ERNEST K. GANN. ORE DEL BENE, ORE DEL MALE. In questo romanzo, Ernest K. Gaml propone di nuovo al let- Jr tore una vicenda ricca di awenimenti e di azione, che la sua completa autenticità rende ancor piú awincente. Non piú opera di fantasia, come Prigionieri del Cielo, né rievocazione di personali awenture, come n destino è il pilota, due romanzi entrambi apparsi in SELEZIONE DEL LIBRO, Ore del bene, ore del male è la cronaca fedele dell'affascinante, pericoloso lavoro del dipartimento di polizia di una qualsiasi grande città. Per raccogliere il materiale necessario a questo libro, Ernest K. Gann trascorse parecchi mesi con gli uomini del dipartimento di polizia di San Francisco, condividendo i pericoli e le angosce che la tutela della legge comporta, ascoltando le confidenze di esseri disperati, partecipando ai dubbi e alle decisioni degli agenti del Buoncostume e della Squadra Rapine a Mano Armata. In- contrò adolescenti ribelli e aspiranti suicidi, ladruncoli e potenti biscazzieri, e tutti coloro che, nella vita di ogni giorno, tentano di eludere la legge o cercano la sua protezione. Il risultato è questo romanzo caleidoscopico, permeato di do- lente umanità, un romanzo che svelerà al lettore l'estrema com- plessità del lavoro svolto dalla polizia, la pietà e il coraggio degli uomini che ad esso dedicano la propria vita. Al mattino... QUANDO USCI di casa, prima dell'alba, sapeva con esat- tezza quello che avrebbe fatto. Era sgusciato fuori dal letto in silenzio, aveva cercato i calzoni al buio e se li era infilati sul pigiama. Andava tanto di fretta che si era messo le scarpe senza curarsi delle calze. Guidò diritto al ponte grande e armonioso e lasciò l'automobile su un promontorio, rivolta a oriente, in modo che anch'essa potesse salutare il sole. Mentre si allontanava dalla macchina, rise. Non sarebbe stato straordinario se, un giorno, invece che a oriente, il sole fosse sorto altrove, magari a nord ? Avrebbe significato che il mondo aveva preso una sbandata. Be', il mondo la stava prendendo, la sbandata, no? Ma, quel giorno, il sole non doveva fare colpi di testa. Tira diritto per la tua strada, sole. Insieme, glielo faremo vedere noi che cos'è l'Insieme. Proseguí fino all'estremità del ponte, dove rimase per un po' a sentire il vento gelido che gli sferzava le caviglie. Quindi, cominciò ad arrampicarsi su uno dei tiranti principali, che curvavano verso l'alta torre, reggendosi ai passamani che correvano paralleli al tirante . Salendo, cantava sottovoce, soddisfatto per come la frase gli ro- tolava fuori dalle sue labbra: J~obody knows t~e trouble I see. Di tanto in tanto, si fermava un attimo per riprendere fiato. Non c'erano dubbi, era proprio giú di forma. Si arrampicò a lungo, con prudenza, attento a non scivolare. Avrebbe reso al sole un saluto di quelli che il sole non conosceva piú da che gli Atzechi gli avevano offerto i loro sacrifici. Non ap- pena fosse spuntato, avrebbe emesso un lungo grido squillante, si- mile al canto di un gallo. Tutti, nel mondo, l'avrebbero sentito, e avrebbero capito che si faceva beffe delle loro stupide vite meschine, spregevoli e costrette. E poi gliel'avrebbe fatta vedere lui. ALEGGIAVA un odore di fondo, nell'edificio incrostato di sudiciu- me, che tra breve avrebbe dovuto essere sostituito e che serviva alla città da palazzo di giustizia. Al primo piano, l'odore era sem- plicemente un leggiero aroma, un bouquet di sigari calpestati, di es- senza di gabinetti pubblici e di tempo. Anche l'obitorio era al pri- mo piano, per quanto in un angolo remoto. A Tommie, l'edicolante cieco che aveva il chiosco sotto la scala di marmo, bastava l'olfatto, per far rotta senza bisogno d'aiuto, da qualunque parte. Il secondo e il terzo piano ospitavano le aule del tribunale, e qui l'odore di fondo era ancora leggiero, per quanto prendesse vigore grazie all'aggiunta della traspirazione di gente nei guai. Sopra le aule di giustizia, c'erano l'Ufficio Identificazione, il laboratorio fo- tografico e un complesso di altri uffici occupati da varie specialità della polizia. La Sezione Frodi, avendo finestre su due lati, godeva della siste- mazione piú piacevole. Perfino l'ispettore, la cui scrivania era piaz- zata in mezzo alla stanza, riusciva a vedere quel che faceva, senza ricorrere alla luce artificiale. Anche la Sezione Stupefacenti era privilegiata. La sua sede era arricchita da una bella finestra ad arco che andava dal pavimento al soffitto. Ma la stanza era cosí piccola che, spesso, gli ispettori si stancavano di essere obbligati a sedersi sulle scrivanie altrui e andavano a interrogare gli indiziati nel cor- ridoio. Le Squadre del Buoncostume, Omicidi, e Auto Pattuglie, le Se- zioni Rapine a Mano Armata e Furti con Scasso, e l'Ufficio Persone Scomparse erano ugualmente a corto di spazio, e nessuno di questi uffici aveva aria o luce sufficienti. E cosí, guadagnando in altezza, l'odore di fondo che saliva dai piani inferiori sembrava concentrarsi, assumendo inoltre una particolare asprezza. La prigione era all'ultimo piano, e qui l'odore raggiungeva la sua gamma completa, diventava un'acuta fioritura di latrine aperte, di vernice vecchia, di disinfettante e di effluvi di recipienti fumanti nella cucina, il tutto mescolato e unito dal filo invisibile della pe- renne ansia umana. Il primo piano, appena sopraelevato sulla strada, ospitava gli uffici del Capo della Polizia. Il Capo era irlandese e si chiamava Colin Hill. A quell'ora di prima mattina, il suo ufficio era cosí silenzioso che non si sentiva volare una mosca. Il venerdí mattina, Hill godeva di tanta tranquillità perché, per il fatto di assistere alla prima Messa, gli tornava comodo arrivare in ufficio prima che il vecchio palazzo fosse del tútto sveglio. La devozione alla Messa era uno dei pochi ricordi che Hill aveva conservato dell'Irlanda, perché, per il resto, provava un immenso senso di gratitudine per essere giunto in America. La sua gratitu- dine, dapprima era stata espressa direttamente a Dio, ed era stata seguita, immediatamente dopo, da una supplica speciale ai fun- zionari dell'Ufficio Immigrazione, i quali erano ovviamente disce- poli di Dio stesso. Hill si era poi immerso con entusiasmo nella vita americana e, due settimane dopo il suo arrivo, sapeva a memoria la Dichiara- zione dei Diritti e la Dichiarazione d'Indipendenza. Aveva da poco compiuto i ventidue anni quando aveva ottenuto la cittadinanza americana definitiva. Prima ancora del suo corpo, massiccio e squadrato, era la testa di Hill ad attirare immediatamente l'attenzione. Perché era la testa di un leone. L'incredibile rassomiglianza cominciava dal taglio obli- quo degli occhi e si faceva ancor piú impressionante quando, in un impeto d'irritazione o di entusiasmo, una cascata di capelli fulvi gli si rovesciava sulle rughe che gli segnavano perennemente la fronte. E, in un certo qual modo, Hill aveva acquisito anche alcuni movimenti leonini. Quando appoggiava le mani su un tavolo o su una scrivania, quelle mani parevano zampe. Quando chinava la testa. per sbirciare un visitatore, la sua persona emanava un'impres- sione di congenita tristezza; quando era sospettoso, o contrariato, sarebbe sembrato perfettamente naturale che rovesciasse la testa indietro e ruggisse. Ma Hill era un leone tranquillo e non ruggiva mai. E la sua unica tristezza era causata dall'esistenza di gente ingrata nel paese che tanto amava, erba maligna in un giardino quasi perfetto. PRESE un foglio con la poderosa mano spruzzata di efelidi e rie- saminò l'elenco degli appuntamenti della giornata. Alle otto e mezzo, il segretario del dipartimento sarebbe venuto a chiedere ulteriori delucidazioni sull'impiego dei civili al posto degli agenti in certi servizi speciali: i membri di un comitato civico si erano convinti dell'utilità di fare operare il dipartimento su basi commerciali. Ma come era possibile creare un'organizzazione di tipo commerciale, se non se ne poteva calcolare, in modo attendi- bile, l'attività? Sarebbero bastati dei disordini, una dimostrazione di protesta, un'imprevista calata in città di un gruppo di teppisti, la visita di un dignitario straniero malvisto da certi ambienti, per- ché il preventivo settimanale di fondi per gli agenti di pattuglia andasse a farsi benedire. Alle nove, Hill avrebbe discusso col capo del Laboratorio Crimi- nale un nuovo metodo per il prelievo delle impronte digitali. Hill pensò: "Se solo riuscissimo a dipanare i grovigli delle menti distorte con la stessa efficacia con cui abbiamo perfezionato i mezzi per vederci chiaro tra i grovigli delle impronte digitali... allora sí che potremmo sperare di ridurre le spese!". Alle nove e mezzo, visita del direttore di una stazione radio lo- cale. Era questione di un programma che elogiava il dipartimento di polizia. Se non altro, come impostazione era insolita. La stampa, in genere, andava in solluchero quando poteva fare il contrario e ingigantiva le piú piccole pecche fino a farne notizie da prima pagina. Nei primi tempi, Hill andava su tutte le furie per quell'ap- parente prevenzione della stampa contro la polizia. Ora, invece, si rendeva conto che la libertà di critica era un segno di sanità morale, nel paese che tanto rispettava. Nonostante questo, però, c'erano ancora delle occasioni in cui moriva dalla voglia di dire: « E va bene. Adesso noi buttiamo i distintivi nell'immondezzaio e ce ne andiamo a spasso per quarantott'ore. Poi vedrete che cosa succede alla vostra città ». Flanner, il sergente "marca-visita", sarebbe arrivato col suo rap- porto sugli agenti che avevano mal di schiena, o che si erano bu- scati una pugnalata, o che erano stati presi a pedate nell'inguine da una prostituta ubriaca o che si erano fatti rompere il naso durante una gazzarra da qualcuno che aveva sentito il dovere di provare il proprio risentimento contro l'autorità costituita. Alle dieci, con Willets, il legale del dipartimento, avrebbe di- scusso del dilagante problema delle "modelle" fotografiche. Qual- siasi fotografo dilettante poteva portare la sua macchina fotografica in uno degli "studi" appositi e ritrarre le modelle in vari stadi di nudità. Arte, affermavano i proprietari. Ma, ormai, i clienti di- menticavano di portare la macchina e le modelle si facevano sempre piú giovani. Secondo la Squadra del Buoncostume, nella faccenda erano coinvolte due ragazze di sedici anni. Alle undici, Martin, della Sezione Sicurezza Interna, con le ul- time notizie sui Black Muslims, la setta di razzisti negri. Hill aveva saputo che alcuni dei loro oratori peroravano un'azione diretta contro i bianchi. Per fortuna, pensò Hill, gli aderenti al loro movi- mento erano ancora pochi. Alle undici e un quarto, una piccola associazione di commer- cianti, irritati per l'aumento dei taccheggi. Il taccheggio era il piú singolare dei reati minori, perché i veri professionisti del genere erano pochi. Il taccheggio era semplice- mente l'espressione della natura umana sopraffatta dalla brama di ottenere qualcosa per niente. Di solito, le persone piú inclini a que- sta debolezza erano delle miti vecchie signore e, purtroppo, nella maggior parte dei casi, vecchie signore munite di un pingue conto in banca e di un marito che lavorava sodo. Quando venivano piz- zicate, la risposta era quasi sempre la stessa: « Ma non avevo nes- suna intenzione di portar via questa roba ! Dev'essere finita in mezzo al resto senza che me ne accorgessi... ». Senza dubbio, prima di mezzogiorno sarebbero arrivati i giorna- listi, per saperne di piú sulla compagnia di danze africane ospite della città. Hill avrebbe imposto alle danzatrici di coprirsi i seni? La controversia forniva ai giornalisti spunto per qualche articolo, ma Hill avrebbe dato chissà cosa perché non fosse finita in grembo alla polizia. Qualunque decisione avesse preso, sarebbe stato criti- cato. Qualche giornale avrebbe pubblicato la solita vignetta raffigu- rante Hill come un leone - questa volta, magari, mentre masticava cupo un reggiseno - e gli articolisti l'avrebbero definito un puritano ignorante che soffocava la grande arte. Ma se faceva altrimenti, gli avrebbe telefonato il sindaco, e il sindaco era eletto dai cittadini, alcuni dei quali consideravano il corpo di ballo lascivo e un "in- sulto alla città". E Hill era stato nominato dal sindaco. Lavorando al fianco del sindaco, Hill aveva reso la città pulita, per quanto possa esserlo una città. Hill si rammaricava che certi altri capi di polizia di sua co- noscenza, fossero diventati corrotti per una sorta di osmosi, come i loro sindaci. Subito prima di colazione, avrebbe ricevuto la rappresentanza di un movimento locale che si denominava Comitato per le Libertà Civiche e che ce l'aveva con la polizia per l'arresto di un suo mem- bro, accusato di essere dedito agli stupefacenti. Il comitato affer- mava che l'individuo in questione veniva perseguitato a causa delle sue idee politiche, dichiaratamente comuniste. E va bene. Ecco qui il suo curriculum, pronto per il comitato. In esso appariva che l'uo- mo era stato arrestato trenta volte, in undici città diverse, come "succhiadroga". Se volevano, i membri del comitato potevano esa- minare le cicatrici che aveva sulle braccia. Poi, la colazione. Hill fece una smorfia, al solo pensiero. Il lavoro da tavolino gli aveva messo addosso quasi cinque chili di troppo, e lui aveva giurato che nel corpo di polizia non dovessero esserci poliziotti grassi. L'epoca dei piedipiatti dal naso paonazzo, il berretto sulla nuca, il ventre cascante sulla cintura e la manaccia tozza affondata nella scatola dei sigari, era finita. Quei poliziotti da comica di Ridolini erano anacronistici quanto i vecchi cellulari irlandesi trainati da cavalli. Hill si domandò come avrebbero fatto, con la loro indolenza, a domare le cinque belve scatenate, i cosiddetti delinquenti minorili che di recente avevano aggredito due famiglie andate a fare me- renda nel parco. Gli aggressori, tutti tra i quindici e i diciotto anni, dopo aver stordito i mariti a colpi di mazze da bese-ball, avevano vio- lentato le mogli. E questo era accaduto nell'America che Hill ama- va, e non serviva a niente sapere che uno dei capi della banda era in libertà vigilata e che l'altro era uscito da un riformatorio di stato in libertà condizionata. A volte, Hill trovava difficile soffocare l'amarezza che provava nel vedere il numero sempre crescente di persone - non criminali di professione - che gettavano fan~o sul suo amato paese. Per i criminali incalliti, avversari scontati della sua battaglia personale, qualche rara volta, Hill ammetteva di provare bene o male un certo rispetto. Ma il conflitto stava mutando: una repellente eruzione aveva ricoperto il volto dell'America. C'era un unico colloquio per il quale Hill non aveva fissato un orario preciso: ne paventava troppo la necessità. In chiesa, quella mattina aveva osservato il suo vecchio amico, l'Ispettore Timothy Hardy, mentre serviva Messa. In genere, lo spettacolo di Hardy, costruito come un blocco di cemento, che si affaccendava pesante- mente attorno all'altare, con la ferma determinazione di essere de- licato, era fonte di spasso segreto per tutti coloro che presenziavano alla Messa speciale per la polizia. Ma, quella mattina, Hill non si era divertito. Era riuscito solo a pensare a quello che finalmente avrebbe dovuto dire a Hardy. Dopo la funzione, Hill aveva incontrato l'amico sui gradini della chiesa, e gli aveva detto semplicemente: « Fa' un salto da me, piú tardi ». E Hardy, chinando il capo con la stessa umiltà di quando era all'altare, si era limitato a rispondere: « Certo ». Era sufficiente. Entrambi erano imbarazzati perché conoscevano la ragione di quel colloquio e si rendevano conto che avrebbe po- tuto distruggere un'amicizia che durava da quando lavoravano insieme. "E come faccio" pensava ora Hill. "Come faccio a dire a un amico che mi è caro come un fratello che è stato silurato? Come faccio a dire a Tim Hardy, il quale sa fin troppo bene che non sempre le pallottole passano fischiando senza colpire, e che non si conficcano giudiziosamente in una spalla, come succede in televi- sione, che non fa piú parte della Sezione Rapine a Mano Armata? Potrei mettere le cose in modo da sistemarlo in un posto in cui lui non corra pericoli e, soprattutto, non ne faccia correre ad altri, semplicemente perché ormai ha perso il controllo dei propri nervi. E lui capirebbe. Inoltre, un lavoro del genere gli spezzerebbe il cuo- re, al mio amico." LE LANCETTE dell'orologio elettrico appeso alla parete segnavano le otto esatte. Hill smise di arrovellarsi su Timothy Hardy, e un sor- riso sottile gli increspò il viso. Chissà, forse un giorno non avrebbe udito bussare, alle otto in punto, alla porta del suo ufficio. Questo avrebbe significato che un cataclisma aveva strappato Deneen, il suo vice, dalla rigidità dell'orario che si era imposto. Deneen era preciso come una macchina, l'antitesi del vecchio poliziotto alla Ridolini. Colto, educato, uno specialista attento e addestrato, che conosceva gli avversari e le loro abitudini. Si udí bussare, e Deneen entrò. La lucida calvizie contribuiva ad accreScere l'aria di perenne preoccupazione del suo viso, ma dai movimenti vigorosi, dalla voce penetrante e dall'espressione di sfida degli occhi intelligenti era chiaro che le sue preoccupazioni non lo tormentavano poi troppo. « Buongiorno, Capo » disse. Il sorriso di Hill si fece ancor piú sottile, per via del deliberato formalismo di Deneen. Deneen non era come Hardy, il quale, al- trettanto deliberatamente, manteneva i loro rapporti su una base il piú possibile amichevole e scherzosa. Molto tempo prima, quando erano ancora semplici agenti, Hill e Deneen avevano prestato servi- zio insieme nelle autopattuglie. Ma dal giorno in cui Hill era stato promosso Capo, Deneen aveva smesso di chiamarlo Colin. Si era congratulato cordialmente con lui, sorridendo, e aveva detto: « Co- lin è morto. Viva il Capo ». E ora niente al mondo l'avrebbe con- vinto a riprendere la vecchia familiarità. Hill non c'era riuscito neanche quando gli aveva timidamente confessato di sentirsi solo. « Tutti i capi si sentono soli » aveva risposto Deneen. « Hai la mia comprensione e il mio rispetto. » Ora Deneen porse a Hill un foglio con la lista delle infrazioni piú gravi compiute dagli awersari nelle ultime ventiquattro ore. ... aggressione aggravata compiuta da un cittadino americano di razza bianca, sui vent'anni, probabilmente al volante di una guida interna Hudson del 1949, verde, numero di targa sconosciuto. Vit- tima: americano di razza bianca, in gravi condizioni per ferite alla testa.. . ... rapina tra la Ventiduesima Strada e Lake Street. Unico indi- ziato indossava giubbotto marrone. Fuggito verso sud, per la Ven- tiduesima Strada. Arresto compiuto dagli Agenti Drinkwater e Cas- sana... ... rapina a mano armata... Federal Hotel. Indiziato: americano di razza bianca, trentotto anni, armato di automatica calibro 45. Arresto compiuto dall'Agente Motociclista Robert McAdams. L'a- gente McAdams operava da solo... ... rapimento e stupro al numero l605 della Dodicesima Strada, perpetrati da Julio Perez, messicano, ventidue anni, che indossava una giacca a vento bianca, e da Antonio Perez, vent'anni, altezza un metro e sessanta, peso sessantotto chili. Gli indiziati sono ac- cusati di aver rapito una minorenne di razza bianca, tale Harriet Rankin, di tredici anni... Automobile corrisponde alla descrizione di quella usata per rapina al distributore avvenuta tra la Diciotte- sima Strada e Diamond Street alle sei e cinquanta p.m.... Hill si fermò all'ultima annotazione. « E questi individui? » Da tempo, ormai, usava il termine "individui", quando parlava degli ingrati d'America. Era un termine anonimo e comodo, che non teneva conto né dei trascorsi, né della razza, né del colore della pelle. Hill non usava mai quel termine per altri scopi, e le sue lab- bra si torcevano per il disgusto, quando lo pronunciava. « I Perez ? Sono di sopra. Stamattina faranno parte della "sfilata" e nel pomeriggio saranno messi a confronto con la vittima. » Dando una rapida scorsa al resto della lista, Hill notò con disap- punto che altri due vecchi erano stati aggrediti e derubati da al- cuni minorenni. In un caso, per niente soddisfatti dei pochi dollari docilmente offerti dal vecchio, i giovinastri avevano usato la vit- tima come ~unching-ball, sbatacchiandolo avanti e indietro a suon di pugni. « Come faremo, a mettere un freno a queste cose? » domandò Hill. « Ce ne sono stati quattro o cinque, di casi del genere, questa settimana. » « Bisogna procurarci dei genitori nuovi » rispose Deneen, con voce piatta. Si alzò. Il resto della lista non comprendeva casi che richiedessero attenzione particolare. I furti di automobili, gli inci- denti stradali e gli incendi, le attività dei pervertiti, delle prostitute e dei manutengoli, il giuoco d'azzardo, le risse, l'ubriachezza e le truffe, le liti familiari e il vandalismo non venivano neanche no- minati, nella lista. Tali inezie erano un sottofondo costante in ogni metropoli. « C'è una faccenda interessante che non appare nella lista, Capo » disse Deneen. « E arrivato un tuo amico, in città. E alloggiato al Brixham Hotel, appartamento Dodici A, a quarantotto dollari il giorno. Ha prenotato l'appartamento per una settimana, ma ha avvisato che potrebbe fermarsi piú a lungo. Il signore in questione si chiama Theo Lasher... » « Bene... Bene... » Hill sapeva di essere arrossito, ma sperava che Deneen non se ne fosse accorto. Theo Lasher, alias Dimitris Laskis, alias Sal Lasso, alias Louis Breckam, alias un'altra sfilza di nomi falsi, tutti iscritti nel suo im- pressionante curriculum... All'epoca in cui Lasher era autentica dinamite, e molto legato alla Mafia, se non completamente "ini- ziato~, il fuorilegge si era creato una reputazione di vero Mister Muscolo, in campo nazionale. Era stato ospite distinto dei peniten- ziari di Sing Sing, di Dannemora, di Folsom e di San Quintino. A Hill parve di veder- selo davanti, per quanto l'avesse incontrato una sola volta. Naturalmente, Lasher abitava in un appartamento di lusso e, a meno che non avesse cambiato abitudini, il suo bagaglio da solo doveva valere una cifra superiore a sei mesi di stipendio di un qualunque ispettore. Theo Lasher era una di quelle rare persone che sono gli energumeni do- tati di cervello. Era real- mente capace di pensare e di calcolare i rischi, e questa era la ragione per cui, già da tempo, aveva smesso di usare personal- mente le armi e i pugni. Ora poteva delegare agli altri incombenze del ge- nere: lui aveva trovato un modo diverso per im- piegare le sue energie, un modo "facile da non crederci", come l'aveva definito lo stesso Lasher, parlando con un procu- ratore distrettuale. Dal giorno in cui aveva sco- perto la triste situazione delle classi lavoratrici e si era preso a cuore, col suo cuore d'acciaio, le loro tribolazioni, Lasher aveva prosperato. Circondato dall'aureola di santità che si era creato quale zelante capo di sindacati, aveva potuto intraprendere impunemente molte altre attività nuove e varie. « E cosí è arrivato, finalmente » disse Hill, sottovoce. « Mi do- mandavo quando si sarebbe deciso. » « Oh, un'altra questione, c'è uno svitato sul ponte » soggiunse Deneen, voltandosi dalla soglia, e usando il termine corrente della polizia per indicare le persone affette da squilibrio mentale. « E in cima a una delle torri. Sul ponte c'è un imbottigliamento. Le macchine sono bloccate fino al confine della contea. Abbiamo mandato una ventina di uomini, che stanno tentando di convin- cerlo a non buttarsi. » « Perché non salgono a prenderlo? » « Hanno deciso di aspettare. E armato di pistola. » L'UOMO guardò in basso dal suo rifugio sospeso nell'aria e rimase soddisfatto. Il sole era una palla incandescente. Che giornata, per lanciare il suo grido di vittoria ! Tra la folla che si era raccolta, subito dopo il suo primo grido di prova, spiccava una rosa di volti bianchi, alzati verso di lui. La maggior parte degli uomini, m bas- so, indossava l'uniforme azzurra e aveva già tentato di fargli cam- biare idea. « Statemi a sentire, voi! » gridò l'uomo, rivolto alle facce. « Non venite a dirmi che cosa devo fare! Scenderò quando ne avrò voglia, e se non vi levate dai piedi, vi piscio addosso. Lasciatemi