarsi a casa una prostituta. Ora capí come dovevano essersi svolti i fatti. Erano stati colti all'improvviso dal temporale e Hugh l'aveva fatta entrare perché si asciugasse. Poi, da cosa era na- ta cosa. « Come ti chiami? » domandò alla ragazza. « Maisie Robinson. » Augusta si accorse di odiare Maisie Robinson. Non sapeva bene perché: la ragazza non meritava sentimenti cosí forti. Aveva qualcosa 67 a che fare con il suo aspetto: fiera, voluttuosa, indipendente « Im- magino che tu voglia dei soldi » disse Augusta in tono sdegnoso. « Sporca ipocrita! » la insultò Maisie. « Non hai certo sposato quel marito brutto e ricco per amore. » Era la verità, e quelle parole tolsero il fiato ad Augusta. Aveva sottovalutato la ragazza. Deglutí a fatica e si sforzò di parlare in tono normale. « Siediti un momento. » Dopo una breve esitazione, Maisie obbedí. Augusta sedette di fronte a lei. Doveva costringere la ragazza a la- sciar perdere Hugh. Sentiva che il denaro non avrebbe funzionato con lei7 e che non era neppure il tipo da lasciarsi intimidire. Sarebbe stato meglio se Maisie fosse arrivata da sola all'idea di abbandonare Hugh. Un risultato che sarebbe stato piú facile ottenere se Augusta avesse sostenuto la tesi contraria... « Se vuoi sposarlo, non posso impedirtelo... » disse. La ragazza sembrò sorpresa, e Augusta si congratulò con se stessa per averla presa in contropiede. « Che cosa le fa pensare che desideri sposarlo? » ribatté Maisie. Per poco Augusta non scoppiò a ridere. Avrebbe voluto risponde- re: "Il fatto che tu sei una piccola, astuta, avida arrampicatrice". In- vece si limitò a dire: « Quale ragazza non lo vorrebbe? E un uomo attraente e v ienc da una grande famiglia ». Maisie socchiuse gli occhi. « Sembra quasi che lei voglia spinger- mi a sposario. » Era esattamente l'impressione che Augusta aveva voluto darle, ma doveva agire con delicatezza. Maisie era troppo sveglia per farsi trar- re in inganno. « Non prendiamoci in giro, bella mia » disse. « Nes- suna signora della mia classe può desiderare che un uomo della sua famiglia sposi una donna cosí inferiore a lui. » « Invece potrebbe, se lo odiasse abbastanza » osservò Maisie. Augusta si sentí incoraggiata e continuò la manovra. « Ma io non odio Hugh » disse. « Perché dovrei desiderare di distruggere la sua carriera? » « Perché è migliore di suo figlio Edward. » Un'ondata di collera travolse Augusta. Ancora una volta, Maisie si era avvicinata di molto alla verità. « Farai bene a non nominare piú mio figlio » minacciò con voce bassa. Lei fece una smorfia. << Mi sa che ho toccato il punto giusto. » Poi ridiventò subito seria. << Cosí è questo il suo gioco. Be', io non ci sto. Hugh mi piace troppo perché io sia disposta a rovinarlo. » Augusta fu sorpresa e compiaciuta dalla passione di Maisie. « Al- lora che cosa conti di fare? » domandò. 69 La ragazza si sforzò di non piangere. « Non lo vedrò piú. Lei po- trà distruggerlo ugualmente, ma non avrà il mio aiuto. » « Potrebbe venire a cercarti. » « Sparirò. Lui non sa dove abito. » C'erano lacrime, negli occhi di Maisie. « Me ne vado prima che lui rientri. Grazie per avermi presta- to il vestito, signora Merton. » La governante le aprí la porta. « L'accompagno. » Augusta emise un lungo sospiro. Ce l'aveva fatta. Aveva stroncato la carriera di Hugh, neutralizzato Maisie Robinson e parato il perico- lo di David Middleton. Tutto nel breve spazio di una notte. MICKY MIRANDA abitava in un alloggio di due camere in una casa di Camberwell, un modesto quartiere meridionale di Londra. Alle nove, ogni mattina, la padrona di casa portava caffè e panini caldi per lui e per suo padre. Durante la colazione, Micky spiegò come aveva manovrato Tonio Silva in modo che perdesse cento sterline che non possedeva. « Quando avevo la tua età... » « Gli avresti tagliato la gola, lo so. Però ci sono anche dei mo- menti in cui è meglio camminare in punta di piedi, papà. Pensa a Sa- muel Pilaster e alle sue obiezioni alle vendite d'armi. Io l'ho messo da parte senza spargere sangue, no? » « Quando avrò i fucili? » domandò ostinato il padre. Era un punto dolente. Il vecchio Seth era ancora vivo, ancora so- cio dirigente della Banca Pilaster. Era agosto, in settembre la neve avrebbe cominciato a sciogliersi sulle montagne di Santamaria. Papà voleva tornare in patria con le armi. Appena Joseph fosse diventato socio dirigente, Edward avrebbe autorizzato l'operazione e i fucili sarebbero stati spediti. Però il vecchio Seth era ancora aggrappato al proprio posto e alla vita. « Li avrai presto, papà. Seth non potrà durare ancora a lungo. » Micky cominciò a pensare alla giornata che lo aspettava. Voleva che Edward e Tonio litigassero in pubblico. A quel punto, la disav- ventura di Tonio sarebbe stata nota a tutti. Mentre Micky rimuginava su questo problema intricato, si udí bussare alla porta e la padrona di casa annunciò un visitatore. Un momento dopo, Tonio entrò. « Siediti e bevi una tazza di caffè » gli disse allegramente l'amico. « Che sfortuna ieri sera! » Lui fece un inchino al padre di Micky e si accomodò. Aveva l'aria di chi ha passato una notte insonne. « Ho perso piú di quanto possa pagare » disse. « Tu sai che cosa vuol dire. In questo paese, chi non paga i debiti di gioco non è un gentiluomo. E, se non sei gentiluo- 70 mo, non puoi essere un diplomatico. Sarei costretto a dimettermi e a tornare in patria. » "Proprio cosí" pensò Micky, ma rispose: « Capisco il problema ». « Puoi prestarrni quei soldi? » implorò Tonio. « Sei anche tu di Cordova: non condannerai un uomo per un solo errore. Con il tempo ti rimborserò. » « Se avessi quella somma te la darei » disse Micky. « Vorrei pro- prio essere COSi rlCCO. » Tonio guardò Carlos Miranda, che lo fissò freddamente e disse una sola parola: « No ». Lui disprezzava la famiglia dei Silva, che considerava dei rammolliti cittadini paurosi, abituati a vivere di clientele e di corruzione. Tonio chinò la testa. « Non so cosa fare! » esclamò. « Se torno a casa in disgrazia, non potrò guardare in faccia la mia famiglia. » Micky mormorò con aria pensierosa: « Forse c'è un modo in cui posso aiutarti ». Tonio si rianimò. « Oh, sí, per favore... Sono pronto a qualunque cosa. » « Edward e io siamo buoni amici. Potrei chiedergli di darti tempo per pagare. Non so se sarà d'accordo, bada, però posso tentare. » Il volto di Tonio si illuminò di speranza. « Non so come ringra- ziarti... » « Non ringraziarmi. Por~a sfortuna. Troviamoci al club all'ora di pranzo. » Tonio si alzò e salutò il padre di Micky con un inchino. « Addio, senor Miranda. » Poi uscí. « Un ragazzo stupido » borbottò quest'ultimo. « Un vero sciocco » convenne il figlio. Micky andò in camera sua e indossò l'abito da mattino. Poi, la- sciando il padre ai suoi affari, si recò a piedi fino al quartiere finan- ziario, che era chiamato la City perché occupava il nucleo dell'origi- naria città romana. La Banca Pilaster occupava un grande edificio nuovo, dall'ingres- so imponente con enormi colonne scanalate. Pochi minuti dopo mez- zogiorno, Micky varcò i battenti ed entrò nel salone. Si rivolse a un usciere e gli disse: << Mi usi la cortesia di awisare il signor Edward Pilaster che c'è il signor Miranda ». « Subito, signore. » Pochi minuti dopo apparve Edward, con il naso ammaccato e un occhio nero. Micky lo guardò stupito. « Mio caro amico, che cosa ti è successo? » « H~o avuto uno scontro con Hugh. L'ho redarguito perché aveva UNA FORTUNA PERICOLOSA portato una sgualdrina in casa, e lui ha perso il controllo. Non lo ve- drai per un pezzo. L'hanno spedito a Boston. » "Ben fatto, Augusta" pensò Micky. Sarebbe stato un bel colpo li- quidare Hugh e Tonio in un solo giorno. Poi propose: « Mi sa che ti farebbe bene fare colazione e bere un po' di champagne ». Uscirono dalla banca, fermarono una carrozza e ordinarono al cocchiere di andare in Pall Mall. Appena si furono avviati, Micky mlzlo 11 dlscorso che Sj era preparato. Cominciò a dire: « Odio la gente che va in giro a parlar male del prossimo. Però, quando si trat- ta di un amico, si ha l'obbligo di dire qualcosa ». « Non sono sicuro di seguirti » lo interruppe Edward. « Sto parlando di Tonio Silva. Temo che non abbia alcuna inten- zione di saldare il suo debito. Peggio ancora, si è vantato che non sei abbastanza uomo per costringerlo a pagare. » Il VISO di Edward divenne paonazzo. « Ha detto questo, accidenti a lui!? Staremo a vedere. » Micky si rallegrò con se stesso. Edward era esattamente dell'umo- re adatto per litigare. Tutto stava funzionando a dovere. Infine la carrozza si fermò davanti al club. Micky attese mentre Edward pagava il cocchiere. Entrarono e trovarono Tonio al guarda- roba, in mezzo a un gruppo di persone che stavano depositando il cappello. Micky entrò immediatamente in tensione. Aveva predisposto tutto. Ora poteva solo sperare che il dramma si svolgesse nel modo che aveva progettato. Tonio vide lo sguardo di Edward e disse imbarazzato: « Per Gio- ve... buongiorno a voi due ». Micky notò che il giovane Pilaster aveva il volto congestionato e gli occhi che sembravano uscire dalle orbite. « Sentimi bene, Silva » proruppe ad alta voce. « Parliamo di quelle cento sterline! » Il silenzio scese immediatamente nella stanza. Era ineducato par- lare di denaro, per un gentiluomo: lo si faceva solo in circostanze estreme. I presenti sentivano che c'era nell'aria uno scandalo. Tonio impallidí. Edward gli disse brutalmente: « Puoi pagarmi il debito oggi; se va bene per te ». Era stata lanciata una sfida. Come gentiluomo, Tonio aveva un'u- nica possibilità. Doveva rispondere: "Certo, se è cosí importante avrai subito i tuoi soldi". Se non lo faceva, tutti avrebbero capito che non era in grado di pagare e lo avrebbero messo al bando. Micky osservava la scena, inorridito e affascinato. Un'espressione di panico comparve sul viso di Tonio, che aprí la bocca per protesta- 72 re, ma non riuscí a spiccicare parola. Poi il suo volto si raggrinzí, ~- girò sui tacchi e corse via. ~- Micky era euforico. Tutto era andato alla perfezione. « Ordinami un brandy, Edward. Sarà meglio che segua Silva per assicurarmi che non si getti sotto una carrozza. » Si precipitò fuori. Quella era la parte piú sottile del piano. Doveva far credere all'uo- mo che aveva rovinato di essere il suo migliore amico. .~ Tonio stava camminando veloce in direzione del parco di Saint Ja- mes, e Micky lo raggiunse. « Ascoltami, Silva, sono terribilmente dispiaciuto. » Tonio si fermò. Le lacrime gli scorrevano sulle guance. « Sono fi- nito » mormorò. « E tutto finito. » « Pilaster mi ha opposto un netto rifiuto. Io ho fatto del mio me- glio, ma... » « Lo so. Grazie per avere tentato. Vorrei poter fare qualcosa per dimostrarti la mia gratitudine. » « Be'... » Micky si finse imbarazzato. « Penso che il ministro di Cordova dovrà cercare qualcuno per sostituirti. » « Ne avrà bisogno subito. » 11 viso bagnato di lacrime mostrò di capire il messaggio. « Ma certo, tu saresti perfetto! » « Se tu potessi mettere una buona parola... » « Farò di piú. Gli racconterò come hai cercato di salvarmi da que- sto impiccio. Sono sicuro che vorrà affidarti l'incarico. » Tonio prese fra le mani quelle di Micky. « Sei un vero amico. » Settembre DOROTHY, la sorellina di Hugh, aveva sei anni. Stava piegando le camicie del fratello e riponendole in un baule. Appena fosse an- data a letto, Hugh avrebbe dovuto rifare il lavoro perche le camicie erano state piegate terribilmente male, ma la bambina era convinta di essere molto brava. Si sentiva malinconico. Non avrebbe riveduto Dorothy per anni. La pioggia di settembre tamburellava sulle finestre e nella baia il vento sferzava le onde. Hugh cominciò a sistemare i suoi due abiti nuovi. Glieli aveva pagati la banca: lui sospettava che fosse stata sua madre a persuadere Seth ad autorizzare quella spesa. Aveva anche insistito affinché Hugh avesse una licenza di alcune settimane per potersi preparare prima di partire per l'America. Il vecchio era avaro come tutti gli altri Pilaster, ma aveva un debole per la moglie del fra- tello: era stato il piccolo assegno mensile di Seth che le aveva con- sentito di tirare avanti in tutti quegli anni. 73 Hugh stava pensando alla madre, quando lei entrò nella stanza. « E quasi ora di andare a letto, Dorothy. Va' a metterti la camicia da notte. » Appena Dotty fu uscita, la mamma cominciò a ripiegare le camicie di Hugh. Lui avrebbe voluto parlarle di Maisie, ma non osava. Sapeva che Augusta le aveva scritto. La versione della zia poteva essere molto diversa dalla verità. Esitò per un momento, poi disse: « Mamma... Ia zia Augusta non racconta sempre la verità, vero? » « Non c'è bisogno che tu sia cosí gentile » rispose lei con un sor- riso amaro. « Augusta è sempre stata una grande bugiarda. » Hugh fu stupito della sua franchezza. « Perché? » La madre posò la camicia che stava piegando e rifletté per un atti- mo. « Augusta era una bellissima ragazza » spiegò. « Suo padre pos- sedeva tre piccole drogherie nella periferia ovest di Londra, ma Au- gusta era chiaramente destinata a qualcosa di piú. Aveva diciassette anni, quando il conte di Strang si innamorò di lei. Naturalmente i ge- nitori di lui furono scandalizzati all'idea che potesse sposare la figlia di un droghiere. » « Si fidanzarono? » domandò Hugh. « Non ufficialmente, ma tutti ritenevano che fosse una conclusio- ne scontata. Poi ci fu uno scandalo. Il padre di lei fu accusato di ru- bare sistematicamente sul peso nei suoi negozi. Lui negò con energia e alla fine la cosa finí in una bolla di sapone, però il conte lasciò perdere Augusta. » « Deve averle spezzato il cuore. » « No. Era inferocita per la rabbia. Per tutta la vita aveva ottenuto ciò che voleva. Ora desiderava quell'uomo e non poteva averlo. » « Cosí sposò lo zio Joseph per ripicca? » « Direi che lo sposò in un accesso di collera. Aveva sette anni piú di lei ed era ancora piú ricco di Strang. » « E che ne è stato di lui? » « Impalmò una contessa francese e morí in un incidente di caccia. Lei continua a rimpiangere ciò che Strang avrebbe potuto darle: il ti- tolo e l'albero genealogico. Però non era soltanto questo che lui le offriva. Le offriva l'amore: ecco che cosa ha perso veramente. >j Hugh non aveva mai avuto una conversazione cosí intima con sua madre. Si sentí incoraggiato ad aprirle il suo cuore. « Mamma » co- minciò, « a proposito di Maisie Robinson... » « Sei innamorato di lei, Hugh? » « Oh, sí... » Le lacrime gli riempirono gli occhi. « Non capisco perché sia scomparsa. Non ho mai avuto il suo indirizzo. Mi sono informato presso la scuderia per cui lavorava e nel locale dove l'ho UNA FORTUNA PERICOLOSA incontrata. Anche Solly Greenbourne era innamorato di lei, ma è all'oscuro quanto lo sono io. » « Molto misterioso. » « Sai, ho il sospetto che sia stata la zia Augusta a combinare tutto questo. » « Non ho dubbi. Non riesco a immaginare come, ma lei è una ter- ribile intrigante. Però tu devi pensare al tuo futuro, Hugh. Boston sarà una grande occasione per te. Devi lavorare sodo e coscienziosa- mente. Con il tempo dimenticherai quella ragazza. » « Non so se potrò dimenticarla. » La madre gli diede un bacio sulla fronte. « La dimenticherai, ve- drai, te l'assicuro. » C'ERA UN UNICO quadro appeso alla parete della soffitta che Mai- sie divideva con April. Era un vistoso manifesto del clrco, m CUI Si vedeva lei, in calzamaglia di lustrini, in piedi su un cavallo al galop- po. Sotto la figura, campeggiava la scritta in lettere rosse: "L'INCRE- DIBILE MAISIE". Come arredamento, la stanza conteneva solo un letto a una piazza e mezzo, un lavabo e una sedia. Gli indumenti delle ra- gazze erano appesi a chiodi infissi nel muro. Maisie si stava vestendo quando April entrò a precipizio con un giornale in rnano. « Sei tu, guarda, sei tu! » esclamò. « Sul Lloyd s Weekly News. Senti cosa scrivono: "Se Miss Maisie Robinson pren- derà contatto con lo studio dei signori Goldman e Jay, awocati, in Gray's Inn, ricevera comunicazioni interessanti che la riguardano". Devi essere tu! » Il cuore di Maisie accelerò i battiti, il suo viso prese un'espressio- ne dura. « E Hugh » disse. « Non ci andrò. » Pensava di continuo a lui, giorno e notte, ed era infelice. Sapeva che l'avrebbe cercata, ma aveva preso una decisione. Lo amava troppo per rovinarlo. Infilò le braccia nel corsetto. <~ Aiutami. » April cominciò a tirare i lacci. « Non ho mai visto il mio nome stampato su un giornale. A te è successo due volte, se consideri an- che la faccenda della "Leonessa". » « Sai che vantaggi mi ha dato! Santo Cielo, sto ingrassando... » April legò i lacci e poi l'aiutò a infilare il vestito. Quella sera sa- rebbero uscite. April aveva un nuovo amante; lui e un suo amico vo- levano portare le due ragazze a un music hall. Il vestito era stretto, e lei sussultò mentre April glielo stringeva. L'amica la guardò incuriosita. << Maisie, quando hai avuto le tue ulti- me mestruazioni? » Lei rifletté per un momento, poi si sentí gelare. « Oh, povera me! 75 Credo sia stato prima che andassimo a Goodwood. Pensi che potrei essere incinta? » « Sei ingrossata alla vita e non hai le tue cose da due mesi... sí, sei incinta. » « Oh, Dio mio! » Sconvolta e spaventata, Maisie si mise a piange- re. « Che cosa devo fare? » « Tanto per cominciare, va' da quegli avvocati. » Dl COLPO, tutto fu diverso. Maisie si rese conto che era costretta a mettersi in contatto con Hugh, per amore del bambino che portava dentro di sé. Quando dovette ammetterlo, ne fu lieta piú che impau- rita. Ciò nonostante, era nervosa mentre saliva con April la scala ri- pida che portava all'ufficio legale in Gray's Inn. L'impiegato nell'anticamera era un giovane con un gilé color se- nape. Sembrava incline a far loro la corte. « Come possono due cosí splendide damigelle aver bisogno dei servizi dei signori Goldman e Jay? » Quel giorno Maisie non era dello spirito adatto per apprezzare la galanteria. « Il mio nome è Maisie Robinson » disse. « Ah! L'annuncio subito... Per un caso fortunato, la persona in questione si trova proprio adesso nell'ufficio del signor Jay. » Maisle per poco non svenne. « La persona in questione... sarebbe forse il signor Hugh Pilaster? » « Buon Dio, no! Si dà il caso che io conosca Hugh Pilaster, erava- mo nella stessa scuola a Folkestone. E partito per l'America. Si è imbarcato due settimane fa. » Maisie era stordita. Si sentiva il cuore freddo e pesante come un sasso. In America! E lei aveva quel bambino nel ventre. Era troppo sconvolta per piangere. April domandò in tono aggressivo: « Chi c'è di là, allora? » L'impiegato si rese conto di non essere all'altezza della situazione. Disse nervosamente: « Sarà meglio farla parlare di persona. Mi scu- si ». Scomparve attraverso una porta interna. Quando la porta si riaprí, comparve un uomo non molto piú anzia- no di Maisie, con un viso da profeta biblico neri occhi scrutatori sotto le sopracciglia scure, un grosso naso daile larghe narici e una barba cespugliosa. Aveva un aspetto familiare e, dopo un attimo, lei concluse che le ricordava suo padre. « Maisie » disse, « non mi riconosci? » Di colpo le tornò alla mente l'immagine di un ragazzino esile con una prlma ombra di peluria sul labbro superiore. « Oh, santo Cielo! » gridò. « Danny! » Si gettò tra le sue braccia. « Sei proprio tu? » Lui la strinse cosí forte da farle quasi male. « Certo che sono io. » « Chi? » domandò April. « Chi è? » « Mio fratello! » spiegò Maisie. « Quello che era fuggito in Ame- rica! » Lo guardò. « Che cosa hai fatto in questi sette anni? » « Ho costruito ferrovie. Sono arrivato laggiú al momento giusto. La guerra civile era appena finita e cominciava il boom delle ferro- vie. Avevano un bisogno cosí disperato di manodopera che perfino ~ un ragazzino sparuto di tredici anni poteva trovare un posto. Ho la- E vorato al primo ponte d'acciaio mai costruito, a Saint Louis, sul Mississippi. Poi sono stato assunto per la costruzione della linea del- la Union Pacific attraverso lo Utah. Lí mi sono iscritto a un sindaca- to e ho organizzato uno sciopero. » « Perché sei tornato? » « C'è stato un crollo in Borsa. Le ferrovie hanno perso i finanzia- menti delle banche e migliaia di persone sono rimaste senza lavoro. Cosí ho deciso di ricominciare di nuovo da zero. » « Cosa conti di fare? Costruire ferrovie in Inghilterra? » ~, Scosse il capo. « Ho un'idea nuova. Per due volte la mia vita è stata rovinata da un crack dell'alta finanza. I banchieri continuano a fare gli stessi errori, ma sono gli operai a soffrirne. Nessuno li aiuta, e nessuno li aiuterà mai: devono aiutarsi tra loro. Voglio aprire una specie di circolo per operai. Pagheranno sei penny la settimana e, se saranno licenziati senza loro colpa, I'organizzazione li pagherà men- tre cercano un altro posto. » Maisie guardò con ammirazione il fratello. Il progetto era straordi- nariamente ambizioso, rna cosí le era sembrata anche la sua decisio- ne di imbarcarsi clandestinamente per Boston quando aveva tredici armi. Allora aveva messo in pratica ciò che aveva deciso, e anche questa volta non si sarebbe smentito. « Che ne è del babbo e della mamma? » domandò Danny. « Sei ri- masta in contatto con loro? » Maisie scosse la testa e poi, affranta, si mise a piangere. Sentí all'improwiso il dolore di aver perso la sua famiglia, un dolore che si era vietata di provare in tutti quegli anni. Danny le mise una mano sulla spalla. « Andrò io a cercarli. » « Spero che li trovi >> singhiozzò lei. « Mi mancano tanto. » Colse lo sguardo di April che la fissava sbalordita. « Ma ho paura che si vergogneranno di me. » « Perché? » domandò il fratello. « Sono incinta. » Il viso di lui divenne paonazzo. << Chi è quel porco? Dimmi il suo nome e gli spezzerò l'osso del collo! » 77 « Piantala, Danny! » protestò Maisie con rabbia. « Mi hai lasciata sola per sette anni e adesso non hai il diritto di venire a parlarmi co- me se fossi di tua proprietà. » Lui sembrò imbarazzato, e lei conti- nuò con voce piú bassa: « Non importa, non pretendevo che mi spo- sasse, perciò dimenticalo. Comunque, è andato in America ». Danny si calmò. « Puoi avere tutti i soldi che possiedo. » « Non li voglio! » Suonava scortese, ma non poteva farci niente. « Non ho bisogno che tu mi protegga, Danny. Me la sono cavata quando avevo undici anni, e credo di poterlo fare anche adesso. » MICKY MIRANDA e suo padre si trovavano in un piccolo ristorante di Soho e stavano mangiando stufato di montone - il piatto meno ca- ro del menú - e bevendo birra scura. Il ristorante distava pochi mi- nuti dalla sede della legazione di Cordova, in Portland Place, dove Micky passava un paio d'ore ogni mattina seduto alla scrivania a sbrigare la corrispondenza del ministro. Il padre ripulí il fornello della pipa e la spinse da parte. « Devo spiegarti una cosa » disse. « Ho bisogno dei fucili per combattere la famiglia Delabarca e prenderle le miniere di nitrato, ma questo è so- lo il primo passo. Il mio programma è di diventare governatore della provmcla. » Governatore! Micky posò il cucchiaio. Era una novità. Non si era reso conto che le ambizioni di suo padre fossero cosí grandiose. Ma non era ancora tutto. « Quando avremo il controllo della pro- vincia, ci occuperemo della nazione. Diventeremo fervidi sostenitori del presidente Garcia. Tu sarai il suo inviato a Londra. Tuo fratello diventerà il suo ministro della Giustizia. I tuoi zii saranno generali. Quando verrà il momento, ci toglieremo dai piedi la famiglia Garcia e occuperemo il suo posto. » « Vuoi dire che prenderemo il potere? » domandò Micky con gli occhi spalancati. « Sí. Nel giro di vent'anni, figlio mio, io sarò presidente di Cor- dova... o lo sarai tu. » La strategia del padre lo stupí: fingersi un forte sostenitore del go- verno, per poi tradirlo. E papà aveva detto che lui avrebbe potuto ad- dirittura diventare la piú alta autorità del paese. Perché no? Era astu- to, spietato e aveva relazioni importanti: che altro gli serviva? «~Presidente... » morlnorò con aria trasognata. « L'idea mi piace. » Il vecchio allungò un braccio, prese il figlio per il bavero e con voce sprezzante disse: « E ora tutto questo è in pericolo perché tu hai completamente fallito il piccolo incarico che ti avevo dato! » Micky era atterrito. « Papà, avrai i tuoi fucili! » promise. « Fra un mese a Cordova sarà primavera. Dovremo prendere le miniere ai Delabarca in questa stagione; il prosslmo anno sarebbe troppo tardi. Ho prenotato una cabina su un mercantile diretto a Pa- nama. Ho pagato il capitano affinché sbarchi me e i fucili sulla costa atlantica di Santamaria. » Si alzò, sollevando di peso anche Micky e lacerandogli la camicia, tanto forte era la sua stretta. « La nave salpa tra cinque giorni. Ora esci di qui e procurami quei fucih! » AUGUSTA era sola, in salotto, quando lui arrivò. Fu contenta di ve- derlo, e gli prese una mano tra le sue. Di solito, a Micky piaceva flir- tare~con lei, ma quel giorno era troppo preoccupato per stare al gio- co. « Come sta Seth? » domandò, sperando di sentirsi rispondere che aveva avuto un collasso. Il vecchio era molto debole. Si era trasferito in casa di Augusta e stava quasi sempre a letto, ma rifiutava ostina- J~ tamente di dimettersl. Augusta lasciò la mano di Micky. « Vieni accanto al fuoco » gli disse. Si accomodò sul sofà e batté una mano sul cuscino per invitar- lo a sedersi accanto a lei. « Seth sta molto meglio. Forse resterà con noi ancora per parecchi anni. » La sua voce non riusciva a nasconde- re l'irritazione. « Potrai andare a salutarlo dopo il tè. » Si udirono voci nell'ingresso. « Ma c'è una cosa che devo dirti prima che arrivino gli altri » ag- giunse. « Ho visto David Middleton. » « Che cosa vuole? » « Non crede che sia stata detta la verità sulla morte di suo fratello. Ha chiesto di essere messo in contatto con Hugh Pilaster o Antonio Silva. » « Vorrei che potessimo risolvere il problema di Seth cosí drastica- mente come abbiamo risolto quello di quei due » disse Micky men- tre la porta si apriva. Entrò Edward, seguito dalla sorella Clementine. Augusta versò il tè e Hastead portò le focaccine imburrate. Edward ne mangiò parec- chie mentre Micky non aveva appetito. Giunsero altri membri della famiglia: il giovane William, poi Madeleine con il maggiore Hart- shorn suo marito. Uno a uno andarono a salutare Seth; uno a uno ridiscesero e loda- rono la formidabile tempra di quell'uomo. Micky salí per ultimo. Seth occupava quella che era stata la camera di Hugh. Un'infer- miera sedeva fuori. Lui entrò e chiuse la porta. Il vecchio era seduto nel letto e leggeva The Economist. « Buongiorno, signor Pilaster » disse Micky, « come sta? » 79 Lui posò il giornale con visibile riluttanza. « Sto bene, sto bene, grazie. E suo padre? » « E impaziente di tornare a casa. » Micky fissò la fragile figura del vegliardo tra le lenzuola bianche. La pelle del suo viso era tra- sparente, ma gli occhi erano vivi e intelligenti. Dava l'impressione di poter vivere e dirigere la banca per altri dieci anni. A Micky parve di sentirsi nell'orecchio la voce del padre che di- ceva: "Chi ci ostacola?" Si sentí male, tanto era pieno di rancore. « Che le succede? » domandò Seth. « Sembra piú malato di me. » « E comodo, signore? » s'informò Micky cambiando argomento. « Mi permetta di aggiustarle i cuscini. » « La prego, non si disturbi, vanno bene cosí. » Ma Micky aveva già allungato un braccio prendendo un grosso guanciale di piuma. Guardò il vecchio Pilaster ed esitò. Un lampo di paura balenò negli occhi di Seth, che aprí la bocca per chiamare qualcuno. Prima che potesse gridare, Micky gli premette il cuscino sul viso. Seth cercò di difendersi e gli strinse le braccia con forza insospetta- ta. Micky guardò con orrore i vecchi artigli che penetravano nelle maniche della sua giacca, ma continuò a premere con tutta la forza di cui disponeva, reprimendo la risata isterica che gli stava salendo dalla gola. Finalmente il vecchio smise di muoversi. Micky sollevò con cau- tela il cuscino e osservò il volto bianco e immobile: Seth sembrava morto. Si chinò a posare l'orecchio sul petto del vegliardo per au- scultare il cuore, ma aveva cessato di battere. Fu preso da un tremito di paura e di disgusto. La nausea lo investí e dovette aggrapparsi alle colonnine del letto per non cadere. "L'ho ucciso" pensò. "L'ho ucciso." Udí una voce sul pianerottolo. Micky osservò il corpo sul letto. Gli occhi del vecchio erano aper- ti e sembravano guardarlo. La porta si aprí. Era Augusta che captò con uno sguardo il viso immobile di Seth e il cuscino neile mani di Micky. Impallidí, mentre lui la osservava, silenzioso e impotente, in attesa che parlasse. Piano e senza rumore, lei chiuse la porta e prese il cuscino dalle mani di Micky. Sollevò la testa senza vita di Seth, rimise a posto il guanciale e rassettò le lenzuola. Raccolse The Economist dal pavi- mento, lo posò sul petto del morto, poi prese le mani di Seth e le serrò sul giornale. Infine gli chiuse gli oc~hi. Si avvicinò a Micky. « Stai tremando >~ gli disse. Gli carezzò il vi- so e lo baciò sulla bocca. Per un attimo Micky fu troppo sbalordito per reagire. Poi le passò le braccia intorno alla vita e la strinse a sé. Restarono awinghiati a lungo. Lui era ancora spaventato e non riu- sciva a pensare. Alla fine Augusta si staccò. « Tutto questo non è mai successo » sussurrò in tono autoritario. « Mi capisci? Nulla di tutto questo è ac- caduto! » Si lisciò il vestito, si voltò e andò alla porta. Micky la se- guí automaticamente. L'infermiera seduta fuori li guardò con aria interrogativa. Augusta si mise un dito sulle labbra e disse sottovoce: « Si è appena addor- mentato ». « E la cosa migliore » annuí l'infermiera. « Lo lascerò tranquillo per un'oretta. » Augusta fece un segno d'assenso. « Sí, penso anch'io che sia me- glio. Mi creda, ora è proprio in pace. » Parteseconda 1879 Gennaio HUGH TORNO a Londra dopo sei anni. Durante quel periodo i Pila- ster avevano raddoppiato la propria ricchezza, in parte per merito di Hugh. Aveva lavorato straordinariamente bene a Boston. I traffici attraverso l'Atlantico erano in pieno sviluppo, e Hugh aveva fatto in modo di assicurare alla Banca Pilaster una buona quota di quel giro d'affari. Aveva guidato i soci nell'acquisizione di una serie altamen- te remunerativa di prestiti obbligazionari e azionari americani. In se- guito era diventato un esperto del caotico mercato delle azioni ferro- viarie. Nonostante lo scetticismo iniziale dello zio Joseph, il giudi- Zi0 di Hugh si era rivelato giusto. Ora i Pilaster avevano il primato mondiale nella raccolta di fondi per lo sviluppo industriale del Nord Amenca. Hugh aveva chiesto una licenza per tornare in patria a vedere la madre e la sorella, ma aveva anche un altro motivo per venire a Lon- dra. Voleva presentare ai soci una proposta esplosiva: fondere le atti- vità della Pilaster negli Stati Uniti con quelle della nuova banca newyorkese Madler & Bell. L~iniziativa avrebbe procurato guadagni ingenti alla famiglia, e avrebbe anche posto fine al suo esilio. Dopo aver trascorso un giorno con la madre e la sorella a Folke- stone, Hugh prese il treno per Londra e si recò alla Banca Pilaster. Lo aspettavano nella sala dei soci: lo zio Joseph, seduto al posto di socio dirigente, sembrava piú vecchio, piú calvo e sempre piú simi- le al povero Seth; il maggiore Hartshorn, marito della zia Madeleine, leggeva il Times accanto al fuoco; lo zio Samuel, elegantissimo nel suo tight grigio scuro a doppio petto, esaminava con aria corrucciata un contratto: infine il socio piú recente, il giovane William, era in- tento a scrivere qualcosa su un registro. Hugh strinse la mano a tutti e accettò un bicchiere di sherry. Guardò sulle pareti i ritratti dei primi soci dirigenti. « Sei anni fa in questa stanza » disse, « ho venduto obbligazioni del governo russo per piú di centomila sterline a sir John Cammel. > « E vero ~> confermò Samuel. « 11 profitto della Pilaster su quella vendita fu una cifra superiore allo stipendio che ho percepito in otto anni di lavoro per la banca » disse con un sorriso. Joseph ribatté in tono stizzoso: « Spero che tu non stia chiedendo un aumento. Sei già il dipendente piú pagato di tutta l'azienda! » « A parte i soci » fece notare lui. « Naturalmente » scattò Joseph. Hugh si rese conto