DINO BUZZATI. SESSANTA RACCONTI. PREMIO STREGA 1958. I SETTE MESSAGGERI Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla citt... e le notizie che mi giungono si fanno sempre pi£ rare. Ho cominciato il viaggio poco pi£ che trentenne e pi£ di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni d,i ininterrotto cammino. Credevo, alla par- tenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiun- to i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parla- vano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei. Penso talora che la bussola del mio geografo sia impaz- zita e che, credendo di procedere sempre verso il meridio- ne, noi in realt... siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capi- tale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera. Ma pi£ sovente mi tormenta il dubbio che questo con- fine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potr• arrivare alla fine. Mi misi in viaggio che avevo gi... pi£ di trent'anni, trop- po tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realt... dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato - ben pi£ di quanto sia ora! - mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un'esagerazione. Con l'andar del tempo mi accorsi al con- trario che erano ridicolmente pochi; e s¡ che nessuno di essi Š mai caduto malato, n‚ Š incappato nei briganti, n‚ ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscir• mai a ricompensare. Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le ini- ziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il pri- mo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso gi... un'ottantina di leghe. La sera dopo, per assicurarmi la continuit... delle comuni- cazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, con- secutivamente, fino all'ottava sera di viaggio, in cui part¡ Gregorio. Il primo nGn era ancora tornato. Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Ales- sandro che la sua rapidit... era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamen- te una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanza- vamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non pi£. Cos¡ fu degli altri. Bartolomeo, partito per la citt... alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin l¡ impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe rlpresi. Allontanandoci sempre pi£ dalla capitale, I'itinerario dei messi si faceva ogni volta pi£ lungo. Dopo cinquanta gior- ni di cammino, I'intervallo fra un arrivo e l'altro dei mes- saggeri cominci• a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia citt... diveniva in tal modo sempre pi£ fioca; intere setti- mane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia. Trascorsi che furono sei mesi - gi... avevamo varcato i monti Fasani - I'intervallo fra un arrivo e l'altro dei mes- saggeri aument• a ben quattro mesi. Essi mi recavano ora- mai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all'addiaccio da chi me le portava. Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascGrrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciulleza, che il cielo della citt... lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l'aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I'aria, i venti, gli uc- celli, mi apparivano in verit... cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero. Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano gi... passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben i/enti mesi di silenzio e di solitudine in- tercorrevano ora fra le successive comparse dei messagge- ri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire. Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in camminO' il messo partiva nella direzione opposta, recan- do alla citt... le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate. Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando Š entrato Domenico, che riu- sciva ancora a sorridere bench‚ stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chiss... quante volte ca- valcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli Š gi... andato a dormire e ripartir... domani stesso all'alba. Ripartir... per l'ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andr... bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potr• rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avr• settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed Š probabile che la morte mi coglier... prima. Cos¡ non lo potr• mai pi£ rivedere. Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Dome- nico scorger... inaspettatamente i fuochi del mio accampa- mento e si domander... perch‚ mai nel frattempo, io abbia fatto cos¡ poco cammino. Come stasera. i buon messag- gero entrer... nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo gi... sepolto; ma si fermer... sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto. Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele ! Porta, il mio ultimo saluto alla citt... dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mic. I pi£ recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre Š morto .e la Corona Š passata da mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra l... dove prima erano le querce sotto cui andavo soli- tamente a giocare. Ma Š pur sempre la mia vecchia patria. Tu sei l'ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiunger..., Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potr... ripartire perch‚ non farebbe pi£ in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto pi£ procedo, pi£ vado convincendomi che non esi- ste frontiera. Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di se- parazione, n‚ valli divisorie, n‚ montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcher• il limite senza accorgerme- ne neppure, e continuer• ad andare avanti, ignaro. Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non ri- prendano pi£ la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinch‚ io possa sapere in antecedenza ci• che mi attende. Un'ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non Š pi£ rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto Š l'impa- zienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo. Vado notando - e non l'ho confidato finora a nessuno - vado notando come di giorno in giorno, man mano che avan- zo verso l'improbabile mŠta, nel cielo irraggi una luce inso- lita quale mai mi Š apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l'aria rechi pre- sagl che non so dlre. Una speranza nuova mi trarr... domattina ancora pi£ avan- ti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io lever• il cam- po, mentre Domenico scomparir... all'orizzonte dalla par- te opposta, per recare alla citt... lontanissima l'inutile mio messaggio. L'ASSALTO AL GRANDE CONVOGLIO Arrestato in una via del paese e condannato soltanto per contrabbando- poich‚ non lo avevano riconosciuto - Ga- spare Planetta, il capo brigante, rimase tre anni in pri- gione. Ne venne fuori cambiato. La malattia lo aveva consunto, gli era cresciuta la barba, sembrava piuttosto un vecchietto che non il famoso capo brigante, il miglior schioppo co- nosciuto, che non sapeva sbagliare un colpo. Allora, con le sue robe in un sacco, si mise in cammino per Monte Fumo, che era stato il suo regno, dove erano rimasti i compagni. Era una domenica di giugno quando si addentr• per la valle in fondo alla quale c'era la loro casa. I sentieri del bosco non erano mutati: qua una radice affiorante, l... un ca- ratteristico sasso ch'egli ricordava bene. Tutto come prima. Siccome era festa, i briganti si erano riuniti alla casa. AvvicinandGsi, Planetta ud¡ voci e risate. Contrariamente all'uso dei suoi tempi, la porta era chiusa. Batt‚ due tre volte. Dentro si fece silenzio. Poi doman- darono: (r) Chi Š? ¯. (r) Vengo dalla citt... ¯ egli rispose (r) vengo da parte di Planetta. ¯ Voleva fare una sorpresa, ma invece quando gli apriro- no e gli si fecero incontro, Gaspare Planetta si accorse su- bito che non l'avevano riconosciuto. Solo il vecchio cane della compagnia, lo scheletrico Tromba, gli salt• addosso con guaiti di gioia. Da principio i suoi vecchi compagni, Cosimo, Marco, Felpa ed anche tre quattro facce nuove gli si strinsero at- torno, chiedendo notizie di Planetta. Lui raccont• di avere conosciuto il capo brigante in prigione; disse che Planetta sarebbe stato liberato fra un mese e intanto aveva mandato lui lass£ per sapere come andavano le cose. DGPO poco per• i briganti si disinteressarono del nuovo venuto e trovarono pretesti per lasciarlo. Solo Cosimo ri- mase a parlare con lui, pur non riconoscendolo. (r) E al suo ritorno cosa intende fare? ¯ chiedeva accen- nando al vecchio capo, in carcere. (r) Cosa intende fare? ¯ fece Planetta (r) forse che non pu• tornare qui ? ¯ (r) Ah, s¡, s¡, io non dico niente. Pensavo per lui, pensavo. Le cose qui sono cambiate E lui vorr... comandare ancGra si capisce, ma non so... ¯ (r) Non sai che cosa? ¯ (r) Non so se Andrea sar... disposto... far... certo delle que- stioni... per me torni pure, anzi, noi due siamo sempre andati d'accordo... ¯ Gaspare Planetta seppe cos¡ che il nuovo capo era An- drea, uno dei suoi compagni di una volta, quello che anzi pareva allora il pi£ bestia. In quel momento si spalanc• la porta, lasciando entrare proprio Andrea, che si ferm• in mezzo alla stanza. Pla- netta ricordava uno spilungone apatico. Adesso gli stava davanti un pezzo formidabile di brigante, con una faccia dura e un paio di splendidi baffi. Quando seppe del nuovo venuto, che anch'egli non ri- conobbe: (r) Ah, cos¡ ? ¯ disse a proposito di Planetta (r) ma come mai non Š riuscito a fuggire? Non deve essere poi cos¡ difficile. Marco anche lui l'hanno messo dentro, ma non ci Š rimasto che sei giorni. Anche Stella ci ha messo poco a fuggire. Proprio lui, che era il capo, proprio lui, non ha fatto una bella figura. ¯ (r) Non Š pi£ come una volta, cos¡ per dire ¯ fece Planetta 10 I TNO RU77.ATT L'ASSALTO AL GRANDE CONVOGLIO 11 con un furbesco sorriso. (r) Ci sono molte guardie adesso, le inferriate le hanno cambiate, non ci lasciavano mai soli. E poi lui s'Š ammalato. ¯ Cos¡ disse; ma intanto capiva di essere rimasto tagliato fuori, capiva che un capo brigante non pu• lasciarsi impri- gionare, tanto meno restar dentro tre anni come un disgra- ziato qualunque, capiva di essere vecchio, che per lui non c'era pi£ posto, che il suo tempo era tramontato. (r) Mi ha detto ¯ riprese con voce stanca lui di solito gio- viale e sereno (r) Planetta mi ha detto che ha lasciato qui il suo cavallo, un cavallo bianco, diceva, che si chiama Po- l...k, mi pare, e ha un gonfio sotto un ginocchio. ¯ (r) Aveva, vuoi dire aveva ¯ fece Andrea arrogante, co- minciando a sospettare che fosse proprio Planetta presente. (r) Se il cavallo Š morto la colpa non sar... nostra... ¯ (r) Mi ha detto ¯ continu• calmo Planetta (r) che aveva la- sciato qui degli abiti, una lanterna, un orologio. ¯ E sGrri- deva intanto sottilmente e si avvicinava alla finestra per- ch‚ tutti lo potessero veder bene. E tutti infatti lo videro bene, riconobberG in quel magro vecchietto ci• che rimaneva del loro capo, del famoso Ga- spare Planetta, del migliore schioppo conosciuto, che non sapeva sbagliare un colpo. Eppure nessuno fiat•. Anche Cosimo non os• dir nulla. Tutti finsero di non averlo riconosciuto, perch‚ era pre- sente Andrea, il nuovo capo, di cui avevano paura. Ed Andrea aveva fatto finta di niente. (r) Le sue robe nessuno le ha toccate ¯ disse Andrea (r) de- vono essere l... in un cassetto. Degli abiti non so niente. Probabilmente li ha adoperati qualcun altro. ¯ (r) Mi ha detto ¯ continu• imperturbabile Planetta, que- sta volta senza pi£ sorridere (r) mi ha detto che ha lasciato qui il suo fucile, il suo schioppo di precisione. ¯ (r) Il suo fucile Š sempre qui ¯ fece Andrea (r) e potr... ve- nire a riprenderselo. ¯ (r) Mi diceva ¯ prosegu¡ Planetta (r) mi diceva sempre: chis- s... come me lo adoperano, il mio fucile, chiss... che ferra- vecchio trover• al mio ritorno. Ci teneva tanto al suo fu- cile. ¯ (r) L'ho adoperato io qualche volta ¯ ammise Andrea con un leggero tono di sfida (r) ma non credo per questo di aver- lo mangiato. ¯ Gaspare Planetta sedette su una panca. Si sentiva addos- so la sua solita febbre, non grande cosa, ma abbastanza da fare la testa pesante. (r) Dimmi ¯ fece rivolto ad Andrea (r) me lo potresti far vedere? ¯ (r) Avanti ¯ rispose Andrea, facendo segno a uno dei bri- ganti nuovi che Planetta non conosceva (r) avanti, va di l... a prenderlo. ¯ Fu portato a Planetta lo schioppo. Egli lo osserv• minu- tamente con aria preoccupata e via via parve rasserenarsi. Accarezz• con le mani la canna. (r) Bene ¯ disse dopo una lunga pausa (r) e mi ha detto an- che che aveva lasciato qui delle munizioni. Mi ricordo anzi precisamente: polvere, sei misure, e ottantacinque palle. ¯ (r) Avanti ¯ fece Andrea con aria seccata (r) avanti, anda- tegliele a prendere. E poi c'Š qualcosa d'altro? ¯ (r) Poi c'Š questo ¯ disse Planetta con la massima calma, alzandosi dalla panca, avvicinandosi ad Andrea e staccan- dogli dalla cintura un lungo pugnale inguainato. (r) C'Š an- cora questo ¯ conferm• (r) il suo coltello da caccia. ¯ E tor- n• a sedere. Segu¡ un lungo pesante silenzio. Finalmente fu Andrea che disse: (r) Be', buonasera ¯ disse, per fare capire a Planetta che se ne poteva ormai andare. Gaspare Planetta alz• gli occhi misurando la potente cor- poratura di Andrea. Avrebbe mai potuto sfidarlo, patito e stanco come si sentiva? Perci• si alz• lentamente, aspet- t• che gli dessero anche le altre sue cose, mise tutto nel sacco, si gett• lo schioppo sulle spalle. (r) Allora buonasera, signori ¯ disse avviandosi alla polTa. I briganti rimasero muti, immobili per lo stupore, per- ch‚ mai avrebbero immaginato che Gaspare Planetta, il famoso capo brigante, potesse andarsene cos¡, lasciandosi mortificare a quel modo. Solo CGsimo trov• un po' di vo- ce, una voce stranamente fioca. (r) Addio Planetta! ¯ esclam•, lasciando da parte ogni fin- zione. (r) Addio, buona fortuna! ¯ Planetta si allontan• per il bosco, in mezzo alle ombre della sera, fischiettando una allegra arietta. Cos¡ fu di Planetta, ora non pi£ capo brigante, bens¡ soltanto Gaspare Planetta fu Severino, di anni 48, senza fissa dimora. Per• una dimora l'aveva, un suo baracchino sul Monte Fumo, met... di legno e met... di sassi, nel mezzo delle boscaglie, dove una volta si rifugiava quando c'era- no troppe guardie in giro. Planetta raggiunse la sua baracchetta, accese il fuoco, cont• i soldi che aveva (potevano bastargli per qualche mese) e cominci• a vivere solo. Ma una sera, ch'era seduto al fuoco, si apr¡ di colpo la porta e comparve un giovane, con un fucile. Avr... avuto diciassette anni. (r) Cosa succede? ¯ domand• Planetta, senza neppure al- zarsi in piedi. Il giovane aveva un'aria ardita, assomiglia- va a lui, Planetta, una trentina d'anni prima. (r) Stanno qui quelli del Monte Fumo? Sono tre giorni che vado in cerca. ¯ Il ragazzo si chiamava Pietro. Raccont• senza esitazione che voleva mettersi coi briganti. Era sempre vissuto da vagabondo ed erano anni che ci pensava, ma per fare il brianzte occorreva almeno un fucile e aveva dovuto aspet- L'ASSALTO AL GRANDE CONVOGLIO 13 tare un pezzo, adesso per• ne aveva rubato uno, ed anche uno schioppo discreto. (r) Sei capitato bene i> fece Planetta allegramente (r) io sono Planetta. ¯ (r) Planetta il capo, vuoi dire? ¯ (r) S¡, certo, proprio lui. ¯ (r) Ma non eri in prigione? ¯ (r) Ci sono stato, cos¡ per dire ¯ spieg• furbescamente Pla- netta. (r) Ci sono stato tre giorni. Non ce l'hanno fatta a tenermi di pi£. ¯ Il ragazzo lo guard• con entusiasmo. (r) E allora mi vuoi prendere con te? ¯ (r) Prenderti con me? ¯ fece Planetta (r) be', per stanotte dormi qui, poi domani vedremo. ¯ I due vissero insieme. Planetta non disilluse il ragazzo, gli lasci• credere di essere sempre lui il capo, gli spieg• che preferiva viversene solo e trovarsi con i compagni sol- tanto quando era necessario. Il ragazzo lo credette potente e aspett• da lui grandi cose. Ma passavano i giorni e Planetta non si muoveva. Tut- t'al pi£ girava un poco per cacciare. Del resto se ne stava sempre vicino al fuoco. (r) Capo ¯ diceva Pietro (r) quand'Š che rni conduci con te a far qualcosa? ¯ (r) Ah ¯ rispondeva Planetta (r) uno di questi giorni combi- neremo bene. Far• venire tutti i compagni, avrai da ca- varti la soddisfazione. ¯ Ma i giorni continuavano a passare. (r) Capo ¯ diceva il ragazzo (r) ho saputo che domani, gi£ nella strada della valle, domani passa in carrozza un mer- cante, un certo signor Francesco, che deve avere le tasche piene. ¯ (r) Un certo Francesco? ¯ faceva Planetta senza dimostrare intereSSe. (r) Peccato, proprio lui, lo conosco bene da un pezzo. Una bella volpe, ti dico, quando si mette in viag- gio non si porta dietro neanche uno scudo, Š tanto se porta i vestiti, dalla paura che ha dei ladri. ¯ (r) Capo ¯ diceva il ragazzo (r) ho saputo che domani pas- sano due carri di roba buona, tutta roba da mangiare, cosa ne dici, capo? ¯ (r) Davvero? ¯ faceva Planetta (r) roba da mangiare? ¯ e la- sciava cadere la cosa, come se non fosse degna di lui. (r) Capo ¯ diceva il ragazzo (r) domani c'Š la festa al paese, c'Š un mucchio di gente che gira, passeranno tante car- rozze, molti torneranno anche di nGtte. Ncn ci sarebbe da far qualcosa? ¯ (r) Quando c'Š gente ¯ rispondeva Planetta (r) Š meglio la- sciar stare. Quando c'Š la festa vanno attorno i gendarmi. Non val la pena di fidarsi. E proprio in quel giorno che mi hanno preso. ¯ (r) Capo ¯ diceva dopo alcuni giorni il ragazzo (r) di' la ve- rit..., tu hai qualcosa. Non hai pi£ voglia di muoverti. Nem- meno pi£ a caccia vuoi venire. I compagni non li vuoi vedere. Tu devi essere malato, anche ieri dovevi avere la febbre, stai sempre attaccato al fuoco. Perch‚ non mi parli chiaro? ¯ (r) Pu• darsi che io non stia bene ¯ faceva Planetta sorri- dendo (r) ma non Š come tu pensi. Se vuoi proprio che te lo dica, dopo almeno mi lascerai tranquillo, Š cretino sfac- chinare per mettere insieme qualche marengo. Se mi muo- vo, voglio che valga la fatica. Bene, ho deciso, cos¡ per dire, di aspettare il Gran Convoglio. ¯ Voleva dire il Grande Convoglio che una volta all'an- no, precisamente il 12 settembre, portava alla Capitale un carico d'oro, tutte le tasse delle provincie del sud. Avan- zava tra suoni di corni, lungo la strada maestra, tra lo scal- pitare della guardia armata. Il Grande Convoglio imperiale, con il grande carro di ferro, tutto pieno di monete, chiuse in tanti sacchetti. I briganti lo sognavano nelle notti buone, ma da cent'anni nessuno era riuscito impunemente ad as- saltarlo. Tredici briganti erano morti, venti ficcati in pri- gione. Nessuno osava pensarci pi£; d'anno in anno poi il provento delle tasse cresceva e si aumentava la scorta ar- mata. Cavalleggeri davanti e di dietro, pattuglie a cavallo di fianco, armati i cocchieri, i cavallanti e i servi. Precedeva una specie di staffetta, con tromba e bandiera. A una certa distanza seguivano ventiquattro cavalleggeri, con schioppi, pistole e spadoni. Poi veniva il carro di ferro, con lo stemma imperiale in rilievo, tirato da sedici cavalli. Ventiquattro cavalleggeri, anche dietro, dodici altri dalle due parti. Centomila ducati d'oro, mille once d'argento, ri- senati alla cassa imperiale. Dentro e fuori per le valli il favoloso convoglio passava a galoppo serrato. Luca Toro, cent'anni prima, aveva avuto il coraggio di assaltarlo e gli era andata miracolosamente bene. Era quella la prima volta: la scorta aveva preso pau- ra. Luca Toro era poi fuggito in Oriente e si era messo a fare il signore. A distanza di parecchi anni, anche altri briganti avevano tentato: Giovanni Borso, per dire solo alcuni, il Tedesco, Sergio dei Topi, il Conte e il Capo dei trentotto. Tutti, ú al mattino dopo, distesi al bordo della strada, con la testa spaccata. (r) Il Gran Convoglio? Vuoi rischiarti sul serio? ¯ doman- d• il ragazzo meravigliato. (r) S¡ certo, voglio rischiarla. Se riesce, sono a posto per sempre. ¯ Cos¡ disse Gaspare Planetta, ma in cuor suo non ci pen- sava nemmeno. Sarebbe stata un'assoluta follia, anche a essere una ventina, attaccare il Gran Convoglio. Figurarsi poi da solo. L'aveva detto cos¡ per scherzare, ma il ragazzo lo prese sul serio e guard• Planetta con ammirazione. ú (r)Dimmi ¯ fece il ragazzo (r) e quanti sarete? ¯ (r)Una quindicina almeno, saremo. ¯ (r) E quando ? ¯ (r) C'Š tempo ¯ rispose Planetta (r) bisogna che lo domandi ai compagni. Non c'Š mica tanto da scherzare. ¯ Ma i giorni, come avviene, non fecero fatica a passare e i boschi cominciarono a diventar rossi. Il ragazzo aspet- tava con impazienza. Planetta gli lasciava credere e nelle lunghe sere, passate vicino al fuoco, discuteva del grande progetto e ci si divertiva anche lui. In qualche momento perfino pensava che tutto potesse essere anche vero. L'l 1 settembre, alla vigilia, il ragazzo stette in giro fino a notte. Quando torn• aveva una faccia scura. (r) Cosa c'Š? ¯ domand• Planetta, seduto al solito davanti al fuoco. (r) C'Š che finalmente ho incontrato i tuoi compagni. ¯ Ci fu un lungo silenzio e si sentirono gli scoppiettii del fuoco. Si ud¡ pure la voce del vento che fuori soffiava nelle boscaglie. (r) E allora ¯ disse alla fine Planetta con una voce che vo- leva sembrare scherzosa. (r) Ti hanno detto tutto, cos¡ per dire? ¯ (r) Sicuro ¯ rispose il ragazzo. (r) Proprio tutto mi hanno detto. ¯ (r) Bene ¯ soggiunse Planetta, e si fece ancora silenzio nel- la stanza piena di fumo, in cui c'era solo la luce del fuoco. (r) Mi hanno detto di andare con loro ¯ os• alla fine il ragazzo. (r) Mi hanno detto che c'Š molto da fare. ¯ (r) Si capisce ¯ approv• Planetta (r) saresti stupido a non andare. ¯ (r) Capo ¯ domand• allora Pietro con voce vicina al pianto (r) perch‚ non dirmi la verit..., perch‚ tutte quelle storie? ¯ (r) Che storie? ¯ ribatt‚ Planetta che faceva ogni sforzo per mantenere il suo solito tono allegro. (r) Che storie ti ho mai contato? Ti ho lasciato credere, ecco tutto. Non ti ho voluto disingannare. Ecco tutto, cos¡ per dire. ¯ (r) Non Š vero ¯ disse il ragazzo. (r) Tu mi hai tenuto qui con delle promesse e lo facevi solo per sfottermi. Domani, lo sai bene... ¯ (r) Che cosa domani? ¯ chiese Planetta, ritornato nuova- mente tranquillo. (r) Vuoi dire del Gran Convoglio? ¯ (r) Ecco, e io fesso a crederti ¯ brontol• irritato il ragazzo. (r) Del resto, lo potevo ben capire, malato come sei, non so cosa avresti potuto... ¯ Tacque per qualche secondo, poi concluse a bassa voce: (r) Domani allora me ne vado ¯. Ma all'indomani fu Planetta ad alzarsi per primo. Si lev• senza svegliare il ragazzo, si vest¡ in fretta e prese il fu- cile. Solo quando egli fu sulla soglia, Pietro si dest•. (r)Capo ¯ gli domand•, chiamandolo cos¡ per l'abitudine (r)dove vai a quest'ora, si pu• sapere?¯ (r) Si pu• sapere, sissignore ¯ rispose Planetta sorridendo. (r)Vado ad aspettare il Gran Convoglio. ¯ Il ragazzo, senza rispondere, si volt• dall'altra parte del letto, come per dire che di quelle stupide storie era stufo. Eppure non erano storie. Planetta, per mantenere la pro- messa, anche se fatta per scherzo, Planetta, ora che era ri- masto solo, and• ad assalire il Gran Convoglio. I compagni l'avevano abbastanza sfottuto. Che almeno fosse quel ragazzo a sapere chi era Gaspare Planetta. Ma no, neanche di quel ragazzo gliene importava. Lo faceva in fondo per s‚, per sentirsi quello di prima, sia pure per l'ultima volta. Non ci sarebbe stato nessuno a vederlo, forse nessuno a saperlo mai, se rimaneva subito ucciso; ma questo non aveva importanza. Era una questione per- sonale, con l'antico potente Planetta. Una specie di scom- messa, per un'impresa disperata. Pietro lasci• che Planetta se n'andasse. Ma pi£ tardi gli nacque un dubbio: che Planetta andasse davvero all'as- salto ? Era un dubbio debole e assurdo, eppure Pietro si alzo e usc¡ alla ricerca. Parecchie volte Planetta gli aveva mostratO il posto buono per aspettare il Convoglio. Sa- rebbe andato l... a vedere. Il giorno era gi... nato, ma lunghe nubi temporalesche si stendevano attraverso il cielo. La luce era chiara e gri- gia. Ogni tanto qualche uccello cantava. Negli intervalli si udiva il silenzio. Pietro corse gi£ per le boscaglie, verso il fondo della valle dove passava la strada maestra. Procedeva guardingo tra i cespugli in direzione di un gruppo di castagni, dove Planetta avrebbe dovuto trovarsi. Planetta infatti c'era, appiattato dietro a un tronco e si era fatto un piccolo parapetto di erbe e rami, per esser slcuro che non lo potessero vedere. Era sopra una specie di gobba che dominava una brusca svolta della strada: un tratto in forte salita dove i cavalli erano costretti a rallen- tare. Perci• si sarebbe potuto sparare bene. Il ragazzo guard• gi£ in fondo la pianura del sud, che si perdeva nell'infinito, tagliata in due dalla strada. Vide in fondo un polverone che si muoveva. Il polverone che si muoveva, avanzando lungo la stra- da, era la polvere del Gran Convoglio. Planetta stava collocando il fucile con la massima flem- ma quando ud¡ qualcosa agitarsi vicino a lui. Si volt• e vide il ragazzo appiattato con il fucile proprio all'albero vicino. (r) Capo ¯ disse ansando il ragazzo (r) Planetta, vieni via. Sei diventato pazzo ? ¯ (r) Zitto ¯ rispose sorridendo Planetta (r) finora pazzo non lo sono. Torna via immediatamente. ¯ (r) Sei pazzo, ti dico, Planetta, tu aspetti che vengano i tuoi compagni, ma non verranno, me l'hanno detto, non se la sognano neppure. ¯ (r) Verrannoperdio se verranno, Š questione d'aspettare un poco. un po' la loro mania di arrivare sempre in rltardo. ¯ - (r) Planetta ¯ supplic• il ragazzo (r) fammi il piacere, vieni via. Ieri sera scherzavo, io non ti voglio lasciare. ¯ (r) Lo so, I'avevo capito ¯ rise bonariamente Planetta. (r) Ma adesso basta, va via, ti dico, fa presto, che questo non Š un posto per te. ¯ (r) Planetta ¯ insist‚ il ragazo. (r) Non vedi che Š una paz- zia? Non vedi quanti sono? Cosa vuoi fare da solo? ¯ (r) Perdio, vattene ¯ grid• con voce repressa Planetta, fi- nalmente andato in bestia. (r) Non ti accorgi che cos¡ mi rovlm? ¯ In quel momento si cominciavano a distinguere, in fon- do alla strada maestra, i cavalleggeri del Gran Convoglio, il carro, la bandiera. (r) Vattene, per l'ultima volta ¯ ripet‚ furioso Planetta. E il ragazzo finalmente si mosse, si ritrasse strisciando tra i cespugli, fino a che disparve. Planetta ud¡ allora lo scalpit¡o dei cavalli, diede un'oc- chiata alle grandi nubi di piombo che stavano per crepare, vide tre quattro corvi nel cielo. Il Gran Convoglio ormai rallentava, iniziando la salita. Planetta aveva il dito al grilletto, ed ecco si accorse che il ragazzo era tornato strisciando, appostandosi nuovamente dietro l'albero. (r) Hai visto ? ¯ sussurr• Pietro (r) hai visto che non sono venuti ? ¯ (r) Canaglia ¯ mormor• Planetta, con un represso sorriso, ` senza muovere neppure la testa. (r) Canaglia, adesso sta fer- mo, Š troppo tardi per muoversi, attento che incomincia il bello. ¯ Trecento, duecento metri, il Gran Convoglio si avvici- nava. Gi... si distingueva il grande stemma in rilievo sui fianchi del prezioso carro, si udivano le voci dei cavalleg- geri che discorrevano tra loro. Ma qui il ragazzo ebbe finalmente paura. Cap¡ che era una impresa pazza, da cui era impossibile venir fuori. (r) Hai visto che non sono venuti ? ¯ sussurr• con accento disperato. (r) Per carit..., non sparare. ¯ Ma Planetta non si commosse. (r) Attento ¯ mormor• allegramente, come se non avesse sentito. (r) Signori, qui si incomincia. ¯ Planetta aggiust• la mira, la sua formidabile mira, che non poteva sbagliare. Ma in quell'istante, dal fianco op- posto della valle, risuon• secca una fucilata. (r) Cacciatori! ¯ comment• Planetta scherzoso, mentre si allargava una terribile eco (r) cacciatori! niente paura. Anzi, meglio, far... confusione. ¯ Ma non erano cacciatori. Gaspare Planetta sent¡ di fianco a s‚ un gemito. Volt• la faccia e vide il ragazzo che aveva lasciato il fucile e si abbandonava riverso per terra. (r) Mi hanno beccato! ¯ si lament• (r) oh mamma! ¯ Non erano stati cacciatori a sparare, ma i cavalleggeri di scorta al Convoglio, incaricati di precedere il carriaggio, disperdendosi lungo i fianchi della valle, per sventare in- sidie. Erano tutti tiratori scelti, selezionati nelle gare. Ave- vano fucili di precisione. Mentre scrutava il bosco, uno dei cavalleggeri aveva vi- sto il ragazzo muoversi tra le piante. L'aveva visto poi stendersi a