in pace e basta! Andate via e statevene via! « Statemi a sentire! Pensate che sia pazzo ? I pazzi siete voi. Non la sentite, la pressione ? O siete tutti degli smidollati ? Se laggiú c'è un solo uomo che non sia uno smidollato, che venga su a rag- giungere il sole! Ma non fate scherzi. Ammazzerò chiunque si av- vicini troppo ! » Allungò la rivoltella e l'agitò verso le facce. Poi sputò su quelle stesse facce, finché non ebbe la bocca asciutta. IL TURNO di guardia, alla prigione municipale, cambiava tre volte nelle ventiquattro ore. Farne parte non era considerato una for- tuna, se non altro perché esisteva un segreto terrore, condiviso da tutti gli agenti: la pericolosa faccenda di avere a che fare con una donna ubriaca. Gli uomini ubriachi, anche i piú bellicosi, non rappresentavano un problema, per gli agenti bene addestrati. Anzi, in genere erano come sacchi vuoti, docili, quasi in stato comatoso, e si lasciavano condurre con la bava alla bocca, oltre il cancello verde pastello, nella grande cella comune, conosciuta come la "cisterna". Di so- lito, non reagivano nemmeno allo scatto metallico del cancello che si chiudeva: qui, finalmente, erano liberi dalle interferenze, dal freddo e dal maledetto disagio dei duri marciapiedi che ondeggia- vano sotto i piedi. Solo pochi degli ubriaconi abituali tentavano di ribellarsi, e quando lo facevano e veniva loro somministrata una dose di sedativo, non trovavano alcuna solidarietà nei loro compagni di cella. Le donne ubriache, invece, erano tutt'altra cosa. Nessun trucco di judo sarebbe mai servito a placare un'ubriacona scatenata. Inol- tre, istinto e tradizione sembravano allearsi per togliere ogni forza agli agenti, e impedire loro di mollare alla donna un colpo deciso, sia pure per legittima difesa. Una donna, anche piccola, che stril- lava, imprecava, graffiava, dava ginocchiate, mordeva e scalciava in tutte le direzioni, poteva ridurre la zona davanti alla scrivania del sergente di servizio simile a un mattatoio. Oltre alla "cisterna", che era separata dal resto, la prigione era divisa in due sezioni. Nel raggio reati minori erano rinchiusi i so- spetti di violazioni di poco conto, quali mancato sostentamento dei figli, danneggiamento, percosse alla moglie, resistenza a pubblico ufficiale, usurpazione di titolo, e reati contro il patrimonio, come truffe, frodi e corruzione. I detenuti di questa specie venivano chia- mati "scarafaggi". Qui l'odore di ansia era sempre molto acuto, perché i colpevoli di reati minori erano piú numerosi degli altri. Nel raggio reati gravi, erano rinchiusi i sospetti di delitti violenti. Anche qui, le celle ospitavano da sei a otto uomini e si aprivano su uno stretto corridoio chiamato "il vicolo". Durante la giornata, le porte delle celle venivano lasciate aperte, e gli uomini si raduna- vano nel vicolo, come vicini di casa in strada, per fumare, cammi- nare avanti e indietro, chiacchierare, bighellonare o semplicemente restarsene a fissare gli altri con aria minacciosa, a seconda del loro stato d'animo e delle loro condizioni. Gli uomini restavano nella prigione municipale solo per pochi giorni Poi, il procuratore di cauzione otteneva la libertà provvisoria, oppure veniva fissata l'udienza in tribunale, e l'accusato era trasfe- rito al carcere di contea. I continui arrivi, i trasferimenti, le "sfilate", le convocazioni in tribunale o di fronte al gran giurí, i colloqui con i procuratori di cauzione, rilasci, interrogatori e sedute nello studio fotografico crea- vano un incessante andirivieni, e lo scatto metallico dei cancelli verde pastello, che si aprivano e chiudevano, accompagnava come un accento ritmico il continuo stropiccío di passi. Nel raggio reati gravi, Harry Welsh giocherellava pensosamente col colletto della giacca a vento nera, ascoltando il maggiore dei fratelli Perez. ~ « Che cosa vuoi che me ne importi? » disse Dillon che, dopo es- sere rimasto seduto nella stessa macchina con Rosenburg per otto ore al giorno, una settimana via l'altra, si era convinto che il tempo sarebbe passato piú alla svelta, se Rosenburg avesse capito qual- cosa di base-ball. « Te lo ripeto per l'ennesima volta; non me ne importa un accidente di quello che succederà tra quattrocento anni. » Dillon si tirò il berretto sulla fronte, finché la visiera non ebbe nascosto quasi completamente la sfilata degli studenti. « Dovrebbero mandarci in borghese. Non succederà mai niente, finché ci vedono in divisa. » Rosenburg smise di leggere e osservò i giovinastri. Mentre questi sostenevano spavaldamente il suo sguardo, l'agente lesse nei loro occhi una dichiarazione di guerra e si domandò quale di quei ragazzi avesse inventato l'ultima forma di divertimento dopo-scuola: battuta della zona, soprattutto attorno all'Ospizio, alla ricerca di qualche vecchio. Provocavano la vittima con un: « Salve, nonnino, come va? ». Poi circondavano con aria distratta la loro preda, arrivando perfino, nel caso si trattasse di un invalido, a offrirsi di aiutarlo ad attraver- sare la strada. Quando l'uomo era sufficientemente disorientato, scat- tava il primo pugno, poi un altro e un altro ancora, finché l'uomo non spariva nella mischia. E quando perdeva i sensi a suon di botte, il divertimento finiva, e i giovinastri lasciavano la vittima immersa nel proprio sangue. « Credo di aver individuato uno dei nostri amici » disse Dillon. « Quello grosso, della seconda coppia. Quello con la rossa. La Squadra Minorenni l'ha acciuffato tante volte da averne la nausea. Si chiama Chelsy, ma i suoi compagni l'hanno battezzato Martello. » Rosenburg vide un giovanotto che si distingueva dagli altri solo per via della sua mole. Una mole grottesca, per un ragazzo che do- veva avere meno di diciotto anni. L'andatura strascicata lo portava avanti col minimo spreco d'energie, una fioritura di foruncoli gli circondava la bocca molle, gli occhi erano insonnoliti e inespressivi. Mentre passava, Rosenburg si chinò per vederlo meglio, e per un attimo si domandò se non stesse guardando il volto del domani. Poteva arrivare il giorno in cui uno dei pestaggi di Chelsey avrebbe provocato una morte, e non c'era altro da fare che attendere finché non fosse accaduto. D'IMPROVVISO, si udí uno scatto nella radio, e i due agenti udi- rono la voce familiare della Sezione Comunicazioni: « Rapina tra la Quindicesima Strada e Cypress Street... » Era a soli dieci isolati di distanza ma, pur invertendo immediata- mente il senso di marcia, Rosenburg e Dillon non avevano alcuna speranza di essere i primi ad arrivare sulla scena. Avrebbero pro- ceduto a una velocità superiore di ben poco a quella del resto del traffico, perché far lampeggiare la luce rossa o usare la sirena sa- rebbe servito solo a spaventare il rapinatore, che poteva essere an- cora nelle vicinanze. Perciò ci avrebbero messo tre o quattro minuti, per raggiungere la piccola drogheria sull'angolo. E nel frattempo poteva essere arrivato sulla scena un agente motociclista, o un'altra autopattuglia della loro stessa Stazione. "Non ha senso" pensò Rosenburg, mentre si guardava attorno attentamente per poi passare col semaforo rosso. "Perché, per soli seicento dollari il mese, la maggior parte dei poliziotti ha tanta fretta di farsi sparare addosso?" Tutti i poliziotti avrebbero negato decisamente di provare un simile desiderio, ma spesso le loro azioni sembravano contraddirli. In una rapina, il pericolo maggiore era uno scontro con un'altra autopattuglia che accorreva sulla scena. "Siamo ancora dei bambini" decise Rosenburg. "Giochiamo agli eroi. Cerchiamo di essere all'altezza di un mito creato in parte della tradizione e in parte da noi. Facciamo i grandi salvatori centinaia di volte al giorno, assaporando il nettare della superiorità. E al diavolo il pubblico." Il negozio era già circondato dalla folla, e una macchina della polizia era già ferma accanto al marciapiede. La macchina era della Pattuglia Incidenti Stradali, e Rosenburg pensò amaramente che tanto sarebbe valso che se la fosse presa comoda. Due agenti, che avrebbero dovuto essere a misurare la distanza tra il segno della slittata A e quello della slittata B, assaporavano invece un sorso del nettare dell'eroismo. Rosenburg e Dillon parcheggiarono e si fecero strada tra la folla fino al negozio. Bailey e Teller, della Pattuglia Incidenti Stradali, stavano ascoltando una donna sudata, di sagoma sferica, che alter- nava strilli e gemiti incoerenti. « Come mai ci avete messo tanto ? » domandò Bailey, sogghignando. « Avanti » sospirò Rosenburg « tornate a scopare i vetri rotti. Ce ne incaricheremo noi di questa faccenda, ora. » « Se può consolarti, ti confesso che eravamo all'angolo » disse Bailey, disinvolto. « Da quanto sono riuscito a sapere dalla signora, il nostro tipo era tondo, con la testa piatta, e correva a ritroso. » Divertente, pensò Rosenburg, osservando Bailey e Teller che uscivano. Quel mezzogiorno, nessuno si era beccato una pallottola, ma l'anno precedente lui stesso aveva fatto da bersaglio per ben due volte, senza meritare altro che un encomio. Di tanto in tanto, Rosen- burg si domandava se i poliziotti dovessero proprio morire, prima di essere considerati dei veri eroi. Entrò un agente motociclista. Era tutto un cricchiare di cuoio con un abbagliante elmetto bianco, ed aveva quella particolare andatura spavalda che Rosenburg aveva sempre trovato indisponente. Gli agenti motociclisti percepivano un extra mensile di sessantasei dollari al mese per pestare l'asfalto coi loro stivaloni, sbraitare in mezzo al traffico e atteggiarsi alla Marlon Brando, ma per quanto riguardava Rosenburg, potevano tenerseli, i sessantasei dollari. Solo un pazzo poteva rischiare il collo in sella a una motocicletta sulle strade bagnate, col resto della popolazione al volante di veicoli che superavano di tonnellate il peso del suo. La percentuale degli inci- denti subiti dagli agenti motociclisti era spaventosa, e non esisteva un solo agente che fosse sfuggito ad almeno un ricovero in ospedale. Nei momenti di maggior tolleranza, Rosenburg ammetteva comun- que che gli agenti motociclisti avevano un certo spirito di corpo. « Vediamo un po' » disse Rosenburg, con tono distratto, rivolto all'agente motociclista. « Che cosa vuoi? » Era un'occasione rara. Grazie al fatto che potevano guizzare facilmente tra il traffico, gli agenti motociclisti erano sovente i primi ad arrivare sulla scena di un delitto. « Cercavo la possibilità di fare dello straordinario » rispose l'agente motociclista. « Stavo rientrando alla Stazione. » « La prossima volta, procurati un mezzo piú veloce. » Ora, la rapina e tutto quanto la riguardava spettavano a Rosen- burg e a Dillon, perché avevano avuto luogo nella zona pattugliata dai due agenti. Terminato l'orario di servizio, i due colleghi avrebbero dedicato un'altra oretta alla stesura del rapporto, che poi avrebbero battuto sulla vecchia macchina per scrivere. In seguito, il rapporto sarebbe stato inviato al vecchio edificio, dove sarebbe stato studiato dagli ispettori della Sezione Rapine a Mano Armata, insieme con almeno un'altra decina di rapporti simili, inviati dalle Stazioni peri- feriche, e al cumulo di denunce delle rapine precedenti. Le rapine rendevano bene, se la località veniva scelta con cura e se il rapinatore abbandonava la zona alla svelta. Era praticamente l'unico modo in cui i tossicomani riuscivano a procurarsi i mezzi per soddisfare il loro vizio. « A che ora è stata aggredita, signora ? » Rosenburg tirò fuori penna e taccuino. 250 SELEZIONE DEL LIBRO La donna ansava faticosamente, tra una parola e l'altra. « Poco... prima... di mezzogiorno. >~ « Che tipo era, il rapinatore? » « Be', alto... No, non molto alto... e aveva il cappello. » « Che tipo di cappello? » « Un cappello! Ha preso tutti i soldi che avevo... venti dollari... e si è servito di sigarette! » « Era di razza bianca, negra o gialla? » « Bianca. » « Secondo lei, quanto poteva pesare? » « Be', era magrolino... non troppo magrolino, però... » Mentre l'interrogatorio procedeva, a risposte vaghe e contrad- dittorie, attorno al negozio si riuní altra folla. Alla fine, Rosenburg disse: « Può darsi che vengano due ispettori a farle visita, questo pomeriggio o domani mattina. » Porse il taccuino a Dillon, pregandolo di trasmettere le informazioni via radio alla Sezione Comunica- zioni « Che cosa farete, ora ? » domandò la donna. « Dovete acciuf- farlo. » « La città è grande. Faremo del nostro meglio. » « Come sarebbe a dire? Perché paghiamo le tasse, allora? Ormai quell'uomo sarà a mille miglia da qui! » « Probabilmente ha ragione, signora. La prossima volta, lo guardi meglio. » Rosenburg le fece un piccolo inchino e si diresse verso la porta che dava sulla strada. Studiò la folla. « Qualcuno di voi ha visto allontanarsi una macchina, poco fa? » domandò. Gli rispose un profondo silenzio. Rosenburg raggiunse Dillon sull'auto di pattuglia. Sentí che un uomo diceva, dietro di lui: « Quei poliziotti sono tanto cretini che non riusciranno a prendere niente. Neanche il raffreddore. » "Dov'è finito" pensò l'agente Rosenburg, amaramente "il sa- pore del nettare dell'eroismo?" NON tutti i casi riguardanti i minorenni venivano affidati al Tri- bunale designato specificamente ad occuparsi dei minorenni. I cittadini convinti di essere importanti presentavano spesso i loro problemi direttamente alle piú alte autorità. Fu cosí che, a mezzo- giorno, il sergente Boyd ricevette la telefonata di un uomo che insi- steva per parlare col Capo Hill. Sua figlia, una ragazza di dicias- sette anni, era stata arrestata la sera precedente. « Può anche darsi che mia figlia sia stata coinvolta in qualche in- nocua marachella, ma sa come sono i giovani, e il proprietario di quel bar è un piantagrane. Inoltre, avete commesso un arbitrio, trascinando mia figlia al Tribunale dei Minorenni. » La voce salí di tono, con furia improvvisa. « E per giunta, il poliziotto che l'ha accompagnata se l'è presa comoda, prima di arrivare. Ha deviato fino alla spiaggia, ha fermato la macchina e ha fatto delle proposte inde- centi a mia figlia. Se il Capo non lo sbatte fuori, telefono al Sindaco ! E se non lo sbatte fuori neanche il Sindaco, riunisco un comitato civico ! » Boyd sapeva tutto sulla gazzarra avvenuta nel bar, per quanto gli affari di poca importanza come quello non fossero inclusi nel rap- porto quotidiano. Un gruppetto di ragazzi, tutti residenti in un bel quartiere signorile, avevano rinforzato le loro bibite con alcool puro e quindi avevano deciso di "rimodernare" il locale. Come tutti i poli- ziotti sapevano, nel linguaggio di quel tipo di minorenni "rimoder- nare" significava devastare. I minorenni della storia in questione si erano stancati di ascoltare quei "palloni frenati" dei cantanti del juke-box e avevano cominciato a "palleggiarsi la testa del morto", e cioè a dirne di cotte e di crude sui genitori, finché non ne avevano avuto abbastanza. La serata era stata parecchio "ammosciante" finché a qualcuno non era venuta quella "cannonata" d'idea del "progetto distruzione". Purtroppo, il proprietario del bar era stato molto svelto, tanto che al momento dell'arrivo della prima autopattuglia il rimoderna- mento era appena cominciato: era finita per terra solo una mensola carica di cosmetici. Boyd sospirò, dicendosi che forse tutto sarebbe finito lí, se in quell'autopattuglia non ci fosse stato l'agente Hubbel. Boyd lo consi- derava un prepotente violento munito di distintivo, e da tempo sperava che, un giorno o l'altro, si mettesse in un guaio tanto grosso da mettere Hill nella possibilità di procedere contro di lui. Uno dei ragazzi aveva detto che Hubbel sembrava un babbuino, e secondo Boyd la definizione calzava a pennello. Invece di usare cervello e pazienza, Hubbel aveva usato i pugni. Nel frattempo, si era riunita un'altra ventina di ragazzi a godersi la scena. Era scop- piata una tale gazzarra che c'erano voluti tre agenti motociclisti e quattro autopattuglie per impedire che si mutasse in una rissa su larga scala. Alla fine, i ragazzi piú bellicosi, inclusa la ragazza che aveva preso a pedate Hubbel, erano stati spediti al Tribunale dei Minorenni. « Conosce il nome dell'agente che ha accompagnato sua figlia al Tribunale dei Minorenni? » domandò Boyd. « No. Ma il numero del suo distintivo è il 708I. » « La richiamo tra cinque minuti. » « Ma che siano veramente cinque, non di piú ! E mi fissi un appun- tamento col Capo, nel frattempo, altrimenti vengo lí e sbatto giú la porta. » Dopo aver riattaccato, Boyd consultò le carte topografiche della città, che teneva sotto il cristallo della scrivania, poi controllò l'elenco dei numeri dei distintivi. Al numero 708 I corrispondeva il nome Malone. Conosceva Malone solo superficialmente, ma lo ricordava come un tipo piuttosto timido, reduce dalla Corea. Telefonò alla Stazione di polizia dalla quale dipendeva Malone e domandò il numero dell'autopattuglia che Malone aveva guidato la sera precedente. Poi telefonò alla Sezione Comunicazioni e si fece dare i rapporti particolareggiati delle autopattuglie. Richiamò il padre della ragazza in meno di cinque minuti. « La consiglio di fare altre due chiacchiere con sua figlia. E salita sul- l'autopattuglia numero ventuno alle ore 23 e I 7 di ieri sera. Il conta- chilometri era sul 9202. Sua figlia è stata consegnata al Tribunale dei Minorenni sei minuti piú tardi. Il contachilometri segnava esatta- mente 9207. Ci sono cinque chilometri, dal bar al Tribunale. Ogni volta che una minorenne sale o scende da un'autopattuglia vengono trasmessi alla Centrale il numero dei chilometri e l'ora. » Vi fu un lungo silenzio, dall'altra parte della linea. Poi l'uomo borbottò qualcosa di incomprensibile. Alla fine, disse: « Be'... ve- dremo che cosa c'è sotto ». Boyd udí lo scatto della linea interrotta. "Sotto" pensò Boyd "c'è solo un tentativo di vendetta da parte di una ragazzina convinta che i poliziotti siano tutti dei babbuini grossolani come Hubbel." IN UN appartamento della Dodicesima Strada, a mezzogiorno e mezzo, Harriet Rankin, era seduta in accappatoio al tavolo della cucina. Spalmò un'altra noce di burro di arachidi sulla quarta fetta di pane della mattinata. Non le importava che il burro di arachidi facesse ingrassare; era buono e le calmava i nervi, in quella giornata tanto eccitante. Ora non le restava che aspettare fino alle due, quando i poliziotti sarebbero venuti a prenderla. Con una macchina tutta per lei. Accidenti ! Come una regina. Al telefono, le a~7evano spiegato che non avrebbe dovuto far altro che restarsene seduta in una specie di teatro, guardare alcuni uomini e dire che erano stati loro. Nessuno poteva sperare niente di tanto eccitante. E poi, era cosí piacevole starsene da soli, invece di dover fare colazione a scuola in compagnia di un branco di lattanti idioti. Per giunta, poi, in una normale scuola pubblica. Puah! Be', adesso la musica sarebbe cambiata. Finí il pane e burro e si affrettò verso la sua stanzetta, che si trovava appena fuori della cucina. Aveva male in molti punti del corpo ed era tutta indolenzita, ma, se non altro, il gonfiore all'occhio destro era diminuito. Comunque, il dolore non aveva alcuna im- portanza, se la gente manteneva le promesse. Scelse un abito grigio molto severo, e lo portò nella grande ca- mera da letto dove zia Helga dormiva con zio Carl. L'armadio di Helga aveva uno specchio grande e, a volte, Harriet tornava presto da scuola per mettersi davanti allo specchio e guardarsi. Qra aprí l'accappatoi° per vedere se sulle spalle e sui seni i lividi c'erano ancora. Si osservcil viso: era veramente migliorato. Poi lasciò scivolare l'accappatoi° sul pavimento e rimase ad osservare per parecchi minuti la propria nudità. Si mise in punta di piedi, alzò le braccia sulla testa con un gesto languido e fece una serie di movimenti ondeggianti con le anche. Poi sospirò profondamente. POICHÉ l'appuntamento con Theo Lasher era alle tre, Hill non avrebbe avut° il tempo di fare colazione tranquillamente, perciò sulla sua scrivania erano posati ora un bicchiere di latte, un pani- no al prosciutt° e tutto l'incartamento su Theo Lasher. Hill pensò: "E sbalorditiV° che un uomo possa collezionare tanti reati ed essere ancora a piede libero". Oltre a studiare l'incartamento, Hill avrebbe parlato con Barnegat, il cui cervello sembrava possedere un acido speciale, capace di imprimere indelebilmente nella mente qualunque storia criminale. Hill aveva dimenticato che parte dell'incartamento risaliva agli anni trenta, quando Lasher era semplicemente un "pistolero", un sicario professionista Le sue imprese dell'epoca, per la maggior parte grass3zioni ormai servivano solo da sfondo. Ma, a caUsa di una strana omissione, neppure le notizie piú re- centi erano del tutto soddisfacenti. Nel I958, diceva l'incartamento, Lasher era stato arrestato per sospetto omicidio. Hill ricordava che il cadavere di un certo Harry Bandaneria era stato trovato nel por- tabagagli dell~automobile di Lasher, legato con filo di ferro, i cal- zoni abbassati fino alle caviglie e oltraggiato da irripetibili indegnità. Era una prodezza tipica della Mafia, una sorta di marchio di fab- brica, inteso come insegnamento per tutti gli altri aderenti all'orga- nizzazione. L'ultimo a essere stato visto in compagnia di Harry Bandaneria era Theo Lasher- Ma, a quanto diceva l'incartamento, Lasher era stato rimess° in libertà, due giorni dopo l'arresto, contro una cau- zione di cinquemila dollari. Hill cercò attentamente, ma non riuscí a trovare il risultato definitivo dell'accusa. E cosí, Lasher doveva aver avuto lm alibi a prova di bomba. Ma l'aveva avuto sul serio? Hill avrebbe domandato a Barnegat. Barnegat sapeva tutto. Il nuovo incartamento, che Hill aveva ricevuto dall'ufficio del Procuratore Distrettuale, poteva risultare di maggiore utilità. Il reato era cosí lieve che sembrava ridicolo farlo ricadere sulle spalle robu- ste di Lasher. Comunque, chissà che non fosse sufficiente per cac- ciarlo dalla città. Con l'incartamento, erano stati mandati anche due nastri magnetici. Dopo aver letto i rapporti, Hill mise in moto il registratore e ascoltò una delle tante conversazioni telefoniche tra un uomo e una donna. La ragazza aveva la voce giovane e da persona colta. E veramente atterrita, concluse Hill. Ci fu uno squillo di chiamata, e Hill la udí rispondere. Poi l'uomo disse: «Senti, tesoro, non hai niente da preoccuparti». « Ma io ho paura. Mi sorvegliano, credo. » « E allora? Al massimo, ti licenzieranno. Te lo becchi un fior d'assegno ogni settimana, sí o no? La tipografia certo non ti paga tanto. E noi, se qualcosa va storto, abbiamo cento lavori per siste- marti. » «Abbiamo? E chi siete?» L'uomo scoppiò in una risata roca, poi replicò: « Che te ne importa ? Devi fidarti di noi ». « Be', sai... devo pur sapere per chi lavoro. » « Senti, tu pensa a portare le pagine per l'ora di colazione, come hai sempre fatto. Ti lascio tornare al lavoro nel giro di mezz'ora. » « E va bene... Ma sarà meglio che ci vediamo un po' piú in fondo alla strada. » « Come vuoi, bella. Diciamo davanti al distributore di benzina, sul lato nord. A proposito, come stanno i bambini? » « Bene. Ma tutta questa storia non mi va, sono agitata. » « Lo fai per i bambini, no? Piantala di preoccuparti. E non arri- vare tardi, come l'ultima volta. Abbiamo solo quindici minuti di tempo effettivo, per lavorare. » « D'accordo, ci sarò. » Hill udí lo scatto dei ricevitori e spense il registratore. Sorrise e congiunse le mani poderose. Pensò che Theo Lasher aveva avvocati di grido e un cervello simile a un meraviglioso con- gegno. Se erano abbastanza intelligenti, gli avvocati potevano addi- rittura far passare un'azione equivoca per un'opera benefica. Quel trucco dei numeri telefonici era la dimostrazione perfetta di come lavoravano le menti criminali moderne. Hill capiva, ora, che la sua città era stata scelta insieme a tante altre perché cresceva rapidamente. Circa trecento nuovi abitanti arrivavano ogni giorno nella città e nei suoi dintorni, e una buona percentuale dei nuovi arrivati chiedeva un telefono. I loro nomi e i loro indirizzi restavano presso le compagnie telefoniche finché non potevano essere regolarmente inclusi nella guida che usciva una volta l'anno. La presenza in città di questi nuovi clienti era di grande interesse per le compagnie del