di essere par- tito male. Troppo impaziente, come sempre, si disse. Meglio rallen- tare. « Non sto chiedendo un aumento » replicò, « ma ho una propo- sta da sottoporvi. » Raccolse le idee. Il suo progetto avrebbe portato in un sol colpo alla banca un giro d'affari superiore a quello che gli altri soci pote- vano procurare in un anno. Se l'avessero accettato, sarebbero stati moralmente costretti a nominarlo socio. « Boston non è piú la capitale finanziaria degli Stati Uniti » ini- ziò. « Oggi il centro è New York. Dovremmo spostare là il nostro uf- ficio. Però c'è un particolare. Una buona parte degli affari che ho concluso negli ultimi anni è stata realizzata in compartecipazione con la Madler & Bell. Sidney Madler mi ha preso sotto la sua ala protettrice quando ero ancora inesperto. Se ci trasferiamo a New York, entreremmo in diretta concorrenza con loro. » « Non c'è niente di male nella concorrenza » dichiarò il maggiore Hartshorn. « Forse. Ma io ho un'idea migliore. Perché non fondere la nostra filiale americana con la Madler & Bell? Creare un'impresa in com- partecipazione che potrebbe chiamarsi Madler, Bell & Pilaster. La nuova banca gestirebbe tutti i finanziamenti per l'import-export at- tualmente trattati dalle due società, e i profitti verrebbero divisi. Io potrei dirigere tale attività da Londra. » « Non mi piace » commentò Joseph. « Sarebbe come dare i nostri affari in mano ad altri. » ~; « Ma non hai ancora sentito la parte migliore » insistette Hugh. ~a Il giro d'affari europeo della Madler & Bell, attualmente ripartito ~tra diversi agenti londinesi, passerebbe per intero alla Pilaster. » Joseph emise un grugnito di stupore. « Il che ammonterebbe a... » « Oltre cinquantamila sterline di commissioni ogni anno. » « Santo Cielo! » esclamò Hartshorn. Erano tutti sbalorditi. La prospettiva sembrava irresistibile. Il giovane William intervenne: « E tu dirigeresti la nuova attività da Londra? » ~: Hugh si accorse che William lo considerava un rivale. « Be', per- ché no? » rispose. « In fondo, Londra è il posto in cui si raccoglie il ~ denaro. » E~ « E quale sarebbe la tua posizione? » ~: « Immagino che i signori Madler e Bell intenderebbero trattare _~ con un socio. » « Sei troppo giovane per essere socio » dichiarò immediatamente Joseph. ~:~ « Ho ventisei anni, zio » ribatté Hugh. « Tu sei diventato socio a ~: ventinove. » « Tre anni sono tanti. » « E cinquantamila sterline sono un bel mucchio di denaro. » Hugh era consapevole di apparire impertinente - era nel suo carattere - e fece un passo indietro. « Capisco che vorrete discuterne. Forse farei bene a usclre. » Samuel annuí. « Che questo affare si faccia o no, Hugh, meriti un elogio per averci portato una proposta molto interessante. » ALLE QUA~TRO del pomeriggio di quello stesso giorno, Hugh stava davanti all'enorme casa di Augusta in Kensington Gore. Sei anni di fuliggine londinese avevano scurito i mattoni rossi e chiazzato la pie- tra bianca, ma la nave in cima al tetto aveva sempre le vele al vento. Per lui, quella casa era piena di ricordi. Lí aveva subíto le persecu- zioni di Augusta, preso a pugni Edward e fatto l'amore con Maisie Robinson. Il pensiero di Maisie era il piú toccante. Non aveva piú avuto sue notizie dopo quella notte, ma aveva pensato a lei ogni giorno della sua vita. La porta venne aperta da Hastead, I'untuoso maggiordomo di Au- gusta. « Buongiorno, signor Hugh » disse con voce gelida. Lui passò nell'atrio e poi in salotto. Il comitato di ricevimento era formato dalle tre streghe della famiglia Pilaster: Augusta, la cognata Madeleine e la figlia Clementine. Augusta, a quarantasette anni, era bella come sempre. Aveva acquistato un po' di peso negli ultimi sei 82 83 anni, ma la sua statura lo sopportava bene. « Ebbene, Hugh » esordí, « confido che le tue esperienze all'estero abbiano fatto di te un gio- vanotto piú savio. » Augusta non avrebbe permesso a nessuno di dimenticare che lui se n'era andato in circostanze tempestose. Hugh rispose: « Credo che tutti diventiamo piú saggi con gli anni, zia ». Ed ebbe la soddi- sfazione di vedere il viso di lei scurirsi per la rabbia. Clementine intervenne: « Ti presento il mio fidanzato, sir Harry Tonks ». Hugh gli strinse la mano. Non lo invidiava per il matrimonio con Clementine. Non era cattiva quanto sua madre, ma aveva sempre avuto una vena maligna. « Da quale parte dell'Inghilterra proviene sir Harry? » domandò. « Ho una proprietà nel Dorsetshire. I miei fittavoli coltivano per lo piú il luppolo. » Un tipico rappresentante dell'aristocrazia terriera, concluse Hugh se ha un po' di buonsenso, venderà le sue terre e investirà il denaro nella Banca Pilaster. In effetti, Harry non sembrava molto brillante ma probabilmente era abbastanza docile. Le donne Pilaster tendeva- no a sposare uomini disposti a obbedire ai loro ordini. « Su, vieni in salotto » ingiunse Augusta. « Tutti aspettano di ve- derti. » Hugh la seguí. La stanza familiare, con le porte-finestre che si aprivano sul grande giardino, aveva una nuova tappezzeria con una profusione di vistosi motivi floreali. « Vedo che hai fatto delle modi- fiche, zia. » « Devo ancora cambiare il tappeto. Quello che c'è non va bene » rispose Augusta. Lui rammentò che la zia non era mai soddisfatta. Quasi tutta la famiglia era riunita in salotto. Hugh era partito in disgrazia, ma ritornava da eroe. Tutti erano curiosi di vederlo nella sua nuova veste. Il primo a stringergli la mano fu suo cugino Edward. Aveva venti- nove anni, ma sembrava piú vecchio, piú grasso, e aveva la faccia congestlonata del gaudente. « Cosí, sei tornato » disse abbozzando un sorriso che si trasformò in una smorfia risentita. Hugh non poteva biasimarlo troppo. Il suo successo americano aveva richiamato l'attenzione sulla mediocrità del lavoro svolto da Edward in banca. Micky Miranda era di fianco a lui. Sempre bello e impeccabil- mente vestito, sembrava ancora piú sicuro di sé. « Salve, Micky » lo salutò Hugh. « Lavori sempre alla legazione di Cordova? » 84 Tll~ RTIIl~ P~RI('()l OSA « Adesso sono io il ministro plenipotenziario di Cordova » rispose i~ìi con un certo sussiego. Stranamente, Hugh non fu stupito. Passò oltre per stringere la ma- ~-no al giovane William e a sua moglie Beatrice. Hastead li interruppe per dare una busta a Hugh. « L'ha appena ~portata un fattorino » disse. Conteneva un biglietto d'invito. 123, Piccadilly London, W. La signora Solomon Greenbourne sollecita il piacere della Sua compagnia questa sera a cena. In basso, una calligrafia familiare aveva aggiunto: "Bentornato a casa! n tuo amico Solly". Hugh gradí l'invito. Solly era sempre amabile e cordiale. « Il fattorino attende una risposta, signore » disse Hastead. « D'accordo. Riferisca i miei ossequi alla signora Greenbourne. Sarò lieto di andare a cena da loro. » Con un inchino, Elastead si ritirò. « Per Giove! » esclamò Beatri- ce. « Vai a cena dai Greenbourne? E fantastico! » Hugh era stupito. « Ho sempre avuto simpatia per Solly, ma un suo invito a cena non è mai stato un privilegio raro. » « Adesso lo è... » replicò Beatrice. « Fa parte della cerchia dei Marlborough, amici del principe di Galles. » « Solomon ha sposato una donna molto brillante » spiegò Wil- liam. « Alla signora Greenbourne piace ricevere, e i suoi ricevimenti sono i migliori in tutta Londra. » « Bene » disse Hugh. « Ns)n vedo l'ora di conoscere questa signo- ra Greenbourne. » PICCADILLY era una via fiancheggiata da palazzi di prestigio. Alle otto di una gelida sera di gennaio, I'ampia strada era congestionata da carrozze d'ogni tipo; sui marciapiedi, sotto la luce dei lampioni a gas, si affollavano gentiluomini in frac, come Hugh, e signore in mantello di velluto con collo di pelliccia. La casa di Solly era proprio di fronte a quella di suo padre, e poco piú piccola. Hugh passò un solenne portone ed entrò in un atrio im- menso rivestito di marmo verde. Un maggiordomo gli prese il cappello e lo consegnò a un valletto. Un secondo valletto lo guidò su per un'ampia scalinata fino a un sa- lone decorato con una certa stravaganza. 85 Altri ospiti erano già arrivati e stavano bevendo champagne. Solly si staccò da un gruppo di persone che ridevano e venne verso Hugh. « Santi numi, Pilaster, come stai? » Solly era sempre grasso, portava sempre gli occhiali ed era piú al- legro che mai. « Sto a meraviglia, grazie » rispose lui. « Lo so. Ho seguito i tuoi successi. Spero che i Pilaster ti paghino uno sproposito: te lo meriti. » « Mi dicono che sei diventato un uomo di mondo. » « Non per opera mia. Mi sono sposato. » Toccò con un dito la spalla nuda di una donna di piccola statura che indossava un vestito verde pallido. Stava guardando dalla parte opposta, ma la sua schie- na era vagamente familiare. Solly le disse: « Cara, ricordi il mio vec- chio amico Hugh Pilaster? » Lei finí di parlare ai suoi interlocutori, poi si voltò lentamente. Fu come se una porta si aprisse sul passato: quando Hugh vide il viso della signora Greenbourne, gli sembrò che il cuore si fermasse. « Certo che mi ricordo di lui. Come sta, signor Pilaster? » Hugh fissò senza riuscire a parlare la donna che era diventata la signora Solomon Greenbourne. Era Maisie. SEDUTA DAVANTI allo specchio della toilette, Augusta stava indos- sando le perle che portava sempre in occasione delle cene formali. Poi prese dal cofanetto dei gioielli l'anello che Strang le aveva dona- to trent'anni prima. Aveva forma di serpente, con testa di diamante e occhi di rubino. Se lo infilò al dito con un sospiro. Non sarebbe mai diventata la contessa di Strang, ci aveva rinun- ciato molti anni prima. Però era decisa ad avere un titolo. E, poiché Joseph non l'aveva, avrebbe dovuto pensare lei a procurarglielo. Aveva riflettuto per anni su quel problema. Adesso era il momento giusto. Avrebbe iniziato la sua campagna quella sera stessa a cena. Tra gli ospiti ce n'erano tre che avrebbero potuto svolgere un ruolo determinante nel far diventare lord suo marito. Aveva pensato di prendere il titolo di conte di Whitehaven. White- haven era il porto in cui la famiglia Pilaster aveva iniziato l'attività quattro generazioni prima. Vedeva già se stessa e Joseph eritrare in un grandioso salone mentre il maggiordomo annunciava: « Il conte e la contessa di Whitehaven ». Il pensiero la fece sorridere. Sapeva esattamente che cosa doveva fare, ma si sentiva ugualmen- te a disagio. Quella sera aveva bisogno di essere molto sicura di sé: se aveva sbagliato nel valutare le persone interessate, era finita. Una cameriera bussò alla porta e annunciò: « Il signor Hobbes è arrlvato, slgnora ». 86 Lei rimise nell'astuccio l'anello di Strang, si alzò dalla toilette e attraverso la porta comunicante passò nella stanza di Joseph. Lo trovò già vestito per la cena, seduto davanti all'armadietto dove tene- va le sue preziose tabacchiere; ne stava osservando una alla luce del- la lampada a gas. Augusta non sapeva bene se fosse il caso di parlar- gli subito di Hugh. Quel giovane continuava a essere una seccatura. Sei anni prima credeva di essersene liberata definitivamente, invece era tornato, a relegare Edward nell'ombra. Adesso si parlava addirittura di ammet- terlo tra i soci della banca, e Augusta non poteva tollerare una simile idea. Ma non era il momento di affrontare quel tema con Joseph. Lo voleva di buon umore per la cena. « Resta qui tranquillo ancora per un po', se vuoi » disse. « E arri- vato soltanto Hobbes. » « D'accordo, volentieri. » A lei interessava parlare a quattr'occhi con Hobbes. Hobbes era il direttore responsabile di un giornale politico chia- mato The Forum. Di solito appoggiava il partito conservatore, che era al governo in quel momento. Hobbes si trovava in una situazione strana. Era potente perché il suo giornale era molto diffuso, però non ne ricavava grandi profitti. Quel concorso di circostanze conveniva perfettamente agli obiettivi di Augusta. Lui era in grado di aiutare lei, e al tempo stesso poteva essere comprato. Hobbes si alzò prontamen~e per salutarla. Era un uomo nervoso, dalla mente agile, e si muoveva a scatti come un uccello. « Mi dica quale cattiva azione ha commesso oggi » lo apostrofò Augusta in tono scherzoso. Lui la scrutò attraverso gli occhiali dalle lenti sporche. « Ho scrit- to un pezzo sulla banca City of Glasgow. E fallita qualche tempo fa, e molti sindacati scozzesi sono stati coinvolti nel fallimento. » « Mi sembra di averne sentito parlare. Mio marito diceva che le cattive condizioni della City of Glasgow erano note da anni. » « Non riesco a capire » borbottò lui in tono animato. « Si sa quan- do una banca è in cattive acque, però la si lascia libera di continuare l'attività finché non fa bancarotta, e migliaia di persone perdono i ri- sparmi di tutta una vita! » Augusta intravide un'apertura. « Forse il mondo dell'economia e quello del governo sono troppo separati l'uno dall'altro. » « E probabile. Una migliore comunicazione tra gli uomini d'affari e i politici potrebbe impedire simili catastrofi. » « Mi domando... » Augusta si fermò, come se volesse parlare di un'idea che le era appena venuta in mente. « Mi domando se una persona come lei sarebbe disposta a entrare a far parte del consiglio di amministrazione di qualche società. » Hobbes fu sorpreso. « Immagino di sí. » « Gli emolumenti non sono alti: cento o duecento sterline l'anno, al massimo. » Gli occhi del giornalista brillarono: per lui erano gros- se somme. « Però l'impegno è modesto » proseguí Augusta. « Mio marito potrebbe sistemare la faccenda, se a lei interessa. Ci rifletta e poi mi dica se desidera che ne parli a Joseph. » « Molto bene, lo farò. » "Fin qui, tutto bene" pensò Augusta, ma mostrare l'esca era la parte piú facile. Ora doveva fargli ingoiare l'amo. « Il mondo econo- mico vorrebbe poter servire il paese. Secondo me, dovrebbero esser- ci piú uomini d'affari alla Camera dei Lord. » Gli occhi di Hobbes si strinsero, e lei intuí che la mente veloce del giornalista cominciava a capire il tipo di scambio che gli veniva proposto. Continuò ad approfondire il tema. « Entrambe le Camere trarrebbero vantaggio dalla competenza di alti esponenti del mondo finanziario. Però esiste una curiosa riluttanza a nominare lord un uo- mo d'affari. » « Esiste, ed è del tutto irrazionale » ammise Hobbes. « I nostri commercianti, industriali e banchieri sono responsabili del benessere del paese molto piú dei proprietari terrieri e del clero, ma solo questi ultimi vengono ricompensati con titoli nobiliari per i servizi resi alla nazlone. » Lei gli rivolse il suo sorriso piú luminoso. « Dovrebbe scrivere un articolo su questo argomento. » Seguí una lunga pausa, poi Hobbes disse: « Forse ha ragione, è un tema degno di essere affrontato: rapporti piú stretti fra il mondo eco- nomico e il governo ». « Titoli nobiliari per gli uomini d'affari » aggiunse lei. « E posti nei consigli d'amministrazione per i giornalisti » conclu- se lui. Gli altri invitati arrivarono in gruppo e, nello stesso momento, comparve anche Joseph. Poco dopo Hastead entrò a dare l'annuncio: « La cena è servita ». Augusta aveva fatto in modo che Edward fosse seduto vicino a Emily Maples, una ragazza timida e carina venuta con i genitori. Suo padre era ministro metodista. Erano palesemente abbagliati dalla ca- sa e dalla compagnia, e altrettanto palesemente fuori posto, ma Au- gusta cominciava a disperare di trovare una moglie adatta a suo fi- glio. Edward aveva ventinove anni e non aveva mai mostrato il ben- ché minimo interesse per una ragazza che rappresentasse un possibi- 88 ~ le partito. Il guaio era che non vedeva alcun motivo per sposarsi. Gli ¨~ piaceva vivere con gli amici, frequentare il club e cosí via. L'idea di . mettere su casa non lo attirava. Per un po' di tempo Augusta aveva creduto ottimisticamente che fosse una fase normale nella vita di un ~ giovane, ma stava durando troppo a lungo, e lei cominciava a preoc- £ cuparsi. Augusta aveva fatto sedere alla propria sinistra Michael Fortescue, un uomo giovane e di bell'aspetto, con ambizioni politiche. Si diceva che fosse molto vicino al primo ministro Benjamin Disraeli. Forte- ~'~ scue era la seconda delle tre persone da cui Augusta voleva un aiuto per fare nominare lord suo marito. Mentre veniva servito il con- ~à sornmé, gli rivolse un sorriso cordiale e gli disse con voce bassa e ~7, suadente: « Quando la vedremo in Parlamento? » £r « Vorrei saperlo anch'io » rispose lui. « Tutti parlano di lei come di un uomo brillante. Perché non si ~` candida in un'elezione suppletiva? » ~`~ « Lei è molto gentile, signora Pilaster, ma le elezioni costano care, e io non sono ricco. » « Non lo sapevo » mentí lei. « In questo caso dovrebbe trovare un finanziatore. » « Magari un banchiere? » suggerí lui in tono a metà tra lo speranzoso. « Non è da escludere. Mio marito desidererebbe avere piú attiva nel governo della nazione, magari alla Camera Lo crede possibile? » « Possibile? Senza dubbio. Anzi, probabile. Vuole che faccia qual- che indagine discreta? » « Sarebbe molto cortese da parte sua » annuí lei soddisfatta. « E se venisse indetta un'elezione suppletiva adeguata... » « Lei e dawero gentile. » Durante la portata successiva, Augusta s'intrattenne in educata conversazione con lord Morter, che sedeva alla sua destra. In realtà era sua moglie che le interessava influenzare, ma per questo doveva aspettare la fine della cena Mentre gli uomini restavano in sala da pranzo a fumare, Augusta portò le signore al piano di sopra, in camera sua. Là poté parlare in disparte per qualche minuto con lady Morter. Di quindici anni piú vecchia di Augusta, Harriet Morter era dama di compagnia della re- gina Vittoria. Come Hobbes e Fortescue, godeva di una certa in- fluenza, e Augusta sperava che fosse corruttibile come gli altri due. Lord e lady Morter erano molto ricchi, ma spendevano piú di quan- to possedevano. I gioielli di Harriet erano splendidi, e il marito per- il faceto e una parte dei Lord. deva fortune enormi alle corse, nonostante si considerasse un buon intenditore di cavalli. Augusta esordí dicendo: « Il signor Pilaster e io ammiriamo mol- tissimo la nostra amata regina. Se mai potessimo esserle di qualche aiuto nel suo nobile incarico, milady, ne saremmo incantati ». « Molto gentile, ma che cosa potreste fare? » « Che cosa fanno i banchieri? Prestiti. » Augusta abbassò la voce: « Immagino che la vita di corte sia terribilmente costosa ». Lady Morter s'irrigidí. Nella sua classe sociale, discutere di dena- ro era un tabú che la sua ospite stava infrangendo in modo flagrante. Ma Augusta rincarò la dose. « Se lei aprisse un conto presso la Ban- ca Pilaster, non avrebbe piú problemi... » La nobildonna era incerta. L'istinto le diceva di snobbare Augusta, ma l'avidità la tratteneva. « Lei è molto gentile » disse infine. Augusta aveva superato il terzo ostacolo. Se aveva valutato corret- tamente la sua vittima, nel giro di sei mesi lady Morter sarebbe stata in debito verso la Banca Pilaster. E allora avrebbe scoperto che cosa Augusta voleva da lei. KINGSBRIDGE MANOR era una delle residenze piú grandi d'Inghil- terra. Maisie c'era stata due o tre volte e non ne aveva ancora visto neppure la metà. Il giovane duca di Kingsbridge - familiarmente chiamato Kingo un tempo era proprietario di oltre cinquantamila ettari di terreno agricolo nel Wiltshire. Su consiglio di Solly ne ave- va venduto la metà, e con il ricavato aveva acquistato una serie di immobili a Londra. Pertanto la crisi agricola che aveva impoverito molte grandi famiglie aveva lasciato indenne Kingo, che era tuttora in grado di ospitare con larghezza gli amici. Anche il principe di Galles era stato per qualche giorno ospite del duca. Solly, Kingo e il principe condividevano il gusto per gli scher- zi maligni, persino un po' pesanti, e Maisie aveva contribuito a orga- nizzarne qualcuno. Aveva sostituito schiuma di sapone alla panna montata sul dessert di Kingo, e aveva incollato insieme le pagine del Times in modo che nessuno potesse aprire il giornale. Per caso, era stato proprio il principe il primo a prenderlo in mano e, mentre ar- meggiava con le pagine, c'era stato un momento di tensione: tutti si domandavano come l'avrebbe presa. Ma, appena si era reso conto dell'accaduto, Sua Altezza aveva cominciato a ridacchiare, e gli altri erano scoppiati a ridere rumorosamente, sollevati e divertiti. Poi il principe era partito, ed era arrivato Hugh Pilaster. A quel punto erano cominciati i guai. L'idea di farlo venire a Kingsbridge era stata di Solly, che aveva 90 bene la sua parte, era cosí bella e affascinante, che l'alta società ave- va finito per accettarla. « Prenderò anch'io un po' di porridge » disse sedendosi. Bertie non aveva ereditato le fattezze di Hugh. Da piccolino aveva avuto una certa somiglianza con Solly: tutti i bambini rassomigliava- no a Solly. Ora aveva qualcosa del padre di Maisie: i capelli neri e gli occhi castani. Lei avrebbe voluto avere altri figli, ma era succes- so qualcosa, quando era nato Bertie, che l'aveva resa incapace di concepire di nuovo. Tornata in camera, trovò Solly che stava preparandosi a uscire per una passeggiata. Lei gli diede un bacio e lo aiutò a infilare gli alti stivaloni. Poi indossò un mantello e un berretto entrambi di pelliccia e scese insieme al marito per incontrare gli altri. Era una bella mattinata gelida e luminosa. Maisie camminava con Kingo da una parte e Solly dall'altra; Hugh li seguiva insieme alla moglie del duca. Maisie era acutamente consapevole della sua pre- senza. Dopo circa ottocento metri giunsero al cancello principale e lei vide avvicinarsi, proveniente dal villaggio, la figura familiare di un uomo dalla barba nera: suo fratello Danny. Sei anni prima Danny era tornato nella loro città natale; aveva ap- preso che i genitori non vivevano piú nella vecchia casa e non aveva- no comunicato il nuovo indirizzo. Deluso, si era spinto a nord, fino a Glasgow, e aveva fondato la Working Men's Welfare Association, un'associazione assistenziale che non solo assicurava i lavoratori contro la disoccupazione, ma conduceva anche una campagna per la sicurezza nelle fabbriche. Il nome di Danny aveva cominciato ad ap- parire sui giornali, il padre aveva letto un articolo su di lui ed era an- dato subito a trovarlo. Era stata una lieta riunione. Risultò che i geni- tori avevano conosciuto altri ebrei poco dopo la fuga di Maisie e di Danny e col loro aiuto si erano trasferiti a Manchester, dove il padre aveva trovato un lavoro. La mamma aveva superato la malattia e adesso stava bene. Quando Maisie aveva sposato Solly, la famiglia si era già ritrova- ta. Solly sarebbe stato lieto di dare ai genitori della ragazza una casa e un vitalizio, ma il padre di lei non voleva saperne e anzi gli aveva chiesto un prestito per aprire un negozio. Ora i Robinson vendevano caviale e altre raffinatezze nella ricca città di Manchester. Nel vedere Danny a Kingsbridge, Maisie temette che fosse succes- so qualcosa ai genitori e corse dal fratello con il cuore in gola. « Dan- ny, che c'è? Si tratta della mamma? » « Papà e mamma stanno benissimo » le rispose lui. « Sono venuto solo per passare qualche ora con te. » 92 QUANDO DANNY fu partito per Londra, Maisie andò in camera di Solly per il sonnellino pomeridiano. Il marito era sdraiato sul letto con indosso un accappatoio di seta rossa. « Non posso salvare l'associazione di tuo fratello » disse mentre lei si spogliava. « Anche se fosse un'operazione sensata dal punto di vista finanziario, e non lo è, non potrei convincere gli altri soci. » Maisie provò uno slancio d'affetto per lui. Non gli aveva chiesto di aiutare Danny. « Hai già fatto tanto per la mia famiglia, non devi scusarti. Inoltre non accetterebbe nulla da te, è troppo orgoglioso. » « Ma che cosa farà? » « Domani s'incontra con alcuni membri di un'influente associa- zione professionale. Vuole diventare deputato al Parlamento e spera che l'associazione lo appoggi. » Solly si voltò su un fianco e appoggiò la testa al gomito. « Mi di- spiace di doverti lasciare, stasera. » Dispiaceva anche a Maisie. Una parte di lei era eccitata all'idea di restare sola con Hugh, ma questo la faceva sentire ancora piú in col- pa. « Non importa » rispose. « Mi vergogno tanto della mia famiglia » disse lui. « Non dire cosí... » Solly doveva recarsi a casa per una ricorrenza familiare, e Maisie non era stata invitata. Poteva capire l'antipatia di Ben Greenbourne per lei, e in parte ammetteva di meritare quel trat- tamento, ma Solly ne soffriva profondamente. « Sei sicura che non ti dispiace? » le domandò con sollecitudine. Lei sedette sul letto e lo baciò. « Sono sicura. » QUELLA SERA erano in diciotto intorno al lungo tavolo della sala da pranzo. Maisie si trovò seduta accanto a Hugh e, man mano che il tempo passava, sentiva sempre di piú la sua presenza. Fece uno sfor- zo per tenere la conversazione su un tono leggero, e si preoccupò di chiacchierare anche con l'altro suo vicino di tavola. Tuttavia il pas- sato sembrava fare capolino dietro la sua spalla in attesa di essere ri- conosciuto. Non avevano mai parlato di ciò che era successo sei anni prima. Hugh sapeva soltanto che lei era sparita senza lasciare traccia, per ricomparire sei anni dopo come signora Greenbourne. Prima o poi avrebbe dovuto dargli qualche spiegazione. A un certo punto la conversazione tra gli altri commensali si fece molto rumorosa. Maisie decise che era il momento di affrontare l'ar- gomento. Sopraffatta dalPemozione, si rivolse a Hugh. « Avrei rovi- nato la tua carriera, lo sai. » Lui capí a che cosa alludeva. « Chi te l'ha detto? » « Tua zia Augusta, e aveva ragione. » « Ma non hai rovinato la carriera di Solly » obiettò lui, che sentiva montare la collera. « Calmati. Solly era già la pecora nera della famiglia. E anche co- sí, è stato abbastanza difficile. I suoi non hanno mai smesso di dete- starmi. » ~= « Perché non mi hai spiegato le ragioni del tuo comportamento? » « Non era possibile. » Al ricordo di quei giorni terribili, Maisie si sentí soffocare e inspirò profondamente per calmarsi. « Mi si è spez- zato il cuore a sparire in quel modo. Ma non sarei riuscita a farlo se avessi anche dovuto giustificarmi con te. » Lui non era ancora disposto ad accettare scuse. « Avresti potuto mandarmi almeno un biglietto. E stato terribile: senza sapere, senza capire... » « Scusami » disse lei, « non volevo ferirti. Volevo salvarti dall'in- felicità. L'ho fatto soltanto per amore. » Appena ebbe proferito la parola "amore", se ne pentí. Lui ne approfittò. « Adesso ami Solly? » domandò bruscamente. « Sí. La vita che mi ha offerto... è difficile non essere contenti. » Hugh era ancora furioso. « Hai ottenuto ciò che volevi. » Era un'affermazione dura, ma lei sentiva di meritarla e si limitò ad annuire. « Che ne è stato di April? » s'informò Hugh. Era troppo. « Dunque mi classifichi allo stesso livello di April? » Le sorrise con espressione pentita. « No, non sei mai stata come lei. Però mi interessa sapere che fine ha fatto. La vedi ancora? » « Sí... con discrezione. » April era un argomento neutro che li avrebbe portati fuori dal terreno emotivo. « Conosci un posto chia- mato Nellie's? » Lui abbassò la voce. « Ma è un bordello. » « Sí. Appartiene ad April. » « Santo Cielo, com'è successo? » « Dapprima divenne l'amante di un famoso romanziere che le re- galò un piccolo cottage a Clapham. Poi, quando lui si stancò di lei April vendette il cottage e rilevò lo "stabilimento" di Nellie, che pro- prio allora stava pensando di ritirarsi dagli affari. » « Incredibile » commentò Hugh Il volume della conversazione generale si era abbassato, e le sue parole furono udite da diversi vicini di tavola. « Incredibile cosa? » domandò qualcuno. Hugh sorrise senza rispondere. Finita la cena, Kingo annunciò che voleva ballare. Il tappeto del salone venne arrotolato e fu chiamato un valletto che sapeva suonare qualche polka al pianoforte. Maisie ballò con tutti tranne che con Hugh, ma a quel punto era evidente che lo evitava, perciò decise di fare un ballo anche con lui. Fu come tornare indietro di sei anni ed essere di nuovo nei Cremor- ne Gardens. Lui non la guidava quasi: sembrava che, d'istinto, faces- sero entrambi gli stessi movimenti. Piú tardi la duchessa propose una passeggiata in giardino. Nel- I'oscurità, Maisie prese Hugh per un braccio. « A Boston... hai tro- vato una ragazza che ti piacesse? » « Be', c'erano parecchie ragazze, belle e intelligenti, che sarebbe- ro state ottime mogli e madri. Ne ho presa in considerazione qualcu- na, e qualcuna sembrava provare interesse per me. Però, quando si giungeva al punto in cui avrei dovuto dichiararmi o tirarmi indietro, ogni volta mi rendevo conto che ciò che provavo non era sufficiente. Non era ciò che sentivo per te. Non era amore. » Aveva detto la parola magica. « Basta » disse Maisie. « Due o tre madri si mostrarono piuttosto risentite con me, poi la mia cattiva reputazione si diffuse e le ragazze cominciarono a diven- tare diffidenti. Sapevano che in me c'era qualcosa che non andava, che non ero serio non ero il tipo da sposare. Cosí, se una ragazza s'innamorava di me~ la scoraggiavo. Non mi piace spezzare cuori, so troppo bene che cosa si prova. » Il viso di lei era rigato di lacrime. Maisie ringraziò mentalmente l'oscurità discreta. « Mi dispiace » mormorò. « Comunque, ora so cos'è che non va. Credo di averlo sempre sa- puto, ma gli ultimi due giorni hanno dissipato ogni dubbio... » Si erano fatti distanziare dagli alh-i. Hugh si fermò e la guardò in viso. « Ti amo ancora~ tutto qua. » Ormai l'aveva detto e aveva guastato ogni cosa, distrutto la felicità di Maisie. « E credo che anche tu provi lo stesso per me » proseguí spietato. « Non è vero'? » Chinando la testa, Hugh la baciò sulle labbra, e lei non si ritrassc. « Lacrime salate ¨> disse lui. « Lo sapevo: mi ami. » Estrasse dalla tasca un fazzoletto ripiegato e le asciugò gentilmente il viso. Lei sentí che era necessario porre fine a quella situazione. « Dob- biamo raggiungere gli altri. La gente chiacchiera. » Si voltò e riprese a camminare. Quando rientrarono in casa, il grande orologio dell'ingresso batte- va mezzanotte. Maisie si sentí improvvisamente svuotata dalle ten- sioni di quel giorno. « Vado a dormire » annunciò. Vide la duchessa osservare pensierosa Hugh, poi lei, e reprimere un sorrisetto. Si rese conto che tutti pensavano che avrebbero passa- to la notte insieme. Le signore salirono di sopra, lasciando gli uomi- ni a bere il bicchiere della staffa. Maisie entrò nella propria camera e chiuse la porta. Il fuoco bru- ciava nella stufa a carbone, e sulla mensola c'erano delle candele. Forse si sbagliavano tutti: forse Hugh non sarebbe venuto. Quel pen- siero la ferí. Poco dopo udí gli uomini salire la scala con passo pesante, riden- do di qualche facezia. Nessuno di loro si sarebbe scandalizzato per un piccolo adulterio in una residenza di campagna. Nessuno si sentl- va sleale verso il proprio amico Solly? rifletté con ironia. Poi la colpí, come uno schiaffo, il pensiero che la slealtà sarebbe stata sua. Per tutta la sera aveva allontanato l'immagine di Solly, ma ora tor- nava prepotentemente alla ribalta. Il buono e generoso Solly, I'uomo che l'amava per quello che era. che voleva bene a Bertie pur sapen- do che era fi lio di qualcun altro. Poche ore dopo che lui se n'era andato, Maisie stava per portarsi a letto un altro uomo. "Ma che raz- za di donna sono'?" si domandò. Anche se il pensiero di perdere quella notte con Hugh le faceva venir voglia di piangere, si alzò e chiuse la porta a chiave. Un momento dopo udí bussare sommessamente. Qualcuno girò la maniglia e spinse il battente, che non si aprí. « Maisie » si sentí chiamare sottovoce. « Sono io, Hugh. Fammi entrare. » Lei appoggiò la schiena contro la porta. Le lacrime le rigavano le guance. « Di' qualcosa. Ci sei'? So che ci sei. » Lei restò immobile, piangendo silenziosamente. Dopo un momento lui se ne andò. IL MINISTRo plenipotenziario di Cordova era occupato. L'indomani era la festa dcll'indipendenza del suo paese; Cl sarebbe stato un grande ricevimento al quale avrebbero partecipato membri del Parla- mento, diplomatici e giornalisti. Ma quando giunse Edward Pilaster, Micky Miranda lasciò perdere ogni cosa. Aveva bisogno di mezzo milione di sterline, e