ERNEST K. GANN. ORE DEL BENE, ORE DEL MALE. In questo romanzo, Ernest K. Gaml propone di nuovo al let- Jr tore una vicenda ricca di awenimenti e di azione, che la sua completa autenticità rende ancor piú awincente. Non piú opera di fantasia, come Prigionieri del Cielo, né rievocazione di personali awenture, come n destino è il pilota, due romanzi entrambi apparsi in SELEZIONE DEL LIBRO, Ore del bene, ore del male è la cronaca fedele dell'affascinante, pericoloso lavoro del dipartimento di polizia di una qualsiasi grande città. Per raccogliere il materiale necessario a questo libro, Ernest K. Gann trascorse parecchi mesi con gli uomini del dipartimento di polizia di San Francisco, condividendo i pericoli e le angosce che la tutela della legge comporta, ascoltando le confidenze di esseri disperati, partecipando ai dubbi e alle decisioni degli agenti del Buoncostume e della Squadra Rapine a Mano Armata. In- contrò adolescenti ribelli e aspiranti suicidi, ladruncoli e potenti biscazzieri, e tutti coloro che, nella vita di ogni giorno, tentano di eludere la legge o cercano la sua protezione. Il risultato è questo romanzo caleidoscopico, permeato di do- lente umanità, un romanzo che svelerà al lettore l'estrema com- plessità del lavoro svolto dalla polizia, la pietà e il coraggio degli uomini che ad esso dedicano la propria vita. Al mattino... QUANDO USCI di casa, prima dell'alba, sapeva con esat- tezza quello che avrebbe fatto. Era sgusciato fuori dal letto in silenzio, aveva cercato i calzoni al buio e se li era infilati sul pigiama. Andava tanto di fretta che si era messo le scarpe senza curarsi delle calze. Guidò diritto al ponte grande e armonioso e lasciò l'automobile su un promontorio, rivolta a oriente, in modo che anch'essa potesse salutare il sole. Mentre si allontanava dalla macchina, rise. Non sarebbe stato straordinario se, un giorno, invece che a oriente, il sole fosse sorto altrove, magari a nord ? Avrebbe significato che il mondo aveva preso una sbandata. Be', il mondo la stava prendendo, la sbandata, no? Ma, quel giorno, il sole non doveva fare colpi di testa. Tira diritto per la tua strada, sole. Insieme, glielo faremo vedere noi che cos'è l'Insieme. Proseguí fino all'estremità del ponte, dove rimase per un po' a sentire il vento gelido che gli sferzava le caviglie. Quindi, cominciò ad arrampicarsi su uno dei tiranti principali, che curvavano verso l'alta torre, reggendosi ai passamani che correvano paralleli al tirante . Salendo, cantava sottovoce, soddisfatto per come la frase gli ro- tolava fuori dalle sue labbra: J~obody knows t~e trouble I see. Di tanto in tanto, si fermava un attimo per riprendere fiato. Non c'erano dubbi, era proprio giú di forma. Si arrampicò a lungo, con prudenza, attento a non scivolare. Avrebbe reso al sole un saluto di quelli che il sole non conosceva piú da che gli Atzechi gli avevano offerto i loro sacrifici. Non ap- pena fosse spuntato, avrebbe emesso un lungo grido squillante, si- mile al canto di un gallo. Tutti, nel mondo, l'avrebbero sentito, e avrebbero capito che si faceva beffe delle loro stupide vite meschine, spregevoli e costrette. E poi gliel'avrebbe fatta vedere lui. ALEGGIAVA un odore di fondo, nell'edificio incrostato di sudiciu- me, che tra breve avrebbe dovuto essere sostituito e che serviva alla città da palazzo di giustizia. Al primo piano, l'odore era sem- plicemente un leggiero aroma, un bouquet di sigari calpestati, di es- senza di gabinetti pubblici e di tempo. Anche l'obitorio era al pri- mo piano, per quanto in un angolo remoto. A Tommie, l'edicolante cieco che aveva il chiosco sotto la scala di marmo, bastava l'olfatto, per far rotta senza bisogno d'aiuto, da qualunque parte. Il secondo e il terzo piano ospitavano le aule del tribunale, e qui l'odore di fondo era ancora leggiero, per quanto prendesse vigore grazie all'aggiunta della traspirazione di gente nei guai. Sopra le aule di giustizia, c'erano l'Ufficio Identificazione, il laboratorio fo- tografico e un complesso di altri