terra, aveva finalmente scorto anche il vecchio brigante. Planetta lasci• andare una bestemmia. Si alzo con pre- cauzione in ginocchio, per soccorrere il compagno. Crepi- t• una seconda fucilata. La palla part¡ diritta, attraverso la piccola valle, sotto alle nubi tempestose, poi cominci• ad abbassarsi, secondo le leggi dclla traiettoria. Era stata spedita alla testa; entr• in- vece dentro al petto, passando vicino al cuore. Planetta cadde di colpo. Si fece un grande silenzio, co- me egli nGn aveva mai udito. Il Gran Convoglio si era fermato. Il temporale non si decideva a venire. I corvi era- no l... nel cielo. Tutti stavano in attesa. L'ASSALTO AL GRANDE CONVOGLIO Il ragazzo volt• la testa e sorrise: (r) Avevi ragione ¯ bal- bett•. (r) Sono venuti, i compagni. Li hai visti, capo? ¯ Planetta non riusc¡ a rispondere ma con un supremo sforzo volse lo sguardo dalla parte indicata. Dietro a loro, in una radura del bosco, erano apparsi una trentina di cavalieri, con il fucile a tracolla. Sembra- vano diafani come una nube, eppure spiccavano nettamen- te sul fondo scuro della foresta. Si sarebbero detti briganti, dall'assurdit... delle divise e dalle loro facce spavalde. Planetta infatti li riconobbe. Erano proprio gli antichi compagni, erano i briganti morti, che venivano a pren- derlo. Facce spaccate dal sole, lunghe cicatrici di traverso, orribili baffoni da generale, barbe strappate dal vento, oc- chi duri e chiarissimi, le mani sui fianchi, inverosimili spe- roni, grandi bottoni dorati, facce oneste e simpatiche, im- polverate dalle battaglie. Ecco l... il buon Paolo, lento di comprendonio, ucciso all'assalto del Mulino. Ecco Pietro del Ferro, che non ave- va mai saputo cavalcare, ecco Giorgio Pertica, ecco Fre- diano, crepato di freddo, tutti i buoni vecchi compagni, visti ad uno ad uno morire. E quell'omaccione coi grandi baffi e il fucile lungo come lui, su per quel magro ca- vallo bianco, non era il Conte, il famigerato capo, pure lui caduto per il Gran Convoglio? S¡, era proprio lui. Il Conte, col volto luminoso di cordialit... e straordinaria sod- disfazione. E si sbagliava Planetta oppure l'ultimo a sini- stra, che se ne stava diritto e superbo, si sbagliava Pla- netta o non era Marco Grande in persona, il pi£ famoso degli antichi capi ? Marco Grande impiccato nella Capi- tale, alla presenza dell'imperatore e di quattro reggimenti in armi ? Marco Grande che cinquant'anni dopo nomina- vano ancora a bassa voce ? Precisamente lui era, anch'egli ptesente per onorare Planetta, I'ultimo capo sfortunato e prode. I briganti morti se ne stavano silenziosi, evidentemente commossi, ma pieni di una comune letizia. Aspettavano che Planetta si movesse. Infatti Planetta, cos¡ come il ragazo si lev• ritto da terra, non pi£ in carne ed ossa come prima, ma diafano al pari degli altri e pure identico a se stesso. Gettato uno sguardo al suo povero corpo, che giaceva raggomitolato al suolo, Gaspare Planetta fece un'alzata di spalle come per dire a se stesso che se ne fregava e usc¡ nella radura, ormai indifferente alle possibili schioppettate. Si avanz• verso gli antichi compagni e si sent¡ invadere da contentezza. Stava per cominciare i saluti individualmente, quando not• che proprio in prima hla c'era un cavallo perfetta- mente sellato ma senza cavaliere. Istintivamente si avanz• sorridendo. (r) Cos¡ per dire ¯ esclam•, meravigliandosi per il tono stranissimo della sua nuova voce. (r) Cos¡ per dire non sa- rebbe questo il mio Pol...k, pi£ in gamba che mai? ¯ Era davvero Pol...k, il suo caro cavallo, e riconoscendo il padrone mand• una specie di nitrito, bisogna dire cos¡ perch‚ quella dei cavalli morti Š una voce pi£ dolce di quella che noi conosciamo. Planetta gli diede due tre manate affettuose e gi... pre- gust• la bellezza della prossima cavalcata, insieme ai fedeli amici, via verso il regno dei briganti morti ch'egli non conosceva ma ch'era legittimo immaginare pieno di sole, dentro a un'aria di primavera, con lunghe strade bianche senza polvere che conducevano a miracolose avventure. Appoggiata la sinistra al colmo della sella, come accin- gendosi a balzare in groppa, Gaspare Planetta disse: (r) Grazie, ragazzi miei ¯ disse, stentando a non lasciarsi vincere dalla commozione. (r) Vi giuro che... ¯ Qui s'interruppe perch‚ si era ricordato del ragazzo, il quale, pure lui in forma di ombra, se ne stava in disparte, in atteggiamento d'attesa, con l'imbarazzo che si ha in com- pagnia di persone appena conosciute. (r) Ah, scusa ¯ disse Planetta. (r) Ecco qua un bravo com- pagno ¯ aggiunse rivolto ai briganti morti. (r) Aveva appena diciassett'anni, sarebbe stato un uomo in gamba. ¯ I briganti, tutti chi pi£ chi meno sorridendo, abbassaro- no leggermente la testa, come per dare il benvenuto. Planetta tacque e si guard• attorno indeciso. Cosa do- veva fare ? Cavalcare via coi compagni, piantando il ra- gazzo solo? Planetta diede altre due tre manate al cavallo, tossicchi• furbescamente, poi disse al ragazzo: (r) Be' avanti, salta su te. E giusto che sia tu a divertirti. Avanti, avanti, poche storie ¯ aggiunse poi con finta se- verit... vedendo che il ragazzo non osava accettare. (r) Se proprio vuoi... ¯ esclam• infine, il ragazzo, eviden- temente lusingato. E con un'agilit... che egli stesso non a- vrebbe mai preveduto, poco pratico come era stato fino allora di equitazione, il ragazzo fu di colpo in sella. I briganti agitarono i cappelli, salutando Gaspare Pla- netta, qualcuno strizz• benevolmente un occhio, come per dire arrivederci. Tutti diedero di sprone ai cavalli e parti- rono di galoppo. Partirono come schioppettate, allontanandosi tra le pian- te. Era meraviglioso come essi si gettassero negli intrichi del bosco e li attraversassero senza rallentare. I cavalli te- nevano un galoppo soffice e bello a vedere. Anche da lon- tano, qualcuno dei briganti e il ragazzo agitarono ancora il cappello. Planetta, rimasto solo, diede un'occhiata circolare alla valle. Sogguard•, ma appena con la coda dell'occhio, I'or- mai inutile corpo di Planetta che giaceva ai piedi dell'al- bero. Diresse quindi gli sguardi alla strada. Il Convoglio era ancora fermo, al di l... della curva e perci• non era visibile. Sulla strada c'erano soltanto sŠi o sette cavalleggeri della scorta; erano fermi e guardavano verso Planetta. Bench‚ possa apparire incredibile, essi ave- vano potuto vedere la scena: I'ombra dei briganti morti, i saluti, la cavalcata. In certi giorni di settembre, sotto alle nuvole temporalesche, non Š poi detto che certe cose non pcssano avvenire. Quando Planetta, rimasto solo, si volt•, il capo di quel drappello si accorse di essere guardato. Allora drizzo il busto e salut• militarmente, come si saluta tra soldati. Planetta si tocc• la falda del cappello, con un gesto molto confidenziale ma pieno di bonomia increspando le labbra a un sorriso. Poi diede un'altra alzata di spalle, la seconda della gior- nata. Fece perno sulla gamba sinistra, volt• le spalle ai cavalleggeri, sprofond• le mani nelle tasche e se n'and• fischlettando, fischiettando, sissignori, una marcetta milita- re. Se n'and• nella direzione in cui erano spariti i com- pagni, verso il regno dei briganti morti ch'egli non cono- sceva ma ch'era lecito supporre migliore di questo. I cavalleggeri lo videro farsi sempre pi£ piccolo e dia- fano; aveva un passo leggero e veloce che contrastava con la sua sagoma ormai di vecchietto, un'andatura da festa quale hanno solo gii uomini sui vent'anni quando sono felici. SETTE PIANI Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arriv•, una mattina di marzo, alla citt... dove c'era la famosa casa di cura. Aveva un po' di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l'ospedale, portandosi la sua valigetta. Bench‚ avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al cele- bre sanatorio, dove non si curava che quell'unica malattia. Ci• garantiva un'eccezionale competenza nei medici e la pi£ razionale ed efficace sistemazione d'impianti. Quando lo scorse da lontano - e lo riconobbe per averne gi... visto la fotografia in una circolare pubblicitaria - Giu- seppe Corte ebbe un'ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli da- vano una fisonomia vaga d'albergo. Tutt'attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame pi£ accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei pi£ bei quartieri della citt.... Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lam- padina sopra il capezzale, cominci• a leggere un libro che aveva portato con s‚. Poco dopo entr• un'infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa. Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volen- - r tieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe cos¡ la strana caratteristica di quel- I'ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a se- conda della gravit.... Il settimo, cioŠ l'ultimo, era per le for- me leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano gi... affe- zioni serie e cos¡ di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inu- tile sperare. Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir tur- bato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un'atmosfera omogenea. D'altra parte la cura poteva venir cos¡ graduata in modo perfetto. Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette pro- gressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a s‚, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradi- zioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico di- verso, si erano formate, sia pure minime, ma precise diffe- renze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all'istituto un unico fondamentale indirizzo. Quando l'infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembran- dogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guard• fuori, non per osservare il panorama della citt..., che pure era nuova per lui, ma nella speranza di scorgere, attra- verso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La strut- tura dell'edificio, a grandi rientranze, permetteva tale gene- re di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentr• la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorge- ano solo di sbieco. Ma non potŠ vedere nulla di interessante. Nella maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli. Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silen- zio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: (r) Anche lei sta qui da poco ? ¯. (r) Oh no ¯ fece l'altro (r) sono qui gi... da due mesi... ¯ tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: (r) Guardavo gi£ mio fratello ¯. (r) Suo fratello ? ¯ (r) S¡ ¯ spieg• lo sconosciuto. (r) Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui Š andato peggiorando, pensi che adesso Š gi... al quarto. ¯ (r) Al quarto che cosa? ¯ (r) Al quarto piano ¯ spieg• l'individuo e pronunci• le due parole con una tale espressione di commiserazione e di or- rore, che Giuseppe Corte rest• quasi spaventato. (r) Ma son cos¡ gravi al quarto piano? ¯ domand• cauta- mente. (r) Oh Dio ¯ fece l'altro scuotendo lentamente la testa (r) non sono ancora cos¡ disperati, ma c'Š comunque poco da stare allegri. ¯ (r) Ma allora ¯ chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano (r) allora, se al quarto sono gi... cos¡ gravi, al pri- mo chi mettono allora? ¯ (r) Oh, al primo sono proprio i moribondi. Laggi£ i me- dici non hanno pi£ niente da fare. C'Š solo il prete che la- vora. E naturalmente... ¯ (r) Ma ce n'Š pochi al primo piano ¯ interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma (r) quasi tutte le stanze sono chiuse laggi£. ¯ (r) Ce n'Š pochi, adesso, ma stamattina ce n'erano parec- chi ¯ rispose lo sconosciuto cvn un sottile sorriso. (r) Dove le persiane sono abbassate l... qualcuno Š morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma ni scusi ¯ aggiunse ritraendosi lentamen- te (r) mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto. Auguri, auguri... ¯ L'uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiu- sa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giu- seppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissan- do le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un'intensit... morbosa, cercando di immaginare i funebri se- greti di quel terribile primo piano dove gli ammalati veni- vano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene cos¡ lontano. Sulla citt... scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illumi- navano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggi£ in fondo al precipi- zio, dffine e decine di finestre rimanevano cieche e buie. Il risultato della visita medica generale rasseren• Giu- seppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era gi... in cuor suo preparato a un verdetto severo e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni gene- rali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse pa- role cordiali e incoraggianti. Un principio di male c'era - gli disse - ma leggerissimo; in due o tre settimane proba- bilmente tutto sarebbe passato. (r) E allora resto al settimo piano? ¯ aveva domandato an- siosamente Giuseppe Corte a questo punto. (r) Ma naturalmente! ¯ gli aveva risposto il medico batten- dogli amichevolmente una mano su una spalla. (r) E dove pensava di dover andare? Al quarto forse? ¯ chiese riden- do, come per alludere alla ipotesi pi£ assurda. (r) Meglio cos¡, meglio cos¡ ¯ fece il Corte. (r) Sa? Quando si Š ammalati si immagina sempre il peggio... ¯ Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era sta- ta assegnata originariamente. Impar• a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli ve- niva concesso d'alzarsi. Segu¡ scrupolosamente la cura, mise tutto l'impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie. Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si present• il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all'ospedale una signora con due bam- bini; due camere erano libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Cor- te a trasferirsi in un'altra camera, altrettanto confortevole? Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna diffcolt...; una camera o un'altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e pi£ graziosa infermiera. (r) La ringrazio di cuore ¯ fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; (r) da una persona come lei le con- fesso non mi stupisce un cos¡ gentile atto di cavalleria. Fra un'ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al tra- sloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto ¯ ag- giunse con voce attenuata come se si trattasse di un parti- colare assolutamente trascurabile. (r) Purtroppo in questo pia- no non ci sono altre camere libere. Ma Š una sistemazione assolutamente provvisoria ¯ si affrett• a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta (r) una sistemazione assolutamente provvi- soria. Appena rester... libera una stanza, e credo che sar... fra due o tre giorni, lei potr... tornare di sopra. ¯ (r) Le confesso ¯ disse Giuseppe Corte sorridendo, per di- mostrare di non essere un bambino (r) le confesso che un tra- sloco di questo genere non mi piace affatto. ¯ (r)Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capi- sco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unica- mente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini... Per carit... ¯ aggiunse ridendo apertamente (r) non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni ! ¯ (r) Sar... ¯ disse Giuseppe Corte (r) ma mi sembra di cattivo augurio. ¯ Il Corte cos¡ pass• al sesto piano, e sebbene fosse con- vinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggiora- mento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, gi... si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d'arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uo- mini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolunga- mento del mondo abituale. Ma al sesto gi... si entrava nel corpo autentico dell'ospedale; gi... la mentalit... dei medici delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente di- versa. Gi... si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il per- sonale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti pi£ che altro da fisime; solo dal sesto, per cos¡ dire, si cominciava dav- vero. Comunque Giuseppe Corte cap¡ che per tornare di sopra al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo ma- le, avrebbe certamente incontrato qualche difficolt...; per tor- nare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un com- plesso orgamsmo, sia pure per un minimo sforzo; non c'era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pen- sato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei "quasi- sani". Giuseppe Corte si propose perci• di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell'abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare di trovarsi con loro soltanto per pochi giorni, ch'era stato lui a voler scendere d'un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuiva- no con scarsa convinzione. Il convincimento di Giuseppe Corte trov• piena confer- ma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al set- timo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra - e scandiva tale definizione per darle importanza - ma in fon- do riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato. (r) Non cominciamo con queste storie ¯ interveniva a que- sto punto il malato con decisione (r) lei mi ha detto che il settimo piano Š il mio posto; e voglio ritornarci. ¯ (r) Nessuno ha detto il contrario ¯ ribatteva il dottore (r) il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da ! La sua forma, le ripeto, Š leggeris- sima, non sarebbe esagerato dire che lei non Š nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: L'intensit... del male Š minima, ma considerevole l'ampiezza; il proces- so distruttivo delle cellule ¯ era la prima volta che Giusep- pe Corte sentiva l... dentro quella sinistra espressione (r) il processo distruttivo delle cellule Š assolutamente agli inizi, forse non Š neppure cominciato, ma tende, dico solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell'organismo. Solo per questo, secondo me, lei pu• essere curato pi£ efffi- cacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono pi£ tipici ed intensi. ¯ Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratoriaveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi - per cos¡ dire - ve- niva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gra- vit..., in due categorie, (questa suddivisione veniva effettiva- mente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno) L'inferiore di queste due met... veniva d'uffficio tra- slocata a un piano pi£ basso. Ad esempio, la met... degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente pi£ avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perch‚ in un cos¡ complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai pi£ facile. Quando accenn• a questa sua speranza con l'infermiera egli ebbe per• un'amara sorpresa. Seppe cioŠ che egli sa- rebbe stato traslocato, ma non al settimo bens¡ al piano di sotto. Per motivi che l'infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella met... pi£ "grave" degli ospiti del sesto piano e doveva perci• scendere al quinto. Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte and• in furo- re; grid• che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l'amministrazione dell'ospedale non poteva trascurare cos¡ sfacciatamente le diagnosi dei sa- nitari. Mentre egli ancora gridava arriv• il medico per tranquil- lizzarlo. Consigli• al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spieg• che era successo un malin- teso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giu- seppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo ca- so un concetto leggermente diverso, se pure personalissi- mo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s'intende, essere anche considerata di sesto grado, data l'ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso per• non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nel- la met... inferiore del sesto piano. Probabilmente il segreta- rio della direzione, che proprio quella mattina gli aveva te- lefonato chiedendo l'esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. O meglio la direzio- ne aveva di proposito leggermente "peggiorato" il suo giu- dizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non in- quietarsi, a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato. Per quanto si riferiva alla cura - aggiunse ancora il me- dico - Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammari- carsi; il medico del piano di sotto aveva certo pi£ esperien- za; era quasi dogmatico che l'abilit... dei dottori andasse cre- scendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in gi£ la visuale era tagliata dagli alberi di cinta. Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all'ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasci• portare al piano di sotto. L'unica, bench‚ povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trov• al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il meno grave di tutti. Nell'ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il pi£ fortunato. Ma d'altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale. Procedendo la primavera, L'aria intanto si faceva pi£ te- pida, ma Giuseppe Corte non amava pi£ come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; bench‚ un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai pi£ vicine. Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di per- manenza al quinto piano, si manifest• anzi sulla gamba de- stra una specie di eczema che non accenn• a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un'affezione - gli disse il medico - assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona pi£ sana del mondo. Ci sa- rebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma. (r) E non si possono avere qui i raggi digamma? ¯ chiese Giuseppe Corte. (r) Certamente ¯ rispose compiaciuto il medico (r) il nostro ospedale dispone di tutto. C'Š un solo inconveniente... ¯ (r) Che cosa? ¯ fece il Corte con un vago presentimento. (r) Inconveniente per modo di dire ¯ si corresse il dotto- re (r) volevo dire che l'installazione per i raggi si trova sol- tanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto. ¯ (r) E allora niente ? ¯ (r) Allora sarebbe meglio che fino a che l'espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto. ¯ (r) Basta ! ¯ url• allora esasperato Giuseppe Corte. (r) Ne ho gi... abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado ! ¯ (r) Come lei crede ¯ fece conciliante il medico per non ir- ritarlo (r) ma come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno. ¯ Il brutto fu che l'eczema, invece di attenuarsi, and• len- tamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Dur• cos¡, rabbio- so, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamen- te preg• il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore. Quaggi£ il Corte not•, con inconfessato piacere, di rap- presentare un'eccezione. Gli altri ammalati del reparto era- no decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere. Al nuovo medico, egli precis• con insistenza la sua posi- zione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva di- ritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l'espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra. Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo. (r) Al settimo, al settimo! ¯ esclam• sorridendo il medico che finiva proprio allora di visitarlo. (r) Sempre esagerati voi ammalati! Sono il primo io a dire che lei pu• essere con- tento del suo stato; a quanto vedo dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settimo piano - mi scusi la brutale sincerit... - c'Š una certa differenza! Lei Š uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo, ma Š pur sempre un ammalato! ¯ (r) E allora, allora ¯ fece Giuseppe Corte accendendosi tut- to nel volto (r) lei a che piano mi metterebbe? ¯ (r) Oh, Dio, non Š facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per al- meno una settimana. ¯ (r) Va bene ¯ insistette Corte (r) ma pressapoco lei sapr.... ¯ Il medico per tranquillizzarlo, fece hnta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a Se stesso, disse lentamente: (r) Oh Dio! proprio per accon- tenhrla, ecco, ma potremmo in fondo metterla al sesto ! S¡ s¡ ¯ aggiunse come per persuadere se stesso. (r) Il sesto potrebbe andar bene. ¯ Il dottore credeva cos¡ di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un'espressione di sgo- mento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l'avevano ingannato; ecco qui questo nuovo dottore, evidentemente pi£ abile e pi£ onesto, che in cuor suo - era evidente - lo assegnava, non al settimo, ma al quinto pia- no, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata pro- str• il Corte. Quella sera la febbre sal¡ sensibilrnente. La permanenza al quarto piano segn• il periodo pi£ tran- quillo passato da Giuseppe Corte dopo l'entrata all'ospeda- le. Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cor- diale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiac- chierare degli argomenti pi£ svariati. Giuseppe Corte discor- reva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguar- dassero la sua solita vita d'avvocato e d'uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consor- zio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo de- gli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cer- cava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sem- pre per cadere sulla malattia. Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un'ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell'espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giu- seppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi . (r) Mi dica, dottore ¯ disse un giorno (r) come va il proces- so distruttivo delle mie cellule? ¯ (r) Oh, ma che brutte parole! ¯ lo rimprover• scherzosa- mente il dottore. (r)Dove mai le ha imparate? Non sta be- ne, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai pi£ vo- glio sentire da lei discorsi simili. ¯ (r) Va bene ¯ obiett• il Corte (r) ma cos¡ lei non mi ha risposto. ¯ (r)Oh, le rispondo subito ¯ fece il dottore cortese. (r) Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, Š, nel suo caso minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato. ¯ (r) Ostinato, cronico vuol dire ? ¯ (r) Non mi faccia dire quello che non ho detto. Io voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono cos¡ la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe. ¯ (r) Ma mi dica, dottore, quando potr• sperare in un mi- glioramento ? ¯ (r) Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto dif- ficili... Ma senta ¯ aggiunse dopo una pausa meditativa (r) ve- do che lei ha una vera e propria smania di guarire... se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei? ¯ (r) Ma dica, dica pure, dottore... ¯ (r) Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che Š forse il migliore che esi- sta, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo gior- no, fin dal primo giorno, capisce? a uno dei piani pi£ bas- si. Mi farei mettere addirittura al... ¯ (r) Al primo? ¯ sugger¡ con uno sforzato sorriso il Corte. (r) Oh no ! al primo no ! ¯ rispose ironico il medico (r) que- sto poi no! Ma a; terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura Š fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono pi£ completi e potenti, il personale Š pi£ abile. Lei sa poi chi Š l'anima di questo ospedale? ¯ (r) Non Š il professore Dati? ¯ (r) Gi... il professore Dati. ilui l'inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell'intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per cos¡ dire, fra il primo e il secondo piano. Di l... irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo ga- rantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano: pi£ in l... si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell'ospedale Š in ú basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori. ¯ (r) Ma insomma ¯ fece Giuseppe Corte con voce tremante (r) allora lei mi consiglia... ¯ (r) Aggiunga una cosa ¯ continu• imperterrito il dottore (r) aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all'espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potreb- be deprimere il suo "morale; e lei sa quanto Š importante per la guarigione la serenit... di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a met... fruttuose. Il perch‚? Pu• darsi che sia un puro caso, ma pu• darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto pi£ potenti. Le probabilit... di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta awiata la guarigione, il pas- so pi£ difficile Š fatto. Quando si comincia a risalire Š poi diffficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentir... dav- vero meglio, allora nulla impedir... che lei risalga qui da not o anche pi£ In su, secondo i suoi "meriti` anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire... ¯ (r) Ma lei crede che questo potr... accelerare la cura? ¯ (r) Ma non ci pu• essere dubbio. Le ho gi... detto che cosa farei io nei suoi panni. ¯ Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il mala- to, stanco di patire per l'eczema, nonostante l'istintiva rilut- tanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasfer¡ al piano di sotto. Not• subito al terzo piano che nel reparto regnava una speciale gaiezza, sia nel medico, sia nelle infermiere, seb- bene laggi£ fossero in cura ammalati molto preoccupanti Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po' di con- fidenza con l'infermiera, domand• come mai fossero tutti cos¡ allegri. (r) Ah, non lo sa? ¯ rispose l'infermiera (r) fra tre giorni andiamo in vacanza. ¯ 1-- (r) Come; andiamo in vacanza? ¯ (r) Ma s¡. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari planl. ¯ (r) E i malati? come fate? ¯ (r) Siccome ce n'Š relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo. ¯ (r) Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto? ¯ (r) No, no ¯ corresse l'infermiera (r) del terzo e del secon- do. Quelli che sono qui dovranno discendere da basso. ¯ (r) Discendere al secondo? ¯ fece Giuseppe Corte, pallido come un morto. (r) Io dovrei cos¡ scendere al secondo? ¯ (r)Ma certo. E che cosa c'Š di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritorner... in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi. ¯ Invece Giuseppe Corte - un misterioso istinto lo avvertiva - fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall'andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi pi£ intensi gli facesse bene - L'ec zcma si era quasi completamente riassorbito - egli non os• muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pre- tese per•, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto "Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio. Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sa- natorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamentO nervoso quale il Corte anche una piccola con- trariet... potesse provocare una grave scossa. Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni n‚ uno di pi£, n‚ uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidit... ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo pia- no non erano pi£ cos¡ moderni e gai come nei reparti su- periori, ma assumevano dimensioni pi£ grandi e linee pi£ solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poich‚ gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei "condannati", vaghi rantoli di agome. Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore seremt... sembrava aiutare la malattia, la febbre ten- deva a salire, la debolezza generale si faceva pi£ fonda. Dal- la finestra- si era oramai in piena estate e i vetri si tene- vano quasi sempre aperti non si scorgevano pi£ i tetti e neppure le case della citt..., ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l ospedale. Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle. (r) Siamo pronti per il tra- sloco? ¯ domand• in tono di bonaria celia il capo-infer- miere. (r) Che trasloco ? ¯ domand• con voce stentata Giuseppe Corte (r)che altri scherzi sono questi? Non tornano fra set- te giorni quelli del terzo piano? ¯ (r) Che terzo piano? ¯ disse il capo-infermiere come se non capisse (r) io ho avuto l'ordine di condurla al primo, guardi qua ¯ e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo stesso profes- sore Dati. Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. (r) Adagio, adagio per carit... ¯ supplicarono gli in- fermieri (r) ci sono dei malati che non stanno bene! ¯ Ma ci voleva altro per calmarlo. Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si inform•, guard• il modulo, Si fece splegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c'era stato uno sbaglio lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, d qual- che tempo c'era una insopportabile confusione, lui veniva tenuto all'oscuro di tutto... Infine, detto il fatto suo al di- pendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente. (r) Purtroppo per• ¯ aggiunse il medico (r) purtroppo il pro- fessor Dati proprio un'ora fa Š partito per una breve li- cenza, non torner... che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sar... lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco... un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto! ¯ Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giusep- pe Corte. La capacit... di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l'aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza. Giunse cos¡, per quell'esecrabile errore, all'ultima stazio- ne. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravit... del male, a giudizio anche dei medici pi£ severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al set- timo piano! La situazione era talmente grottesca che in cer- ti istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignaz- zare senza ritegno. Disteso nel letto, mentre i! caldo pomeriggio d'estate pas- sava lentamente sulla grande citt..., egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra, con l'impressione di essere giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a pia- strelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche fi- gure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; fin¡ anzi per convincersene, notan- do che le foglie non si muovevano affatto. Questa idea lo agit• talmente, che il Corte chiam• col campanello l'infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riusc¡ a tran- quillizzarsi un poco: con l'aiuto delle lenti pot‚ assicurars che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggc-r- mente, ogni tanto erano mosse dal vento Uscita che fu l'infermiera, pass• un quarto d'ora di com- pleto silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, s¡, bisognava pensare pro- prio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all'orlo di quel precipizio ? Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente cos¡ buia ? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guard• l'orolcgio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Volt• il capo dall'altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce. OMBRA DEL SUD Tra le case pencolanti, le balconate a traforo marce di pol- vere, gli anditi fetidi, le pareti calcinate, gli aliti della soz- zura annidata in ogni interstizio, sola in mezzo a una via io vidi a Porto Said una figura strana. Ai lati, lungo i piedi delle case, si muoveva la gente miserabile del quartiere; e bench‚ a pensarci bene non fosse molta, pareva che la stra- da ne formicolasse, tanto il brulich¡o era uniforme e conti- nuo. Attraverso i veli della polvere e i riverberi abbacinan- ti del sole, non riuscivo a fermare l'attenzione su alcuna cosa, come succede nei sogni. Ma poi, proprio nel mezzo della via (una strada qualsiasi identica alle mille altre, che si perdeva a vista d'occhio in una prospettiva di baracche fastose e crollanti) proprio nel mezzo, immerso completa- mente nel sole, scorsi un uomo, un arabo forse, vestito di una larga palandrana bianca, in testa una specie di cappuc- cio - o cos¡ mi parve- ugualmente bianco. Camminava len- tamente in mezzo alla strada, come dondolando, quasi stes- se cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco stor- no. Si andava allontanando tra le buche polverose sempre con quel suo passo d'orso, senza che nessuno gli badasse e l'insieme suo, in quella strada e in quell'ora, pareva con- centrare in s‚ con straordinaria intensit... tutto il mondo che lo contornava. Furono pochi istanti. Solo dopo che ne ebbi tratto via gli sguardi mi accorsi che l'uomo, e specialmente il suo passo inconsuetomi erano di colpo entrati nell'animo senza che sapessi spiegarmene la ragione. (r) Guarda che buffo quello l... in fondo! ¯ dissi al compagno, e speravo da lui una pa- - 1 rola banale che riportasse tutto alla normalit... (perch‚ sen- tivo essere nata in me certa inquietudine). Ci• dicendo di- ressi ancora gli sguardi in fondo alla strada per osservarlo. (r)Chi buffo?¯ fece il mio compagno. Io risposi: (r)Ma s¡, quell'uomo che traballa in mezzo alla strada ¯. Mentre dicevo cos¡ l'uomo disparve. Non so se fosse en- trato in una casa, o in un vicolo, o inghiottito dal brulich¡o che strisciava lungo le case, o addirittura fosse svanito nel nulla, bruciato dai riverberi meridiani. (r) Dove ? dove ? ¯ disse il mio compagno e io risposi: (r) Era l..., ma adesso Š scomparso ¯. Poi risalimmo in macchina e si and• in giro bench‚ fos- sero appena le due e facesse caldo. L'inquietudine non c'era pi£ e si rideva facilmente per stupidaggini qualsiasi, fino a che si giunse ai confini del borgo indigeno dove i falansteri polverosi cessavano, cominciava la sabbia e al sole resisteva- no alcune baracche luride, che per piet... speravo fossero di- sabitate. Invece, guardando meglio, mi accorsi che un filo di fumo, quasi invisibile tra le vampate del sole, saliva su da uno di quei tuguri, alzandosi con fatica al cielo. Uomini dunque vivevano l... dentro, pensai con rimorso, mentre ri- muovevo un pezzetto di paglia da una manica del mio vesti- to bianco. Stavo cos¡ gingillandomi con queste filantropie da turista quando mi manc• il respiro. (r) Che gente! ¯ stavo dicendo al compagno. (r) Guarda quel ragazzetto con una terrina in mano, per esempio, che cosa spera di... ¯ Non terminai per- ch‚ gli sguardi, non potendo sostare per la luce su alcuna cosa e vagando irrequieti, si posarono su di un uomo vesti- to di una palan...rana bianca, che se n'andava dondolando al di l... dei tuguri, in mezzo alla sabbia, verso la sponda di una laguna. (r) Che ridicolo ¯ dissi ad alta voce per tranquillizzarrni. (r) mez'ora che giriamo e siamo capitati nello stesso po- sto di prima! Guarda quel tipo, quello che ti dicevo! ¯ Era lui infatti, non c'era dubbio, con il suo passo vacillante, co- me se andasse cercando qualcosa, o titubasse, o fosse anche un poco storno. E anche adesso voltava le spalle e si andava allontanando adagio, chiudendo - mi pareva- una fatalit... paziente e ostinata. Era lui; e l'inquietudine rinacque pi£ forte perch‚ sapevo bene che quello non era il posto di prima e che l'auto, pur facendo giri viziosi, si era allontanata di qualche chilome- tro, la qual cosa un uomo a piedi non avrebbe potuto. Ep- pure l'arabo indecifrabile era l..., in cammino verso la spon- da della laguna, dove non capivo che cosa potesse cercare. No, egli non cercava nulla, lo sapevo perfettamente. Di car- ne ed ossa o miraggio, egii era comparso per me, miraco- losamente si era spostato da un capo all'altro della citt... in- digena per ritrovarmi e fui consapevole (per una voce che mi parlava dal fondo) di una oscura complicit... che mi le- gava a quell'essere. (r) Che tipo? ¯ rispose il compagno spensierato. (r) Quel ra- gazzo col piatto, dici ? ¯ (r) Ma no! ¯ feci con ira. (r) Ma non lo vedi l... in fondo? Non c'Š che lui, quello l¡ che... che... ¯ Era un effetto di luce, forse, un'illusione banale degli oc- chi, ma l'uomo si era ancora dissolto nel nulla, sinistro in- ganno. In realt... le parole mi si ingorgavano in bocca. Io balbettavo, smarrito fissando 1. sabbie vuote. (r) Tu non stai bene ¯ mi disse il compagno. (r) Torniamo al piroscafo. ¯ Al- lora cercai di ridere e dissi: (r) Ma non capisci che scher- zavo ? ¯ . Alla sera partimmo, la nave scese per il canale verso il Mar Rosso, in direzione del Tropico e nella notte l'imma- gine dell'arabo mi restava fissa nell'animo, mentre inutil- mente tentavo di pensare alle cose di tutti i giorni. Mi pa- reva anzi oscuramente di seguire in un certo modo deter- minazioni non mie, mi mettevo addirittura in mente che l'uomo di Porto Said non fosse estraneo alla cosa, quasi che ci fosse stato in lui il desiderio di indicarmi le strade del sud, che il suo barcollare, i suoi tentennamenti d'orso fossero ingenue lusinghe, sul tipo di certi stregoni. And• la nave e a poco a poco mi convinsi di essere stato in errore: gli arabi si vestono pressapoco tutti uguali, mi ero evidentemente confuso, complice la fantasia sospettosa. Tuttavia sentii ritornare vaga eco di disagio il mattino che approdammo a Massaua. Quel giorno me ne andai girando solo, nelle ore pi£ calde, e mi fermavo agli incroci per esplo- rare attorno. Mi sembrava di fare una specie di collaudo, come attraversare un ponticello per vedere se tenga. Sareb- be ricomparso l'individuo di Porto Said, uomo o fantasma che fosse? Girai per un'ora e mezza e il sole non mi dava pena (il sole celebre di Massaua) perch‚ la prova sembrava riuscire secondo le mie speranze. Mi spinsi a piedi attraverso Tau- lud, mi fermai a perlustrare la diga, vidi arabi, eritrei, su- danesi, volti puri od abbietti, ma lui non vidi. Lietamente mi lasciavo cuocere dal caldo, come liberato da una perse- cuzi0ne. Poi venne la sera e si ripart¡ per il meridione. I compa- gni di viaggio erano sbarcati, la nave era quasi vuota, mi sentivo solo ed estraneo, un intruso in un mondo di altri. Gli ormeggi erano stati tolti, la nave cominci• a scostarsi lentamente dalla banchina deserta, nessuno c'era a salutare e d'un tratto mi pass• per la mente che in fondo il fanta- sma di Porto Said in qualche modo si era occupato di me, sia pure per angustiarmi, meglio che niente. S¡, egli mi ave- va fatto paura con le sue sparizioni magiche, nello stesso tempo per• c'era un motivo di orgoglio. L'uomo infatti era venuto per me (il mio compagno di passeggiata non lo aveva neppure notato). Considerato a distanza, quell'essere mi risultava adesso come una personificazione, racchiudente il segreto stesso dell'Africa. Tra me e questa terra c'era dunque, prima che lo sospettassi, un legame. Era venuto a me un messaggero, dai regni favolosi del sud, a indicarmi la via? La nave era gi... a duecento metri dalla banchina ed ecco una piccola figura bianca muoversi sull'estremit... del molo. Solissimo sulla striscia grigia di cemento, si allontanava len- tamente - mi parve- barcollando come se titubasse o an- dasse cercando qualcosa, o fosse anche un poco storno. Il cuore mi cominci• a battere. Era lui, ne fui sicuro, chiss... se uomo o fantasma, probabilmente (ma non potevo distin- guere a motivo della distanza) mi voltava le spalle, se n'an- dava in direzione del sud, assurdo ambasciatore di un mon- do che sarebbe potuto essere anche mio. Ed oggi, ad Harar, finalmente l'ho incontrato di nuovo. Io sono qui che scrivo, nella casa di un amico piuttosto iso- lata, il ronz¡o del Petromax mi ha riempito la testa, i pen- sieri vanno su e gi£ come le onde, forse la stanchezza, forse l'aria presa in macchina. No, non Š pi£ paura, come avven- ne presso la laguna di Porto Said, Š invece come sentirsi deboli, inferiori a ci• che ci aspetta. L'ho rivisto oggi, mentre perlustravo i labirinti della cit- t... indigena. Gi... camminavo da mezz'0ra per quei budelli, tutti uguali e diversi, e c'era luce bellissima dopo un tem- porale. Mi divertivo a gettare un'occhiata nei rari pertugi, dove si aprono cortiletti da fiaba, chiusi come in minuscoli fortilizi tra muri rossi di sassi e di fango. I viottoli erano per lo pi£ deserti, le case (per cos dire) silenziose, alle volte veniva in mente che fosse una citt... morta, sterminata dalla peste, e che non ci fosse pi£ via d'uscita; la notte ci avrebbe colti alla ricerca affannosa della liberazione. Facevo questi pensieri quando lui mi riapparve. Per una combinazione la stradicciola ripida per dove scendevo non era tortuosa come le altre ma abbastanza diritta. cosicch‚ se ne poteva scorgere un'ottantina di metri. Lui camminava tra i sassi, barcollando pi£ che mai come un orso e volgendo la schiena si allontanava, estremamente significativo: non pro- prio tragico e nemmeno grottesco, non saprei proprio come dire. Ma era lui, sempre l'uomo di Porto Said, il messag- gero di favolosi regni, che non mi potr... pi£ lasciare. Corsi gi£ tra i sassi scoscesi, con la maggiore lestezza pos- sibile. Questa volta finalmente non mi sarebbe sfuggito, due muri rossi e uniformi rinserravano la stradicciola e non vi erano porte. Corsi fino a che il vicolo faceva un'ansa e mi aspettavG, alla svolta, di trovarmi l'uomo a non pi£ di tre metri. Invece non c'era. Come le altre volte egli era sva- nito nel nulla. L'ho rivisto pi£ tardi, sempre uguale, che si allontanava ancora per uno di quei budelli, non verso il mare ma verso l'interno. Non gli sono pi£ corso dietro. Sono rimasto fer- mo a guardarlo, con una vaga tristezza, finch‚ Š sparito in un vicolo laterale. Che cosa voleva da me ? Dove vo- leva condurmi? Non so chi tu sia, se uomo, fantasma, o miraggio, ma temo che ti sia sbagliato. Non sono, ho pau- ra, colui che tu cerchi. La faccenda non Š molto chiara ma mi pare di avere capito che tu vorresti condurmi pi£ in l..., ogni volta pi£ in l..., sempre pi£ nel centro, fino alle frontiere del tuo incognito regno. Lo capisco e sarebbe anche bello. Tu sei paziente, tu mi aspetti ai bivi solitari per insegnarmi la strada, tu sei vera- mente discreto, tu fai perfino mostra di fuggirmi, con di- plomazia tutta orientale, e non osi neppure rivelare il tuo volto. Tu vuoi soltanto farmi capire - mi sembra - che il tuo monarca mi aspetta in mezzo al deserto, nel palazzo bianco e meraviglioso, vigilato da leoni, dove cantano fon- tane incantate. Sarebbe bello solo vorrei proprio. Ma la mia anima Š deprecabilmente timida, invano la redar- guisco, le sue ali tremano, i suoi dentini diafani battono appena la si conduce verso la soglia delle grandi avven- ture. Cos¡ sono fatto, purtroppo, e ho davvero paura che il tuo re sprechi il suo tempo ad aspettarmi nel palazzo bianco in mezzo al deserto, dove probabilmente sarei felice. OMBRA DEL SUD 49 No, no, in nome del Cielo. Sia come sia, o messaggero, porta la notizia che io vengo, non occorre neanche che tu ti faccia vedere ancora. Questa sera mi sento veramente bene, sebbene i pensieri ondeggino un poco, e ho preso la decisione di partire (Ma sar• poi capace? Non far... storie poi la mia anima al momento buono non si metter... a tremare, non nasconder... la testa tra le pavide ali dicendo di nGn andare pi£ avanti ?). EPPURE BATTONO ALLA PORTA La signora Maria Gron entr• nella sala al pianterreno della villa col cestino del lavoro. Diede uno sg-uardo at- torno, per constatare che tutto procedesse secondo le nor- me familiari, depose il cestino su un tavolo, si avvicin• a un vaso pieno di rose, annusando gentilmente Nella sala c'erano suo marito Stefano, il figlio Federico detto Fedri, entrambi seduti al caminetto, la figlia Giorgina che leggeva, il vecchio amico di casa Eugemo Martora, me- dico, intento a fumare un sigaro. (r) Sono tutte fattute andate> mormor• parlando a se stessa e pass• una mano, carezzando, sui fiori. Parecchi petali si staccarono e caddero. Dalla poltrona dove stava seduta leggendo, Giorgina chia- m•: (r) Mamma ! ¯. Era gi... notte e come al solito le imposte degli alti fine- stroni erano state sprangate. Pure dall'esterno giungeva un ininterrotto scroscio di pioggia. In fondo alla sala, verso il vestibolo d'ingresso, un solenne tendaggio rosso chiu- deva la larga apertura ad arco: a quell'ora, per la poca luce che vi giungeva, esso sembrava nero. (r) Mamma ! ¯ disse Giorgina. (r) Sai quei due cani di pie- tra in fondo al viale delle querce, nel parco? ¯ (r) E come ti saltano in mente i cani di pietra, cara? ¯ ri- spose la mamma con cortese indifferenza, riprendendo il cestino del lavoro e sedendosi al consueto posto, presso un paralume. (r) Questa mattina ¯ spieg• la graziosa ragazza (r) mentre tornavo in auto, li ho visti sul carro di un contadino, pro- prio vicino al ponte. ¯ Nel silenzio della sala, la voce esile della Giorgina spic- c• grandemente. La signora Gron, che stava scorrendo un giornale, pieg• le labbra a un sorriso di precauzione e guar- d• di sfuggita il marito, come se sperasse che lui non avesse ascoltato. (r) Questa Š bella! ¯ esclam• il dottor Martora. (r) Non ci manca che i contadini vadano in giro a rubare le statue Collezionisti d'arte, adesso! ¯ (r) E allora? ¯ chiese il padre, invitando la figliola a con- tinuare. (r) Allora ho detto a Berto di fermare e di andare a chie- dere... ¯ La signora Gron, contrasse lievemente il naso; faceva sempre cos¡ quando uno toccava argomenti ingrati e bi- sognava correre ai ripari. La faccenda delle due statue na- scondeva qualcosa e lei aveva capito; qualcosa di spiace- vole che bisognava quindi tacere. (r) Ma s¡, ma s¡, sono stata io a dire di portarli via ¯ e lei cos¡ tentava di liquidar la questione (r) li trovo cos¡ anti- patici. ¯ Dal caminetto giunse la voce del padre, una voce pro- fonda e oscillante, forse per la vecchiaia, forse per inquie- tudine: (r) Ma come? ma come? Ma perch‚ li hai fatti por- tar via, cara ? Erano due statue antiche, due pezzi di sca- vo... ¯ (r) Mi sono spiegata male ¯ fece la signora accentuando la gentilezza ("che stupida sono stata" pensava intanto "non potevo trovare qualcosa di meglio?"). (r) L'avevo detto, s¡, di toglierli, ma in termini vaghi, pi£ che altro per scherzo L'avevo detto, naturalmente... ¯ (r) Ma stammi a sentire, mammina ¯ insist‚ la ragazza. (r) Berto ha domandato al contadino e lui ha detto che aveva trovato il cane gi£ sulla riva del fiume... ¯ Si ferm• perch‚ le era parso che la pioggia fosse cessata. Invece, fattosi silenzio, si ud¡ ancora lo scroscio immobile, fondo, che opprimeva gli animi (bench‚ nessuno se ne ac- corgesse). (r) Perch‚ "il cane"? ¯ domand• il giovane Federico, sen7.a nemmeno voltare la testa. (r) Non avevi detto che c'erano tutti e due? ¯ (r) Oh Dio, come sei pedante¯ ribatt‚ Giorgina ridendo (r) io ne ho visto uno, ma probabilmente c'era anche l'altro. ¯ Federico disse: (r) Non vedo, non vedo il perch‚ ¯. E an- che il dottor Martora rise. (r) Dimmi, Giorgina ¯ chiese allora la signora Gron, ap- profittando subito della paus'a. (r)Che libro leggi? E l'ulti- mo romanz0 del Massin, quello che mi dicevi ? Vorrei leggerlo anch'io quando l'avrai finito. Se non te lo si dice prima, tu lo presti immediatamente alle amiche. Non si trova pi£ niente dopo. Oh, a me piace Massin, cos¡ perso- nale, cos¡ strano... La Frida oggi mi ha promesso... ¯ Il marito per• interruppe: (r) Giorgina ¯ chiese alla figlia (r) tu allora che cosa hai fatto? Ti sarai fatta almeno dare il nome! Scusa sai, Maria ¯ aggiunse alludendo all'interru- zione. (r) Non volevi mica che mi mettessi a litigare per la stra- da, spero ¯ rispose la ragazza. (r) Era uno dei Dall'Oca. Ha detto che lui non sapeva niente, che aveva trovato la statua gi£ nel fiume. ¯ (r) E sei proprio sicura che fosse uno dei cani nostri ? ¯ (r) Altro che sicura. Non ti ricordi che Fedri e io gli ave- vamo dipinto le orecchie di verde? ¯ (r) E quello che hai visto aveva le orecchie verdi ? ¯ fece il padre, spesso un poco ottuso di mente. (r) Le orecchie verdi, proprio ¯ disse la Giorgina. (r) Si capi- ir sce che ormai sono un po' scolorite. ¯ Di nuovo intervenne la mamma: (r) Sentite ¯ domand• con garbo perfino esagerato (r) ma li trovate poi cos¡ interes- EPPURE BATTOnO ALLA PORTA santi questi cani di pietra? Non so, scusa se te lo dico, Stefa- no, ma non mi sembra che ci sia da fare poi un gran ca- so... ¯. Dall'esterno - si sarebbe detto quasi subito dietro il ten- done - giunse, frammisto alla voce della pioggia, un rom- bo sordo e prolungato. (r) Avete sentito? ¯ esclam• subito il signor Gron. (r) Avete sentito? ¯ (r) Un tuono, no? Un semplice tuono. E inutile, Stefano, tu hai bisogno di essere sempre nervoso nelle giornate di pioggia ¯ si affrett• a spiegare la moglie. Tacquero tutti, ma a lungo non poteva durare. Sembra- va che un pensiero estraneo, inadatto a suel palazzo da si- gnori, fosse entrato e ristagnasse nella grande sala in pe- nombra. (r) Trovato gi£ nel fiume! ¯ comment• ancora il padre, tornando all'argomento dei cani. (r) Come Š possibile che sia finito gi£ nel fiume? Non sar... mica volato, dico. ¯ (r) E perch‚ no? ¯ fece il dottor Martora gioviale. (r) Perch‚ no cosa, dottore? ¯ chiese la signora Maria, dif- fidente, non piacendole in genere le facezie otel vecchio amico. (r) Dico: e perch‚ Š poi escluso che la statua abbia fatto un volo ? Il fiume passa proprio l¡, sotto. Venti metri di salto, dopo tutto. ¯ (r) Che mondo, che mondo ! ¯ ancora una volta Maria Gron tentava di respingere il soggetto dei cani, quasi vi si celas- sero coSe sconvenienti. (r) Le statue da noi si mettono a vo- lare e sapete cosa dice qua il giornale? "Una razza di pesci parlanti scoperta nelle acque di Giava." ¯ (r) Dice anche: "Tesaurizzate il tempo!" ¯ aggiunse stupi- damente Federico che pure aveva in mano un giornale. (r) Come, che cosa dici? ¯ chiese il padre, che non aveva capito, con generica apprensione. (r) S¡, c'Š scritto qui: "Tesaurizzate il tempo! Nel bilancio di un produttore di affari dovrebbe figurare all'attivo e al passivo, secondo i casi, anche il tempo. ¯ (r) Al passivo, direi allora, al passivo, con questo po' po' di pioggia! ¯ propose il Martora divertito. E allora si ud¡ il suono di un campanello, al di l... della grande tenda. Qualcuno dunque giungeva dall'infida not- te, qualcuno aveva attraversato le barriere di pioggia, la quale diluviava sul mondo, martellava i tetti, divorava le rive del fiume facendole crollare a spicchi; e nohili alberi precipitavano col loro piedestallo di terra gi£ dalle ripe, scrosciando, e poco dopo si vedevano emergere per un istante cento metri pi£ in l..., succhiati dai gorghi; il fiume che aveva inghiottito i margini dell'antico parco, con le balaustre di ferro settecentesco, le panchine, i due cani di pietra. (r) Chi sar...? ¯ disse il vecchio Gron, togliendosi gli occhia- li d'oro. (r) Anche a quest'ora vengono? Sar... quello della sottoscrizione, scommetto, L'impiegato della parrocchia, da qualche giorno Š sempre tra i piedi. Le vittime dell'inon- dazione! Dove sono poi queste vittime! Continuano a do- mandare soldi, ma non ne ho vista neanche una, io, di que- ste vittime! Come se... Chi Š? Chi Š?