sperava di poter ottenere da lui quella somma. Micky condusse l'amico nel suo studio e spiegò sul tavolo una carta di Cordova. « Questa è la provincia di Santamaria, nel nord del paese » esordí. « Conosco la geografia di Cordova » replicò Edward infastidito. « Lo so » disse Micky con voce suadente. La Banca Pilaster rea- lizzava un grosso volume d'affari con la repubblica sudamericana, finanziava le sue esportazioni di nitrato, carne salata, argento e le UNA FORTUNA PERICOLOSA sue importazioni di attrezzature minerarie, il tutto grazie a Micky. Di conseguenza, Edward era diventato il massimo esperto londinese per quanto riguardava quel paese. « Lo so che la conosci » ripeté Micky « E sai pure che tutto il nitrato estratto da mio padre deve essere tra sportato alla capitale Palma a dorso di mulo. Ma forse ignori che è posslbile costrulre una ferrovia lungo quel percorso. » Prese dalla scrlvania un volume rilegato. « Abbiamo fatto fare uno studio. I par- ticolari sono qui, compresi i costi. Dàgli un'occhiata. » « Quanto? » domandò Edward « Cinquecentomila sterline. » Edward sfogliò il volume. « Com'è la situazione politica~ » Micky guardò il ritratto del presidente Garcia sulla parete. « Il presidente è favorevole all'idea. » Fin da quando suo padre era di- ventato governatore della provincia di Santamaria - con l'aiuto dei duemila fucili Westley-Richards - i Miranda erano stati i sostenitori piú fedeli del presidente. Garcia non sospettava affatto il vero motivo per CUI il padre di Micky voleva la ferrovia per Palma: avrebbe con- sentito ai Miranda di attaccare la capitale in due giorni anziché in due settimane. « Come sarà finanziato il progetto? » s'informò Edward. « Raccoglleremo i fondi sul mercato londinese » rispose Micky « Credo che alla Banca Pilaster interesserebbe assicurarsi questo af- fare. » Edward scosse il capo. « Cordova non è il Canada o la Russia Agli investitori non piace la vostra situazione politica, con tutti quei caudillo, ognuno con un esercito personale. » Micky cercò di non farsi prendere dal panico. « Ma se una banca prestigiosa come la Pilaster finanziasse il progetto, il pubblico con- cluderebbe che Cordova è un buon posto per fare investimenti. » « Questo è un argomento valido » ammise Edward « Se uno dei soci volesse veramente sostenerlo, forse sarebbe fattibile. Però io non sono socio. » Micky aveva sottovalutato la difficoltà di mettere insieme mezzo millone dl sterline, ma non era ancora sconfitto. Avrebbe trovato una soluzlone. La sera in cui i Pilaster si recarono a vedere l'operetta all'Opéra Comique, Micky arrivò con qualche minuto di anticipo Mentre at- tendeva nel foyer, incontrò i Bodwin, una famiglia di parassiti dei Pilaster. Albert Bodwin era avvocato e lavorava spesso per la banca Un tempo Augusta aveva tentato di convincere la figlia, Rachei Bodwin, a sposare Hugh. Mentre rimuginava il problema su come procurarsi il denaro per la ferrovia, Micky flirtò automaticamente con Rachel Bodwin. Non era proprio bella aveva gli occhi troppo ravvicinati - ma aveva un cor- po attraente: gambe lunghe, vita sottlle e seno generoso. La ragazza appariva attratta da Micky, ma questo capitava a tutti, maschi e femmine, giovani e vecchi. A Micky piaceva che le persone ricche e influenti avessero un debole per lui, perché ciò gli dava po- tere; però Rachel non era nessuno, e dunque l'interesse che gli di- mostrava non valeva nulla. Non appena i Pilaster arrivarono, Micky concentrò la propria at- tenzione su Augusta. Indossava un l`avoloso vestito rosa. ~< Lei è... deliziosa, signora Pilaster » disse sottovoce, e la donna sorrise com- piaciuta. Poi venne il momento di prendere posto. Durante tutto il primo atto Micky continuò a riflettere sulla ferro- via di Cordova. Non aveva pensato che la situazione politica del pae- se potesse essere considerata un rischio dagli investitori. Questo vo- leva dire che non sarebbe riuscito a far finanziare il progetto da nes- suna banca. L'unico modo di trovare i fondi era quello di usare la sua influenza personale sui Pilaster. In occasione dell'intervallo, si trovò per qualche momento solo nel palco con Augusta e decise di affroníarla subito. « Quando pre- vede che Edward divenga socio della banca'? » « E un punto dolente » rispose lei in tono acido. « Mio marito ha promesso di l`arlo socio appena si sposa. Abbiamo anche scelto la moglie: Emily Maple, la figlia di un ministro metodista. Tuttavia, non so perché, Edward non si decide mal a chiedere la sua mano. » La notizia non stupí Micky. Non poteva immaginare Edward spo- sato, per quanto adatta fosse la ragazza. Però adesso c'era un mcentl- vo: la nomina a socio. Forse a Edward non importava, ma a Mlcky sí. « Che cosa possiamo fare per incoraggiarlo'? » Augusta gli rivolse uno sguardo indagatore. « Ho la strana sensa- zione che potrebbe decidersi se anche tu ti sposassi. » Micky distolse gli occhi. Augusta aveva intuito giusto. Lui pure era convinto che, se si fosse maritato per primo, Edward avrebbe fl- nito per seguire le sue orme. ~< lo sposarmi? » borbottò con una risa- tina. Naturalmente lo avrebbe fatto, prima o poi, ma per adesso non ne vedeva ancora il motivo. Però, se quello era il prezzo per finanziare la ferrovia... Nel corso del secondo atto, Micky pensò molto a Edward. Erano amici da piú di quindici anni. Edward era debole e insicuro, deside- roso di compiacere, ma privo d'iniziativa e di decisione. L'unica sua ambizione era farsi incoraggiare e sostenere dagli altri. Adesso ave- va bisogno di essere spinto verso un matrimonio che era necessano per la sua carriera... e per quella di Micky, che aveva anche un'al- tra idea per la testa. Cosí, quando venne il momento del secondo intervallo, si awi- cinò ad Augusta e le propose: « Edward ha bisogno di qualcuno che lo aiuti in banca, di un segretario che badi ai suoi interessi ». Lei ci rifletté su per un attimo. « Mi sembra una buona idea. Hai in mente qualcuno di preciso? » « Un mio cugino, Simon Oliver, che lavora per me alla legazione. Il suo vero cognome è Olivera, ma lui lo ha anglicizzato. E una per- sona di assoluta fiducia. » « Invitalo al tè » disse Augusta. « Se è un tipo in gamba, ne par- lerò a Joseph. » Cominciò l'ultimo atto. Lui e Augusta la pensavano spesso allo stesso modo. Avrebbe dovuto sposare lei: insieme, avrebbero potu- to conquistare il mondo. Scacciò quel pensiero irrealizzabile. Chi avrebbe sposato, allora? Certo non un'ereditiera, perché non aveva nulla da offrire a una ragazza di quella classe. No, per lui ci voleva una ragazza di famiglia piú modesta, una che si sentisse già attratta da lul, che lo accettasse con entusiasmo. Il suo sguardo percorse len- tamente i palchi, e i suoi occhi si fissarono su Rachel Bodwin. UN~OR~ piú tardi, Mieky e Edward erano a cena in una stanza pri- vata da Nellie's. Oltre al tavolo, c'erano un divano, un armadio, un lavabo e un grande letto. April Tisley aveva ridecorato tutta la casa ma la tappezzeria era già strappata e il tappeto consunto. Però la luce fioca delle candele nascondeva il cattivo gusto dell'ambiente e to- gheva qualche anno all'età delle due donne che li stavano servendo Micky osservò Edward seduto davanti a lui. La loro amicizia era stata fruttuosa, pensò. C'erano stati momenti in cui aveva quasi pro- vato affetto per Edward. Si erano aiutati a vicenda e, insieme, aveva- no sperimentato tutti i vizi offerti dalla città piú raffinata del mondo Quando ebbero finito di mangiare, Micky versò un altro bicchiere di vmo e disse: << Intendo sposare Rachel Bodwin ». Edward lo guardò fisso. « Non ti credo. » L'altro si strinse nelle spalle. « Comunque è vero. » « Sel un malale! » Micky sgranò gli occhi. << Che diavolo ti prende? Tu non stai forse per sposare Emily Maple? » « Non sposo proprio nessuno » « Perché? Hai ventinove anni, e io pure. E ora di mettere su una amigha rispettablle. » « Al diavolo la famiglia rispettabile! » ruggí Edward rovesciando 100 101 il tavolo. Micky fece un balzo indietro, mentre i piatti andavano in pezzi e il vino si versava sul pavimento. Le due donne Sl rannlCChia- rono impaurite in un angolo. Micky era disorientato dal furore dell'amico. Doveva calmarlo. « Non è la fine del mondo » disse in tono accomodante. « Non farà alcuna differenza per noi. Continueremo a venire qui. » Edward lo guardò diffidente. « Davvero? » « Certo. E andremo al club. I circoli servono a questo. Gli uomini li frequentano per stare lontano dalle mogli. » « Allora non cambierà nulla » disse Edward con un sorriso ebete. « Invece sí » replicò Micky. « Qualcosa cambierà. Tu diventerai socio della banca. » Aprile IL LOCALE del music-hall era caldo come un bagno turco. L'aria odorava di birra e di gente sudata. Sul palcoscenico una donna ve- stita di stracci teneva in braccio una bambola, imitazione dl un neo- nato, e cantava una canzone su come era stata sedotta e abbandonata. Il pubblico, seduto a lunghi tavoli, Sl univa al rltornello. Anche Hugh cantava a voce spiegata. Aveva bevuto diversi bic- chieri di birra, e ora era schiacciato contro Nora Dempster: una per- sona contro cui era piacevole farsi schiacciare. Aveva un corpo pro- speroso e morbido, un sorriso accattivante; probabilmente gli aveva salvato la vita. Dopo la visita al castello di Kingsbridge, infatti, Hugh era precipi- tato in una depressione profonda. Rivedere Maisle aveva evocato vecchi fantasmi e, poiché lei lo aveva respinto una seconda volta, i fantasmi lo tormentavano senza tregua. Riusciva a sopportare le ore diurne, perché il lavoro lo distraeva dalla sofferenza. Era occupato a organizzare l'accordo con la Madler & Bell, che i soci della Pilaster avevano finito per accettare. Presto sarebbe stato socio anche lui. Ma, quando scendeva la sera, non pro- vava entusiasmo per nulla. Se ne stava seduto nel suo appartamento pensando a Maisie, oppure girava per le strade nella speranza d'in- contrarla. Invece si era imbattuto in Nora, che un sabato pomeriggio stava uscendo da un grande magazzino in Oxford Street. Lel era inciampa- ta, e lui l'aveva presa tra le braccia. Però il vaso di ceramica che ave- va appena acquistato si era infranto sul marciapiede, e la ragazza aveva lanciato un grido di sgomento. Hugh, naturalmente, si era su- bito offerto di comprarghene un altro. Nora aveva un grazioso visetto tondo con riccioli biondo rossicci che uscivano da sotto una cuffietta. I suoi vestiti non erano raffinati ma di buon gusto. Senz'altro era di estrazione modesta e parlava con un forte accento popolare. Dopo aver acquistato il nuovo vaso, Hugh l'aveva accompagnata a casa in carrozza. La ragazza viveva in un misero quartiere operaio con il padre, viaggiatore di commercio per una ditta di specialità far- maceutiche, mentre la madre era morta. Hugh pensava che non l'avrebbe piú rivista, invece il lunedí, alla banca, aveva trovato un biglietto di Nora che lo ringraziava della sua cortesia: aveva una calligrafia minuta e precisa. Il giorno dopo, uscendo dalla banca per andare a pranzo, l'aveva vista venire verso di lui e si era fermato a parlarle. Lei lavorava co- me aiutante m una corsetteria e stava tornando al negozio dopo esse- re stata da una cliente. Un impulso subitaneo l'aveva indotto a pro- porle di andare insieme a ballare quella sera. Lei aveva risposto che le sarebbe placiuto, ma che non aveva un cappellino abbastanza ele- gante, perciò lui l'aveva portata da una modista e gliene aveva com- prato uno, cosí 11 problema era risolto. Gran parte della loro storia sentimentale si era svolta nei negozi. Lei aveva sempre avuto poco, ed era incantata dalla disponibilità fi- nanziarla di Hugh. Maisie non era certo scomparsa dalla mente di lui - in effetti, la pensava ogni giorno - ma i ricordi non lo gettavano piu nella disperazlonc. Aveva qualcosa di buono da aspettare, il pros- simo appuntamento con Nora. Nel giro di pochi mesi lei gli aveva dato di nuovo la gioia di vivere. Quando lo spettacolo finí, uscirono nella nebbia e si diressero ver- so la casa di Nora in Camden Town. Si tenevano per mano, ferman- dosi ogm tanto per baciarsi. La nebbia rendeva tutto sommesso e ro- mantlco. Da anni Hugh non si sentiva cosí bene. Si rese conto di essere sta- to solo troppo a lungo. Era tempo di avere un essere morbido e caldo con cui dividere il letto e la vita. Perché non Nora~ Le prese la mano. <~ Nora, vuoi sposarmi? » Lei arrossí violentemente « Sí » Lui la baciò, e lei lo ricambiò con passione. IL BALLO IN COSTUME della duchessa di Tenbigh era il primo gran- de evento della stagione mondana londinese. Tutti ne parlavano con settimane di anticipo, e c'era chi avrebbe fatto qualunque cosa per Augusta e Joseph Pilaster non erano tra gli invitati, il che non era 102 UNA FORTUNA PERICOLOSA sorprendente dato che non appartenevano al massimo livello dell'al- ta società cittadina. Però Augusta ci teneva molto ad andarci, e ne parlò a Harriet Morter, che parve imbarazzata dalla richiesta. Come dama di compagnia della regina, godeva dl un grande potere soclale, ma non le promise nulla. Augusta controllò il conto di lord Morter presso la Banca Pilaster e constatò che aveva uno scoperto di mille sterline. L'indomam iI no- biluomo ricevette un invito a regolarizzare la propria posizlone. Lo stesso giorno Augusta tornò a far visita a lady Morter. Si scusò di- cendo che il sollecito era stato inviato per errore. Pol parlò dl nuovo del ballo. Il volto solitamente impassibile di lady Morter si animò breve- mente di un lampo d'odio. Sapeva di trovarsi di fronte a una scelta obbligata: o esercitare la propria influenza per far mvltare Augusta al ballo, oppure trovare mille sterline per colmare lo scoperto. Gli invlti arrivarono il glorno dopo. Augusta si sarebbe vestita da regina Elisabetta, e Joseph da conte di Leicester. La sera del ballo cenarono a casa prima di camblarsl. Quando ebbe indossato il proprio costume, Augusta Sl recò nella ca- mera di Joseph per aiutarlo a vestirsi e parlargli di Hugh. Era furiosa all'idea che Hugh diventasse socio contemporanea- mente a suo figlio. Peggio ancora, tutti sapevano che Edward riceve- va quell'onore solo perché sl era sposato e aveva Investito 250.000 sterline nella banca, mentre Hugh aveva concluso un accordo enor- memente vantaggioso con la Madler & Bell di New York. La loro ammissione era prevista per la fine dl aprlle, ma all'inizio di quel mese, con grande gioia di Augusta, Hugh aveva commesso l'errore incredibilmente stupido di sposare una paffutella ragazza ap- partenente alla classe operaia. Era ovvio che aveva un debole per le donne di strada. Adesso, mentre sistemava la gorgiera elisabettiana del marito, Au- gusta disse « Presumo che ci ripenserete sul fatto di ammettere Hugh a socio. Un socio non può avere per moglie una commessa. Sarà una palla al piede, per lui. Avrà pessime maniere ». « Può imparare. » Joseph esitò, poi aggiunse: « A volte l~ni sembra che ti dimentichi delle tue origini, mia cara ». Augusta si sentí oltraggiata. « Io non ho mai lavorato nei negozi di mio padre » ribatté. « Sono stata educata per essere una signora. » Il ballo cominciava alle dieci e mezzo, e i Pilaster arrivarono ac- compagnati da Edward e sua moglie Emily. C'era già una lunga coda di gente, dall'ingresso fino alla scala ogivale che saliva al pianerot- tolo dove il duca e la duchessa di Tenbigh, vestiti come Salomone e la regina di Saba, accoglievano gli ospiti. L'atrio era una vera e pro- pria esplosione di fiori, e un'orchestra suonava. I Pilaster erano seguiti da Micky Miranda, invitato grazie al suo status dlplomatico, con la moglie Rachel che aveva sposato da poco. Micky sembrava piú affascinante che mai, vestito da cardinale. Augusta mdlviduò un'altra coppia sposata di fresco, Hugh e Nora. Grazie all'amicizia con i Greenbourne, Hugh veniva invitato dapper- tutto. Era vestito da Rajah indiano, mentre lei voleva probabilmente raffigurare un'incantatrice di serpenti, con la gonna cosparsa di mo- nete e spacchi sui fianchi che scoprivano i pantaloni da odalisca. Aveva fmtl serpenti attorcigliati intorno alle braccia e alle gambe, e uno di cartapesta posato sull'ampio seno. Augusta sussultò. « La moglie di Hugh è incredibilmente volga- re » mormorò nell'orecchio di Joseph. « Non credo che sia adatta a essere la compagna di un socio della Banca Pilaster. » « Ma non dovrà prendere decisioni finanziarie » Augusta aveva voglia di urlare per la frustrazione. Era chiaro che Nora avrebbe dovuto macchiarsi di una colpa imperdonabile prima che Joseph e gli altri soci si rivoltassero contro Hugh... Già, era un'idea! La collera di Augusta si spense con la stessa rapidità con CUj Sl era accesa. Forse c'era un modo per mettere Nora nei guai Guardò di nuovo su per la scalinata e studiò la sua preda. Lei e Hugh stavano conversando con l'addetto diplomatico unghe- rese, il conte de Tokoly, personaggio di dubbia moralità, appropriata- mente vestito da Enrico VIII. « Nora sta parlando con de Tokoly » bisbigliò a Joseph. « Farebbe meglio a badare alla propria reputazione. » « Ascolta, non essere scortese con il conte » rispose bruscamente Joseph. « In questo momento stiamo cercando di raccogliere due mi- lioni di sterline per il suo governo. » Augusta continuò a meditare. Se solo fosse stato possibile fare in modo che Nora si squalificasse proprio quella sera, preferibilmente davanti al principe di Galles... In quel momento giunse il gruppo della famiglia reale. L'orche- stra, che stava suonando un valzer di Strauss, si interruppe di colpo e attaccò l'inno nazionale. Tutti gli ospiti fecero l'inchino o la riveren- za mentre il principe e la principessa Alessandra, vestiti da re Artú e da regina Ginevra, salivano la scala. Sul pianerottolo, il duca e la duchessa accolsero gli ospiti reali e li scortarono nella sala da ballo. All'interno, una quantità enorme di fiori decorava le pareti, e la luce di migliaia di candele era riflessa dagli alti specchi. La coppia principesca si diresse verso un podio in 104 105 fondo a; salone. Era previsto che alcuni dei costumi piú spettacolari sfilassero davanti ai principi di Galles. Intorno al podio si raccolse una piccola folla, e Augusta si trovò spalla a spalla con il conte de Tokoly. « La moglie di suo nipote Hugh è veramente una ragazza delizio- sa, signora Pilaster » disse. « Piú tardi la inviterò a ballare. Crede che accetterà? » « Ne sono sicura. » Forse era troppo sperare che Nora fosse causa di un incidente con il conte... Ebbe un'ispirazione improvvisa e si allontanò guardandosi attor- no: non appena vide Micky, andò da lui. « Voglio che tu faccia una cosa per me » disse. « Conosci il conte de Tokoly? » « Ovviamente. Tutti noi diplomatici ci conosciamo. » « Digli che Nora è una ragazza di facili costumi. » Le labbra di Micky s'incurvarono in un mezzo sorriso. « Si rende conto di cosa farà il conte? » « Confido che le rivolga una proposta indecente. » Micky annuí. « Se è questo che vuole... Sono il suo schiavo, ora e sempre. » Augusta ignorò il complimento. Cercò Nora e vide che guardava ammirata il lusso del salone. Senza pensarci due volte, si aprí un varco tra la folla fino a raggiungerla e le parlò nell'orecchio. « Un piccolo consiglio. » « Gliene sarò molto grata » fece Nora. « Ho notato che parlavi con il conte de Tokoly » continuò Augu- sta. « Sta' attenta. Se tieni alla tua reputazione, non permettergli al- cuna libertà. Bisogna metterlo a posto subito, o può diventare molto imbarazzante. » Nora assentí. « Non si preoccupi. So trattare i tipi come lui. » Hugh era lí vicino, intento a parlare con il duca di Kingsbridge. Si accorse della presenza di Augusta e la guardò sospettoso. Poi si af- frettò a tornare dalla moglie, ma la zia stava già allontanandosi: ave- va fatto ciò che doveva. Il seme era gettato. Davanti al principe stava sfilando il gruppo dei Marlborough, compresi Solly e Maisie Greenbourne. Erano vestiti da orientali e, invece di rendere omaggio con l'inchino o la riverenza, s'inginoc- chiarono a fare salamelecchi alla maniera araba, provocando una grande risata del corpulento principe. Quando la sfilata ebbe termine, I'orchestra attaccò un valzer. Il principe invitò la duchessa di Tenbigh a ballare, e il duca invitò la principessa. Gli altri ospiti non tardarono a imitarli. Micky fece subito coppia con Augusta e, non appena fu tra le sue ~ braccia, per lei fu come avere di nuovo diciassette anni e ballare con F.~ il conte di Strang. Si sentí giovane, bella e spensierata. « Guardi là » le disse Micky. Lei seguí la direzione indicata e vide Nora che danzava con il conte de Tokoly. « Gli hai parlato? » «Sí.» Augusta entrò in tensione. « Avviciniamoci » disse. i5 Non fu facile, ma Micky la pilotò magistralmente attraverso la ~: calca. Fino a quel momento non era successo nulla di particolare: lui le sussurrava qualche parola ogni tanto, lei annuiva e sorrideva. Au- ,~ gusta stava cominciando a domandarsi se avesse sbagliato a valutare la vittima, quando ci fu l'esplosione. Fu l'unica a vedere come si erano svolti i fatti. Il conte aveva av- vicinato le labbra all'orecchio di Nora e le aveva bisbigliato qualco- ~ sa. Lei si era fermata di colpo, respingendolo. Ma lui aveva conti- r nuato a mslstere, 11 volto increspato da un ghigno lascivo. In quel- I'istante la musica era teminata e, nel breve silenzio che era seguito Nora gli aveva dato un sonoro ceffone. ~;~ Lo schiocco risuonò in tutta la sala come uno sparo. Era una botta che avrebbe fermato un ubriaco in un saloon. Il conte vacillò e andò a sbattere contro il principe di Galles. ~- Tutta la gente intorno trattenne il respiro. In un silenzio scandaliz- zato, I'accento popolare di Nora echeggiò forte e chiaro: « Non mi venga mal piú vicino, vecchio porco degenerato! » Ancora per un secondo formarono un quadro vivente: la donna of- fesa, 11 conte umiliato e il principe sbalordito. Poi Hugh comparve al fianco della moglie. De Tokoly si affrettò a ricomporsi e uscí impet- tlto dalla sala. Augusta guardò Micky con aria di trionfo. « Geniale » mormorò lui con autentica ammirazione. « Lei è dav- vero gemale, Augusta. » Le strinse il braccio e la portò lontano dalla ~ ~ pista. --~ Joseph l'accolse sbraitando: « Quella disgraziata ragazza! Ha sver- gognato tutta la famiglia e ci ha fatto anche perdere un contratto im- portante! » Era proprio la reazione che Augusta aveva sperato. « Ora forse ammetterai che Hugh non può essere ammesso tra i soci » disse lei. « Hal raglone, mia cara. Hai avuto ragione fin dal principio » Hugh stava guidando Nora verso l'uscita. Augusta non esito a fer- marli. C'era 11 rischio che il giorno dopo, a mente fredda, I'incidente venisse considerato meno grave di quanto era sembrato. Lei voleva che Ci fosse una rottura insanabile, mentre il marito era ancora in 106 107 collera. Ri~/olta alla ragazza, disse in tono d'accusa: « Avevo cercato di metterti in guardia contro il conte de Tokoly ». « Dio solo sa il danno che hai recato stasera alla famiglia e alla banca » rincarò Joseph nei confronti di Hugh. « Abbiamo sicura- mente perso l'affare ungherese, e non saremo mai piú invitati a un ricevimento importante. » Lui ribatté con rabbia controllata: « Lasciami chiarire una cosa. La moglie di un Pilaster deve forse accettare insulti e umiliazioni piuttosto che compromettere una trattativa commerciale? E questa la tua filosofia? » Joseph era profondamente offeso. « Giovane insolente! » ringhiò. « Sto dicendo che il matrimonio con una donna di condizione infe- riore a]la tua ti ha precluso ogni possibilità di diventare socio della banca! » L'aveva detto! pensò Augusta giubilante. L'aveva detto! Hugh era ridotto al silenzio. A differenza di Augusta, non aveva riflettuto sulle conseguenze a lungo termine. Ora commciava a capl- re il significato di ciò che era accaduto. « Dunque è cosí » disse guardando la zia. « Molto bene, Augusta, hai vinto. Non so come hai fatto, ma so per certo che sei stata tu a provocare l'incidente. » Si rivolse a Joseph. « Tu, però, dovresti ri- flettere su questo fatto, zio Joseph. Cerca di capire chi realmente ha a cuore le sorti della banca e... » - guardò di nuovo Augusta- « ...e chi sono i suoi veri nemici. » LA ~OTIZIA della disgrazia di Hugh si diffuse nella City nel giro di poche ore. Nei pomeriggi successivi le persone che avevano insistito per proporgli progetti di ferrovie, cantieri navali e complessi residen- ziali annullarono gli appuntamenti. Nella sala dei soci ci fu una lite. LO zio Samuel si era opposto quando Joseph aveva chiesto che Hugh non venisse ammesso tra i soci. Però il giovane William aveva preso le parti di Joseph, il maggiore Hartshorn aveva fatto lo stesso, e Sa- muel fu battuto ai voti. Il risentimento per quell'esclusione cresceva in Hugh come un'ul- cera, ma adesso aveva una moglie e una casa da mantenere, perciò doveva continuare a lavorare alla banca. Il secondo lunedí dopo il ballo della duchessa di Tenbigh, nell'uf- ficio del telegrafo a pianterreno, Hugh incontrò uno sconosciuto dai capelli scuri, dell'età di circa ventun anni. Gli sorrise e gli domandò: « Salve, chi è lei? » « Simon Oliver » rispose il giovane con accento vagamente ispa- nico. « Sono il segretario del signor Edward. » UNA FORTUNA PERICOLOSA Hugh collegò subito le cose. « Capisco. Viene dal Sud America? » « Sí, da Cordova. » Era logico. Poiché Edward era lo specialista del Sud America, e in particolare di Cordova, poteva essere utile che avesse con sé un na- tivo di quel paese. « Io sono stato compagno di scuola del mini- stro plenipotenziario Micky Miranda » disse Hugh. « E mio cugino. » « Ah, bene. Spero che le piacerà lavorare con noi. » Hugh tornò pensieroso nel suo ufficio. Edward aveva bisogno di ogni aiuto possibile, ma lui era un po' disturbato dalla presenza di un cugino di Micky in un ruolo che poteva diventare influente. Il suo disagio fu confermato pochi giorni dopo. Fu il capo contabile Jonas Mulberry a informarlo di ciò che stava accadendo nella sala dei soci. « Non mi piace, signor Hugh. C'è in ballo un grosso affare, ma i titoli sudamericani non sono mai andati bene. » « Non staremo per caso lanciando un prestito obbligazionario per finanziare qualche progetto in Sud America? » Mulberry annuí. « Sí, per una nuova ferrovia a Cordova, dalla pro- vincia di Santamaria alla capitale Palma. Il signor Edward ha fatto la proposta e i soci l'hanno accettata. » Hugh scosse la testa in segno di disapprovazione. « Gli investitori interessati alle ferrovie possono ottenere un tasso del cinque o sei per cento negli Stati Uniti. Perché dovrebbero investire a Cordova? » « Esatto. » « Cercherò di capire cosa c'è sotto » concluse Hugh. Quando entrò nella sala dei soci, vi trovò soltanto Samuel e Jo- seph. Posò un rapporto sul tavolo. « Grazie. » Samuel alzò gli occhi. « C'è qualcosa che vuoi dire? » « Sí. Mi piacerebbe sapere perché finanziamo il progetto ferrovia- no di Santamaria » ~ Tuo zio Joseph è convinto che il Sud America sia pronto per una Nelpudire il proprio nome, Joseph intervenne: « E come immer- gere un dito del piede nell'acqua per saggiarne la temperatura ». Hugh obiettò: << Ma i Pilaster hanno sempre lasciato a istituti piú piccoli e speculativi il compito di immergere i piedi in acque scono- Allo zio non piaceva sentirsi contraddire e rispose in tono irritato: « Non sarà un'eccezione a rovinarci ». Hugh si accigliò. Il suo istinto non gli aveva mentito: I'investi- mentO non aveva alcuna validità commerciale, e Joseph non era in 108 ~ 109 grado di giustificarlo. Ma allora, perché lo avevano fatto? Nel mo- mento stesso in cui formulò tra sé e sé la domanda, trovò la risposta. « L'hai fatto per Edward, non è vero? » « Non hai il diritto di discutere le mie motivazioni! » « E tu non hai il diritto di rischiare il denaro degli investitori per fare un favore a tuo figlio. I piccoli risparmiatori di Brighton o di Harrogate verseranno i loro soldi per questa ferrovia, e perderanno tutto se il progetto fallisce. » Lo zio Joseph aveva ormai perso le staffe. « Non ti permetto di darmi delle lezioni, ragazzotto insolente! » Hugh fissò a lungo lo zio. Poi, ribollente di rabbia e di delusione, si voltò e uscí dalla sala. Dieci minuti dopo andò da Solly Greenbourne per chiedergli un impiego. Non era sicuro che i Greenbourne lo assumessero. Tra i banchieri era considerato poco corretto rubare gli alti dirigenti alla concorrenza. Però Hugh era un esperto che ogni banca avrebbe volu- to avere. Gli fecero un'offerta quella mattina stessa. QUANDO HUGH tornò nel suo ufficio, trovò un messaggio. Devo vederti subito. Mi troverai al Plage's CofJee House dietro l 'angolo. Ti aspetto. Il tuo vecchio amico, Antonio Silva Dunque Tonio era tornato! Era partito in disgrazia dal paese quasi contemporaneamente a Hugh. Che cosa gli era successo da allora? Pieno di curiosità, Hugh andò subito nel caffè all'angolo. Trovò To- nio - piú vecchio, piú trasandato, piú calmo - seduto in un angolo. Aveva ancora il ciuffo di capelli color carota ma, a parte quello, in lui non c'era piú niente dello studente birichino. Aveva solo ventisei anni, ma intorno ai suoi occhi si notavano già delle rughe sottili. « A Boston ho avuto fortuna » gli raccontò Hugh in risposta alle prime domande dell'amico. « Sono tornato in gennaio, ma adesso ho di nuovo dei guai con la mia famiglia. E tu? » « Ci sono stati molti cambiamenti nel mio paese. Noi Silva non siamo piú influenti come una volta. Oggi i fai/oriti del presidente Garcia sono i Miranda. Si sono presi le miniere di nitrato nel Nord, e sono diventati ricchi. » Tonio estrasse dalla tasca della giacca un fa- scio di carte. « Leggi questo. L'ho scritto io. » L'articolo descriveva le condizioni di lavoro in una miniera dei Miranda. Poiché quell'attività era finanziata dalla Banca Pilaster, To- nio considerava la banca responsabile del cattivo trattamento usato ai 110 ~ 111 Hugh uscí dal caffè e fece ritorno alla banca. Nella sala dei soci trovò Samuel, Joseph e Edward. Mostrò l'articolo di Tonio a Sa- muel, che lo lesse e lo passò al mpote. A Edward venne quasi un colpo apoplettico per la rabbia. Puntò il dito contro Hugh. « Hai combinato tutto tu con il tuo vecchio com- pagno di scuola! Stai tentando di sabotare i nostri affari in Sud Ame- rica! Sei geloso di me perché non ti hanno voluto come socio! » Hugh sospirò. « Non è questo il punto. Si tratta di stabilire se la banca vuole sostenere un personaggio come Carlos Miranda che, a quanto pare, non si fa scrupolo di ammazzare dei bambini. » « Non ci credo » replicò Edward. « I Silva sono nemici dei Miran- da, è solo propaganda sleale. » « Di certo è ciò che direbbe il tuo amico Micky. Ma è anche la ve- rità? » Lo zio Samuel intervenne. « Non dobbiamo scoprire se questa faccenda è vera oppure no » disse. « Siamo banchieri, non giudici. Il fatto che il progetto ferroviario di Santamaria diventi oggetto di una controversia rende piú rischiosa l'emissione del prestito obbligazio- nario. Dobbiamo ripensarci. » Lo zio Joseph ribatté in tono aggressivo: « Non mi lascerò intimi- dire. Lasciamo che questo pappagallo sudamericano pubblichi 11 suo articolo e vada al diavolo! » « E una possibilità » disse Samuel meditabondo. « Potremmo aspettare e vedere l'effetto che produrrà l'articolo sul prezzo dei tito- li sudamericani già esistenti. Se crollano, annulleremo il prestito per la ferrovia di Cordova. » Joseph sembrava rabbonito. « Non ho niente in contrario ad accet- tare la decisione del mercato. » « C'è però un'altra possibilità » aggiunse Samuel. « Potremmo convincere un'altra banca ad associarsi a noi nel lancio del prestito In questo modo la pubblicità ostile sarebbe indebolita dal fatto d avere due bersagli separati. » Era un'idea, pensò Hugh. Personalmente avrebbe preferito annul- lare il prestito, ma la strategia di Samuel avrebbe senz'altro ridotto il rischio. « Sta bene » disse Joseph, impulsivo come sempre. « Edward~ ve- di se puoi trovarci un socio. Prova con i Greenbourne. » Hugh si domandò se non avrebbe dovuto consigliare immediata- mente a Solly di declinare quella proposta, ma decise di non farlo. La Greenbourne lo assumeva come esperto del mercato nordamen- cano. Sarebbe sembrata presunzione da parte sua dare consigll in un settore completamente diverso. Volle fare ancora un tentativo di con- 1 12 vincere lo zio Joseph a