uffici occupati da varie specialità della polizia. La Sezione Frodi, avendo finestre su due lati, godeva della siste- mazione piú piacevole. Perfino l'ispettore, la cui scrivania era piaz- zata in mezzo alla stanza, riusciva a vedere quel che faceva, senza ricorrere alla luce artificiale. Anche la Sezione Stupefacenti era privilegiata. La sua sede era arricchita da una bella finestra ad arco che andava dal pavimento al soffitto. Ma la stanza era cosí piccola che, spesso, gli ispettori si stancavano di essere obbligati a sedersi sulle scrivanie altrui e andavano a interrogare gli indiziati nel cor- ridoio. Le Squadre del Buoncostume, Omicidi, e Auto Pattuglie, le Se- zioni Rapine a Mano Armata e Furti con Scasso, e l'Ufficio Persone Scomparse erano ugualmente a corto di spazio, e nessuno di questi uffici aveva aria o luce sufficienti. E cosí, guadagnando in altezza, l'odore di fondo che saliva dai piani inferiori sembrava concentrarsi, assumendo inoltre una particolare asprezza. La prigione era all'ultimo piano, e qui l'odore raggiungeva la sua gamma completa, diventava un'acuta fioritura di latrine aperte, di vernice vecchia, di disinfettante e di effluvi di recipienti fumanti nella cucina, il tutto mescolato e unito dal filo invisibile della pe- renne ansia umana. Il primo piano, appena sopraelevato sulla strada, ospitava gli uffici del Capo della Polizia. Il Capo era irlandese e si chiamava Colin Hill. A quell'ora di prima mattina, il suo ufficio era cosí silenzioso che non si sentiva volare una mosca. Il venerdí mattina, Hill godeva di tanta tranquillità perché, per il fatto di assistere alla prima Messa, gli tornava comodo arrivare in ufficio prima che il vecchio palazzo fosse del tútto sveglio. La devozione alla Messa era uno dei pochi ricordi che Hill aveva conservato dell'Irlanda, perché, per il resto, provava un immenso senso di gratitudine per essere giunto in America. La sua gratitu- dine, dapprima era stata espressa direttamente a Dio, ed era stata seguita, immediatamente dopo, da una supplica speciale ai fun- zionari dell'Ufficio Immigrazione, i quali erano ovviamente disce- poli di Dio stesso. Hill si era poi immerso con entusiasmo nella vita americana e, due settimane dopo il suo arrivo, sapeva a memoria la Dichiara- zione dei Diritti e la Dichiarazione d'Indipendenza. Aveva da poco compiuto i ventidue anni quando aveva ottenuto la cittadinanza americana definitiva. Prima ancora del suo corpo, massiccio e squadrato, era la testa di Hill ad attirare immediatamente l'attenzione. Perché era la testa di un leone. L'incredibile rassomiglianza cominciava dal taglio obli- quo degli occhi e si faceva ancor piú impressionante quando, in un impeto d'irritazione o di entusiasmo, una cascata di capelli fulvi gli si rovesciava sulle rughe che gli segnavano perennemente la fronte. E, in un certo qual modo, Hill aveva acquisito anche alcuni movimenti leonini. Quando appoggiava le mani su un tavolo o su una scrivania, quelle mani parevano zampe. Quando chinava la testa. per sbirciare un visitatore, la sua persona emanava un'impres- sione di congenita tristezza; quando era sospettoso, o contrariato, sarebbe sembrato perfettamente naturale che rovesciasse la testa indietro e ruggisse. Ma Hill era un leone tranquillo e non ruggiva mai. E la sua unica tristezza era causata dall'esistenza di gente ingrata nel paese che tanto amava, erba maligna in un giardino quasi perfetto. PRESE un foglio con la poderosa mano spruzzata di efelidi e rie- saminò l'elenco degli appuntamenti della giornata. Alle otto e mezzo, il segretario del dipartimento sarebbe venuto a chiedere ulteriori delucidazioni sull'impiego dei civili al posto degli agenti in certi servizi speciali: i membri di un comitato civico si erano convinti dell'utilità di fare operare il dipartimento su basi commerciali. Ma come era possibile creare un'organizzazione di tipo commerciale, se non se ne poteva calcolare, in modo attendi- bile, l'attività? Sarebbero bastati dei disordini, una dimostrazione di