¯ domand• a bassa voce al cameriere uscito dalla tenda. (r) Il signor Massigher ¯ annunci• il cameriere. Il dottor Martora fu contento: (r) Oh eccolo, quel simpa- tico amico ! Abbiam fatto una discussione l'altro giorno... oh, sa quel che si vuole il giovanotto. ¯ (r) Sar... intelligente fin che volete, caro Martora ¯ disse la signora (r) ma Š proprio la qualit... che mi commuove meno. Questa gente che non fa che discutere... Confesso, le di- scussioni non mi vanno... Non dico di Massigher che Š un gran bravo ragazzo... Tu, Giorgina ¯ aggiunse a bassa voce (r) farai il piacere, dopo aver salutato, di andartene a letto. E tardi, cara, lo sai. ¯ (r) Se Massigher ti fosse pi£ simpatico ¯ rispose la figlia se. ¯ audacemente, tentando un tono scherzoso (r) se ti fosse pi£ simpatico scommetto che adesso non sarebbe tardi, scom- metto. >) (r) Basta, Giorgina, non dire sciocchezze, lo sai... Oh buo- nasera, Massigher. Oramai non speravamo pi£ di vedervi... di solito venite pi£ presto... ¯ Il giovine, i capelli un po' arruffati, si ferm• sulla soglia, guardando i Gron con stupore. "Ma come, loro non sape- vano?" Poi si fece avanti, vagamente impacciato. (r) Buonasera, signora Maria ¯ disse senza raccogliere il rimprovero. (r) Buonasera, signor Gron, ciao Giorgina, ciao Fedri, ah, scusatemi dottore, nell'ombra non vi avevo ve- duto... ¯ Sembrava eccitato, andava di qua e di l... salutando, qua- si ansioso di dare importante notizia. (r) Avete sentito dunque? ¯ si decise infine, siccome gli al- tri non lo provocavano. (r) Avete sentito che l'argine... ¯ (r) Oh s¡ ¯ intervenne Maria Gron con impeccabile sciol- tezza. (r) Un tempaccio, vero? ¯ E sorrise, socchiudendo gli occhi, invitando l'ospite a capire (pare impossibile, pensa- va intanto, il senso dell'opportunit... non Š proprio il suo forte !). Ma il padre Gron si era gi... alzato dalla poltrona. (r) Dite- mi, Massigher, che cosa avete sentito? Qualche novit... for- (r) Macch‚ novit... ¯ fece vivamente la moglie. (r) Non ca- pisco proprio, caro, questa sera sei cos¡ nervoso... ¯ Massigher rest• interdetto. (r) Gi... ¯ ammise, cercando una scappatoia (r) nessuna novi t... che io sappia. Solo che dal ponte si vede... ¯ (r) Sfido io, mi immagino, il fiume in piena! >) fece la si- gnora Maria aiutandolo a trarsi d'impaccio. (r) Uno spetta- colo imponente, immagino... ti ricordi, Stefano, del Nia- gara? Quanti anni, da allora... ¯ A questo punto Massigher si avvicin• alla padrona di ca- sa e le mormor• sottovoce, approfittando che Giorgina e Federico si erano messi a parlare tra loro: (r) Ma signora, ma signora ¯ i suoi occhi sfavillavano (r) ma il fiume Š ormai qui sotto, non Š prudente restare, non sentite il...? ¯. (r) Ti ricordi, Stefano? ¯ continu• lei come se non avesse neppure sentito (r) ti ricordi che paura quei due olandesi ? Non hanno voluto neppure avvicinarsi, dicevano ch'era un rischio inutile, che si poteva venire travolti... ¯ (r) Bene ¯ ribatt‚ il marito (r) dicono che qualche volta Š proprio successo. GeAte che si Š sporta troppo, un capogi- ro, magari... ¯ Pareva aver riacquistato la calma. Aveva rimesso gli oc- chiali, si era nuovamente seduto vicino al caminetto, allun- gando le mani verso il fuoco, allo scopo di scaldarle. Ed ecco per la seconda volta quel rombo sordo e inquie- tante. Ora sembrava provenire in realt... dal fondo della terra, gi£ in basso, dai remoti meandri delle cantine. An- che la signora Gron rest• suo malgrado ad ascoltare. (r) Avete sentito? ¯ esclam• il padre, corrugando un po- chetto la fronte. (r) Dl', Giorgina, hai sentito ?... ¯ (r) Ho sentito, s¡, non capisco ¯ fece la ragazza sbiancatasi in volto. (r) Ma Š un tuono! ¯ ribatt‚ con prepotenza la madre. (r) Ma Š un tuono qualsiasi... che cosa volete che sia?... Non saranno mica gli spiriti alle volte! ¯ (r) Il tuono non fa questo rumore, Maria ¯ not• il marito scuotendo la testa. (r) Pareva qui sotto, pareva. ¯ (r) Lo sai, caro: tutte le volte che fa temporale sembra che crolli la casa ¯ insist‚ la signora. (r) Quando c'Š temporale in questa casa saltan fuori rumori di ogni genere... Anche voi avete sentito un semplice tuono, vero, Massigher? ¯ concluse, certa che l'ospite non avrebbe osato smentirla. Il quale sorrise con garbata rassegnazione, dando risposta elusiva: (r) Voi dite gli spiriti, signora..., proprio stasera, at- traverso il giardino, ho avuto una curiosa impressione, mi EPPURE BATTONO ALLA PORTA pareva che mi venisse dietro qualcuno... sentivo dei passi, come... dei passi ben distinti sulla ghiaietta del viale... ¯. (r) E naturalmente suono di ossa e rantoli, vero ? ¯ sugger¡ la signora Gron. (r) Niente ossa, signora, semplicemente dei passi, proba- bilmente erano i miei stessi ¯ soggiunse (r) si verificano certi strani echi, alle volte. ¯ (r) Ecco, cos¡; bravo Massigher... Oppure topi, caro mio volete vedere che erano topi ? Certo non bisogna essere romantici come voi, altrimenti chiss... cosa si sente... ¯ (r) Signora ¯ tent• nuovamente sottovoce il giovane, chi- nandosi verso di lei. (r) Ma non sentite, signora ? Il fiume qua sotto, non sentite? ¯ (r) No, non sento, non sento niente ¯ rispose lei, pure sot- tovoce, recisa. Poi pi£ forte: (r) Ma non siete divertente con queste vostre storie, sapete? ¯. Non trov• da rispondere, il giovane. Tent• soltanto una risata, tanto gli pareva stolta l'ostinazione della signora. "Non ci volete credere, dunque ?" pens• con acrimonia; anche in pensiero, istintivamente, finiva per darle del voi. "Le cose spiacevoli non vi riguardano, vero ? Vi pare da zotici il parlarne ? Il vostro prezioso mondo le ha sempre rifiutate, vero ? Voglio vedere, la vostra sdegnosa immu- nit... dove andr... a finire!" (r) Senti, senti, Stefano ¯ diceva lei intanto con slancio, parlando attraverso la sala (r) Massigher sostiene di aver in- contrato gli spiriti, qui fuori, in giardino, e lo dice sul serio... questi giovani, un bell'esempio, mi pare. ¯ (r) Signor Gron, ma non crediate ¯ e rideva con sforzo, arrossendo (r) ma io non dicevo questo, io... ¯ Si interruppe, ascoltando. E dal silenzio stesso soprav- venuto gli parve che, sopra il rumore della pioggia, altra voce andasse crescendo, minacciosa e cupa. Egli era in piedi, col cono di luce di una lampada un poco azzurra, la bocca socchiusa, non spaventato in verit..., ma assorto e come vibrante, stranamente diverso da tutto cio che lo circondava, uomini e cose. Giorgina lo guardava con de- siderio. Ma non capisci, giovane Massigher? Non ti senti abba- stanza sicuro nell'antica magione dei Gron ? Come fai a dubitare ? Non ti bastano queste vecchie mura massicce, questa controllatissima pace, queste facce impassibili ? Co- me osi offendere tanta dignit... coi tuoi stupidi spaventi giovanili ? (r) Mi sembri uno spiritato >osserv• il suo amico Fedri. (r) Sembri un pittore..., ma non potevi pettinarti, stasera? Mi raccomando un'altra volta... Io sai che la mamma ci tiene ¯ e scopp• in una risata. Il padre allora intervenne con la sua querula voce: (r) Be- ne, lo cominciamo questo ponte? Facciamo ancora in tem- po, sapete. Una partita e poi andiamo a dormire. Gior- gina, per favore, va a prendere la scatola delle carte ¯. In quel mentre si affacci• il cameriere con faccia stranitd. (r) Che cosa c'Š adesso? ¯ chiese la padrona, malcelando l ir- ritazione. (r)arrivato qualcun altro? ¯ (r) C'Š di l... Antonio, il fattore... chiede di parlare con uno di lor signori, dice che Š una cosa importante. ¯ (r) Vengo io, vengo io ¯ disse subito Stefano, e si alzo con precipitazione, come temesse di non fare in tempo. La moglie infatti lo trattenne: (r) No, no, no, tu rimani qui, adesso. Con l'umido che c'Š fuori... lo sai bene... i tuoi reumi. Tu rimani qui, caro. Andr... Fedri a sentire ¯. (r) Sar... una delle solite storie ¯ fece il giovane, avviandosi verso la tenda. Poi da lontano giunsero voci incerte. (r)Vi mettete qui a giocare? ¯ chiedeva nel frattempo la signora. (r)Giorgina, togli quel vaso, per favore... poi va a dormire, cara, Š gi... tardi. E voi, dottor Martora, che cosa fate, dormite ? ¯ L'amico si riscosse, confuso: (r) Se dormivo? Eh s¡, un poco ¯ rise. (r) Il caldo del caminetto, L'et...... ¯ EPPURE BATTONO ALLA PORTA (r) Mamma! ¯ chiam• da un angolo la ragazza. (r) Mam- ma, non trovo pi£ la scatola delle carte, erano qui nel cas- setto, ieri. ¯ (r) Apri gli occhi, cara. Ma non la vedi l¡ sulla mensola? Voi almeno non trovate mai niente... ¯ Massigher dispose le quattro sedie, poi cominci• a me- scolare un mazzo. Intanto rientrava Federico. Il padre do- mand• stancamente: (r) Che cosa voleva Antonio? ¯. (r) Ma niente! ¯ rispose il figliolo allegro. (r) Le solite paure dei contadini. Dicono che c'Š pericolo per il fiume, dicono che anche la casa Š minacciata, figurati. Volevano che io andassi a vedere, figurati, con questo tempo ! Sono tutti l... che pregano, adesso, e suonano le campane, sentite? ¯ (r) Fedri ¯ propose allora Massigher. (r) Andiamo insieme a vedere? Solo cinque minuti. Ci stai? ¯ (r) E la partita, Massigher ? ¯ fece la signora. (r) Volete pian- tare in asso il dottor Martora ? Per bagnarvi come pul- cini, poi... ¯ Cos¡ i quattro comincia;ano il gioco, Giorgina se n'and• a dormire, la madre in un angolo prese in mano il ricamo. Mentre i quattro giocavano, i tonfi di poco prima di- vennero pi£ frequenti. Era come se un corpo massiccio piombasse in una buca profonda piena di melma, tale era il suono: un colpo tristo nelle viscere della terra. Ogni volta esso lasciava dietro a s‚ sensazione di pena, le mani indugiavano sulla carta da gettare, il respiro restava so- speso, ma poi tutto quanto spariva. Nessuno- si sarebbe detto -- osava parlarne. Solo a un certo punto il dottor Martora osserv•: (r) Deve essere nella cloaca, qui sotto. C'Š una specie di condotta antichissima che sbocca nel fiume. Qualche rigurgito forse... ¯. Gli altli non aggiunsero parola. Ora conviene osservare gli sguardi del signor Gron, no- biluomo. Essi sono rivolti principalmente al piccolo ven- taglio di carte tenuto dalla mano sinistra, tuttavia essi pas- sano anche oltre il margine delle carte, si estendono alla testa e alle spalle del Martora, seduto dinanzi, e raggiun- gono perfino l'estremit... della sala l... dove il lucido pavi- mento scompare sotto le frange del tendaggio. Adesso in- vece gli occhi di Gron non si indugiavano pi£ sulle carte, n‚ sull'onesto volto dell'amico, ma insistevano al di l... verso il fondo, ai piedi del cortinaggio; e si dilatavano per di pi£, accendendosi di strana luce. Fino a che dalla bocca del vecchio signore usc¡ una voce opaca, carica di indicibile desolazione, e diceva semplice- mente: (r) Guarda ¯. Non si rivolgeva al figlio, n‚ al dotto- re, n‚ a Massigher in modo particolare. Diceva solamente (r) Guarda ¯ ma cos¡ da suscitare paura. Il Gron disse questo e gli altri guardarono, compresa la consorte che sedeva nell'angolo con grande dignit..., accu- dendo al ricamo. E dal bordo inferiore del cupo tendaggio videro avanzarc lentamente, strisciando sul pavimento un'in- forme cosa nera. (r) Stefano, Stefano, per l'amor di Dio, perch‚ fai quella voce? ¯ esclamava la signora Gron levatasi in piedi e gi... in cammino verso la tenda: (r) Non vedi che Š acqua? ¯. Dei quattro che stavano giocando nessuno si era ancora alzato. Era acqua infatti. Da qualche frattura o spiraglio essa si era finalmehte insinuata nella villa, come serpente era an- data strisciando qua e l... per gli anditi prima di affacciarsi nella sala, dove figurava di colore nero a causa della pe- nombra. Una cosa da ridere, astrazion fatta per l'aperto oltraggio. Ma dietro quella povera lingua d'acqua, scolo di lavandino, non c'era altro? iproprio certo che sia tutto qui l'inconveniente ? Non sussurr¡o di rigagnoli gi£ per i muri, non paludi tra gli alti scaffali della biblioteca, non stillicidio di flaccide gocce dalla v•lta del salone vicino (percotenti il grande piatto d'argento donato dal Principe per le nozze, molti molti anni or sono)? EPPURE BATTONO ALLA PORTA Il giovane Federico esclam•: (r) Quei cretini hanno di- menticato una finestra aperta! ¯. Il padre suo: (r) Corri, va a chiudere, va! ¯. Ma la signora si oppose: (r)Ma neanche per idea, state quieti voi, verr... bene qualcheduno spero! ¯. Nervosamente tir• il cordone del campanello e se ne ud¡ lo squillo lontano. Nel medesimo tempo i tonfi mi- steriosi succedevano l'uno all'altro con tetra precipitazione, perturbando gli estremi angoli del palazzo. Il vecchio Gron, accigliato, fissava la lingua d'acqua sul pavimento: lenta- mente essa gonfiavasi ai bordi, straripava per qualche cen- timetro, si fermava, si gonfiava di nuovo ai margini, di nuovo un altro passo in avanti e cos¡ via. Massigher mesco- lava le carte per coprire la propria emozione, presentendo cose diverse dalle solite. E il dottor Martora scuoteva ada- gio il capo, il quale gesto poteva voler dire: che tempi, che tempi, di questa servit£ non Ci si pu• pi£ fidare!, op- pure, indifferentemente: niente da fare oramai, troppo tar- di ve ne siete accorti. Attesero alcuni istanti, nessun segno di vita proveniva dalle altre sale. Massigher si fece coraggio: (r) Signora ¯ dis- se (r) L'avevo pur detto che... ¯. (r) Cielo! Sempre voi, Massigher! ¯ rispose Maria Gron non lasciandolo neppur finire. (r) Per un po' d'acqua per terra! Adesso verr... Ettore ad asciugare. Sempre quelle be- nedette vetrate, ogni volta lasciano entrare acqua, bisogne- rebbe rifare le serramenta! ¯ Ma il cameriere di nome Ettore non veniva, n‚ alcun altro dei numerosi servi. La notte si era fatta ostile e greve. Mentre gli inesplicabili tonfi si mutavano in un rombo pressoch‚ continuo simile a rotol¡o di botti nelle fonda- menta della casa. Lo scroscio della pioggia all'esterno non si udiva gi... pi£, sommerso dalla nuova voce. (r) Signora! ¯ grid• improvvisamente Massigher, balzando in piedi, con estrema risolutezza. (r) Signora, dove Š andata Giorgina? Lasciate che vada a chiamarla. ¯ (r) Che c'Š ancora, Massigher? ¯ e Maria Gron atteggiava ancora il volto a mondano stupore. (r) Siete tutti terribil- mente nervosi, stasera. Che cosa volete da Giorgina ? Fa- temi il santo piacere di lasciarla dormire. ¯ (r) Dormire! ¯ ribatt‚ il giovanotto ed era piuttosto bef- fardo. (r) Dormire! Ecco, ecco... ¯ Dall'andito che la tenda celava, come da gelida spelon- ca, irruppe nella sala un impetuoso soffio di vento. Il cor- tinaggio si gonfi• qual vela, attorcigliandosi ai lembi, cos¡ che le luci della sala poterono passare di l... e riflettersi nel- L'acqua dilagata per terra. (r) Fedri, perdio, corri a chiudere ! ¯ imprec• il padre (r) per- dio, chlama i servl, chiama! ¯ Ma il giovane pareva quasi divertito dall'imprevisto. Ac- corso verso l'andito buio andava gridando: (r) Ettore! Et- tore! Berto! Berto! Sofia! ¯. Egli chiamava i facenti parte della servit£ ma le sue grida si perdevano senza eco nei vestiboli deserti. (r) Pap... ¯ si ud¡ ancora la voce di Federico. (r) Non c'Š luce, qui. Non riesco a vedere... Madonna, che cos'Š suc- cesso ! ¯ Tutti nella sala erano in piedi, sgomenti per l'improvviso appello. La villa intera sembrava ora, inesplicabilmente, scrosciare d'acqua. E il vento, quasi i muri si fossero spa- lancati, la attraversava in su e in gi£, protervamente, fa- cendo dondolare le lampade, agitando carte e giornali, ro- vesciando fiori. Federico, di ritorno, comparve. Era pallido come la ne- ve e un poco tremava. (r)Madonna! ¯ ripeteva macchinal- mente. (r) Madonna, cos'Š successo! ¯ E occorreva ancora spiegare che il fiume era giunto l¡ sotto, scavando la riva, con la sua furia sorda e inumana? Che i muri da quella parte stavano per rovinare ? Che servi tutti erano dileguati nella notte e fra poco presumi- bilmente sarebbe mancata la luce? Non bastavano, a spie- EPPURE BATTONO ALLA PORTA 63 gare tutto, il bianco volto di Federico, i suoi richiami affan- nosi (lui solitamente cos¡ elegante e sicuro di s‚), L'orribile rombo che aumentava aumentava dalle fonde voragini del- la terra ? (r) Andiamo, presto, andiamo, c Š anche la mia macchina qui fuori, sarebbe da pazzi... ¯ diceva il dottor Martora, fra tutti passabilmente calmo. Poi, accompagnata da Mas- sigher, ecco ricomparire Giorgina, avviluppata in un pe- sante mantello; ella singhiozzava lievemente, con assoluta decenza, senza quasi farsi sentire. Il padre cominci• a fru- gare un cassetto raccogliendo i valori. (r) Oh no! no! ¯ proruppc infine la signora Maria, esa- sperata. (r) Oh, non voglio! I miei fiori, le mie belle cose, non voglio, non voglio! ¯ la sua bocca ebbe un tremito, la faccia si contrasse quasi scomponendosi, ella stava per cedere. Poi con uno sforzo meraviglioso, sorrise. La sua maschera mondana era intatta, salvo il suo raffinatissimo incanto. (r) Me la ricorder•, signora ¯ incrudel¡ Massigher, odian- dola sinceramente. (r) Me la ricorder• sempre questa vostra villa. Com'era bella nelle notti di luna! ¯ (r) Presto, un mantello, signora ¯ insisteva Martora rivolto alla padrona di casa. (r) E anche tu, Stefano, prendi qualcosa da coprirti. And!amG prima che manchi la luce. ¯ Il signor Stefano Gron non aveva nemmeno paura, si poteva veramente dirlo. Egli era come atono e stringeva la busta di pelle contenente i valori. Federico girava per la sala sguazzando nell'acqua, senza pi£ dominarsi. (r) E fi- nita, Š finita ¯ andava ripetendo. La luce elettrica cominci• a affievolire. Allora rintron•, pi£ tenebroso dei precedenti e ancor pi£ vicino, un lungo tonfo da catastrofe. Una gelida tenaglia si chiuse sul cuore dei Gron. (r) Oh, no ! no ! ¯ ricominci• a gridare la signora. (r) Non voglio, non voglio! ¯ Pallida anche lei come la morte, una piega dura segnata sul volto, ella avanz0 a passi ansiosi verso il tendaggio che palpitava. E faceva di no col capo: per significare che lo proibiva, che adesso sarebbe venuta lei in persona e l'acqua non avrebbe osato passare. La videro scostare i lembi sventolanti della tenda con gesto d'ira, sparire al di l... nel buio, quasi andasse a cac- ciare una turba di pezzenti molesti che la servit£ era inca- pace di allontanare. Col suo aristocratico sprezzo presumeva ora di opporsi alla rovina, di intimidire l'abisso ? Ella spar¡ dietro il tendaggio, e bench‚ il rombo funesto andasse crescendo, parve farsi il silenzio. Fino a che Massigher disse: (r) C'Š qualcuno che batte alla porta ¯. (r) Qualcuno che batte alla porta ? ¯ chiese il Martora. (r) Chi volete che sia? ¯ (r) Nessuno ¯ rispose Massigher. (r) Non c'Š nessuno, natu- ralmente, oramai. Pure battono alla porta, questo Š posi- tivo. Un messaggero forse, uno spirito, un'anima, venuta ad avvertire. iuna casa di signori, questa. Ci usano dei ri- guardi, alle volte, quelli dell'altro mondo. ¯ I IL MANTELLO Dopo interminabile attesa quando la speranza gi... comin- ciava a morire, Giovanni ritorn• alla sua casa. Non era- no ancora suonate le due, sua mamma stava sparecchiando, era una giornata grigia di marzo e volavano cornacchie. Egli comparve improvvisamente sulla soglia e la mamma grid•: (r) Oh benedetto! ¯ correndo ad abbracciarlo. Anche Anna e Pietro, i due fratellini molto pi£ giovani, si misero a gridare di gioia. Ecco il momento aspettato per mesi e mesi, cos¡ spesso balenato nei dolci sogni dell'alba, che doveva riportare la felicit.... Egli non disse quasi parola, troppa fatica costandogli trattenere il pianto. Aveva subito deposto la pesante scia- bola su una sedia, in testa portava ancora il berretto di pelo. (r) Lasciati vedere ¯ diceva tra le lacrime la madre, tirandosi un po' indietro (r) lascia vedere quanto sei bello. Per• sei pallido, sei. ¯ Era alquanto pallido infatti e come sfinito. Si tolse il berretto, avanz0 in mezzo alla stanza, si sedette. Che stan- co, che stanco, perfino a sorridere sembrava facessa fatica. (r) Ma togliti il mantello, creatura ¯ disse la mamma, e lo guardava come un prodigio, sul punto d'esserne intimidi- ta; com'era diventato alto, bello, fiero (anche se un po' troppo pallido). (r) Togliti il mantello, dammelo qui, non senti che caldo? ¯ Lui ebbe un brusco movimento di difesa, istintivo, ser- randosi addosso il mantello, per timore forse che glielo strappassero via. (r) No, no lasciami ¯ rispose evasivo (r) preferisco di no, tanto, tra poco devo uscire... ¯ (r)Devi uscire? Torni dopo due anni e vuoi subito usci- re? ¯ fece lei desolata, vedendo subito ricominciare, dopo tanta gioia, L'eterna pena delle madri. (r) Devi uscire subito? E non mangi qualcosa? ¯ (r) Ho gi... mangiato, mamma ¯ rispose il figlio con un sorriso buono, e si guardava attorno assaporando le amate penombre. (r) Ci siamo fermati a un'osteria, qualche chilo- metro da qui... ¯ (r)Ah, non sei venuto solo? E chi c'era con te? Un tuo compagno di reggimento? Il figliolo della Mena forse? ¯ (r) No, no, era uno incontrato per via. E fuori che aspetta adesso. ¯ (r) l¡ che aspetta? E perch‚ non l'hai fatto entrare? L'hai lasciato in mezzo alla strada? ¯ And• alla finestra e attraverso l'orto, di l... del cancel- lctto di legno, scorse sulla via una figura che camminava su e gi£ lentamente; era tutta intabarrata e dava sensazione di nero. Allora nell'animo di lei nacque, incomprensibile, in mezzo ai turbini della grandissima gioia, una pena mi- steriosa ed acuta. (r);meglio di no ¯ rispose lui, reciso. (r) Per lui sarebbe una seccatura, Š un tipo cos¡. ¯ (r)Ma un bicchiere di vino? glielo possiamo portare, no, un bicchiere di vino? ¯ (r) Meglio di no, mamma. E un tipo curioso, Š capace di andar sulle furie. ¯ (r)Ma chi Š allora? Perch‚ ti ci sei messo insieme? Che cosa vuole da te? ¯ (r) Bene non lo conosco ¯ disse lui lentamente e assai grave. (r) L'ho incontrato durante il viaggio. venuto con me, ecco. ¯ Sembrava preferisse altro argomento, sembrava se ne ver- gognasse. E la mamma, per non contrariarlo, cambi• im- mediatamente discorso, ma gi... si spegneva nel suo volto amabile la luce di prima. (r) Senti ¯ disse (r) ti figuri la Marietta quando sapr... che sei tornato? Te l'immagini che salti di gioia? E per lei che volevi uscire ? ¯ Egli sorrise scltanto, sempre con quell'espressione di chi vorrebbe essere lieto eppure non pu•, per qualche segreto peso. La mamma non riusciva a capire: perch‚ se ne stava se- duto, quasi triste, come il giorno lontano della partenza ? Ormai era tornato, una vita nuova davanti, un'infinit... di giorni disponibili senza pensieri, tante belle serate insieme, una fila inesauribile che si perdeva di l... delle montagne, nelle immensit... degli anni futuri. Non pi£ le notti d'an- goscia quando all'orizzonte spuntavano bagliori di fuoco e si poteva pensare che anche lui fosse l... in mezzo, disteso immobile a terra, il petto trapassato, tra le sanguinose ro- vine. Era tornato, finalmente, pi£ grande, pi£ bello, e che gioia per la Marietta. Tra poco cominciava la primavera, si sarebbero sposati in chiesa, una domen;ca mattina, tra suono di campane e fiori. Perch‚ dunque se ne stava smorto e distratto, non rideva di pi£, perch‚ non raccontava le battaglie ? E il mantello ? perch‚ se lo terreva stretto ad- dosso, col caldo che faceva in casa ? Forse perch‚, sotto, L'uniforme era rotta e infangata? Ma con la mamma, come poteva vergognarsi di fronte alla mamma ? Le pene sem- bravano finite, ecco invece subito una nuova inquietudine. Il dolce viso piegato un po' da una parte, lo fissava con ansia, attenta a non contrariarlo, a capire subito tutti i suoi desideri. O era forse ammalato? O semplicemente sfi- nito dai troppi strapazi? Perch‚ non parlava, perch‚ non la guardava nemmeno? In realt... il figlio non la guardava, egli pareva anzi evi- tasse di incontrare i suoi sguardi come se ne temesse qual- cosa. E intanto i due piccoli fratelli lo contemplavano muti, con un curioso imbarazzo. (r) Giovanni ¯ mormor• lei non trattenendosi pi£. (r) Sei qui finalmente, sei qui finalmente ! Aspetta adesso che ti faccio il caffŠ. ¯ Si affrett• alla cucina. E Giovanni rimase coi due fra- telli tanto pi£ giovani di lui. Non si sarebbero neppure riconosciuti se si fossero incontrati per la strada, che cam- biamento nello spazio di due anni. Ora si guardavano a vicenda in silenzio, senza trovare le parole, ma ogni tanto sorridevano insieme, tutti e tre, quasi per un antico patto non dimenticato. Ed ecco tornare la mamma, ecco il caffŠ fumante con una bella fetta di torta. Lui vuot• d'un fiato la tazza, ma- stic• la torta con fatica. "Perch‚ ? Non ti piace pi£ ? Una volta era la tua passione!" avrebbe voluto domandargli la mamma, ma tacque per non importunarlo. (r) Giovanni ¯ gli propose invece (r) e non vuoi rivedere la tua camera ? C'Š il letto nuovo, sai ? ho fatto imbiancare i muri, una lampada nuova, vieni a vedere... ma il man- tello, non te lo levi dunque?... non senti che caldo? ¯ Il soldato non le rispose ma si alzo dalla sedia movendo alla stanza vicina. I suoi gesti avevano una specie di pe- sante lentezza, come s'egli non avesse venti anni. La mam- ma era corsa avanti a spalancare le imposte (ma entr• sol- tanto una luce grigia, priva di qualsiasi allegrezza). (r) Che bello ! ¯ fece lui con fioco entusiasmo, come fu sulla soglia, alla vista dei mobili nuovi, delle tendine im- macolate, dei muri bianchi, tutto quanto fresco e pulito. Ma, chinandosi la mamma ad aggiustare la coperta del letto, anch'essa nuova fiammante, egli pos• lo sguardo sulle sue gracili spalle, sguardo di inesprimibile tristezza e che nessuno poteva vedere. Anna e Pietro infatti stavano die- tro di lui, i faccini raggianti, aspettandosi una grande sce- na di letizia e sorpresa. IL MANTELLO 69 Invece niente. (r)Com'Š bello! Grazie, sai? mamma¯ ri- pet‚ lui, e fu tutto. Muoveva gli occhi con inquietudine, come chi ha desiderio di conchiudere un colloquio penoso. Ma soprattutto, ogni tanto, guardava, con evidente preoc- cupazione, attraverso la finestra, il cancelletto di legno verde dietro il quale una figura andava su e gi£ lentamente. (r) Sei contento, Giovanni? sei contento? ¯ chiese lei im- paziente di vederlo felice. (r) Oh, s¡, Š proprio bello ¯ ri- spose il figlio (ma perch‚ si ostinava a non levarsi il man- tello?) e continuava a sorridere con grandissimo sforzo. (r) Giovanni ¯ supplic• lei. (r) Che cos'hai ? che cos'hai, Gio- vanni ? Tu mi tieni nascosta una cosa, perch‚ non vuoi dire? ¯ Egli si morse un labbro, sembrava che qualcosa gli in- gorgasse la gola. (r) Mamma ¯ rispose dopo un po' con voce opaca (r)mamma, adesso io devo andare. ¯ (r)Devi andare? Ma torni subito, no? Vai dalla Marietta, vero? dimmi la verit..., vai dalla Marietta? ¯ e cercava di scherzare, pur sentendo la pena. (r) Non so, mamma ¯ rispose lui sempre con quel tono contenuto ed amaro; si avviava intanto alla porta, aveva gi... ripreso il berretto di pelo (r) non so, ma adesso devo andare, c'Š quello l... che mi aspetta. ¯ (r)Ma torni pi£ tardi? torni? Tra due ore sei qui, vero? Far• venire anche zio Giulio e la zia, figurati che festa anche per loro, cerca di arrivare un po' prima di pranz0... ¯ (r) Mamma ¯ ripet‚ il figlio, come se la scongiurasse di non dire di pi-, di tacere, per carit..., di non aumentare la pena. (r) Devo andare, adesso, c'Š quello l... che mi aspetta, Š stato fin troppo paziente. ¯ Poi la fiss• con sguardo da cavar l'anima. Si avvicin• alla porta, i fratellini, ancora festosi, gli si strinsero addosso e Pietro sollev• un lembo del mantello per sapere come il fratello fosse vestito di sotto. (r) Pietro, Pietro! su, che cosa fai? Iascia stare, Pietro! ¯ grid• la mamma, temendo che Giovanni si arrabbiasse. (r) No, no! ¯ esclam• pure il soldato, accortosi del gesto del ragazzo. Ma ormai troppo tardi. I due lembi di panno azzurro si erano dischiusi un istante. (r) Oh, Giovanni, creatura mia, che cosa ti han fatto ? ¯ balbett• la madre, prendendosi il volto tra le mani. (r) Gio- vanni, ma questo Š sangue! ¯ (r) Devo andare, mamma ¯ ripet‚ lui per la seconda volta, con disperata fermezza. (r) L'ho gi... fatto aspettare abbastanza. Ciao Anna, ciao Pietro, addio mamma. ¯ Era gi... alla porta. Usc¡ come portato dal vento. Attra- vers• l'orto quasi di corsa, apr¡ il cancelletto, due cavalli partirono al galoppo, sotto il cielo grigio, non gi... verso il paese, no, ma attraverso le praterie, su verso il nord, in direzione delle montagne. Galoppavano, galoppavano. E allora la mamma finalmente cap¡, un vuoto immenso, che mai e poi mai i secoli sarebbero bastati a colmare, si apr¡ nel suo cuore. Cap¡ la storia del mantello, la tristezza del figlio e soprattutto chi fosse il misterioso individuo che passeggiava su e gi£ per la strada, in attesa, chi fosse quel sinistro personaggio fin troppo paziente. Cos¡ mise- ricordioso e paziente da accompagnare Giovanni alla vec- chia casa (prima di condurselo via per sempre), anch‚ potesse salutare la madre; da aspettare parecchi minuti fuo- ri del cancello, in piedi, lui signore del mondo, in mezzo alla polvere, come pezzente affamato. L'UCCISIONE DEL DRAGO Nel maggio 1902 un contadino del conte Gerol, tale Gio- suŠ Longo, che andava spesso a caccia per le montagne, raccont• di aver visto in valle Secca una grossa bestiac- cia che sembrava un drago. A Palissano, l'ultimo paese della valle, era da secoli leggenda che fra certe aride gole vivesse ancora uno di quei mostri. Ma nessuno l'aveva mai preso sul serio. Questa volta invece l'assennatezza del Lon- go, la precisione del suo racconto, i particolari dell'avven- tura pi£ volte ripetuti senza la minima variazione, persua- sero che ci dovesse essere qualche cosa di vero e il conte Martino Gerol decise di andare a vedere. Certo egli non pensava a un drago; poteva darsi tuttavia che qualche grosso serpente di specie rara vivesse fra quelle gole di- sabitate. Gli furono compagni nella spedizione il governatore del- la provincia Quinto Andronico con la bella e intrepida moglie Maria, il naturalista professore Inghirami e il suo collega Fusti, versato specialmente nell'arte dell'imbalsa- mazione. Il fiacco e scettico governatore da tempo si era accorto che la moglie aveva per il Gerol grande simpatia, ma non se ne dava pensiero. Acconsent¡ anzi volentieri quando Maria gli propose di andare col conte alla caccia del drago. Egli non aveva per il Martino la minima ge- losia; n‚ lo invidiava, pure essendo il Gerol molto pi£ giovane, bello, forte, audace e ricco di lui. Due carroze partirono poco dopo la mezzanotte dalla citt... con la scorta di otto cacciatori a cavallo e giunsero verso le sei del mattino al paese di Palissano. Il Gerol, la bella Maria e i due naturalisti dormivano; solo lAndro- nico era sveglio e fece fermare la carroza dinanzi alla casa di un'antica conoscenza: il medico Taddei. Poco