cancellare del tutto l'idea del prestito. « Per- ché non v~e ne lavate semplicemente le mani, di quel progetto? » os- servo. « E sempre stato un mvestlmento ad alto rischio, e adesso sia- mo anche esposti a una pubblicità negativa. » Edward replicò in tono petulante: « I soci hanno preso una deci- sione, e non compete a te criticarla ». Hugh rinunciò. « Hai perfettamente ragione. Io non sono un socio, e presto non saro nemmeno un impiegato. Mi dimetto. Lavorerò per i Greenbourne. » « Ma tu sei l'unico che conosce il Nord America! » protestò lo zio Joseph. Sembrava che gli occhi stessero per uscirgli dalla testa. « Immagino che sia il motivo per cui i Greenbourne tengono tanto ad assumermi. » Non poteva non compiacersi nel vedere Joseph cosí furioso. « Quanto ti pagano? » Lui si alzò per andarsene. « Non ti riguarda » rispose. « Come osi parlare cosí a mio padre! » strillò Edward. Con grande sorpresa di Hugh, la rabbia dello zio si rivoltò contro il figlio. « Oh, chiudi il becco, Edward! Certe volte vorrei che rasso- migliassi un poco a E~ugh. Almeno lui ha del fegato. » Poi si rivolse a quest'ultimo. « Vattene via » disse senza cattiveria. « Spero che tu faccia fiasco, ma non ci scommetterei. » « Senza dubbio è l'espressione piú simile a un buon augurio che possa aspettarmi dal tuo ramo della famiglia » riconobbe Hugh, an- dandosene. « Buongiorno a tutti. » AUGUSTA E MICKY stavano prendendo il tè quando Edward entrò a precipizio in salotto. « Antonio Silva è tornato! » annunciò prima ancora che la porta si fosse richiusa dietro di lui. Augusta impallidí. « Come l'hai saputo? » « Hugh l'ha incontrato. Tonio sta cercando di sabotare l'emissio- ne del prestito per la ferrovia. » Diede alla madre un fascio di carte. « Leggi qui. » « Che cos'è? » domandò Micky. « Un articolo sulle miniere della tua famiglia. Tonio vuole pubbli- Augusta sfogliò rapidamente il plico. « Che c'entra questo con il prestitO obbligazionario? » « Gli investitori non amano le situazioni controverse. Queste noti- zie potrebbero spaventarli. » Micky era scosso. << Che cosa ne dice tuo padre? » « Stiamo tentando di indurre un'altra banca ad associarsi con noi 1 13 per questa operazione, ma in sostanza lasceremo pubblicare l'artico- lo. Se provocherà un crollo dei titoli sudamericani, abbandoneremo il progetto della ferrovia. » "Maledetto Tonio" pensò Micky. "Bisogna tappargli la bocca." Si controllò e finse una calma che non provava. « Posso vedere l'artico- lo, per favore? » Augusta glielo diede. Micky annotò mentalmente l'indirizzo dell'albergo che figurava sulla carta intestata. Ostentò indifferenza. « Non è affatto un proble- ma. Ora che sappiamo dove trovarlo, possiamo occuparci di lui. » Maggio SOLLY E MAISIE Greenbourne uscivano quasi tutte le sere. Restava- no a casa solo quando davano un ricevimento. Quella sera sareb- bero andati a una cena e poi a una festa da ballo. Solly rientrò dal- I'ufficio alle sei e mezzo e trovò la moglie che stava preparandosl. I capelli di lei erano intrecciati con fiori di seta gialla; lui l'alutò a in- filarsi un vestito di taffetà a righe gialle e bianche. Poi Maisie prese dal cofanetto dei gioielli una parure di smeraldi che Solly le aveva regalato per il primo anniversario di matrlmonio. Mentre la indossava, lui le disse: « D'ora in avantl vedremo molto piú spesso il nostro amico Hugh Pilaster ». « Perché? Cos'è successo? » domandò lei in tono neutro. « Viene a lavorare per noi. Hanno rifiutato di farlo dlventare SOCjO della banca. » « Oh, no! » Lei conosceva Hugh meglio di chiunque altro, e pote- va imrnaginare quanto fosse frustrato. « I Pilaster sono sempre stati una famiglia d'animo volgare. » « E stato a causa di sua moglie. » « Non mi stupisce. » Maisie aveva assistito all'incidente occorso durante il ballo dei Tenbigh. Conoscendo i Pllaster, era propensa a credere che Augusta avesse architettato tutto per screditare Hugh. « Immagino che ti dispiacerà per Nora. » Lei rispose con un mormorio indistinto. Aveva conosci~to Nora qualche settimana prima delle nozze e, a dire il vero, le era riusclta subito antipatica. La considerava una profittatrice senza scrupoli. « Pensavo che potresti aiutarla. » « In che modo? » replicò seccamente Maisie. « A riscattarsi. Tu sai bene che cosa vuol dire essere guardata dall'alto in basso a causa della propria origine, ma hai saputo supe- rare tutti i pregiudizi. » UNA FORTUNA PERICOLOSA ~< E dovrei operare la stessa trasformazione in ogni ragazza di stra- da che sposa un uomo dell'alta società? » ribatté Maisie. « A quanto pare ho detto qualcosa che non va » mormorò Solly preoccupato. « Credevo che le avresti dato volentieri una mano, visto che hài sempre avuto tanta simpatia per Hugh. » Maisie provò di colpo una grande vergogna di se stessa. « Oh Solly, come posso essere tanto ingrata? Certo, farò questo per te, se lo desiden ~ Lei sapeva bene che cosa la infastidiva tanto, in quella richiesta. In fondo al cuore desiderava sempre diventare la moglie di Hugh, e odiava Nora perché aveva conquistato ciò che lei aveva perso. Era un atteggiamento indegno, e cosí decise di dedicarsi anima e corpo al complto dl rlportare la povera Nora nelle buone grazie dell'alta so- cietà londinese. Poté iniziare la sua campagna quella sera stessa. Quando entraro- no nel salotto del loro anfitrione, il marchese di Hatchford, la prima persona che vide fu il conte de Tokoly. Lo conosceva bene perché aveva flirtato anche con lei, perciò si sentiva libera di parlargli con franchezza. « Voglio che lei perdoni Nora Pilaster per quello schiaf- fo » dlsse. « Perdonare? » obiettò lui. « Dica che sono lusingato! E un gran compllmento vedere che alla mia età posso ancora indurre una gio- vane donna a schiaffeggiarmi. » "Non la pensavi cosí, quella sera" avrebbe voluto replicare Mai- sie. Però era lieta di constatare che lui aveva deciso di trattare con leggerezza quell'incidente. « Mi dica una cosa: qualcuno l'ha incoraggiata? » Lui fissò Maisie stringendo gli occhi. « Lei è perspicace, signora Greenbourne, e IO l'ho sempre stimata per questo. Il signor Miranda, ministro dl Cordova, mi disse che Nora era... come posso dire... ac- cessibile. » Dunque era cosí. « E Micky Miranda è stato aizzato da quell'intri- gante dl Augusta, ne sono sicura. Quei due sono in combutta come una coppia di ladri. » De Tokoly era risentito. « Spero di non essere stato usato come una l?edina. » « E proprio quello che hanno fatto » affermò Maisie. Il giorno dopo portò Nora dalla propria sarta. Essere carina voleva dire vincere mezza battaglia, ma non bastava. Accantonato il disgu- sto che provava per quella donna, si mise a insegnarle come vestirsi come parlare e come comportarsi per essere accettate dagli snob e alle bisbetlche che governavano la società. 115 MICKY MIRANDA, con indosso un soprabito leggero, stava nel vano di un portone in Ber~vick Street e fumava un sigaro. Lí vicino c'era un lampione a gas, e lui si teneva nell'ombra, in modo da rendere ir- riconoscibile il proprio viso. Si trovava in quel posto da quando era scesa la sera, e adesso era quasi mezzanotte. L'Hotel Russe sorgeva dall'altra parte della via. C'era una luce sopra la porta, e Micky poteva vedere l'atrio dell'albergo. Però sem- brava che non ci fosse nessuno. Altri due uomini bighellonavano sul marciapiede ai due lati dell'ingresso. Tutti e tre stavano aspettando Antonio Silva. Tonio comparve pochi minuti dopo mezzanotte. Micky riconobbe il suo portamento non appena la figura ebbe svoltato in Berwick Street. Controllandosi a fatica, attese che l'uomo passasse sotto un lampione. esponendo brevemente il viso alla luce. Nessun dubbio. era lui. Micky poté distinguere perfino le basette co- lor carota. Fece un gesto ai due complici. Si mossero rapidamente. Prima che Silva giungesse alla porta del- I'albergo i due uomini lo afferrarono e lo spinsero in un vicolo bulo. Tonio lanciò un solo grido, perché subito dopo la sua voce venne soffocata. Gettato il mozzicone del sigaro Micky attraversò la strada ed en- trò nel vicolo. Avevano messo un fazzoletto in bocca a Tonio e lo stavano picchiando con sbarre di ferro. La testa e il v1so erano già coperti di sangue. Quella vista provocò a Micky un accesso di nausea. « Fermatevi, idioti! » sibilò. Non voleva che lo uccidessero. L'aggressione doveva passare per una semplice rapina. Un omlc1dio avrebbe susc1tato trop- po scalpore. Con visibile riluttanza i due sicari smisero di colpire Tonio, che si afflosciò al suolo e rimase immobile. « Vuotategli le tasche! » ordinò Micky. Tonio non si mosse mentre i due gh prendevano l'orologio d'ar- gento con catena. il portafogli, qualche spicciolo, un fazzoletto di se- ta e una chiave. « Datemi la chiave >~ disse Micky. « 11 resto è per VOi. ~> Il piú anziano dei due. soprannominato "Mastino" ribatté: « Fuori i soldi che ci ha promesso ». Micky li pagò con dieci sterline d'oro ciascuno. Mastino gli consegnò la chiave legata a un cartoncino su cui era scritto il numero undici. A Micky non serviva altro. Se ne andò spe- rando di non rivedere mai piú quei due individui. Entrò nell'Hotel Russe e vide con sollievo che al banco del portie- UNA FORTUNA PERICOLOSA re, nel piccolo atrio, non c'era nessuno. Salí le scale ed entrò nella stanza numero undici. Era una camera squallida e stipata di mobili scadenti. Micky posò il cappello e 1I bastone su una sedia, poi eseguí una perquisizione metlcolosa. Nel cassetto dello scrittoio trovò una copia dell'articolo per il Tlmes, e lo prese. Non che servisse a molto. Tonio ne aveva si- curamente delle copie, e comunque avrebbe potuto agevolmente ri- scriverlo a memoria. Ma perché l'articolo venisse pubblicato, dove- va formre qualche prova, ed erano proprio quelle che Micky stava cercando. Tirò fuori le camicie e la biancheria di Tonio dal comò, ma non c'era nulla nascosto fra gli indumenti. Guardò sotto e dietro il mobi- le, poi controllò l'armadio. Niente. Infine trovò ciò che cercava sotto il materasso del letto. In una grande busta c'era un fascio di carte legate insieme con un nastro Lo sclolse ed esaminò i documenti. Erano dichiarazioni giu- rate dl testlmoni che avevano assistito a fucilazioni e fustigazioni nelle miniere di nitrato dei Miranda. Micky si portò quei fogli alle labbra e li baciò. Erano la risposta alle sue preghiere. A~rebbe mandato i nomi dei testimoni a suo pa- dre, che h avrebbe ridotti al silenzio. Senza provc, I'articolo di Tonio valeva meno che zero. JOSEPH PILASTER finí il suo grande piatto di rognoni d'agnello alla griglia con uova strapazzate e si mise a imburrare una fetta di pane tostato. Augusta sospettava che il malumore degli uomini di mezza età dlpendesse in parte dalla quantità di carne che mangiavano. Il so- lo penslero del rognoni a colazione la faceva stare male. « Sldney Madler è venuto a Londra da New York » disse Joseph « E arrabbiato perché Hugh non è stato promosso socio. » « E lul che c'entra? » domandò Augusta. « C'era un'intesa secondo cui gli affari londinesi della nuova con- sociata sarebbero stati diretti da Hugh. E adesso lui si è dimesso, co- me san Dovrò rispondere qualcosa a Madler. Quando Hugh andrà con I Greenbourne, è probabile che porti con sé la maggior parte di « Digli che Hugh ha sposato una donna impossibile. E un argo- mento che sarà in grado di capire. » « Naturalmente >> Joseph si alzò. « Arrivederci, cara. » Lei gli diede un bacio. « Non lasciarti intimidire, Joseph. » Quando 11 marito se ne fu andato, Augusta sedette al tavolo e cerco di capire quanto era grave il pericolo. La stupiva sentire che le 1 16 UNA FORTUNA PERICOLOSA dimissioni di Hugh sarebbero costate molto care ai Pilaster. Per un momento si chiese se non stava per caso mettendo in pericolo la banca, che era il fondamento di tutte le sue speranze e del SUOj pro- getti. Ma era assurdo, la Banca Pilaster era rlcchlssima; nulla di CIO che lei faceva avrebbe potuto danneggiarla. Mentre terminava di fare colazione, il maggiordomo le si avvicinò per dirle che c'era il signor Fortescue in salotto. Lei escluse subito Sidney Madler dai suoi pensieri. Quest'altra faccenda era molto piú importante. Michael Fortescue era il suo schiavo politico. Dopo aver vinto l'e- lezione supplettiva di Deaconridge con l'aiuto finanziario di Joseph, era diventato membro del Parlamento e si sentiva fortemente in debi- to verso Augusta. « Dica al signor Fortescue che sarò subito da lui » ordino al mag- giordomo . Fino a quel momento tutto si era svolto secondo i SUOj piani. Ar- nold Hobbes aveva pubblicato una serie di arhcoli sul Forum chle- dendo l'ammissione degli uomini d'affari alla Camera dei Lord. La- dy Morter ne aveva parlato alla regina intessendo le lodi dl Joseph Pilaster Fortescue aveva detto al primo ministro Disraeli che l'opl- nione pubblica si stava orientando a favore di quell'idea. Forse ades- so tutti i suoi sforzi stavano per dare frutto. Quando entrò nel salotto, in testa le ronzavano frasi che sperava di udire presto: "Lady Whitehaven... il conte e la contessa di Whiteha- ven... come desidera Sua signoria..." Fortescue sembrava un po' teso. « Ho appena viStO iI Frimo mini- stro » disse. « L'ho convinto sia ora che i banchleri abblano un rap- presentante alla Camera del Lord. » « Splendido! » esclamò Augusta. Ma l'espressione di Fortescue continuava a essere imbarazzata. « Allora mi dica, perché ha un'aria cosí cupa? » « Ho anche una cattiva notizia » rispose lui. « Temo che voglia nominare Ben Greenbourne. » « No! » Augusta si sentiva come se avesse ricevuto un pugno nel- lo stomaco. « Non mi sono certo presa tutta questa briga per Ben Greenbourne! » « Mi rendo conto che è paradossale » convenne Fortescue. « lo ho fatto del mio meglio. » « Deve trovare il modo di far cambiare idea al primo ministro » replicò Augusta. « Quali sono i punti deboli di Ben Greenbourne~ Suo figlio ha sposato una donna di strada, ma questo non e suffi- ciente. » Fra l'altro, se Greenbourne fosse diventato lord, 1I titolo di 1 18 conte di Whitehaven sarebbe stato ereditato da suo figlio Solly, e Maisie sarebbe automaticamen~te diventata contessa. Quel pensiero le faceva rlvoltare lo stomaco. « E ebreo » disse dall'improvviso. « Ec- co la chiave. » Fortescue era dubbioso. « Anche il primo ministro è di origini ebree, ed è stato nominato lord Beaconsfield. » « Lo so, ma adesso è cristiano praticante. » Quando, piú tardi nella mattinata, Augusta andò a trovare lady Morter, sollevò la questione religiosa. « Non so se farà differenza » mormorò pensierosa la nobildonna. « Però potrebbe. La consorte del principe di Galles critica di conti- nuo 11 prmclpe perché ha tanti amici ebrei. » « Quindi, se lei le facesse presente che il primo ministro vuole no- minare lord uno di loro... » « Posso solo accennarlo durante una conversazione, e non sono si- cura che basti per ottenere lo scopo. » Augusta pensò intensamente. « C'è qualcosa che possiamo fare per rendere la questione un motivo d'inquietudine per Sua maestà? » « Se Cl fosse una protesta pubblica, interpellanze in Parlamento artiCOII SUj gIOrnaIi » « Sí, la stampa... » mormorò Augusta. Pensava ad Arnold Hobbes. « Credo che la faccenda si possa organizzare. » HOBBES fu scombussolato dalla presenza di Augusta nel suo uffi- CjO m disordme e sporco d'inchiostro, ma riuscí a procurarle una se- dia e a offrirle un bicchiere di sherry. Poi ascoltò le ultime notizie sulla posslblle nomina di Ben Greenbourne a pari del regno. « Estremamente spiacevole » balbettò in preda a un evidente ner- vosismo. « Però non credo che il Forum possa essere accusato di scarso entuslasmo nella promozione della causa che lei mi ha gentil- mente suggerito. » "E che ti ha fruttato due lucrose cariche di consigliere d'ammini- straziOne" pensò Augusta. << So che non è colpa sua » disse in tono imtatO. « Il punto è: che cosa può fare in proposito? » « Il mio giornale si trova in una situazione problematica » rispose IUj. « Dopo aver condotto una campagna cosí risonante per far nomi- nare lord un banchiere, è difficile tirarsi indietro e protestare perché hanno deciso di farlo davvero. » Augusta rifletté per un momento. « Quando il primo ministro Di- sraeli occupò il suo seggio alla Camera dei Lord, fece giuramento di fedeltà su una Bibbia cristiana? » « Certo... Comincio a capire dove vuole arrivare, signora Pilaster. I 19 Ben Greenbourne sarebbe disposto a prestare giuramento su una Bibbia cristiana? Per quello che ne so, ne dubito molto. » Augusta scosse il capo con aria incerta. « Tuttavia potrebbe farlo, se la cosa passasse sotto silenzio. Non è il tipo d'uomo che cerca lo scontro. Ma se ci fosse una rumorosa richiesta pubblica... » L'idea suscitò l'entusiasmo di Hobbes. « Vedo già i titoli » disse eccitato. « "Scandalo alla Camera dei Lord..." Signora Pilaster, lei è davvero geniale! » Augusta annuí. Cominciava a sentirsi meglio. Lady Morter avreb- be influenzato la regina contro Greenbourne. Hobbes avrebbe trat- tato il tema religioso sulla stampa, e Fortescue sarebbe stato pronto a sussurrare nell'orecchio del principe il nome di un'alternativa in- contestabile: Joseph Pilaster. Ancora una volta le prospettive sem- bravano favorevoli. Giugno L BALLO di mezza estate di Maisie Greenbourne era uno degli av- venimenti fissi della stagione mondana londinese. Da lei si trova- vano sempre l'orchestra migliore, la cucina piú squisita e champagne a volontà. Però il motivo principale per cui tutti deslderavano essere invitati era il fatto che ci andava sempre il principe di Galles. Maisie aveva deciso di sfruttare quell'occasione per lanciare la nuova Nora Pilaster. Era una strategia rischiosa perché, sebbene Maisie fosse abbastan- za sicura di poter prevcdere le reazioni del principe, questi ogni tanto sorprendeva tutti e si rivoltava contro gli amici, in particolare quan- do aveva l'imprcssione di essere usato. Lel era stuplta dl aver declso di correre quel rischio. Ma lo faceva per Hugh. Hugh era ancora un impiegato della Banca Pilaster. Erano trascor- si quasi due mesi da quando aveva rassegnato le proprie dlmisslom, ma i soci avevano insistito perché lui si trattenesse per i regolamen- tari tre mesi di preavviso. Senza dubbio volevano ritardare per quan- to possibile il momento in cui avrebbe cominciato a lavorare per la concorrenza. Gli ospiti cominciarono ad arrivare alle dieci e mezzo. Maisie di solito non invitava Augusta Pilaster, ma quell'anno l'aveva fatto per- ché voleva che assistesse al trionfo di Nora... se di trionfo si sarebbe trattatO. Maisie aveva anche invitato il mentore di Hugh a New York, SidneY Madler, un simpatico uomo sulla sessantina, con una lunga barba bianca. ~aisie e Solly strinsero mani per circa un'ora, poi arrivò il princi- pe. Lo scortarono nel salone e gli presentarono il padre di Solly. Ben Greenbourne chinò rigidamente il busto come un ufficiale prussiano Poi Maisie aprí le danze con il principe. « Avrei un piccolo pettegolezzo per lei, Altezza » disse mentre ballavano il valzer. « Spero di non irritarla. » Lui si avvicinò e le parlò all'orecchio. « Che cosa interessante, si- gnora Greenbourne! La prego di continuare. » « Riguarda l'incidente occorso al ballo della duchessa di Tenbigh Sembra che qualcuno l'abbia provocato ad arte. Al conte de Tokoly è stato detto, falsamente, che la giovane signora era disponibile a eventuah proposte. » « Una bella astuzia. E chi è stato? » Maisie esitò. Non aveva mai usato l'amicizia del principe per de- nigrare qualcuno. Però Augusta era abbastanza cattiva per meritarlo. « E stata Augusta Pilaster. La ragazza, Nora, ha sposato il nipote di lel, Hugh. La signora ha fatto tutto questo per ripicca contro il giovane, che detesta. » « Dev'essere un vero serpente! Sarei tentato di punirla » Quello era il punto su cui Maisie voleva portare il discorso. « Tut- to ciò che dovrebbe fare sarebbe interessarsi a Nora, per dimostrarle che è perdonata » disse. Il ballo finí. « Posso presentargliela~ » Il principe guardò Maisie con aria d'intesa. « Ha previsto ogni co- sa, eh, piccola volpe? » Aveva temuto quel momento. Il principe non era uno stupido e non era difficile capire che poteva essere stata lei a elaborare tutto quel plano. Sarebbe stato piú saggio non negarlo. Fece del suo me- glio per arrossire. « E va bene, mi ha scoperta. Sono stata sciocca a pensare dl poter sfuggire ai suoi occhi d'aquila! » Cambiò espressio- ne e gli elargí uno sguardo candido e sincero. « Che cosa devo fare per penitenza? » Sul viso del principe passò un sorriso malizioso. « Non mi induca in tentazione Venga, la perdono. Dov'è questa ragazza? » Nora sl stava aggirando da quelle parti. Maisie le fece un cenno con gli occhi e lei si avvicinò subito, molto seducente nel vaporoso vestito celeste cosparso di piccoli nodi di raso. La scollatura che sco- prlva le spalle, di moda in quel periodo, faceva risaltare al massimo le sue forme sensuali. « Altezza reale, mi permetta di presentarle la signora Nora Pila- ster » disse Maisie Lei fece la riverenza e sbatté le ciglia. « Oh-oh... affascinante! » commentò il principe con entusiasmo. « Davvero affascinante. » Hugh osservava deliziato la scena di Nora che chiacchierava alle- gramente con il principe di Galles. Fino al giorno prima era stata una specie di emarginata sociale. Ora ispirava invidia a tutte le don- ne presenti nella sala: il suo vestito era perfetto, le sue maniere erano impeccabili, e stava flirtando con l'erede al trono. E quella trasfor- mazione era opera di Maisie. Hugh guardò Augusta, poco distante, in compagnia dello zio Jo- seph. Era intenta a fissare Nora e il principe. Come doveva darle fa- stidio, pensò Hugh, sapere che Maisie, la ragazza dl umile estrazio- ne sociale che aveva deriso sei anni prima, adesso era piú mfluente di lei. In quel momento, con perfetto tempismo, Sidney Madler si avvi- cinò a Joseph con aria incredula. « E quella sarebbe la donna che lei definisce inadatta a essere la moglie di un banchiere? » Prima che lo zio potesse rispondere, Augusta, con voce inganne- volmente dolce, si affrettò a intervenire: « Ha fatto perdere alla ban- ca un grosso contratto ». « In realtà » s'intromise Hugh, « non ha fatto perdere un bel nien- te. Il prestito ungherese sta andando in porto. Sembra che il conte de Tokoly abbia superato il proprio risentlmento. » Augusta finse di essere contenta. « Che fortuna! » Madler aggiunse: « Le necessità finanziarie finiscono sempre per prevalere sui pregiudizi sociali ». « E vero » ammise Joseph. « E proprio cosí. Credo di essere stato troppo precipitoso nei confronti di Hugh. » Augusta lo interruppe. « Ma che cosa dici? » « Qui si tratta di affari, mia cara: discorsi da uomini. » Si rivolse a Hugh. « Non vogliamo assolutamente che tu vada a lavorare per i Greenbourne, portando loro tutti i contrattl nordamericani. » Hugh non sapeva che cosa rispondere. Era del tutto medito il fatto che lo zio Joseph ammettesse di essersi sbagliato. Cercò di calmare i propri nervi. Era il momento di giocare pesante. « C'è solo una cosa che puoi offrirmi e che potrebbe farmi cambiare Idea: ammetterm tra i soci. » Lo zio emise un sospiro. « E difficile trattare con te. Sei peggio del diavolo! » Madler intervenne di nuovo: « Ogni buon banchiere dovrebbe es- sere COSj ». « E va bene » concesse infine Joseph, « ti offro di diventare socio. » Hugh si sentí come svuotato. "Si sono arresi" pensò, "ho vmto io." Lanciò uno sguardo ad Augusta. Il viso di lei era una maschera rigida di autocontrollo. UNA FORTUNA PERICOLOSA « In questo caso .. » disse, assaporando il successo, « ...accetto. » Augusta perse fmalmente la propria compostezza. « Lo rimpian- gerete per il resto della vostra vita! » sbottò in tono sprezzante. Poi se ne andò impettita, dirigendosi verso l'uscita del salone in mezzo a due ah di folla. Abbandonò il ricevimento e partí con la sua carrozza. Il marito avrebbe potuto rincasare con una vettura pubblica. Fu scossa dalla collera per tutto il percorso fino a Kensington, dove Hastead l'aspet- tava nell'mgresso. « C'è il signor Hobbes in salotto, signora » le riferí il maggiordo- mo con voce assonnata. « Gli ho detto che forse lei non sarebbe tor- nata fino all'alba, ma lui ha insistito per aspettare. » Augusta non era dell'umore adatto per vedere il direttore del Fo- rum. Che cosa Cl faceva lí, a quell'ora? Lo trovò addormentato ac- canto al fuoco che si stava spegnendo. « Buongiorno! » lo salutò ad alta voce. . Lui si riscosse e balzò in piedi guardandola attraverso gli occhiali « Signora Pilaster! Ah... sí, buongiorno. » « Che cosa l'ha spinta a venire qui~ » « Ho pensato che le avrebbe fatto piacere essere la prima a vedere questo » dlsse porgendole un giornale. Era l'ultimo numero del Fo- rum, e odorava ancora d'inchiostro. Lei lo aprí e lesse il titolo del- I'articolo di fondo: UN EBREO PUOESSERE LORD? Il suo morale si risollevò. Il fiasco di quella sera era solo una pic- cola sconfitta, ricordò a se stessa. Ci sarebbero state ben altre batta- glie da combattere. LA MATTINA dopo il ballo, Hugh si svegliò di ottimo umore. Sua moglie era stata di nuovo accettata nell'alta società, e lui stava per diventare socio della Banca Pilaster. Solly sarebbe stato deluso, ma Con la posta del mattino, ricevette una lettera di Tonio Silva. - omo era sparito poco dopo che Hugh si era incontrato con lui al Plage's Coffee House. Sul Times non era piú uscito alcun articolo sulle miniere di Santamaria, e Hugh si era sentito un po' sciocco per aver sollevato tutto quel polverone a proposito del rischio che poteva correre la banca. .~ Aveva scritto a Tonio presso l'Hotel Russe, ma non aveva avuto ri- sposta. Aprí ansioso la lettera. Veniva da un ospedale. L'amico lo pregava di andare a trovarlo e terminava con le parole: "Qualunque cosa tu faccla, non dire a nessuno dove sono" Hugh trovò Tonio in una corsia oscura e squallida di trent~ l~tti vicini l'uno all'altro. I suoi capelli rossi erano stati rasati, il viso e la testa erano pieni di cicatrici. « Santo Cielo! » esclamò. « Che diavo- lo ti è successo? » « Sono stato aggredito in strada un paio di mesi fa. » « Avresti dovuto chiamarmi prima. Ti porterò fuori di qui. Man- derò il mio medico, farò venire un'infermiera... » « No, grazie, vecchio mio. Apprezzo la tua generosità, ma sono piú al sicuro qui. I tipi che mi hanno aggredito non erano dei sem- plici ladri. Qualcuno ha preso la chiave della mia camera d'albergo e ha perquisito la stanza. Ma ha rubato soltanto i documenti rela- tivi al mio articolo, incluse le dichiarazioni ufficiali firmate dai te- stimoni. » Hugh era sconvolto. Si sentiva gelare al pensiero che i Pilaster avessero connessioni con un crimine violento. « Si direbbe quasi che sospetti qualcuno della banca! » « Non della banca » disse Tonio. « La Pilaster è un'istituzione po- tente, ma non credo che possa organizzare assassinii a Cordova. » « Assassinii? Chi è stato ammazzato? » « Tutti i testimoni i cui nomi figuravano sulle dichiarazioni rubate nella mia camera. Credo che avrebbero ucciso anche me, se non fos- se per il fatto che a Londra i delitti vengono investigati molto piú at- tentamente che nel nostro paese. » « Chi c'è dietro tutto questo? » « Micky Miranda. » Hugh scosse la testa incredulo. « Non ho simpatia per Micky, co- me sai, ma non posso credere che sia un assassino. » « Lo è » disse Tonio, « lo so con certezza. In realtà, sono stato molto ingenuo, nei suoi riguardi. Per un certo periodo ho creduto che fosse mio amico. Invece è malvagio fino al midollo... Io è dai tempi della scuola. » « Come fai a dirlo? » Tonio si agitò nel letto. « So quello che è veramente successo nel pomeriggio in cui Peter Middleton è morto affogato. » Hugh era in preda a una viva eccitazione. Da anni stava ponendosi quella domanda. « Continua, amico » disse. « Sono impaziente di sentire com'è andata. » Lui esitò. « Potresti darmi un po' di vino? » Accanto al letto c'era una bottiglia di Madera. Hugh ne versò un poco in un bicchiere e lo porse a Tonio. Mentre questi lo sorseggiava, Hugh rammentò il cal- do di quel giorno lontano, le pareti rocciose della cava e l'acqua fredda dello stagno. « Al coroner venne detto che Peter era in difficoltà. Ma nessuno gli ha mai raccontato che Edward gli aveva ripetutamente spinto la testa sott'acqua. » « Questo lo sapevo » lo interruppe Hugh. « Ho ricevuto una lette- ra di Albert Cammel dalla Colonia del Capo, dove adesso vive. Lui ha assistito alla scena dall'estremità opposta dello stagno, ma non è rimasto a vedere la fine. » « Esatto. Tu fuggisti e Albert corse via. Rimanemmo io, Peter, Ed- ward e Micky. » « Che cosa avvenne dopo che me ne andai? » domandò Hugh im- paziente. « Io uscii dall'acqua e lanciai un sasso a Edward. Fu un tiro az- zeccato: lo colpii in pieno in mezzo alla fronte e lo feci sanguinare. Lui smise di tormentare Peter e mi inseguí. Io mi arrampicai lungo il - costone della cava per allontanarmi da lui. Arrivato a mezza altezza, mi voltai a guardare. Peter aveva raggiunto a nuoto la riva dello sta- gno e stava tentando di uscire dall'acqua, ma Micky continuava a spingergli la testa sotto. Li osservai solo per un momento, poi ripresi a sahre » Tonio bevve un altro sorso di vino. « Quando fui in cima alla cava mi voltai ancora a guardare. Edward mi stava sempre inseguendo, ma era molto distaccato. » Fece una pausa, e sul suo volto segnato dalle cicatrici passò un'espressione di disgusto. « In quel momen- to Micky si trovava in acqua vicino a Peter. Ciò che vidi - e lo rive- do nella memoria come se fosse avvenuto ieri - era Micky che te- neva la testa di Peter sott'acqua. Lui si dibatteva, agitando le braccia e le gambe, ma non riusciva a liberarsi. Micky lo stava affogando. Non esistono assolutamente dubbi su questo. Fu un assassinio deli- berato. » « Santo Cielo! » ansimò Hugh. « E perché non l'hai mai detto a nessuno? » « Avevo paura di Micky: che facesse a me ciò che aveva fatto a Peter. Ho ancora paura di lui. Anche tu dovresti averne. » ~- « Sto bene in guardia, non preoccuparti » disse Hugh pensieroso. « Lo sai, non credo che Edward e sua madre sappiano tutta la verità sull'episodio. » « Che cosa te lo fa pensare? » « Non avevano alcun motivo di proteggere Micky. Forse poteva averlO Edward, per amicizia, ma a quel tempo Augusta non lo cono sceva nemmeno. » « Allora cosa pensi che sia accaduto? » Hugh corrugò la fronte. << Prova a seguire la mia ipotesi. Edward nnuncia a inseguirti e torna allo stagno. Trova Micky che tira fuori 124 125 dall'acqua il cadavere di Peter. Appena lui arriva, Micky lo assale: "Stupido, l'hai ammazzato!" Non dimenticare che Edward non ha visto Micky tenere la testa di Peter sott'acqua. L~amico gli dà a m- tendere che Peter era tanto sfinito che è annegato. "Cosa devo are. gli domanda Edward. "Non preoccuparti" gli risponde Mlcky, "dire- mo che è stato un incidente. Anzi, racconteremo che hai tentato i salvarlo" In questo modo Miranda copre il delitto che ha commesso e si guadagna la gratitudine eterna di Edward e di Augusta. Tl sem- b Tomo annuí « Accidenti, credo che tu abbia ragion « Dobbiamo andare alla polizia » dlsse Hugh. « Dimentichi un particolare. Micky ha l'immunità diplomatica. » Non ci aveva pensato. Come ministro plenipotenziario dl Cor ova, Micky non poteva essere processato in Gran Bretagna. « Potrebbe sempre essere svergognato e nspedlto m patna. » Tonio scosse la testa. « lo sono l'unico testimone. Micky e E - ward racconteranno una versione diversa. Inoltre è noto che la fami- glia Miranda e quella dei Silva sono nemiche. Anche se fosse suc- cesso ieri, avremmo difficoltà a convincere chiunque. » Un altro pensiero colpí Hugh, che corrugò la fronte. « Lo sai, hai risolto un mistero. Non ero mai riuscito a capire come Peter potesse essere annegato, dato che era un ottimo nuotatore. Pero la tua sple- gazione apre un mistero ancora piU grande. » « Non sono sicuro dl segulrtn » « Micky Miranda ha assassinato Peter Middleton... ma perche? » Luglio L GIORNO in cui venne annunciata la nomina di Joseph Pilaster a lord, Augusta era trionfante. Micky Sl presento a casa sua all ora del tè, come di consueto, e trovò il salotto gremlto di persone che Si congratulavano con la nuova contessa dl Whltehaven. Una donna straordinaria, pensò Micky mentre osservava la folla che le ronzava intorno. Aveva elaborato 