latte, per i venditori di mobili, per le lavan- derie e per le ditte di elettrodomestici. Ma la compagnia dei telefoni si rifiutava di rivelare i nomi dei nuovi utenti. L'elenco quotidiano dei nuovi nomi e dei cambi di numero era conservato nella cassa- forte della tipografia, dov'era in preparazione la guida dell'anno successivo. Le lavanderie o le compagnie del latte erano ben disposte a in- vestire trenta dollari per una lista di duecento nomi, ben sapendo che da quei duecento sarebbero saltati fuori almeno dieci nuovi clienti. Hill fece il calcolo dell'impressionante totale. Se la stessa lista poteva essere venduta a dieci lavanderie in varie parti della città, l'incasso cumulativo era di trecento dollari al giorno. Dieci negozi di mobili, altri trecento dollari. Dieci assicuratori, venditori di tap- peti, una dozzina di fornai e almeno due latterie, facevano salire il totale a una ricca cifra che poteva interessare anche Theo Lasher. E se l'impresa funzionava in dieci città contemporaneamente... L'unico problema consisteva nel procurarsi regolarmente l'elenco dei nuovi nomi ma, per un uomo pieno di risorse come Lasher, la cosa presentava ben poche difficoltà. Il primo approccio era stato fatto direttamente con una giovane vedova che lavorava come cor- rettrice di bozze presso la compagnia dei telefoni. Se, durante l'in- tervallo di mezzogiorno, riusciva a portare l'elenco fuori dalla tipo- grafia per una mezz'oretta, sarebbe stata pagata profumatamente. Hill pensò che la vedova era stata intelligente e onesta. Aveva parlato dell'offerta col suo capo ufficio, il quale le aveva consigliato di accettare e aveva avvertito l'ufficio del Procuratore Distrettuale. Per piú di un mese, nonostante i rischi di quel doppio giuoco, la donna aveva "rubato" l'elenco sotto agli occhi vigili dei suoi princi- pali, l'aveva portato fuori nascosto tra i fogli di un giornale e l'aveva consegnato a un certo Toby, che si affrettava a riprodurre l'elenco su una macchina per fotocopie installata in un appartamento della zona. Toby lavorava coi minuti contati ma, fino a quel momento, era sempre riuscito a finire il lavoro prima che scadesse il tempo concesso alla donna per la colazione. Se Lasher era coinvolto nella faccenda, come mai i suoi avvocati erano stati tanto poco accorti? Dovevano pur saperlo, che impos- sessarsi di qualunque cosa alla quale potesse essere attribuito un certo valore, da una lettera d'affari a un francobollo usato, era furto e che si rischiava la galera. Bastava che Lasher avesse avuto mano nella preparazione del progetto per accusarlo di complicità. Era proprio un'ironia, offrire un'esca del genere a un uomo dai trascorsi tanto scottanti, ma Lasher poteva trovarlo duro da inghiottire. Soprattutto ora, si con- vinse Hill, che il suo tempo doveva essere cosí prezioso. ME~TRE stava rimuginando, Hill sentí il gracchio della voce di Barnegat: « Che cosa ti rode, Capo? » Era tipico di Barnegat non informarsi mai della salute altrui, né fare commenti sul tempo. Con quel '`Che cosa ti rode ?" era come se Barnegat volesse mettere l lill alla prova. Se quello che rodeva la mente del Capo non era impor- tante, Barnegat avrebbe potuto borbottare con maggiore soddisfazione. « Theo Lasher è in città » disse Hill, con aria distratta. « Lo so. » "Certo che lo sa" concluse Hill tra sé. "Probabilmente l'ha saputo prima di me." « Nel I958 è stato arrestato perché sospettato d'omi- cidio, vero? » domandò poi. « llarry Bandaneria. Solo che non è stato Harry, a farsi tirare il collo. E ancora vivo e abita a Pine Woods, nel Nevv Jersev. » « Ma un cadavere c'è stato. Di chi era? » « Non si sa. » « Come mai Lasher se l'è cavata? » « Perché Bandaneria è saltato fuori vivo e vegeto da Phoenix. Ci ha pensato Lasher, a scovarlo per conto nostro, per salvarsi la pelle. Comunque, Lasher era spaventato mica male e si è trovato in un bell'impaccio: non riusciva a decidere tra i due mali. Bandaneria vivo o i rischi di un processo. » « Non ci capisco niente. » « Non è poi cosí complicato, se si tiene conto che la cosa è stata tutta organizzata a bella posta. Lasher cominciava a diventare im- portante e i suoi amici della Mafia non vedevano la cosa di buon oc- chio Gli hanno mandato due mani nere, ma lui è stato tanto sciocco da ignorare l'avvertimento. Perciò i suoi amici hanno deciso che erano stanchi di lui e hanno affidato a Harry Bandaneria l'inca- rico di toglierlo di mezzo. 258 SELEZIONE DEL LIBRO « Ma Bandaneria si era appena sposato, e non voleva grane, du- rante la luna di miele. Perciò ha fatto in modo di incontrare Lasher in un bar. Bandaneria è un delinquente di poche parole: ha affron- tato Lasher e gli ha detto che doveva ucciderlo, ma che, se Lasher partiva per Honolulu o per qualche altro posto lontano e se ne stava via per un paio d'anni, lui avrebbe fatto a meno di portare a ter- mine l'incarico. Lasher ha capito di essere nei guai e ha promesso di partire. Solo che non ha tagliato la corda subito. Per questo la Mafia se la prese con tutti e due, e d'improwiso Bandaneria sparí. In seguito, abbiamo scoperto che l'unica ragione per la quale gli è stato detto di fare il morto, invece di farlo fuori, è che la sua spo- sina aveva conoscenze molto in alto. Poi, la Mafia ha organizzato le cose in modo da incastrare Lasher, inclusa un'informazione anonima diretta a noi, secondo la quale Lasher era stato l'ultimo a essere visto in compagnia di Bandaneria. » Barnegat s'interruppe, battendo le palpebre come un gufo davanti a una luce improvvisa, e per un attimo Hill si risentí, quasi, per il suo atteggiamento paternalistico. « Non ricordo quanto tempo è passato tra l'incontro di Bandaneria con Lasher nel bar e il mo- mento in cui ha avuto luogo il fatto piú importante. Dapprima, la Mafia ha inventato una storia che riempisse tutte le ore che Lasher passava in giro, con uno o piú dei suoi ragazzi pronti a giurare che Lasher era un bugiardo, qualunque alibi avesse prodotto. Poi ha trovato un povero barbone che neppure il coroner è riuscito a identi- ficare, gli ha fatto la festa e l'ha ficcato nella macchina di Lasher. « Ma Lasher era piú intelligente di quelli della Mafia, e disperato. Ha sparso la voce tra quelli che conosceva e, alla fin fine, ha scovato Bandaneria. Non puoi essere impiccato per un delitto che non hai commesso. « Una cosa è certa, comunque. Lasher non avrà più paura di nes- suno come ha avuto paura di Harry Bandaneria. Secondo me, gli è venuto una specie di complesso. Ho sentito dire che non prende gli aerei che sorvolano il New Jersey, né tantomeno attraversa quello Stato in macchina. Si è messo in testa che, un giorno o l'altro, Ban- daneria lo acciuffi in un momento in cui non è preparato. E non è detto che non finisca cosí. In questo caso, il grande Lasher sarà ridotto a un colabrodo. » Barnegat si tolse gli occhiali e li ficcò in una custodia antiquata che richiuse con uno scatto secco e metallico. Ora aveva meno l'aria del pastore presbiteriano e piú quella del poliziotto. « Vuoi sapere altro ? » ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 259 « Quando avete intenzione di tirare le fila di questa storia delle guide telefoniche? » domandò Hill. « La prossima settimana, forse. La ragazza sta facendo un buon lavoro, ma fino a questo momento non siamo in grado di arrivare ai capi. Possiamo pizzicare i galoppini in qualunque momento, ma quelli non contano niente. Il tipo che parlava al telefono, Toby, è un ex allibratore abbastanza intelligente per usare i telefoni pubblici e per tenersi lontano dai suoi capi. Nel frattempo, quegli stessi capi si arrlcchiscono. » « Non ti è venuto in mente che potrebbe essercene solo uno, di capo? Theo Lasher? » Barnegat meditò su quella possibilità. « Certo che non è venuto in città solo perché gli piace il clima. » « Forse non avrete bisogno di tirare le vostre fila » disse Hill. « Chissà che l'intero caso non venga risolto oggi stesso. Questo pome- riggio avrò un incontro con Lasher. Se riesco a coinvolgerlo in questa storia delle guide telefoniche, non è detto che non si spaventi al punto di lasciare la città. Ma nessuno dei suoi galoppini oserà "can- tare." Come faccio a sapere che Lasher è, come minimo, al corrente della faccenda ? » « Dagli corda » rispose Barnegat. « Ungilo, confermando la sua convinzione secondo la quale non esistono poliziotti onesti. Digli che vuoi una fetta della torta, altrimenti gli mandi a monte tutta l'opera- zione. Se ha le mani in pasta, starà al giuoco. Se non le ha, non può. » « A che punto ci troveremmo, allora? » « A nessun punto, se Lasher è pulito. Ma se non lo è e se riesci a registrare la conversazione, è fritto. » « Non so come ringraziarti » disse Hill acido. « Non mi resta che chiedere al nostro uomo di accomodarsi al microfono. » Uscito Barnegat, Hill pensò di non aver fatto progressi: non era certo consolante rendersi conto che, se Theo Lasher decideva di non lasciare la città, c'erano ben pochi appigli legali per costringerlo a farlo. Forse, quella sera, Lasher si sarebbe fatto semplicemente due risate. A meno che... pensò Hill. A meno che... Hill allungò la mano verso l'interruttore dell'interfono e ordinò al sergente Boyd di andare immediatamente all'ufficio identificazioni e di pescare tutte le fotografie di Harry Bandaneria che riusciva a trovare. « L'ispettore Hardy aspetta di essere ricevuto » annunciò Boyd. Hill esitò. Non avrebbe potuto scegliere un momento migliore, Tim Hardy? Poi ricordò l'espressione degli occhi di Hardy l'ultima volta che l'aveva visto, e disse a Boyd di farlo entrare. L'espressione sconfitta c'era ancora, in quegli occhi, quando Hardy oltrepassò la soglia. "Ha cambiato perfino modo di muoversi" pensò Hill. "Il mio amico è diventato di colpo vecchio." « Devi aver molto da fare, Colin » disse Hardy. « Potrei tornare piú tardi. » « Non ho mai troppo da fare, per te » rispose l lill, disgustato per la frase trita e il modo in cui l'aveva detta. Ai vecchi tempi, avrebbe detto: "Sí, ne ho fino alla cima dei capelli. Levati dai piedi e torna in un momento migliore". Ma sapeva che adesso ogni minuto era un'eternità, per il suo vecchio amico. Quel viso depresso e quelle spalle cadenti non erano da Tim Hardy. Bisognava fare qualcosa. E subito. « Be' ? » domandò Hardy. « La cosa di cui volevi parlarmi dev'es- sere piuttosto seria. » « Sí... o forse no. Sono certo che le nostre preoccupazioni sono solo passeggiere, Tim, ma devo prenderle di petto. A quanto pare... A quanto pare, hai bisogno di riposo » disse Hill, con voce esitante. « Hai lavorato troppo... o qualcosa del genere. » Gli occhi di Hardy lampeggiarono. « Colin, stai tentando di dirmi che ho perso le qualità necessarie? Tra pochi minuti starò benis- simo Lo ammetto, l'ultimo paio di sortite mi ha scosso un po' i nervl, ma ne verrò fuori. » « Certo. Per il momento, però, non sei nella Sezione piú adatta. Non voglio che ti succeda qualcosa, e... » « Ma sono sei anni che lavoro alla Sezione Rapine a Mano Ar- mata! La Sezione è un po' una mia creatura, e tu lo sai. » « Forse è proprio per questo. Forse ti sei fossilizzato e hai bisogno di cambiare ambiente. Ho sentito che hanno bisogno di lm tipo in gamba, alle autopattuglie. E un lavoro da tavolino, d'accordo, ma se non altro potrai stare all'asciutto, e dormire la notte. » Hardy sembrava distrutto. Scosse il capo, incerto. « Ma non sono un poliziotto di questo genere. Non puoi farmi una cosa simile, Colin. » « Andiamo, Tim. Sarebbe un lavoro da poliziotto come qualunque altro. importante quanto farsi sparare addosso da qualche fara- butto... ancor piú importante, in questi giorni. » « Non m'interessa. » « Allora che ne diresti di prenderti una licenza ? Anzi, chia- miamola vacanza. » « Colin, perché non parli chiaro? Tu pensi che ho fifa. » Tra loro calò il silenzio. Hill guardò l'amico e per un momento odiò il proprio lavoro. Disse: « Lo sai meglio di me che i poliziotti della tua Sezione non possono prendersi il lusso di essere nervosi. Che cosa proveresti, se ti capitasse di essere un po' troppo lento al momento sbagliato, e accadesse qualcosa al tuo collega? ». Hi;l tirò fuori una grande busta dal cassetto centrale della scrivania. Ne tolse quattro bersagli: erano crivellati di fori, ma non una delle pallottole aveva colpito i cerchi neri. Hill posò i bersagli davanti ad Hardy. « Sono tuoi, Tim. Li hai usati sul campo di tiro la scorsa setti- mana. Che razza di risultato è, da parte di un uomo che in genere vince qualunque gara? » « E stata una cattiva giornata. » « Certo. Ma nel posto che occupi oggi non puoi permetterti cattive giornate. E in questi casi, che la gente resta ferita. E lo sai. » Di nuovo, tra loro calò il silenzio. Hill sentiva il respiro pesante di Hardy, e parve quasi che la sua mole massiccia si rimpicciolisse. « Mi prenderò una licenza, Colin. Non so come la userò. Forse farò un viaggio... anche se viaggiare non mi è mai piaciuto molto. » Quando fu alla porta, si spinse il cappello sulla nuca, e rimase per un momento a far tintinnare gli spiccioli che aveva in tasca. Hill si accorse che l'amico faceva un grande sforzo per cercare di sor- ridere . « Be' » disse Hardy. « Ci vedremo... » Poi se ne andò, e Hill rimase come un leone stanco nella desolazione della sua gabbia. IL MEZZOGIORNO trascorse tranquillo in tutta la città, anche se, al- la mezza, un'autopattuglia della Stazione Sud e due agenti moto- ciclisti stentavano a far riprendere il traffico dopo uno scontro sulla East Freeway. Non fu facile, perché gli altri guidatori insistevano nel voler rallentare per osservare le due macchine fracassate e fu- manti, e i tre corpi. Inoltre, era pericoloso perché i guidatori non guardavano dove andavano, ansiosi com'erano di non perdere un solo particolare della scena. Prima che scoccasse l'una, in varie parti della città ebbero luogo altri sette incidenti stradali. La polizia fece da arbitro, mentre le persone coinvolte si accusavano l'un l'altra di essere vergognosa- mente in colpa. In quell'ora, furono elevate trentasette multe per divieto di sosta, cinque per eccesso di velocità e una per guida pericolosa; venne sot- toposto all'esame dello "sbronzometro" un guidatore che affermava di non aver bevuto una sola goccia d'alcool, per quanto avesse preso un marciapiede affollato per una strada statale. Ci fu una sola rissa, al Ginger's Bar, dove la giornata non era mai completa senza qualche lite. L'agente di pattuglia che calmò le acque, rimase contrariato perché g]i sarebbe costato un dollaro e mezzo far togliere dalla giacca azzurra dell'uniforme le macchie del suo stesso sangue. Non venne arrestato nessuno. I,e persone coin- volte, compreso l'agente, erano tutte di origine irlandese, e perciò certe cose le capivano. Si smarrirono due bambini che tornavano a casa da scuola; furono ritrovati e consegnati in lacrime alle madri, anch'esse in lacrime. Ebbe luogo una lite familiare nella dimora degli Spinoza, tra la Quattordicesima Strada e Grand Avenue. I danni al mobilio furono ingenti, e il televisore che aveva dato luogo alla lite venne scara- ventato fuori dalla finestra. Ma il signor Spinoza, il quale si era opposto a che il televisore venisse acceso, non rimase ferito grave- mente, cosí come non rimasero ferite la sua baffuta moglie, che pian- geva perché non poteva vedere il programma preferito, né la cognata Rosa, alla quale era venuta l'idea di scaraventare l'apparecchio fuori della finestra. Perciò, dopo un ammonimento alla calma che, come il solito, fu ignorato, la polizia se ne andò. FINITO di mangiare, Theo Lasher ruttò fragorosamente e scoprí di non essere ancora soddisfatto. Ordinò perciò una seconda por- zione di torta gelata, che quando arrivò al suo appartamento era già mezza sciolta. Lasher l'assaggiò appena, ma quella forma di astinenza risvegliò in lui nuovi appetiti. Telefonò al barbiere del- l'albergo e chiese di mandargli una manicure. Lo spettacolo di una manicure al lavoro sulle sue unghie, gli serviva da sedativo. Chissà perché, le uniformi bianche di quelle ragazze lo attraevano. E poi, si dava talvolta il caso fortunato che, per una mancia extra, le ra- gazze sapessero essere comprensive. Ma quando la manicure arrivò, Lasher non riuscí a cavarle altro che una noiosa panoramica sul tempo. "Se voglio un rapporto meteo- rologico, telefono all'aeroporto" pensò Lasher. Osservò, con cre- scente disappunto, mentre lei gli curava le unghie automaticamente, gliele limava automaticamente e quindi si ficcava nella tasca del- l'uniforme bianca i venti dollari che lui le aveva dato, sempre auto- maticamente. Mentre lei riponeva i ferri del mestiere in una valigetta, Lasher allungò la mano per pizzicarle le cosce, ma lei si girò di scatto e si diresse alla porta. Lasher l'afferrò prima che raggiungesse l'uscita, e le sollevò il viso per baciarla. Vedendo il suo disgusto, alzò la mano come se volesse schiaffeggiarla. Poi domandò: « Da quando in qua una manicure pura e semplice costa venti dollari ? ». Lei non rispose, ma nei suoi occhi c'era solo di- sprezzo. Lasher abbassò il braccio, le dette uno spintone facendola bar- collare nel corridoio e sbatté l'uscio. Ora non gli restava che aspettare quel tonto di capo della polizia dalla mentalità da giovane esploratore che, di de- naro, poteva costargliene molto di piú. f A poco a poco, mentre dimenticava la manicure, i suoi pensieri scivolarono verso questioni piú inte- ressanti. Qui c'era una città che sembrava non aspettare altro che l'at- tenzione di un esperto. LOWRY era sull'ingresso dei Grandi Magazzini Miller, all'incro- cio piú affollato della città, e osservava il movimento di quel mez- zogiorno. Calcolò che in meno di un'ora dovevano essere apparse nel suo campo visivo qualcosa come cinquemila facce. Intuiva, piú che vederli, gli operai, gli acquirenti e i commessi. Ma lui cercava solo i "fuori-ordinanza". "Fuori-ordinanza" era il termine piú importante, nel linguaggio della polizia. Nessuno sapeva con esattezza come fosse nato, ma ser- viva per indicare un insieme di fatti, sensazioni e istinto altrimenti indefinibile. "Fuori-ordinanza" era qualunque individuo che, per una ragione o per l'altra, fosse nei guai, avesse creato dei guai o fosse sul punto di crearne. Un uomo in berretto di pelle e camicia sporca in una gioielleria di lusso, o un tipo in abito da sera che si attardava davanti a una sala di scommesse, creavano una situazione "fuori-ordinanza". Un ragazzino su un vecchio macinino era nor- male, ma se era al volante di una Cadillac guida-interna diventava un "fuori-ordinanza" potenziale. Col tempo, tutti gli ispettori svilup- pavano un sesto senso che li metteva in grado di distinguere i "fuori- ordinanza". Ora Lowry mise a fuoco lo sguardo sulla fermata del- l'autobus, dall'altra parte della strada. A volte, dall'autobus scen- deva qualche "para-urti". In genere, un uomo e una donna che lavoravano in coppia, salivano sugli autobus affollati dalle due estre- mità opposte e si facevano strada lungo il corridoio, diretti uno verso l'altra, urtando i passeggeri e profondendosi in scuse. S'incontravano a metà strada, il portafoglio "soffiato" dall'uomo cambiava mano, e i due scendevano dall'autobus alle estremità opposte. Anche se il furto veniva scoperto, l'attenzione si concentrava sull'uomo, che era ormai a mani vuote. Lowry cercava anche i "para-urti" stradali che, per la maggior parte, lavoravano da soli. I "para-urti" stradali portavano una mezza pinta di whisky e si sciacquavano la bocca a intervalli regolari. Si facevano la barba di rado e si macchiavano le dita di iodio. Aspettavano il tipo adatto, gli barcollavano addosso e cominciavano a tastarlo, espansivi ed affettuosi. Prima che la vittima, disgustata, avesse trovato il modo di sfug- gire, era stata alleggerita del portafoglio. 264 ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 265 Lowry cercava soprattutto uomini e donne con un soprabito sul braccio in una giornata cosí bella. Quell'innocuo indumento era un ferro del mestiere, per i borsaioli di professione. Se appoggiato con aria noncurante sul banco di un negozio, si tramutava in uno stru- mento di svariata utilità per l'asportazione degli oggetti piú disparati. L'abilità stava nel distinguere un borsaiolo potenziale da una per- sona che portava semplicemente un soprabito sul braccio. La chiave dell'enigma sta nel riconoscere a fiuto i "fuori-ordinanza". Quando scopriva di essere stato tratto in inganno da uno dei suoi avversari, Lowry ci rimuginava sopra per giorni e giorni. FINITI gli spaghetìi e il caffè della colazione, Henry Welsh gettò il piatto e la tazza di metallo sul carrello che veniva spinto lungo la fila di celle da un detenuto di fiducia, e decise di cercare i fratelli Perez. Ora che avevano sentito i suoi trascorsi, forse gli avrebbero dato una sigaretta senza tanti consigli. Li trovò in fondo al raggio, seduti a fianco a fianco sul pavimento di cemento; Welsh si accorse subito che il loro atteggiamento nei suoi confronti era cambiato. « Salve, amico » disse Julio. « Certo che puoi averla, una siga- retta. Perché non ce l'hai detto, stamattina, che eri un esperto di casseforti ? » Welsh permise a Julio di accendergli la sigaretta e lo degnò di un sorriso tollerante. « Non puoi sapere chi ti mettono vicino, qui dentro » rispose. « I curiosi mi infastidiscono. Ma tu e tuo fratello siete a posto. » S'interruppe. « Avete avuto una serataccia. » « Non ha funzionato come pensavamo » disse Antonio, fissandosi cupamente le scarpe. « Tentano di accollarci anche la ragazza, ma noi non c'entriamo. » Studiò Welsh per un momenío. « Per quanto tempo pensi di restare dentro? » domandò rispettosamente. Welsh cominciava a provare simpatia per il ragazzo. « Dipende, se riesco a tirarmi fuori dal gregge. L'ultima volta è stato facile, per- ché sono un buon idraulico. Avevo la manutenzione delle tubature e degli scarichi di tutta la prigione. Quando si fa un lavoro del genere, s'incontra un sacco di gente, in giro per una galera, e questa gente può vedere come ti sei riabilitato. Perciò, stavolta mi farò dai due ai cinque anni. Dipende. » « Piacerebbe anche a me essere esperto di casseforti » disse Julio, 266 SELEZIOJVE DEL LIBRO « ma non saprei da che parte cominciare. E tu sicuramente lo sai. » Welsh scoppiò in una risata. La conversazione era di suo gusto. La sigaretta che stringeva tra le labbra ballonzolava su e giú ritmi- camente, a ogni parola. « Bisogna saperci fare con le mani » co- minciò « e usare il cervello. Quel che conta è il tempo, contano addi- rittura i secondi. Certi tipi se la prendono comoda e si rimpinzano di cibo e di birra solo perché sono lí, gratis. Ma li beccano subito. Bisogna muoversi alla svelta, in questo mestiere. Mi sono fatto tre "scatole di sardine" in una settimana, e tutte con dentro piú di duemila svanziche. Non ho mai incassato meno di mille svanziche alla settimana. A volte anche duemila. Dipende dalla voglia di lavorare che ho. Già, dipende... » Vi fu un silenzio breve ma denso di significato, poi Welsh conti- nuò: « Prima di tutto, naturalmente, bisogna arrivare alla cassaforte, e non è sempre facile. Poi, se esiste un sistema d'allarme, bisogna portarsi dietro delle pinze coperte di isolante ed essere estremamente prudenti. Sono anni, ormai, che ho smesso di lavorare coi detona- tori. Appioppano dai dieci ai quarant'anni, ora, per lavori del genere. Se intorno non ci sono finestre, il metodo migliore è quello della fiamma ossidrica. Prima, però, bisogna praticare dei fori nella cassa- forte e versarci dentro dell'acqua, perché i quattrini bruciati non hanno corso da nessuna parte. Ma la fiamma ossidrica costringe a trascinarsi dietro un sacco di ferri, perciò, in genere, io lavoro con un perforatore di nove millimetri, passando magari a uno di un centimetro e ventisette, e... » I Perez ascoltavano, affascinati. NELL ACCOGLIENTE appartamento, ricordò un particolare molto per- sonale su Thelma. "Quando eravamo solo buone amiche" pensò "prima che tu mettessi le grinfie su Otto, mi hai svelato un piccolo segreto. Hai detto che il modo migliore per mantenere giovane il corpo è di restare a mollo in una vasca di acqua molto calda con l'aggiunta di sali da bagno per almeno trenta minuti tutte le sere. Ecco perché ogni giorno, dall'ufficio, te ne andavi cosí regolarmente a casa e facevi un lungo bagno: volevi stirarti le rughe." Thelma, quella vecchia grassona tinta e stupida, parlava troppo. ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 2 67 C'era davvero il posto ideale per una conversazione riservata. Cal- colando per bene gli orari, la conversazione poteva aver luogo nella sua stanza da bagno. Nel pomeriggio AL CANCELLO del raggio reati gravi, un carceriere e Rafferty aspettavano i fratelli Perez. I due uscirono lentamente, molleggiandosi sui talloni e facendo condiscendenti cenni di saluto agli altri detenuti dello stesso raggio. « Che succede? » domandò Julio a Rafferty. « Prenderete parte a una sfilata di identificazione. E per il vostro bene, se siete innocenti come dite. Sarete in sei, tutti in fila. Nel raggio reati minori ho trovato tre tipi che vi assomigliano parecchio, o che, comunque, hanno la vostra stessa corporatura e la vostra età. Poi ho avuto la fortuna di scovare un poliziotto filippino che è qui per certi studi e che si è offerto di buon grado. Vi metterete in fila e sarete numerati dall'uno al sei. In sala, ci sarà l'uomo che vi ha visti in macchina mentre ve ne andavate dal distributore. Ci sarà anche la ragazza. Dovranno identificarvi per mezzo dei numeri, perché non sanno altro. Su sei, devono sceglierne due. Da parte nostra, raccomandiamo sempre che siano sicuri di quello che fanno, prima di scrivere i numeri. Siate furbi e non mettetevi vicini. Siete troppo simili, l'uno accanto all'altro. » Nell'uditorio buio, Moore porgeva i foglietti e le matite a Harriet Rankin e a un ometto nervoso, certo Leon Booth, che era arrivato al distributore di benzina giusto in tempo per vedere i due fratelli Perez che si allontanavano in macchina. Aveva affermato di aver potuto dare solo un'occhiata alle loro facce, ma secondo lui l'occhiata era stata sufficiente. « Gli uomini saranno numerati dall'uno al sei » spiegò Moore, indi- cando il palcoscenico ancora deserto. « Se potete, scrivete due numeri, ma cercate di essere certi di quello che fate. Se non siete sicuri del fatto vostro, non scrivere niente. Intesi? » Leon Booth fece un cenno d'assenso. Harriet esalò un "sí" timido e susurrato, che Moore trovò stranamente imbarazzante. Era sicuro 268 SELEZIO.1VE DEL LIBRO che la ragazza avesse imitato una diva del cinema. E poi, d'im- prowiso, mentre Rafferty entrava dalla porta dell'uditorio, Moore ebbe una sensazione. Una sensazione senza alcun fondamento, as- surda. D'altra parte, però, anche la piccola Harriet Rankin era altrettanto assurda. Moore andò alla porta del palcoscenico, bussò e attese che il carceriere aprisse. Julio Perez era il secondo della fila di sei uomini. Guardò con occhi carichi di sfida Moore, che lo ignorò deliberata- mente. « Salite sul palcoscenico, ragazzi, con la faccia rivolta verso di me. Non parlate tra voi, per favore. » Moore vide che Rafferty aveva fatto un buon lavoro. Gli uomini erano tutti abbastanza simili, sia per età sia per corporatura. Moore si portò nella corsia tra le poltrone dell'uditorio e si fermò accanto a Leon Booth. « E inutile farli camminare, dato che lei non li ha visti muoversi. » « Sono sicuro di uno, ma non altrettanto dell'altro. Può farli voltare di fianco? Li ho visti da una prospettiva diversa, e, natural- mente, anche in una luce diversa. » Moore si girò verso il palcoscenico e ordinò agli uomini di girarsi sulla destra. Quando abbassò lo sguardo, Booth aveva già scritto dei numeri, sul foglietto: il due e il sei. I fratelli Perez. « Ne è sicuro, signor Booth ? » « Sicurissimo. » « Grazie. » Moore prese il foglietto e si spostò lungo la corsia, .orcA ~T~rr;~t l IIArT~rr iet? » Vide che anche lei aveva già scritto due numeri e che ora le sue labbra carnose lambi- vano la punta della matita. La ragazza era complet;3mente a suo agio, quando porse il biglietto a Moore. Moore ci diede un'occhiata: due e sei. « Sono questi gli uomini che ti hanno picchiata e violentata? Il numero due e il numero sei? » « Sí. » Moore esitò. Avrebbe dovuto chiamare il fotografo che avrebbe ritratto il gruppetto ufficialmente, ma si sentiva ancora stranamente insoddisfatto. « Harriet » disse, scegliendo le parole « mi sembra inutile ripeterti che questa è una faccenda molto seria... » « Infatti è inutile che me lo ripeta » disse lei, con voce piatta. Ce l'ha con me, pensò Moore. Perché ? E perché io sono cosí irrequieto? « Harriet, senza dubbio ti rendi conto che in caso tu avessi commesso un errore, due uomini subirebbero una grossa in- ORE DEL BENE, ORE DEL MALF giustizia. Può darsi che debbano passare la migliore parte della loro vita in galera. » « Li conosco. Uno è Julio e l'altro è Antonio. Mi hanno detto come si chiamano. » « Te l'hanno detto prima o dopo averti picchiata? » « Prima. » Moore spinse col pollice il suo grosso naso da una parte e dall'al- tra, come se quel gesto avesse potuto dissolvere i suoi dubbi. Non c'era stato forse un attimo di esitazione, prima che Harriet rispon- desse? Non c'era forse stato un lampo d'incertezza, in quegli occhi infantili cosí innocenti e cosí astuti nello stesso tempo? Si voltò per allontanarsi lungo la corsia. LASCIATO l'auditorio, Moore andò direttamente nel suo ufficio. Il pensiero di Harriet e dei fratelli Perez risvegliò in lui il solito ram- marico per il fatto che era impossibile che gli ispettori incaricati di un caso arrivassero per primi sulla scena. Doveva lavorare su un rapporto redatto piuttosto male da un certo agente Slattery. Slat- tery era accorso in seguito a una telefonata anonima che denunciava la presenza di una ragazza in lacrime all'angolo della Dodicesima Strada e Lisbon Street, e aveva trovato Harriet in singhiozzi, inca- pace di esprimersi in modo coerente. Erano le nove e venti di sera. Slattery aveva portato la ragazza al Pronto Soccorso dove, per circa un'ora, Harriet si era rifiutata di declinare le proprie generalità. Alla fine, però, si era decisa, e aveva raccontato al medico di guardia una storia confusa, secondo la quale era stata malmenata e violentata. Slattery non aveva assistito al racconto, e il medico non aveva potuto che confermare lo stato di isterismo della ragazza e le evidenti con- tusioni. Finalmente, alle undici, la ragazza si era decisa a dare il proprio indirizzo. Slattery l'aveva accompagnata a casa e aveva cercato di ottenere il consenso per sottoporla a una visita medica completa. Ma lo zio di Harriet, dopo aver parlato in privato con la ragazza, si era rifiutato di accordare il consenso e aveva detto che Harriet gli aveva raccontato tutta la storia. Aveva fornito una descrizione approssimativa dei giovinastri accusati dalla nipote e aveva affermato che erano a bordo di una vecchia Plymouth berlina. La mancanza di un referto medico rendeva le cose piú difficili, per Moore. In un certo senso, i conti non tornavano. Moore ripensò al modo guardingo con cui Celia aveva parlato della famiglia di Harriet. D'accordo, lo zio lavorava, ma non avrebbe potuto comun- que chiedere un pomeriggio di permesso per accompagnare la nipote al confronto, invece di mandarla sola? Oppure, non sarebbe potuta venire almeno la zia? Per giunta, la polizia aveva solo la parola di Harriet, riguardo al fatto che la ra,gazza aveva tredici anni. Il telefono di Moore squillò. Era Matthews, del Laboratorio Cri- minale. Matthews comunicò di non aver trovato niente d'impor- tante, sugli indumenti dei fratelli Perez, a parte qualche capello di una giovane donna bionda sulla giacca di Antonio. Se Moore era in grado di fornire un capello della vittima, si poteva fare un passo avanti per un'identificazione piú sicura. « Non ha importanza » disse Moore. « I Perez hanno già am- messo di essersela spassata un po' con la ragazza. Per il momento, c'è un particolare che m'interessa maggiormente. Esamina con at- tenzione le scarpe e fammi sapere se portano tracce di fango, di pol- vere o di erba che possano provenire da una località disabitata. » « Già fatto. Non ho trovato niente di strano. » Moore posò il ricevitore e rimase a lungo a succhiare il sigaro. Ripensò a tutto quello che avevano detto i fratelli Perez e ripensò a Harriet, seduta tranquillamente nell'auditorio buio, che identi- ficava indiziati come se non facesse altro dalla mattina alla sera. Ripensò a Slattery, che doveva essere il poliziotto piú imbecille che si fosse arruolato nella polizia in quegli ultimi anni, e alla fine si do- mandò se doveva prendersi la briga di approfondire le indagini, dato che i fratelli Perez sarebbero comunque finiti al fresco. Lasciò la scrivania, andò al distributore d'acqua e girò piú volte il rubinetto senza rendersi conto di quello che faceva. Odiava la confusione che l'affliggeva in quel momento. In genere, la sua mente funzionava come un orologio. Provò di nuovo quella sensazione, senza fondamento ma insistente, che lo costringeva a chiedersi da che parte doveva schierarsi. CELIA Krank si allontanò molto lentamente dal vecchio edificio. Le mani non avevano smesso di tremarle e, guardandole, vide che le punte delle dita portavano ancora le macchie nere del cuscinetto per il prelievo delle impronte digitali. Era certa che tutti, nella città, guardassero lei, e osava sollevare gli occhi solo di tanto in tanto, per cercare Maurice. Maurice l'aspettava sicuramente, doveva aspet- tarla, alla quarta panchina del parco... là dove si erano sempre in- contrati. Ma quando arrivò alla panchina, la trovò deserta. - Si sforzò di essere ragionevole. Certo, impaziente com'era, Mau- rice era senza dubbio venuto e se ne era andato. Ma sarebbe tornato, se lei avesse atteso. E per Maurice, unico amore della sua vita, era disposta ad attendere per sempre. Aspettò due ore, cercando di non pensare a quello che era acca- duto. Era soddisfatta, perché era qualcosa che faceva per Maurice. Sl TRATTAVA di un evidente caso di bigamia, eppure il Giudice Brownell non riusciva a trovare traccia d'inganno, di calunnia o di rivalsa. Perle di verità pura zampillavano dalle tre persone coinvolte nella storia, e Brownell, d'improvviso e senza alcuna vergogna, si sorprese ad amare i suoi simili. Il marito, un ometto stempiato e corpulento, faceva il macellaio. E lo faceva molto bene, dissero in coro le due mogli, con reciproco orgoglio. Di cognome si chiamava Brodney. La prima moglie lo chiamava Wavne, nome che la seconda aveva elaborato in Wayno. La prima moglie, Esther, era paffuta, ma il suo viso aveva ugual- mente una certa bellezza gioviale. Disse: «Be', senta, non ho mai avuto di che largheggiare, nella mia vita. Prima che Wayne mi spo- sasse, lavoravo in una Compagnia d'Assicurazioni, e abitavo con un'altra ragazza in un lurido appartamentino. Per arrivarci, dove- vamo fare tre piani di scale a piedi, ma non potevamo permetterci di meglio. Poi è arrivato Wayne, e di lí a poco vivevo come una regina. Non mi ha mai negato niente che fosse ragionevole, e io ho fatto di tutto per essere una buona moglie. » « Per quanto tempo è rimasta sposata con l'imputato ? » domandò il vice Procuratore Distrettuale, con voce calma. « A quanto pare, sono ancora sposata. Questo è il guaio. » « E sua, la firma sulla licenza matrimoniale? » « Sí, certo. » « Vostro Onore, vorrei passare la licenza agli atti. » « Faccia pure » accordò Brownell. « Quando ha iniziato le pratiche del divorzio? » domandò il vice Procuratore Distrettuale. 272 SELEZIONE DEL LIBRO « Be', in realtà le abbiamo iniziate insieme, dopo un anno di ma- trimonio. Secondo me, un anno è sufficiente, come periodo di prova, per capire se le cose possono funzionare. Wayne e io ce ne siamo accorti prima dello scadere dell'anno, che non andava. Ci volevamo bene, ma non eravamo fatti l'uno per l'altra. » « Avete vissuto come marito e moglie, dopo di allora» « No. Ma siamo rimasti amici. Di tanto in tanto, quando si sen- tiva solo, Wayne mi portava a giocare alle bocce. Da parte mia, se avevo qualche problema, come uno scaldabagno rotto o qualcosa del genere, telefonavo a Wayne e lui veniva a farmi la riparazione. » « E fino a poco tempo fa eravate convinti che il vostro divorzio fosse definitivo ? » « Sí. Cosí aveva detto l'avvocato. Ci aveva detto anche che ci avrebbe mandato i documenti. » « Li avete ricevuti, poi, i documenti? » « No. Abbiamo tentato di rintracciare l'avvocato, ma se n'era andato nel Messico, o da qualche altra parte... col denaro versatogli da Wayne, per giunta. » « Quando ha saputo del secondo matrimonio di suo marito» « Un mese circa prima che avesse luogo. Wayne è venuto a di- scuterne con me. Mi è sembrato che avesse fatto un'ottima scelta. » « Dal momento del SllppOSt0 divorzio. suo marito le ha passato gli alimenti ? » « Solo fino a quando non ho ricominciato a lavorare. Perché do- vrebbe pagare per tutta la vita un errore che abbiamo commesso in due ? » Quando Brownell si era ormai invaghito alla follia della prima moglie, venne chiamata a testimoniare la seconda. Quest'ultima era considerevolmente piú magra e piú alta dell'altra, ma Broivnell notò nei suoi occhi la stessa bonarietà. « Sapeva che l'imputato era ancora coniugato, quando lei ha firmato questa licenza matrimoniale ? » domandò il vice Procuratore Distrettuale. « No. Certo che no. Non lo sapeva neanche Wayno. » « La prego di parlare solo per sé. Ha mai visto dei documenti atti a confermare la sua convinzione secondo la quale il signor Brodney era legalmente divorziato ? » « Non ho neanche chiesto di vederli. Wayno è un uomo leale. Se era convinto di essere divorziato, per me era divorziato. » « Il guaio è che non lo era. » ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 273 « Nel cuore e nella mente sí. E per me è sufficiente. » « Ma non è sufficiente per le leggi di questo Stato » la interruppe Brownell, dall'alto. Si sforzò di parlare con tono acido, per nascon- dere il profondo turbamento che provava. Grace Brodney, moglie numero due, era cosí schietta che Brownell si era sentito nascere dentro una travolgente simpatia anche per lei. Si tormentò le orec- chie. Senza dubbio, il marito sarebbe risultato un poco di buono. Tra le altre leggi, esisteva anche quella delle probabilità. « Prima del matrimonio ha conosciuto l'altra signora Brodney? » domandò il vice Procuratore Distrettuale. « Oh, sí. Wayno mi ha portata da lei. Ha detto che dovevo co- noscere tutti i suoi difetti, e che Esther era un'autorità, in materia. Ma alla fine abbiamo deciso che quelli che per Esther erano dei di- fetti, per me andavano benissimo. Abbiamo passato la maggior parte del tempo a parlare delle virtú di Wayno. » « E dov'era, il signor Brodney, durante questo colloquio? » « In cucina, a preparare antipasti alla svedese. Abbiamo passato una bella giornata. » « Non esiste antagonismo, tra lei e la signora Esther Brodney? » « Ma neanche per sogno ! Le sono grata per come si è comportata con l'uomo che amo, e per giunta mi è simpatica. Ho detto a Wayno che avrebbe dovuto passarle degli alimenti piú sostanziosi, e lui ha tentato di convincerla ad accettare, ma Esther non ha voluto ac- cettare piú niente, dopo che ha ripreso a lavorare. » Brownell si disse che stava sognando. « Dopo che ha scoperto che il signor Brodney non era divorziato ha continuato a vivere coniugalmente con lui? » « Be'... » La donna guardò Brodney. Si scambiarono un debole sorriso. "Ora" pensò Brownell, "mente. E rovina tutto". « Sí » disse lei, con orgoglio. Quando si fece avanti per prestare giuramento, Brodney risultò ben diverso dalla versione ufficiale del Casanova. Aveva le guance rosa, le mani rosa, il naso rosa, e tutto l'insieme, aggiunto agli acuti occhietti azzurri, contribuivano a renderlo simile a una melagrana matura. Dopo che il vice Procuratore Distrettuale ebbe ottenuto conferma che le firme sulle due licenze matrimoniali erano state ap- poste da lui, Brownell domandò: « Quando ha firmato la seconda licenza, sapeva di essere ancora legato da vincolo matrimoniale alla signora Esther Brodney ? » « No. Pensavo che fossimo divorziati. » « Pensava che foste divorziati ? Oppure ha trovato comodo dimen- ticare di essere ancora sposato con Esther Brodney? » « Mi oppongo! » disse il Difensore d'Ufficio. « Il signor Brodney era evidentemente convinto di avere il diritto di risposarsi. » « Obiezione respinta » disse Brownell, suo malgrado. « Il signor Brodney non aveva ragione di credere una cosa del genere. Si ba- sava esclusivamente sulla parola del suo avvocato. » Il vice Procuratore Distrettuale sorrise, dicendo: « Signor Brod- ney, tra le altre convinzioni prive di fondamento, non l'ha forse an- che sfiorata l'idea della possibilità di avere due mogli? » « Be', se le mogli dovevano essere due, non avrei mai voluto che fossero diverse da queste » rispose Brodney, con voce piatta, e senza mutare minimamente l'espressione degli occhi azzurri. Ah! pensò Brownell, picchiando il martelletto sul banco per sof- focare la risatina che serpeggiava per l'aula. Per quanto comune possa sembrare, questo tipo conosce il valore delle lusinghe. « Riformulerò la domanda. Era convinto di poterla fare franca, con due mogli, finché non si venisse a scoprirlo ? » « Mi oppongo! » gridò il Difensore d'Ufficio, con un entusiasmo che Brownell non gli aveva mai visto dimostrare prima. « Vostro Onore, mi oppongo alla frase "poterla fare franca". Il signor Brodney non cercava di farla franca in alcun modo, altrimenti i suoi rapporti con le due donne non sarebbero potuti essere quali erano e ancora sono ! » « Tolga la domanda dagli atti » ordinò Brownell al cancelliere. In tutti gli anni che aveva trascorso al suo scranno, Brownell non aveva mai visto una corrente di simpatia collettiva come quella che serpeggiava nell'aula. Il vice Procuratore Distrettuale faceva del suo meglio, ma era evidente che, in cuor suo, non sentiva quello che di- ceva: « Signor Brodney, chi ha fissato la cifra dei cosiddetti alimenti che avrebbe dovuto versare alla sua prima moglie? » « L'awocato. Ha detto che la cifra sarebbe stata all'incirca quella, ed io ho domandato a Esther se le sarebbe bastata per tirare avanti con una certa tranquillità. Esther mi ha risposto che era piú che sufficiente. » « Lei, quindi, con un awocato scomparso al momento opportuno ha privato la signora dei suoi diritti senza appellarsi a nessun tri- bunale ? » « Faccio il macellaio, non me ne intendo di queste cose. Ho fatto del mio meglio per assicurare a Esther una vita tranquilla, Esther ha fatto del suo meglio perché tutto andasse bene per me, e Grace ha fatto del suo meglio perché tutto andasse bene per entrambi... » Mentre Brodney sorrideva felice alle sue due mogli, il cervello di Brownell era in ebollizione. Come fare per rispettare la legge, della quale era paladino, ed evitare nello stesso tempo di far soffrire quei cuori eccezionalmente belli? L'uomo aveva commesso un depreca- bile errore tecnico, nient'altro. Il pensiero del roseo signor Brodney che impallidiva e dimagriva in prigione gli era insopportabile. Quando il Difensore d'Ufficio ebbe sottoposto Brodney al contro- interrogatorio, provando che era un cittadino rispettabile, che lavo- rava sodo e che andava regolarmente in chiesa, e il vice Procuratore Distrettuale ebbe tirato le fila del caso, Brownell fissò a lungo Brodney negli impassibili occhi azzurri. Alla fine disse: « L'imputato è rite- nuto colpevole di bigamia. Se da una parte sono rimasto bene im- pressionato dalla sua sincerità, dall'altra non lo sono rimasto altret- tanto dal suo modo di ragionare. Strano a dirsi, l'imputato dev'essere un uomo intelligente, altrimenti non avrebbe potuto avere il buon- senso di scegliere due signore cosí graziose. Di conseguenza, non ha attenuanti per aver pensato che un awocato potesse arrogarsi l'au- torità che è di stretta pertinenza dei tribunali. » Brownell s'interruppe per asciugarsi la fronte. « Condanno l'im- putato a un anno di reclusione nella prigione municipale. Ma, te- nuto conto delle circostanze attenuanti, sospendo la sentenza per un periodo di due anni, durante i quali l'imputato sarà in libertà condizionata. Ordino all'imputato di intraprendere al piú presto un'azione per ottenere il divorzio legalmente e di provare a questa corte, apparendo personalmente in compagnia della signora Grace Brodney e della signora Esther Brodney, che tale soluzione è defini- tiva. Capisce che cosa significa la mia sentenza, signor Brodney? » Brodney si voltò a sorridere alle due mogli, poi guardò Brownell diritto negli occhi: « Sissignore » mormorò. « Significa che lei è un grand'uomo. » ALLE tre esatte, telefonò a Thelma, in ufficio. « Ciao, Thelma! » esclamò. « Come stai, tesoro ?... Ma dawero ! » continuò. « Ho avuto 276 SELE~,IONE DEL LIBRO tanto daffare, e so che neanche tu hai mai un momento di tempo! E terribile! Il tempo vola... Ma davvero, Thelma cara, è tanto che non riusciamo piú a fare due chiacchiere... Be', c'è qualcosa di vera- mente importante di cui vorrei parlarti al piú presto. Per fortuna, sono libera tra le sei e le sette. Passerò di lí per andare a cena con alcuni amici. Mi domandavo se non ti seccherebbe troppo, se mi fermassi da te verso quell'ora. Lo so che è proprio l'ora del bagno, per te, ma spero davvero... » Vi fu un lungo silenzio che la spaventò, poi la voce di Thelma, fredda ed educata, come il solito. « Oh, Thelma, magari tu riuscissi a combinare per oggi!... Me ne andrò molto prima dell'arrivo del tuo ospite. » Il suo ospite, naturalmente, non poteva essere che Otto. Era fa- cile immaginarla seduta nel suo ufficio, accanto a quello di Otto, come se fosse stata padrona del mondo, coi capelli appena messi in piega, e probabilmente il vestito di cachemire blu e la spilla di rubini e di diamanti che affermava di essersi comprata da sola. «Oh, come sei gentile, Thelma! Fidati di me. Sarò a casa tua alle sei e un quarto precise, e alle sei e mezzo me ne andrò. Sono proprio felice di rivederti ! » Quando ebbe riattaccato, rimase immobile a lungo, a fissare la fotografia di Otto posata sulla scrivania. Caro Otto! THEO LAS~ER guardò fuori della finestra dell'albergo. Dov'è quel poliziotto ? pensò. Erano le tre e venti. Per ingannare il tempo, pensò alle molte opportunità che gli si offrivano in quella città. Per esem- pio, chi controllava gli autoposteggi? Non riusciva a credere che il ricavato andasse interamente ai proprietari, eppure, a quanto pa- reva, era cosí. Non sarebbe stato difficile mutare la situazione, e le "assicurazioni" erano sempre un affare sicuro. Non doveva far altro che assoldare qualche tirapiedi svelto, mandare i suoi procacciatori d'affari a parlare coi custodi dei posteggi mentre i tirapiedi erano al lavoro, e tutti gli autoposteggi della città avrebbero ben presto supplicato di essere "protetti". E i cinema ? Se di recente non erano state lanciate delle bombette mefitiche, o se le poltrone non erano state sventrate a colpi di col- L tello, significava che c'era già qualche "assicurazione" che riscoteva... a meno che la città non fosse veramente ,popolata di ottusi. Gli stessi tirapiedi assoldati per gli autoposteggi potevano es- sere usati in seguito per i cinema. Inoltre, in città non ¨ c'erano sufficienti juke-box, né macchine a gettone. Si poteva... Ma a questo pun- to, Lasher sentí bussare bru- scamente alla porta. Andò alla scrivania, prese un paio di occhiali dalla pesante montatura di tartaruga, posò il I l~all Street ~ournel in bella vista su un tavolo e si diresse verso la porta. Men- tre apriva, il cipiglio che gli induriva il viso si mutò in un sorriso sforzato. Inarcò le sopracciglia, sorpreso, e sbirciò Hill di sopra degli occhiali. «Ah,già! Men'ero quasi dimenticato. Entri. » Parve che Hill non lo guardasse neppure, mentre entrava ma disse subito: « Da quando porta gli oc- chiali ? » « Li ho sempre portati, per leggere. » « E ]a l)rima bu~ia, per o~ ,gi » commentò Hill, disinvolto. « Può fare di meglio, pero. >Percorse la stanza a semicerchio, lentamente e, movendosi con la sua grazia leonina, apparentemente assorto nella ricerca di un posto adatto su cui accucciarsi. Lasher l'osservò acu- tamente. Aveva già deciso che Hill non era uno dei soliti batticassa. Naturalmente lo si poteva conquistare, ma prima erano necessari gli approcci. Era cambiato tutto, tranne il potere dei quattrini. Anche i poliziotti stavano cambiando. Non ci si poteva piú fidare di loro. Lasher posò gli occhiali sulla scrivania. dicendo: « Be', il tempo