protesta, un'imprevista calata in città di un gruppo di teppisti, la visita di un dignitario straniero malvisto da certi ambienti, per- ché il preventivo settimanale di fondi per gli agenti di pattuglia andasse a farsi benedire. Alle nove, Hill avrebbe discusso col capo del Laboratorio Crimi- nale un nuovo metodo per il prelievo delle impronte digitali. Hill pensò: "Se solo riuscissimo a dipanare i grovigli delle menti distorte con la stessa efficacia con cui abbiamo perfezionato i mezzi per vederci chiaro tra i grovigli delle impronte digitali... allora sí che potremmo sperare di ridurre le spese!". Alle nove e mezzo, visita del direttore di una stazione radio lo- cale. Era questione di un programma che elogiava il dipartimento di polizia. Se non altro, come impostazione era insolita. La stampa, in genere, andava in solluchero quando poteva fare il contrario e ingigantiva le piú piccole pecche fino a farne notizie da prima pagina. Nei primi tempi, Hill andava su tutte le furie per quell'ap- parente prevenzione della stampa contro la polizia. Ora, invece, si rendeva conto che la libertà di critica era un segno di sanità morale, nel paese che tanto rispettava. Nonostante questo, però, c'erano ancora delle occasioni in cui moriva dalla voglia di dire: « E va bene. Adesso noi buttiamo i distintivi nell'immondezzaio e ce ne andiamo a spasso per quarantott'ore. Poi vedrete che cosa succede alla vostra città ». Flanner, il sergente "marca-visita", sarebbe arrivato col suo rap- porto sugli agenti che avevano mal di schiena, o che si erano bu- scati una pugnalata, o che erano stati presi a pedate nell'inguine da una prostituta ubriaca o che si erano fatti rompere il naso durante una gazzarra da qualcuno che aveva sentito il dovere di provare il proprio risentimento contro l'autorità costituita. Alle dieci, con Willets, il legale del dipartimento, avrebbe di- scusso del dilagante problema delle "modelle" fotografiche. Qual- siasi fotografo dilettante poteva portare la sua macchina fotografica in uno degli "studi" appositi e ritrarre le modelle in vari stadi di nudità. Arte, affermavano i proprietari. Ma, ormai, i clienti di- menticavano di portare la macchina e le modelle si facevano sempre piú giovani. Secondo la Squadra del Buoncostume, nella faccenda erano coinvolte due ragazze di sedici anni. Alle undici, Martin, della Sezione Sicurezza Interna, con le ul- time notizie sui Black Muslims, la setta di razzisti negri. Hill aveva saputo che alcuni dei loro oratori peroravano un'azione diretta contro i bianchi. Per fortuna, pensò Hill, gli aderenti al loro movi- mento erano ancora pochi. Alle undici e un quarto, una piccola associazione di commer- cianti, irritati per l'aumento dei taccheggi. Il taccheggio era il piú singolare dei reati minori, perché i veri professionisti del genere erano pochi. Il taccheggio era semplice- mente l'espressione della natura umana sopraffatta dalla brama di ottenere qualcosa per niente. Di solito, le persone piú inclini a que- sta debolezza erano delle miti vecchie signore e, purtroppo, nella maggior parte dei casi, vecchie signore munite di un pingue conto in banca e di un marito che lavorava sodo. Quando venivano piz- zicate, la risposta era quasi sempre la stessa: « Ma non avevo nes- suna intenzione di portar via questa roba ! Dev'essere finita in mezzo al resto senza che me ne accorgessi... ». Senza dubbio, prima di mezzogiorno sarebbero arrivati i giorna- listi, per saperne di piú sulla compagnia di danze africane ospite della città. Hill avrebbe imposto alle danzatrici di coprirsi i seni? La controversia forniva ai giornalisti spunto per qualche articolo, ma Hill avrebbe dato chissà cosa perché non fosse finita in grembo alla polizia. Qualunque decisione avesse preso, sarebbe stato criti- cato. Qualche giornale avrebbe pubblicato la solita vignetta raffigu- rante Hill come un leone - questa volta, magari, mentre masticava cupo un reggiseno - e gli articolisti l'avrebbero definito un puritano ignorante che soffocava la grande