1I suo plano dl battag ia con i ia di un generale A un certo punto era corsatvtoce cfhfOecsaata da campagna di stampa antiStetmitlei a pgromuovere quell miziativa~ ma lui ne era sicuro. In qualche modo Augusta gli ricordava suo pa- dre aveva la stessa sPhietavaesdseetecercatO con qualche successo di fru- strare i suoi ~iani ingegnosi era Hugh Pilaster. Era sorprendente co- UNA FORTUNA PERICOLOSA me fosse difficile da schiacciare, quell'uomo. Era tenace come la gramigna. Per fortuna non era riuscito a bloccare il progetto della ferrovla di Cordova. « A proposito... » disse Micky a Edward mentre prendevano il tè « quando pensi di firmare il contratto con i Greenbourne? » « Domam. » « Bene! » Micky sarebbe stato tranquillo solo quando l'affare fos- se stato definitivamente concluso. Ormai si trascinava da piú di sei mesi. Quella sera Edward e Micky cenarono al Cowes Club. Dopo il pa- sto passarono nella sala da fumo. Erano stati i primi a finire di man- glare, e per un po' di tempo poterono godere la sala tutta per loro. I rlspettivl matrlmoni non stavano andando troppo bene. Rachel, la moghe di Micky, era tornata a casa dai suoi genitori, mentre quella di Edward passava tutto il tempo in campagna. Perciò loro due si ri- trovavano dl nuovo scapoli. All'improvviso Micky lanciò uno sguardo attraverso la stanza vuota e vlde la forrna imponente di Solly Greenbourne sulla soglia. Non aveva sul volto il solito sorriso cordiale. Al contrario, sembrava decisamente arrabbiato. Micky intuí subito che c'erano dei problemi per il contratto della ferrovia, e l'ansia lo indusse ad assumere un tono di frivola cordia- hta. « Salve, vecchio mio. Come sta il genio della City? » Senza nemmeno rispondere al saluto, Solly si rivolse a Edward. « Pllaster, sel un fottuto mascalzone! » disse. QUeStl Sl mostrò stupito. « Di che diavolo stai parlando~ » Il viso di Solly divenne paonazzo. « Ho saputo che tu e quella strega dl tua madre siete stati gli ispiratori di quegli sporchi articoli sul Forum. » Ahi! pensò Micky sgomento. Era una catastrofe. Come aveva fatto Solly a scoprirlo? Anche Edward era perplesso. « Chi ti ha messo in testa queste idiozie? » « Una delle amiche di tua madre è dama di compagnia della regi- na » rispose. Micky capí che si riferiva a lady Morter. « Lei lo ha o a prmcipe dl Galles, con CUj ho appena avuto un colloquio » Solly doveva essere pazzo di rabbia per alludere in modo cosí in- iscreto a una conversazione privata con un personaggio della casa e, rlflette Mlcky. Non vedeva in che modo una simile controver- sia potesse essere composta certo non in tempo utile per l'indomani, Tentò disperatamente di abbassare la temperatura. « Solly, vecchio mio, non puoi essere certo che questa storia sia ver~ » Solly si voltò verso di lui. « Non posso? Quando ho letto sul gior- nale di oggi che Joseph Pilaster ha ottenuto il titolo di lord destinato a Ben Greenbourne? Riesci a immaginare che cosa significa questo per mio padre? » Micky si rese conto che nella corazza di tolleranza di Solly si era aperta una breccia. Non era arrabbiato per sé, ma per suo padre. Il nonno di Ben Greenbourne era arrivato a Londra con una balla di pellicce, un biglietto da cinque sterline e un buco in uno stivale. Per Ben, un seggio alla Camera dei Lord sarebbe stato il massimo segno di accettazione da parte della società britannica: un trionfo non solo per lui e per la sua famiglia, ma per tutta la comunità ebraica in In- ghilterra. « Non è colpa mia se sei ebreo » disse Edward. Micky intervenne. « Non dovreste permettere che i problemi dei vostri genitori interferiscano nei vostri rapporti. Dopo tutto, siete so- ci in un'importante operazione finanziaria. » « Non fare lo stupido, Miranda » ribatté Solly. « Puoi scordarti della ferrovia. Quando i nostri soci verranno a conoscenza di questa storia, la Banca Greenbourne non farà mai piú affari con i Pilaster. » Micky sentí in gola il sapore della bile mentre guardava Solly che usciva dalla stanza. Con un'unica frase aveva cancellato tutte le sue speranze. C'era qualcosa che poteva fare per impedire il fallimento della trattativa? Se esisteva, doveva essere attuata rapidamente, pri- ma che Solly parlasse con gli altri Greenbourne. Si alzò di scatto. « Dove stai andando? » gli domandò Edward. Micky decise di non dirgli che cosa aveva in mente. « Alla sala da gioco » rispose. « Non vuoi fare una partita? » « Sí, certo. » Edward si alzò dalla sedia. Ai piedi delle scale, Micky girò verso i bagni dicendo: « Tu vai avanti, ti raggiungo fra poco ». Edward salí al piano di sopra; Micky entrò nello spogliatoio, af- ferrò cappello e bastone e uscí di corsa dalla porta centrale. Guardò avanti e indietro lungo Pall Mall. Era il crepuscolo, e sta- vano appena accendendo i lampioni a gas; non vide Solly da nessuna parte. Poi, a un centinaio di metri di distanza, individuò una figura massiccia in abito da sera e cilindro che camminava con passo rapi- do verso Saint James. Micky lo seguí. Avrebbe cercato di spiegargli quanto era impor- tante la ferrovia per Cordova. Gli avrebbe detto che con il suo gesto danneggiava milioni di contadini a causa di una cattlva azione di Au- gusta. Solly aveva il cuore tenero, era ancora posslbile convmcerlo. Quando l'altro svoltò in una stradina laterale, diretto verso la pro- 128 UNA FORTUNA PERICOLOSA pria casa in Piccadilly, Miranda gli corse dietro gridando: « Ehi Greenbourne! Aspetta! » Solly si girò ansimando e, non appena riconobbe Micky, gli volse di nuovo le spalle. Lui si lanciò in avanti e lo prese per un braccio. « Devo parlarti! » Solly era senza fiato. « Toglimi le mani di dosso » sbuffò. Si li- berò dalla stretta e ripartí. Pochi passi piú in là giunse a un incrocio e fu costretto a fermar- si sul marciapiede perché passava una carrozza. Micky colse l'occa- sione per parlargli ancora. « Solly, calmati! Voglio solo ragionare con te! » « Va' al diavolo! » La strada era di nuovo libera. Micky lo bloccò agguantandolo per il bavero. Solly si dibatté, ma lui continuò a trattenerlo. « Ascolta- mi! » urlò. « Lasciami andare! » E gli sferrò un pugno sul naso. Micky sentí il sapore del sangue che colava dal naso ferito e perse il controllo. « Maledizione! » gridò. Lasciò andare la giacca di Solly e lo colpi a sua volta sulla guancia. L'altro fece per scendere dal marciapiede, ma in quel momento entrambi videro una carrozza che arrivava a grande velocità. Solly balzò indietro per non essere travolto. Micky intuí la buona occasione. Se Greenbourne fosse morto, i suoi problemi sarebbero stati risolti. Non c'era tempo per calcolare le probabilità né per esitare. Diede una spinta a Solly buttandolo da- vanti ai cavalli. Il cocchiere lanciò un grido e tirò le redini, ma trop- po tardi. Solly cadde a terra con un urlo e i cavalli gli passarono so- pra. Micky osservò inorridito il grosso corpo contorcersi sotto gli zoccoli ferrati che lo calpestavano. Voltò la testa. Si sentiva debole e dovette appoggiarsi al muro di una casa. Si sforzò di guardare il corpo immobile sul selciato. La te- sta di Solly era sfondata, il suo viso irriconoscibile. Era morto. E Micky era salvo. Scrutò la strada avanti e indietro: non c'era nessuno~ Solo il cocchiere aveva visto ciò che era successo. La carrozza si fermò trenta metri piú avanti e il cocchiere balzò a terra. Micky corse via in fretta. « Ehi, laggiú! » gli gridò dietro l'uo- mo. Micky girò l'angolo senza voltarsi. "Ce l'ho fatta" pensò raggiungendo di nuovo il club. Se aveva fortuna, nessuno si sarebbe accorto della sua assenza. Ma proprio mentre varcava la porta di ingresso, ebbe la sfortuna di imbattersi in Hugh Pilaster che stava uscendo. Hugh gli rivolse un cenno del capo. « Buonasera, Miranda. » « Buonasera, Pilaster » rispose Micky maledicendolo sottovoce Andò al guardaroba. Aveva il naso rosso per il pugno di Solly, ma per il resto sembrava solo un poco in disordine. Si rassettò gli abiti e salí di corsa le scale diretto alla sala da gioco. HUGH Sl RECO da Maisie due giorni dopo la morte di Solly. La trovò sola, vestita sobriamente di nero, nel salotto del grande palaz- zo di Piccadilly. Il suo viso era contratto dal dolore, sembrava che non avesse dormito. Hugh era afflitto per lei. Maisie si gettò tra le sue braccia. « Oh, Hugh, era il migliore di tutti! » Nell'udire quelle parole, lui non riuscí a trattenere le lacrime. Era terribile morire come era morto Solly, e lui lo meritava meno di chiunque altro. « Perché accadono queste cose? » mormorò Maisie disperata. Hugh era incerto. Non poteva fare a meno di chiedersi se Micky avesse avuto qualcosa a che fare con la morte dell'amico. La polizia cercava un uomo elegante che aveva litigato con Solly poco prima che questi fosse investito. Hugh aveva visto Micky entrare al Cowes Club pressappoco alla stessa ora in cui Solly era morto, perciò era stato di certo nelle vicinanze. Però non vedeva il motivo per cui Micky avrebbe dovuto compiere un gesto del genere, anzi, tutto il contrario. Solly era in procinto di definire l'accordo per la ferrovia di Santamaria, che stava tanto a cuore a Micky. Perché avrebbe ucci- so il suo benefattore? Decise di non parlare a Maisie di quel sospetto infondato. « Sembra sia stato un tragico incidente. » « Il cocchiere sostiene che Solly è stato spinto. Perché quell'uomo sarebbe fuggito se non era colpevole? » « Forse stava solo tentando di derubare Solly, come scrivono i giornali. » Era un caso sensazionale: la morte orribile di un banchie- re importante, uno degli uomini piú ricchi del mondo. Maisie si staccò da Hugh e si sedette. « Se tu avessi aspettato avresti sposato me invece di Nora. » Hugh fu stupito della franchezza di lei. Non sapeva bene che cosa rispondere, e se la cavò con una battuta sciocca. « Se ún Pilaster sposasse una Greenbourne non sarebbe un matrimonio, ma una fu- sione. » Lei scosse il capo. « Io non sono una Greenbourne. La famiglia di Solly non mi ha mai veramente accettata. » « Comunque erediterai una grossa fetta della banca. » « Non avrò un bel niente, Hugh. » « Ma è impossibile! » 130 « Invece lo è. Il padre di Solly passava al figlio un cospicuo asse- gno mensile, ma non gli ha mai intestato una quota della banca per causa mia. Anche questa casa è in affitto. Sono padrona dei miei ve- stiti e dei miei gioielli, ma non erediterò nulla della banca... e nem- meno Bertie. » Hugh era stupefatto. « Vuoi dire che il vecchio non provvederà al mantenimento di tuo figlio? » « Neppure con un penny. Ho visto mio suocero stamattina. » Come amico di Maisie, Hugh si sentiva offeso. « Ma è una cosa indegna! » « Non proprio » spiegò Maisie. « Ho dato a Solly cinque anni di felicità, e in cambio ho avuto cinque anni di vita da favola. Ora pos- so tornare alla normalità. Venderò i gioielli, investirò il ricavato e vi- vrò tranquilla con la rendita. » Era difficile da accettare. « Andrai a stare con i tuoi genitori? » « A Manchester? No, resterò a Londra. Rachel Bodwin sta apren- do un ospedale per ragazze-madri. Potrei lavorare per lei. » Hugh era inquieto per il trattamento riservato da Ben Greenbour- ne alla nuora. Decise che avrebbe tentato di far cambiare idea al vec- chio. Però non avrebbe detto niente a Maisie, per non alimentare fal- se speranze. « La prendi con molta filosofia » commentò. Lei si strinse nelle spalle. « Ho vissuto una vita incredibile, Hugh. Sono stata povera a undici anni e gran signora a diciannove. Non ho rimpianti, se non per il fatto che hai sposato Nora. » « Le voglio molto bene » disse lui in tono poco convinto. « No, eri arrabbiato perché non ho voluto tradire Solly e avere una relazione con te » replicò brutalmente Maisie. « Hai scelto Nora per- ché ti ricordava me, ma lei non ti ha mai amato. Ti ha sposato solo per i soldi. » Era vero, pensò Hugh. Nora era felice unicamente quando lui le faceva dei regali. Però il disprezzo di Maisie lo mise sulla difensiva. « Non è meschina come la descrivi. » « Comunque, tu non sei felice. » Hugh, confuso, ripiegò su ciò che considerava giusto. « In ogni modo... I'ho sposata e non l'abbandonerò » disse. « E questo il si- gnificato dell'impegno matrimoniale. » Maisie sorrise tra le lacrime. « Sapevo che avresti risposto cosí. » Si alzò in piedi. « Grazie per essere venuto, caro Hugh. » Lui intendeva stringerle la mano invece si chinò per darle un ba- cio sulla guancia e si trovò a baciaria sulle labbra. Fu un bacio lungo e tenero, che per poco non gli fece dimenticare la sua fermezza. Tut- tavia si staccò da Maisie e uscí senza aggiungere una parola. 13 1 UNA FORTUNA PERICOLOSA LA CASA di Ben Greenbourne si trovava a pochi metri di distanza, sempre in Piccadilly. Hugh ci andò immediatamente dopo aver la- sciato Maisie. Il maggiordomo lo introdusse in biblioteca. Ben Greenbourne appariva vecchio e logorato, ma sul suo viso non c'era traccia di lacrime. Formale come sempre, strinse la mano a Hugh, poi gli indicò una sedia. Aveva in mano una vecchia lettera. « Ascolti » disse, e cominciò a leggere: « "Caro papà, abbiamo un nuovo professore di latino, e io me la cavo molto meglio. Waterford ha catturato un topo e gli sta in- segnando a mangiare dalla sua mano. Qui il cibo è scarso, puoi man- darmi una torta? Il tuo affezionato figlio, Solomon". » Ripiegò la lettera. « A quel tempo aveva quattordici anni. » « Mi ricordo di quel topo » disse Hugh. « Morsicò un dito a Wa- terford. » « Vorrei poter tornare indietro con gli anni... » mormorò Green- bourne. Il suo autocontrollo sembrava sul punto di cedere. « Io credo di essere uno dei piú vecchi amici di Solly » dichiarò Hugh. « Ora, però, sono qui da lei non solo come amico di suo fi- glio, ma anche di Maisie. » Greenbourne s'irrigidí subito. Hugh proseguí: « La conobbi poco dopo che l'aveva conosciuta Solly. Mi innamorai di lei, ma fu lui a conquistarla ». « Era piú ricco. » « Signor Greenbourne, mi consenta di essere franco. Sí, Maisie era una ragazza povera che cercava un marito ricco. Però, dopo aver sposato Solly, ha onorato la sua parte dell'impegno. E stata una buo- na moglie per lui. » « E ha avuto la sua ricompensa » replicò Greenbourne. « Ha vis- suto come una signora per cmque anni. » « Le sembrerà strano, ma è proprio ciò che mi ha detto lei. Però che ne sarà di Bertie? Lei non vuole certo che suo nipote viva in mi- seria. » « Nipote? » borbottò Greenbourne. « Bertie non è mio parente. » Hugh ebbe la curiosa premonizione che stesse per accadere qual- cosa d'importante. « Non capisco » disse. « Che cosa significa? » « Quella donna era già incinta quando sposò mio figlio. » Hugh rimase senza fiato. « Solly lo sapeva, e sapeva pure che il bambino non era suo figlio. Ma la sposò lo stesso contro la mia volontà. » A Hugh parve che il cuore gli si fermasse. « Chi era il padre? » « Lei non ha voluto dirlo, e Solly non l'ha mai scoperto. » Ma Hugh lo sapeva: il figlio era suo. Nonostante le apparenze, 132 Maisie non era mai stata sessualmente promiscua. Era ancora vergi- ne quando aveva fatto l'amore con lui. Era rimasta incinta quella se- ra. Poi Augusta era riuscita a separarli. « E doloroso, me ne rendo conto » ammise Greenbourne, che ve- deva la costernazione di Hugh senza capirne il motivo. "Ho un figlio" si disse lui. "Il piccolo Bertie." Quel pensiero gli stringeva il cuore. Si alzò. « Devo andare. Le mie condoglianze, si- gnor Greenbourne. Solly era l'uomo migliore che abbia mai cono- sciuto. » Uscí in Piccadilly nella luce del sole e si diresse verso la sua casa in Kensington. Ora tutto era diverso. Nora era sua moglie legalmente, ma Maisie era la madre di suo figlio. Un bambino aveva bisogno di un padre. Di colpo si riapriva la domanda su che cosa avrebbe dovuto fare del resto della propria vita. Cercò di considerare gli aspetti pratici. Era certo che Nora sarebbe stata disposta a divorziare da lui, se le avesse offerto abbastanza de- naro. I Pilaster gli avrebbero chiesto di dimettersi dalla banca. Lo stigma sociale del divorzio era troppo pesante per consentirgli di re- stare socio, ma cosa contava questo in confronto alla gioia di vivere con la donna che aveva sempre amato? Si trovò davanti a casa e salí le scale di corsa. Nora era seduta alla toeletta e stava provando un pendente di ru- bini che lui le aveva regalato. Parlò prima che lui potesse aprire boc- ca. « Ho una notizia per te » disse. « E successo l'inevitabile. » Hugh indovinò subito. Era troppo tardi, non avrebbe piú potuto la- sciare la moglie. Provò un senso di rivolta e di dolore al pensiero di aver perduto Maisie, di aver perduto suo figlio. La guardò negli occhi. Vi lesse una sfida, qùasi come se avesse intuito ciò che lui stava progettando di fare. Forse l'aveva capito dav- vero. « Avrò un bambino » gli comunicò. Parte Terza 1890 Settembre JOSEPH PILASTER morí nel settembre 1890, dopo essere stato socio dirigente della Banca Pilaster per diciassette anni. In quel perio- do la Gran Bretagna era diventata sempre piú ricca, e anche i Pila- ster. Il patrimonio di Joseph ammontava a oltre due milioni di sterli- ne, compresa la sua collezione di sessantacinque preziose tabacchie- 133 UNA FORTUNA PERICOLOSA re antiche - una per ogni anno della sua vita - che da sola valeva centomila sterline. Ormai la famiglia Pilaster era facoltosa quanto i Greenbourne. Ol- tre agli interessi sui capitali investiti, i soci si dividevano i profitti; dopo dieci anni di spartizione degli utili, Hugh era a metà strada ver- so il suo primo milione. La mattina del funerale, Hugh esaminò il proprio viso allo spec- chio alla ricerca dei segni della vecchiaia. Aveva trentasette anni e i suoi capelli stavano diventando grigi, ma i peli tagliati dal rasoio erano ancora neri. Andavano di moda i baffi, e lui si domandò se non avrebbe dovuto farseli crescere per sembrare piú giovane. Quando era arrivato il primo figlio, Hugh e Nora si erano trasferi- ti in una casa piú grande. Adesso avevano tre bambini: Tobias, che portava il nome del padre di Hugh; Samuel, che aveva il nome dello zio; e Solomon, in memoria di Solly Greenbourne. Nora partoriva senza grandi difficoltà ma, una volta che i figli erano nati, perdeva ogni interesse nei loro confronti, e Hugh li colmava di attenzioni per compensarli della freddezza della madre. Il figlio segreto di Hugh e Maisie, Bertie, aveva ormai sedici anni; era uno dei migliori studenti alla Windfield School e un campione della squadra di cricket. Hugh pagava la sua retta e presenziava alle premiazioni scolastiche. Questo fatto induceva qualche osservatore malizioso a sospettare che lui fosse il vero padre di Bertie. Ma si sa- peva che Hugh era stato amico di Solly, e la maggior parte della gen- te pensava semplicemente che fosse generoso per fedeltà alla memo- ria del vecchio compagno di scuola. Quando Hugh scese per la colazione, trovò sua madre già seduta al tavolo. Lei e Dotty erano arrivate il giorno prima da Folkestone per il funerale, fissato per le undici. Poi ci sarebbe stato il pranzo a casa di Augusta. Hugh diede un bacio alla madre, che, senza preamboli, gli do- mandò: « Credi che lui l'ami veramente? » Non aveva bisogno di chiederle a chi si riferisse. Dotty, che aveva ventitré anni, era fidanzata con lord Ipswich, il figlio maggiore del duca di Norwich. Nick Ipswich era l'erede di un ducato in bancarot- ta, e la mamma temeva che volesse sposare Dotty solo per i suoi sol- di, o meglio, per quelli di suo fratello. Hugh guardò la madre con affetto. Vestiva ancora di nero, venti- quattro anni dopo la morte del marito. Aveva i capelli bianchi, ma era bella come sempre. « Sí, I'ama davvero » rispose. Dotty scese pochi minuti dopo. La sorellina timida e spensierata era diventata una donna affascinante, dai capelli neri e dalla volontà energica. Parecchi giovani ne erano intimiditi, ma Nick Ipswich pos- sedeva una propria forza tranquilla che non aveva bisogno del soste- gno di una moglie condiscendente. Poiché Dotty era orfana di padre, Nick era andato da Hugh a chie- dergli ufficialmente la mano della ragazza. In quei casi era consuetu- dine che gli avvocati delle due parti redigessero un accordo prima che il fidanzamento venisse confermato, ma Nick aveva preferito agire in modo diverso, affrontando direttamente~la questione. « Ho detto alla signorina Pilaster che sono povero » aveva riferito a Hugh. « Lei mi ha risposto di aver conosciuto tanto la ricchezza quanto la miseria, ed è convinta che la felicità viene dalle persone con cui si vive, non dal denaro che si possiede. » Era un concetto idealistico, e Hugh non avrebbe mancato di dare una dote generosa alla sorella, tuttavia era contento di sapere che Nick l'amava sinceramente, nella buona e nella cattiva sorte. Alle dieci, come annunciato, Nick Ipswich si presentò a casa Pila- ster mentre la famiglia era ancora a tavola per la colazione. Sedette vicino a Dotty e accettò una tazza di caffè. Aveva un aspetto tipica- mente inglese, capelli biondi e occhi azzurri, e lei lo guardava come se avesse voluto mangiarselo con gli occhi. Era stato Hugh a chiedere quell'incontro, e venne subito al sodo. « Dotty, il tuo fidanzato e io abbiamo avuto diverse conversazioni a proposito della vostra situazione economica. Secondo i nostri calco- li, le fortune del ducato potrebbero essere risollevate in maniera de- finitiva con un investimento di circa centomila sterline. E questa è esattamente la somma che intendo darti per dote. » Dotty gettò le braccia al collo di Nick e lo baciò, poi fece il giro del tavolo per baciare Hugh, che era un po' imbarazzato, ma conten- to di averli resi cosí felici. In quel momento, Nora fece la sua comparsa vestita di viola e di nero. Aveva già fatto colazione in camera, come sempre. « Dove so- no i ragazzi? » domandò in tono irritato guardando l'orologio sulla mensola del caminetto. « Ho detto a queila stupida governante di te- nerli pronti per... » Fu interrotta dall'arrivo della governante e dei figli: Toby di undi- ci anni, Sam di sei e Sol di quattro. Erano tutti in nero, con cappelli a cilindro in miniatura. Hugh provò un senso d'orgoglio. « I miei soldatini » disse. « Co- m'era il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra, ieri sera, Toby? » « Invariato, al due e mezzo per cento » rispose il figlio maggiore, che era tenuto a controllarlo sul Times ogni mattina. Sam, il secondogenito, smaniava di comunicare le sue ultime no- 134 1 135 UNA FORTUNA PERICOLOSA vità. « Mamma, ho un animaletto » disse tutto eccitato. Estrasse di tasca una scatola da fiammiferi, la mise sotto il naso della madre e l'aprí: « Billy il ragno! » Nora lanciò uno strillo e gli diede una botta sulla mano facendogli cadere la scatola. « Sei un piccolo mostro! » Sam si gettò sul pavimento per ricuperare la scatola. « Billy è scappato! » gemette, e si mise a piangere. Nora aggredí la governante. « Come ha potuto permettergli una cosa simile? » Hugh intervenne. « Non ha fatto niente di male. » Mise una mano sulla spalla del bambino. « Ora, Sam, dovresti aver capito che biso- gna sempre stare attenti a non spaventare le signore. » Poi si diresse con lui nell'atrio. « Coraggio, è ora di andare. » IL TEMPIO METODISTA di Kensington era stipato di gente perfino nelle gallerie: molte persone stavano in piedi nelle corsie e dietro i banchi. I parenti furono condotti ai posti riservati nella prima fila. Hugh sedette accanto allo zio Samuel, che aveva passato i settant'an- ni, ma era sempre attivo. Samuel era il candidato piú ovvio per la carica di socio dirigente, ora che Joseph era morto. Era il piú anziano e il piú esperto, ma Au- gusta lo avrebbe osteggiato ferocemente. Forse avrebbe appoggiato il fratello minore di Joseph, quello che chiamavano "il giovane Wil- liam", e che aveva quarantadue anni. Degli altri soci, due - il maggiore Hartshorn e sir Harry Tonks, il marito di Clementine - non erano stati presi in considerazione per- ché non portavano il cognome Pilaster. Restavano Hugh e Edward. Hugh aspirava a diventare socio dirigente, anzi lo desiderava con tutto il cuore. Ma Augusta si sarebbe opposta alla sua nomina ancor piú duramente di quanto avrebbe fatto per quella di Samuel. Lei ave- va appena cinquantotto anni, e con ogni probabilità sarebbe stata sul- la breccia per altri quindici, energica e malevola come sempre. Rimaneva soltanto Edward. Sedeva a fianco della madre nel pri- mo banco e aveva accanto la moglie. La presenza di Emily era un avvenimento raro, perché ormai conducevano vite separate. Edward, rubizzo in volto, aveva un fisico appesantito e da qualche tempo sof- friva di un'irritazione cutanea. Non era né intelligente né laborioso e si affidava al suo segretario, Simon Oliver, per essere esonerato da ogni fastidio. Era impensabile che potesse diventare socio dirigente. Sullo stesso banco sedeva il diabolico e affascinante Micky Mi- randa, che indossava un cappotto grigio con collo di visone. Lui e Edward erano sempre amici per la pelle, e Micky aveva parte in mol- ti dei rischiosi investimenti sudamericani che la banca aveva privile- giato negli ultimi anni. Il servizio funebre fu lungo e tedioso: il corteo impiegò piú di un'ora sotto la pioggia autunnale per giungere al cimitero. Hugh osservò Augusta, mentre la bara del marito veniva calata nella fossa. Stava sotto un grande ombrello tenuto da Edward. Il suo viso altero era solcato da rughe arcigne e non esprimeva dolore. Dopo il funerale, ci fu il pranzo a Whitehaven House per la fami- glia Pilaster al completo, inclusi tutti i soci con le mogli e i figli. Hugh non metteva piede in quella casa da un paio d'anni; notò che era stata ristrutturata ancora una volta. I vani delle porte e delle fine- stre erano stati ridisegnati in stile moresco e abbondavano le decora- zioni orientali. Augusta fece occupare a Edward il posto che era stato del padre. A Hugh sembrò un gesto privo di tatto. Metterlo a capotavola sotto- lineava ancor piú crudelmente la sua incapacità di subentrare nel ruolo di Joseph. Come sempre, Augusta aveva un piano. Verso la fine del pasto, dichiarò con l'asprezza abituale: « Bisognerà nominare un nuovo so- cio dirigente, ed è logico che sarà Edward ». Hugh era scandalizzato. Trovava offensivo che si fosse permessa anche solo di suggerirlo. Ci fu un lungo silenzio, e lui si rese conto che tutti si aspettavano che qualcuno parlasse. « Credo che i soci do- vrebbero discutere la questione domani » disse allora. « Ti sarò grata, Hugh, se eviterai di dirmi che cosa posso o non posso discutere in casa mia » ribatté Augusta. « Se insisti... » Tacque un attimo per raccogliere le idee. « Tu, ca- ra zia, non- capisci le implicazioni insite in questa scelta, forse per- ché non hai mai lavorato nella banca. Il piú anziano dei soci viventi è lo zio Samuel. Sono certo che saremmo tutti d'accordo nel consi- derarlo il candidato piú adatto. Però lo zio Samuel ha già rinunciato una volta a questo onore. Se lo facesse di nuovo, il Pilaster piú an- ziano sarebbe William, anch'egli altamente stimato nella City. » Augusta replicò in tono impaziente: « Non tocca alla City prende- re la decisione, tocca alla famiglia Pilaster. Noi possiamo scegliere chi ci pare! » Hugh scosse il capo. « Non possiamo fare ciò che vogliamo » dis- se con enfasi. « Siamo responsabili di milioni di sterline appartenen- ti ad altre persone. Abbiamo dei doveri verso di loro. » Augusta era indignata. « Edward è bravo quanto chiunque altro! » Hugh girò lo sguardo intorno al tavolo e fissò uno per uno i soci, sostenendone con fermezza lo sguardo. « C'è qualcuno fra i presenti 137 disposto a sostenere in tutta sincerità che Edward è il banchiere piú capace fra tutti noi? » Nessuno intervenne. All'improvviso Hugh si rese conto che Au- gusta doveva aver parlato con loro in precedenza. Come poteva aver- li convinti ad accettare Edward quale socio dirigente? « Che cosa vi ha detto? » domandò bruscamente agli altri. « Wil- liam? George? Harry? Animo, vuotate il sacco! » Avevano tutti un'espressione vacua. Infine William ammise: « Au- gusta e Edward hanno detto chiaramente che, se Edward non diven- terà socio dirigente, ritireranno il loro capitale dalla banca ». « Come? » Hugh era sbalordito. Augusta e Edward insieme con- trollavano all'incirca il quaranta per cento del capitale. Se lo avesse- 138 ro prelevato, la banca sarebbe stata in grave difficoltà. Era incredibi- le che Augusta avesse osato formulare una minaccia del genere, e ancora di piú il fatto che i soci fossero disposti a piegarsi. « Cosí ce- dete a lei tutta l'autorità! » esclamò. « Se gliela date vinta una volta, dovrete farlo di nuovo in avvenire. Tanto vale che nominiate lei so- cio dirigente. » « Non permetterti di parlare cosí a mia madre! » sbottò Edward. « Rispetta le buone maniere! » « Al diavolo le buone maniere! » rispose Hugh. « State per rovi- nare una grande banca. » Spinse indietro la sedia e si alzò, gettando il tovagliolo sul tavolo come un guanto di. sfida. « Ebbene, qui c'è una persona che non si lascerà ricattare. » Trasse un profondo respi- 139 ro, rendendosi conto che quanto stava per dire avrebbe cambiato il resto della sua vita. « Io mi dimetto. » Mentre si allontanava, colse lo sguardo di Augusta e vide sul vol- to di lei un sorriso di vittoria. QUELLA SERA 10 zio Samuel venne a trovarlo. Sembrava stanco e triste. Hugh gli propose di bere qualcosa, e lui optò per un bicchiere di Porto. Hugh ordinò al maggiordomo di portarne una bottiglia. « Mi dimetto anch'io » disse Samuel. « Me ne andrò alla fine dell'anno. L'ho comunicato dopo la tua drammatica uscita. » « E loro cos'hanno detto? » « Ebbene, sono qui proprio per questo, caro ragazzo. Mi dispiace dirti che vengo come messaggero del nemico. Mi hanno chiesto di convincerti a ritirare le dimissioni. » « Sono dei poveri imbecilli. » « In effetti lo sono. Però c'è un punto che dovresti considerare. Se ti dimetti subito, tutta la City capirà il motivo. Si dirà che, se Hugh Pilaster ritiene che Edward non sia all'altezza di dirigere la banca, è probabile che abbia ragione. Ne potrebbe nascere un calo di fiducia, forse anche una crisi finanziaria. » Hugh non aveva pensato a quell'aspetto. Una crisi avrebbe potuto provocare un crollo simile a quello causato dal fallimento della Ove- rend & Gurney, che aveva distrutto la ditta di suo padre nel 1866. « Forse dovresti restare sino alla fine dell'anno finanziario » ag- giunse Samuel. « E questione di pochi mesi. A quel punto Edward sarà già in carica da un po' di tempo e il pubblico si sarà abituato. » Il maggiordomo tornò con il Porto. Hugh ne bevve un sorso, pen- sieroso. « D'accordo » annuí infine. « Resterò sino al termine del- I'anno finanziario. » Samuel annuí. « Ne ero sicuro » disse. « E la cosa giusta, e tu fi- nisci sempre per fare ciò che è giusto. » PRIMA Dl DIRE addio all'alta società, undici anni addietro, Maisie Greenbourne era andata da tutti i suoi amici, che erano numerosi e molto ricchi, e li aveva persuasi a fare offerte all'ospedale per ragaz- ze-madri di Rachel. Quel denaro era stato investito, perciò i costi di gestione dell'ospedale erano coperti dalla rendita degli investimenti. Il denaro era amministrato dal padre di Rachel, I'unico uomo che avesse un posto nella gestione dell'istituto. In un primo tempo Mai- sie avrebbe voluto occuparsene in prima persona, ma aveva scoperto che i banchieri e gli agenti di cambio non erano disposti a prendere troppo sul serio una donna. Rachel, ormai, non vedeva piú il marito, Micky Miranda, ma que- sti non voleva divorziare. Da dieci anni lei aveva una relazione di- screta con Danny Robinson, il fratello di Maisie, che era deputato al Parlamento. I tre abitavano insieme nella casa di Maisie nel sobbor- go londinese di Walworth. L'ospedale sorgeva in un quartiere operaio nel cuore della città. Avevano stipulato un contratto d'affitto a lungo termine per quattro case contigue e avevano fatto aprire delle porte interne nei muri divi- sori a tutti i piani. Grazie a questa struttura atipica, nell'ospedale c'erano delle piccole stanze confortevoli di due o tre letti ciascuna, anziché le abituali corsie enormi e cupe. L'ufficio di Maisie era un piccolo locale accogliente e tranquillo vicino all'ingresso principale, arredato con due comode poltrone, un tappeto sbiadito e tende vivaci. Su una parete c'era un manifesto in cornice dell"'Incredibile Maisie". La donna seduta di fronte