passa. Invecchiamo tutti ». Aspettò finché Hill non ebbe scelto una poltrona e non si fu se- duto. Finalmente i loro sguardi s'incrociarono, e Lasher provò per un attimo una vaga incertezza. « Bello, il suo vestito » osservò. « I poliziotti devono essere pagati bene, di questi tempi. » « Abbastanza. » « Non è mai abbastanza. Ha figli, Capo ? » « Tre. » « Scommetto che pensa di mandarli all'Università. » « Tenterò. » « Questo è il guaio. Le università sono maledettamente costose, al giorno d'oggi. Ma, oggi come oggi, i ragazzi non hanno nessuna possibilità, se non fanno l'università. » D'improwiso, Lasher si rese conto che gli occhi di Hill non l'ave- vano lasciato per un momento. « A che ora parte il suo aereo, Lasher ? » domandò Hill. « Che aereo ? » « Quello che oggi stesso la porterà via di qui. » « Un momento, accidenti! Che razza di discorsi sono? » Lasher fece in modo che sul viso gli passasse un'espressione tra sorpresa e addolorata. « Sono venuto qui per una breve vacanza, e subito il Capo della Polizia in persona m'invita a tagliare la corda. » Sorrise con aria afflitta, si tamburellò brevemente il ventre con le dita enormi, poi si schiarí la gola. Disse, con la sua piú bella intonazione da basso profondo: « Certo, c'è stato un tempo in cui frequentavo dei tipi un po' troppo svegli, ma è finita da un pezzo. Non si è accorto che ormai sono solo? ¨ Ho perso l'interesse per tutto ciò che non è strettamente legale, Hill. Negli ultimi cinque anni, ho lavorato come un mulo per ricominciare tutto da capo. Non è facile, quando tutti sanno che io sono un ex galeotto, ed è ancora meno facile quando tipi come lei non la smet- tono di tormentarmi o di insinuare che ho qualcosa da nascondere... senza tener conto che ora sono un rispettabile uomo d'affari con delle responsabilità nei confronti di un sacco di gente. » Lasher s'interruppe e cercò un cenno d'approvazione negli occhi del suo interlocutore. Non riuscí a cogliere alcun cambiamento nel- l'espressione di Hill, ma nonostante questo, quando riprese a par- lare, usò un tono amichevole e ottimistico. « Ma io non serbo rancore a nessuno. Ho la coscienza pulita e ne sono orgoglioso. Negli ultimi cinque anni, non ho preso neanche una multa per divieto di sosta! Ho messo in atto dei progetti, per i ragazzi del mio Sindacato, progetti ai quali nessuno aveva neppure osato pensare. Vacanze a prezzo ridotto ovunque, per esempio, as- sicurazioni con premi notevolmente inferiori a quelli praticati nor- malmente, sconti sulle automobili... Possono ottenere quasi tutto quel- lo che vogliono, insomma, perché Theo Lasher ha spianato loro la strada. » « Non lo metto in dubbio » osservò Hill, freddamente. « L'agenzia che si occupa delle assicurazioni è di proprietà del suo fratellastro. I biglietti per le vacanze vengono venduti dal Paradise fravel Serl)ice che, guarda caso, ha come tesoriere quel minorato mentale di suo zio. Non so come lei se la cavi quando il fisco caccia il naso nel suo sindacato crediti, ma un giorno o l'altro, quella gente potrebbe tro- vare interessante il fatto che lei conceda prestiti a tasso ridotto solo se le automobili vengono acquistate presso la Società Hagarty e Figlio, quando Hagarty è morto da anni, suo figlio è nel ramo tes- sile, e Theo Lasher è presidente della compagnia. » Vi fu un lungo silenzio. Theo Lasher si alzò pesantemente e tor- reggiò su Hill, guardandolo dall'alto come se stesse facendo uno sforzo per controllarsi. I suoi grandi occhi mandavano fiamme. Alla fine, disse: « Lei è convinto di essere un poliziotto astuto, ma ora ascolti me. Può perquisire questo posto da cima a fondo, e non troverà né artiglierie né altro. Sono in vacanza, e le mie vacanze ho il diritto di passarle dove mi pare. Perde il suo tempo, a curiosare in cerca di quello che non c'è ». S'interruppe per leccarsi le labbra carnose. Poi disse: « Quello che mi sorprende è che un uomo come lei, con famiglia e tutto, possa lasciarsi incantare da un distintivo di latta al punto da non vedere piú le occasioni che si lascia sfuggire. Ai poveri poliziotti come lei permettono di portare la divisa perché di- mentichino di essere nient'altro che dipendenti municipali, come gli spazzini. E quando sono finiti e inutili a se stessi, ammesso che vivano tanto a lungo, hanno una pensione con la quale nessuno riuscirebbe a campare, a meno che non abbiano fatto dei risparmi sullo stipendio, col quale, comunque, riescono a campare a malapena. Senta un po', nel mio sindacato ci sono degli idioti che guadagnano quanto 280 SELEZIONE DEL LIBRO lei, senza doversi preoccupare di quello che faranno i politicanti, e senza nessuno che dica loro quello che devono fare ». « Tranne lei » disse Hill, in tono cosí sottomesso che Lasher si domandò se era necessario prendersi la briga di continuare a dargli esca. « Tranne me. Ora sí che comincia a capire. E perché si è creata questa situazione? Perché mi sono preso il tempo di decidere che cosa conveniva a Theo Lasher. E lei ha fatto carriera, da piedi- piatti in su, solo perché per una parte del suo tempo, ha pensato che cosa convenisse a Hill. Ma non è salito abbastanza. Non si è reso conto che ora occupa finalmente un posto dal quale può ricavare quello che le conviene. » Il tono si fece ancor piú invitante. « Non le sto consigliando di lasciare il suo posto, né niente del genere. No ! Sto tentando di spie- garle le occasioni che questo offre e che lei dovrebbe cogliere, come beneficio naturale del suo lavoro. Secondo me, lei le ha trascurate. Per esempio, ho in mente un affaruccio che, da solo, potrebbe risol- vere il problema dell'università dei suoi figli; anzi, ne avan- zerebbe quanto basta per comprare una pelliccia nuova a sua mo- glie, pelliccia che, fra parentesi, potrei farle avere con un ottimo sconto, o, se non vuole la pelliccia, qualunque altra cosetta possa esserle necessaria. Noi ci occupiamo in mille modi della nostra gente. » Hill andò alla finestra e guardò dietro la tenda, poi dette un'oc- chiata nei cassetti della scrivania, esaminò attentamente le sporgenze delle pareti e il lampadario. Alla fine sollevò un pesante dipinto per guardarci dietro. Lasher emise una risatina soddisfatta. « Non c'è bisogno che cerchi dei microfoni, qui dentro, amico mio. Ci ho già pensato io, prima del suo arrivo. Quello che ho da dirle deve restare tra noi. Ci tengo quanto lei. Ora, se le interessa veramente... » « Perché pensa che sia venuto solo? » Lasher spalancò gli occhi. Si era divertito a giocare con Hill, a dargli corda e a togliergliela di nuovo, come se fosse stato un pesce all'amo. Ora il divertimento era quasi finito. Avrebbe preferito che Hill avesse fatto un po' piú il difficile, ma avrebbe dovuto rico- noscerli subito, i segni. Un Capo di Polizia seriamente intenzionato a restare pulito, si sarebbe portato dietro almeno un testimonio. « Comincia a vederci chiaro » disse Lasher. « Non ho niente in pentola, in questa città, ma c'è un mio amico che potrebbe aiutarla. » Hill domandò, in tono noncurante: « Si tratterebbe di fare qual- ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 281 cosa in veste di consigliere? Devo pensare alle apparenze. C'è una legge che regola gli incarichi esterni che i poliziotti possono ac- cettare ». « Il mio amico si rivolgerebbe a lei, di tanto in tanto, per consul- tarla. E generoso, quando gli si dà il genere di collaborazione che lui desidera. » « Il pagamento sarebbe fatto in contanti? » « Il mio amico tratta in contanti la maggior parte dei suoi affari. Diciamo mille dollari al mese, per cominciare... qualcosa del genere. » « Dev'essere una cifra precisa, non qualcosa del genere. Quale genere di interessi ha il suo amico? » Lasher esitò per un attimo. « Nel campo divertimenti. » «Forse, si occupa anche del campo telefoni?» « Forse sí, ma, per questo, non ci sarebbe bisogno di lei. » « Peccato. So un mucchio di cose su quell'affare dei telefoni. » Preso alla sprovvista, Lasher inarcò le sopracciglia. In fin dei conti, questo Hill poteva risultare divertente. Come aveva fatto a scoprire la faccenda dei telefoni? Era appena agli inizi. E va bene, significava che il suo prezzo sarebbe stato leggermente superiore. Tanto valeva contrattare. « Cercherò di convincere il mio amico a tirar fuori millecinquecento dollari al mese, finché non vediamo come funzionano le cose » disse. « Cosí va meglio, specialmente perché proprio ora nella faccenda dei telefoni avranno molto bisogno del mio aiuto. Non riesco a capire come abbia fatto, il suo amico, a essere tanto distratto. » Un'ombra di dubbio oscurò gli occhi di Lasher. « Che cosa in- tende dire? » domandò sospettoso. Hill si alzò. « Peccato che non siamo riusciti a metterci d'accordo. » Si diresse alla porta. « E va bene » disse Lasher. « Facciamo duemila al mese. » Hill si voltò. « Lei non ha chiesto il mio consiglio per tempo. Né ha chiesto il consiglio di qualcun altro, a quanto pare. Quel suo traffico dei numeri telefonici ha una pecca: il furto degli elenchi. L~associazione per delinquere, finché si tratta di un furto semplice, non è un gran che, come reato, ma ho la sensazione che non le garberebbe passare sei mesi nella nostra prigione, in questo momento.» « Non può accollarmi niente » disse Lasher, sorpreso per il tono preoccupato della propria voce. « Nessuno è in grado di provare che io abbia nemmeno sentito parlare di questa storia. » « Ma il suo amico potrebbe frequentare la gente sbagliata, se non 282 SELEZ10.1VE DEL LIBRO è protetto, e lasciarsi convincere a parlare. Comunque, non è questo che mi preoccupa. Se mi metto nell'affare, la cosa deve durare abbastanza a lungo da giustificare il rischio. Da come si son messe le cose, invece, può finire da un momento all'altro. » Hill s'infilò la mano in tasca e tirò fuori una fotografia, che mise sotto gli occhi di Lasher. « E questo individuo ? Sa qualcosa di lui ? » Lasher studiò la fotografia, che ritraeva un uomo davanti all'al- bergo che lo ospitava. Stava per distogliere lo sguardo, quando allungò la mano di scatto per prendere la fotografia. La studiò at- tentamente, mentre il labbro inferiore cominciava a tremargli. Disse con voce appena udibile: «Dove l'avete presa?». « E stata scattata da uno dei miei uomini circa un'ora fa. E per questo che sono arrivato in ritardo. E l'ingresso di questo albergo. In quanto all'uomo, credo che lei abbia riconosciuto Harry Banda- neria. E leggermente cambiato, forse ha messo su un po' di ciccia, ma dubito che il suo carattere sia migliorato. » Un brivido gelido scosse il corpo grasso di Lasher. "Dev'essere un incubo" pensò. Ma quello era Bandaneria... lo era veramente? « Secondo lei, che ci fa, Harry Bandaneria, nella nostra bella città, e per giunta in una camera di questo stesso albergo ? » do- mandò Hill. « Ha una camera qui? » D'improwiso, Lasher sentí la fronte imperlarsi di sudore. Tirò fuori il fazzoletto e si asciugò la faccia e il collo. « Nella camera quattrocentoventinove, nel caso lei voglia dargli un colpo di telefono, per rievocare i vecchi tempi. Peccato che non possa metterlo dentro, ma non abbiamo niente a cui appigliarci. Solo lei e io sappiamo che non è qui per godersi il panorama. » Lasher balzò in piedi e andò vicinissimo a Hill, fissandolo con ira malcelata. « Che scherzo sta tentando di farmi? Harry Banda- neria si è ritirato. E nel New Jersey! 2~ « Ne è sicuro? Perché non gli telefona? Avanti, stanza quattro- centoventinove. Probabilmente Harry ha bisogno di compagnia. » Lasher sbuffò. Senza distogliere lo sguardo da Hill, si diresse verso il telefono. « Sta bluffando. » Sollevò il ricevitore. Fissandolo, Hill disse: « Ho lavorato per un bel pezzo nella Squadra Omicidi, ma è la prima volta che ho l'occasione di parlare con un cadavere quando non è ancora tale » Lasher esitò, poi depose il ricevitore, molto lentamente. « Sono convinto che lei mente. » ORE DEL BENE, ORE DEL MALE « Ascolti. Bandaneria aspetta da cinque anni di metterle le mani addosso. Stavolta non può permettersi di sbagliare il colpo, e lei lo sa. Se non si fa immediatamente qualcosa, le salda il conto com'è vero che in questo momento lei è qui con me. Ora, nella mia nuova veste di consigliere, si dà il caso che abbia un paio di suggerimenti da darle. » « Hill, se lei crede di impressionarmi, ha scelto il tipo sbagliato Farò... » « Non potrà fare un bel niente, se non accetta il mio consiglio. Lei ha bisogno di aiuto e subito. Vuol fare un patto con me? Tra venti minuti, due dei miei ragazzi l'aspetteranno giú nell'atrio, e l'accompagneranno all'aeroporto con una macchina speciale, il tutto gratuitamente. Prenda il primo aereo in partenza, non importa dove vada. » Lasher serrò decisamente le grosse labbra. « Fetente irlandese da due soldi! Lei non mi fa paura e non credo che Bandaneria sia a meno di duemila miglia da qui! » Hill si strinse nelle spalle. « Come preferisce. Lei lo conosce meglio di me. » Si diresse verso la porta, poi esitò. « In caso decidesse di usare il buonsenso e cambiasse idea, dirò ai miei ragazzi di aspettarla per trenta minuti. Ah, e non si preoccupi per il tragitto da qui all'atrio. I facchini che verranno a prendere le valigie si prenderanno buona cura di lei. Sia generoso, con la mancia. Sono poliziotti anche loro, e, come lei diceva poco fa, guadagnano appena di che tirare avanti. » « E qual è la contropartita, Capo? » sbraitò Lasher. « E lei, quando la vuole, la mancia? » « Salendo sulla macchina che l'accompagnerà all'aeroporto, con- segni ai due agenti l'elenco di tutte le persone coinvolte nell'affare dei telefoni... Nomi, indirizzi, numeri telefonici, e che sia completo, perché sarà controllato via radio durante il tragitto. Se lei non conse- gnerà l'elenco, i miei ragazzi non la faranno salire in macchina. Addio, Lasher. Non è una bella fortuna per lei che Bandaneria abbia paura di andare in aereo? » Hill si chiuse delicatamente la porta alle spalle e rimase ad ascol- tare. Dall'interno dell'appartamento gli giunse un gemito disperato. Hill incrociò le dita per scaramanzia. Era stato come mettere a letto un bambino capriccioso. Forse sarebbe rimasto tranquillo, o forse... Ripensò all'ultima espressione degli occhi di Lasher, e si sentí 284 SELEZIONE DEL LIBRO rassicurato. Il solo nome di Bandaneria aveva spaventato Lasher, al punto che perfino la sua vista doveva averne sofferto. Altrimenti si sarebbe accorto che l'uomo della fotografia non era Harry Banda- neria. Era un poliziotto in pensione, certo Spanker, scelto tra piú di cento candidati come colui che maggiormente rassomigliava alla foto- grafia di Bandaneria conservata nell'archivio della polizia. Ora Spanker si era installato nella camera quattrocentoventinove registrato come il signor Bandaneria, di Pine Woods, New Jersey. E ci sarebbe rimasto finché Lasher non avesse lasciato la città. LASCIATO l'albergo, Hill andò direttamente al ponte. Deneen lo aspettava, e quando lo vide agitò con aria scoraggiata il binocolo verso la nuvolaglia grigia che avanzava dal mare e che già aveva oscurato i due terzi superiori della torre. « Fino a pochi minuti fa, riuscivo ancora a vederlo » spiegò De- neen, con aria afflitta. « Ma ora è scomparso. Aspettavo uno squarcio tra le nubi, ma finora non ho avuto fortuna. Può darsi benissimo che si sia già buttato. A meno che qualcuno non guardasse dove lui cadeva, al momento giusto, nessuno se ne sarebbe accorto. » « Avete provato con un elicottero? » « Ho pregato l'Esercito di mandare uno di quelli muniti di scala, ma Barbee ha sparato, forando la calotta a pochi centimetri dal- l'orecchio del pilota. Il pilota ha tagliato immediatamente la corda. Quando gli ho telefonato piú tardi, mi ha detto che questa non era un'azione di guerra, e che lui aveva già una decorazione. Ho pregato la Guardia Costiera di lanciare qualche razzo con un'attrezzatura di brache di salvatagglio a rampino. Dopo tre tentativi, hanno col- pito un punto almeno novanta metri piú sotto. Barbee si è spanciato dalle risate e ha urlato che quando aveva tredici anni ha costruito un razzo capace di andare in alto piú del doppio. Ho pensato di chiamare un sacerdote, ma da quello che sbraita, pare che Barbee ce l'abbia con tutte le chiese. Però prega parecchio. » « Quando gli hai parlato per l'ultima volta? » domandò Hill. « Quando ho cercato di salire sulla torre. Ha fatto un sacco di discorsi, ma da quando sono scese le nuvole non ha piú aperto bocca. ORE DEL BENE, ORE DEL MALE Per fortuna, il maltempo ha fatto tornare a casa quasi tutta quella gente idiota. » « Be', se noi non possiamo vedere Barbee, lui non può vedere noi. Chissà che, mancandogli gli spettatori, non si calmi e non si decida a ragionare. » Mentre Hill parlava, tra le nubi apparve un lungo squarcio, come se fossero state lacerate dalla torre. Oltre lo squarcio, il cielo era di un azzurro intenso. Deneen puntò svelto il binocolo. « E ancora là » sospirò. « Sai che cosa sta facendo? Piange di nuovo. Dammi il permesso di far venire qui la moglie. » « E va bene, dobbiamo correre il rischio. Ma non i bambini. Tu resta qui: conosci la situazione meglio di me. Dove abita, questa moglie? » Deneen gli diede l'indirizzo. « Sei sicuro di stare bene? » domandò Hill. Deneen non sem- brava lui. « Sí, ma questa storia mi rende inquieto. Quell'uomo non è uno svitato qualsiasi. E noi... noi siamo cosí maledettamente impotenli ! » Hill andò alla sua macchina e chiamò la Sezione Comunicazioni per farsi fare rapporto sugli ultimi movimenti di Lasher. Dopo un attimo, sorrideva. Lasher si era già messo nelle mani degli ispettori West e Oliver. I tre avevano appena lasciato l'albergo, diretti al- l'aeroporto. Hill represse il desiderio di fregarsi le mani. Mentre metteva in moto, notò un uomo in piedi vicino a un'auto- pompa, piú avanti sul ponte. Perché l'uomo gli fece venire in mente Tim Hardy? Si piegò all'indietro, sulla spalliera del sedile, per guar- dare meglio. Si sentí sollevato: no, l'uomo era sicuramente un capo dei pompieri che conosceva di vista. Tentò di ricordarne il nome, ma non gli riuscí. Gli veniva in mente solo il nome di Tim Hardy. Aveva tante altre cose a cui pensare. NEL s~-o ufficio, Moore trascriveva con cura le risposte che Har- riet Rankin dava a ognuna delle sue domande espresse a voce bassa, gentile. Moore sapeva che le lunghe pause durante le quali solo lo scricchiolio della penna rompeva il silenzio erano difficili per chiunque fosse lí a testimoniare: impedivano di concentrarsi tran- 286 SELEZIONE DEL LIBRO quillamente sulle sfumature di una bugia. Moore architettava ogni domanda in modo che non avesse alcun nesso con quella precedente, aspettando che il ricordo dell'ultima domanda si fosse offuscato. Se aveva detto la verità, il testimone non aveva bisogno di "ricordare" all'improwiso nuovi particolari. Cominciava sempre con domande che avevano ben poco a che fare con i pensieri dai quali doveva essere oberata la mente del- l'altro... luogo e data di nascita, occupazione, indirizzo, numero telefonico... cose che già conosceva. A meno che non volesse spaventare l'indiziato o il testimonio, o fargli perdere la calma, lo accusava ben raramente di mentire. In genere, non era necessario farlo, senza contare che questa accusa poteva bloccare la possibilità di una confessione sollecita. Moore as- sumeva un'aria infelice e perplessa, arrivando perfino a chiedere aiuto all'interrogato perché gli desse una mano a trarre un signi- ficato logico da quanto era stato detto. Era un'arte in cui Moore era talmente maestro, che una grande maggioranza dei bugiardi piú astuti finiva con l'arrendersi e dire la verità. Harriet Rankin era sprofondata in una poltroncina davanti alla scrivania, con le mani allacciate dietro la testa e le ginocchia diva- ricate. Teneva gli occhi fissi sul soffitto, distogliendoli ogni tanto per lanciare un'occhiata in tralice, attraverso l'incavo del gomito, a Rafferty, che era seduto accanto alla porta. Ora parlava con la voce smorzata da una raucedine voluta e rispondeva con un susurro invitante che, Moore ne era certo, doveva aver adottato dopo aver visto l'ultimo film d'amore. « Harriet, che scuola frequenti ? » Negli occhi della ragazza si accese un bagliore improvviso. « Fi- nora ho frequentato le Pubbliche, ma sto per trasferirmi a Larkins. » « E una scuola privata, e bisogna essere molto intelligenti, per esservi ammessi. Complimenti. » ¨ « Prendo tutti dieci, io. » « Quando hai deciso di trasferirti a Larkins? » « Oh, secoli fa. Chi può aver voglia di restare in quella specie di campo di concentramento che chiamano scuola, soprattutto se si è miliardi di volte piú intelligenti di tutti gli altri ? Deficienti ! Fumano e mangiano dolci nello stesso tempo... Sa, roba del genere. Pensi che razza di mancanza di raffinatezza! » « Dev'essere terribile » convenne Moore, con gran serietà. « La scuola di Larkins è piuttosto costosa, no? » ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 287 « Credo di sí. » « Paga tuo zio ? » « Certainement. » Dove diavolo l'ha imparato, il francese, questa ragazzina ? si domandò Moore. « A quanto pare, tuo zio vuole procurarti quanto c'è di meglio » disse. « Sono sicuro che a Larkins te la caverai be- none. » « Certainement. » « A proposito del lotto disabitato nel quale dici che i Perez ti hanno portato. Da che parte è, rispetto a casa tua? A est o a ovest? « Oh, non saprei dire. » « Se uscissi di casa diretta da quella parte, volteresti a destra o a sinistra ? » « A destra. Ma che c'entra, questo ? Sono disonorata per sempre... se ne rende conto? Sono una donna marchiata! » « Sciocchezze. Crescerai e sposerai un bravo ragazzo » disse Moore, e tra sé aggiunse: "Che Dio aiuti il ragazzo". « Solo se lei non lo racconta a nessuno! » esclamò Harriet. « Non racconterò niente a nessuno. Sto semplicemente tentando di farmi un'idea del quadro della situazione, in modo che i fratelli Perez non possano raccontarmi un sacco di bugie. Poco fa, hai detto che, dopo essere stata abbandonata nel lotto disabitato, ti sei ripresa e hai visto i Perez che si allontanavano in macchina. In seguito, hai raggiunto di corsa l'angolo tra la Dodicesima Strada e Lisbon Street. Giusto ? » « Sí.» « Strano. Forse tu puoi aiutarmi a capirci qualcosa. Il lotto de- serto è a destra, rispetto a casa tua, mentre l'angolo tra la Dodicesima Strada e Lisbon Street è a sinistra. Questo significa che quando sei scappata dal lotto deserto sei stata costretta a passare davanti a casa tua, prima di raggiungere l'angolo. » Harriet si agitò sulla poltrona, e incrociò i piedi. « Mi sembra strano che tu abbia supe- rato la casa in cui abiti per arrivare all'angolo di una via deserta. Non ti sembra piú logico che una ragazza in pericolo corra a casa, da coloro che le vogliono bene? » «Chi dice che mi vogliono bene?» « L'hai detto tu. » « Non è vero ! » D'improvviso, Harriet si mise in posizione eretta. "Finalrnente!" pensò Moore. "Se non altro, sono riuscito a costrin- gere la signorina Harriet Rankin a tirarsi su e a stare attenta". « Io direi che tuo zio ti ha dato una dimostrazione di affetto, offrendosi di mandarti a una costosa scuola femminile. » « Non è stato lui a offrirlo ! » « Allora, com'è stato deciso il tuo trasferimento a Larkins? » « Gliel'ho già spiegato. Avevo voglia di andarci. Ecco tutto. » « A molte ragazze piacerebbe andare a Larkins, ma le loro fa- miglie non possono permetterselo, oppure, forse, non le amano abbastanza. » « Be'... » Harriet s'interruppe e si leccò le labbra. « Vuol pro- prio che le dica la verità? L'idea è stata di mia zia. » « Capisco. E tuo zio non ne era poi cosí entusiasta, vero? » « Be'... non esattamente. Mio zio non ha fantasia. Bisogna far- gliele capire, le cose. » « Ed è quello che hai fatto, con l'aiuto della zia? » « Sí. » Harriet esitò. « Ma per l'amor del cielo, non vada a dirlo a lui! Sarebbe la fine del loro matrimonio! » « Perché? Hanno dovuto pur discuterla tra loro, l'idea, per tra- durla in pratica. Non capisco... A meno che tuo zio non diventi violento, quando beve. » « Sí » disse lei, in fretta. « Proprio cosí. » «Aveva bevuto, ieri sera?» « Certainement, no. » Moore si sentí sollevato. A quanto pareva, la ragazza conosceva una sola parola di francese. Aveva quasi temuto che lo parlasse correntemente. Disse: « Perché sei tanto sicura che tuo zio non avesse bevuto ? Hai detto che i Perez ti hanno