arte. Ma se faceva altrimenti, gli avrebbe telefonato il sindaco, e il sindaco era eletto dai cittadini, alcuni dei quali consideravano il corpo di ballo lascivo e un "in- sulto alla città". E Hill era stato nominato dal sindaco. Lavorando al fianco del sindaco, Hill aveva reso la città pulita, per quanto possa esserlo una città. Hill si rammaricava che certi altri capi di polizia di sua co- noscenza, fossero diventati corrotti per una sorta di osmosi, come i loro sindaci. Subito prima di colazione, avrebbe ricevuto la rappresentanza di un movimento locale che si denominava Comitato per le Libertà Civiche e che ce l'aveva con la polizia per l'arresto di un suo mem- bro, accusato di essere dedito agli stupefacenti. Il comitato affer- mava che l'individuo in questione veniva perseguitato a causa delle sue idee politiche, dichiaratamente comuniste. E va bene. Ecco qui il suo curriculum, pronto per il comitato. In esso appariva che l'uo- mo era stato arrestato trenta volte, in undici città diverse, come "succhiadroga". Se volevano, i membri del comitato potevano esa- minare le cicatrici che aveva sulle braccia. Poi, la colazione. Hill fece una smorfia, al solo pensiero. Il lavoro da tavolino gli aveva messo addosso quasi cinque chili di troppo, e lui aveva giurato che nel corpo di polizia non dovessero esserci poliziotti grassi. L'epoca dei piedipiatti dal naso paonazzo, il berretto sulla nuca, il ventre cascante sulla cintura e la manaccia tozza affondata nella scatola dei sigari, era finita. Quei poliziotti da comica di Ridolini erano anacronistici quanto i vecchi cellulari irlandesi trainati da cavalli. Hill si domandò come avrebbero fatto, con la loro indolenza, a domare le cinque belve scatenate, i cosiddetti delinquenti minorili che di recente avevano aggredito due famiglie andate a fare me- renda nel parco. Gli aggressori, tutti tra i quindici e i diciotto anni, dopo aver stordito i mariti a colpi di mazze da bese-ball, avevano vio- lentato le mogli. E questo era accaduto nell'America che Hill ama- va, e non serviva a niente sapere che uno dei capi della banda era in libertà vigilata e che l'altro era uscito da un riformatorio di stato in libertà condizionata. A volte, Hill trovava difficile soffocare l'amarezza che provava nel vedere il numero sempre crescente di persone - non criminali di professione - che gettavano fan~o sul suo amato paese. Per i criminali incalliti, avversari scontati della sua battaglia personale, qualche rara volta, Hill ammetteva di provare bene o male un certo rispetto. Ma il conflitto stava mutando: una repellente eruzione aveva ricoperto il volto dell'America. C'era un unico colloquio per il quale Hill non aveva fissato un orario preciso: ne paventava troppo la necessità. In chiesa, quella mattina aveva osservato il suo vecchio amico, l'Ispettore Timothy Hardy, mentre serviva Messa. In genere, lo spettacolo di Hardy, costruito come un blocco di cemento, che si affaccendava pesante- mente attorno all'altare, con la ferma determinazione di essere de- licato, era fonte di spasso segreto per tutti coloro che presenziavano alla Messa speciale per la polizia. Ma, quella mattina, Hill non si era divertito. Era riuscito solo a pensare a quello che finalmente avrebbe dovuto dire a Hardy. Dopo la funzione, Hill aveva incontrato l'amico sui gradini della chiesa, e gli aveva detto semplicemente: « Fa' un salto da me, piú tardi ». E Hardy, chinando il capo con la stessa umiltà di quando era all'altare, si era limitato a rispondere: « Certo ». Era sufficiente. Entrambi erano imbarazzati perché conoscevano la ragione di quel colloquio e si rendevano conto che avrebbe po- tuto distruggere un'amicizia che durava da quando lavoravano insieme. "E come faccio" pensava ora Hill. "Come faccio a dire a un amico che mi è caro come un fratello che è stato silurato? Come faccio a dire a Tim Hardy, il quale sa fin troppo bene che non sempre le pallottole passano fischiando senza colpire, e che non si conficcano giudiziosamente in una spalla, come