a lei era scalza, lacera e incinta di nove mesi. Nei suoi occhi c'era lo sguardo diffidente e senza speranza di un gatto affamato. « Come ti chiami, cara? » le domandò Maisie. « Rose Porter, signora. » Lei le versò una tazza di tè. « Mi sembri stanca. » « Sono venuta a piedi da Bath. >~ Erano centosessanta chilometri. « Devi aver camminato per una settimana » disse Maisie. « Povera ragazza... » Rose SCOppiO a piangere. Era normale, e Maisie ci era abituata. Si alzò e andò a sedersi sul bracciolo della poltrona di Rose, poi le passò un braccio intorno alle spalle e la strinse a sé. « Che cosa facevi a Bath? » « La cuoca dalla signora Freeman. » « E come hai conosciuto il giovanotto che ti ha messa incinta? » « Mi ha abbordata per la strada. Era il mio giorno di libertà, e me ne andavo in giro col mio parasole nuovo. Era giallo. Facevo colpo, lo so. Quel parasole giallo è stato la mia rovina. » Maisie riuscí a farsi raccontare tutta la storia. Era tipica. L'uomo faceva il tappezziere. Aveva corteggiato la ragazza e avevano parlato di matrimonio. Poi lui aveva perso il posto ed era andato in un'altra città a cercare lavoro. A quel punto era sparito dalla vita di Rose, che nel frattempo si era accorta di essere incinta. « Cercheremo di prendere contatto con lui » disse Maisie. Aveva scoperto, con grande sorpresa, che molto spesso i responsabili fini- vano per sposare le ragazze che avevano messo nei guai. Nel caso UNA FORTUNA PERICOLOSA specifico di Rose, le probabilità erano buone. L'uomo se n'era anda- to perché aveva perso il lavoro, non perché avesse smesso di amarla. La ragazza ebbe un sussulto, e lei le domandò: « Cosa c'è? » « Ho male alla schiena. Dev'essere perché ho camminato tanto. » Maisie le sorrise. « Non si tratta della schiena. E il tuo bambino che sta arrivando. » Condusse Rose al piano di sopra, I'affidò a un'infermiera, poi entrò in un'altra stanza. Si fermò accanto al letto di una donna che nell'ospedale chiamavano "signorina Nessuno" perché rifiutava di dare qualsiasi informazione su se stessa, compre- so il nome. Era una ragazza bruna di circa diciott'anni. Aveva l'ac- cento della buona società, e Maisie era convinta che fosse ebrea. « Come ti senti, cara? » s'informò. « Mi sento bene e le sono molto grata, signora Greenbourne. » Era completamente diversa da Rose Porter, ma aveva il suo stesso problema. Maisie tornò in ufficio e guardò l'ora. Si rese conto che doveva sbrigarsi. Alla Windfield School si apriva il primo trimestre, e dove- va portare Bertie a scuola. QUANDO accompagnava il figlio a Windfield, si faceva sempre scortare da Hugh Pilaster, e richiamava l'attenzione di tutti. A trenta- cinque anni era ancora tanto bella da far girare la testa agli uomini. Quel giorno indossava un vestito rosso pomodoro con una giacca corta e un cappellino piumato. Sapeva di essere attraente e in appa- renza spensierata. Invece quelle visite alla scuola in compagnia di Bertie e Hugh le spezzavano il cuore. Erano trascorsi diciassette anni dall'unica volta che era stata insie- me a lui, e non aveva mai smesso di amarlo. Per gran parte del tem- po si immedesimava nei drammi delle povere ragazze che si presen- tavano all'ospedale e dimenticava la propria sofferenza; però, due o tre volte l'anno, doveva vedere Hugh, e il dolore ritornava. Lui sapeva da undici anni di essere il vero padre di Bertie. Da al- lora aveva fatto tutto ciò che poteva per il ragazzo, fuorché ricono- scerlo ufficialmente come figlio. Bertie credeva che suo padre fosse il defunto, amabile Solomon Greenbourne, e informarlo adesso della verità lo avrebbe fatto soffrire inutilmente. Maisie gli aveva spiegato che Hugh era stato l'amico piú caro di suo padre. Per fortuna non esisteva alcuna rassomiglianza visibile tra i due. Il ragazzo aveva piuttosto qualcosa in comune con il padre di Maisie, con i suoi mor- bidi capelli scuri e i malinconici occhi castani. Era un buon atleta e un allievo diligente Maisie era molto orgogliosa di lui. Durante quegli incontri scolastici, Hugh si comportava in modo 142 scrupolosamente corretto, ma lei era sicura che anche lui sentisse I'amara dolcezza di quella situazione. Hugh non parlava mai della propria vita coniugale, ma solo dei suoi figli, che amava alla follia. Però Maisie aveva capito che Nora non doveva essere una madre affettuosa. Nel corso degli anni aveva visto Hugh rassegnarsi a un matrimonio freddo e deludente. Quel giorno, lui indossava un vestito di tweed grigio intonato con la sua capigliatura striata d'argento. Maisie si attaccò al suo braccio mentre entravano a scuola e pensò che avrebbe dato l'anima per sta- re tutti i giorni con lui. Aiutarono Bertie a disfare le valigie, poi Hugh disse al ragazzo: « Mio figlio Toby arriverà qui il prossimo trimestre. Ti dispiacereb- be tenerlo d'occhio per me? » « Con piacere » rispose lui. « Avrò cura che non vada a nuotare alla cava. » Maisie lo guardò con aria di rimprovero, e il ragazzo cercò di riparare: « Chiedo scusa, è stata una battuta sciocca ». « Se ne parla ancora? » domandò Hugh. « Ogni anno il preside ci racconta la storia di Peter Middleton, morto annegato. Dovrebbe servire a spaventare i nuovi arrivati, ma tutti vanno lo stesso a nuotare nello stagno. » Alla fine salutarono Bertie e ripresero il treno per Londra. Mentre ammiravano il paesaggio dal finestrino, Hugh disse: « Edward di- venterà il socio dirigente della banca ». Maisie era stupita. « Non credevo che avesse tanto cervello! » « Non ce l'ha. Per protesta, io ho deciso di dimettermi alla fine dell'anno. » « Oh, Hugh! » Maisie sapeva quanto fosse affezionato alla banca, cui erano legate le sue ambizioni e le sue speranze. Edward ave- va proprio tutte le fortune... « E quel fannullone ha anche ereditato il titolo di lord Whitehaven » aggiunse lei. « Ti rendi conto che se il titolo fosse stato concesso a Ben Greenbourne, adesso sarebbe di Bertie? » « Sí. » « Ma Augusta l'ha impedito. C'era lei dietro tutta quell'ignobile campagna dei giornali sul tema: "Un ebreo può essere lord?" Te ne rammenti? » « Sí, ma come fai a sapere che è opera di Augusta? » « Il principe di Galles lo ha confidato a me e a Solly. » Lui scosse la testa. « Quella donna non cesserà mai di stupirmi. » Maisie rimase in silenzio guardando fuori dal finestrino e pensan- do a Hugh. Ora che lasciava la banca, che cosa ne sarebbe stato della sua vita? Non amava sua moglie, e sua moglie non amava i loro fi- 143 gli. Perché doveva negargli di trovare un po' di felicità tra le braccia di lei, Maisie, la donna che aveva sempre amato? Alla stazione di Paddington lui l'aiutò a salire su una carrozza pubblica. Mentre si salutavano, lei gli prese le mani e disse: « Vieni a casa con me ». Lui la guardò con aria triste e fece segno di no. « Noi due ci amiamo, ci siamo sempre amati... Vieni da me, e al diavolo le conseguenze. » Hugh le sorrise. « Una volta badavi alle conseguenze. » Maisie sapeva che lui alludeva a quella notte al castello di King- sbridge, quando lei aveva chiuso la porta a chiave per impedirgli di entrare. « Ero sposata con un uomo buono. La tua situazione è com- pletamente diversa. » « Quella volta a casa di Kingo avrei tradito Solly, se tu me lo avessi consentito » rispose Hugh. « Con il passare degli anni è cre- sciuto in me il senso dell'onestà. Ora la valuto piú di qualunque altra cosa. » « Ma che cos'è l'onestà? » « Dire la verità, mantenere le promesse, assumersi la responsabi- lità dei propri errori. Significa essere ciò che si pretende di essere e fare ciò che si dice di fare. » Ritrasse le mani. « Addio, mia cara Maisie. » Lei lo guardò con un senso d'impotenza. Anni di desiderio repres- so le crollarono addosso. Hugh fece un cenno al cocchiere. « Va'! » L'uomo schioccò la frusta, e il cavallo si mise in movimento. Un attimo dopo la carrozza era sparita. QUELLA NOTTE, Hugh dormí male. Continuava a svegliarsi e a ri- pensare a Maisie. Rimpiangeva di non aver accettato di andare a ca- sa con lei, ma c'era anche un'altra reminiscenza che lo turbava. Ave- va la sensazione che lei gli avesse detto qualcosa di molto importan- te, di cui gli sfuggiva il significato. Riascoltò mentalmente la con- versazione: "...Ti rendi conto che se il titolo fosse stato concesso a Ben Greenbourne, adesso sarebbe di Bertie?" Hugh non aveva mai sospettato che fosse stata Augusta a promuo- vere la propaganda antisemita affinché non venisse nominato lord un ebreo. Però, in qualche modo, il principe di Galles era venuto a sa- perlo e ne aveva informato Maisie e Solly... Di colpo balzò a sedere sul letto, gli occhi sbarrati nel buio. Dunque anche Solly lo sapeva. E se sapeva che i Pilaster erano responsabili della campagna di 144 odio razziale contro suo padre, non avrebbe piú fatto affari con la lo- ro banca. Per prima cosa avrebbe annullato l'accordo per il finanzia- mento della ferrovia di Santamaria. Forse aveva annunciato a Ed- E ward il proposito di ritirarsi dall'operazione, e quest'ultimo lo aveva riferito a Micky. « Santo Cielo! » esclamò a voce alta. Se Solly aveva manifestato l'intenzione di tirarsi indietro, Micky sarebbe stato capace di assassi- narlo per salvare il finanziamento. Micky aveva dunque ucciso due dei migliori amici di Hugh: Peter Middleton e Solly Greenbourne? Se le cose stavano cosí, che cosa doveva fare? LA MATTINA DOPO, in banca, Hugh stava ancora arrovellandosi su quei pensieri, quando accadde un fatto che gli forní la risposta. Il capo contabile Jonas Mulberry gli riferí di aver visto alcuni do- cumenti redatti da Simon Oliver, il segretario di Edward. Era una proposta per il lancio di un prestito obbligazionario a favore di Cor- dova: due milioni di sterline per costruire un nuovo porto nella pro- vincia di Santamaria. Hugh era esterrefatto. La banca aveva bisogno di ridurre i propri impegni nell'America meridionale, non di aumentarli. Ma che pote- va fare? Ormai Edward era socio dirigente, succube in tutto e per tutto di Micky Miranda. Come indebolire quell'ascendente? Doveva escogitare qualcosa. Edward era già uscito per il pranzo. Indovinando la sua destina- zione, Hugh prese una carrozza pubblica e si fece portare al Cowes Club. Era ancora presto, cosí trovò Edward che beveva da solo un bicchiere di Madera nella sala da fumo. Notò che la sua infiamma- zione cutanea stava peggiorando. Hugh sedette e ordinò del tè. Edward non si fece scrupolo di mo- strare che non gradiva affatto la compagnia del cugino. « Non sei venuto fin qui per bere una tazza di tè, vero? » lo apostrofò. « Che cosa vuoi? » Era una cattiva partenza e Hugh si sentí pessimista. « Devo dirti una cosa che non ti piacerà. Credo che Micky sia un assassino. » « Oh, andiamo! » replicò Edward in tono rabbioso. « Non dire idiozie. » « Ascoltami prima di respingere impulsivamente l'idea. Ieri ho appresO che Solly Greenbourne era al corrente del fatto che era stata tua madre a orchestrare la campagna di stampa contro l'ammissione di Ben Greenbourne alla Camera dei Lord. » Edward sussultò, come se ciò che Hugh gli stava raccontando coincidesse con qualcosa che gli era già noto. C'era ancora speranza 145 di fare breccia nel suo cuore. « Sono sulla buona strada, vero? » Poi continuò, tirando a indovinare: « Solly aveva minacciato di annullare l'accordo per la linea ferroviaria di Santamaria, giusto? » Edward annuí. « Ero seduto proprio a questo tavolo con Micky quando Solly entrò furibondo. Ma... » « E quella sera stessa morí. » « Sí, ma Micky rimase con me per tutta la notte. Giocammo a car- te qui, e poi andammo da Nellie's. » « Deve averti lasciato almeno per qualche minuto. L'ho visto rien- trare al club pressappoco all'ora della morte di Solly. » « Dev'essere stato prima, e comunque non avrebbe avuto il tempo di... » Il viso di Edward si cristallizzò in un'espressione di ostentato scetticismo. « Micky non è un assassino. » « Lo è. Ha ucciso anche Peter Middleton. » « Ma è assurdo! » « So che credi di averlo ucciso tu. Gli hai spinto ripetutamente la testa sott'acqua, poi sei partito all'inseguimento di Tonio; ti sei con- vinto che Peter fosse troppo esausto per nuotare fino a riva e che per questo affogò. Ma c'è un fatto che tu ignori. Peter era un ottimo nuotatore. » « Era un mingherlino! » « Sí, ma si era allenato ogni giorno. Poteva attraversare lo stagno senza fatica... Tonio ha visto tutto. » « Cosa? » Edward deglutí a fatica. « Che cosa ha visto Tonio? » « Mentre tu ti arrampicavi sul pendio della cava, Micky tenne la testa di Peter sott'acqua finché il povero ragazzo non morí affogato. » Con meraviglia di Hugh, Edward non respinse sdegnosamente quell'idea. Disse invece: « Perché hai aspettato tutto questo tempo per dirmelo? » « Pensavo che non mi avresti creduto. » Studiò l'espressione del cugino. « Ma adesso mi credi, non è vero? » Lui annuí. « So perché l'ha fatto. » « Davvero? Sai perché Micky uccise Peter? » Edward bevve un lungo sorso di Madera. « A Cordova i Miranda sono una famiglia ricca, ma qui i loro dollari hanno scarso potere d'acquisto. A Windfield~ Micky spendeva tutto il suo assegno in po- che settimane. Quando restava senza soldi... rubava. » Hugh si ricordò dello scandalo che aveva sconvolto la scuola nel maggio del 1866. « Le sei sterline d'oro sottratte al professor Offer- ton... » disse perplesso. « Era Micky il ladro? » « Sí, e Peter lo sapeva. » « Come mai? » 146 UNA FORTUNA PERICOLOSA « Vide Micky uscire dallo studio di Offerton. Quando fu denun- 1~ ciato il furto, lui indovinò la verità. Dichiarò che lo avrebbe raccon- tato al preside se Micky non avesse confessato. Per noi fu un colpo di fortuna incontrarlo allo stagno. Quando gli spinsi la testa sott'ac- qua volevo solo spaventarlo per costringerlo al silenzio. Ma non pen- ~' savo assolutamente... » « ...che Micky lo avrebbe ucciso. » « E per tutti questi anni mi ha fatto credere che era stata colpa mia! » Hugh si alzò. « Mi dispiace di averti dovuto dare questa scossa. » Edward non disse nulla. Fissava il bicchiere, e sembrava aver di- menticato l'esistenza del cugino. Hugh lo guardò a lungo e fu stupi- to di vedere che stava piangendo. Uscí in silenzio e chiuse la porta. Ottobre MICKY MIRANDA era preoccupato. Sedeva nel salotto del Cowes Club fumando un sigaro, e si domandava che cosa aveva fatto per offendere Edward. L'amico lo evitava. Non veniva piú al club, non andava da Nellie's e non si presentava nel salotto di Augusta all'ora del tè. Micky non lo vedeva da una settimana. Sapeva che ogni tanto Edward aveva degli attacchi di ipocondria, ma non duravano mai piú di -lm paio di giorni. Questa volta era una cosa seria, e poteva compromettere il finanziamento del progetto per il porto di Santamaria. Negli ultimi dieci anni la Banca Pilaster aveva emesso obbligazio- ni cordovane all'incirca una volta l'anno. Una parte dei fondi era per finanziare ferrovie, acquedotti e miniere; un'altra parte erano prestiti al governo. Micky aveva percepito una commissione su tutto quel fiume di denaro, e aveva accumulato un ingente patrimonio persona- le. Però il fatto piú significativo era che la sua capacità di procurare fondi lo aveva qualificato incontestabilmente come futuro erede del potere paterno. E suo padre stava per fare la rivoluzione. I piani erano pronti. Grazie alla ferrovia, I'esercito dei Miranda avrebbe potuto avanzare rapidamente verso sud e assediare la capita- le. Però le rivoluzioni erano costose. Il padre aveva incaricato Micky di raccogliere il prestito piú alto mai ottenuto, due milioni di sterline per comprare armi e rifornimenti per la guerra civile. In cambio gli aveva promesso un premio ineguagliabile. Appena il vecchio Miran- da fosse stato acclamato presidente di Cordova, Micky sarebbe di- 147 UNA FORTUNA PERICOLOSA ventato primo rninistro e, alla morte del padre, avrebbe ereditato la presidenza. Ora tutto il piano era messo in pericolo da Edward. Mentre se ne stava lí a fumare e ad arrovellarsi, vide entrare Hugh Pilaster. Micky detestava Hugh, e sapeva che il sentimento era reci- proco, tuttavia si avvicinò a lui. « Buonasera, Pilaster. » « Buonasera, Miranda. » « Hai visto Edward di recente? Sembra scomparso. » « Viene in banca tutti i giorni. » « Ah... » Dopo una breve esitazione, Micky si accomodò su uno sgabello del bar accanto a Hugh. Poi, con voce piú bassa, gli do- mandò: « Sapresti dirmi se per caso l'ho offeso? » Lui rimase assorto per qualche istante. « Non vedo perché non do- vrei dirtelo. Edward ha scoperto che hai ucciso Peter Middleton, e che gli hai mentito per vent'anni. » Per poco Micky non cadde dallo sgabello. Come diavolo era salta- ta fuori quella storia? Finse di essere in collera. « Dimenticherò che tu mi abbia mai detto una cosa simile! » esplose. Si alzò e uscí dal- la sala. Si rese conto quasi subito che, agli effetti della polizia, non era in pericolo piú di quanto lo fosse stato fino allora. Il vero rischio era che Edward rifiutasse di dargli i due milioni di sterline che occorre- vano al padre. Doveva ottenere il perdono dell'amico, perciò gli era indispensabile vederlo. L'indomani andò a pranzo da Nellie's, svegliò April e la convinse a mandare a Edward un messaggio in cui gli prometteva "qualcosa di speciale" se fosse venuto al bordello quella sera. Micky occupò la stanza migliore di Nellie's e prenotò la favorita del momento di Edward, Henrietta, una ragazza molto bella con corti capelli castani. Le chiese di vestirsi in abiti maschili con cilindro, la tenuta che Edward trovava piú eccitante. Poi attese l'arrivo dell'amico. La camera aveva un letto a baldac- chino, due sofà rivestiti di velluto e un grande caminetto decorato. Micky si distese su uno dei divani, nudo sotto una vestaglia di seta, a bere brandy con Henrietta seduta accanto a lui. Passò un'ora, poi un'altra. Micky cominciava a perdere le speran- ze. Poco prima di mezzanotte, April fece capolino dalla porta e an- nunciò: « E arrivato, ma prima di salire si è fermato di sotto a bere qualcosa ». La tensione di Micky crebbe. Sistemò Henrietta sul divano, con il cappello calato sugli occhi. Attenuò la luce delle lampade a gas e se- dette sul letto dietro la porta. Poco dopo, Edward entrò. Nella luce velata non riconobbe Micky. 148 Si fermò sulla soglia e guardò la ragazza col viso seminascosto sul divano. « Salve » disse. « Chi sei? » Lei alzò la testa e rispose: « Salve, Edward ». « Oh, sei tu, Henrietta. » Chiuse la porta ed entrò. « Allora, dov'è la "cosa speciale" di cui mi ha parlato April? Ti ho già vista in re- dingote prima d'ora. » « Sono io la cosa speciale » disse Micky. Edward si accigliò. « Non voglio vederti! » E fece per uscire. Micky gli si parò davanti. « Dimmi almeno perché. » « Ho scoperto la verità su Peter Middleton. » « Mi concedi la possibilità di darti delle spiegazioni? » Edward esitò. « Ti prego » insistette Micky. L'altro sedette sul divano, e Henrietta si avvicinò a lui. Micky prese posto sul sofà di fronte. « Sí, ho fatto male » disse. « Ma avevo appena sedici anni, e noi due siamo amici da tanto tem- po... Vuoi distruggere questo rapporto per un peccatuccio commesso da ragazzo? » « Avresti potuto dirmi la verità » replicò Edward indignato. Micky finse un'espressione rattristata. « Avrebbe guastato la no- stra amicizla. » « Non necessariamente » obiettò lui. « Be', I'ha rovinata adesso... no? » « Sí » confermò Edward, ma la sua voce era incerta. Micky si rese conto che era il momento di andare all'attacco. Si alzò e si tolse la vestaglia. « Lasciaci soli, Henrietta » ordinò. La ragazza sembrava stupita, ma obbedí. Edward fissò Micky. Lui allungò una mano e sfiorò i capelli dell'amico. « Stiamo me- glio senza di lei... non è vero? » Edward deglutí a fatica. « Sí » mormorò. « Sí... » LA SETI IMANA successiva, Micky presentò il progetto del porto di Santamaria, sciorinando una serie di carte sul grande tavolo nella sa- la dei soci della Banca Pilaster. I disegni mostravano un nuovo porto sulla costa atlantica di Cordova, con cantieri per la riparazione del- le navi e un raccordo ferroviario. Non sarebbe mai stato realizzato naturalmente. I due milioni di sterline sarebbero andati a finire drit- ti nella cassa militare dei Miranda. Però lo studio era autentico, e avrebbe potuto anche diventare redditizio se si fosse trattato di una proposta onesta. Mentre lo illustrava ai soci, parlando di materiali da costruzione e 149 UNA FORTUNA PERICOLOSA costi di mano d'opera, Micky si sforzava di sembrare calmo. Tutto il suo avvenire dipendeva dalle decisioni che sarebbero state prese quel giorno in quella stanza. I sei soci erano tutti presenti. Ci sarebbe stato uno scontro, ma le probabilità erano a favore del partito di Edward, che aveva perdonato Micky ed era di nuovo il suo amico del cuore. Quel progetto era la prima iniziativa importante che presentava quale socio dirigente. Come previsto, I'opposizione venne da Hugh. « Ho controllato l'esito delle ultime emissioni sudamericane che abbiamo trattato » disse, e distribuí le copie di una tabella. Micky l'esaminò mentre Hugh continuava: « Il tasso d'interesse offerto agli investitori è au- mentato di anno in anno. Nonostante questo incentivo, il numero dei titoli invenduti è stato ogni volta piú alto ». Micky capiva il significato di quel discorso: gli investitori trovava- no sempre meno interessanti le obbligazioni sudamericane. « Inoltre » stava proseguendo Hugh, « in ciascuna delle ultime tre emissioni la banca è stata costretta a comprare sul mercato una certa quantità di titoli per sostenere il prezzo. Attualmente possediamo ti- toli di Cordova per l'importo di un milione di sterline. La nostra banca è gravemente sovraesposta in questo settore. » Per qualche secondo nessuno parlò. Edward sembrava irritato, ma si controllava, perché sarebbe stato meglio che Hugh venisse con- traddetto da un altro socio. Infine sir Harry disse: « Ne prendiamo atto, Hugh, ma penso che tu abbia esagerato un po' la situazione ». George Hartshorn si associò. « Il progetto è sano e il profitto con- siderevole. Io credo che dovremmo accettarlo. » Poi parlò Samuel. « Io sono in attività da piú anni di chiunque al- tro in questa sala, e Hugh è probabilmente il miglior giovane ban- chiere del mondo. Entrambi consideriamo questo progetto molto ri- schioso, piú di quanto possa apparire sulla carta. » Tutti gli sguardi si puntarono sul giovane William. « I titoli suda- mericani sono sempre stati considerati a rischio » esordí. « Se ci fos- simo lasciati prendere dalla paura, avremmo perso una buona quan- tità di ottimi affari in questi ultimi anni. Cordova si è costantemente rafforzata sotto il presidente Garcia. Io credo che dovremmo cercare di assicurarci investimenti di questo tipo, anziché rifiutarli. » Micky emise un lungo sospiro di sollievo. Aveva vinto. Edward disse: « Quattro soci a favore, due contro ». « Un momento... » intervenne Hugh. « Sei davvero convinto che riusciremo a collocare tutta, o quasi, questa emissione? » « Sí, se fissiamo un prezzo equo. » F « Allora perché non vendiamo i titoli su base commissionaria, in- ,~ vece di sottoscrivere l'intero prestito? » Micky soffocò un'imprecazione. Non era questo che voleva. Di solito, quando una banca lanciava un prestito obbligazionario dicia- mo per un valore complessivo di un milione di sterline, si impegnava ad acquistare in proprio gli eventuali titoli invenduti, garantendo in tal modo che il beneficiario avrebbe incassato l'intera somma di un milione. In cambio di questa garanzia, la banca tratteneva una cospi- . cua percentuale. La vendita su commissione, invece, consisteva nel mettere sul mercato le obbligazioni senza alcuna garanzia. La banca non si accollava eventuali spese e riceveva una percentuale molto piú ~ bassa, ma se vendeva titoli solo per diecimila sterline, il beneficiario è` riceveva diecimila sterline. Il rischio restava a carico del beneficia- rio... ma a quel punto Micky non voleva correre rischi di sorta. William borbottò: « Ehm... questa è un'idea ». Hugh era stato furbo, pensò Micky amareggiato. Se avesse sem- plicemente osteggiato il progetto, sarebbe stato battuto. Invece aveva suggerito un'alternativa per ridurre i rischi. Sir Harry disse: « Se riusciamo a piazzare tutti i titoli, guadagne- remo comunque una commissione di sessantamila sterline. Se non li vendiamo, avremo evitato di subire una perdita considerevole ». Ci fu un mormorio generale d'assenso. Micky cominciò ad arrotolare i disegni del porto. Era stato scon- fitto, ma non intendeva rinunciare. I due milioni di sterline erano la chiave della presidenza del suo paese, e lui la voleva a ogni costo. Avrebbe escogitato qualcosa. EDWARD E MICKY avevano stabilito di pranzare insieme al risto- rante del Cowes Club. Nelle intenzioni, avrebbero dovuto festeggiare il loro trionfo, ma non avevano nulla da celebrare. Quando Edward arrivò, Micky aveva già deciso il da farsi. La sua unica possibilità era quella di persuadere l'amico ad agire contro il volere dei soci e sottoscrivere l'emissione a loro insaputa. Fecero le ordinazioni e, non appena il cameriere si fu allontanato, Edward ruppe il pesante silenzio. « Sto pensando di metter su casa da solo. » « Ma perché? Da tua madre hai tutto ciò che puoi desiderare. » « Tutto meno la privacy » rispose Edward. « Per esempio, potrei desiderare di passare la notte con te. » Micky vide la possibilità di sfruttare quell'occasione e scosse la testa con aria contrita. « Quando avrai una casa tua, probabilmente io non sarò piú a Londra. » 15 1 UNA FORTUNA PERICOLOSA Edward rimase sconvolto. « Che diavolo vuoi dire? » « Se non raccolgo i fondi per il nuovo prestito, mi richiameranno in patria. » « I titoli si venderanno, ne sono sicuro » affermò senza troppa convinzione. Batté un pugno sul tavolo. « Se solo Hugh mi avesse lasciato sottoscrivere l'emissione! » Micky osservò nervosamente: « Immagino che tu debba attenerti alla decisione dei soci ». « Naturalmente. Che altro potrei fare? » « Be'... » Micky esitò. « Potresti far redigere da Oliver un contrat- to di sottoscrizione senza dirlo a nessuno, ti pare? » « Credo di sí » ammise Edward con aria preoccupata. « Potrebbe rappresentare la differenza tra la possibilità di restare a Londra e l'obbligo di tornare a Cordova. » Il cameriere portò il vino e riempí i bicchieri. « Ma prima o poi si verrebbe a sapere » obiettò Edward. « A quel punto sarà troppo tardi, e tu potrai farlo passare per l'er- rore di un impiegato. » Non era una soluzione molto plausibile, e Micky non era convinto che Edward l'avrebbe accettata. Invece lui ignorò ogni dubbio. « Se significa che cosí resterai, parlerò a Simon questo pomeriggio. » Micky prese il bicchiere. « All'amicizia » disse. Edward si uní al brindisi. « All'amicizia. » IL LANCIO del prestito obbligazionario da due milioni di sterline per la costruzione del porto di Santamaria si rivelò un fiasco molto peggiore di quanto Hugh avesse previsto. Alla scadenza della sotto- scrizione, la banca aveva venduto titoli per sole quattrocentomila sterline, e il giorno dopo il prezzo crollò. Hugh era contento di aver costretto Edward a vendere i titoli su base commissionaria. Il lunedí successivo, Jonas Mulberry portò ai soci un rendiconto della settimana precedente. Prima che il capo contabile fosse uscito dalla sala, Hugh notò una discrepanza. « Un momento, Mulberry » disse, « ci deve essere un errore. » Aveva riscontrato una forte dimi- nuzione della consistenza di cassa. « Non ci sono stati grossi prelievi nel corso della settimana, vero? » « No, che io sappia, signore » rispose Mulberry. Hugh si guardò attorno. Tutti i soci erano presenti, meno Edward che non era ancora arrivato. « Qualcuno di voi ricorda un forte pre- lievo effettuato la settimana scorsa? » Nessuno ne sapeva nulla. Hugh si alzò in piedi. « Facciamo un controllo » disse a Mulberry. I 52 Salirono nell'ufficio contabilità, dove Mulberry prese un registro dagli scaffali e lo posò su un tavolo davanti a Hugh. Un altro impiegato, il signor Clemmow, si avvicinò. « Posso esser- le utile, signor Pilaster? Sono io che tengo quel registro. » Aveva un'espressione inquieta, e Hugh capí che tremava all'idea di aver commesso un errore. « Quali prelievi importanti ci sono stati la settimana scorsa, da un milione di sterline o piú? » gli domandò. « Solo uno » rispose Clemmow. « La Società per la costruzione del porto di Santamaria ha prelevato un milione e ottocentomila ster- line: il valore complessivo del prestito meno la nostra percentuale. » Hugh scattò in piedi. « Ma non avevano una disponibilità simile! Sono state raccolte soltanto quattrocentomila sterline! » Clemmow impallidí. « L'emissione era di due milioni... » « Ma non era stata sottoscritta dalla banca, la vendita era su base commissionaria! » urlò Hugh. Tutti i presenti lo guardarono. « Mi faccia vedere le registrazioni! » L'impiegato aprí una pagina del registro. C'erano solo tre scrittu- re: un credito di due milioni di sterline, un debito di duecentomila sterline per la commissione spettante alla banca, il trasferimento del saldo a un'altra banca. Hugh era livido. I soldi erano spariti. Se fossero stati semplice- mente accreditati in conto per errore, sarebbe stato possibile rettifi- care l'operazione. lnvece il denaro era stato ritirato il giorno prima, il che faceva pensare a una frode accuratamente progettata. « Perdio, qualcuno andrà in galera per questo! » esclamò furibondo. « Chi ha scritto queste registrazioni? » « Io, signore » rispose Clemmow. « Per ordine di chi? » « Del signor Oliver. » « Trovi Simon Oliver e lo mandi subito da me » ordinò Hugh a Mulberry. Tornò nella sala dei soci e riferí con aria tetra: « C'è stata una fro- de molto grave. La Società per la costruzione del porto di Santama- ria ha incassato l'intero valore del prestito nonostante il fatto che si siano vendute obbligazioni per sole quattrocentomila sterline ». I soci erano esterrefatti. « Come è successo? » domandò William. « Credo che sia stato Simon Oliver, il segretario di Edward. L'ho mandato a cercare, ma qualcosa mi dice che quel farabutto è già su una nave in viaggio per Cordova. » Mulberry entrò, accompagnato - con grande meraviglia di Hugh - da Simon Oliver, che teneva in mano un grosso incartamento. Sem- UNA FORTUNA PERICOLOSA brava spaventato: di certo qualcuno gli aveva riferito che il responsa- bile di quella faccenda sarebbe finito in prigione. Presentò il suo incartamento. « Il signor Edward mi ha ordinato di redigere un contratto di sottoscrizione. » Diede a Hugh un breve ap- punto sulle condizioni dell'accordo che di solito un socio passava all'impiegato che doveva redigere il contratto per esteso. La nota era scritta con la calligrafia di Edward e diceva inequivocabilmente che la banca avrebbe sottoscritto il prestito. Tutto era chiaro. Il responsabile era Edward. Non si trattava di una frode, e non c'era modo di ricuperare quel denaro. L'intera operazio- ne era perfettamente legale. Hugh era furioso. « Va bene, Oliver, lei può andare » disse. Poi si rivolse ai soci. « Edward ha agito contro la nostra decisione collettiva » commentò amareggiato. « Uno scherzo che ci costa un milione e quattrocentomila sterline. » Samuel si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona. « Terribile » mormoro. Sir Harry e il maggiore Hartshorn sembravano sgomenti. « Siamo alla bancarotta? » chiese William. Hugh ci pensò sopra per un momento. « Da un punto di vista tec- nico no » disse. « Ma se qualcosa causasse un crollo dei titoli suda- mericani, avremmo seri motivi di preoccupazione. » Jonas Mulberry si permise di fare una domanda. « Che facciamo per la nostra liquidità, signor Hugh? Avremo bisogno di un importo rilevante prima della fine della settimana per far fronte ai prelievi di routine. Non possiamo vendere le obbligazioni di Santamaria, farem- mo scendere I prezzi. » Hugh si lambiccò il cervello alla ricerca di una soluzione, infine disse: « Chiederò un prestito di un milione di sterline alla Colonial Bank. Il vecchio Cunliffe terrà segreta la cosa. Questo dovrebbe ba- stare a coprirci ». « Come la mettiamo con Edward? » volle sapere William. « Si deve dimettere » dichiarò Samuel. « Non potremmo mai piú fidarci di lui. » Sir Harry intervenne: « E chi sarà il socio dirigente? » Ci fu un attimo di silenzio, che Samuel interruppe dicendo: « Oh, per amor di Dio, possiamo