dopo, awertito da un cocchiere, il dottore, tutto assonnato, il berretto da notte in testa, comparve a una finestra del pri- mo piano. Andronico, fattosi sotto, lo salut• giovialmente, spiegandogli lo scopo della spedizione; e si aspett• che l'altro ridesse, sentendo parlare di draghi. Al contrario il Taddei scosse il capo a indicare disapprovazione. (r) Io non ci andrei se fossi in voi ¯ disse recisamente. (r) Perch‚? Credete che non ci sia niente? Che siano tutte fandonie? ¯ (r) Non lo so questo ¯ rispose il dottore. (r) Personalmente anzi credo che il drago ci sia, bench‚ non l'abbia mai vi- sto. Ma non mi ci metterei in questo pasticcio. E una cosa di malaugurio. ¯ (r)Di malaugurio? Vorreste sostenere, Taddei, che voi ci credete realmente ? ¯ (r) Sono vecchio, caro governatore ¯ fece l'altro (r) e ne ho viste. Pu• darsi che sia tutta una storia, ma potrebbe anche essere vero; se fossi in voi, non mi ci metterei. Poi, state a sentire: la strada Š difficile a trovare, sono tutte monta- gne marce piene di frane, basta un soffio di vento per far nascere un finimondo e non c'Š un filo d'acqua. Lasciate stare, governatore, andate piuttosto lass£, alla Crocetta (e indicava una tonda montagna erbosa sopra il paese), l... ci sono lepri fin che volete. ¯ Tacque un istante e aggiunse: (r) Io non ci andrei davvero. Una volta poi ho sentito dire, ma Š inutile, voi vi metterete a ridere... ¯. (r) Perch‚ dovrei ridere ¯ esclam• l'Andronico. (r) Ditemi, dite, dite pure. ¯ (r) Bene, certi dicono che il drago manda fuori del fumo, che questo fumo Š velenoso, basta poco per far morire. ¯ Contrariamente alla promessa, l'Andronico diede una bel- la risata: (r) Vi ho sempre saputo reazionario ¯ egli concluse (r) stram- bo e reazionario. Ma questa volta passate i limiti. Medioe- vale siete, il mio caro Taddei. Arrivederci a stasera, e con la testa del drago! ¯ Fece un cenno di saluto, risal¡ nella carrozza, diede or- dine di ripartire. GiosuŠ Longo, che faceva parte dei cac- ciatori e conosceva la strada, si mise in testa al convoglio. (r) Che cosa aveva quel vecchio da scuotere la testa? ¯ do- mand• la bella Maria che nel frattempo si era svegliata. (r) Niente ¯ rispose l'Andronico (r) era il buon Taddei, che fa a tempo perso anche il veterinario. Si parlava dell'afta epizo0tica. ¯ (r) E del drago ? ¯ disse il conte Gerol che sedeva di fronte. (r) Gli hai chiesto se sa niente del drago? ¯ (r) No, a dir la verit... ¯ fece il governatore. (r) Non volevo farmi ridere dietro. Gli ho detto che si Š venuti quass£ per un po' di caccia, non gli ho detto altro, io. ¯ Alzandosi il sole, la sonnolenza dei viaggiatori scompar- ve, i cavalli accelerarono il passo e i cocchieri si misero a canticchiare. (r) Era medico della nostra famiglia il Taddei. Una volta - raccontava il governatore- aveva una magnifica clientela. Un bel giorno non so pi£ per che delusione d'amore si Š ritirato in campagna. Poi deve essergli capitata un'altra disgrazia ed Š venuto a rintanarsi quass£. Ancora un'altra disgrazia e chiss... dove andr... a finire; diventer... anche lui una specie di drago! ¯ (r) Che stupidaggini ! ¯ disse Maria un po' seccata. (r) Sem- pre la storia del drago, comincia a diventare noiosa questa solfa, non avete parlato d'altro da che siamo partiti. ¯ (r) Ma sei stata tu a voler venire ! ¯ ribatt‚ con ironica dolcezza il marito. (r) E poi come potevi sentire i nostri di- corsi se hai continuato a dormire? Facevi finta forse? ¯ Maria non rispose e guardava inquieta, fuori dal fine- strino. Osservava le montagne che si facevano sempre pi£ alte, dirupate e aride. In fondo alla valle si intravvedeva una successione caotica di cime, per lo pi£ di forma conica, nude di boschi o prato, dal colore giallastro, di una deso- lazione senza pari. Battute dal sole, esse risplendevano di una luce ferma e fortissima. Erano circa le nove quando le vetture si fermarono per- ch‚ la strada hniva. I cacciatori, scesi dalla carrozza, si ac- corsero di trovarsi ormai nel cuore di quelle montagne si- nistre. Viste da presso, apparivano fatte di rocce fradice e crollanti, quasi di terra, tutta una frana dalla cima in fon- do. (r) Ecco, qui comincia il sentiero ¯ disse il Longo, indi- cando una traccia di passi umani che saliva all'imboccatura di una valletta. Procedendo di l..., in tre quarti d'ora si arriva- va al Burel, dove il drago era stato visto. (r) E stata presa l'acqua? ¯ domand• Andronico ai caccia- tori. (r) Ce ne sono quattro fiaschi; e poi due altri di vino, eccellenza ¯ rispose uno dei cacciatori. (r) Ce n'Š abbastan- za, credo... ¯ Strano. Adesso che erano lontani dalla citt..., chiusi den- tro alle montagne, l'idea del drago cominciava a sembrare meno assurda. I viaggiatori si guardavano attorno, senza scoprire cose tranquillizzanti. Creste giallastre dove ncn era mai stata anima viva, vallette che si inoltravano ai lati na- scondendo alla vista i loro meandri: un grandissimo ab- bandono. S'incamminarono senza dire parola. Precedevano i cac- ciatori coi fucili, le colubrine e gli altri arnesi da caccia, poi veniva Maria, ultimi i due naturalisti. Per fortuna il sentiero era ancora in ombra; fra le terre gialle il sole sa- rebbe stato una pena. Anche la valletta che menava al Burel era stretta e tor- tuosa, non c'era torrente sul fondo, non c'erano piante n‚ erba ai lati, solamente sassi e sfasciumi. Non canto di uc- celli o di acque, ma isolati sussurri di ghiaia. Mentre il gruppo cos¡ procedeva, sopraggiunse dal bas- so, camminando pi£ presto di loro, un giovanotto con una capra morta sulle spalle. (r) Va dal drago, quello ¯ fece il Longo; e lo disse con la massima naturalezza, senza alcuna intenzione di celia. La gente di Palissano, spieg•, era su- perstiziosissima, e ogni giorno mandava una capra al Bu- rel, per rabbonire gli umori del mostro. L'offerta era por- tata a turno dai giovani del paese. Guai se il mostro fa- ceva sentire la sua voce. Succedeva disgrazia. (r) E ogni giorno il drago si mangia la capra? ¯ domand• scherzoso il conte Gerol. (r) Il mattino dopo non trovano pi£ niente, questo Š po- sitivo. ¯ (r) Nemmeno le ossa ? ¯ (r) Eh no, nemmeno le ossa. La va a mangiare dentro la caverna. ¯ (r) E non potrebbe darsi che fosse qualcuno del paese a mangiarsela? ¯ fece il governatore. (r) La strada la sanno tutti. L'hanno veramente mai visto il drago acchiapparsi la capra ? ¯ (r) Non so questo, eccellenza ¯ rispose il cacciatore. Il giovane con la capra li aveva intanto raggiunti. (r) Dl', giovanotto ! ¯ disse il conte Gerol con il suo tono autoritario (r) quanto vuoi per quella capra? ¯ (r) Non posso venderla, signore ¯ rispose quello. (r) Nemmeno per dieci scudi? ¯ (r) Ah, per dieci scudi... ¯ accondiscese il giovanotto (r) vuol dire che ne andr• a prendere un'altra. ¯ E depose la be- stia per terra. Andronico chiese al conte Gerol: (r)E a che cosa ti serve quella capra? Non vorrai mica mangiarla, spero. ¯ (r) Vedrai, vedrai a che cosa mi serve ¯ fece l'altro elusi- vamente. La capra venne presa sulle spalle da un cacciatore, il gio- vanotto di Palissano ridiscese di corsa verso il paese (evi- dentemente andava a procurarsi un'altra bestia per il dra- go) e la comitiva si rimise in cammino. Dopo meno di un'ora finalmente arrivarono. La valle si apriva improvvisamente in un ampio circo selvaggio, il Burel, una specie di anfiteatro circondato da muraglie di terra e rocce crollanti, di colore giallo-rossiccio. Proprio nel mezo, al culmine di un cono di sfasciumi, un nero pertugio: la grotta del drago. (r)E l... ¯ disse il Longo. Si fermarono a poca distanza, sopra una terrazza ghiaiosa che offriva un ottimo punto di osservazione, una decina di metri sopra il livello della caverna e quasi di fronte a questa. La terrazza aveva anche il vantaggio di non essere accessibile dal basso perch‚ di- fesa da una paretina a strapiombo. Maria ci poteva stare con la massima sicurezza. Tacquero, tendendo le orecchie. Non si udiva che lo smisurato silenzio delle montagne, toccato da qualche sus- surro di ghiaia. Ora a destra ora a sinistra una cornice di terra si rompeva improvvisamente, e sottili rivoli di sasso- lini cominciavano a colare, estinguendosi con fatica. Ci• dava al paesaggio un aspetto di perenne rovina; montagne abbandonate da Dio, parevano, che si disfacessero a poco a poco. (r)E se oggi il drago non esce?¯ domand• Quinto An- dronico. (r) Ho la capra ¯ replic• il Gerol. (r) Ti dimentichi che ho la capra ! ¯ Si comprese quello che voleva dire. La bestia sarebbe ser- vita da esca per far uscire il mostro dalla caverna. Si cominciarono i preparativi: due cacciatori si inerpi- carono con fatica una ventina di metri sopra l'ingresso della LUCCISIONE DEL DRAGO caverna per scaraventare gi£ sassi se mai ce ne fosse biso- gno. Un altro and• a depositare la capra sul ghiaione, non lontano dalla grotta. Altri si appostarono ai lati, ben difesi dietro grossi macigni, con le colubrine e i fucili. L'Andro- nico non si mosse, con l'intenzione di stare a vedere. La bella Maria taceva. Ogni intraprendenza era in lei sva- nita. Con quanta gioia sarebbe tornata subito indietro. Ma non osava dirlo a nessuno. I suoi sguardi percorrevano le pareti attorno, le antiche e le nuove frane, i pilastri di terra rcssa che sembrava dovessero ad ogni momento cadere. Il marito, il conte Gerol, i due naturalisti, i cacciatori gli pa- revano pochi, pochissimi, contro tanta solitudine. Deposta che fu la capra morta dinanzi alla grotta, comin- ciarono ad aspettare. Le 10 erano passate da un pezzo e il sole aveva invaso completamente il Burel, portandolo a un intenso calore. Ondate ardenti si riverberavano dall'una al- L'altra parte. Per riparare dai raggi il governatore e sua mo- glie, i cacciatori alzarono alla bell'e meglio una specie di baldacchino, con le coperte della carrozza; e Maria mai si stancava di bere. (r) Attenti! ¯ grid• a un tratto il conte Gerol, in piedi so- pra un macigno, gi£ sul ghiaione, con in mano una carabi- na, appeso al fianco un mazzapicchio metallico. Tutti ebbero un tremito e trattennero il fiato scorgendo dalla bocca della caverna uscire cosa viva. (r) Il drago ! il dra- go! ¯ gridarono due o tre cacciatori, non si capiva se con letizia o sgomento. L'essere emerse alla luce con dondolio tremulo come di biscia. Eccolo, il mostro delle leggende la cui sola voce fa- ceva tremare un intero paese! (r) Oh, che brutto! ¯ esclam• Maria con evidente sollievo perch‚ si era aspettata ben di peggio. (r)Forza, forza! ¯ grid• un cacciatore scherzando. E tutti ripreserO sicurezza in se stessi. (r) Sembra un piccolo e ratorauru! ¯ disse il prof. Inghi- rami a cui era tornata sufficiente tranquillit... d'animo per i problemi della scienza. Non appariva infatti tremendo, il mostro, lungo poco pi£ di due metri, con una testa simile ai coccodrilli sebbene pi£ corta, un esagerato collo da lucertola, il torace quasi gonfio, la coda breve, una specie di cresta molliccia lungo la schie- na. Pi£ che la modestia delle dimensioni erano per• i suoi movimenti stentati, il colore terroso di pergamena (con qual- che striatura verdastra) L'apparenza complessivamente floscia del corpo a spegnere le paure. L'insieme esprimeva una vec- chiezza immensa. Se era un drago, era un drago decrepito, quasi al termine della vita. (r) Prendi ¯ grid• sbeffeggiando uno dei cacciatori saliti so- pra l'imbocco della caverna. E lanci• una pietra in direzione della bestiaccia. Il sasso scese a piombo e raggiunse esattamente il cranio del drago. Si ud¡ nettissimo un toc sordo come di zucca. Ma- ria ebbe un sussulto di repulsione. La botta fu energica ma insufficiente. Rimasto qualche istante immobile, come intontito, il rettile cominci• ad agi- tare il collo e la testa lateralmente, in atto di dolore. Le mascelle si aprivano e chiudevano alternativamente, lascian- do intravedere un pettine di acuti denti, ma non ne usciva alcuna voce. Poi il drago mosse gi£ per la ghiaia in dire- zione della capra. (r) Ti hanno fatto la testa storna eh? ¯ ridacchi• il conte Gerol che aveva improvvisamente smesso la sua alterigia. Sembrava invaso da una gioiosa eccitazione, pregustando il massacro. Un colpo di colubrina, sparato da una trentina di metri, sbagli• il bersaglio. La detonazione lacer• l'aria stagnante, dest• tristi boati fra le muraglie da cui presero a scivolare gi£ innumerevoli piccole frane. Quasi immediatamente spar• la seconda colubrina. Il pro- L'UCCISIONE DEL DRAGO iettile raggiunse il mostro a una zampa posteriore, da cui sgorg• subito un rivolo di sangue. (r) Guarda come balla! ¯ esclam• la bella Maria, presa anche lei dal crudele spettacolo. Allo spasimo della ferita la bestiaccia si era messa infatti a girare su se stessa, sus- sultando, con miserevole affanno. La zampa fracassata le ciondolava dietro, lasciando sulla ghiaia una striscia di li- quido nero. inalmente il rettile riusc¡ a raggiungere la capra e ad afferrarla coi denti. Stava per ritirarsi quando il conte Ge- rol, per ostentare il proprio coraggio, gli si fece vicino, quas; a due metri, scaricandogli la carabina nella testa. Una specie di fischio usc¡ dalle fauci del mostro. E par- ve che cercasse di dominarsi, reprimesse il furGre, non emettesse tutta la voce che aveva in corpo, che un motivo ignoto agli uomini lo inducesse ad aver pazienza. Il proiet- tile della carabina gli era entrato nell'occhio. Gerol fatto il colpo, si ritrasse di corsa e si aspettava che il drago ca- desse stecchito. Ma la bestia non cadde stecchita, la sua vita pareva inestinguibile come fuoco di pecc. Con la pal- lottola di piombo nell'occhio, il mostro trangugi• tranquil- Jamente la capra e si vide il collo dilatarsi come gomma man mano che vi passava il gigantesco boccone. Poi si ri- trasse indietro alla base delle rocce, prese a inerpicarsi per la parete, di fianco alla caverna. Saliva affannosamente, spesso franandogli la terra sotto le zampe, ansioso di scam- po. Sopra s'incurvava un cielo limpido e scialbo, il sole asciugava rapidamente le tracce di sangue. (r) Sembra uno scarafaggio in un catino ¯ disse a bassa voce il governatore Andronico, parlando a se stesso. (r) Comdici? ¯ gli chiese la moglie. (r) Niente, niente ¯ fece lui. (r) Chiss... perch‚ non entra nella caverna! ¯ osserv• il prof. Inghirami, apprezzando lucidamente ogni aspetto scientifico della scena. (r) Ha paura di restare imprigionato ¯ sugger¡ il Fusti. (r) Deve essere, piuttosto completamente intontito. E poi co- me vuoi che faccia un sirnile ragionamento? Un ceratosau- rus... Non Š un ceratosaurus ¯ fece il Fusti. (r) Ne ho rico- struiti parecchi per i musei, ma sono diversi. Dove sono gli aculei della coda? ¯ (r) Li tiene nascosti ¯ replic• l'Inghirami. (r) Guarda che addome gonfio. La coda si accartoccia di sotto e non si pu• vedere. ¯ Stavano cos¡ parlando quando uno dei cacciatori, quello che aveva sparato il secondo colpo di colubrina, si avvi• di corsa verso la terrazza dove stava l'Andronico, con l'e- vidente intenzione di andarsene. (r) Dove vai? Dove vai? ¯ gli grid• il Gerol. (r) Sta al tuo posto fin che non abbiamo finito. ¯ (r) Me ne vado ¯ rispose con voce ferma il cacciatore. (r) Questa storia non mi piace. Non Š caccia per me, que- sta. ¯ (r) Che cosa vuoi dire? Hai paura. E questo che vuoi di- re? ¯ (r) No signore, io non ho paura. ¯ (r) Hai paura s¡, ti dico, se no rimarresti al tuo posto. ¯ (r) Non ho paura, vi ripeto. Vergognatevi piuttosto voi, signor conte. ¯ (r) Ah, vergognatevi? ¯ imprec• Martino Gerol. (r) Porco furfante che non sei altro! Sei uno di Palissano, scommet- to, un vigliaccone sei. Vattene prima che ti dia una lezio- ne. ¯ (r) E tu, Beppi, dove vai tu adesso? ¯ grid• ancora il con- te poich‚ un altro cacciatore si ritirava. (r)Me ne vado anch'io, signor conte. Non voglio averci mano in questa brutta faccenda. ¯ (r) Ah, vigliacchi! ¯ urlava il Gerol. (r)Vigliacchi, ve la farei pagare, se potessi muovermi! ¯ (r) Non Š paura signor conte ¯ ribatt‚ il secondo caccia- tore. (r) Non Š paura, signor conte. Ma vedrete che finir... male! ¯ (r) Vi faccio vedere io adesso! ¯ E, raccattata una pietra da terra, il conte la lanci• di tutta forza contro il cacciato- re. Ma il tiro and• a vuoto. Vi fu qualche minuto di pausa mentre il drago arran- cava sulla parete senza riuscire a innalzarsi. La terra e i sassi cadevano, lo trascinavano sempre pi£ in gi£, l... don- de era partito. Salvo quel rumore di pietre smosse, c'era silenzio. Poi si ud¡ la voce di Andronico. (r) Ne abbiamo ancora per un pezzo? ¯ grid• al Gerol. (r) C'Š un caldo d'inferno. Falla fuori una buona volta, quella bestiaccia. Che gusto tormentarla cos¡, anche se Š un drago? ¯ (r) Che colpa ce n'ho io? ¯ rispose il Gerol irritato. (r) Non vedi che non vuol morire? Con una palla nel cranio Š pi£ vivo di prima... ¯ S'interruppe scorgendo il giovanotto di prima compa- rire sul ciglio del ghiaione con un'altra capra in spalla. Stu- pito dalla presenza di quegli uomini, di quelle armi, di quelle tracce di sangue e soprattutto dall'affannarsi del dra- go su per le rocce, lui che non l'aveva mai visto uscire dal- la caverna si era fermato, fissando la strana scena. (r) Ohi! Giovanotto! ¯ grid• il Gerol. (r) Quanto vuoi per quella capra ? ¯ (r) Niente, non posso ¯ rispose il giovane. (r)Non ve la do neanche a peso d'oro. Ma che cosa gli avete fatto? ¯ ag- giunse, sbarrando gli occhi verso il rnostro sanguinolento. (r) Siamo qui per regolare i conti. Dovreste essere con- tenti. Basta capre da domani. ¯ (r) Perch‚ basta capre ? ¯ (r) Domani il drago non ci sar... pi£ ¯ fece il conte sorri- dendo. (r) Ma non potete, non potete farlo, io dico ¯ esclam• il giovane spaventato. (r) Anche tu adesso cominci! ¯ grid• Martino Gerol. (r) Dammi subito qua la capra. ¯ (r) No, vi dico ¯ replic• duro l'altro ritirandosi. (r) Ah, perdio! ¯ E il conte fu addosso al giovane, gli vi- br• un pugno in pieno viso, gli strapp• la capra di dosso, lo scaravent• a terra. (r) Ve ne pentirete, vi dico, ve ne pentirete, vedrete se non ve ne pentirete! ¯ imprec• a bassa voce il giovane rial- zandosi, perch‚ non osava reagire. Ma Gerol gli aveva gi... voltato le spalle. Il sole adesso incendiava la conca, a stento si riusciva a tenere gli occhi aperti tanto abbacinava il riflesso delle ghiaie gialle, delle rocce, delle ghiaie ancora e dei sassi; niente, assolutamente, che potesse riposare gli sguardi. Maria aveva sempre pi£ sete, e bere non serviva a nien- te. (r) Dio, che caldo ! ¯ si lamentava. Anche la vista del con- te Gerol cominciava a darle fastidio. Nel frattempo, come sbucati dalla terra, decine di uo- mini erano apparsi. Venuti probabilmente da Palissano alla voce che gli stranieri erano saliti al Burel, essi se ne sta- vano immobili sul ciglio di vari crestoni di terra gialla e osservavano senza far motto. (r) Hai un bel pubblico adesso! ¯ tent• di celiare l'An- dronico, rivolto al Gerol che stava trafficando intorno alla capra con due cacciatori. Il giovane alzo gli sguardi fin che scorse gli sconosciuti che lo stavano fissando. Fece una smorfia di disprezzo e riprese il lavoro. Il drago, estenuato, era scivolato per la parete fino al ghiaione e giaceva immobile, palpitando solo il ventre ri- gonfio. (r) Pronti! ¯ fece un cacciatore sollevando col Gerol la capra da terra. Avevano aperto il ventre alla bestia e in- trodotto una carica esplosiva collegata a una miccia. Si vide allora il conte avanzare impavido per il ghiaio- L'UCCISIONE DEL DRAGO ne, farsi vicino al drago non pi£ di una decina di metri, con tutta calma deporre per terra la capra, quindi ritirarsi svolgendo la miccia. Si dovette aspettare mezz'0ra prima che la bestia si mo vesse. Gli sconosciuti in piedi sul ciglio dei crestoni sem- bravano statue: non parlavano neppure fra loro, il loro volto esprimeva riprovazione. Insensibili al sole che aveva assunto una estrema potenza, non distoglievano gli sguardi dal rettile, quasi implorando che non si muovesse. Invece il drago, colpito alla schiena da un colpo di ca- rabina, si volt• improvvisamente, vide la capra, vi si tra- scin• lentamente. Stava per allungare la testa e afferrare la preda quando il conte accese la miccia. La fiammella cor- se via rapidamente lungo il cordone, ben presto raggiunse la capra, provoc• l'esplosione. Lo scoppio non fu rumoroso, molto meno forte dei col- pi di colubrina, un suono secco ma opaco, come di asse che si spezzi. Ma il corpo del drago fu ributtato indietro di schianto, si vide quindi che il ventre era stato squarcia- to. La testa riprese ad agitarsi penosamente a destra e a si- nistra, pareva che dicesse di no, che non era giusto, che erano stati troppo crudeli, e che non c'era pi£ nulla da fare. Rise di compiacenza il conte, ma questa volta lui solo. (r) Oh che orrore ! Basta ! ¯ esclam• la bella Maria co- prendosi la faccia con le mani. (r) S¡ ¯ disse lentamente il marito (r) anch'io credo che fi- nir... male. ¯ Il mostro giaceva, in apparenza sfinito, sopra una pozza di sangue nero. Ed ecco dai suoi fianchi uscire due fili di fumo scuro, uno a destra e uno a sinistra, due fumacchi grevi che stentavano ad alzarsi. (r) Hai visto? ¯ fece l'Inghirami al collega. (r) S¡, ho visto ¯ conferm• l'altro. (r) Due sfiatatoi a mantice, come nel Ceratosaurus, i cosid- detti operculi hammeriani. ¯ (r) No ¯ disse il Fusti. (r) Non Š un Ceratosaurus. ¯ A questo punto il conte Gerol, di dietro al pietrone dove si era riparato, si avanz0 per finire il mostro. Era proprio in mezzo al cono di ghiaia e stava impugnando la mazza metallica quando tutti i presenti mandarono un urlo. Per un istante Gerol credette fosse un grido di trionfG per luccisione del drago. Poi avvert¡ che una cosa stava muovendosi alle sue spalle. Si volt• di un balzo e vide, oh ridicola cosa, vide due bestiole pietose uscire incespi- cando dalla caverna, e avanzarsi abbastanza celermente ver- so di lui. Due piccoli rettili informi, lunghi non pi£ di mezzo metro, che ripetevano in miniatura l'immagine del drago morente. Due piccoli draghi, i figli, probabilmente usciti dalla caverna per fame. Fu questione di pochi istanti. Il conte dava bellissima prova di agilit.... (r)Tieni! Tieni! ¯ gridava gioiosamente roteando la clava di ferro. E due soli colpi bastarono. Vi- brato con estrema energia e decisione, il mazzapicchio per- cosse successivamente i mostriciattoli, spezzo le teste come bocce di vetro. Entrambi si afflosciarono, morti, da lontano sembravano due cornamuse. Allora gli uomini sconosciuti, senza dare la minima vo- ce, si allontanarono correndo gi£ per i canali di ghiaia. Si sarebbe detto che fuggissero una improvvisa minaccia. Essi non provocarono rumore, non smossero frane, non volsero il capo neppure per un istante alla caverna del drago, scom- parvero cos¡ come erano apparsi, misteriosamente. Il drago adesso si moveva, sembrava che mai e poi mai sarebbe riuscito a morire. Trascinandosi come lumaca, si avvicinava alle bestiole morte, sempre emettendo due fili di fumo. Raggiunti che ebbe i figli, si accasci• sul ghiaione allung• con infinito stento la testa, prese a leccare dolce- L'UCCISIONE DEL DRAGO mente i due mostriciattoli morti, forse allo scopo di ri- chiamarli in vita. Infine il drago parve raccogliere tutte le superstiti forze, lev• il collo verticalmente al cielo, come non aveva ancora fatto e dalla gola usc¡, prima lentissimo, quindi con pro- gressiva potenza un urlo indicibile, voce mai udita nel mon- do, n‚ animalesca n‚ umana, cos¡ carica d'odio che persino il Conte Gerol ristette, paralizzato dall'orrore. Ora si capiva perch‚ prima non aveva voluto rientrare nella tana, dove pure avrebbe trovato scampo, perch‚ non aveva emesso alcun grido o ruggito, limitandosi a qualche sibilo. Il drago pensava ai due figli e per risparmiarli ave- va rifiutato la propria salvezza; se si fosse infatti nascosto nella caverna, gli uomini lo avrebbero inseguito l... dentro, scoprendo i suoi nati; e se avesse levato la voce, le bestiole sarebbero corse fuori a v edere. Solo adessc" che li aveva visti morire, il mostro mandava il suo urlo di inferno. Invocava un aiuto il drago, e chiedeva vendetta per i suoi figli. Ma a chi? alle montagne forse, aride e disabita- te? al cielo senza uccelli n‚ nuvole, agli uomini che lo sta- vano suppliziando, al demonio forse ? L'urlo trapanava le muraglie di roccia e la cupola del cielo, riempiva l'intero mondo. Sembrava impossibile (anche se non c'era alcun ragionevole motivo) sembrava impossibile che nessuno gli rispondesse. (r) Chi chiamer... ? ¯ domand• l'Andronico tentando inu- tilmente di fare scherzosa la propria voce. (r) Chi chiama? Non c'Š nessuno che venga, mi pare? ¯ (r) Oh, che muoia presto ! ¯ disse la donna. Ma il drago non si decideva a morire, sebbene il conte Gerol, accecato dalla smania di finirla, gli sparasse contro con la carabina.an.l Tan.l Era inutile. Il drago accarez- zava CGn la lingua le bestiole morte; pur con moto sempre pi£ lento, un sugo biancastro gli sgorgava dall'occhio il- leso. (r) Il sauro! ¯ esclam• il professor Fusti. (r) Guarda che piange! ¯ Il governatore disse: (r) tardi. Basta, Martino, Š tardi, Š ora di andare ¯. Sette volte si lev• al cielo la voce del mostro, e ne rin- tronarono le rupi e il cielo. Alla settima volta parve non hnire mai, poi improvvisamente si estinse, piomb• a pic- co, sprofond• nel silenzio. Nella mortale quiete che segu¡ si udirono alcuni colpi di tosse. Tutto coperto di polvere, il volto trasfigurato dalla fatica, dall'emozione e dal sudore, il conte Martino, get- tata tra i sassi la carabina, attraversava il cono di sfasciumi tossendo, e si premeva una mano sul petto. (r) Che cosa c'Š adesso? ¯ domand• l'Andronico con volto serio per present;mento di male. (r) Che cosa ti sei fatto? ¯ (r) Niente ¯ fece il Gerol sforzando a giocondit... il tono della voce. (r) Mi Š andato dentro un po' di quel fumo. ¯ (r) Di che fumo? ¯ Gerol non rispose ma gli fece segno con la mano al dra- go. Il mostro giaceva immobile, anche la testa si era abban- donata fra i sassi; si sarebbe detto ben morto, senza quei due sottili pennacchi di fumo. (r) Mi pare che sia finita ¯ disse l'Andronico. Cos¡ infatti sembrava. L'ostinatissima vita stava uscendo dalla bocca del drago. Nessuno aveva risposto al suo grido, in tutto il mondo non si era mosso nessuno. Le montagne se ne stavano im- mobili, anche le piccole frane si erano come riassorbite, il cielo era limpido, neppure una minuscola nuvoletta e il sole andava calando. Nessuno, n‚ bestia n‚ spirito, era ac- corso a vendicare la strage. Era stato l'uomo a cancellare quella residua macchia del mondo, l'uomo astuto e poten- te che dovunque stabilisce sapienti leggi per l'ordine, L'uo- mo incensurabile che si affatica per il progresso e non pu• ammettere in alcun modo la sopravvivenza dei draghi, sia L'UCCISIONE DEL DRAGO pure nelle sperdute montagne. Era stato l'uomo ad ucci- dere e sarebbe stato stolto recriminare. Ci• che l'uomo aveva fatto era giusto, esattamente con- forme alle leggi. Eppure sembrava impossibile che nes- suno avesse risposto alla voce estrema del drago. Andro- nico, cos¡ come sua moglie e i cacciatori, non desiderava altro che fuggire; persino i naturalisti rinunciarono alle pratiche dell'imbalsamazione, pur di andarsene presto lon- tani. Gli uomini del paese erano spariti, come presentissero maledizione. Le ombre salivano su per le pareti crollanti. Dal corpo del drago, carcame incartapecorito, si levavano ininterrotti i due fili di fumo e nell'aria stagnante si attor- cigliavano lentamente. Tutto sembrava finito, una triste cosa da dimenticare e nient'altro. Ma il conte Gerol continuava a tossire, a tossire. Sfinito, sedeva sopra un pietrone, ac- canto agli amici che non osavano parlargli. Anche la in- trepida Maria guardava da un'altra parte. Si udivano solo quei brevi colpi di tosse. Inutilmente Martino Gerol cer- cava di dominarli; una specie di fuoco colava nell'interno del suo petto sempre pi£ in fondo. (r) Me la sentivo ¯ sussurr• il governatore Andronico alla moglie che tremava un poco. (r) Me la sentivo che doveva finire malamente. ¯ UNA COSA CHE COMINCIA PER ELLE Arrivato al paese di Sisto e sceso alla solita locanda, dove soleva capitare due tre volte all'anno, Cristoforo Schroder, mercante in legnami, and• subito a letto, perch‚ non si sentiva bene. Mand• poi a chiamare il medico dottor Lu- gosi, ch'egli conosceva da anni. Il medico venne e sembr• rimanere perplesso. Escluse che ci fossero cose gravi, si fe- ce dare una bottiglietta di orina per esaminarla e promise di tornare il giorno stesso. Il mattino dopo lo Schroder si sentiva molto meglio, tan- to che volle alzarsi senza aspettare il dottore. In maniche di camicia stava facendosi la barba quando fu bussato al- L'uscio. Era il medico. Lo Schroder disse di entrare. (r) Sto benone stamattina >) disse il mercante senza nep- pure voltarsi, continuando a radersi dinanzi allo specchio. (r) Grazie di essere venuto, ma adesso potete andarem> (r)Che furia, che furia!