succede in televi- sione, che non fa piú parte della Sezione Rapine a Mano Armata? Potrei mettere le cose in modo da sistemarlo in un posto in cui lui non corra pericoli e, soprattutto, non ne faccia correre ad altri, semplicemente perché ormai ha perso il controllo dei propri nervi. E lui capirebbe. Inoltre, un lavoro del genere gli spezzerebbe il cuo- re, al mio amico." LE LANCETTE dell'orologio elettrico appeso alla parete segnavano le otto esatte. Hill smise di arrovellarsi su Timothy Hardy, e un sor- riso sottile gli increspò il viso. Chissà, forse un giorno non avrebbe udito bussare, alle otto in punto, alla porta del suo ufficio. Questo avrebbe significato che un cataclisma aveva strappato Deneen, il suo vice, dalla rigidità dell'orario che si era imposto. Deneen era preciso come una macchina, l'antitesi del vecchio poliziotto alla Ridolini. Colto, educato, uno specialista attento e addestrato, che conosceva gli avversari e le loro abitudini. Si udí bussare, e Deneen entrò. La lucida calvizie contribuiva ad accreScere l'aria di perenne preoccupazione del suo viso, ma dai movimenti vigorosi, dalla voce penetrante e dall'espressione di sfida degli occhi intelligenti era chiaro che le sue preoccupazioni non lo tormentavano poi troppo. « Buongiorno, Capo » disse. Il sorriso di Hill si fece ancor piú sottile, per via del deliberato formalismo di Deneen. Deneen non era come Hardy, il quale, al- trettanto deliberatamente, manteneva i loro rapporti su una base il piú possibile amichevole e scherzosa. Molto tempo prima, quando erano ancora semplici agenti, Hill e Deneen avevano prestato servi- zio insieme nelle autopattuglie. Ma dal giorno in cui Hill era stato promosso Capo, Deneen aveva smesso di chiamarlo Colin. Si era congratulato cordialmente con lui, sorridendo, e aveva detto: « Co- lin è morto. Viva il Capo ». E ora niente al mondo l'avrebbe con- vinto a riprendere la vecchia familiarità. Hill non c'era riuscito neanche quando gli aveva timidamente confessato di sentirsi solo. « Tutti i capi si sentono soli » aveva risposto Deneen. « Hai la mia comprensione e il mio rispetto. » Ora Deneen porse a Hill un foglio con la lista delle infrazioni piú gravi compiute dagli awersari nelle ultime ventiquattro ore. ... aggressione aggravata compiuta da un cittadino americano di razza bianca, sui vent'anni, probabilmente al volante di una guida interna Hudson del 1949, verde, numero di targa sconosciuto. Vit- tima: americano di razza bianca, in gravi condizioni per ferite alla testa.. . ... rapina tra la Ventiduesima Strada e Lake Street. Unico indi- ziato indossava giubbotto marrone. Fuggito verso sud, per la Ven- tiduesima Strada. Arresto compiuto dagli Agenti Drinkwater e Cas- sana... ... rapina a mano armata... Federal Hotel. Indiziato: americano di razza bianca, trentotto anni, armato di automatica calibro 45. Arresto compiuto dall'Agente Motociclista Robert McAdams. L'a- gente McAdams operava da solo... ... rapimento e stupro al numero l605 della Dodicesima Strada, perpetrati da Julio Perez, messicano, ventidue anni, che indossava una giacca a vento bianca, e da Antonio Perez, vent'anni, altezza un metro e sessanta, peso sessantotto chili. Gli indiziati sono ac- cusati di aver rapito una minorenne di razza bianca, tale Harriet Rankin, di tredici anni... Automobile corrisponde alla descrizione di quella usata per rapina al distributore avvenuta tra la Diciotte- sima Strada e Diamond Street alle sei e cinquanta p.m.... Hill si fermò all'ultima annotazione. « E questi individui? » Da tempo, ormai, usava il termine "individui", quando parlava degli ingrati d'America. Era un termine anonimo e comodo, che non teneva conto né dei trascorsi, né della razza, né del colore della pelle. Hill non usava mai quel termine per altri scopi, e le sue lab- bra si torcevano per il disgusto, quando lo pronunciava. « I Perez ? Sono di sopra. Stamattina faranno parte della "sfilata" e nel pomeriggio saranno messi a confronto con la vittima. » Dando una rapida scorsa al