ancora avere dei dubbi? Chi ha scoperto l'imbroglio di Edward? A chi vi siete rivolti tutti per avere una gui- da? Sapete benissimo chi deve essere il nuovo socio dirigente ». Hugh fu colto di sorpresa. Fino a quel momento si era occupato soltanto dei problemi che la banca doveva affrontare, ma non aveva considerato la propria posizione. Ora cominciava a rendersi conto 154 che stava per realizzare l'ambizione di tutta la sua vita: diventare il socio dirigente della Banca Pilaster. Guardò gli altri e si soffermò su William, che era il candidato naturale. « Cosa ne pensi? » Lui esitò solo per un attimo. « Credo che dovresti essere tu il so- cio dirigente, Hugh. » « Maggiore Hartshorn? » « Sono d'accordo. » « Sir Harry? » « Certamente, e spero che accetterai. » Era fatta. Hugh trasse un profondo respiro. « Grazie della fiducia. Spero di riuscire a superare questa calamità con la nostra reputazio- ne e le nostre fortune intatte. » In quel momento entrò Edward. « La banca è tutta in agitazione » disse. « Gli impiegati bisbigliano nei corridoi, quasi nessuno sta la- vorando: che succede? » Nessuno parlò. Sul suo viso si dipinse lo sgomento. « Cosa c'è che non va? » do- mandò, ma dalla sua espressione Hugh intuí che era in grado di in- dovinare la risposta. « Farete bene a rispondermi » insistette. « Do- potutto, sono il socio dirigente. » « No, non lo sei piú » replicò Hugh, secco. « Adesso sono io il SOCiO dlrigellte. » Novembre DOROTHY PILASTER SPOSO il visconte Nicholas Ipswich nel tempio metodista di Kensington in una mattina fredda e luminosa di no- vembre. Dopo la cerimonia, un pranzo fu servito a trecento invitati in un ampio tendone adeguatamente riscaldato nel giardino della ca- sa di Hugh. Hugh era veramente felice. Sua sorella era splendida e radiosa, il marito era affabile con tutti. Ma la persona piú felice era la madre di Hugh. Sorrideva beatamente seduta accanto al padre dello sposo, il duca di Norwich. Per la prima volta da ventiquattro anni non vestiva a lutto: indossava un abito di cachemire grigio-azzurro che faceva ri- saltare la sua folta capigliatura argentea. « Ho sempre creduto di essere sfortunata » mormorò al figlio tra un piatto e l'altro, « ma mi sbagliavo. » Gli mise una mano sul brac- cio in un gesto simile a una benedizione che fece salire le lacrime agli occhi di Hugh. Bevve un sorso di champagne. Era un matrimonio fastoso, e lui era contento di poterselo permettere. Aveva pilotato la banca fuori della prima fase crucíale della crisi. Il bilancio era ancora debole ma le disponibilità di contante bastavano a far fronte ai prelievi ordi- nari. Erano al sicuro, a meno di una catastrofe imprevista. Un valletto si avvicinò a Hugh e gli disse sottovoce: « Il signor Mulberry della banca la chiama al telefono, signore ». Il capo contabile sapeva che Hugh era impegnato per il matrimo- nio della sorella. Non avrebbe telefonato se non ci fosse stato qual- che problema grave. « Scusami, mamma, devo sbrigare una cosa. » Si precipitò in casa e si recò in biblioteca, dove c'era il telefono. « Cosa è successo, Mulberry? » « Un telegramma da New York. A Cordova è scoppiata la guerra civile. La famiglia Miranda ha attaccato col suo esercito la capitale. » Il cuore di Hugh galoppava. « Ci sono notizie sulla forza dei Mi- randa? » Se la ribellione poteva essere soffocata rapidamente, c'era ancora speranza. « Il presidente Garcia è fuggito. C'è un altro telegramma in codi- ce dal nostro ufficio di Cordova, ma lo stiamo ancora decifrando. » Hugh riattaccò, poi girò la manovella e chiese all'operatore di par- lare con l'agente di cambio di cui si serviva la banca. Attese all'ap- parecchio. « Danby, sono Hugh Pilaster. Che succede alle obbliga- zioni di Cordova? » « Stiamo offrendole a metà prezzo, ma non troviamo acquirenti. » Metà prezzo, pensò Hugh. Questo voleva dire che la Pilaster era già in bancarotta. Nel suo cuore si fece strada la disperazione. « A che livello scenderanno? » « A zero, per quanto posso prevedere. Nessuno paga interessi su un prestito governativo mer~tre è in corso una guerra civile. Dimmi Pilaster, la tua banca non avrà problemi, vero? » Hugh esitava a rispondere. Non gli piaceva mentire, ma se avesse detto la verità avrebbe distrutto la banca. « Abbiamo altri cespiti, Danby. Ma adesso devo tornare dai miei ospiti. » Non ne aveva la minima intenzione, ma voleva dare un'impressione di calma. Prima che potesse chiamare un altro numero, Mulberry telefonò di nuovo. « Abbiamo qui il signor Cunliffe della Colonial Bank, si- gnore. Chiede il rimborso del suo prestito. » « Accidenti a lui » borbottò Hugh. Sapeva che Cunliffe era solo il primo. L'indomani mattina tutti i clienti della banca avrebbero fatto la coda davanti agli sportelli per ritirare i loro contanti, e Hugh non sarebbe stato in grado di pagarli. « Dica al signor Cunliffe che lei non ha potuto ottenere l'autorizzazione a emettere l'assegno perché tutti i soci sono qui al matrimonio » rispose. « Molto bene, signor Hugh. » « E poi... » Hugh fece una pausa. Gli ripugnava pronunciare quel- le parole terribili. Chiuse gli occhi. Meglio farlo subito. « E poi Mulberry, deve chiudere le porte della banca. » Hugh posò il ricevitore. Fissava gli scaffali della biblioteca, ma vedeva la grandiosa facciata della Banca Pilaster e immaginò la chiusura degli eleganti portoni di ferro. La Pilaster era fallita. Hugh si nascose il volto tra le mani. « NON ABBIAMO PiU un soldo » annunciò Hugh. In un primo tempo gli altri soci non capirono, poteva leggerglielo in viso. Erano riuniti nel salotto di casa sua. Gli ospiti se n'erano or- mai andati. Hugh non aveva comunicato a nessuno le cattive notizie finché la festa non era finita e tutti indossavano ancora gli abiti da cerimonia. Augusta sedeva accanto a Edward, ed entrambi avevano un'espressione sprezzante e incredula. Lo zio Samuel era vicino a Hugh. Gli altri soci - il giovane William, il maggiore Hartshorn e sir Harry - stavano in piedi dietro il sofà su cui sedevano le rispettive mogli: Beatrice, Madeleine e Clementine. Nora, congestionata per tutto ciò che aveva mangiato e bevuto, sonnecchiava nella sua poltro- na accanto al caminetto. I due giovani sposi, Nick e Dotty, si teneva- no per mano e sembravano impauriti. Hugh era molto preoccupato per loro. « La dote di Dotty è svani- ta, Nick. Temo che i nostri piani non potranno essere realizzati. » « In banca dev'esserci ancora parecchio contante » disse Augusta. « Dobbiamo prelevarlo e nasconderlo prima che si presentino i cre- ditori. » Hugh la interruppe. « Non faremo nulla del genere » disse secca- mente. « Sta' seduta e zitta, zia Augusta, altrimenti ti farò sbattere fuori. » Lo stupore la fece tacere. Hugh annunciò: « La banca ha una certa liquidità, e poiché non siamo ancora stati dichiarati ufficialmente falliti, possiamo scegliere di pagare qualcuno dei nostri creditori. Dovremo licenziare tutti i no- stri domestici. Mandateli alla banca con un appunto di quanto è do- vuto loro, e io li pagherò ». Nora sembrò sconvolta. « Io non posso licenziare la nostra servi- tú » disse. « E impossibile vivere in una casa come questa senza do- mestici. » « Non te ne devi preoccupare » replicò Hugh. « Non vivrai piú in questa casa. Dovrò venderla. Tutti noi dovremo vendere le nostre ca- se e cercare alloggi piú modesti in affitto. » « Ma è assurdo! » gridò Augusta. UNA FOR~UNA PERICOLOSA « E la legge » ribatté Hugh. « Ogni socio è personalmente respon- sabile dei debiti dell'azienda. » « Io non sono un socio » obiettò Augusta. « Ma Edward lo è ancora, anche se è stato destituito dalla carica di socio dirigente, ed è il proprietario di Whitehaven House. » « Non intendo assolutamente traslocare » disse Augusta, « e im- magino che il resto della famiglia la pensi come me. » « Proprio cosí » interloquí Madeleine. « George e io continuere- mo ad abitare nella nostra casa. Questa è una pazzia. Non è possibile che siamo poveri. » Hugh li disprezzava. Se avessero continuato ad aggrapparsi a una ricchezza che non esisteva piú, avrebbero distrutto non solo le loro fortune, ma anche la reputazione della famiglia. Augusta si rivolse a sua figlia. « Clementine, sono sicura che tu e Harry la pensate esattamente come Madeleine e George. » « No, mamma » rispose lei. Augusta rimase senza fiato, e anche Hugh fu stupito. Non era nel- le abitudini di sua cugina prendere posizione contro la madre. Me- no male che qualcuno, in famiglia, aveva un po' di buonsenso. Clementine continuò: « E stato per ascoltare te che siamo finiti in bancarotta. Se avessimo nominato Hugh socio dirigente, anziché Ed- ward~ saremmo ancora ricchi come Creso. Sarà meglio lasciare che Hugh faccia tutto quello che può per guidarci fuori da questo tre- mendo disastro ». « Assolutamente giusto, Clementine » confermò William. Si erano delineati i due schieramenti opposti. Dalla parte di Hugh s'erano schierati William, Samuel e Clementine, che controllava suo marito, sir Harry. Volevano agire con correttezza e onestà. Contro di loro c'erano Augusta e Edward, piú Madeleine, che parlava a nome del maggiore Hartshorn. Avrebbero tentato di arraffare tutto ciò che potevano, mandando al diavolo il buon nome della famiglia. Infine parlò Nora. « Dovrai portarmi con la forza fuori da questa casa. » Hugh sentí un sapore amaro in bocca. La moglie si alleava con i suoi nemici. « Non pensi di dovermi un po' di fedeltà? » domandò con voce triste. Lei scrollò la testa. « Non ti ho sposato per vivere in miseria. » « Lascerai comunque questa casa » ribadí lui con asprezza. QUANDO TUTTI se ne furono andati, Hugh restò a fissare il fuoco nel caminetto, spremendosi le meningi per trovare il modo di pagare i creditori. Era deciso a impedire che i Pilaster finissero ufficialmen- te in bancarotta. Mentre il pomeriggio si spegneva nel crepuscolo, nella sua mente cominciò a profilarsi lo schema di un progetto, e si concesse una fievole fiammella di speranza. Alle sei di sera andò a trovare Ben Greenbourne. Ben aveva passato i settant'anni, ma era ancora prestante e conti- nuava a dirigere la sua banca. Aveva una figlia, Kate, ma Solly era stato il suo unico maschio. Al momento di ritirarsi, avrebbe dovuto cedere l'attività ai nipoti, ed era riluttante a farlo. Hugh si presentò alla residenza di Ben in Piccadilly e fu accompa- gnato in biblioteca. In quella stanza aveva appreso che Bertie Green- bourne era suo figlio. Il vecchio banchiere comparve pochi minuti dopo e si scusò per essersi fatto attendere. « Sono stato trattenuto da un problema dome- stico » spiegò con aria stanca e preoccupata. Non disse di quale pro- blema si trattava, e Hugh non gli fece domande. « Lei sa che le obbligazioni di Cordova sono crollate » cominciò Hugh, « e che per questo motivo la mia banca ha dovuto chiudere gli sportelli. » « Sí. Mi rincresce molto. » « E la prima volta dopo ventiquattro anni che una banca inglese fallisce. » « Sí. Allora fu la Overend & Gurney. Me ne ricordo bene. » « Anch'io. Mio padre venne rovinato e s'impiccò. » Greenbourne era imbarazzato. « Ne sono profondamente dispia- ciuto, Pilaster. Mi era sfuggito di mente quel fatto terribile. » « Parecchie ditte perirono nella scia di quella crisi, ma questa vol- ta sarà molto peggio. » Hugh si chinò in avanti e iniziò il suo estre- mo tentativo. « Nell'ultimo quarto di secolo il giro d'affari della City si è decuplicato, e siamo tutti piú interconnessi che mai. Alcune persone il cui denaro abbiamo perso non potranno pagare i propri debiti, perciò falliranno anche loro, e cosí via. La prossima settima- na centinaia di ditte dovranno chiudere, e migliaia di persone si tro- veranno in miseria... a meno che non prendiamo qualche iniziativa per impedirlo. » « Iniziativa? » disse Greenbourne. « L'unico rimedio per voi sa- rebbe pagare i vostri debiti; e poiché non potete farlo, non avete spe- ranza. » « Da soli, lo so, non abbiamo alcuna speranza. Ma supponga che venga costituito un consorzio di banchieri per rilevare la Pilaster e per garantire il pagamento dei creditori su richiesta. Contemporanea- mente io mi metterei a liquidare i beni dei Pilaster. » All'improvviso, Greenbourne manifestò interesse. « Capisco. Se i 158 ` 159 UNA FORTUNA PERICOLOSA membri del consorzio godessero di sufficiente stima, la loro garanzia potrebbe rassicurare tutti, e forse i creditori non chiederebbero il rimborso immediato. Con un po' di fortuna, il ricavato proveniente dalla vendita dei beni potrebbe coprire i pagamenti ai creditori. » « E si eviterebbe una crisi terrificante. » Greenbourne scosse il capo. « Ma alla fine il consorzio perdereb- be sempre del denaro, perché il passivo della Banca Pilaster è supe- riore al suo capitale. » « Non necessariamente. Abbiamo obbligazioni dello stato di Cor- dova per piú di due milioni. Oggi non valgono nulla, ma non reste- ranno sempre senza valore. I ribelli potrebbero essere sconfitti. Op- pure il nuovo governo potrebbe riprendere il pagamento degli inte- ressi. Se la quotazione risalisse anche solo alla metà del valore pre- cedente, il consorzio sarebbe in parità. E se lei acconsente a guidare il consorzio, la City seguirà il suo esempio. » Il vecchio restò in silenzio per un po', infine disse con fermezza: « No ». Hugh si abbandonò sulla poltrona. Era il suo ultimo tentativo, e non era andato a segno. Greenbourne aggiunse: « Sono stato prudente per tutta la vita. Dove altri vedevano lauti profitti, io vedevo grandi rischi e resistevo alla tentazione. Joseph Pilaster non era come me. Lui correva i rischi e intascava i beneficii. Suo figlio Edward è stato peggiore del padre. Se adesso spendo del denaro per salvarvi, non farei che premiare gli investitori senza scrupoli e punire quelli prudenti ». Hugh si era chiesto, prima di entrare in quella casa, se doveva dire a Greenbourne che Micky Miranda aveva assassinato Solly. Ci pensò su, ma giunse alla medesima conclusione: avrebbe afflitto inutilmen- te il vecchio, senza convincerlo a salvare i Pilaster. Stava scervellandosi per trovare il modo di fargli cambiare idea, quando entrò il maggiordomo. « Mi perdoni, signore, ma lei mi ha raccomandato di informarla non appena fosse arrivato l'investigatore. » Greenbourne si alzò di scatto. Sembrava agitato. « Mi scusi, Pila- ster, ma devo lasciarla. Mia nipote Rebecca è... scomparsa... e siamo tutti sconvolti. » « Mi dispiace sentire questa notizia » disse Hugh. Conosceva Ka- te, la sorella di Solly, e aveva un vago ricordo di sua figlia, una gra- ziosa ragazzina dai capelli neri. « Le auguro di trovarla presto, e in buona salute. » Il vecchio uscí dalla stanza, lasciando Hugh solo tra le macerie delle sue speranze. A VOLTE, Maisie si domandava se le doglie del parto non fossero contagiose. Accadeva spesso, in una corsia di donne incinte di nove mesi, che le giornate passassero senza inconvenienti ma, appena una cominciava ad avere le doglie, venivano pure alle altre. Anche quel giorno era stato cosí. Era cominciato alle quattro del mattino, e da allora i bambini avevano continuato a nascere. Le leva- trici e le infermiere facevano la maggior parte del lavoro ma, quando erano sovraccariche, Maisie e Rachel davano una mano. Alle sette era tutto finito e le due donne stavano prendendo una tazza di tè nell'ufficio di Maisie, in compagnia di Danny, quando Hugh Pilaster entrò. « Porto cattive notizie, temo » disse. Guardandolo in faccia, Maisie capí che era affranto dal dolore e credette che fosse morto qualcuno. « Che cosa è successo? » « I fondi dell'ospedale erano depositati presso la mia banca, non è vero? » Se era solo questione di denaro, pensò Maisie, le notizie non pote- vano essere tanto cattive. Rachel rispose alla domanda di Hugh. « Sí. E mio padre che se ne occupa. » « E ha investito tutto il denaro nelle obbligazioni di Cordova? » « Sí. » « Cosa c'è che non va, Hugh? » intervenne Maisie. « Diccelo, per amor del Cielo! » « La banca è fallita » sospirò. « Tutti i vostri soldi sono andati in fumo. Probabilmente dovrete chiudere l'ospedale. Non ho parole per dirvi quanto sono dispiaciuto. » Rachel era pallida per lo shock. Danny le mise un braccio intorno alla vita, ma lei rifiutò di farsi consolare. « Che cosa ne sarà delle povere ragazze che vengono qui a chiedere aiuto? » « Sarei felice di darvi i soldi di tasca mia » disse Hugh, « ma ho perso tutto anch'io. » « Ma si potrà pur fare qualcosa? » lo incalzò lei. « Ho tentato. Ho chiesto a Ben Greenbourne di salvare la banca, ma lui ha rifiutato. Ha dei grossi problemi personali: sua nipote Re- becca è sparita. E senza il suo aiuto non è possibile fare nulla. » Rachel si alzò. « Sarà meglio che vada a parlare con mio padre. » « Io devo andare alla Camera dei Comuni » disse Danny. I due uscirono insieme. Il cuore di Maisie traboccava. Era sgomenta alla prospettiva di do- ver chiudere l'ospedale, ma soffriva soprattutto per Hugh. Si erano guardati negli occhi, e Maisie aveva letto nei suoi un appello silen- zioso. Lentamente, si avvicinò a lui, che l'abbracciò stringendola forte. Allora, finalmente, Hugh si mise a piangere. 161 QUANDO HUGH se ne fu andato, Maisie fece il giro delle camere. Da undici anni davano conforto a centinaia di ragazze-madri. Lei aveva considerato quello il primo di una dozzina di ospedali simili in tutto il paese. Ora sapeva che non sarebbe stato possibile. Parlò a ognuna delle mamme che avevano partorito in quel giorno. L'unica che la preoccupava era la signorina Nessuno. Era una ragaz- za molto magra e la sua bambina era molto piccola. Maisie suppone- va che avesse completamente smesso di mangiare, o quasi, per na- scondere la gravidanza alla famiglia. Sedette sul bordo del letto della signorina Nessuno. La puerpera stava allattando la neonata. « Non è bellissima? » Maisie annuí. « Ha i capelli neri come i tuoi. » Allungò una mano e accarezzò la testolina. Come tutti i bambini, somigliava a Solly. Anzi... Maisie fu scossa da una rivelazione improvvisa. « Oh, santo Cielo! » esclamò. « Tu sei Rebecca, la nipote di Ben Greenbourne, non è vero? » La ragazza spalancò gli occhi. « Come ha fatto a capirlo? Non mi ha piú vista da quando avevo sette anni! » « Però conoscevo molto bene tua madre. Dopotutto ho sposato suo fratello. » Kate non si era comportata da snob come il resto dei Greenbourne ed era stata gentile con Maisie. « Ricordo il giorno in cui sei nata. Avevi i capelli neri, proprio come la tua bambina. » Rebecca sembrava spaventata. « Mi promette di non dirlo alla mia famiglia? » « Ti prometto di non fare nulla senza il tuo consenso. Però tu do- vresti avvertirli. Tuo nonno è sconvolto. » « E proprio di lui che ho paura. » « Posso capirti. E un vecchio bisbetico dal cuore duro. Tuttavia, se tu mi permetterai di parlargli, credo di poterlo far ragionare. » « Lo farebbe davvero? » disse Rebecca con voce piena di giovani- le ottimismo. « Certamente » rispose Maisie. IL VISO di Ben Greenbourne era bagnato di lacrime quando uscí dalla corsia. « L'ho lasciata con Kate per un momento » disse con voce soffocata. Tirò fuori un fazzoletto dalla tasca e se lo passò sulle guance. Maisie non aveva mai visto il suocero perdere il controllo. Lo condusse in ufficio e lo pregò di sedersi. « Tutte queste ragazze » domandò il vecchio, « sono nella stessa condizione di Rebecca? » « Non tutte » rispose Maisie. « Alcune sono vedove, altre sono state abbandonate dal marito. Diverse di loro sono fuggite da uomini 162 UNA FORTUNA PERICOLOSA che le picchiavano. Ma per lo piú sono come Rebecca, ragazze che .i hanno semplicemente commesso uno stupido errore. » « Non credevo che la vita avesse ancora tanto da insegnarmi » disse lui. « Ora mi accorgo di essere stato un presuntuoso ignorante. Se lei non avesse creato tutto questo, dove finirebbero queste povere 1~ creature? » ~- « Darebbero alla luce i loro bambini nei fossi e nei vicoli » rispo- se Maisie. « Ma fra breve, purtroppo l'ospedale dovrà chiudere. » « Perché mai? » Lei lo guardò negli occhi. « Tutto il nostro denaro era depositato alla Banca Pilaster. Adesso siamo senza un soldo. » « Davvero? » fece lui, assumendo un'espressione meditabonda. HUGH SI SPOGLIO per andare a letto, ma non aveva affatto sonno. Ripassò piú e piú volte nella mente la situazione della banca, ma non riusciva a trovare un modo per risollevarla. A mezzanotte udí bussa- re forte alla porta centrale. Scese per andare ad aprire. Un valletto in livrea gli diede una busta. « Le chiedo scusa per averla disturbata a quest'ora tarda, signore, ma il messaggio è urgente. » Hugh aprí la busta e vide una calligrafia nitida e antiquata che fa- ceva pensare a un uomo anziano e meticoloso. Ciò che lesse gli fece balzare il cuore per la gioia. Caro Pilaster, ci ho ripensato e ho deciso di accogliere la sua proposta. B. Greenbourne Dicembre IL CRAC della Banca Pilaster fu lo scandalo dell'anno nella società londinese. I giornali scandalistici riferivano senza sosta tutti gli sviluppi: la vendita delle grandi dimore a Kensington; I'asta dei qua- dri e dei mobili antichi; le modeste case di periferia dove i Pilaster si erano trasferiti e ora dovevano sbucciarsi le patate e fare il bucato. Hugh e Nora avevano affittato una casetta con giardino a Ching- ford~ un piccolo paese a quindici chilometri da Londra, e avevano li- cenziato tutta la servitú. Nora, che da anni non faceva i lavori dome- stici, I'aveva presa molto male e si aggirava per casa con indosso un grembiule sudicio lamentandosi di continuo. Tutti i soci ricevevano un piccolo assegno mensile. In teoria non avevano diritto a nulla. Tuttavia i membri del consorzio che aveva ri- levato la banca ritenevano che la collaborazione della famiglia fosse 163 utile per la vendita delle attività, e perciò fosse opportuno elargire loro un modesto emolumento perché continuassero a cooperare. Hugh seguiva ansiosamente gli esiti della guerra civile a Cordova. In un primo tempo sembrava che la fazione dei Miranda stesse per vincere. Il presidente Garcia era fuggito dalla capitale e si era rifu- giato nella città fortificata di Campanario, nel sud~ la regione do- v'era nato. Hugh era depresso. Se i Miranda avessero vinto, non avrebbero mai pagato gli interessi su un prestito sottoscritto dal regi- me precedente, e le obbligazioni di Cordova non avrebbero piú avuto alcun valore. In seguito, però, la famiglia Silva - cui apparteneva Tonio - si era schierata a favore del presidente, e le forze si bilancia- rono. Anche le risorse finanziarie si equivalevano: il Nord aveva le miniere di nitrato, il Sud possedeva l'argento, ma né l'una né l'altra fazione erano in grado di finanziare o sostenere le proprie esporta- zioni. Entrambe si appellavano al governo britannico per essere rico- nosciute, nella speranza che ciò le aiutasse a ottenere crediti. Ma fi- no a quel momento il primo ministro, lord Salisbury, si era rifiutato di favorire l'una o l'altra parte. Poi Tonio Silva giunse a Londra. Si presentò a casa di Hugh alla vigilia di Natale. Lui era in cucina a preparare la colazione per i ragazzi. Nora si stava vestendo per an- dare a Londra a fare i suoi acquisti natalizi, benché avesse pochissi- mo denaro da spendere. Hugh aveva accettato di rimanere a casa per badare ai figli. Tonio si era fatto crescere barba e baffi, senza dubbio per nascon- dere le cicatrici delle percosse inflittegli dai sicari di Micky undici anni prima, tuttavia Hugh riconobbe immediatamente i capelli color carota. Condusse il vecchio amico in cucina e gli offrí del tè. « Co- me hai fatto a trovarmi? » domandò. « Non è stato facile » rispose lui. « Non c'era nessuno nella tua vecchia casa e la banca era chiusa. Allora sono andato da tua zia Au- gusta. Lei non conosceva il tuo indirizzo, ricordava solo il nome di Chingford. L'ha pronunciato come se fosse un campo di prigionia. » Hugh annuí. « Non è tanto male. Ai ragazzi piace. » « Augusta non si è trasferita. » « No. Rifiuta di accettare la realtà, ma scoprirà molto presto che ci sono luoghi peggiori di Chingford. » « Per esempio Cordova » disse Tonio. « La guerra è a un punto morto. Ora tutto dipende dal governo britannico. La fazione che avrà il riconoscimento potrà ottenere crediti e rifornire il proprio esercito. Sono qui per questo motivo. » « Ti manda il presidente Garcia? » 164 « Meglio ancora, sono ufficialmente il nuovo ministro plenipoten- ziario di Cordova a Londra. Miranda è stato deposto. » « Splendido! » Hugh era contento. Gli aveva dato fastidio vedere ~ un uomo che aveva rubato due milioni di sterline continuare ad an- t~ darsene in giro libero. Tonio aggiunse: « Ho portato le mie lettere credenziali e le ho presentate ieri al Foreign Office. Spero di convincere il primo mini- stro a sostenere la nostra fazione ». Hugh lo guardò con aria scettica. « Lord Salisbury ha il suo daffa- re a tenere sótto controllo l'esplosiva situazione irlandese e non avrà ,~ certo tempo di occuparsi di una remota guerra civile in Sud Ameri- ca. » Hugh non voleva sembrare troppo pessimista, anche se un'idea stava prendendo forma nella sua mente. Tonio ribatté in tono irritato: « E va bene. Tu sei inglese. Secondo te, che cosa potrebbe richiamare la sua attenzione? » « Potresti impegnarti a proteggere gli investitori britannici. » « Come? » . Hugh si agitò sulla sedia. Era strano trovarsi a decidere il futuro di una nazione lí, nella sua modesta cucina. « Gli investitori inglesi hanno versato due milioni di sterline alla Società per la costruzione del porto di Santamaria, e la Banca Pilaster ha dato il contributo piú ingente. Non ho alcun duhbio che i due milioni siano finiti nelle ta- sche dei Miranda per le loro spese belliche. Dobbiamo ricuperarli. Se il tuo partito vince la guerra, il presidente Garcia potrebbe conce- dere le miniere di nitrato alla Società di Santamaria quale risarci- mento per la frode. » Tonio rispose con fermezza: « Il presidente mi ha autorizzato a promettere qualunque cosa che possa indurre il governo britannico ad appoggiare il suo partito ». Hugh cominciava a sentirsi euforico. La prospettiva di pagare tutti i debiti dei Pilaster sembrava piú vicina. « Dovremo preparare il ter- reno prima che tu faccia la tua proposta. Io credo di poter persuadere il vecchio Ben Greenbourne a spendere una parola a nostro favore con lord Salisbury. » « Dobbiamo agire in fretta » disse Tonio. « Andremo subito in città. Posso telefonare a Greenbourne dalla banca. » Hugh si alzò in piedi. « Vado a dirlo a Nora. » Sua moglie era in camera da letto, intenta a mettersi un cappelli- no con un'elaborata guarnizione di pelliccia. « Devo recarmi a Lon- dra » la informò lui. « E chi si occuperà dei ragazzi? » protestò lei. « Io voglio andare a fare le mie compere! » 165 UNA FORTUNA PERICOLOSA « Mi dispiace, Nora, ma non puoi. E indispensabile che io parli d'urgenza con Ben Greenbourne. » « Sono stufa di questa storia » strillò lei. « Stufa di questo paesu- colo noioso, stufa dei ragazzi e stufa di te! Mio padre se la passa cento volte meglio di noi... » Il padre di Nora aveva aperto un pub grazie a un prestito della Banca Pilaster. « Farei meglio ad andare a vivere con lui e lavorare come cameriera al bar » disse. « Sarebbe un lavoro ingrato, ma almeno sarei pagata! » Hugh la fissò. Di colpo seppe che lei lo odiava, e che lui la di- sprezzava. « Levati il cappello, Nora! » disse. « Tu non vai da nessu- na parte. » Si mise la giacca e uscí. Tonio lo aspettava impaziente nell'ingresso. Hugh baciò i ragazzi, prese cappello e soprabito e aprí la porta. « C'è un treno fra cinque mmutn » Nevicava fitto, e sull'erba c'era uno strato bianco spesso piú di due centimetri. S'incamminarono svelti lungo il viale che conduceva alla stazione. Il treno comparve mentre loro percorrevano il ponte sopra la strada ferrata. Un uomo appoggiato al parapetto guardava il treno che si avvici- nava. Mentre passavano, si voltò. Era Micky Miranda. E aveva una pistola in pugno. Poi tutto accadde molto in fretta. Hugh lanciò un grido, che fu poco piú di un sospiro in confronto al fragore del treno. Micky puntò l'arma contro Tonio e sparò a bru- ciapelo. L' altro vacillò e cadde. Poi rivolse la pistola verso Hugh, ma venne investito dal fumo della locomotiva, che lo avvolse denso co- me una nuvola. Hugh si gettò a terra. Udí due spari, ma non provò alcun dolore. Rotolò su se stesso e si alzò in ginocchio scrutando at- traverso il fumo. Quando la nuvola cominciò a dissiparsi, Hugh si avventò contro la figura che emerse dalla nebbia. Micky non fece in tempo a fuggire. Hugh gli fu addosso con una violenza estrema. La pistola sfuggí dal- la mano di Micky, descrisse un ampio arco sopra il parapetto del ponte e finí sui binari sottostanti. Entrambi ruzzolarono a terra e si sforzarono di rimettersi in piedi. Micky allungò una mano por raccogliere il bastone da passeggio. Hugh cercò di dargli un pugno, ma mancò il bersaglio. Vide il basto- ne calargli sulla testa. Ruggí di dolore per la botta, si scagliò sull'av- versario e questa volta riuscí a colpirlo in pieno viso. Arretrarono entrambi vacillando, con il respiro affannoso. Poi si udí un fischio dalla stazione. Il treno stava partendo, e sul volto di Micky si dipinse il panico. Hugh indovinò che aveva proget- tato di fuggire con quel treno perché non poteva permettersi di resta- re bloccato a Chingford~ cosí vicino alla scena del delitto. Aveva in- tuito giusto. Micky si mise a correre verso la stazione. Hugh lo inseguí. Miranda non era un velocista, dopo aver passato quasi tutte le not- ti a bere nei bordelli, mentre Hugh era molto piú in forma di lui. En- trarono nella stazione nel momento in cui il treno si metteva in mo- to. Quando imboccarono a precipizio la banchina, un ferroviere si mise a gridare. « Ehi! Dove sono i vostri biglietti? » Per tutta risposta, Hugh urlò: « C'è stato un assassinio! » Micky tentò di raggiungere l'ultima vettura del treno che si allon- tanava. Hugh lo seguí facendo del suo meglio per ignorare i polmo- ni che gli scoppiavano. Il ferroviere gli corse dietro. Micky riuscí a saltare sul predellino dell'ultimo vagone. Hugh si tuffò, afferrandolo per una caviglia, ma non riuscí a trattenerlo. Il ferroviere gli finí ad- dosso e caddero entrambi. Quando Hugh fu di nuovo in piedi, il tre- no era già lontano. Il ferroviere si rialzò, pulendosi dalla neve, e domandò: « Che dia- volo è successo? » Hugh si piegò in due sbuffando e sibilando come un mantice fora- to. « Ha sparato a un uomo » disse infine. Poi guidò il ferroviere al ponte dove giaceva Tonio. Si chinò sul cadavere. Tonio era stato colpito in mezzo agli occhi, e non restava molto del suo viso. « Dio mio, è terribile! » esclamò il ferroviere. Hugh deglutí a fatica cercando di fermare la nausea. Poi fu sopraffatto dal dolore e stentò a trattenere le lacrime. Poteva intuire con dolorosa lucidità come Micky aveva progettato l'azione. Quale ex-diplomatico, aveva amici al Foreign Office. Uno di loro doveva avergli detto che Tonio si trovava a Londra. Aveva de- positato le sue lettere credenziali, e di conseguenza Micky sapeva di avere i giorni contati. Però, se Tonio fosse morto, la situazione si sa- rebbe fatta di nuovo torbida, senza nessuno a Londra in grado di ne- goziare per conto del presidente Garcia. Ma come era riuscito Micky a scovare Tonio a Chingford? Forse lo aveva fatto pedinare da qualcuno, o forse Augusta gli aveva detto che era andato da Hugh. Comunque fosse, lo aveva seguito e si era appostatO in agguato vicino alla stazione, preparandosi a ucciderlo. Era un piano terribilmente rischioso, e aveva quasi funzionato. Se tutto si fosse svolto secondo i programmi, nessuno avrebbe ricono- sciuto Micky. A Chingford non c'erano né telefono né telegrafo, per- ciò lui avrebbe potuto rientrare a Londra prima che il delitto venisse scoperto e denunciato. Però non era riuscito a uccidere Hugh... E questi si rese conto all'improvviso che Micky non godeva piú dell'immunità diplomati- ca. Poteva essere impiccato per quell'omicidio. Hugh si rialzò. « A che ora c'è il prossimo treno? » Il ferroviere estrasse un grosso orologio dalla tasca del gilè. « Tra quarantasette minuti » rispose. « Dovremo prenderlo tutti e due. Lei andrà alla stazione di polizia di Walthamstow, e io a denunciare il caso a Scotland Yard. » Trasportarono Tonio e lo deposero su una panca nella sala d'atte- sa. Hugh si mise a