¯ disse il medico, e poi fece un colpettino di tosse a esprimere un certo imbarazzo. (r) So- no qui con un amico, questa mattina. ¯ Lo Schroder si volt• e vide sulla soglia, di fianco al dot- tore, un signore sulla quarantina, solido, rossiccio in volto e piuttosto volgare, che sorrideva insinuante. Il mercante, uomo sempre soddisfatto di s‚ e solito a far da padrone, guard• seccato il medico con aria interrogativa. (r)Un mio amico ¯ ripet‚ il Lugosi (r) Don Valerio Me- lito. Pi£ tardi dobbiamo andare insieme da un malato e co- s¡ gli ho detto di accompagnarmi. ¯ (r) Servitor suo ¯ fece lo Schroder freddamente. (r) Sedete, UNA COSA CHE COMINCIA PER ELLE 89 (r) Tanto ¯ prosegu¡ il medico per giustificarsi maggior- mente (r) oggi, a quanto pare, non c'Š pi£ bisogno di vi- sita. Tutto bene, le orine. Solo vorrei farvi un piccolo salasso. ¯ (r) Un salasso ? E perch‚ un salasso ? ¯ (r) Vi far... bene ¯ spieg• il medico. (r) Vi sentirete un altro, dopo. Fa sempre bene ai temperamenti sanguigni. E poi Š questione di due minuti. ¯ Cos¡ disse e trasse fuori dalla mantella un vasetto di vetro contenente tre sanguisughe. L'appoggi• ad un ta- volo e aggiunse: (r) Mettetevene una per polso. Basta te- nerle ferme un momento e si attaccano subito. E vi prego, di fare da voi. Cosa volete che vi dica? Da vent'anni che faccio il medico, non sono mai stato capace di prendere in mano una sanguisuga ¯. (r) Date qua ¯ disse lo Schroder con quella sua irritante aria di superiorit.... Prese il vasetto, si sedette sul letto e si applic• ai polsi le due sanguisughe come se non avesse fatto altro in vita sua. Intanto il visitatore estraneo, senza togliersi l'ampio man- tello, aveva deposto sul tavolo il cappello e un pacchetto oblungo che mand• un rumore metallico. Lo Schroder no- t•, con un senso di vago malessere, che l'uomo si era seduto quasi sulla soglia come se gli premesse di stare lontano da lui. (r) Don Valerio, voi non lo immaginate, ma vi conosce gi... ¯ disse allo Schroder il medico, sedendosi pure lui, chiss... perch‚, vicino alla porta. (r) Non mi ricordo di aver avuto l'onore ¯ rispose lo Schroder che, seduto sul letto, teneva le braccia abbando- nate sul materasso, le palme rivolte in su, mentre le san- guisughe gli succhiavano i polsi. Aggiunse: (r) Ma dite, Lu- gosi, piove stamattina? Non ho ancora guardato fuori. Una L bella seccatura se piove, dovr• andare in giro tutto il gior- no. ¯ (r)No, non piove ¯ disse il medico senza dare peso alla cosa. (r) Ma don Valerio vi conosce davvero, era ansioso di rivedervi. ¯ (r) Vi dir• ¯ fece il Melito con voce spiacevolmente ca- vernosa. (r) Vi dir•: non ho mai avuto l'onore di incon- trarvi personalmente, ma so qualche cosa di voi che certo non immaginate. ¯ (r) Non saprei proprio ¯ rispose il mercante con assoluta indifferenza. (r) Tre mesi fa ? ¯ chiese il Melito. (r) Cercate di ricordare: tre mesi fa non siete passato con la vostra carrozzella per la strada del Confine vecchio? ¯ (r) Mah, pu• darsi ¯ fece lo Schroder. (r) Pu• darsi benis- simo, ma esattamente non ricordo. ¯ (r) Bene. E non vi ricordate allora di essere slittato a una curva, di essere andato fuori strada? ¯ (r) Gi..., Š vero ¯ ammise il mercante, fissando gelidamente la nuova e non desiderata conoscenza. (r) E una ruota Š andata fuori di strada e il cavallo non riusciva a rimetterla in careggiata? ¯ (r) Proprio cos¡. Ma, voi, dove eravate? ¯ (r) Ah, ve lo dir• dopo ¯ rispose il Melito scoppiando in una risata e ammiccando al dottore. (r) E allora siete sceso, ma neanche voi riuscivate a tirar su la carrozzella. Non Š stato cos¡, dite un po'? ¯ (r) Proprio cos¡. E pioveva che Dio la mandava. ¯ (r) Caspita se pioveva! ¯ continu• don Valerio, soddisfat- tissimo. (r) E mentre stavate a faticare, non Š venuto avanti U[l curioso tipo, un uomo lungo, tutto nero in faccia? ¯ (r) Mah, adesso non ricordo bene ¯ interruppe lo Schro- der. (r) Scusate, dottore, ma ce ne vuole ancora molto di queste sanguisughe ? Sono gi... gonfie come rospi. Ne ho abbastanza io. E poi vi ho detto che ho molte cose da fare. ¯ (r) Ancora qualche minuto! ¯ esort• il medico. (r) Un po' UNA COSA CHE COMINCIA PER ELLE 9¡ di pazienza, caro Schroder ! Dopo vi sentirete un altro, vedrete. Non sono neanche le dieci, diamine, c'Š tutto il tempo che volete ! ¯ (r)Non era un uomo alto, tutto nero in faccia, con uno strano cappello a cilindro? ¯ insisteva don Valerio. (r) E non aveva una specie di campanella? Non vi ricordate che con- tinuava a suonare? ¯ (r) Bene: s¡, mi ricordo ¯ rispose scortesemente lo Schro- der. (r) E, scusate, dove volete andare a finire? ¯ (r) Ma niente ! ¯ fece il Melito. (r) Solo per dirvi che vi conoscevo gi.... E che ho buona memoria. Purtroppo quel giorno ero lontano, al di l... di un fosso, ero almeno cin- quecento metri distante. Ero sotto un albero a ripararmi dalla pioggia e ho potuto vedere. ¯ (r) E chi era quell'uomo, allora? ¯ chiese lo Schroder con asprezza, come per far capire che se il Melito aveva qual- che cosa da dire, era meglio che lo dicesse subito. (r) Ah, non lo so chi fosse, esattamente, L'ho visto da lontano! Voi, piuttosto, chi credete che fosse? ¯ (r)Un povero disgraziato, doveva essere ¯ disse il mer- cante. (r) Un sordomuto pareva. Quando l'ho pregato di ve- nire ad aiutarmi, si Š messo come a mugolare, non ho capito una parola. ¯ (r) E allora voi gli siete andato incontro, e lui si Š tirato indietro, e allora voi lo avete preso per un braccio, L'avete costretto a spingere la carrozza insieme a voi. Non Š co- si? Dite la verit.... ¯ (r) Che cosa c'entra questo? ¯ ribatt‚ lo Schroder inso- spettito. (r) Non gli ho fatto niente di male. Anzi, dopo gli ho dato due lire. ¯ (r) Avete sentito? ¯ sussurr• a bassa voce il Melito al me- dico; poi, pi£ forte, rivolto al mercante: (r) Niente di ma- le, chi lo nega? Per• ammetterete che ho visto tutto ¯. (r) Non c'Š niente da agitarsi, caro Schroder ¯ fece il me- dico a questo punto vedendo che il mercante faceva una faccia cattiva. (r) L'ottimo don Valerio, qui presente, Š un tipo scherzoso. Voleva semplicemente sbalordirvi. ¯ Il Melito si volse al dottore, assentendo col capo. Nel movimento, i lembi del mantello si dischiusero un poco e lo Schroder, che lo fissava, divenne pallido in volto. (r) Scusate, don Valerio ¯ disse con una voce ben meno disinvolta del solito. (r) Voi portate una pistola. Potevate la- sciarla da basso, mi pare. Anche in questi paesi c Š l'usan- za, se non mi inganno. ¯ (r) Perdio! Scusatemi proprio! ¯ esclam• il Melito bat- tendosi una mano sulla fronte a esprimere rincrescimento. (r) Non so proprio come scusarmi ! Me ne ero proprio di- menticato. Non la porto mai, di solito, Š per questo che mi sono dimenticato. E oggi devo andare fuori in cam- pagna a cavallo. ¯ Pareva sincero, ma in realt... si tenne la pistola alla cin- tola; continuando a scuotere il capo. (r) E dite ¯ aggiunse sempre rivolto allo Schroder. (r) Che impressione vi ha fat- to quel povero diavolo? ¯ (r) Che impressione mi doveva fare? Un povero diavolo, un disgraziato. ¯ (r) E quella campanella, quell'affare che continuava a suo- nare, non v siete chiesto che cosa fosse? ¯ (r) Mah ¯ rispose lo Schroder, controllando le parole per il presentimento di qualche insidia. (r) Uno z;ngaro, pote- va essere; per far venire gente li ho visti tante volte suo- nare una campana. ¯ (r)Uno zingaro! ¯ grid• il Melito, mettendosi a ridere come se l'idea lo divertisse un mondo. (r) Ah, L'avete cre- duto uno zingaro? ¯ Lo Schroder si volt• verso il medico con irritazione. (r) Che cosa c'Š? ¯ chiese duramente. (r) Che cosa vuol dire questo interrogatorio ? Caro il mio Lugosi, questa storia non mi piace un bel niente! Spiegatevi, se volete qualcosa da me! ¯ UNA COSA CHE COMINCIA PER ELLE 93 (r) Non agitatevi, vi prego... ¯ rispose il medico interdetto. (r) Se volete dire che a questo vagabondo Š capitato un accidente e la colpa Š mia, parlate chiaro ¯ prosegu¡ il mercante alzando sernpre pi£ la voce (r) parlate chiaro, cari i miei signori. Vorreste dire che l'hanno ammazzato? ¯ (r) Macch‚ ammazzato! ¯ disse il Melito, sorridendo, com- pletamente padrone della situazione (r) ma che cosa vi siete messo in mente? Se vi ho disturbato mi spiace proprio. Il dottore mi ha detto: don Valerio, venite su anche voi, c'Š il cavaliere Schroder. Ah lo conosco, gli ho detto io. Bene, mi ha detto lui, venite su anche voi, sar... lieto di vedervi. Mi dispiace proprio se sono riuscito importuno... ¯ Il mercante si accorse di essersi lasciato portare. (r) Scusate me, piuttosto, se ho perso la pazienza. Ma pa- reva quasi un interrogatorio in piena regola. Se c'Š qual- che cosa, ditela senza tanti riguardi. ¯ (r) Ebbene ¯ intervenne il medico con molta cautela. (r) Eb- bene: c'Š effettivamente qualche cosa. ¯ (r) Una denuncia? ¯ chiese lo Schroder sempre pi£ sicuro di s‚, mentre cercava di riattaccarsi ai polsi le sanguisughe staccatesi durante la sfuriata di prima. (r) C'Š qualche so- spetto contro di me? ¯ (r) Don Valerio ¯ disse il medico. (r) Forse Š meglio che parliate voi. ¯ (r) Bene ¯ cominci• il Melito. (r) Sapete chi era quell'indi- viduo che vi ha aiutato a tirar su la carrozza? ¯ (r) Ma no, vi giuro, quante volte ve lo devo ripetere? ¯ (r) Vi credo ¯ disse il Melito. (r) Vi domando solo se im- maginate chi fosse. ¯ (r) Non so, uno zingaro, ho pensato, un vagabondo... ¯ (r) No. Non era uno zingaro. O, se lo era stato una volta, non lo era pi£. Quell'uomo, per dirvelo chiaro, Š una cosa che comincia per elle. ¯ (r) Una cosa che comincia per elle ? ¯ ripet‚ meccanica- mente lo Schroder, cercando nella memoria, e un'ombra di apprensione gli si era distesa sul volto. (r) Gi.... Comincia per elle ¯ conferm• il Melito con un malizioso sorriso. (r) Un ladro ? volete dire? ¯ fece il mercante illuminandosi in volto per la sicurezza di aver indovinato. Don Valerio scoppi• in una risata: (r) Ah, un ladro ! Buona davvero questa! Avevate ragione, dottore: una per- sona piena di spirito, il cavaliere Schroder! ¯. In quel mo- mento si sent¡ fuori della finestra il rumore della pioggia. (r) Vi saluto ¯ disse il mercante recisamente, togliendosi le due sanguisughe e rimettendole nel vasetto. (r) Adesso piove. Io me ne devo andare, se no faccio tardi. ¯ (r) Una cosa che comincia per elle ¯ insistette il Melito alzandosi anche lui in piedi e manovrando qualcosa sotto l'ampla mantella. (r) Non so, vi dico. Gli indovinelli non sono per me. Decidetevi, se avete qualche cosa da dirmi... Una cosa che comincia per elle?... Un lanzichenecco forse?... ¯ ag- giunse in tono di beffa. Il Melito e il dottore, in piedi, si erano accostati l'un 1 altro, appoggiando le schiene all'uscio. Nessuno dei due ora sorrideva pi£. (r) Ne un ladro n‚ un lanzichenecco ¯ disse lentamente il Melito. (r) Un lebbroso, era. ¯ Il mercante guard• i due uomini, pallido come un morto. (r) Ebbene ? E se anche fosse stato un lebbroso ? ¯ (r) Lo era purtroppo di certo ¯ disse il medico, cercando pavidamente di ripararsi dietro le spalle di Don Valerio (r) E adesso lo siete anche voi. ¯ (r) Basta ! ¯ url• il mercante tremando per l'ira. (r) Fuori di qua ! Questl scherzi non mi vanno. Fuori di qua tutti e due! ¯ Allora il Melito insinu• fuori del mantello una canna della pistola. (r) Sono l'alcade, caro signore. Calmatevi, vi torna conto. ¯ (r) Vi far• vedere io chi sono ! ¯ urlava lo Schroder. (r) Che cosa vorreste farmi, adesso? ¯ Il Melito scrutava lo Schroder, pronto a prevenire un eventuale attacco. (r) In quel pacchetto c'Š la vostra cam- panella ¯ rispose. (r) Uscirete immediatamente di qm e con- tinuerete a suonarla, fino a che sarete uscito fuori del paese, e poi ancora, fino a che non sarete uscito dal regno. ¯ (r) Ve la far• vedere io la campanella! ¯ ribatt‚ lo Schro- der, e tentava ancora di gridare ma la voce gli si era spenta in gola, l'orrore della rivelazione gli aveva agghiacciato il cuore. Finalmente capiva: il dottore, visitandolo il giorno prima, aveva avuto un sospetto ed era andato ad avvertire l'alcade. L'alcade per caso lo aveva visto afferrare per un braccio, tre mesi prima, un lebbroso di passaggio, ed ora lui, Schroder, era condannato. La storia delle sanguisughe era servita per guadagnar tempo. Disse ancora: (r) Me ne vado senza bisogno dei vostri ordini, canaglie, vi far• vedere, vi far• vedere... ¯ (r) Mettetevi la giacca ¯ ordin• il Melito, il suo volto essendosi illuminato di una diabolica compiacenza. (r) La giacca, e poi fuori immediatamente. ¯ (r) Aspetterete che prenda le mie robe ¯ disse lo Schroder, oh quanto meno fiero di un tempo. (r) Appena ho impac- chettato le mie robe me ne vado, statene pur slcurl. ¯ (r) Le vostre robe devono essere bruciate ¯ awert¡ sog- ghignando l'alcade. (r) La campanella prenderete, e basta. ¯ (r) Le mie robe almeno ! ¯ esclam• lo Schroder, fino allora cos¡ soddisfatto e intrepido; e supplicava il magistrato co- me un bambino. (r) I miei vestiti, i miei soldi, me li la- scerete almeno! ¯ (r) La giacca, la mantella, e basta. L'altro deve essere bru- ciato. Per la carrozza e il cavallo si Š gi... provveduto. ¯ (r) Come ? Che cosa volete dire ? ¯ balbett• il mercante. (r) Carrozza e cavallo sono stati bruciati, come ordina la. legge ¯ rispose l'alcade, godendo della sua disperazione. (r)Non vi immaginerete che un lebbroso se ne vada in giro in carrozzella, no?¯ E diede in una triviale risata. Poi, brutalmente: (r) Fuori ! fuori di qua! ¯ urlava allo Schroder. (r)Non immaginerai che stia qui delle ore a discutere? Fuori immediatamente cane ! ¯ Lo Schroder tremava tutto, grande e grosso com era, quando usc¡ dalla camera, sotto la canna puntata della pistola, la mascella cadente, lo sguardo inebetito. (r) La campana! ¯ gli grid• ancora il Melito facendolo sobbalzare; e gli sbatt‚ dinanzi, per terra, il pacchetto mi- sterioso, che diede una risonanza metallica. (r) Tirala fuori, e legatela al collo. ¯ Si chin• lo Schroder, con la fatica di un vecchio cadente raccolse il pacchetto, spieg• lentamente gli spaghi, trasse fuori dell'involto una campanella di rame, col manico di legno tornito, nuova fiammante. (r) Al collo! ¯ gli url• il Melito. (r) Se non ti sbrighi, perdio, ti sparo! ¯ Le mani dello Schroder erano scosse da un tremito e non era facile eseguire l'ordine dell'alcade. Pure il mer- cante riusc¡ a passarsi attorno al collo la cinghia attaccata alla campanella, che gli pendette cos¡ sul ventre, risuo- nando ad ogni movimento. (r)Prendila in mano, scuotila, perdio! Sarai buono, no? Un marcantonio come te. Va' che bel lebbroso! ¯ infier¡ don Valerio, mentre il medico si tirava in un angolo, sba- lordito dalla scena ripugnante. Lo Schroder con passi da infermo cominci• a scendere le scale. Dondolava la testa da una parte e dall'altra come certi cretini che si incontrano lungo le grandi strade. Dopo due gradini si volt• cercando il medico e lo fiss• lunga- mente negli occhi. (r) La colpa non Š mia! ¯ balbett• il dottor Lugosi. (r) stata una disgrazia, una grande disgrazia! ¯ (r) Avanti, avanti! ¯ incitava intanto l'alcade come a una bestia. (r) Scuoti la campanella, ti dico, la gente deve sapere che arrivi ! ¯ Lo Schroder riprese a scendere le scale. Poco dopo egli comparve sulla porta della locanda e si avvi• lentamente attraverso la piazza. Decine e decine di persone facevano ala al suo pas.saggio, ritraendosi indietro man mano che lui si avvicinava. La piazza era grande, lunga da attraver- sare. Con gesto rigido egli ora scuoteva la campanella che dava un suono limpido e festoso; den, den, faceva. VECCHIO FACOCERO Occorre considerare la psicologia del vecchio facocero. Giun- to a una certa et..., il cinghiale africano spesso Š porta- to a considerare con disdegno le miserie della vita. Le gioie della famiglia si appannano, i facocerini irrequieti e famelici, sempre tra i piedi, divengono un continuo fa- stidio; e non parliamo della invadente alterigia dei giova- notti ormai fatti, convinti che il mondo e le femmine siano tutti per loro. Adesso lui crede di essersene andato a vivere da solo per impulso spontaneo, di avere raggiunto il vertice della mae- st... belluina, vuol convincersi di essere felice. Eppure guar- datelo come si aggira irrequieto tra le stoppie, come ogni tanto annusa l'aria sorpreso da improvvise memorie e come risulta sfavorevolmente asimmetrico nel grande quadro del- la natura che ha fatto tutte le vite a due a due. In realt... ti hanno cacciato via dalla tua famiglia patriarcale, vec- chio facocero, perch‚ eri diventato scorbutico e pretenzio- so; i giovani avevano perduto ritegno, ti davano colpi di zanna per spingerti da parte, e le donne hanno lasciato fare, segno che anch'esse ne avevano di te abbastanza. Co- s¡ per giorni e giorni, fino a che tu li hai abbandonati al loro destino. Eccolo qui, nel mezzo della piana di Ibad, mentre si avvicina la sera, intento a spilluzzicare entro una specie di vecchio canneto secco. E attorno non c'Š nulla, eccezion fatta per la desolazione del piatto deserto, con aridi ter- mitai qua e l..., e qualche piccolo misterioso cono nerastro a fior di terra. Verso il sud, tuttavia, si posson scorgere L alcune montagne, veramente troppo lontane; ma sconsi- gliamo dal crederci, probabilmente si tratta di parvenze vuote, nate solo dal desiderio. Del resto lui non le vede per- ch‚ gli occhi dei facoceri sono diversi dai nostri. Invece poich‚ il sole discende, il verro scruta soddisfatto la pro- pria ombra farsi di minuto in minuto pi£ oblunga; e a- vendo poca memoria, come succede ogni sera, monta in superbia, per l'illusione di essere diventato grande in modo meraviglioso. No, non Š specialmente grande rispetto ad altri giovani compagni, ma in un certo senso Š magnifico, lui che Š una delle bestie pi£ brutte del mondo. Perch‚ l'et... gli ha generosamente allungato le zanne, gli ha donato una im- portante criniera di setole gialle, gli ha inturgidito le quat- tro verruche ai lati del muso, lo ha trasformato in un mo- stro corporeo di favola, inerme pronipote dei draghi. In lui ora si esprime l'anima stessa della selva, un incanto di tenebre, protetto da antiche maledizioni. Ma nella testa immonda dovr... pur esserci un barlume di luce, sotto il pelame scabro una specie di cuore. Un cuore che si Š messo a battere essendo nel pieno de- serto comparso una sorta di mostro nuovissimo e nero; il quale mugola lievemente e si avvicina in modo strano, n‚ correndo n‚ strisciando, come non si era mai visto. Questo mostro Š grandissimo, forse pi£ alto di un gaz- zellone, ma il facocero aspetta, fermo, e lo guarda con in- tenzioni malvage (bench‚ tutt'attorno, dalle solitudini, stia nascendo un avverso presagio). Anche la nostra automobile si Š adesso arrestata. (r) Che cosa guardi ? ¯ faccio al compagno. (r) Perch‚ hai fermato? Non vedi che Š un bue? ¯ (r) Anche a me pareva ¯ dice lui (r) ma Š un facocero, in- vece. Aspetta che sparo. ¯ Lo strano mostro che mugola si Š taciuto ed Š fermo, apparentemente privo di vita. Eppure il facocero ha sen- tito di improvviso un colpo tremendo; poi un rumore secco e sinistro come di antico albero che crolli, o di certe frane. (r) Bravo, perdio, L'hai preso ! ¯ grido io. (r) Guarda come si rivolta per terra, guarda che polverone! ¯ Proprio cos¡: attraverso i resti del vecchio canneto, il bestione Š stato visto compiere una specie di capriola e rotolarsi in furore. (r) Macch‚ ¯ fa il mio compagno. (r) Non vedi che scappa ? ¯ Fugge infatti il cinghiale, con la zampa posteriore de- stra spezzata. Assume un piccolo trotto ostinato, in dire- zione di est, allontanandosi dal sole morente, quasi timo- roso di questa siderale allusione. E il mostro metallico ri- prende il mugol¡o di prima, si mette a corrergli dietro, n‚ guadagnando n‚ perdendo terreno, per via di certi ciuf- fi di erba morta che ostacolano il cammino. Ora lui Š solo e perduto. N‚ dal cielo vuoto, n‚ dagli ermetici termitai, n‚ da alcuna parte della terra potr... ve- nire il soccorso. La sua ombra personale lo precede, trot- tando di conserva, sempre pi£ mostruosa ed ambigua; ma oramai essa non serve, l'orgoglio di poco fa gocciola fuori, col sangue, dalla ferita, e resta seminato per via. Ed ecco, ma quanto lontana, al limite di congiunzione fra terra e cielo, mentre la luce lentamente declina, ecco una striscia scura, le acacie spinose, il fiume. Laggi£ sono gli altri, lui lo sa bene, tutta la patriarcale famiglia, le mo- gli, i giovanotti brutali, gli antipatici facocerini. Oh, Š inutile negare, forse senza che se ne rendesse ben conto, anche nei giorni scorsi lui ha continuato a seguirli, a di- stanza, curando di non farsi vedere. Ed Š ridicolo, certo ma lui provava piacere ad annusare le loro peste recenti, a riconoscere le orme di questo o di quello; ecco, qui de- vono essersi azzuffati, l... hanno fatto scorpacciata di ra- dici, non me ne hanno lasciata neppure una. Reietto, non aveva potuto staccarsi, non era stato capace di vivere solo, presuntuoso vecchio, e adesso l'unica speranza superstite deriva ancora da loro. Ma una seconda fucilata l'ha preso a met... di una co- scia, il sole tra poco affonder... sotto terra e dal fiume trop- po lontano si avanzano a imbuto tetri abissi di buio. Ve- diamo, dall'automobile, che il suo trotto si Š fatto in un certo senso svogliato e pesante, come se l'istinto ancora lo traesse alla fuga, ma non pi£ sincera velleit... di vita. Il deserto del resto sembra divenire sempre pi£ sterminato, allontanandosi anzich‚ approssimarsi il verde segno del fiu- me. Io dico al compagno: (r)Guarda, si Š fermato, Š stanco. Fatti sotto, ci sono ancora pochi minuti di luce ¯. E sic- come noi possiamo continuare la strada (su di noi nes- suno ha sparato a tradimento colpi di Mauser con pallot- tole dilaceranti) siccome noi ci awiciniamo, il facocero comincia a farsi pi£ grande, scorgiamo finalmente il laido volto, le orecchie irte di setole, la molto nobile criniera. Esso Š immobile, in piedi e ci guarda con due occhi a spillo. Deve essere oramai esausto, ma pu• darsi anche sia stato un solingo dio dancalo a trattenerlo, col vitreo scettro di sale, rimproverandogli la vilt... della fuga. La canna dello schioppo Š gi... stata disposta secondo l'esatta linea di mira; a questa breve distanza sbagliare sa- rebbe impossibile, il dito indice si appoggia all'incavo del grilletto. Ed allora (mentre i draghi della notte sopraggiun- gevano dalle spente caverne d'oriente con la precipitazione di chi teme d'arrivare in ritardo) allora lo vedemmo vol- gere lentamente il muso in direzione del sole, di cui re- stava sopra il deserto soltanto una piccola fetta purpurea. C'era una pace immensa e ci nacque l'immagine di una villa ottocentesca alla medesima ora, con le vetrate gi... accese e affacciata una vaga figurina di donna che tra echi di musica mandasse un sospiro, mentre i cani viziati chiac- chierano al cancello del giardino su aneddoti nobiliari e di caccia. Il mugol¡o del motore si spense e forse allora, per mise- ricordioso fiato di vento, giunse al facocero la voce dei compagni liberi e felici, rintanati sulle rive del fiume. Era per• troppo tardi. Intorno a lui stava per calare l'estremo sipario. Ne gli restava pi£ nulla se non dare uno sguardo al sole residuo, come positivamente fece, non gi... per sen- timentali rimpianti, n‚ per succhiarne con gli occhi l'ulti- ma luce, solo per chiamarlo a testimone dell'ingiustizia che Sl compiva. Quando tacque il colpo della fucilata, esso giaceva sul fianco sinistro, con gli occhi gi... chiusi, le zampe abban- donate. Sotto i nostri occhi - in alto accendevansi le pri- me stelle - esal• gli ultimi respiri: due borbottii profondi da vecchio, commisti ai rigurgiti sanguigni. E non suc- cesse nulla, non il pi£ sottile spirito si invol• dal mostro defunto per navigare nei cieli, neppure una minuscola bol- liciQa. Perch‚ il sapientissimo Geronimo, che di queste cose se ne intende, Š disposto ad ammettere un'anima, sia pure rudimentale, al leone, all'elefante e ai pi£ eletti car- nivori; nei giorni di ottimismo si mostra benevolmente disposto perfino col pellicano, ma col facocero mai, asso- lutamente; per quanto insistessimo, egli ha sempre rifiu- tato di concedergli il privilegio di una seconda vita. PAURA ALLA SCALA Per la prima rappresentazione della Strage degli innocenti di Pierre Grossgemuth (novit... assoluta in Italia) il vec- chio maestro Claudio Cottes non esit• a mettere il frac. Si era gi..., Š vero, in maggio inoltrato quando la stagione della Scala, a giudizio dei pi£ intransigenti, volge al de- clino, quando al pubblico, composto in gran parte di tu- risti, Š buona norma offrire spettacoli di esito sicuro, non di eccessivo impegno, scelti nel repertorio tradizionale di tutta tranquillit...; e non importa se i direttori non sono proprio i massimi, se i cantanti, per lo pi£ elementi di vec- chia rotine scaligera, non destano curiosit.... In questo pe- riodo i ra.ffinati si concedono confidenze formali che da- rebbero scandalo nei mesi pi£ sacri alla Scala: par quasi di buon gusto alle signore non insistere nelle toilettes da sera e vestire semplici abiti da pomeriggio, agli uomini venire in blu o in grigio scuro con cravatte di colore come se si trattasse di visita a una famiglia amica. E qualche abbonato, per snobismo, giunge al punto di non farsi neanche vedere, senza per• cedere ad altri il palco o la poltrona che riman- gono perci• vuoti (e tanto meglio se i conoscenti vorranno accorgersene). Ma quella sera c'era spettacolo di gala. Prima di tutto la Strage degli innocenti costituiva in s‚ un avvenimento, a mo- tivo delle polemiche che il lavoro aveva provocate cinque mesi prima in meza Europa quando era stata messa in scena a Parigi. Si diceva che in quest'opera (a dir la verit... si trattava, secondo la definizione dell'autore, di un "Ora- torio popolare, per coro e voci, in dodici quadri") il musi- cista alsaziano, uno dei maggiori capiscuola dell'epoca mo- derna, avesse, bench‚ a tarda et..., preso una nuova via (do- po averne cambiate tante) assumendo forme ancora pi£ scon- certanti e audaci delle precedenti, con la dichiarata inten- zione per• di "richiamare finalmente il melodramma dal gelido esilio dove gli alchimisti tentano di tenerlo in vita con pesanti droghe, verso le dimenticate contrade della verit...: cioŠ, a sentire i suoi ammiratori, aveva rotto i ponti col passato prossimo, tornando (ma bisognava sa- pere come) alla gloriosa tradizione dell'Ottocento: qual- cuno aveva perfino trovato riferimenti con le tragedie gre- che. L'interesse maggiore nasceva comunque dalle ripercussio- ni di genere politico. Nato da famiglia evidentemente ori- ginaria della Germania, di aspetto quasi prussiano pure lui bench‚ ormai ingentilito in volto dall'et... e dalla pratica dell'arte, Pierre Grossgemuth, da molti anni stabilito presso Grenoble, aveva avuto, al tempo dell'occupazione, un con- tegno dubbio. Non aveva saputo dire di no quando i te- deschi lo avevano invitato a dirigere un concerto a scopo di beneficenza, era stato d'altra parte, si raccontava, largo di aiuti verso i maqt~is della zona. Aveva fatto cioŠ di tutto per non dover prendere un atteggiamento aperto, stando- sene rinserrato nella sua ricca villa, donde, nei mesi pi£ critici prima della liberazione, non veniva neanche pi£ la solita inquietante voce del pianoforte. Ma Grossgemuth era un grande artista e la sua crisi non sarebbe stata rinvangata se egli non avesse scritto e fatto rappresentare la Strage de- gli innoeenti. La pi£ ovvia interpretazione di questo oratorio - su libretto di un giovanissimo poeta francese, Philippe Lasalle, ispirato dall'episodio biblico - era che fosse un'alle- goria dei massacri compiuti dai nazisti, con l'identificazione di Hitler nella torva figura di Erode. Critici d'estrema si- nistra avevano per• attaccato Grossgemuth accusandolo di adombrare, sotto la superficiale e illusoria analogia anti- hitleriana, le eliminazioni compiute dai vincitori, dalle ven- dette spicciole avvenute in ogni borgo fino alle forche di Norimberga. Ma c'era chi andava pi£ in l...: la Strage degli innoee1zti, secondo questi, voleva essere una specie di pro- fezia e alludere a una futura rivoluzione e massacri rela- tivi; condanna quindi anticipata di tale rivolta e ammoni- mento a quanti avrebbero avuto il potere di soffocarla in tempo: un libello, insomma, di spirito addirittura