resto della lista, Hill notò con disap- punto che altri due vecchi erano stati aggrediti e derubati da al- cuni minorenni. In un caso, per niente soddisfatti dei pochi dollari docilmente offerti dal vecchio, i giovinastri avevano usato la vit- tima come ~unching-ball, sbatacchiandolo avanti e indietro a suon di pugni. « Come faremo, a mettere un freno a queste cose? » domandò Hill. « Ce ne sono stati quattro o cinque, di casi del genere, questa settimana. » « Bisogna procurarci dei genitori nuovi » rispose Deneen, con voce piatta. Si alzò. Il resto della lista non comprendeva casi che richiedessero attenzione particolare. I furti di automobili, gli inci- denti stradali e gli incendi, le attività dei pervertiti, delle prostitute e dei manutengoli, il giuoco d'azzardo, le risse, l'ubriachezza e le truffe, le liti familiari e il vandalismo non venivano neanche no- minati, nella lista. Tali inezie erano un sottofondo costante in ogni metropoli. « C'è una faccenda interessante che non appare nella lista, Capo » disse Deneen. « E arrivato un tuo amico, in città. E alloggiato al Brixham Hotel, appartamento Dodici A, a quarantotto dollari il giorno. Ha prenotato l'appartamento per una settimana, ma ha avvisato che potrebbe fermarsi piú a lungo. Il signore in questione si chiama Theo Lasher... » « Bene... Bene... » Hill sapeva di essere arrossito, ma sperava che Deneen non se ne fosse accorto. Theo Lasher, alias Dimitris Laskis, alias Sal Lasso, alias Louis Breckam, alias un'altra sfilza di nomi falsi, tutti iscritti nel suo im- pressionante curriculum... All'epoca in cui Lasher era autentica dinamite, e molto legato alla Mafia, se non completamente "ini- ziato~, il fuorilegge si era creato una reputazione di vero Mister Muscolo, in campo nazionale. Era stato ospite distinto dei peniten- ziari di Sing Sing, di Dannemora, di Folsom e di San Quintino. A Hill parve di veder- selo davanti, per quanto l'avesse incontrato una sola volta. Naturalmente, Lasher abitava in un appartamento di lusso e, a meno che non avesse cambiato abitudini, il suo bagaglio da solo doveva valere una cifra superiore a sei mesi di stipendio di un qualunque ispettore. Theo Lasher era una di quelle rare persone che sono gli energumeni do- tati di cervello. Era real- mente capace di pensare e di calcolare i rischi, e questa era la ragione per cui, già da tempo, aveva smesso di usare personal- mente le armi e i pugni. Ora poteva delegare agli altri incombenze del ge- nere: lui aveva trovato un modo diverso per im- piegare le sue energie, un modo "facile da non crederci", come l'aveva definito lo stesso Lasher, parlando con un procu- ratore distrettuale. Dal giorno in cui aveva sco- perto la triste situazione delle classi lavoratrici e si era preso a cuore, col suo cuore d'acciaio, le loro tribolazioni, Lasher aveva prosperato. Circondato dall'aureola di santità che si era creato quale zelante capo di sindacati, aveva potuto intraprendere impunemente molte altre attività nuove e varie. « E cosí è arrivato, finalmente » disse Hill, sottovoce. « Mi do- mandavo quando si sarebbe deciso. » « Oh, un'altra questione, c'è uno svitato sul ponte » soggiunse Deneen, voltandosi dalla soglia, e usando il termine corrente della polizia per indicare le persone affette da squilibrio mentale. « E in cima a una delle torri. Sul ponte c'è un imbottigliamento. Le macchine sono bloccate fino al confine della contea. Abbiamo mandato una ventina di uomini, che stanno tentando di convin- cerlo a non buttarsi. » « Perché non salgono a prenderlo? » « Hanno deciso di aspettare. E armato di pistola. » L'UOMO guardò in basso dal suo rifugio sospeso nell'aria e rimase soddisfatto. Il sole era una palla incandescente. Che giornata, per lanciare il suo grido di vittoria ! Tra la folla che si era raccolta, subito dopo il suo primo grido di prova, spiccava una rosa di volti bianchi, alzati verso di lui. La maggior parte degli uomini, m bas- so, indossava l'uniforme azzurra e aveva già tentato di fargli cam- biare idea. « Statemi