camminare avanti e indietro, mentre il ferroviere, seduto sulla panca di fronte, fissava affascinato e spaventato il corpo senza vita. Dopo un po' Hugh venne a sedersi accanto a lui. Restaro- no cosí, silenziosi e vigili, fino all'arrivo del treno. LA FORTUNA di Micky Miranda stava esaurendosi. Negli ultimi ventiquattro anni, aveva commesso quattro omicidii: tutto era andato liscio con i primi tre, ma l'ultimo era stato un guaio. Hugh Pilaster lo aveva visto uccidere Tonio Silva in pieno giorno, e l'unico modo di sfuggire al capestro era andarsene dall'Inghilterra. Appena arrivò a Londra, attraversò veloce la stazione ferroviaria di Liverpool Street, evitando gli occhi dei poliziotti, poi salí su una carrozza pubblica e si fece portare direttamente all'ufficio della compagnia di navigazione Gold Coast and Mexico, che trovò affolla- to, soprattutto da ispanici. Tuttavia i suoi vestiti dal taglio elegante e la sua arroganza di membro dell'alta società richiamarono l'attenzio- ne di un impiegato. « Voglio prenotare un passaggio per Cordova » disse Micky. « C'è una guerra in corso laggiú » rispose l'impiegato. Micky si sforzò di risparmiargli una battuta sarcastica. « Non cre- do che abbiate sospeso tutte le partenze. » « Vendiamo biglietti per Lima, in Perú. La nave procederà per Pal- ma se la situazione politica lo permetterà. » Gli andava bene. « Quand'è la prossima partenza? » « Se ha fretta, può imbarcarsi sull'Aztec, che salpa questa sera da Southampton. » Micky ringraziò il Cielo. La fortuna non lo aveva abbandonato completamente. « Mi riservi una cabina di lusso, la migliore che avete. » « Molto bene, signore. Vuole dirmi il suo nome? » « Andrews » inventò Micky. « M. R. Andrews. » La polizia avreb- be verificato la lista dei passeggeri cercando il nome Miranda, ma non l'avrebbe trovato. Era grato all'assurdo liberalismo delle leggi britanniche che consentiva alla gente di entrare e uscire dal paese senza passaporto. Poi si rese conto di avere un altro problema. Sco- tland Yard avrebbe potuto far trasmettere per telegrafo la sua descri- zione a tutte le città portuali. Ritirò il biglietto e lo pagò in contanti. Si aprí la strada tra la folla e uscí sotto la neve. La polizia avrebbe cercato un uomo sulla qua- rantina, elegantemente vestito, che viaggiava da solo. Si poteva elu- dere la sorveglianza presentandosi con l'aspetto di un uomo piú an- ziano, magari accompagnato da qualcuno. Poteva addirittura fingersi invalido e farsi condurre a bordo su una sedia a rotelle. Per farlo, però, aveva bisogno di un complice, il quale non poteva essere che Edward. Fermò una carrozza al volo e diede l'indirizzo al cocchiere: « Hill Street ». Edward si era sistemato in una piccola casa a Mayfair. A differen- za degli altri Pilaster, sembrava indifferente al fatto che Micky aves- se portato alla rovina la sua famiglia. Era solo diventato ancor piú succube dell'amico. Edward venne ad aprire con indosso una vestaglia di seta piena di macchie. L'irritazione cutanea gli si era diffusa su tuKo il viso. « Lascio questo paese » gli annunciò Micky. « Oh, portami con te! » singhiozzò lui, scoppiando in lacrime. « Che diavolo ti succede? » « Sto morendo » disse Edward. « Non stai morendo, stupido, hai solo una malattia della pelle. » « Non è una malattia della pelle, è sifilide. » Micky sussultò per l'orrore. Forse ce l'aveva anche lui. La nave avrebbe fatto scalo a Lisbona; ciò gli avrebbe dato modo di consulta- re un medico entro pochi giorni. Doveva pazientare. Però Edward non era in condizione di aiutarlo a uscire clandestinamente dal pae- se. Restava solo un candidato: Augusta. Era la sua ultima possibilità. Si voltò per andarsene. « Non abbandonarmi » lo implorò Edward. Non c'era tempo per sentimentalismi. « Non posso portare con me un moribondo » sbottò, poi uscí senza voltarsi indi~ro. QUANDO AUGUSTA entrò nel salotto con indosso una vestaglia di seta viola dalle ampie maniche, aveva l'aria imperiosa di sempre. Micky si ricordò del desiderio che aveva provato per lei un tempo, ma ormai non era rimasto piú nulla. Avrebbe dovuto fingere. Lei non gli offrí la mano. « Perché sei venuto qui? » disse fredda- mente. « Hai portato alla rovina me e la mia famiglia. » 170 « Non immaginavo che le obbligazioni di Cordova avrebbero per- so il loro valore a causa della guerra » rispose. « E lei? » Augusta esitò. Ovviamente nemmeno lei l'aveva previsto. Un'in- crinatura si era aperta nella sua corazza, e Micky tentò di allargarla. « Non l'avrei certo fatto se avessi saputo... Mi sarei tagliato la gola piuttosto che recarle danno. » Sentí che lei desiderava credergli. « Ma ormai la cosa non ha importanza. Oggi lascio l'Inghilterra ed è probabile che non torni mai piú. » Augusta lo guardò con occhi improvvisamente colmi di paura. « Perché? » Non c'era tempo per spiegazioni vaghe. « Ho appena ucciso Tonio Silva, e la polizia mi sta dando la caccia. Ho prenotato un passaggio su una nave che salpa stasera da Southampton. Voglio che lei mi ac- compagm. » Augusta spalancò gli occhi e fece un passo indietro. Micky le prese la mano. « Il fatto di dover partire cosí precipitosa- mente mi ha fatto capire qualcosa che avrei dovuto ammettere molto tempo fa. Credo che lei lo abbia sempre saputo. Io l'amo, Augusta. » Mentre recitava la sua parte, Micky osservava il viso della donna, leggendolo come un marinaio legge il mare. Lei rispose con un ac- cenno di sorriso, ma Micky capí che era ancora indecisa. Le mise le mani sulla vita e l'attirò gentilmente a sé. Quando i loro visi furono l'uno contro l'altro, disse: « Non posso vivere senza di te, cara Au- gusta ». La sentí tremare fra le sue braccia. Allora le parlò all'orecchio: « Tu sei la donna piú desiderabile che abbia mai conosciuto. Vuoi... » Fece una pausa. « Cosa? » domandò lei. « Vuoi sposarmi? » sussurrò Micky. « Sí » rispose Augusta. Lui la baciò. APRIL TISLEY entrò a precipizio nell'ospedale femminile di Maisie vestita del suo abito migliore. Agitando un giornale, disse: « Hai sentito la novità? Micky Miranda ha sparato a Tonio Silva ». Maisie sapeva chi era Micky, ma le ci volle un momento per ram- mentare che Tonio faceva parte del gruppo di ragazzi che gravitava intorno a Solly e Hugh quando erano giovani. A quel tempo Tonio giocava d'azzardo, e April aveva preso una cotta per lui. « Micky ha sparato a Tonio? » domandò sbalordita. « Ed è... è morto? » « Sí. Ne parlano tutti i giornali del pomeriggio... » April si fermò esitante « Dicono anche che la polizia vuole interrogarlo su altri tre omicidii avvenuti in passato: quelli di Peter Middleton, di Seth Pila- ster e di Solomon Greenbourne. » Maisie si lasciò cadere su una sedia. « Solly! » mormorò, e si sentí svenire. « Micky ha ucciso Solly? » Chiuse gli occhi. « Fammi vedere quel giornale. » April glielo diede. Maisie lesse il primo capoverso. Diceva che l'assassinio di Tonio Silva era avvenuto in un villaggio chiamato Chingford. Il suo cuore mancò un battito. « Ma è dove abita Hugh! » « Hugh Pilaster? Sei ancora innamorata di lui, eh? » « Deve essere rimasto coinvolto, non credi? Non può essere una coincidenza. Oh, spero che sia salvo! » « Se fosse stato ferito, il giornale lo direbbe. » « E successo solo poche ore fa, forsé non lo sanno ancora. » Si alzò in piedi. « Devo andare a casa sua » disse. HUGH FU impressionato dal modo in cui Scotland Yard reagí alla sua denuncia. Il caso venne assegnato all'ispettore capo Magridge un uomo dal viso aguzzo, dell'età di Hugh, meticoloso e intelligente. Nel giro di un'ora aveva fatto circolare una descrizione di Micky Miranda. Mandò anche un sergente a interrogare Edward e un altro a cercare Augusta. Un agente di polizia incaricato di controllare gli uffici londinesi delle compagnie di navigazione riferí che un uomo corrispondente alla descrizione fornita aveva prenotato una cabina sulla Aztec, che salpava quella sera stessa da Southampton. La polizia locale ricevet- te istruzioni di piazzare uomini alla stazione ferroviaria e sulle ban- chine del porto. L'agente inviato a casa di Augusta tornò per riferire che aveva suonato il campanello e bussato alla porta senza ricevere risposta. « Io ho una chiave » disse Hugh. « Probabilmente è uscita » commentò Magridge. « Voglio manda- re il sergente alla legazione di Cordova. Perché non va lei a control- lare la casa? » Lieto di avere qualcosa da fare, Hugh prese una carrozza per Ken- sington Gore. Suonò e bussò senza avere risposta. Evidentemente anche l'ultimo domestico se n'era andato. Aprí la porta ed entrò. La casa era fredda. Nascondersi non rientrava nello stile di Augu- sta, ma decise di perquisire comunque le stanze. Il pianterreno era deserto. Salí di sopra e ispezionò la camera da letto. Ciò che vide lo stupí. Le porte dell'armadio erano spalancate, i cassetti del comò erano aperti, e c'erano indumenti sparsi sul letto e UNA FORTUNA PERICOLOSA UNA FORTUNA PERICOLOSA salire sul treno. Quando il convoglio partí dalla stazione e prese ve- locità, si mise alla ricerca di Augusta. Non dovette andare lontano: era nel vagone successivo. Diede un rapido sguardo e passò in fretta oltre lo scompartimento per non essere visto. Micky non c'era. Nello scompartimento si ve- deva solo un'altra persona, un uomo anziano con una coperta sulle ginocchia. Passò nella carrozza successiva e trovò un posto. Non sarebbe ser- vito a molto affrontare subito Augusta. Forse non aveva le tabacchie- re con sé, potevano essere in un baule nel vagone bagagli. Parlarle adesso sarebbe solo servito a metterla sull'avviso. Meglio aspettare che il treno arrivasse a destinazione. Nevicava ancora quando il convoglio si fermò a Southampton. Hugh si sporse dal finestrino. C'erano poliziotti in divisa dapper- tutto. Ne dedusse che Micky Miranda non era stato ancora trovato. Saltò subito giú dal treno e giunse prima degli altri viaggiatori alla barriera dove venivano controllati i biglietti. Parlò con un ispettore di polizia. « Sono il socio dirigente della Banca Pilaster » disse presentando il proprio biglietto da visita. « So che state cercando un assassino ma sul treno c'è una donna che sta portando con sé degli oggetti di proprietà della banca. Credo che intenda lasciare il paese imbarcan- dosi stasera sulla Aztec. » « Di che oggetti si tratta? » domandò l'ispettore. « Una collezione di tabacchiere preziose. » « Il nome della donna? » « E la contessa di Whitehaven. » Il funzionario inarcò le sopracciglia. « Ho letto i giornali, signore. Presumo che tutto questo sia legato al fallimento della banca. » Hugh annuí. « Molto bene » disse l'ispettore. « Stia con me alla barriera. La fermeremo al passaggio. » Hugh era teso mentre osservava la folla dei passeggeri che scen- devano dal treno e si dirigevano all'uscita dove avrebbero dovuto esibire i biglietti. Benché fosse praticamente sicuro che Micky non si trovasse su quel treno, scrutò con attenzione le facce di tutti i viaggiatori. Augusta fu l'ultima a scendere. Tre facchini portavano il suo ba- gaglio. Quando vide Hugh alla barriera, impallidí. L'ispettore le si rivolse con la massima cortesia. « La prego di scusarmi, lady Whitehaven. Posso parlarle per un attimo? » Hugh non aveva mai visto Augusta cosí spaventata, però non ave- 174 va perso le sue maniere regali. « Temo di non avere tempo, ispettore. Devo imbarcarmi su una nave che salpa stasera. » « Le assicuro che l'Aztec non partirà senza di lei, milady » disse garbatamente l'ispettore. Guardò i facchini con i bagagli. « Potete posare quella roba per un minuto, ragazzi » disse. Tornò a rivolgersi ad Augusta. « Il signor Pilaster afferma che lei è in possesso di certe preziose tabacchiere che appartengono alla banca. E vero? » Lei sembrò meno allarmata, cosa che rese perplesso Hugh. « Non vedo perché dovrei rispondere a una domanda cosí impertinente » obiettò. « Se non lo fa, dovrò perquisire i suoi bagagli. » Augusta ebbe un attimo di esitazione. « Va bene, ho le tabacchie- re » disse infine. Additò una valigia. « Sono là dentro. » « La chiave, per favore. » Lei esitò di nuovo, e di nuovo si arrese. Prese un mazzo di chiavi infilate su un piccolo anello, ne scelse una e la consegnò. L'ispettore aprí la valigia. Era piena di sacchetti di scarpe. Augu- sta ne indicò uno. L'ispettore l'aprí e vide che conteneva tanti piccoli oggetti accuratamente incartati. Ne scelse uno a caso e lo estrasse dalla carta. Era una tabacchiera d'oro intarsiata con schegge di dia- mante che formavano il disegno di una lucertola. Hugh emise un sospiro di sollievo. L'ispettore lo guardò. « Sa quante dovrebbero essere, signore? » Tutti lo sapevano, in famiglia. « Sessantacinque » rispose Hugh. « Una per ogni anno di vita dello zio Joseph. » Le contò: c'erano tutte. Cominciò ad assaporare il piacere della vittoria. L'ispettore s'inchinò, q Augusta uscí, seguita da tre facchini curvi sotto il peso dei bagagli. Di colpo Hugh si rese conto di non aver scorto alcuna traccia dell'uomo anziano che stava con lei sul treno. Che fosse Micky Mi- randa camuffato? Ma se lo era, dove si trovava adesso? UNO STEWARD guidò Augusta a una cabina di lusso sul ponte su- periore dell'Aztec. Lei aveva speso tutti i contanti di cui disponeva per assicurarsi la migliore cabina disponibile, convinta che, con le tabacchiere nella valigia, non avrebbe piú avuto preoccupazioni fi- nanziarie. Nella cabina c'erano fiori sul tavolo della toeletta e una bottiglia di champagne nel secchiello pieno di ghiaccio. Udí il consueto annuncio: « Tutti i visitatori sono pregati di scen- dere a terra! >> mentre i facchini portavano i suoi bagagli nella cabi- na. Quando se ne furono andati, uscí sul ponte e si affacciò al para- petto. Vide staccare le passerelle e sciogliere le cime d'ormeggio. 175 UNA FORTUNA PERICOLOSA Una sirena fischiò, e la grande nave cominciò lentamente, quasi im- percettibilmente, a muoversi verso il largo. Augusta tornò in cabina e chiuse a chiave la porta. Poi aprí il bau- le, da cui uscí Micky. Fece pochi passi malfermi nella cabina e cad- de sul letto. « Che il Cielo mi aiuti, credevo di morire » gemette. « Povero caro, dove hai male? » « Alle gambe. » Lei gli massaggiò delicatamente i polpacci sen- tendo il calore della sua pelle attraverso il tessuto dei pantaloni. Era passato molto tempo dall'ultima volta che aveva toccato un uomo in quel modo, e sentí un'ondata di calore salirle alla gola. Infine non poté trattenersi. Prese la mano di Micky, se la portò al- le labbra e la baciò. Lui la guardò divertito per un attimo, poi si staccò da lei. « Stupi- da ingenua » disse in tono sprezzante scendendo dal letto. « Credevi davvero che ti avrei sposata? Non hai piú né denaro né influenza, la banca è fallita e hai anche perso le tabacchiere. Ho sentito tutto. Che cosa posso volere da te? » Lei sentí un dolore simile a una coltellata nel petto. « Hai detto che mi ami. » « Per amor del Cielo, Augusta, hai cinquantotto anni. Potresti es- sere mia madre! » Lei si sentí venire meno. I suoi occhi si riempirono di lacrime. Si voltò. Non voleva che lui vedesse sul suo viso il dolore e la vergo- gna. « Ma quando saremo a Cordova... » mormorò. « Tu non verrai a Cordova. Potrai sbarcare a Lisbona e ripartire per l'Inghilterra. Non so che farmene di te. » Ogni parola era come uno schiaffo, e lei arretrò esterrefatta, an- dando a sbattere contro la porta della cabina. Voleva disperatamente allontanarsi da lui: aprí la porta e uscí. L'aria fresca della sera le schiarí di colpo le idee. Aveva perso bre- vemente il controllo della propria vita, ed era tempo che lo ripren- desse. Un uomo in abito da sera le passò accanto, ma non le parlò. Le venne un'idea. Tornò in cabina e chiuse la porta. Micky si sta- va aggiustando la cravatta davanti allo specchio. « Sta venendo qual- cuno » disse in tono agitato. « Un poliziotto! » L'atteggiamento di Micky cambiò all'istante. Il ghigno sparí dal suo viso, sostituito dal panico. « Oh, maledizione! » esclamò. Augusta stava pensando rapidamente. « Siamo ancora nelle acque territoriali britanniche. Possono arrestarti e portarti indietro su un cutter della Guardia costiera. » « Devo nascondermi. » Entrò nel baule. « Chiudilo bene » Lei obbedí, poi tirò il chiavistello per bloccare il coperchio. 176 « Cosí va meglio » disse. Sedette sul letto fissando il baule. Rivis- se nella mente la loro conversazione. Con il passare dei minuti la sua collera si attenuò e divenne un cupo, spietato desiderio di vendetta. Dal baule giunse la voce soffocata di Micky. « Augusta! Che cosa succede? » Lei non rispose. Lui si mise a gridare chiedendo aiuto. Lei posò delle coperte sul baule per attutire il suono. Poco dopo le invocazioni cessarono. Augusta staccò scrupolosamente dal baule le etichette su cui figu- rava il proprio nome. Sentí sbattere le porte delle cabine. I passegge- ri stavano recandosi nella sala da pranzo. La nave cominciò a bec- cheggiare lievemente sull'onda lunga quando entrò nel canale della Manica. La sera passò. Tra la mezzanotte e le due del mattino i passeggeri tornarono alle proprie cabine in gruppetti di due o tre. Poi ogni ru- more si spense, eccettuato il suono pulsante dei motori e lo sciabor- dio del mare. Augusta osservò il baule. Non era in grado di sollevarlo, però po- teva trascinarlo. Aveva delle maniglie d'ottone sui lati e cinghie di cuoio in alto e in basso. Afferrò la cinghia superiore e la tirò, facen- do ruotare il baule, che si capovolse. Micky ricominciò a gridare, e lei gettò di nuovo delle coperte sul baule. Micky tacque. Lei riprese la cinghia e tirò. Benché fosse molto pesante, riuscí a spostare il baule pochi centimetri alla volta. Dopo ogni strappo si fermava a riprendere fiato. Impiegò dieci minuti buoni per trascina- re il baule fino alla porta della cabina. Poi indossò la pelliccia e aprí la porta. Non c'era nessuno in vista. Trascinò il baule fuori dalla cabina. Adesso era piú facile, perché il ponte era sdrucciolevole a causa del- la neve. Spinse il baule contro il parapetto. La parte successiva fu piú difficile. Impugnata la cinghia, sollevò un'estremità del baule e tentò di raddrizzarlo. Al primo tentativo le sfuggí di mano e ricadde sul pavimento del ponte con un rumore che sembrò fortissimo, ma nessuno venne a indagare. La seconda volta fece uno sforzo piú deciso. Mise un ginocchio a terra, afferrò la cinghia con entrambe le mani e tirò lentamente verso l'alto Quando il baule fu inclinato a quarantacinque gradi, Micky si mosse all'interno e scivolò sul fondo. A quel punto divenne piú faci- le mettere il baule in posizione verticale. Augusta lo inclinò di nuovo per appoggiarlo al parapetto. L'ultima parte era la piú ardua. Augusta si chinò e impugnò la cinghia inferiore. Le ci volle tutta la sua forza per alzare il baule di una spanna sopra la coperta, poi le dita infreddolite scivolarono e il baule ricadde a terra. Ma lei non poteva rinunciare. Aveva tanto lottato per trascinare quel peso fino al parapetto. Si chinò e prese di nuovo la cinghia. « Augusta, che cosa stai facendo? » gemette la voce di Micky. Lei gli rispose in tono basso ma chiaro. « Ti ricordi di come morí Peter Middleton? » Fece una pausa. Dal baule non venne alcun suono. « Morirai nello stesso modo » disse. « L'acqua sarà piú fredda e avrà gusto di sale mentre ti riempirà i polmoni. Quando la morte si chiuderà sul tuo cuore, conoscerai il terrore che Peter provò il giorno in cui lo affogasti. » Lui si mise a urlare. « Aiuto! Aiuto! Salvatemi! » Augusta impugnò la cinghia e la tirò con tutte le sue energie, sol- levando pian piano il baule. Dall'interno giunse l'eco di un frenetico agitarsi, ma lei lo ignorò e strinse i denti. Mentre compiva il massimo sforzo, sentí uno strappo alla schiena gridò per il dolore, ma continuò a sollevare il pesante fardello. Ora la base del baule si trovava all'altezza del parapetto, ma non andava oltre. Lei sapeva che poteva fare solo un ultimo tentativo. Raccolse le forze, chiuse gli occhi e spinse. Il baule scivolò lentamente oltre il parapetto, e precipitò con un tonfo sordo nell'oceano. HUGH ERA disperatamente stanco quando finalmente il suo treno si fermò nella stazione di Chingford. Sperava che Nora fosse già a letto. Non aveva voglia di sentire le sue lagne sulla giornata pietosa che aveva passato, reclusa in uno sperduto villaggio, senza nessuno che l'aiutasse a occuparsi di quei ragazzi turbolenti. Invece, mentre percorreva il vialetto del giardino, vide la luce dietro le tende. Vole- va dire che lei era ancora alzata. Entrò. Si stupí di trovare i tre figli in soggiorno, tutti in pigiama, accoc- colati in fila sul sofà. Fu ancora piú stupito nel vedere Maisie seduta in mezzo a loro che leggeva ad alta voce un libro. Tutti e tre i ragazzi balzarono in piedi e gli corsero inøontro. Li abbracciò e li baciò uno dopo l'altro: prima Sol, poi Samuel, infine l'undicenne Toby. I due piú piccoli erano enormemente felici di ve- derlo, ma sul volto di Toby si notava un'espressione diversa. « Che c'è, grand'uomo? » domandò Hugh. « Dov'è tua madre? » « E andata a fare compere » rispose Toby, poi scoppiò a piangere. Lui gli mise un braccio intorno alle spalle e guardò Maisie. « Sono arrivata verso le quattro » gli raccontò lei. « C'è una lette- 178 ra. » Gli diede una busta. Hugh l'aprí e vide un messaggio formato da un'unica parola: "Addio". ,3~ Maisie spiegò: « Non era sigillata. Toby l'ha letta e me l'ha fatta vedere ». « E incredibile » mormorò Hugh, ma in realtà non lo era affatto. Nora aveva sempre anteposto i propri desiderii a qualunque altra co- sa. Adesso aveva abbandonato i figli. Il messaggio lasciava intendere che non sarebbe tornata. Non sapeva bene come sentirsi. Il suo primo dovere era verso i ra- gazzi. Era importante non sconvolgerli. « Figlioli, per voi è molto tardi » disse. « E ora di dormire. A letto! » Li accompagnò su per le scale. Samuel e Sol dormivano nella stessa camera, mentre Toby aveva una stanza tutta per sé. Hugh rim- boccò le coperte ai due piccoli, poi andò dal maggiore. Si chinò e gli diede un bacio. « La signora Greenbourne è una brava persona » disse Toby. «Loso.» « E anche bella. » Fece una pausa. « La mamma ritornerà? » Hugh sospirò. « Per dirti la verità, mio caro, non lo so. » « Se non torna, la signora Greenbourne si occuperà di noi? » Ci voleva un bambino per andare dritto al cuore di una situazione pensò Hugh. « Lei dirige lm ospedale » rispose. « Non credo che ab- bia tempo per occuparsi anche di tre ragazzi. Ora basta con le do- mande. Buonanotte. » « Buonanotte, babbo. » Hugh spense la candela e uscí dalla stanza, chiudendo la porta. Maisie aveva preparato una cioccolata calda. « Sono sicura che preferiresti un brandy, ma sembra che in casa non ce ne sia. » Hugh sorrise. « Noi poveri borghesi non possiamo permetterci di bere liquori. La cioccolata va benissimo. » Il bricco e le tazze erano pronti su un vassoio posato sul tavolo ma nessuno dei due si mosse. Restarono in piedi, in mezzo alla stan- za, a guardarsi. Infine Maisie disse: « Ho letto la notizia dell'assassi- nio di Tonio sul giornale e sono venuta a vedere se stavi bene. Ho trovato i bambini qui da soli e ho preparato loro la cena. Quindi ti abbiamo aspettato >>. Gli rivolse un sorriso rassegnato e accattivante come a fargli capire che adesso toccava a lui decidere che cosa sa- rebbe accaduto. All'improvviso~ Hugh fu scosso da un tremito. « E stata una gior- nata tremenda » disse con voce insicura. Poi, d'impulso, la prese tra le braccia. « Stringimi forte » la supplicò. Lei gli mise le mani attorno ai fianchi e lo tenne stretto. 179 « Ti amo, Maisie » dichiarò Hugh. « Ti ho sempre amata. » « Lo so » rispose lei. La guardò negli occhi. Erano velati di pianto. Una grossa lacrima cominciò a scenderle lungo la guancia, e lui l'asciugò con un bacio. « Oh, Maisie, dopo tutti questi anni... » Epilogo 1892 Necrologi Il 30 maggio, dopo lunga malattia, è deceduto nella sua residenza di Antibes, in Francia, il conte di Whitehaven, già socio dirigente della Banca Pilaster di Londra. « EDWARD E MORTO » disse Hugh alzando gli occhi dal giornale. Maisie sedeva accanto a lui nello scompartimento del treno. In- dossava un vestito estivo giallo e un cappellino con nastri di taffetà dello stesso colore. Erano diretti alla Windfield School per la ceri- monia della consegna dei diplomi. « Era un debosciato, ma sua madre lo rimpiangerà » commentò lei. Augusta e Edward avevano vissuto insieme sulla Costa Azzurra negli ultimi diciotto mesi. Nonostante ciò che avevano fatto, il con- sorzlo aveva corrisposto loro lo stesso assegno che percepivano gli altri membri della famiglia Pilaster. Come Edward, Augusta era in- valida. Soffriva di ernia del disco e passava la maggior parte del tempo su una sedia a rotelle. Il treno entrò sbuffando nella stazione di Windfield; Hugh e Mai- sie scesero. Era la fine del primo anno scolastico per Toby e dell'ul- timo per Bertie. La giornata era calda e il sole splendeva. Maisie aprí il parasole e insieme Si avviarono verso l'istituto La scuola era molto cambiata nei ventisei anni trascorsi da quando Hugh ne era uscito. Il vecchio preside, il professor Poleson, era mor- to da un pezzo, e il nuovo preside usava di meno la nota bacchetta punitiva che i ragazzi avevano soprannominato Sergente. Il dormito- rlo era sempre nelle antiche stalle vicino alla cappella, ma c'era una nuova aula magna che poteva ospitare tutti gli allievi. Là ebbero la sorpresa di trovare Ben Greenbourne, sempre piú vecchio e piú fragile. Maisie, con la consueta franchezza, gli do- mandò: « Salve, che ci fa qui? » « Mio nipote è il migliore della classe » rispose burbero. « Sono venuto ad ascoltare il suo discorso. » Hugh era sbalordito. Bertie non era nipote di Greenbourne, e il vecchio lo sapeva. Gli anni lo avevano ammorbidito? « Sedetevi accanto a me » li invitò il banchiere. « Ho saputo che vi siete sposati. » « Il mese scorso » confermò Hugh. « La mia prima moglie non si è opposta al divorzio. » Nora era andata a vivere con un viaggiato- re di commercio che vendeva whisky, e l'investigatore privato assol- dato da Hugh aveva raccolto le prove dell'adulterio in meno di una settimana. « Non approvo i divorzi » affermò Greenbourne in tono secco. Poi sospirò. « Ma sono troppo vecchio per dire agli altri che cosa devo- no fare. Il secolo è quasi finito, il futuro appartiene a voi. Vi auguro ogni bene. » Hugh prese la mano della moglie e la strinse. « Manderete il ragazzo all'università? » domandò Greenbourne. « Non possiamo permettercelo » disse Maisie. « Sarei lieto di sostenere le spese » dichiarò lui. Maisie era stupita. « E molto gentile da parte sua. » « Avrei dovuto essere piú generoso qualche anno fa » ribatté il vecchio. Gli allievi cominciarono a sfilare nell'aula. I piú grandi occuparo- no le sedie, i piccoli sedettero a gambe incrociate sul pavimento da- vanti a loro. Maisie disse a Greenbourne: « Hugh ha adottato ufficialmente Bertie ». Il vecchio rivolse il suo sguardo su di lui. « Presumo che lei sia il vero padre » disse senza preamboli. Hugh annuí. « Avrei dovuto capirlo da un pezzo. Ma non ha importanza. Il ra- gazzo crede che io sia suo nonno, e questo mi impone delle respon- sabilità. » Tossí e cambiò argomento. « Mi risulta che il consorzio pagherà un dividendo. » « Esatto » confermò Hugh. « Tutti i membri riceveranno all'incir- ca il cinque per cento sui propri investimenti. Il governo del presi- dente Garcia ha ripreso il potere e ha ceduto i beni della famiglia Miranda alla Società del porto di Santamaria; grazie a questa opera- zione i titoli valgono di nuovo qualcosa. » « E che ne è stato di quel Miranda? Era un pessimo individuo. » « Micky? Il suo cadavere è stato trovato in un baule portato a riva dalle onde. Nessuno ha mai scoperto come sia finito lí. » Uno scolaro passò a distribuire a genitori e parenti le copie scritte a mano dell'inno della scuola. 181 « E lei? » domandò Greenbourne a Hugh. « Che cosa farà quando il consorzio sarà chiuso? » « Avevo proprio in mente di chiedere il suo consiglio » rispose lui. « Mi piacerebbe aprire una nuova banca lanciando titoli azionari sul mercato. La Pilaster Limited. Che cosa ne pensa? » « Un'idea ardita, ma del resto lei è sempre stato un originale. » Greenbourne meditò per qualche secondo. « La cosa strana è che il fallimento della sua banca ha giovato alla sua reputazione personale. Dopotutto, chi è piú affidabile di un banchiere che paga i suoi credi- tori anche dopo avere fatto fallimento? » « Quindi... Iei crede che potrebbe funzionare? » « Ne sono sicuro. Potrei metterci un po' di soldi anch'io. » Tutti si alzarono all'ingresso del preside, seguito dai professori. Quindi Bertie andò al leggio e annunciò con voce squillante: « Ora cantiamo l'inno della scuola ». Hugh incontrò lo sguardo di Maisie e sorrise con orgoglio. Poi il pianoforte attaccò le note familiari, e tutti si misero a cantare. UN'ORA DOPO Hugh lasciò Greenbourne, Maisie e i due ragazzi a prendere il tè nella stanza di Bertie. Uscí, attraversò il campo sporti- vo e s'inoltrò nel bosco. Faceva caldo, proprio come quel giorno di ventisei anni prima. Ricordava la strada che conduceva alla cava e la ritrovò senza difficoltà. Sedette sul bordo dello stagno e lanciò un sasso che ruppe la piatta superficie dell'acqua in cerchi perfetti. Era l'unico superstite, oltre ad Albert Cammel che viveva nella Colonia del Capo, di quella sciagurata vicenda. Tutti gli altri erano morti: Peter Middleton ucciso in quel giorno lontano, Tonio assassi- nato il Natale di due anni addietro; Micky affogato in un baule; e ora Edward, colpito dalla sifilide e sepolto in Francia. Sembrava quasi che uno spirito malvagio fosse emerso dalle acque profonde dello stagno in quel giorno del 1866, portatore di tutte le oscure passioni che avevano avvelenato le loro vite: I'odio, l'avidità, la crudeltà l'egoismo. Quello spirito aveva fomentato l'inganno, il fallimento, la malattia e il delitto. Ma adesso era finita. I debiti erano stati pagati. Se c'era stato uno spirito malvagio, era ridisceso in fondo allo sta- gno. E Hugh era sopravvissuto. Si alzò. Era ora di tornare dalla sua famiglia. Si avviò, poi si volse a lanciare un ultimo sguardo. I cerchi si erano dissolti, e la superfi- cie dell'acqua era di nuovo piatta e immobile. KEN FOLLETT Nel 1973, Ken Follett - nato a Cardiff, nel Galles, e laureatosi in fi- losofia a Londra - era un anonimo giornalista di cronaca nera a corto di denaro quando decise di scrivere un racconto del brivido per guadagnare i soldi necessari a far riparare la sua auto. Trovò un editore e continuò ~ pubblicare altre opere sotto pseudo- nimo finché, nel 1987, non incontrò la fama e la ricchezza con un roman- zo spionistico tradotto anche in film: La cruna dell'Ago. Da allora non ha fatto che sfornare un best-seller do- po l'altro tra cui n codice Rebecca, L'uomo di Pietroburgo, Un letto di leoni e Notte sull acqua, tutti pubblicati anche da SELEZIONE DELLA NAR- RATIVA MONDIALE. Follett è un appassionato di storia e dedica particolare cura alla ricerca e alla documentazione dei fatti narrati, che lui sa magistralmente intrec- ciare e caricare di tensione emotiva fino a creare una vicenda capace di tenere avvinto il lettore dalla prima all'ultima pagina. Per Una fortuna pe- ricolosa l'ispirazione gli è venuta leggendo l'articolo di un giornale del secolo scorso su un disastro finanziario dell'epoca. "Ciò che piú mi colpí" racconta l'autore~ "era il dramma umano di alcuni eminenti e rispettabili gentiluomini che, per pagare i debiti, furono costretti a vendere tutti i loro beni e rassegnarsi a vivere modestamente.'' Per costruire la grande saga dei Pilaster, Follett ha trascorso intere gior- nate nei corridoi della Banca d'Inghilterra, studiando i segreti dell'alta fi- nanza, ma si è anche documentato sui dettagli della vita di ogni giomo: cibi, vestiti, abitudini mondane... "Piccole cose che piacciono molto al pubblico" afferma. "E che mi affascinano. E, se affascinano me, allora io sono in grado di affascinare il lettore." Con la seconda moglie e cinque figli, Ken Follett vive in un'aristocrati- ca residenza lungo il Tamigi ed è già al lavoro sulla sua prossima storia: Pawentura di alcuni galeotti inglesi deportati nelle colonie americane du- rante il diciottesimo secolo. ~,~ FONTE FOTOGRAFICA: ~ ANTHONY LOEW b~