fatta salire in macchi- na verso le quattro, per riportarti al lotto disabitato alle... Che ore erano ? » « Non... non riesco a ricordare, ora. » « Vedrò di rinfrescarti la memoria. » Moore sfogliò all'indietro il suo incartamento. « Appena sei arrivata qui, hai detto che dovevano essere circa le otto. Giusto? » « Sí. Se ho detto cosí... » « Secondo te, per quanto sei rimasta nel lotto disabitato? » Harriet chinò il capo. « Oh, non lo so... erano successe tante cose... E stato terribile. » « Sei andata nel lotto di tua spontanea volontà? » « Oh, no. Mi hanno... mi ci hanno trascinata. » « M'interessa sapere con esattezza come ti hanno trascinata. Si sono messi uno per parte, oppure uno davanti e uno dietro? » « La prego, non mi faccia pensare a quelle cose! » « E necessario, Harriet. » Le spalle le tremarono, e la ragazza scosse il capo, senza rialzarlo. ~< Secondo te, quanto ci sei rimasta, nel lotto? Mezz'ora?» « Forse. » « Allora che cos'hai fatto tra, diciamo le otto e mezzo e le nove e venti, ora in cui l'Agente Slattery ti ha trovata all'angolo tra Li- sbon Street e la Dodicesima Strada? Ci vogliono solo pochi minuti per andare dal lotto fino all'angolo. » « Ero fuori di me. Non ricordo! » ~< Sei sempre rimasta corr i fratelli Perez, fino a quando sei stata trascinata nel lotto deserto? » « Sí. » « Allora come fai a essere sicura che tuo zio non avesse bevuto ? » Tra loro cadde il silenzio. Moore lasciò che durasse il piú a lungo possibile. Erano le piccole incongruenze, seminascoste da una giun- gla di ipocrisie, a riflettere prima della fine un bagliore di luce. Moore guardò Rafferty, ancora seduto accanto alla porta, e vide che capiva. Stracciò le pagine fitte di risposte inutili e lisciò il blocco che aveva davanti. « C'è una cosa che non sai, Harriet » disse. « Alle sette, i fratelli Perez sono andati in macchina fino a un distri- butore di benzina, che hanno svaligiato. E tu non eri con loro. » Ora Moore vide la paura, in quegli occhi. E la collera. Poi, d'im- provviso, il volto di Harriet si rasserenò. Di nuovo, la ragazza era completamente padrona di se stessa. « C'è una cosa che lei non sa. Ero con loro. Ero nascosta sotto il sedile posteriore. » « Capisco. Non è certo il posto piú adatto, per una signorina che sta per entrare nella scuola di Larkins. Eri nascosta là anche quando hanno rapinato la drogheria? » « Sí. » « Bene, Harriet. Vedi di cominciare a dire la verità, ora. I fratelli Perez non hanno rapinato nessuna drogheria. » Riaccese il mozzicone del sigaro, rialzando leggermente il grosso naso a ogni boccata, per evitare che restasse ustionato. « Sentiamo. Quando è stato, esattamente, che tuo zio ha accon- sentito a mandarti a Larkins? » pRE DEL BENE, ORE DEL MALE 291 CHE Ndirestise sapessi che il nostro Capo della Polizia, il Si- gnor Colin Lancillotto Hill, non è il cavaliere senza macchia che vuol farci credere? » domandò Abe Spearing a Oscar Munson, cro- nista di "nera" dell'Herald. Munson fissò Spearing negli occhi, senza togliere il dito dalle pagine del libro di criminologia che stava leggendo, e disse: « Certe volte, penso che la notte tu stia sveglio per inventare come dire le cose in modo che nessuno capisca di che stai parlando. Ti concedo altri dieci secondi, poi voglio continuare a leggere. » « Ti piacerebbe sapere che il nostro Capo della Polizia si è in- contrato in privato col signor Harry Bandaneria, di Pine Woods, New Jersey? » Spearing scoprí le zanne giallastre in un sorriso trionfante. « Dove sei andato a pescarla, una panzana simile? I dieci se- condi sono scaduti. » Munson abbassò lo sguardò sul libro, ma Spearing glielo spinse da parte. « Ascoltami bene. Ho per le mani un allibratore di nome Sam che ha un sacco di conoscenze. Tra i suoi amici, c'è un cameriere di un certo albergo che, guarda caso, è dotato di un cervello molto acuto. Questo pomeriggio, Colin Lancillotto Hill è stato visto in colloquio privato con Harry Bandaneria, in quell'albergo. Ho con- trollato: Harry Bandaneria occupa la camera quattrocentoventinove. Hill non era nel suo ufficio, all'ora del colloquio, e non aveva lasciato detto dove lo si poteva trovare... Sai benissimo che una cosa del genere non accade mai. Questa faccenda è cosí grossa che mi spa- venta, ti assicuro. » « Come si chiama, l'albergo? » « Per la prima volta da che lavoro per lui, quel fetente del mio direttore mi ha ringraziato. Ha detto che potrebbe essere la prima schioppettata di una campagna su larga scala contro la corruzione del dipartimento di polizia. E cosí montato, che vuol farlo lui, il primo servizio. Ho detto a quell'ambizioso di fare pure... e di vincere il Premio Pulitzer. » « Come si chiama, l'albergo? » ripeté Munson, pacatamente. Spearing guardò l'orologio. « Te lo dico tra dieci minuti, esatta- mente il tempo che ti ci vorrebbe per telefonare in giro e scoprire dov'è sceso Bandaneria. In questo momento, il mio principale, il redattore capo e un fotografo stanno bussando alla porta di Banda- neria. Non sarebbero molto soddisfatti, se l'Herald s'intromettesse in un'esclusiva come questa. >~ « Sei un vero amico. » « Nella peggiore delle ipotesi, mi becco una gratifica. Nella mi- gliore, potrei ottenere la rubrica televisiva... resterà scoperta tra non molto. » D'improvviso, negli occhi di Spearing apparve una grande stanchezza. Restò silenzioso per un momento, poi parlò con tono malinconico. « Non oserebbero. Non oserebbero farmi lo sgam- betto, dopo che ho pescato una storia come questa. Dopo che ho aspettato tutti questi anni... » LE SPERANZE di Celia Krank tramontarono col sole. Ormai non tratteneva piú il fiato ogni volta che la ghiaia scricchiolava sui viot- toli del parco. Sapeva che quello scricchiolio non avrebbe annun- ciato l'avvicinarsi di Maurice, come era accaduto tante volte, prima d' allora . Maurice non sarebbe piú tornato, se ne rendeva conto, eppure non riusciva a costringersi ad allontanarsi da quel luogo che per lei aveva un significato particolare: la loro panchina. Il mondo era tutto perfetto, quando Maurice sedeva al suo fianco, sulla loro panchina. Celia pensò: "Eravamo solo due giovani inna- morati, e tutto andava bene, Maurice, anche quando hai raccontato del periodo che avevi trascorso in prigione. Eri sicuro che avresti trovato lavoro. Ricordi, Maurice? Mi hai detto che ci sarebbe voluto tempo, però, e che avresti avuto bisogno di aiuto. Te lo sei preso l'aiuto, amore mio, senza mai dire grazie. Ma che importanza aveva ? Erano forse troppi, trenta dollari la settimana, per avere te ? A me ne restavano trenta, e mi bastavano perché andavo al lavoro a piedi, invece che in autobus, e a colazione mangiavo solo un piatto di minestra. Tanto, come dicevi tu, si trattava solo di un prestito. "Ah, Maurice! Non c'era niente di piú bello del dare, del preoc- cuparsi e dell'attendere il tuo arrivo a questa panchina! Ho forse sofferto, nel sapere dopo un po' che non cercavi lavoro e che non avevi nessun interesse a cercarlo ? Sofferto ? Mai ! Meglio un'ora 292 SELEZIONE DEL LIBRO alla settimana con te, Maurice, che cento anni con un uomo meno VlVO. "Sarei morta, per te, Maurice. Morirò per te, ora, se arrivi lun- go il sentiero, sorridendo come sorridi tu, e mi prendi tra le tue braccia." Era quasi buio, quando si alzò dalla panchina. Si allontanò senza voltarsi indietro. Era sicura, come se sul sedile della panchina fosse stato inciso un messaggio, che non avrebbe piú rivisto Maurice. Ho amato, susurrò, alla sera Ghe scendeva. Ho amato... ROSENBURG sbatté lo sportello del suo armadietto e girò la chia- ve con gesto deciso. Là, in quell'involucro d'acciaio, erano chiu- se le insegne della sua vita quotidiana di poliziotto: l'uniforme, il berretto, lo sfollagente, le manette, il taccuino, le scarpe nere, la torcia elettrica e l'edizione tascabile di "Declino e Caduta." Tenne la pistola. Un poliziotto in borghese andava in cerca di guai, se non era armato. Naturalmente, si trattava di una coincidenza, ma i po- liziotti non in servizio si trovavano sempre in qualche guaio il mo- mento stesso in cui sfidavano i regolamenti e non si portavano dietro la pistola. A suo completo agio per la comodità del maglione, dei calzoni e dei mocassini, uscí dalla porta laterale e corse verso la sua mac- china. Accidenti a tutte le uniformi ! pensò. Si domandò se non fosse stata appunto l'idea dell'uniforme, a fare di lui un giocatore di calcio mediocre, un soldato privo di meriti e, come temeva, un poliziotto di poche promesse. Oppure dipendeva dal fatto che gli piaceva troppo sognare e che era soddisfatto nonostante le sue im- períezioni ? Salí sulla sua Chevrolet acquistata di terza mano, e si diresse verso casa. Guidava con prudenza perché, avendo prestato servizio per sei mesi nella Sezione Incidenti Stradali, era rimasto impres- sionato dall'esperienza fatta. Dopo dieci minuti, svoltò in una strada laterale. Pensò che quella sera si sarebbe rimesso al lavoro sugli scaf- fali che l'avevano messo cosí a dura prova. Sua moglie aveva di- chiarato zona di pericolo l'angolo del soggiorno in cui lui aveva ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 293 martellato, spostato e volteggiato attorno agli scaffali, e Rosenburg era quasi disposto a dichiararsi sconfitto. Non era un buon falegname, né un buon poliziotto, né particolarmente buono in niente. Fischiettò stonato e decise che non era neanche un buon fischiatore. Rallentò a un incrocio con una strada ferrata e imboccò un lieve pendio tra l'ombra di due colline. Il crepuscolo si andava adden- sando, e Rosenburg accese i fari, pensando che in quella stagione sarebbe stato necessario accendere i lampioni piú presto. Immerso nel pensiero dei lampioni, tirò avanti per mezzo isolato prima di rendersi conto che lo spaccio di alcoolici appena superato era immerso nell'oscurità. Conosceva il proprietario, Milt Plummer, un australiano simpatico, alto una spanna, che era afflitto da un tale complesso di colpa perché vendeva liquori, da devolvere in carità gli introiti del sabato. Le chiare luci del suo negozio erano una specie di punto di riferimento, nel quartiere, e ormai avrebbero dovuto essere accese, a meno che Milt non fosse malato o non si rosse rotta una valvola. Rosenburg posteggiò la macchina e tornò a piedi fino al negozio. Aprí la porta e si avvicinò al banco, dietro il quale, in genere, Milt sorrideva. « Ehi, Milt, si è rotta una valvola? » Nella pe- nombra, Rosenburg intravedeva confusamente i contorni dell'arco protetto da una tenda che immetteva nel retrobottega. Ascoltò, gli parve di sentire dei colpi, e si diresse verso l'arco. Subito, qualcosa di duro gli premette contro la schiena e una voce ordmò: « Fermo ! ». Prima che la paura lo paralizzasse, Rosenburg ebbe un attimo per pensare che si trovava in una situazione identica a quella del corso di addestramento della scuola di polizia. Solo che questa volta, con ogni probabilità, la rivoltella era carica e non gli veniva premuta contro la schiena da un collega di corso. Secondo le interminabili lezioni di pratica, ora Rosenburg avrebbe dovuto piroettare su se stesso, allungando nel contempo un braccio all'indietro per far sal- tare la rivoltella dalle mani dell'avversario. Poi... « Metti sul banco tutti i quattrini che hai, amico. E quando dico tutti, intendo tutti. » La voce era controllata, da professionista. Ora, si disse Rosenburg. Ora... Ma riusciva a ricordare solo tutte le volte che aveva mancato il colpo, a scuola, e tutte le altre in cui, in teoria, avrebbe dovuto essere morto. Ora che gli occhi si erano abituati all'oscurità, d'improvviso notò il piede immobile, voltato in su, che spuntava dalla soglia del re- trobottega. Era un piede cosí piccolo, che, Rosenburg ne era certo, poteva appartenere solo a Milt Plummer. Si mise la mano in tasca e tirò fuori le banconote. « Ho detto tutti. Mettici anche gli spiccioli. » Rosenburg era inebetito dalla vergogna, eppure non riuscí a fare a meno di cercare obbedientemente in tasca le due monete da venti- cinque centesimi e quella da dieci. Se non altro, l'uomo non l'aveva ancora perquisito... fino a quel momento. Evidentemente, non imma- ginava che anche Rosenburg era armato. "Se fa tanto di allungare la mano verso la mia pistola" si ripromise Rosenburg "agisco. Gi- rerò su me stesso. Rischierò..." Tuttavia, da come si sentiva la bocca secca, capí che non si sarebbe mosso. Sarebbe rimasto im- palato a fare quello che gli veniva ordinato. Sarebbe rimasto impalato a osservare se stesso mentre falliva una volta di piú nel suo lavoro. Una mano magra gli passò davanti per prendere i quattrini posati sul banco. Di nuovo, la pistola gli premette contro la spina dorsale. « Ora cala i calzoni. Giú, fino alle caviglie. » Rosenburg si sorprese ad allungare le mani verso la cinghia. Le dita passarono a pochi millimetri dalla pistola, ma non si fermarono. Rosenburg slacciò la cinghia e i calzoni scivolarono a terra. Sentí il lieve tonfo della pistola che picchiava contro la scarpa. Non c'è che dire, Rosenburg, sei un bell'eroe! « Ora fai il furbo e non voltarti. Conta fino a cinquecento, poi vai dal tuo amico. Sta bene, ma non è stato furbo quanto te. Perciò si è preso qualche cinghiata. » D'improvviso, la pressione contro la schiena di Rosenburg scom- parve. Qualche passo veloce, dietro di lui, poi il fracasso di una pila di bottiglie che cadevano. Rosenburg si voltò appena in tempo per vedere un ometto magro che raggiungeva la porta. L'uomo attraversò di corsa tutta la luce della vetrina. Rosenburg prese la pistola e sparò, senza la minima speranza di riuscire a ¨ colpire il bersaglio tanto confuso e per giunta in movimento. Poi si tirò su i calzoni e scattò verso la porta. L'uomo correva verso il terrapieno della ferrovia, reggendosi un fianco con la mano e zop- picando. Rosenburg mirò attentamente e sparò di nuovo. L'uomo si voltò e rimase per un attimo a guardare Rosenburg. Poi infilò la mano nella tasca della giacca. Rosenburg gli gridò: « Fermo! E metti le mani dietro la testa ! » La paura gli intorpidiva la lingua tanto che le parole uscivano a fatica. Non c'erano luci, a illuminargli la mira, e Rosenburg non riusciva a tener salda la pistola, mentre cercava di incorniciare nel mirino una gamba dell'uomo. L~uomo si diresse verso l'angolo di un magazzino e Rosenburg premette di nuovo il grilletto. Subito, la testa dell'uomo si rovesciò all'indietro. Le mani si protesero, stringendo l'aria. Poi le gambe cedettero, e l'uomo cadde sulla schiena. Nello stesso istante in cui Rosenburg si moveva per avvicinarsi a lui, i lampioni si accesero. Nella pozza di luce piú vicina, c'era un mucchio di stoffa, e Rosenburg rimase terrorizzato, nel vederlo sus- sultare. Poi le mani artigliate si aprirono a ventaglio, gli spasimi si calmarono, e il mucchio di stoffa restò immobile. Cercando di convincersi che quello non era un essere umano, ma un oggetto, Rosenburg s'inginocchiò. Ma il tremito che lo scoteva non cessò. Dovette fare due tentativi, per rimettere la pistola nella fondina. Una macchina si fermò all'angolo della strada, e tre uomini in tuta entrarono nella pozza di luce. Uno di loro disse: « Ehi, che sta succedendo? L'hai ammazzato tu, questo tipo, amico? ». Rosenburg parlò senza sollevare lo sguardo. « Sono un agente » disse, cercando di mantenere ferma la voce. « Vada al telefono piú vicino e chiami la polizia. Dica che mandino un'autoambulanza. >~ 296 SELEZIOJVE DEL LIBRO Uno degli uomini si allontanò strascicando i piedi, e poco dopo si udí awiare un motore. Rosenburg avrebbe voluto correre al negozio, per assicurarsi che Milt stesse bene, ma non riusciva a lasciare quella Cosa sul marciapiede. Avrebbe visto per tutta la vita quegli occhi spalancati, fissi. "Ero un agente" pensò, "ma non lo sarò piú." Si alzò e rimase stupito, nel trovarsi attorniato dalla gente. Le trombe delle macchine cominciarono a sonare, mentre il traffico im- bottigliava la strada. Finalmente, Rosenburg udí l'ululato di una sirena che si spegneva, poi due agenti di pattuglia si fecero strada tra la folla, verso di lui. Rosenburg li riconobbe, ma non riuscí a ricor- dare come si chiamavano. « Ha svaligiato il negozio di liquori » disse Rosenburg. La folla si azzittí, mentre i poliziotti abbassavano lo sguardo sul cadavere. « L'hai beccato in pieno. » « Sí... » Rosenburg sospirò, poi ricordò all'improwiso Milt Plurn- mer. Si fece prestare la torcia elettrica da uno dei poliziotti e corse verso il negozio. Milt era seduto eretto sul pavimento del retrobottega. Sollevò lo sguardo, massaggiandosi la testa. « Sono stato investito da un treno. » Rosenburg lo accompagnò verso una sedia, accese le luci e gli portò un bicchiere d'acqua. « Perché non l'hai fatto andar via tran- quillamente coi quattrini? » domandò sottovoce. « La sua faccia non mi piaceva. Dov'è? » « E morto. >~ « Ah... Non era necessario. » Mentre Milt sorseggiava l'acqua, Rosenburg chiamò la Squadra Omicidi, chiedendo che mandassero il coroner. Poi telefonò a sua moglie e le disse che sarebbe rientrato tardi perché gli era stato affidato un servizio speciale. Fu contento che lei non gli doman- dasse di che razza di servizio si trattava. « Vuoi andare all'ospedale, Milt ? » « No. Sto benone. » Esitò, poi guardò Rosenburg, pensieroso. « Sei tu che mi preoccupi. Hai l'aria di star male. E perché hai ucciso un uomo ? » Rosenburg fece un cenno d'assenso. « E stato il mio primo... e l'ultimo. » Entrò uno degli agenti dell'autopattuglia. Posò sul banco di Milt un'automatica avvolta in un fazzoletto. Accanto, mise un rotolo di banconote, qualche spicciolo, due scontrini del monte di pegni, un pettine, e un orologio da pochi soldi. ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 29~ « Non aveva altro, addosso, oltre a questa ricevuta di cauzione. Ho controllato via radio con l'Ufficio Indagini Criminali, che mi ha fornito un rapido resoconto. Era un teppista da due soldi e si era tirato fuori di galera solo stamattina. Ieri sera era stato pizzicato per violazione di libertà condizionata. Era con una donna in un parcheggio. Si chiamava Maurice Stiller. Non credo che tu abbia bisogno d'altro, quando arriveranno gli ispettori. A tutto il resto, ci penseremo noi... Tu resta qui e prenditela calma. Per un agente fuori servizio, hai già avuto abbastanza guai. » Rosenburg sapeva che cosa voleva dire. Le formalità, inclusa l'indagine del coroner, sarebbero state né piú né meno come se lui fosse stato un comune cittadino accusato di omicidio. Non poteva neanche appellarsi alla legittima difesa, perché Stiller non l'aveva realmente aggredito. Squillò il telefono. Milt sollevò il ricevitore, poi lo porse a Rosen- burg. « Un certo Spearing, del ~ournal, vuole parlare con l'agente Rosenburg. » Rosenburg prese il ricevitore, controvoglia, e ascoltò la voce piatta e arida di Spearing. « A quanto pare, abbiamo un nuovo eroe, tra le file della polizia. Dimmi tutto, amico. » « Non sono un eroe » rispose Rosenburg. « Avanti, Rosenburg. Quella modestia da primo della classe non mi convince. Ti sei preso a rivoltellate con un famoso pistolero, vero ? » Rosenburg pensò alla Cosa afflosciata sul marciapiede. « No » disse. « Lui non ha sparato, e io non avevo nessuna intenzione di ucciderlo. Non sono mai stato un gran che, come tiratore. » « Non la chiameresti una battaglia all'ultimo sangue? » « Neanche per sogno. » « E cosí che sarà chiamata, invece. Ho bisogno di te, amico. La storia piú sensazionale che mi fosse capitata in questi ultimi anni si è risolta in una bolla di sapone sul muso del mio principale, sa Dio come. Perciò tu diventerai un eroe, che ti piaccia o no. » « Dò le dimissioni dal dipartimento. » «Davvero? Tanto meglio! Poliziotto-eroe, stravolto dalla morte dell'Assassino vittima, dà le dimissioni. Grazie mille, amico. Mi salvi il pane. Leggi il ~ournal di domani, e vedrai che razza di eroe sei. » Quando la voce piatta di Spearing tacque, Rosenburg rimase a fissare il telefono, come in attesa che squillasse di nuovo. Milt l'os- 298 SELEZIOJ~fE DEL LIBRO servò con crescente preoccupazione. « Non ci ponzare sopra, Rosen- purg. Non serve a niente. » Rosenburg stava pensando: "Se fossi un poliziotto irlandese, domani andrei a confessarmi. Ma dove può andare un ebreo, se non direttamente da Dio?". | L VECCHIO edificio cominciava a spopolarsi rapidamente. Gli agenti della Sezione Frodi, accennando appena un saluto, scompa- rivano silenziosamente dalle loro scrivanie. Le Sezioni Furti, Auto- pattuglie e Furti con Scasso, spegnevano le luci. Durante l'ultima ora, gli agenti delle varie Sezioni avevano combinato ben poco; si erano dati daffare solo in apparenza, in attesa che la lancetta dei minuti dell'orologio superasse le cinque. Alcuni dei piú indipendenti, come Dinwiddie dell'Ufficio Persone Scomparse, il cui raffreddore era andato peggiorando, e tre agenti del Servizio Segreto, incaricati di sorvegliare gli spettatori di un incontro di pugilato, se ne erano andati prima dello scadere dell'ora stabilita. Barnegat, come il solito, lasciò l'ufficio alle cinque in punto. La sua intransigenza gli impediva di dare alla città qualche minuto in piú o in meno del dovuto. Le aule di giustizia erano buie già da tempo, quando il Giudice Brownell, che aveva ascoltato nel suo ufficio privato il caso di una moglie picchiata dal marito, si ficcò in testa il cappello e scese a rotta di collo le scale di marmo. Tommie, l'edicolante cieco, sentí il crepitare dei suoi passi e gridò, come il solito: « Buonasera, Giudice. Le auguro buon riposo ». Alla Sezione Reati Vari se n'erano andati tutti, tranne Moore. Moore era ormai sicuro che, se voleva scoprire la verità sui fratelli Perez, doveva tirarla fuori da Harriet. Finalmente, Harriet cominciava a dare segni di stanchezza. Si adagiò piú comodamente sulla poltrona, come una qualunque ragaz- zina sfinita, mentre la sua attenzione non riusciva a concentrarsi per lunghi periodi. Erano passate piú di due ore, da quando Moore aveva mandato Rafferty a parlare insieme con lo zio di Harriet, ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 299 ed ora lui aspettava con impazienza la telefonata del collega. Harriet sbadigliò. « Questa storia comincia ad annoiarmi » disse con voce piatta. « Dovrei essere a casa, ormai. Ai miei zii verrà un colpo. » « Ieri a quest'ora, a quanto pare, non si sono preoccupati gran che di dove eri finita. » Sua zia morirebbe, pensò Moore, se venisse a sapere un sacco di altre cose. « E per questa specie di informazione » domandò « vorresti che io stracciassi il rapporto ? » .