medio- evale. Grossgemuth aveva, com'era prevedibile, smentito le in- sinuazioni con pcche ma secche parole: se mai, la Strage degli innoeenti doveva essere considerata una testimonianza di fede cristiana e niente pi£. Ma alla premiŠre di Parigi c'era stata battaglia e a lungo i giornali ne avevano dispu- tato in termini di fuoco e di veleno. Si aggiunga la curiosit... per la difficile realizzazione mu- sicale, L'aspettativa per le scene- che si annunciavano paz- zesche - e per le coreografie ideate dal famoso Johan Mon- clar, fatto venire apposta da Bruxelles. Da una settimana, per seguire le prove, Grossgemuth si trovava a Milano con la moglie e la segretaria; e naturalmente avrebbe assistito alla rappresentazione. Tutto questo dava insomma allo spet- tacolo un tono di eccezione. Nell'intera stagione non c'era stata anzi una soir‚e cos¡ importante. Per l'occasione i mag- giori critici e musicisti d'Italia si erano trasferiti a Milano, da Parigi era giunto un gruppetto di fanatici grossgemu- thiani. E il questore aveva previsto uno straordinario ser- vizio d'ordine nell'eventualit... che si scatenasse la burrasca. Vari funzionari e molti agenti di polizia, in un primo tem- po destinati alla Scala, furono invece impiegati altrove. Una diversa e ben pi£ preoccupante minaccia si era delineata al- limprovvi50 nel tardo pomeriggio. Varie segnalazioni an- nunciavanO imminente, forse per la notte stessa, un'azione di forza da parte della comunit... dei Morzi. I capi di que- sto grande movimento non avevano mai fatto mistero che il loro ultimo scopo era di rovesciare l'ordine costituito e di instaurare la "nuova giustizia". Sintomi di agitazione c'erano gi... stati nei mesi precedenti. Adesso era in corso una offensiva dei Morzi contro la legge, che stava per essere approvata al Parlamento, sulla migrazione interna. Il pre- testo poteva essere buono per un tentativo a fondo. Durante tutta la giornata gruppetti dall'aspetto deciso e quasi provocante si erano notati nelle piazze e nelle vie del centro. Non avevano n‚ distintivi, n‚ bandiere, n‚ cartelli, non erano inquadrati, non tentavano di formare dei cor- tei. Ma era fin troppo facile indovinare di che razza fos- sero. Niente di strano, a dir la verit..., perch‚ manifesta- zioni come questa, innocue e in sordina, si ripetevano da anni con frequenza. E anche stavolta la forza pubblica ave- va lasciato fare. Le informazioni riservate della Prefettura lasciavano temere invece, entro poche ore, una manovra in grande stile per la conquista del potere. Roma era stata subito avvertita, polizia e carabinieri messi in stato di emer- genza, anche i reparti dell'esercito stavano sul chi vive. Non si poteva per• escludere che fcsse un falso allarme. Gi... altre volte era successo. Gli stessi Morzi diffondevano voci del genere, era un loro gioco favorito. Una vaga e inespressa sensazione di pericolo, come av- viene, si era tuttavia diffusa per la citt.... Non c'era un fatto concreto che la giustificasse, non c'erano neppure dicerie che si riferissero a qualcosa di preciso, nessuno sapeva nulla, eppure nell'aria si era fatta una sensibile tensione. Usciti dagli uffici, molti borghesi quella sera affrettavano il passo verso casa, scrutando con apprensione la prospettiva delle strade se mai dal fondo avanzasse una massa nereggiante a sbarrare la via. Non era la prima volta che la tranquillit... della cittadinanza veniva minacciata: parecchi cominciava- no a farci l'abitudine. Anche per questo la maggioranza continu• a badare alle sue faccende come se fosse una sera qualsiasi fra le tante. Singolare poi una circostanza che fu notata da parecchi: bench‚, filtrato attraverso chiss... quali indiscrezioni, un presentimento di cose grosse avesse preso a serpeggiare qua e l..., nessuno ne parlava. In un tono ma- gari differente dal consueto, con sottintesi ermetici, ma si facevano sempre i soliti discorsi della sera, ci si diceva ciao e arrivederci senza postille, si fissavano appuntamenti per l'indomani, si preferiva insomma non accennare aperta- mente a ci• che in un modo o nell'altro riempiva gli animi, quasi che parlarne potesse rompere l'incanto, menare gra- mo, chiamare la sventura; cos¡ come sulle navi in guerra Š legge non enunciare neppure a titolo di scherzo ipotesi ,di siluramenti o di colpi a bordo. Tra coloro che pi£ di ogni altro ignoravano tali preoccu- pazioni era senza dubbio il maestro Claudio Cottes, uomo candido e per alcuni versi ottuso, per il quale nulla esisteva al mondo fuori della musica. Romeno di nascita (sebbene pochi lo sapessero) si era stabilito in Italia giovanissimo. negli anni d'oro, al principio del secolo, quando la sua pro- digiosa precocit... di virtuoso lo aveva reso celebre in breve tempo. Spentisi nel pubblico i primi fanatismi, egli era pur sempre rimasto un magnifico pianista, forse pi£ deli- cato che potente, che periodicamente faceva il giro delle maggiori citt... europee per cicli di concerti, invitato dai pi£ noti enti filarmonici; questo fin verso il '40. Soprattutto gli riusciva caro ricordare i successi ottenuti, pi£ di una volta, suonando nelle stagioni sinfoniche della Scala. Ottenuta la cittadinanza italiana, aveva sposato una milanese e occupato con molta probit..., al Conservatorio, la cattedra di piano- forte nel corso superiore. Ormai si considerava milanese e bisogna ammettere che pochi, nell'ambiente, sapessero par- lare in dialetto meglio di lui. Bench‚ in pensione - gli restava solo l'incarico onorifico di commissariO in alcune sessioni di esami al Conservatorio - Cottes continuava a vivere solo per la musica, non fre- quentava che musicisti e musicomani, non mancava a un concerto e seguiva, con una specie di trepidante timidezza, le affermazioni dcl figlio Arduino, ventiduenne, composi- tore di ingegno promettente. Diciamo timidezza, perch‚ Arduino era un ragazzo molto chiuso in s‚, avarissimo di confidenze ed espansioni, di una sensibilit... perfino esagera- ta. Da che era rimasto vedovo, il vecchio Cottes si trovava, per cos¡ dire, disarmato e impacciato di fronte a lui. Non lo capiva. Non sapeva che vita conducesse. Si rendeva conto che i propri consigli, anche in materia musicale, cadevano nel vuoto. Cottes ncn era mai stato un gran bell'uomo. Adesso, a 67 anni, era un bel vecchio, di quelli che si usano chiamar decorativi. Con l'et... una vaga assomiglianza a Beethoven si era accentuata; compiacendosene forse senza seperlo, egli curava con amore i capelli bianchi, lunghi e vaporosi che gli facevano una corona molto "artistica". Un Bec-thoven non tragico, anzi bonario, pronto al sorriso, socievole, di- sposto a trovare il bene quasi dovunque; "quasi", perch‚ in fatto di pianisti era ben raro ch'egli non torcesse il naso. Era l'unica sua debolezza e gliela si perdonava volentieri. (r) EbbŠ, maestro? ¯ gli chiedevano gli amici, durante gli intervalli. (r) Tutt ben per mi. Ma se ghe fuss staa el Beet- hoven? ¯ rispondeva; oppure: (r) Perch‚? Lu l'ha minga sen- t¡? El s'Š indormentaa? ¯ o analoghe facili facezie di vec- chio stampo, suonassero pure Backhaus, Cortot, o Giese- king. Questa naturale bonomia - egli non era affatto invelenito di trovarsi escluso, a causa dell'et..., dall'attiva vita artistica - lo rendeva simpatico a tutti quanti e gli assicurava, da parte della direzione della Scala, un trattamento di riguardo. Nella stagione lirica non Š mai questione di pianisti e la pre- senza in platea del buon Cottes, nelle serate un po' difficili, costituiva un sicuro piccolo nucleo di ottimismo. Per lo meno sui suoi personali battimani si poteva contare come regola; e l'esempio di un concertista gi... famoso era presu- mibile inducesse molti dissenzienti a moderarsi, gli indecisi ad approvare, i tepidi a un consenso pi£ manifesto. Ci• senza contare il suo aspetto molto "scaligero" e le passate benemerenze di pianista. Il suo nome quindi figurava nella segreta e avara lista degli "abbonati perpetui non paganti". Al mattino di ogni giorno di premiŠre, la busta col biglietto per una poltrona compariva immancabilmente nella cas- setta della sua posta, alla portineria di via della Passione, 7. Solo per le llprime" che si prevedevano povere d'incassi, le poltrone erano due, una per lui e l'altra per il figlio. Del resto Arduino non ci teneva; preferiva arrangiarsi da solo, con gli amici, assistendo alle prove generali dove non c'c l'obbligo di andar vestiti bene. Per l'appunto, della Strage degli innocenti, Cottes junior aveva ascoltato il giorno prima l'ultima prova. Ne aveva anche parlato col padre a colazione, in termini molto neb- biosi come era sua abitudine. Aveva accennato a certe "inte- ressanti risoluzioni timbriche", a una "polifonia molto sca- vata, a delle "vocalizzazioni pi£ deduttive che induttive" (parole queste pronunicate con una sniorfia di disprezzo) e cos¡ via. L'ingenuo padre non era riuscito a capire se il la- voro fosse buono o no, o quanto meno se al figlio fosse piaciuto o dispiaciuto. Non insistette per sapere. I giovani lo avevano abituato al loro gergo misterioso; alle porte del quale anche stavolta ristette intimidito. Adesso si trovava solo in casa. La donna di servizio, che veniva a ore, se n'era andata. Arduino a pranz0 fuori e il pianoforte, grazie al Cielo, muto. Il "grazie al Cielo" era senza dubbio nel cuore del vecchio concertista; mai per• egli avrebbe avuto il coraggio di confessarlo. Quando il figlio componeva, Claudio Cottes entrava in uno stato di estrema agitazione interna. Da quegli accordi apparente- mente inesplicabili di momento in momento egli aspettava, con una speranza quasi viscerale, che uscisse infine qualche cosa di simile alla musica. Capiva che era una debolezza da sorpassato, che non si poteva battere di nuovo le antiche strade. Si ripeteva che proprio il gradevole doveva essere evitato quale segno di impotenza, decrepitezza, marcia no- stalgia. Sapeva che la nuova arte doveva soprattutto far soffrire gli ascoltatori e qui era il segno, dicevano, della sua vitalit.... Ma era pi£ forte di lui. Nella stanza vicina, ascoltando, egli talora intrecciava le dita delle mani cos¡ forte da farle scricchiolare, come se con questo sforzo aiu- tasse il figlio a "liberarsi". Il figlio invece non si liberava; le note, faticando, si aggrovigliavano sempre di pi£, gli accordl assumevano suoni ancor pi£ ostili, tutto restava l¡ sospeso o addirittura si rovesciava a piombo in pi£ caparbi attriti. Che Dio lo benedisse. Deluse, le mani del padre si separavano, tremando un poco si affaccendavano ad accen- dere una sigaretta. Cottes era solo, si sentiva bene, un'aria tepida entrava dalle finestre aperte. Le otto e mezzo, ma il sole splendeva ancora. Mentre egli si vestiva, suon• il telefono. (r) C'Š il maestro Cottes ? ¯ fece una voce sconosciuta. (r) S¡, sono io ¯ rispose. (r) Il maestro Arduino Cottes? ¯ (r) No, io sono Clau- dio, il padre. ¯ La comunicazione fu troncata. Torn• alla camera da letto e il telefono suon• di nuovo. (r) Ma c'Š o non c'Š Arduino? ¯ domand• la stessa voce di prima, in tono quasi villano. (r) No, el gh'Š no ¯ rispose il padre cer- cando di pareggiare la bruschezza. (r) Peggio per lui ! ¯ fece l'altro e tolse il contatto. Che modi, pens• Cottes, e chi poteva essere ? Che razza di amici frequentava adesso Ar- duino? E che cosa poteva significare quel "peggio per lui"? La telefonata gli lasci• una punta di fastidio. Dur• per for- tuna pochi istanti. Nello specchio dell'armadio, il vecchio artista ora rimi- rava il proprio frac di antico stile, largo, a sacco, adatto alla sua et... e nello stesso tempo molto boh‚mien. Ispirato, pare, dall'esempio del leggendario Joachim, Cottes aveva la ci- vetteria, proprio per distinguersi dal piatto conformismo, di mettere il panciotto nero. Come i camerieri, esattamente, ma chi al mondo, fosse pure cieco, avrebbe mai scambiato lui, Claudio Cottes, per un cameriere? Bench‚ avesse caldo, indoss• un leggero soprabito per evitare la curiosit... indi- screta dei passanti, e preso un piccolo binocolo, usc¡ di casa, sentendosi pressoch‚ felice. Era una sera incantevole di prima estate, quando perfino Milano riesce a recitare la parte di citt... romantica: con le strade quiete e semideserte, il profumo dei tigli che usciva dai giardini, una falce di luna in mezzo al cielo. Pregustando la brillante serata, L'incontro con tanti amici, le discussioni, la vista delle belle donne, lo spumante prevedibile al rice- vimento annunciato dopo lo spettacolo nel ridotto del tea- tro, Cottes si awi• per via Conservatorio; allungava cos¡ di poco il cammino ma risparmiava la vista, a lui ingratis- sima, dei Navigli coperti. Ivi il maestro si imbatt‚ in uno spettacolo curioso. Un giovanotto dai lunghi capelli ricci cantava sul marciapiede una romanza napoletana tenendo un microfono a pochi centimetri dalla bocca. Un filo correva dal microfono a una cassetta, con accumulatore, impianto di amplificazione e altoparlante, da cui la voce usciva con tracotanza, cos¡ da rimbombare tra le case. C'era in quel canto una specie di sfogo selvaggio, un'ira, e bench‚ le note parole fossero di amore, si sarebbe detto che il giovane stesse minacciando. Intorno, sette otto ragazzetti dall'aria imbambolata e basta. Le finestre, da una parte e dall'altra della via, erano chiuse, sprangate le persiane, come se si rifiutassero di ascoltare. Tutti vuoti questi appartamenti ? O gli inquilini si erano chiusi dentro, simulando l'assenza, per paura di qualche cosa ? Al passaggio di Claudio Cottes, il cantante, senza muoversi, accrebbe l'intensit... delle emissioni tanto che l'al- toparlante cominci• a vibrare: era un invito perentorio a mettere dei soldi sul piattello collocato sopra la cassetta. Ma il maestro, disturbato nell'animo, non sapeva neppure lui come, continu• dritto accelerando il passo. E per parec- chi metri sent¡ sulle spalle il peso dei due occhi vendicativi. "Tanghero e cane !" inve¡ mentalmente il maestro con- tro il posteggiatore. La sguaiataggine dell'esibizione gli a- veva guastato il buon umore, chiss... perch‚. Ma ancor pi£ fastidio gli procur•, quando stava per raggiungere San Babila, un breve incontro con Bombassei, ottimo giova- ne che era stato suo allievo al Conservatorio e adesso faceva il giornalista. (r) E di Scala, maestro? ¯ gli chiese scor- gendo nello scollo del soprabito la cravattina bianca. (r) Vorresti insinuare, o insolente ragazzo, che alla mia et... sarebbe ora... ? ¯ fece lui sollecitando, ingenuo, un com- plimento. (r) Lo sa bene anche lei ¯ disse l'altro (r) che la Scala non si chiamerebbe Scala senza il maestro Cottes. Ma Arduino? Come mai non Š venuto? ¯ (r) Arduino ha gi... visto la prova generale. Stasera era impegnato. ¯ (r) Ah, capisco ¯ disse Bombassei con un sorriso di furba comprensione. (r) Stasera... avr... preferito stare a casa... ¯ (r) E perch‚ mai ? ¯ domand• Cottes avvertendo il sot- tinteso. (r) Ci sono troppi amici in giro, stasera ¯ e il giovane fece un cenno con la testa ad indicare la gente che passava. (r) ... Del resto, nei suoi panni, io farei altrettanto... Ma mi scusi, maestro, c'Š qui il mio tram... Buon divertimento! ¯ Il vecchio rimase l... sospeso, inquieto, senza capire. Guar- d• la folla e non riusc¡ a scorgere niente di strano: tran- ne che forse ce ne era meno del solito, e quella poca aveva un'aria sciatta e in certo modo piena d'affanno. E allora, pur restando un enigma il discorso di Bombassei, ricordi rotti e confusi affioravano, di certe mezze frasi det- te dal figlio, di certi nuovi compagni sbucati fuori negli ultimi tempi, di certi impegni serali che Arduino non aveva mai spiegato, eludendo le sue domande con vaghi pretesti. Che il figlio si fosse messo in qualche pasticcio? Ma che cosa aveva poi di speciale quella sera? Chi erano i "troppi amici in giro"? Rimestando questi problemi giunse in piazza della Scala. Ed ecco i pensieri sgradevoli fuggire via alla vista conso- lante del fermento alla porta del teatro, delle signore che si affrettavano in un precipitoso ondeggiar di strascichi e di veli, della folla che stava a vedere, delle automobili stu- pende in lunga coda, attraverso i cui vetri si intravvedevano gioielli, sparati bianchi, spalle nude. Mentre stava per co- minciare una notte minacciosa, forse anche tragica, la Scala, impassibile, mostrava lo splendore degli antichi tempi. Mai, nelle ultime stagioni, si era vista una armonia tanto ric- ca e fortunata di uomini, di spiriti e di cose. La stessa inquietudine che aveva cominciato a spandersi per la citt... accresceva probabilmente l'animazione. A chi sapeva, par- ve che tutto un mondo dorato ed esclusivo si rifugiasse nella sua amata cittadella, come i Nibelunghi nella reggia all'arrivo di Attila, per un'estrema folle notte di gloria. In realt... pochi sapevano. Anzi, la maggioranza ebbe l'im- pressione, tanta era la dolcezza della sera, che un periodo torbido fosse finito con l'ultima traccia dell'inverno, e che venisse avanti una grande serena estate. Portato nel gorgo della folla, ben presto, senza quasi accorgersene, Claudio Cottes si ritrov• nella platea, nel pie- no fulgore delle luci. Erano le nove meno dieci, il teatro era gi... gremito. Cottes guard• intorno, estasiato come un ragazzettO Avevano un bel passare gli anni, la prima sen- sazione ogni volta che lui entrava in quella sala, si mante- neva pura e vivida, come dinanzi ai grandi spettacoli della natura. Molti altri, con cui andava scambiando fuggevoli segni di saluto, provavano lo stesso, lo sapeva. Proprio di qui nasceva una speciale fratellanza, una sorta di innocua rnassoneria che agli estranei, a chi non vi partecipava, do- veva forse sembrare un po' ridicola. Chi mancava ? Gli sguardi esperti di Cottes ispeziona- rono, settore per settore, il grande pubblico, trovando tut- ti a posto. Accanto a lui sedeva il celebrato pediatra Fer- ro che avrebbe lasciato morire di crup migliaia di pic- coli clienti pur di non perdere una "prima" (il pensiero sugger¡ anzi a Cottes un grazioso gioco di parole con allu- sione a Erode e ai bimbi galilei, che si promise di utilizare in seguito). A destra, la coppia ch'egli aveva definito dei "parenti poveri", marito e moglie gi... attempati, con abiti da sera s¡, ma lisi e sempre quelli, che non mancavano a nessuna "prima", applaudivano con la stessa foga qualsiasi cosa, non parlavano con nessuno, non salutavano nessuno, non scambiavano neanche l'un l'altro una parola; tanto che tutti li consideravano claqueurdi lusso, dislocati nella parte pi£ aristocratica della platea per dare il via ai batti- mani. Pi£ in l... l'ottimo professore Schiassi, economista, famoso per avere seguito anni e anni Toscanini dovunque si recasse a dar concerti; e siccome allora era a corto di denari, viaggiava in bicicletta, dormiva nei giardini e man- giava le provviste portate nel sacco da montagna; paren- ti e amici lo consideravano un po' matto ma lo ama- vano ugualmente. Ecco l'ing. Beccian, idraulico, ricco forse a miliardi, melomane umile e infelice, che da un mese in qua, essendo stato nominato consigliere alla Societ... del Quartetto (per cui aveva palpitato da decenni come un in- namorato e fatto indicibili sforzi diplomatici) era all'im- prowiso montato, in casa e in ditta, a un tale grado di superbia da diventare insopportabile; e trinciava giudizi su Purcell e D'Indy, lui che prima non osava rivolgere la parola all'ultimo dei contrabbassi. Ecco, col minuscolo ma- rito, la bellissima Maddi Canestrini, ex-commessa, che ad ogni nuova opera si faceva catechizzare nel pomeriggio da un docente di storia della musica per non fare brutte fi- gure; il suo celebre petto mai si era potuto amrriirare in tanta completezza e veramente risplendeva tra la folla, dis- se uno, come il faro al Capo di Buona Speranza. Ecco la principessa Wurz-Montague, dal gran naso d'uccello, ve- nuta apposta dall' Egitto con le quattro figlie. Ecco, nel pi£ basso palco di proscenio, luccicare i cupidi occhi del barbuto conte Noce, assiduo alle sole opere che promettes- sero la comparsa di ballerine; e infaticabile, a memoria d'uomo, in tale circostanza, nell'esprimere la soddisfazio- ne con la invariata formula: "Ah, che personale! Ah, che polpe !". Ecco in un palco della prima fila l'intera trib£ dei Salcetti, vecchia famiglia milanese, che si vantava di non aver mai perso una "prima" della Scala a partire dal 1837. E in quarta fila, quasi sul proscenio, le povere mar- chese Marizzoni, madre, zia e figlia nubile, sbircianti con amarezza al sontuoso palco 14 di seconda fila, loro feudo, dovuto quest'anno abbandonare per ristrettezze: adattatesi a un ottavo di abbonamento da consumare lass£, tra i pic- cioni, si tenevano rigide e compassate come upupe, cer- cando di passare inosservate. Intanto, vigilato da un aiu- tante di campo in uniforme, un pingue principe indiano non bene identificato stava addormentandosi e al ritmo del respiro l aigrette del turbante oscillava su e gi£, spor- gendo fuor del palco. Poco lontana, con un vestito color fiamma da sbalordire, aperto davanti fino alla cintura, le braccia nude con attorcigliato a biscia un cordone nero, stava in piedi, proprio a farsi ammirare, una impressio- nante donna sui trent'anni; un'attrice di Hollywood dice- vano, ma i pareri sul nome eran discordi. E accanto le sedeva, immoto, un bambino bellissimo e spaventosamen- te pallido che pareva dovesse morire da un momento al- l'altro In quanto ai due circoli rivali della nobilt... e della ricca borghesia avevano entrambi rinunciato alla elegante consuetudine di lasciare le barcacce semivuote. I "signori- nimeglio provveduti della Lombardia vi si congestiona- vano in serrati grappoli di volti abbronzati, di camicie a specchio, di marsine da grande firma. A confermare il suc- cesso eccezionale della serata si notava poi, contro il solito, un forte numero di donne belle con d‚collet‚i estremamen- te impegnativi. Il Cottes si propose di ripetere, durante un intervallo, una distrazione che usava concedersi nei ver- di anni: di contemplare cioŠ la profondit... di tali prospet- tive dall'alto in basso. E in cuor suo scelse, quale osser- vatorio, il palco in quarta fila dove scintillavano gli sme- raldi giganteschi di Flavia Sol, ottima contralto e buona amica. A tale frivolo splendore un solo palco contrastava, simile a un occhio tenebroso e fisso in mezzo a un tremolio di fiori. Era in terza fila e vi stavano, due seduti ai lati e il terzo in piedi, tre signori dai trenta ai quarant'anni, con vestiti neri a doppio petto, cravatte scure, volti magri e tetri. Immobili, atoni, stranieri a tutto ci• che succedeva in- torno, volgevano con ostinazione gli sguardi al sipario, co- ú me se fosse l'unica cosa degna d'interesse: parevano non spettatori venuti per godere, ma giudici di un sinistro tribu- nale che, data la sentenza, ne aspettassero l'esecuzione; e nell'attesa preferissero non guardare i condannati, non gi... per piet..., bens¡ a motivo della repulsione. Pi£ di uno si trattenne a osservarli, provandone disagio. Chi erano? Co- me si permettevano di contristare la Scala col loro aspet- to funerario? Era una sfida? E a che scopo? Anche il mae- stro Cottes, come li not•, rimase un po' perplesso. Una maligna stonatura. E n'ebbe un oscuro senso di timore, tanto che non os• alzare verso di loro il suo binocolo. In quel mentre si spensero le luci. Spicc• nel buio il bianco riverbero che saliva dall'orchestra e vi sorse la scarna figura di Max Nieberl, direttore, lo specialista di musiche mo- derne. Se mai nella sala si trovavano quella sera, degli uomini, timorosi o inquieti, certo la musica di Grossgemuth, le smanie del Tetrarca, gli impetuosi e quasi ininterrotti in- terventi del coro appollaiato come un branco di corvi su una specie di rupe conica (le sue invettive piombavano come cateratte sul pubblico, facendolo spesso sobbalzare) le scene allucinate, non erano certo fatte per rasserenarli. S¡, c'era dell'energia, ma a quale prezzo. Strumenti, suo- natori, coro, cantanti, massa di ballo (che era di scena quasi sempre per minuziose esplicazioni mimiche, mentre i protagonisti 5i muovevano di rado) direttore e perfino spettatori erano sottoposti al massimo sforzo che si potesse pretendere da loro. Al termine della prima parte l'applause esplose non tanto a scopo di consenso quanto per il co- mune bisogno fisico di sfogare la tensione. La meravigliosa sala vibrava tutta. Alla terza chiamata comparve tra gli interpreti la torreggiante sagoma di Grossgemuth il quale rispondeva con brevissimi e quasi stentati sorrisi, piegando ritmicamente il capo. Claudio Cottes si ricord• dei tre lu- gubri signori e, continuando a battere le mani, alzo gli occhi a guardarli: erano ancora l..., immobili e inerti come prima, non si erano spostati di un millimetro, non applau- divano, non parlavano, non sembravano neanche persone vive. Che fossero dei manichini? Restarono nella stessa po- sizione anche quando la maggior parte della gente si fu riversata nel ridotto. Appunto durante il primo intervallo le voci che fuori, nella citt..., stesse covando una specie di rivoluzione, si fe- cero strada in mezzo al pubblico. Anche qui esse procedet- tero in sordina, a poco a poco, grazie ad un istintivo ritegno della gente. N‚ riuscirono certo a sopraffare le accese di- scussioni sull'opera di Grossgemuth a cui il vecchio Cottes prese parte, senza esprimere giudizi, con scherzosi com- menti in meneghino. Suon• infine il campanello per an- nunciare la fine dell'ent1'acte. Avviatosi gi£ per la scala dalla parte del Museo teatrale, Cottes si trov• fianco a fianco con un conoscente di cui non ricordava il nome e il quale, accortosi di lui, gli sorrise con espressione astuta. aBene, caro maestro ¯ disse (r) sono proprio contento di vederla, avevo appunto desiderio di dirle una cosa... ¯ Par- lava adagio con pronuncia molto affettata. Intanto scen- devano. Ci fu un ingorgo, per un istante furono sepa- rati. (r) Ah eccola ¯ riprese il conoscente quando si ritrova- rono vicini (r) dove mai era sparito? Sa che per un momento ho creduto che lei fosse sparito sottoterra ?... Come Don Giovanni! ¯ E gli parve di aver trovato un accostamento molto spiritoso perch‚ si mise a ridere di gusto; e non fi- niva mai. Era un signore scialbo, dall'aspetto incerto, un intellettuale di buona famiglia andato al meno, si sarebbe detto a giudicare dallo smoking di taglio sorpassato, dalla camicia floscia di dubbia freschezza, dalle unghie listate di grigio. Imbarazzato, il vecchio Cottes attendeva. Erano giun- ti quasi in fondo. (r) Bene ¯ riprese, circospetto, il conoscente incontrato chis- s... dove (r) lei deve promettermi di considerare ci• che le dir• come una comunicazione confidenziale... confidenzia- le, mi spiego ?... Non s'immagini insomma cose che non ci sono... Non le venga in mente di considerarmi, corne dire?, di considerarmi un rappresentante officioso... un por- tavoce, questo Š il termine oggi usato, vero? ¯ (r) S¡, s¡ ¯ disse il Cottes, sentendo rinascere l'identico ma- lessere provato nell'incontro con Bombassei, per• ancora pi£ acuto (r) s¡... Ma le assicuro che non capisco niente... ¯ Suon• il secondo campanello di avvertimento. Erano nel corridoio che corre, a sinistra, di fianco alla platea. Sta- vano per imbucare la scaletta che porta alle poltrone. Qui lo strano signore si ferm•. (r) Ora devo lasciarla ¯ disse. (r) Io non sono in platea... Ebbene... baster... le dica questo: suo figlio, il musicista... sarebbe forse meglio... un po' pi£ di prudenza, ecco... non Š pi£ un ragazzino, vero, maestro ?... Ma vada, vada, che hanno gi... spento... E io ho parlato perfino troppo, sa? ¯ Rise, chin• il capo senza dare la mano, se ne and• svelto, quasi correndo, s--l tappeto rosso del corridoio deserto. Meccanicamente il vecchio Cottes s'inoltr• nella sala gi... buia, chiese scusa, raggiunse il suo posto. In lui era il tumulto. Che cosa stava combinando quel pazzo di Ar- duino ? Sembrava che tutta Milano lo sapesse mentre lui, padre, non riusciva neanche a immaginarlo. E chi era que- sto signore misterioso? Dove gli era stato presentato? Sen- za successo si sforzava di ricordare le circostanze della prima conoscenza. Gli parve di poter escludere gli ambienti ¡nusicali. Dove allora? Forse all'estero? In qualche albergo durante la villeggiatura ? No, assolutamente non riusciva a ricordare. Intanto, sulla scena, avanzava con mosse da biscia la provocante Martha Witt, in nudit... barbariche, a incarnare la Paura, o cosa del genere, che entrava nel pa- lazzo del Tetrarca. Come Dio volle si giunse anche al secondo entr'acte. Non appena si accesero le luci il vecchio Cottes cerc• intorno, ansiosamente, il