a sentire, voi! » gridò l'uomo, rivolto alle facce. « Non venite a dirmi che cosa devo fare! Scenderò quando ne avrò voglia, e se non vi levate dai piedi, vi piscio addosso. Lasciatemi in pace e basta! Andate via e statevene via! « Statemi a sentire! Pensate che sia pazzo ? I pazzi siete voi. Non la sentite, la pressione ? O siete tutti degli smidollati ? Se laggiú c'è un solo uomo che non sia uno smidollato, che venga su a rag- giungere il sole! Ma non fate scherzi. Ammazzerò chiunque si av- vicini troppo ! » Allungò la rivoltella e l'agitò verso le facce. Poi sputò su quelle stesse facce, finché non ebbe la bocca asciutta. IL TURNO di guardia, alla prigione municipale, cambiava tre volte nelle ventiquattro ore. Farne parte non era considerato una for- tuna, se non altro perché esisteva un segreto terrore, condiviso da tutti gli agenti: la pericolosa faccenda di avere a che fare con una donna ubriaca. Gli uomini ubriachi, anche i piú bellicosi, non rappresentavano un problema, per gli agenti bene addestrati. Anzi, in genere erano come sacchi vuoti, docili, quasi in stato comatoso, e si lasciavano condurre con la bava alla bocca, oltre il cancello verde pastello, nella grande cella comune, conosciuta come la "cisterna". Di so- lito, non reagivano nemmeno allo scatto metallico del cancello che si chiudeva: qui, finalmente, erano liberi dalle interferenze, dal freddo e dal maledetto disagio dei duri marciapiedi che ondeggia- vano sotto i piedi. Solo pochi degli ubriaconi abituali tentavano di ribellarsi, e quando lo facevano e veniva loro somministrata una dose di sedativo, non trovavano alcuna solidarietà nei loro compagni di cella. Le donne ubriache, invece, erano tutt'altra cosa. Nessun trucco di judo sarebbe mai servito a placare un'ubriacona scatenata. Inol- tre, istinto e tradizione sembravano allearsi per togliere ogni forza agli agenti, e impedire loro di mollare alla donna un colpo deciso, sia pure per legittima difesa. Una donna, anche piccola, che stril- lava, imprecava, graffiava, dava ginocchiate, mordeva e scalciava in tutte le direzioni, poteva ridurre la zona davanti alla scrivania del sergente di servizio simile a un mattatoio. Oltre alla "cisterna", che era separata dal resto, la prigione era divisa in due sezioni. Nel raggio reati minori erano rinchiusi i so- spetti di violazioni di poco conto, quali mancato sostentamento dei figli, danneggiamento, percosse alla moglie, resistenza a pubblico ufficiale, usurpazione di titolo, e reati contro il patrimonio, come truffe, frodi e corruzione. I detenuti di questa specie venivano chia- mati "scarafaggi". Qui l'odore di ansia era sempre molto acuto, perché i colpevoli di reati minori erano piú numerosi degli altri. Nel raggio reati gravi, erano rinchiusi i sospetti di delitti violenti. Anche qui, le celle ospitavano da sei a otto uomini e si aprivano su uno stretto corridoio chiamato "il vicolo". Durante la giornata, le porte delle celle venivano lasciate aperte, e gli uomini si raduna- vano nel vicolo, come vicini di casa in strada, per fumare, cammi- nare avanti e indietro, chiacchierare, bighellonare o semplicemente restarsene a fissare gli altri con aria minacciosa, a seconda del loro stato d'animo e delle loro condizioni. Gli uomini restavano nella prigione municipale solo per pochi giorni Poi, il procuratore di cauzione otteneva la libertà provvisoria, oppure veniva fissata l'udienza in tribunale, e l'accusato era trasfe- rito al carcere di contea. I continui arrivi, i trasferimenti, le "sfilate", le convocazioni in tribunale o di fronte al gran giurí, i colloqui con i procuratori di cauzione, rilasci, interrogatori e sedute nello studio fotografico crea- vano un incessante andirivieni, e lo scatto metallico dei cancelli verde pastello, che si aprivano e chiudevano, accompagnava come un accento ritmico il continuo stropiccío di passi. Nel raggio reati gravi, Harry Welsh giocherellava pensosamente col colletto della giacca a vento nera, ascoltando il maggiore dei fratelli Perez.