«Non è meglio, forse... dimenticare e perdonare?» « Ma poco fa dicevi che la tua vita è rovinata! » Harriet lo fissò negli occhi, come per sfidarlo. « Ho deciso che è preferibile dedicarsi esclusivamente al benessere altrui. » In quel momento, squillò il telefono. Era Rafferty, e Moore, mentre ascoltava, non perse d'occhio la ragazza. Rafferty aveva rintracciato lo zio, che faceva il venditore in un parco di macchine usate. « E una specie di fuori-ordinanza, perciò ho controllato i suoi trascorsi. Ma è pulito, a parte una condanna per guida in stato di ubriachezza che risale a tre anni faDevo averlo spaventato, perché prima della fine è crollato e ha vuotato il sacco. Forse mi sbaglio, ma credo a tutto quello che ha detto. Tanto piú che i luoghi e gli orari coincidono. La nostra Cenerentola è ancora lí?» « Sí » rispose Moore prudentemente. « Buttala fuori, prima che ti faccia degradare. Non solo hai tra le mani una minorenne traviata, ma anche una stella di prima grandezza nel campo del ricatto. Può darsi che tenti di inguaiare lo Zi0. » « Già fatto. » « Non mi sorprende. Senti questa. Quando ha lasciato i Perez, ha attaccato un bottone allo zio, a quanto pare per la centesima volta, cercando di convincerlo a mandarla alla Scuola di Larkins. Lui si è rifiutato, spiegandole che non poteva permetterselo, e la ragazza ha piantato un pandemonio. Lo zio le ha mollato un ceffone, e questo spiegal'occhio gonfio. Dopo la scenata, lo zio le ha ordinato di andare in camera e di restarci. Quando la zia è rientrata dal lavoro, sono andati nella camera di Harriet per discutere la situazio- ne, ma la cara Harriet non c'era. Per un po', gli zii non se ne sono preoccupati gran che. Poi è arrivato Slattery con la ragazza in lacrime e tutta la storia di come l'aveva trovata all'angolo eccetera. Va bene ? » « Altro che bene ! » « La piccola dice che vuole parlare in privato con il suo caro zietto per qualche minuto, se lo porta nella sua stanza. A questo punto, la mette giú piatta. Gli mostra i lividi che ha sul petto e sulle braccia, e ammette di essersi pizzicata da sola. Poi gli dice che racconterà ai poliziotti che è stato lui, a tentare di aggreclirla. E siccome sa che non è eccessivamente intelligente, gli propone un'alter- nativa. Se lui si rifiuta di dare il consenso per una visita medica, e le promette di mandarla a Larkins, possono gettare la colpa sui ragazzi Perez, che tanto non verranno mai rintracciati perché le hanno detto di essere sul punto di partire per il Texas. Quel povero tonto è fuori di sé per la paura, e accetta. Slattery, che non vincerà mai una gara d'intelligenza, beve la loro storiella. Tra parentesi, Harriet ha quindici anni, non tredici. Non c'è altro, capo. » « Quanto ci metti, ad arrivare qui? » « Mezz'ora. » « Aspettami con una macchina davanti all'ingresso principale. » Moore riattaccò e rimase a fissare Harriet in silenzio. La ragazza si lucidava tranquillamente le unghie contro la gonna. « Mi hai chiesto di stracciare il rapporto, Harriet. Forse possiamo arrivare a farlo, se prima mi accompagni in una piccola spedizione alla prigione municipale. » Harriet sussultò. « Ma non ho fatto niente! » 302 SELEZIONE DEL LIBRO Per un attimo, Moore sperò che scoppiasse in lacrime, ma gli occhi della ragazza rimasero asciutti. « Sí, qualcosa hai fatto » disse Moore, calmo. MOORE la condusse nel raggio reati gravi, dove parlò sottovoce col carceriere. Il carceriere aprí il cancello. Moore e Harriet si awiarono lungo la corsia illuminata che s'inoltrava nel raggio. Moore condusse Harriet in una posizione strategica, accanto alla scrivania del guardiano. La cena era stata distribuita alle cinque e la maggior parte dei detenuti sonnecchiava; nonostante questo, però, restava un sottofondo di fruscii, di gemiti, di tonfi e di sospiri. Moore restò accanto alla ragazza in silenzio, lasciando che assaporasse bene odori e rumori. Sapeva che le autorità del Tribunale dei Mino- renni avrebbero fatto un pandemonio, quando avessero saputo che aveva condotto una ragazza di quindici anni nella prigione municipale maschile, ma in quel momento era la sua collera, ad avere la meglio. Aveva deciso che Harriet non doveva cavarsela da quell'avventura solo con le ferite che si era inferta da sola. « Che cosa vedi? » domandò sottovoce. Harriet si strinse nelle spalle, e Moore vide che i suoi occhi erano ancor piú torvi del solito. « Harriet, puoi anche cercare di convincere te stessa che stai guardando degli uomini vivi, ma sono morti. Restano qui ad aspet- tare, in una specie di purgatorio, finché qualcuno non decide se devono morire per sei mesi o per sessant'anni. Non esiste un solo uomo, in quelle gabbie, che sia finito là dentro di sua spontanea volontà. Tutti, dal primo all'ultimo, erano convinti di farla franca, qualunque fosse il crimine che hanno tentato... inclusi due ragazzi di nome Perez. « Alcuni degli uomini chiusi in quelle gabbie sono giovani e forti, e desiderano con tutta l'anima di restare vivi. Ma è troppo tardi. Quando verrà loro concesso di vivere di nuovo, molti saranno vecchi e stanchi, e magari non avranno piú possibilità di vivere con per- sone normali. L'attesa sarà stata troppo lunga, per coloro che li amano. « SaranrJo degli estranei, ovunque andranno. Mi stai ascoltando, Harrie? » « Be'... mi rendo conto che è interessante ed educativo, ma tutti quegli uomini non sono malati? Mentalmente, intendo. » Moore capí perché lo zio l'aveva picchiata. Sconsolato, pensò che, se non stava molto attento, avrebbe fatto altrettanto, e ciò gli sarebbe costato il distintivo. Poi, d'improvviso, la disperazione scomparve, in lui. Il carceriere aveva ubbidito ai suoi ordini. I fratelli Perez si stavano avvicinando a loro, mani affondate nelle tasche, passo dinoccolato, molleggian- dosi sui calcagni e chinando il capo a ogni passo. Non mostrarono alcun interesse per quello che avevano a destra o a sinistra. Guar- davano solo Harriet, con occhi vuoti di desiderio cosí com'erano pieni di rimprovero. Continuarono a camminare in silenzio finché non ebbero raggiunto il cancello in fondo alla corsia. Poi, senza di- stogliere neppure per lm attimo lo sguardo da Harriet, afferrarono lentamente le sbarre e ci si appoggiarono contro mollemente. « Mi odiano, vero? » Moore sentí Harriet susurrare. « Be', non me ne importa. Io ho quello che conta. So tutto sulla storiella del beati-i-poveri-perché-loro-è-il-regno-dei-cieli. Tutte sciocchezze. » Poi, quando fu sicuro della propria sconfitta, Moore sentí che la ragazza emetteva un gemito soffocato. Si voltò in fretta verso di lei ed ebbe voglia di urlare di gioia. Perché di fronte a lui c'era una bambina che imparava a piangere. Moore increspò le labbra in un sorriso. « Possiamo andare, ora, Harriet » disse, con tutta la delicatezza possibile. UNA staccionata rustica circondava la casa, e sul cancello c'era una modesta targa con le lettere di plastica: BARBEE. Hill scese dalla macchina e percorse lentamente il viottolo coperto di ghiaia che conduceva alla porta d'ingresso. Quello che stava facendo non gli piaceva. Non era un lavoro da poliziotto... tanto meno da Capo della Polizia. Interferire negli affari privati di un cittadino era una que- stione delicata, e sapeva di stato poliziesco. Certo, Barbee aveva vio- lato parecchie leggi: ostruzione di traffico, violazione di proprietà privata, resistenza all'arresto, e perfino attentato a mano armata contro un agente di polizia. Ma che diritto ho io, si domandò Hill, di venire nella casa di quest'uomo e di permettermi di interferire in una parte tanto privata della sua vita? Agli occhi della religione, il suicidio era peccato, ma i poliziotti erano investiti solo di poteri se- colari. Chi lo sa? pensò Hill. Forse Barbee ha un tumore e vuole evitare una lunga agonia a se stesso, evitando nel contempo di sper- perare un patrimonio in spese d'ospedale... Quando raggiunse la porta, aveva ormai deciso di non presen- tarsi come Capo della Polizia. Premette il pulsante del campanello e udí un suono di carillor~. La porta si spalancò. D'improvviso, come per rivelazione, Hill credette di capire perché John Barbee era sul ponte. Ma quell'attimo svaní. Una persona si vede com'è realmente una volta sola, dopo di che prevalgono migliaia di altre impressioni. « Buona sera... ? » La donna era alta. La sua persona emanava una sensazione di sicurezza. I capelli neri erano accuratamente acconciati, e gli orec- chini s'accompagnavano con la ricca spilla appuntata sull'abito a giacca. La voce era decisa, imperiosa ed eccessivamente alta. Hill pensò: "Vincerebbe qualunque gara, perché è convinta di dover vincere' ' . Tese il distintivo, tenendo il pollice sulla parola Capo incisa al centro. « Sono del dipartimento di Polizia. Lei è la signora Barbee ? » La donna lo guardò con maggiore attenzione, poi sorrise, compia- ciuta. « Ma io la conosco! Lei è il Capo Hill! Ho visto la sua foto- grafia sui giornali. Ho visto anche la vignetta! » Spalancò la porta. « Entri! Questo sí che è un onore! » Poi, fingendo di parlare seria- mente: « Non ho mica fatto qualcosa di orribile, vero? » Alle sue spalle, Hill intravvide un soggiorno dal pavimento coperto da uno spesso tappeto. Il mobilio era di gusto femminile e ovvia- mente costoso, ma la stanza restava stranamente fredda. « Entri » ripeté lei. « Non abbiamo paura della polizia, noi ! Sono appena rientrata da una riunione sfibrante. Le riunioni del nostro Comitato di Perfezionamento sono sempre sfibranti. » L'energia im- periosa di quella voce quasi costrinse Hill a ubbidire. « Temo che non sia il momento adatto, signora Barbee. Ho una notizia poco piacevole. » « Mio Dio! Che cos'è successo, ora? Uno dei bambini? » Il suo viso si rannuvolò, ma Hill pensò che si trattava piú di fastidio che di preoccupazlone. « Suo marito è in pericolo. » «John? Guardi che si sbaglia... No. L'ho pensato che stesse per combinare qualcosa. Stamattina è uscito presto, prima ancora che mi svegliassi, ma lo fa, qualche volta, quando vuole cominciare a lavorare al laboratorio prima del solito. Se John è nei guai, non avremo da fare altro che tirarlo fuori. E un tesoro di pasticcione e... » « Signora Barbee, mi ascolti un momento. Suo marito è in cima al ponte da stamattina presto. Minaccia di buttarsi e, secondo le persone che hanno tentato di dissuaderlo, lo farà davvero ! » «JohnChe ragione avrebbe? Non riesco a crederci. Non riesco a capire come John possa fare una cosa del genere. » Hill si domandò quanto ci capisse, lei, del suo John. « Non ra- giona piú da parecchie ore. Ma se lei viene con me e gli parla, forse l'ascolterà. » « Vado a prendere il soprabito. Ma è ridicolo! La raggiungo non appena avrò preparato del latte e dei biscotti per i bambini. Sono andati a lezione di ballo e dovrebbero tornare da un... » « Farà meglio a muoversi il piú in fretta possibile, signora Barbee. Pochi minuti possono fare un'enorme differenza. » ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 307 NEL CUORE della città, a circa tre chilometri dalla soglia sulla quale Hill aspettava, una donna era seduta davanti alla porta di una stanza da bagno. Era sembrato che l'affascinante, conturbante Thelma ci mettesse un secolo, prima di decidersi a fare il bagno. Thelma era sui cinquant'anni, e doveva averne passati venticinque nella vasca da bagno. Finalmente era dove avrebbe dovuto essere già da tempo. La don- na attendeva che chiudesse l'acqua. Non era possibile fare conver- sazione con quello scroscio. Ammesso che quello che avevano detto fino a quel momento, potesse essere chiamato conversazione, pensò la donna. Thelma, la sua cara, vecchia amica, si comportava da estranea, e da estranea altezzosa, per giunta. Le aveva detto subito che aveva poco tempo a disposizione, aggiungendo che voleva met- tere bene in chiaro una cosa: non si sarebbe risolto niente, parlando di Otto. Di che altro avrebbero parlato? Se non altro, Thelma aveva lasciato socchiusa la porta del bagno, ed ora il vapore cominciava a filtrare attraverso la fessura. Com'era gentile, quella Thelma! Si lavava e si profumava per Otto, che senza dubbio era l'ospite in arrivo per le sette. Il tempo cominciava a stringere. Lo scroscio dell'acqua s'interruppe e Thelma gridò: « Mi dispia- ce, cara, di sembrarti scortese, ma hai detto che volevi parlarmi solo per qualche minuto. Qualunque altro momento, cara, sarebbe stato tanto piú comodo! » Cara ! Osa chiamarmi cara ! Si comporta come se io fossi una parente povera! Che cosa pensava, di limitarsi a fare due chiacchiere con la donna che veramente ama Otto, per poi licenziarla con uno schioccare di dita ? La vista del vapore le fece venire un desiderio spasmodico di fu- mare. Ma niente da fare. Thelma non fumava, perciò neanche par- larne. Perfino poco prima di morire, era Thelma a dettare le regole. Sarebbe bastato l'odore di una sigaretta, per svelare a qualcuno che Thelma aveva intrattenuto un visitatore. Intrattenuto ? L'unico sforzo in questo senso, Thelma l'aveva fatto quando le aveva detto che c'era una bottiglia di sherry, sul tavolino, e che si servisse pure... mentre sua maestà si faceva il bagno. Il profumo dei sali da bagno filtrò attraverso lo spiraglio. La don- na disse prudentemente: « Sarà meglio che vada, ora. Avrei voluto parlarti di tante cose, se tu ne avessi avuto tempo... » « Ma te l'avevo detto che aspettavo visite, stasera! Ti telefonerò presto... cara. » Si alzò per avvicinarsi alla porta. Nella stanza da bagno il silenzio era assoluto. « Thelma ? » chiamò sottovoce. « Sí? Oh, credevo che te ne fossi andata. » « C'è qualcos'altro... » Respirò a fondo e spinse la porta. Il vapore rotolò verso di lei. « Che ci fai, qui dentro? » « Sono entrata per salutarti, Thelma. » « Questa, poi! Hai un bel coraggio. Guarda caso, sono gelosa della mia intimità. Ti prego di uscire dalla mia stanza da bagno, se non ti dispiace! » « Mi dispiace, infatti. » Si portò lentamente all'estremità della vasca, finché non fu dietro di lei. Thelma girò il capo, per seguire i suoi movimenti. « Che ti è suc- cesso agli occhi? » domandò. « Sono spalancati come... » « Sto semplicemente guardandoti. Sta' ferma, Thelma. » « Vattene immediatamente o chiamo la polizia! Devi essere im- pazzita! » Thelma fece per uscire dalla vasca. « Sta' ferma... Mi piacerebbe toccare i tuoi bei capelli... » D'improvviso, si chinò e afferrò Thelma per i capelli. Li strinse con tutta la forza della sua grande passione e spinse in basso finché i suoi gomiti non furono immersi nell'acqua. Thelma agitò freneticamente le gambe, allungando le mani ad annaspare l'aria. L'acqua straripò oltre l'orlo della vasca. Tutto era silenzio, all'infuori dello sciacquio e del respiro roco della donna. Thelma agitò la testa violentemente, ma la donna tenne la presa, mentre il corpo si alzava e si abbassava sotto l'acqua schiumosa. Non avrebbe saputo dire per quanto tempo rimase china sulla va- sca, ma le parve che, dopo un minuto, il corpo smettesse di agitarsi. Prima le braccia, poi le gambe, crollarono e scomparvero. Infine non vi fu altro da vedere all'infuori delle sue stesse braccia affondate nella schiuma. Mollò la presa a poco a poco, senza lasciare che la testa di Thelma riaffiorasse. Quando tutto fu immobile, aprí le dita, lasciandosi sfug- gire un rantolo. 308 SELEZIONE DEL LIBRO Raccolse l'asciugamano posato accanto alla vasca e asciugò accu- ratamente il pavimento. Con lo stesso asciugamano ripulí la maniglia della porta, fece per buttarlo vicino alla vasca, poi decise di non farlo. Che cosa ci faceva, un asciugamano inzuppato, vicino a una donna che, con ogni probabilità, non aveva avuto l'occasione di usar- lo ? Tutto aveva funzionato esattamente come aveva previsto, ma ora doveva stare attenta. Una negligenza all'ultimo minuto poteva risul- tare disastrosa. Sul corpo di Thelma non ci sarebbero stati segni, ma. .. ? Fece un ultimo, accurato esame della stanza da bagno, poi rac- colse l'asciugamano bagnato, lo strizzò, avvolgendolo strettamente, poi andò nel soggiorno e s'infilò i guanti. Si stava congratulando con se stessa per il suo autocontrollo... piú ferme di cosí non potrebbero essere, le mie mani, pensò... quando il telefono squillò. Lo squillo la fece sussultare. Doveva essere una chiamata per Thelma, e l'idea era paurosa. Aspettò, sempre piú terrorizzata, che il telefono smettesse di sonare. Ma la persona che chiamava era insistente. La donna si sorprese ad allungare la mano verso il ricevitore. Che sciocca ! Afferrò l'asciugamano e corse verso la porta. Il telefono sonava ancora, quando si sbatté l'uscio alle spalle. Sentí scattare la serratura e subito dopo le sfuggí un grido. La borsetta! Afferrò la maniglia della pesante porta e la scosse, pur sapendo che era chiusa. Continuò a scuotere finché la testa non prese a ciondolare come impazzita, mentre il telefono squillava ancora. C'era tutto, in quella borsetta: le chiavi della macchina, la patente, per- fino il libretto degli assegni. Il cuore le batteva contro le costole. Continuò a scuotere la porta e a picchiare, finché l'inquilino del- l'appartamento accanto non si decise a chiamare la polizia. All'agente della Sezione Comunicazioni che prese la sua telefonata, disse: « Non sono affari miei, ma forse sarà meglio che mandiate qui qualcuno. C'è una donna, nel corridoio, che sta facendo un pandemonio del diavolo, e non mi va di avere a che fare con un'isterica. Magari è solo ubriaca, comunque farete meglio a mettervi in comunicazione radio con un'autopattuglia perché venga qui a vedere se possono fare qualcosa per lei. » ~IILL guardò la donna seduta al suo fianco in macchina e ricordò a se stesso che, fin dai primi tempi della sua carriera, aveva deciso di non abbandonarsi al risentimento. Il veleno particolare che ema- nava dalla signora Barbee sembrava avvilupparla, e minacciava di soffocare lui. Hill pensò che quella strega doveva essere la regina della vanità e della boria. Se ne stava seduta col corpo eretto, i piedi accostati affettatamente. Hill la osservò mentre accarezzava con cura ogni grinza dei lunghi guanti neri, e quell'atto parve la fase finale del rito che aveva ini- ziato a casa sua, dove era andata in cucina, probabilmente a prepa- rare il latte e i biscotti per i bambini; poi, per diciotto minuti, se- condo l'orologio di Hill, era scomparsa nella camera da letto, dove si era rifatta il trucco, e si era cambiata per l'occasione. Dopo di che, per altri tre minuti, era rimasta davanti a uno specchio dell'atrio, a legarsi con cura una sciarpa nera sui capelli. Alla fine, aveva an- nunciato con freddezza che era pronta ad andare al ponte. Durante il tragitto, non aveva avuto un solo attimo di debolezza. Al massimo, sembrava diretta a compiere un dovere spiacevole e seccante. Hill non riuscí a restare i!;itto piú a lungo. Si era già pentito di avere interferito nella vita privata altrui; ora doveva tirare fuori quello che aveva nel cuore. Il ponte non doveva diventare il palco- scenico delle donne fasulle come la signora Barbee. Se Barbee sal- tava, doveva farlo con tutta la sua dignità. « Ho cambiato idea, signora » disse. « Secondo me, è meglio che non tenti di dissuadere suo marito. molto malato, che lei se ne renda conto o no. Altri- menti, non sarebbe dov'è. » « Insisto per parlargli. Farà quello che gli dirò. » « Lo farà... ques~a volta ? » Hill la studiò, sperando di trovare una sfumatilra di pietà, in quegli occhi. Restò deluso. « Ha mai tentato niente del genere, prima ? » « Naturalmente no. » « Ne è sicura? Se non altro, deve averci pensato. » « Ho sempre saputo quello che John pensava. Non è cattivo, ma è un debole. Ora non farà niente. Non ne ha il coraggio. » D'im- provviSOsmise di accarezzare i guanti e si voltò verso Hill. « Può sembrare spietato, ma non intendevo dirlo in questo senso. solo 3~o SELEZIONE DEL LIBRO che John non è mai riuscito a decidere niente senza il mio aiuto. Ma io gli ho voluto davvero molto bene. » « Sta parlando al passato, signora Barbee. » « Sono... sono sconvolta, naturalmente. » « Non sembra, da come agisce. >~ « Si aspetta forse che mi faccia venire un attacco isterico? Non servirebbe certo ad aiutare John. E poi, ho il mio orgoglio! » « Il suo orgoglio? » Hill cercò di dominare la collera crescente. Quando imboccarono la strada che portava al ponte, lei continuò: « Che cosa sta pensando? Che non ho il diritto di raccontare a un estraneo che mio marito è un debole ? ». « No, signora Barbee. La gente racconta ai poliziotti cose che non racconterebbe al medico, e i buoni poliziotti fanno di tutto per dimenticarle appena il caso è chiuso. Ma finché la faccenda è ancora calda, i poliziotti devono fare quello che ritengono meglio. A volte, non è facile. » « E ora lei pensa che il meglio sia che io non parli con John? » « Appunto. Comunque, vedremo come andranno le cose. » Una nebbia in continuo movimento avviluppava ora le torri del ponte, sicché queste scomparivano a meno di trenta metri dalla strada. La signora Barbee incrociò le braccia e guardò diritto davanti a sé, mentre la macchina si fermava. Disse: « Insisto per essere ac- compagnata da mio marito ». Hill guardò la nebbia. « In questo momento è impossibile. » La donna voltò la testa per lanciargli un'occhiata di fuoco. « Si sta assumendo una tremenda responsabilità. » « Mi capita spesso di doverlo fare. Fa parte del mio lavoro. » Hill scese dalla macchina. Mentre si voltava, la donna lo chiamò, e lui si fermò per guardarsi indietro. Forse era effetto delle luci giallastre del ponte, ma l'espressione della donna sembrava piú umile. « Io... capisco » disse. « Buona fortuna, signor Hill. » Hill trovò Deneen accanto a un'autopompa parcheggiata lontano dalla carreggiata principale. Deneen era immerso nella contempla- zione di una radio portatile, e Hill capí subito che era molto preoc- cupato. « Non riesco a cavarci un suono, da quest'affare, ma so che funziona. » Deneen guardò scoraggiato la nebbia che investiva il ponte a folate, poi si chinò per armeggiare attorno al pulsante del volume. Una sirena anti-nebbia coprí le sue ultime parole: « ... si è portato dietro una radiolina a transistor, e speravo di riuscire a mettermi in contatto con lui. O non ascolta, oppure tutto il ferro che ci circonda crea delle interferenze ». « Di chi stai parlan- do? » « Di Tim Hardy. E salito da Barbee. » « Hardy? Come ha fatto a venire qui? » esclamò Hill furente contro se stesso per aver dimenticato il suo vec- chio amico mentre con- centrava tutta l'atten- zione su Lasher. « Mi ha detto che era qui da ore. Mi ha chiesto il permesso di salire. Gliel'ho rifiutato. Poi ho avuto daffare per orga- nizzare i battelli di sal- vataggio da piazzare in attesa sotto il ponte, nel caso miracoloso che Bar- bee sopravviva al salto. Non ho saputo piú niente finché un pom- piere non mi ha detto che Tim si era fatto prestare la sua radio- lina e si era diretto verso il tirante. Se n'è andato da venti minuti... forse mezz'ora, ormai. » Hill fissò la radio, mentre le sirene ululavano. Evitò lo sguardo di Deneen. Si domandò se Deneen immaginava quello che aveva detto a Tim Hardy nel suo ufficio solo poche ore prima. « Sei sicuro che quell'apparecchio funzioni? » « E tutto in ordine. Forse Tim non vuole parlare con noi. » Hill prese il microfono. Prima di parlare, cercò di decidere con esattezza quello che voleva dire ma, per un attimo, nella nebbia che lo sovrastava, riuscí a vedere solo gli occhi sconfitti di Tim. Alla 312 SELEZIONE DEL LIBRO fine si portò il microfono alla bocca e disse: «Ascoltami, Tim, e non essere tanto cocciuto. So perché sei salito lassú. E va bene. La tua dimostrazione ce l'hai data. Ora voltati e scendi, prima che io perda un buon poliziotto ». Attesero, ma non giunse alcuna risposta. Hill si rendeva conto che Deneen lo guardava incuriosito, ma non gliene importava. Parlò di nuovo dentro il microfono. « Ne so piú di te, di questa storia, Tim. Devi credermi. Non ne vale la pena. Scendi, Tim. Te ne prego. Ho bisogno di te. » La radio gracchiò, ma non emise altri suoni. Hill si rivolse a Deneen. « Resta in ascolto. Chiamami, se Tim si fa vivo. » « Vuoi che salga a prenderlo? » Hill esitò. « No » disse alla fine. « E una faccenda che Tim deve sbrigare da solo. » Lasciò Deneen e s'incamminò lentamente verso la base del tirante. La nebbia conferiva alle torri un aspetto irreale, rendendole piú imponenti come peso e come altezza, tanto che sembravano abba- stanza potenti da servire da piedistallo al mondo... Il mondo di Tim, pensò Hill. Lassú, Tim Hardy affrontava un nemico ben piú spietato di un povero pazzo. Lassò, affrontava Tim Hardy. « Sciocco che sei » mormorò Hill « meraviglioso sciocco che non è uno sciocco. Che Dio ti benedica... e sii prudente. » E si segnò. MOLTO in alto, Hardy si fermò per riprendere fiato. Solo allora si rese conto della forza spasmodica con cui aveva stretto gli scor- rimano di cavo. Aveva le dita intorpidite, come se fossero definiti- vamente plasmate per stringere il diametro del cavo. Si trovava sull'enorme tirante che era chiuso in un tubo d'acciaio di tali dimensioni da impedirgli di vedere in basso. Hardy decise che i progettisti dovevano aver commesso un errore: gli scorrimano che gli permettevano di seguire la ripida curva del tirante potevano andare bene per un acrobata, ma non per un uomo comune. Gli facevano dolere le braccia. D'altra parte, era forse il posto adatto, quello, per Timothy Hardv, ora che era diventato un uomo del tutto comune? Sei in ferie, Tim. ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 313 L'aveva detto il Capo della Polizia. Dovresti prenderti un periodo di riposo. E poi hai sempre avuto paura delle grandi altezze... Nella nebbia, aveva perso il senso dell'altezza e della distanza. Quando aveva deciso di liberarsi dal peso ingombrante della radio, aveva lasciato cadere l'apparecchio nel vuoto. Non gli era giunto alcun suono della caduta. Se non altro, la vertigine, che gli aveva dato la nausea quando ancora riusciva a vedere al di sotto della nebbia, l'aveva lasciato. Perfino le chiazze di luce erano sbiadite, man mano che lui guada- gnava in altezza, e gli oggetti avevano perso la loro consistenza. Tutto questo gli dava una strana sensazione: gli sembrava di essere rinato a nuova vita. Ma non faceva diminuire la paura crescente. Dall'angolazione del suo corpo contro il cavo, giudicò di essere a poco piú di metà strada per la torre. Sentiva ancora i rumori del traffico dal basso, e le sirene sembravano ululare con la stessa forza di quando lui aveva cominciato la scalata. Pareva quasi che lo sollecitasse, ora, e Tim Hardy supplicò il proprio corpo di muoversi, ma le gambe non rispondevano. Fissò sconsolatamente il passamano, poi il tirante sotto i suoi piedi. Ascoltò il sibilo del vento tra i cavi, assaporò l'odore del mare che era cosí in basso. Ogni capacità sensitiva era straordinariamente viva, mentre il sistema locomotorio sembrava morto. Prese a insultarsi, nella speranza di rompere l'incantesimo. A quarantacinque anni, sei vecchio, spaurito. Uno straccio di poli- ziotto. Un vigliacco. Colin è stato fin troppo buono. Scendi e corri a nasconderti dietro le sue spalle. Stattene in un ufficio qualunque per il resto della tua vita ad aspettare il momento di andare in pen- sione. Tim Hardy? Sí, certo. Lo conoscevo quando... Tim Hardy, I'uomo finito. Finalmente riuscí a fare un passo avanti... e poi un altro... e un altro. I movimenti meccanici, pesanti, richiedevano un tale sforzo, che Tim non si accorse del graduale diradarsi della nebbia, e passò un buon momento prima che si rendesse conto di esserne fuori. Fissò il grande tirante che s'inarcava verso l'alta sommità della torre. Tra lui e la torre c'era la figura di un uomo, isolato alla luce delle stelle, immobile finché non alzò una mano. Hardy non riuscí a distinguere se quella mano stringeva una pistola. « Che ci fai, sul mio ponte? » strillò l'uomo. « Sono venuto a prenderti, Barbee. Sii ragionevole. » « Torna indietro! O ti ammazzo! » 314 SELEZIONE DEL LIBRO « Sono già morto. » Hardy restò sbalordito per le proprie parole. In quel mondo fantastico, era come se solo il suo corpo restasse attaccato al corrimano. La mente si era scelta un suo nido nell'aria, e dall'alto di quell'indipendenza guardava i due uomini completa- mente estranei aggrappati all'enorme tirante. Era stata quella mente nuova, separata, che aveva spinto il corpo a dire: "Sono già morto". Era come una bestemmia. Hardy pensò: "Alla prossima confessione, farò ammenda". Barbee si mosse verso di lui, in silenzio, e Hardy vide che ab- bassava il braccio. « Che cosa vuol dire che sei già morto? » do- mandò Barbee, tranquillo. Poi, con improvvisa ostilità: « Sei un poliziotto! ». La mente separata di Tim parlò ancora: « No... Ero un poliziotto. Ma sono morto oggi verso mezzogiorno ». « Allora che ci fai quassú ? » « Sono venuto da te. Ma non riesco a muovermi. Ho paura. La paura è un male che mi sono beccato da qualche parte. Non sono capace di controllarlo. » « Hai paura di me? » « Ho piú paura di cadere. » « Cadere non ha mai fatto male a nessuno. Non da un'altezza come questa, almeno. E poi, se sei morto che differenza fa? » « Una grande differenza. Voglio vivere. » « Se sei morto, è troppo tardi per pensare alla vita. » « Anche tu ci pensi, altrimenti ti saresti già buttato da un bel po'. Secondo me, hai subito la mia stessa morte. Entrambi abbiamo perso la fede. Ma possiamo tornare indietro... se mi aiuti. » Hardy non riusciva a distinguere il viso di Barbee tanto da essere sicuro della sua reazione, ma la voce era di nuovo sospettosa, quan- do disse: « Sei furbo, ma quel tuo discorsetto campato in aria non mi farà cambiare idea. Vedi questa pistola ? Ti dò dieci secondi per voltarti e scendere dal mio ponte. » « Ma non posso voltarmi. Devi credermi. Sinceramente, non me ne importa piú niente di te, ora. Anzi, in realtà non sono salito fin quassú per te. Sono salito per me stesso. E stata un'idea sciocca, ma ormai non posso farci niente. Sei l'unica persona al mondo che possa aiutarmi, Barbee. Ti supplico di salvarmi la vita. » La sirena muggí, molto in basso. « Che mi venga un accidente » disse Barbee tranquillamente. « Perché ci tieni tanto a vivere ? Che c'è di tanto bello, nella vita ? » ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 315 « Non lo so. Ma ne so ancora meno sull'altra vita. Prima o poi scopriremo tutto, io e te. Non ho fretta, però, e non capisco perché tu ne abbia tanta. » « Sono malato. Per piú di un anno ho sentito che il cervello mi mancava. Poi ho cominciato a vedere le cose chiaramente e ho capito che dovevo andare. » « Per piú di un anno ho sentito che il coraggio mi mancava. » « Ma tu non conosci la disperazione. » « Ora la conosco. » Tra loro cadde il silenzio, interrotto solo dal vento, dal belato delle sirene, dal ronzio del traffico-in basso. « Be' ? » domandò Hardy, alla fine. « Mi aiuterai ? » « No. Ci ho pensato, ma quassú le cose sono definitive. Ecco perché mi piace. Quassú, ogni uomo deve pensare a se stesso. » « Io non posso! E una cosa fisica. Sono paralizzato. Ma se mi aiuti a mettermi in moto, forse riesco a continuare da solo. » Un altro silenzio, poi Barbee disse: « Se tenti di fare qualche scherzo... Una mossa sbagliata e ti butto giú. Parlo sul serio ». « D'accordo. Vieni qui. Ti prego. » « Solo se riesci a capire perché, eventualmente, potrei aiutarti. Non è una cattiva idea spendere la mia ultima dose d'amore a fa- vore di uno sconosciuto. Ascolta. Ogni persona quando nasce ha una propria dose d'amore. Questa dose varia solo in quantità e in velocità di consumo. Da principio, mia moglie mi considerava un uomo, ma quando la mia dose d'amore si è quasi inaridita, per lei sono diventato invisibile. Sei mai diventato invisibile, amico? » Hardy pensò, irritato: "Al diavolo questo pazzo. Scenderò da solo". Ma né le sue mani né i piedi si mossero. Sentí la propria voce che rispondeva: « No, ma ti ascolto ». « Non chiedo altro. Cerca solo di capire. Per anni mi è stato ordinato, imposto, insegnato ad amare senza interruzione. Avrei potuto cercarmi un'altra moglie, ma ero convinto che prima o poi sarei diventato invisibile anche ai suoi occhi. Quando il vero signi- ficato di quest'idea si è fatto strada in me, è cominciata la disperazio- ne. Dove mai avrei potuto trovare una donna capace di dare since- ramente al marito, quando gli usi moderni le insegnano che non deve farlo? Se una donna accondiscende a dare, e molte lo fanno, riesce a concentrare il suo amore esclusivamente sui figli. » Hardy aveva la sensazione di vivere in un incubo. Aggrappato a un cavo a piú di duecentocinquanta metri di altezza, ad ascoltare 316 SELEZIONE DEL LIBRO il blaterare di uno svitato ! « Non puoi raccontarmeli laggiú, i tuoi guai ? Sto congelando. » « Hai detto che sei morto. » « Lo ero. Ma non intendevo dargli il significato che credi. Ho ricominciato a vivere non appena arrivato quassú. » « Non ti aiuterò a voltarti finché non avrai capito perché lo faccio. » « E va bene. Cercherò di capire. » « Vedi, l'abitudine all'amore mi ha tenuto docile per anni. Quando si è rivelato per quello che era, ho commesso il secondo errore: mi aspettavo la verità sulla terra. E quando mi sono reso conto di quanto pochi erano gli uomini che sapevano che cos'era la verità, qualcosa mi è esploso nella testa. Perciò sono salito su questo ponte meraviglioso. Sapevo che non avrei potuto continuare a esistere senza amore e senza verità. Capisci che cosa sto cercando di spiegarti ? Hai ancora speranza ? » « Non capisco bene. E ho speranza. » « Ci sono due cose a tuo vantaggio. Non hai tentato di mentirmi e di darmi a bere che capivi. E hai ancora speranza. La invidio, la tua speranza. E un'altra delle cose che ho perduto laggiú... » Hardy vide che Barbee si moveva verso di lui e, dopo un attimo, sentí una mano fredda sulla sua. Rimasero faccia a faccia sul ti- rante, e Hardy era sicuro che Barbee sorridesse dentro di sé. « Ora voltati » disse Barbee. Staccò la mano sinistra di Hardy dal cavo e la tenne saldamente. « Voltati! Non ti lascerò cadere. » Hardy pensò: "Attento! Stai mettendo la tua vita nelle mani di uno svitato, e gli svitati sono capaci di mille trabocchetti. Se gli volti la schiena, te la sei voluta..." Ma, mentre le stelle ammiccavano sopra di lui, permise a Barbee di staccargli la mano destra dal corrimano, e si voltò a guardare la base del tirante. Dietro di lui, Barbee disse sottovoce: « Ora fai un passo. Puoi farlo. Lo puoi perché hai una speranza ». Hardy sentí la mano di Barbee cadergli pesantemente sulla spalla. Provò un attimo di panico, quando si rese conto di quanto era diventato vulnerabile. Ma la mano di Barbee era sicura; non spin- geva e non lo tratteneva. E, d'improvviso, la sua mente separata si riuní nuovamente al corpo, e Hardy si sentí completo come non lo era da anni. Un gran calore sembrava emanare dalla mano di Barbee, un calore che scorreva nel sangue di Hardy, risvegliandolo da un lungo sonno. « Continua. Sei un uomo coraggioso » disse Barbee. Lentamente, calcolando al millimetro ogni passo, Hardy cominciò a scendere verso la nebbia. Quando esitava, Barbee si limitava a dire: « Continua. Va benissimo cosí». La sua mano era sicura, sulla spalla di Hardy. Finalmente raggiunsero la superficie schiumosa della nebbia, nella quale il tirante sembrava affondarsi come un pugnale. Qui il sibilo del vento contro i cavi verticali era piú forte. Hardy si fermò volutamente, per voltarsi a guardare la sua guida. Sapeva che dentro di lui era accaduto qualcosa di molto importante: tutta la paura era scomparsa, e lui sapeva che non sarebbe piú tornata. Quel pazzo aveva fatto rinascere il vecchio Tim Hardy? Hardy era deciso a portare Barbee fino in fondo alla discesa, ma era impossibile usare la forza, lassú. Doveva nascondere il mutamento che aveva avuto luogo dentro di lui, e doveva essere molto prudente. Barbee aveva l'intuito sottile dei pazzi. « Non credo che ce la farò da solo » disse. « Non ancora, almeno. » « Tolgo la mano. » « D'accordo. Ma resta con me. » « Continua, pover'uomo. Resterò finché non avrai piú bisogno di me. » S'inoltrarono nella nebbia piú spessa, e il rumore del traffico e delle sirene, in basso aumentò gradualmente. « Non dimenticherò quello che hai detto, Barbee. Anche se non ho capito con esattezza tutto... » Si fermò di nuovo, e calcolò con quanta rapidità poteva girarsi e chiudere le manette attorno ai polsi di Barbee. Doveva farlo presto, prima che emergessero dalla nebbia, in basso. Ma il pensiero di ammanettare Barbee gli ripugnava. Forse sarebbe riuscito a farlo continuare a parlare, a fargli cre- dere che aveva ancora bisogno di lui. « A tanti miei amici piacerebbe sentire quello che hai da raccon- tare, Barbee. Dici delle cose interessanti. » Nessuna risposta. Hardy si domandò se il vento non avesse por- tato via le sue parole. Alzò la voce. « Hai sentito che cos'ho detto ? » Gli rispose una sirena, dal basso, e poi solo il sibilo del vento. Hardy si fermò d'improvviso. « Ci sei, Barbee? Rispondimi! » Lentamente, voltò la testa. Vide la nebbia, il grande tirante che spariva dentro di essa, e nient'altro. « Barbee !... Barbee !... » Hardy fece per tornare sui propri passi, poi si fermò, perché si accorse di quant'era breve il tragitto che avevano percorso da quando Barbee aveva parlato per l'ultima volta. Anche nella nebbia, Barbee sarebbe stato visibile, ed era impossibile che fosse risalito tanto da scomparire. Scomparire! "Finché non avrai piú bisogno di me". Deve aver capito! La sua follia non era stata tanto accecante da impedirgli di vedere il ritorno di Tim Hardy a se stesso. Ah, Barbee ! Aveva voluto solo un'ultima occasione per dare. Ah, Barbee... Grazie, e anche per qualcos'altro, oltre alla mia vita. Alla fine della discesa, dove il tirante si univa alla base di ce- mento, Hardy vide Hill che lo aspettava. Si fermò e rimase immobile, a fissare il volto di Hill. Sollevato, vide che sorrideva. « Sono proprio contento di vederti, Tim » disse Hill. In fretta, Hardy discese gli ultimi metri. Saltò giú dalla base del tirante e andò a toccar terra proprio di fronte a Hill. Si guardarono in silenzio per un attimo. « Non ce l'ho fatta. Non sono riuscito a portarlo fin qui. Era un tipo molto in gamba. » Il sorriso lasciò il volto di Hill. « Anche tu sei molto in gamba. » Afferrò i baveri della giacca di Hardy, e li scosse leggermente. « Ipo- crita ! Bugiardo... Calcolatore, battifiacca, ballista ! Che razza di attore ! Fingere di avere fifa, di mancare i bersagli... E tutto per beccarsi una licenza a stipendio pieno! Be', la licenza è revocata. Domani mattina farai bene a trovarti al tuo posto, o ti trascino davanti alla Commissione di Disciplina! » « Colin... » Ma Hardy sapeva che il suo vecchio amico si sarebbe irritato, se l'avesse ringraziato, perciò lasciò che fossero i suoi occhi a farlo per lui. COME il solito, col giungere della notte, alla Sezione Comunica- zioni l'ammiccare ritmico delle luci delle telefonate in arrivo au- mentava Pur diminuendo il numero delle telefonate degli squilibrati, i veri appelli si moltiplicavano velocemente, finché il centralino era congeStiOnatOe gli agenti in servizio passavano senza interruzione da una chiamata all'altra. Poi, dopo mezzanotte, come se la città fosse stata esausta, il numero delle telefonate scendeva di colpo. Da quel momento in poi, ci sarebbero state solo le chiamate per le solite risse nei locali pubblici, per le rapine, per i disaccordi coniu- gali, e per i problemi delle persone sole e senza pace. Ora, gli uomini senza amici si cercavano l'un l'altro in un mondo notturno fatto di luci al neon. Alcuni vagavano senza scopo e senza meta. Altri restavano seduti negli atri dei piccoli alberghi, a fissare il vuoto, e parlavano ben di rado. Altri bevevano solitari una tazza di caffè dopo l'altra nei piccoli bar illuminati vivacemente, facendo durare ogni tazza per piú di un'ora, oppure usavano i bar locali come circoli privati. Se non altro, era meglio che starsene seduti in una stanza deserta. Tutta l'umanità che viveva di notte era una messe matura, pronta a essere mietuta, cosa che facevano coscienziosamente le prostitute, i bidonisti, i bulli, gli spacciatori di droga e i ladri in veste di amici di fresca data. Di notte, era facile che fossero coinvolti in una delle chiamate in arrivo alla Sezione Comunicazioni. QUANDO tornarono nel vecchio edificio, Hill e Deneen guardarono i fogli accumulati sulle loro scrivanie, si accigliarono e si rifiuta- rono di esaminarli. Poi telefonarono alle rispettive mogli, pregandole di lasciare qualcosa nel frigorifero per un loro eventuale ritorno a casa, perché erano le otto passate e l'ora della riunione con gli Alti Commissari era già scaduta. Indossarono l'uniforme, quella di Hill con due strisce d'oro sulla manica, quella di Deneen con una. Era abitudine presentarsi in uniforme, alle riunioni di quel tipo. La sala degli Alti Commissari era vasta e con le pareti coperte di pannelli di mogano, come l'ufficio di Hill. I tre Alti Commissari erano seduti su una pedana, di fronte a un pubblico composto da dieci capitani di polizia. L'Alto Commissario Stanton aprí la rìunione, dichiarando senza tanti preamboli che si erano riuniti per votare alcune proposte di decorazioni al merito. Poi chiese a Deneen di leggere il primo rap- porto. Mentre Deneen leggeva, non poté fare a meno di pensare a Ti- mothy Hardy. « Alle sette e mezzo del venti novembre, l'agente Charles E. Petro, assegnato al servizio in motocarrozzetta, ha ri- sposto a una comunicazione radio che segnalava la presenza di un uomo armato di fucile... Entrando nell'edificio, l'agente Petro si ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 321 è trovato di fronte all'uomo in questione, che gli ha puntato contro l'arma e ha premuto il grilletto... » Fuori dalla sala degli Alti Commissari, i quindici candidati pro- pOsti per i premi al merito cercavano di comportarsi come se la votazione non avesse importanza, per loro. L'un con l'altro, finge- vano che i cinquanta o i cento dollari di premio fossero l'unica cosa veramente importante. Questa menzogna nascondeva il reciproco imbarazzo . DALL'ALTRA parte dell'edificio, Spearing scorse Marvin Fat nel corridoio e piegò l'indice per chiamarlo. Marvin gli si avvicinò senza sorridere. « Come sta il piú ricco giovanotto degli Stati Uniti ? » domandò Spearing, cercando di parlare con tutta la cordialità di cui era capace . « Vuole che le lucidi le scarpe? » domandò Marvin. « No. Voglio solo un po' di saggezza, mio piccolo Confucio in miniatura. » Si piegò sulle ginocchia, in modo che i suoi occhi fossero all'altezza di quelli di Marvin. « Quanto hai incassato, oggi, Marvin? » Marvin si strinse nelle spalle, senza distogliere lo sguardo dalla cassetta dei suoi strumenti. « Avanti, Marvin. Sono nei pasticci. Potrei perdere il posto, se non riesco a chiarire una cosa. Voglio fare un patto con te. Ti dò la stessa cifra che hai incassato oggi, se mi dici che cos'è awenuto nell'ufficio di Hill questo pomeriggio. Eri là, lo so. C'era anche un certo Bandaneria? Oppure c'era un uomo al quale è stato detto di farsi passare per Bandaneria ? » Marvin restò silenzioso. Ora fissava l'orecchio di Spearing. « Non costringermi a essere cattivo, Marvin. Se non mi dici che cos'è successo nel~'ufficio del Capo, informo il Tribunale dei Mino- renni che qui, proprio al Palazzo di Giustizia tra tanti posti, c'è un bambino cinese che dovrebbe essere a scuola, invece di far quat- trini dalla mattina alla sera. La faccenda non ti andrebbe a genio, vero, Marvin ? » Nel silenzio che seguí, Spearing vide che il labbro inferiore di Marvin cominciava a tremare. Strinse il braccio del bambino. « Dim- mi che cos'è successo. E l'ultima possibilità che ti resta... » Finalmente, Marvin guardò direttamente negli occhi di Spearing. Strinse le labbra decisamente, e il suo piccolo corpo s'irrigidí. 322 SELEZIONE DEL LIBRO « Puah! » disse all'improwiso. Con un rapido movimento si liberò dalla stretta di Spearing, afferrò la sua cassetta e corse lungo il corridoio, scomparendo oltre l'angolo. Spearing si alzò lentamente, massaggiandosi le reni. Sapeva che non avrebbe detto niente a nessuna autorità. Per avere qualcosa in cui credere, aveva molto bisogno di Marvin Fat. NELLA sala degli Alti Commissari, l'agente Petro stava facendo rap- porto. Il suo folle awersario aveva premuto il grilletto per la seconda volta... e di nuovo l'arma non aveva sparato. Petro aveva disar- mato e ammanettato l'uomo. All'Ospedale, l'uomo era stato giudicato pazzo pericoloso. All'esame balistico, era risultato che il proiettile del caricatore del fucile portava i due segni lasciati dal percussore. Non si capiva perché l'arma non avesse sparato. Dopo che Petro fu congedato, con ringraziamenti e congratula- zioni per la sua fortuna, passò di mano in mano una cassetta di legno a due scompartimenti. Uno scompartimento era pieno di biglie nere, verdi, bianche e rosse. I votanti scelsero una biglia a seconda della loro opinione sulla ricompensa che Petro meritava, e la lascia- rono cadere nel foro praticato nel coperchio chiuso dell'altro scom- partimento. L'agente Petro ricevette biglie bianche sufficienti per meritare una Menzione di Seconda Classe. Era stato proposto per la Prima, ma c'era qualcuno convinto che non avrebbe dovuto dare all'uomo la possibilità di sparare per la seconda volta. Il secondo rapporto riguardava un certo agente Logan. « Rispon- dendo a un allarme per rapina, l'agente Logan è entrato dall'in- gresso principale della banda e ha trovato degli impiegati raggrup- pati dietro il banco, sul retro. Il guardiano della banca ha fatto un cenno con la testa verso destra. Logan ha visto sbucare due uomini di dietro il banco, da quella parte. Erano entrambi armati e uno portava un sacco bianco. Hanno ignorato l'ordine di Logan di fer- marsi, e uno di loro ha sparato due colpi contro Logan. La prima pallottola ha sfiorato la testa dell'agente, e in seguito è stata trovata conficcata nel muro. La seconda ha colpito l'agente al ginocchio destro. Un istante piú tardi, l'agente Logan ha sparato e ha lèrito ORE DEL BENE, ORE DEL MALE 323 mortalmente l'uomo, che aveva lunghi trascorsi criminali. L'altro rapinatore si è arreso ed è stato tradotto in arresto... » MENTRE i loro superiori votavano per concedere a Logan una Menzione di Prima Classe per il suo atto coraggioso, Moore e Rafferty erano appoggiati contro il banco del bar del J~orth Star,` e trovavano grande conforto nella sua solidità tutta mascolina. Non avevano nessuna voglia di violare le tacite leggi del J~orth Star par- lando di lavoro, ma lo fecero loro malgrado. Discussero eloquente- mente per quasi un'ora sulle meraviglie della piccola Harriet Ran- kin... eppure, tra loro non passò neppure una parola. Si limitarono a sorseggiare le loro bibite, poi guardavano nello specchio del bar e di tanto in tanto, i loro sguardi s'incrociavano. Allora sco- tevano la testa, a volte accompagnando il gesto con uno stringere di spalle. Finalmente, Moore disse ad alta voce: « Mi domando che cosa farà, ora, Harriet... ». Poi s'interruppe volutamente. Puntò il nasone verso la cucina, che si trovava a un'estremità del bar, e disse: « Ora sento che devo mettere qualcosa sotto i denti ». NEL vecchio edificio, la riunione nella sala degli Alti Commis- sari venne aggiornata, e un rumoroso gruppo di individualisti con- vinti cominciò la discesa notturna attraverso il vecchio edificio. In giro c'erano le donne di fatica che scopavano, passavano lo straccio, spazzolavano, raccoglievano e riunivano meccanicamente tutto quello che, alla loro stanca attenzione, appariva fuori posto. Il tin- tinnio dei secchi echeggiava lungo i corridoi di marmo deserti, e le loro grida di lamentela, di disappunto e di pettegolezzo superavano grandi distanze, sopra lo sbattere metallico dei secchi e degli im- mondezzai. Alla fine, quella banda di chiassone raggiunse il piano principale del vecchio edificio, piano che veniva ripulito con maggior cura degli 324 SELEZIONE DEL LIBRO altri perché era il primo a essere visto, ogni mattina, e istintiva- mente le donne delle pulizie volevano fare buona impressione. La loro attività era seguita con impazienza da un uomo che rab- brividiva e aspettava appena fuori della porta dell'ingresso princi- pale. Quando le donne ebbero finito, e l'ultimo secchio fu sbattuto contro qualcosa, quando l'eco delle loro ultime grida trionfali si spense contro il marmo, l'uomo entrò, passò davanti all'edicola chiusa senza guardarla, si fermò sotto la curva della scala di marmo, sbadigliò e si sdraiò con cura sul pavimento ancora umido. Spostò la testa finché non la sentí comoda sul braccio teso, piegò le gambe attorno alla macchina distributrice di chewing-gum, e si addormentò. Ernest K Gann ~ ERNEST K. GANN, uno dei piú popolari scrittori contemporanei, è nato nel Iglo a Lincoln, nel Nebraska. Dopo aver frequentato l'Accademia Militare di Culver, ha seguito un corso d'arte drammatica all'Università di Yale, il che può spiegare l'alto grado di drammaticità che i suoi romanzi raggiun- gono. Dopo aver recitato per parecchi anni, divenne talent-scout e regista di provini cinematografici. Da questa sua attività, Gann passò in seguito a una professione completamente diversa, quella di aviatore, dapprima come pllota acrobatico, poi come pilota di linea, e raccontò l'esperienza dei suoi ~nni di volo nel romanzo n destino è il pilota, apparso nel volume dl SELEzlONE DEL LlsRo del luglio 1964, e dal quale è stato tratto il film Destino in agguato. Dopo la guerra, Gann si dedicò per alcuni anni a diverse attività com- merciali, tra cui la pesca industriale, ed infine decise di dedicarsi esclusi- vamente alla sua attività di scrittore. Tra i suoi romanzi di grande successo, ricordiamo ancora Prigionieri del cielo, anch'esso apparso in un volume, ora esaurito, di SELEzlONE DEL LlsRo, e dal quale, a sua volta, è stato tratto un film molto conosciuto. Sposatosi all'età di ventidue anni, I'autore ha un figlio, George, già sposato, e due gemelli, Polly e Steven, che frequentano l'università. Gann è un uomo che ama molto viaggiare e, mentre metà dell'anno la trascorre parte in Svizzera - è un appassionato sciatore - e parte a Sausalito e a Pebble Beach, in California, I'altra metà vive a bordo del suoyacht, il Black Watch, che ha la base al porto del Pireo, in Grecia. FINE.