signore di prima. Lo avrebbe interpellato, si sarebbe fatto spiegare; una motivazione non gli poteva essere rifiutata. Ma l'uomo non si vedeva. Alla fine, singo- larmente attratto, il suo sguardo pos• sul palco dei tre tipi tenebrosi. Non erano pi£ tre, ce n'era un quarto che si teneva un poco indietro, inmoking questi, per• squalli- do anche lui. Uno .moking di taglio sorpassato (adesso Cot- tes non esit• a guardare col binocolo) una camica floscia di dubbia freschezza. E a differenza degli altri tre, rideva, il nuovo venuto, con espressione astuta. Un brivido corse per la schiena del maestro Cottes. Si volse al professor Ferro, come chi, sprofondando nel- l'acqua, afferra senza badare il primo sostegno che si offre. (r) Scusi, professore ¯ domand• con precipitazione (r) mi sa dire chi sono quei brutti tipi in quel palco, l... in terza fila, subito a sinistra di quella signora in viola? ¯ (r) Quei negromanti? ¯ fece ridendo il pediatra (r) ma Š lo Stato Maggiore ! lo Stato Maggiore pressoch‚ al comple- T' (r) Stato Maggiore? Che Stato Maggiore? ¯ Il Ferro sembrava divertito: (r) Almeno lei, maestro, vive sempre nelle nuvole. Beato lei ¯. (r) Che Stato Maggiore? ¯ insistette il Cottes impazientito. (r) Ma dei Morzi, benedetto Iddio! ¯ (r) Dei Morzi? ¯ fece eco il vecchio, assalito da pensieri ancor pi£ foschi. I Morzi, nome tremendo Lui Cottes non era pro n‚ contro, non se ne intendeva, non aveva mai voluto interessarsene, sapeva solo che erano pericolosi, che era meglio non stuzzicarli. E quello sciagurato di Ar- duino gli si era messo contro, se ne era tirato addosso l'ini- micizia. Non c'erano altre spiegazioni. Di politica, di in- trighi si occupava dunque quel ragazzo senza cervello in- vece di mettere un po' di senso comune nelle sue musiche. Padre indulgente s¡, discreto, comprensivo quanto si voleva; ma all'indomani si sarebbe fatto perdio sentire ! Rischiare di rovinarsi per una smania idiota! Nello stesso tempo ri- nunci• all'idea di interpellare il signore di poco prima. Capiva che sarebbe stato inutile, se non dannoso. Gente che non scherzava i Morzi. Bont... loro se avevano avuto la finezza di metterlo sull'avviso. Si guard• alle spalle. Aveva la sensazione che tutta la sala lo fissasse, disappro- vando. Brutti tipi i Morzi. E potenti. Inafferrabili. Perch‚ andarli a provocare? Si riscosse con fatica. (r) Maestro, non si sente bene? ¯ gli chiedeva il prof. Ferro. (r) Come?... Perch‚... ¯ rispose tornando progressivamente a galla. (r) L'ho visto diventare pallido... Alle volte succede con questo caldo... Mi scusi... ¯ Lui disse: (r) Anzi... la ringrazio... ho avuto infatti un colpo di stanchezza... Eh, sont vecc! ¯. Si raddrizzo, avvian- losi all'uscita. E come al mattino il primo raggio del sole cancella gli incubi che per tutta notte hanno ossessionato l'uomo, cos¡, tra i marmi del ridotto, lo spettacolo di tutta quell'umanit... ricca, piena di salute, elegante, profumata e viva, trasse il vecchio artista dall'ombra in cui la rivela- zione lo aveva fatto sprofondare. Deciso a distrarsi, si av- vicin• a un gruppetto di critici che stavano discutendo. (r) In ogni caso ¯ diceva uno (r) i cori restano, non si pu• negare. ¯ (r) I cori stanno alla musica ¯ fece un secondo (r) come le teste di vecchio stanno alla pittura. Si fa presto a raggiun- gere l'effetto, ma dell'effetto non si diffida mai abbastanza. ¯ (r) Bene ¯ disse un collega noto per il suo candore. (r) Ma di questo passo ?... La musica di adesso non cerca effetti, non Š frivola, non Š passionale, non Š orecchiabile, non Š istintiva, non Š facile, non Š plateale, tutto benissimo. Ma mi sa dire che cosa rimane? ¯ Cottes pens• alle musi- che del figlio. Fu un gran successo. E molto dubbio che in tutta la Scala ci fosse uno a cui la musica della St)age piacesse sin- ceramente. Ma c'era nella generalit... il desiderio di mo- strarsi all'alteza della situazione, di figurare all'avanguar- dia. In questo senso una specie di gara si accese tacitamente a superarsi. E poi, quando con tutto l'impegno ci si mette all'agguato di una musica per scoprirne ogni possibile bel- lezza, genialit... inventia, riposto significato, allora l'auto- suggestione lavora senza limiti. Inoltre: quando mai, con le opere moderne, ci si era divertiti? Si sapeva in partenza che i nuovi capiscuola rifuggono dal divertire. Goffaggine lmperdonabile pretenderlo da loro. Per chi chiedeva di di- vertirsi non c'era il variet..., non c'erano i "luna park" sui bastioni ? Quella stessa esasperazione nervosa a cui porta- vano l'orchestra di Grossgemuth, le voci tese sempre al massimO registro e specialmente i cori martellanti, non era del resto da buttar via. Sia pure brutalmente, il pubblico in un certo senso era stato commosso, come negarlo ? La smania che si accumulava negli spettatori e li costringeva, appena fattosi silenzio, a battere le mani, a gridare bra- vo, ad agitarsi, non era un fior di risultato per un musi- cista ? Il vero entusiasmo fu per• dovuto all'ultima, lunga, in- calzante scena dell "oratorio", quando i soldati di Erode irruppero in Betlemme alla ricerca dei bambini e le madri glieli contesero sulla soglia delle case finch‚ quelli ebbero il sopravvento e allora il cielo si oscur•, e un accordo altis- simo di trombe, dal fondo del palcoscenico, annunci• la salvezza del Signore. Bisogna dire che scenografo, figuri- nista e soprattutto Johan Monclar, autore della coreografia e ispiratore di tutto l'allestimento scenico, erano riusciti ad evitare possibili interpretazioni dubbie: il quasi scandalo successo a Parigi li aveva messi in guardia. Cosicch‚ Ero- de non che assomigliasse a Hitler ma certo aveva un deciso aspetto nordico ricordando pi£ Siegfried che il padrone della Galilea. E i suoi armati, specialmente per la forma dell'elmo, non permettevano di certo equivoci. (r) Ma sta ch¡ ¯ disse Cottes (r) L'Š minga la reggia d'Erode. Ghe do- veven scriv su Oberkommandantur! ¯ I quadri scenici parvero molto belli. Di effetto irresi- stibile, come si Š detto, fu l'ultima tragica danza dei mas- sacratori e delle madri, mentre dalla sua rupe smaniava il coro. Il trucco, per cos¡ dire, di Monclar (non nuovissimo del resto) fu di estrema semplicit.... I soldati erano tutti neri compreso il volto; le madri tutte bianche; e i bambini erano rappresentati da certi pupi fatti al tornio (su disegno, c'era scritto sul programma, dello scultore Ballarin) di co- lore rosso vivo, tirati a lucido e per questo loro fulgore emozionanti. Le successive composizioni e scomposizioni di quei tre elementi, bianco, nero e rosso, sullo sfondo vio- laceo del paese, precipitanti in un ritmo sempre pi£ af- fannato, furono interrotte pi£ volte dagli applausi. (r) Guar- da Grossgemuth com'Š raggiante ¯ esclam• una signora dietro a Cottes quando l'autore venne alla ribalta. (r) Bella forza! ¯ ribatt‚ lui. (r) El gha on crapon ch'el par on spe(r)! ¯ Il celebre compositore era infatti calvo (o rasato?) come un uovo. Il palco dei Morzi in terza fila era gi... vuoto. In questa atmosfera di soddisfazione, mentre la maggior parte del pubblico se n'andava a casa, la crŠme afflu¡ rapi- damente nel ridotto per il ricevimento. Sontuosi vasi di ortensie bianche e rosa erano stati collocati negli angoli della lucente sala, che prima, durante gli intervalli, non si eran visti. Alle due porte stavano a ricevere gli ospiti da una parte il direttore artistico, maestro Rossi-Dani, dal- l'altra il sovrintendente dottor Hirsch, con la brutta ma garbata moglie. Poco dietro a loro, perch‚ amava far sen- tire la sua presenza ma nello stesso tempo non voleva ostentare un'autorit... che non le apparteneva ufficialmente, la signora Portalacqua, chiamata pi£ frequentemente "don- na Clara", chiacchierava col venerando maestro Corallo. Gi... segretaria e braccio destro, molti anni prima, del mae- stro Tarra, allora direttore artistico, la Portalacqua, rima- sta vedova a meno di trent'anni, ricca di casa, imparentata con la miglior borghesia industriale di Milano, era riu- scita a farsi considerare indispensabile anche dopo che il Tarra era defunto. Aveva naturalmente dei nemici i quali la definivano un'intrigante anche essi per• pronti a os- sequiarla se l'incontravano. Bench‚ probabilmente non ce ne fosse alcun motivo, era temuta. I successivi direttori ar- tistici e i sovrintendenti avevano subito intuito il van- taggio di tenersela buona. La interpellavano quando c'era da formare il cartellone, la consultavano sulla scelta degli interpreti e quando con le autorit... e con gli artisti nasceva qualche grana era sempre lei chiamata a districarla; dove, bisogna dire, era bravissima. Del resto, per salvar le forme, da anni immemorabili, donna Clara era consigliera dell'En- te autonomo: un seggio praticamente vitalizio che nessuno si era mai sognato di insidiare. Un solo sovrintendente, creato dal fascismo, il comm. Mancuso, ottima pasta d'uo- mo ma sproweduto nella navigazione della vita, aveva cer- cato di metterla da parte; dopo tre mesi, non si sa come, fu sostituito. Donna Clara era una donna bruttina, piccola, magra, in- significante nell'aspetto, trasandata nel vestire. Una frattura del femore sofferta in giovent£ per una caduta da cavallo l'aveva lasciata un poco zoppa (donde il nomignolo di "diavola zoppa" nel clan avversario). Dopo pochi minuti sorprendeva per• liintelligenza che illuminava la sua fac- cia. Pi£ d'uno, bench‚ sembri strano, se ne era innamorato Adesso, a oltre sessant'anni, anche per quella specie di pre- stigio che le dava l'et..., vedeva affermarsi come non mai il suo potere. In realt... sovrintendente e direttore erano poco pi£ che dei funzionari a lei subordinati; ma sapeva mano- vrare con tanto tatlo che quelli non se n'accorgevano, anzi erano illusi di essere nel teatro poco meno che dei dit- tatori. La gente entrava a fiotti. Uomini celebri e rispettati, ru- scelli di sangue blu, toilettes giunte fresche da Parigi, gio- ielli celebri, bocche, spalle e seni a cui anche gli occhi pi£ morigerati norsi rifiutavano. Ma insieme entrava ci• che fino allora era soltanto balenato fuggevolmente tra la folla, eco remota e non credibile, senza ferirla: entrava la paura. Le varie e difformi voci avevano finito per incontrarsi e, confermandosi a vicenda, per fare presa. Qua e l... si bisbi- gliava, confidenze all'orecchio, risolini scettici, esclamazioni incredule di quelli che voltavano tutto in una burla. In quel mentre, seguito dagli interpreti, comparve nella sala Grossgemuth. Ci furono, in francese, le presentazioni al- quanto laboriose. Poi il musicista, con l'indifferenza di prarn- matica, fu guidato verso il bulfel. Al fianco gli era donna Clara. Come succede in questi casi, lc- conoscenze di lingue este- re furono messe a dura prova. (r)Un chef-d'oeuvre, v‚ritablement, #n vrai chef-d'oeuvre!¯ continuava a ripetere il dott. Hirsch, sovrintendente, napole- tano nonostante il nome, e sembrava non sapesse dire al- tro. Anche Grossgemuth, sebbene stabilito da decenni in Delfinato, non si mostrava troppo disinvolto: e il suo ac- cento gutturale rendeva ancora pi£ diffficile la comprensio- ne. A sua volta il direttore d'orchestra, maestro Nieberl, pu- re tedesco, di francese ne sapeva poco. Ci volle un po' di tempo prima che la conversazione si avviasse sui suoi bi- nari. Unica consolazione per i pi£ galanti: la sorpresa che Martha Witt, la danzatrice di Brema, parlasse discretamen- te l'italiano, anzi con un curioso accento bolognese. Mentre i camerieri sgusciavano tra la folla con vassoi di spumante e pasticcini, i gruppi si formarono. Grossgemuth parlava sottovoce con la segretaria di cose, pareva, molto importanti. (r) Je parie d'avoir apercu Lenotre ¯ le diceva (r) Etes-vous bien s#re qu'il n'y soit pas? ¯ Lenotre era il critico musi- cale del Le Monde che lo aveva stroncato malamente alla "prima" di Parigi; se questa sera fosse stato presente signi- ficava per lui, Grossgemuth, una formidabile rivincita. Ma monsieur Lenotre non c'era. (r) A quelle heure pourra-t-on lire le Corriere della Sera ? ¯ chiedeva ancora il caposcuola con la sfrontatezza propria dei grandi, a donna Clara. (r) C'est le journal qui a le plus 1'autorit‚ en Italie n'est-ce-pas, Madame? ¯ (r) Au moins on le dit ¯ rispose sorridendo donna Clara. (r)Mais jusqu'... demain matin... ¯ (r) On le fait pandant la nuit, n'est-ce pas, Madame? ¯ (r) Oui, il parait le matin. Mais je crois vous donner la certit#de que ce sera une espŠce de pan‚gyrique. On m'a levers‚. ¯ (r) Oh, bien,ca serait trop, je pense. ¯ Cerc• di escogi- tare un complimento (r) Madame, cette soir‚e a la grandeur, et le bonheur aussi, de certains reves... Et, ... propos, je me rappelle un autre journal... Ie Messaro, si je ne me trompe pas... ¯ (r) Le Messaro ? ¯ Donna Clara non capiva. (r) Peut-etre le Messaggero? ¯ sugger¡ il dott. Hirsch. (r) Oui, oui, le Messaggero je voulais dire... ¯ (r) Mais c'est ... Rome, le Messaggero! ¯ (r) 11 a envoy‚ tout de meme son critique ¯ annunci• uno che purtroppo nessuno conosceva con tono di trionfo; poi pronunci• la frase restata celebre e di cui il solo Grossge- muth parve non afferrare la bellezza. (r) Maintenant il est derriŠre ... t‚l‚phoner son reportage! ¯ (r) Ah, merci bien. J'aurais envie de le voir, demain, ce Messaggero ¯, fece Grossgemuth chinandosi verso la se- gretaria; e spieg•: (r)AprŠs tout c'est un journal de Rome, vous comprenez? ¯. Qui il direttore artistico comparve offrendo a Grossge- muth, a nome dell'Ente autonomo della Scala, una meda- glia d'oro incisa con la data e il titolo dell'opera, in un astuccio di raso blu. Seguirono le consuete proteste del fe- steggiato, i ringraziamenti, per qualche istante il gigantesco musicista parve proprio commosso, poi l'astuccio fu passato alla segretaria. La quale apr¡ per ammirare, sorrise estasia- ta, sussurr• al maestro: (r) Epatant! Maisca, je m'y connais, c'est du vermeil ! ¯ . La massa degli invitati si interessava d'altro. Una diversa strage e non quella degli innocenti li preoccupava. Che si prevedesse un'azione dei Morzi non era pi£ il segreto di pochi bene informati. La voce, a forza di girare, aveva or- mai raggiunto anche coloro che erano soliti stare nella lu- na, come il maestro Claudio Cottes. Ma in fondo, per dire la verit..., non molti ci credevano. (r) Anche in questo mese la polizia Š stata rinforzata. Sono pi£ di ventimila agenti nella sola citt.... E poi i carabinieri... E poi l'esercito... ¯ Di- cevano. (r)L'esercito! Ma chi ci garantisce che cosa far... la truppa al momento buono? Se ci fosse l'ordine di aprire il fuoco, sparerebbero? ¯ (r) Io ho parlato proprio l'altro gior- no col generale De Matteis. Lui dice che pu• rispondere del morale delle truppe... Certo che le armi non sono adat- te... ¯ (r) Adatte a che cosa? ¯ (r) Adatte alle operazioni di ordine pubblico... Ci vorrebbero pi£ bombe lacrimogene... e poi diceva che in questi casi non c'era niente di meglio che la cavalleria... Ma dove Š adesso la cavalleria?... Pres- soch‚ innocua, di effetto strepitoso... ¯ (r) Ma senti, caro, non sarebbe meglio andare a casa? ¯ (r) A casa? Perch‚ a casa? Credi che a casa saremmo pi£ sicuri? ¯ (r) Per carit..., signo- ra, adesso non esageriamo. Prima di tutto bisogna vedere se succeder...... e poi, se succeder... sar... questione di domani, domani l'altro... Mai si Š vista una rivoluzione scoppiare nella notte... Ie case chiuse... Ie strade deserte... per la forza pubblica sarebbe come andare a nozae...! ¯ (r) Rivoluzione? Misericordia, hai sentito, Beppe ? . . . Quel signore ha detto che c'Š rivoluzione.. Beppe, dimmi, che cosa faremo?... Ma parla, Beppe, scuotiti... stai l¡ come una mummia! ¯ (r) Ave- te notato? Al terzo atto, nel palco dei Morzi, non c'era pi£ nessuno. ¯ (r) Ma neppure in quello della Questura e della Prefettura, caro mio... e neanche in quelli dell'esercito, neanche le signore... fuga generale... sembrava una parola d'ordine. ¯ (r) Ah, non dormono mica in Prefettura... ci san- no... tra i Morzi ci sono informatori del Governo anche nelle logge periferiche. ¯ E cos¡ via. Ciascuno in cuor suo avrebbe preferito trovarsi a quell'ora in casa sua. D'altra parte non osava andar via. Avevano paura di sentirsi soli, paura del silenzio, di non aver notizie, di aspettare, fumando in letto, l'esplosione delle prime urla. Mentre l..., tra tanta gente conosciuta, in un ambiente estraneo alla politica, con tanti personaggi pieni di autorit..., si sentivano quasi protetti, in terra intoccabile, come se la Scala fosse una sede diplo- matica. Era poi immaginabile che tutto questo vecchio mon- do, lieto, nobile e civile, ancora cos¡ solido, tutti questi uomi- ni d'ingegno, tutte queste donne cos¡ gentili e amanti delle cose buone, possibile che venisse spazzato via d'un colpo? Con mondano cinismo che a lui pareva molto di buon gusto, Teodoro Clissi, I"'Anatole France italiano" come era stato definito trent'anni prima, ben portante, il volto roseo da cherubino vizzo, due baffi grigi fedeli a un mo- dello tramontatissimo di intellettuale, descriveva piacevol- mente, poco pi£ in l..., quello che tutti temevano avvenisse. (r) Prima fase ¯ diceva in finto tono cattedratico, pren- dendo con le dita della mano destra il pollice sinistro come quando si insegna ai bambini la numerazione (r)prima fa- se: occupazione dei cosiddetti centri nevralgici della citt...... e il Cielo non voglia che si sia gi... a buon punto ¯, con- sult• ridendo l'orologio a polso. (r) Seconda fase, cari si- gnori miei: prelevamento degli elementi ostili... ¯ (r) Dio mio ¯ scapp• detto a Mari£ Gabrielli, la moglie del finanziere. (r) I miei piccoli, soli, a casa! ¯ (r) Niente piccoli, cara signora, non abbia paura ¯ fece Clissi. (r) Questa Š caccia- grossa: niente bambini, soltanto adulti, e bene sviluppati! ¯ Rise della facezia. (r) E poi a casa non hai la nurse? ¯ esclam• la bella Ketti Introzzi, oca come al solito. Intervenne una voce fresca e petulante insieme. (r)Ma scusi, Clissi, le trova proprio spiritose queste sto- rie? ¯ Era Liselore Bini, forse la giovane signora pi£ brillante di Milano, simpatica ugualmente per la faccia piena di vita e per la sincerit... senza freni, quale danno soltanto o gran- de spirito o forte superiorit... sociale. (r) Ecco ¯ disse il romanziere, un po' interdetto, sempre scherzando. (r) Trovo opportuno instradare queste dame ver- so la novit... che... ¯ (r) Scusi, sa?, Clissi, ma mi risponda: farebbe qui, stasera, questi dlscorsl, se lei non si sentisse assicurato? ¯ (r) Perch‚ assicurato ? ¯ (r) Oh, Clissi, non mi costringa a dire quello che tutti sanno. Del resto, perch‚ rimproverarla se lei ha dei buoni amici anche tra, come dire, anche tra i rivoluzionari?... An- zi, ha fatto bene, benissimo. Forse tra poco lo constate- remo... Lo sa bene anche lei di poter contare sull'esonero... ¯ (r) Che esonero? Che esonero? ¯ disse lui impallidito. (r)Diamine! L'esonero dal muro! ¯ E gli volt• le spalle tra le soffocate risa dei presenti. Il gruppo si divise. Clissi rest• pressoch‚ solo. Gli altri fecero circolo poco pi£ in l..., intorno a Liselore. Come se quello fosse una specie di bivacco, l'ultimo disperato bi- vacco del suo mondo, la Bini si accoccol• languidamente a terra, spiegazzando tra i mozziconi di sigaretta e le chiazze di champagne la toilette di Balmain costata a occhio e croce duecentomila lire. E vivamente polemizzo con un accusa- tore immaginario, prendendo le difese della sua classe. Ma siccome non c'era alcuno che la contraddicesse, aveva l'im- pressione di non essere capita bene, e infantilmente si ac- caniva, alzando il capo agli amici rimasti in piedi. (r) Sanno o non sanno i sacrifici che si sono fatti? Sanno o no che non abbiamo pi£ un soldo in banca ?... I gioielli ! Ecco, gioielli! ¯ e faceva l'atto di sfilare un braccialetto d'oro con un topazio di due etti. (r) Bella roba! quand'anche des- simo la chincaglieria, che cosa si risolverebbe?... No, non Š per questo ¯ la voce si faceva prossima al pianto. (r) E proprio perch‚ odiano le nostre facce... Non sopportano che ci sia gente civile... non sopportano che noi non puz- ziamo come loro... ecco la "nuova giustizia" che vogliono quei porci !... ¯ (r) Prudenza, Liselore ¯ disse un giovanotto. (r)Non si sa mai chi ci sta a sentire. ¯ (r) Prudenza un corno! Credi che non sappia che mio ma- rito ed io siamo i primi nella lista? Prudenza anche ci vor- rebbe ? Ne abbiamo avuta troppa di prudenza, questo il guaio. E adesso forse... ¯ si interruppe. (r) Be', Š meglio che la smetta. ¯ L'unico tra tutti, a perdere subito la testa, era stato pro- prio il maestro Claudio Cottes. Come un esploratore, per fare un paragone di vecchio stampo, che, costeggiata a gran distanza, per non aver noie, la plaga dei cannibali, dopo parecchi giorni di continuo viaggio per terre sicure, quan- do ormai non ci si pensa pi£, vede spuntare dai cespugli dietro la sua tenda, a centinaia, i giavellotti dei niam niam e scorge, di tra i rami, brillare fameliche pupille, cos¡ il vecchio pianista trem• alla notizia che i Morzi entravano in azione. Tutto era piombato su di lui nello spazio di poche ore: il primo disagio premonitore per la telefona- ta, le ambigue parole del Bombassei, il monito del proble- matico signore e adesso la catastrofe imminente. Quell'im- becille di Arduino ! Se succedeva un patatrac i Morzi lo avrebbero sistemato tra i primissimi. E ormai era troppo tardi per rimediare. Poi per consolarsi si diceva: "Ma se il signore di poco fa mi ha avvertito, non Š buon segno? Non significa che contro Arduino ci sono soltanto dei so- spetti ? Gi..." interveniva dentro di lui una voce opposta "perch‚ nelle insurrezioni si guarda tanto per il sottile! E come escludere che l'avvertimento sia stato fatto proprio questa sera, a scopo di pura malvagit..., non essendoci pi£ per Arduino il tempo di salvarsi?". Fuori di s‚, il vecchio passava da gruppo a gruppo, nervosamente, il volto an- sioso, nella speranza di raccogliere qualche notizia tran- quillizzante. Ma di buone notizie non ce n'erano. Abituato a vederlo sempre gioviale e di lingua lesta, gli amici si me- ravigliavano che fosse cos¡ stravolto. Ma avevano da pen- sare abbastanza ai propri casi per preoccuparsi di quell'in- noNo vecchio, proprio di lui che non aveva motivo di temere nulla. Cos¡ vagando, pur di appoggiarsi a qualche cosa che gli desse sollievo, trangugiava distrattamente, uno dopo l'altro, i bicchieri di spumante che i camerieri offrivano senza risparmio. E si aggravava la confusione in testa. Finch‚ gli venne in mente la risoluzione pi£ semplice. E si meravigli• di non averci pensato prima: tornare a ca- sa, avvertire il figlio, farlo nascondere in qualche apparta- mento. Di amici disposti ad ospitarlo certo non mancava- no. Guard• l'orologio: le una e dieci. Si avvi• verso la scala. Ma a pochi passi dalla porta fu fermato. (r) Dove va, mae- stro benedetto, a quest'ora? E perch‚ ha quella faccia? Non si sente bene? ¯ Era nientemeno che donna Clara, stacca- tasi dal gruppo pi£ autorevole e ferma l..., presso l'uscita, insieme con un giovanotto. (r) Oh, donna Clara ¯ fece Cottes riprendendosi. (r) E do- ve pensa che possa andare a un'ora simile? Alla mia et...? Vado a casa, naturalmente. ¯ (r) Senta, maestro ¯ e qui la Passalacqua prese un tono di stretta confidenza. (r) Dia retta a me: aspetti ancora un poco. Meglio non uscire... Fuori c'Š qualche movimento, mi capisce ? ¯ (r) Come, hanno gi... cominciato? ¯ (r) Non si spaventi, caro maestro. Non c'Š pericolo. Tu Nanni vuoi accompagnare il maestro a prendere un cor- diale? ¯ Nanni era il figlio del maestro Gibelli, compositore, suo vecchio amico. Mentre donna Clara si allontanava per fer- mare altri all'uscita, il giovanotto, accompagnando il Cottes al bu'ffet, lo mise al corrente. Pochi minuti prima era arri- vato l'avvocato Frigerio, uno sempre informatissimo, intrin- seco del fratello del prefetto. Era corso alla Scala per av- vertire che nessuno si muovesse. I Morzi si erano concen- trati in vari punti della periferia e stavano per affluire in centro La Prefettura era gi... praticamente circondata. Di- versi reparti della polizia si trovavano isolati e privi di au- tomezzi. Insomma si era alle strette. Uscire dalla Scala, per di pi£ in abito da sera, non era consigliabile. Meglio aspet- tare l.... Certo i Morzi non sarebbero venuti a invadere il teatro. Il nuovo annuncio, passato di bocca in bocca, con sor- prendente rapidit..., fece sugli invitati un tremendo effetto. Non era pi£, dunque, il tempo di scherzare. Il brusio si spense, una certa animazione rimase solo intorno a Gross- gemuth, non sapendosi come s¡stemarlo. Sua moglie, stan- ca, gia da un'ora aveva raggiunto in automobile l'albergo. Come adesso accompagnare lui per le strade gi... presumi- bilmente invase dal tumulto? S¡, era un artista, un vecchio uno straniero. Perch‚ avrebbero dovuto minacciarlo ? Ma era pur sempre un rischio. L'albergo era lontano, di fronte alla stazione. Forse dargli una scorta d'agenti? Sarebbe sta- to probabilmente peggio. A Hirsch venne un'idea: (r) Senta, donna Clara. Se si po- tesse trovare qualche pezzo grosso dei Morzi... Non ne ha visti qui?... Sarebbe un salvacondotto proprio ideale. ¯ (r) Eh gi... ¯ assent¡ donna Clara, e meditava. (r) ... Ma s¡ ma sa che Š un'idea stupenda ?... E siamo fortunati... Ne ho intravisto UllO pOCO fa. Non proprio grosso calibro, ma sempre un deputato. Lajanni, voglio dire... Ma s¡, ma s¡, vado a vedere subito. ¯ Questo on. Lajanni era un uomo scialbo e dimesso nel vestire Aveva quella sera uno rmoking di taglio sorpas- sato, una camicia di freschezza dubbia, le unghie delle ma- ni contornate da strisce grigie. Per lo pi£ incaricato di svol- gere vertenze agrarie, veniva a Milano raramente e pochi lo conoscevano di vista. Fino allora, del resto, invece di correre al buffet se n'era andato solo soletto a visitare il Museo teatrale. Tornando nel ridotto pochi minuti prima, sl era seduto su un sof... in disparte, fumando una siga- retta Nazionale. Donna Clara gli and• diritta incontro. Lui si lev• in piedi. (r) Dica la verit..., onorevole ¯ fece la Passalacqua senza preamboli. (r) Dica la verit...: lei Š qui a farci la guardia? ¯ (r) La guardia? Proprio? E perch‚ mai? ¯ esclam• il de- putato alzando le sopracciglia a indicar stupore. (r) Me lo domanda? Sapr... pur qualcosa, lei che Š dei Morzi ! ¯ (r) Oh, se Š per questo... certo che qualcosa so... E lo sa- pevo anche da prima, per essere sincero... S¡, conoscevo il piano di battaglia, purtroppo. i> Donna Clara, senza rilevare quel "purtroppo", continu• decisa: (r) Senta, onorevole, capisco che pu• sembrarle un poco comico, ma ci troviamo in una situazione imbaraz- zante. Grossgemuth Š stanco, ha voglia di dormire, e noi non sappiamo come fargli raggiungere l'albergo. Capisce ? per le strade c'Š agitazione... Non si sa mai... un malinte- so... un incidente... c un momento... D'altra parte come fare a spiegargli la difficolt...? Mi parrebbe poco simpatico, con uno straniero ? E poi ¯ Lajanni la interruppe: (r) Insomma, se non vado errato, si vorrebbe che lo accompagnassi io, che lo coprissi con la mia autorit..., vero? Ah, ah... ¯. Scoppi• a ridere in modo tale che donna Clara rest• di stucco. Sghignazzava racendo dei cenni con la mano destra come a dire che lui capiva, s¡, era villano ridere cos¡, chiedeva scusa, era mortificato, ma il caso era rroppo divertente. Fin che riprese fiato e si splego. (r) L'ultimo, egregia signora! ¯ fece col suo accento ma- nierato, ancora scosso dai singulti del riso. (r) Sa che cosa vuol dir l'ultimo ? L'ultimo di quanti sono qui alla Scala, comprese le maschere - i camerieri... L'ultimo che possa proteggere il bravo Grossgemuth, L'ultimo son proprio io... La mia autorit...? Questa Š mag¡1ifica! Ma sa lei chi i Morzi farebbero fuori per primo, di quanti sono qui presenti ? Lo sa lei?... ¯ E aspettava la risposta. (r)Non saprei... ¯ disse donna Clara. (r) Il sottoscritto, signora egregia ! Proprio con me rego- lerebbero il conto con assoluta precedenza. ¯ (r) Sarebbe come dire caduto in disgrazia? ¯ fece lei che non le mandava a dire. (r) Precisamente, ecco. ¯ (r) E cos¡ di colpo? Proprio stasera? ¯ (r) S¡. Cose che succedono. Esattamente tra il secondo e il terz'atto, nel corso di una breve discussione. Ma penso che la meditassero da mesi. ¯ (r) Be', almeno lei non ha perso il buon umore... ¯ (r) Oh, noialtri ! ¯ spieg• in tono amaro. (r) Noi siamo sem- pre pronti al peggio... la nostra abitudine mentale... Guai, se no... ¯ (r) Bene. L'ambasceria Š andata a vuoto, pare. Mi scusi... e tanti auguri, se crede il caso... ¯ aggiunse donna Clara volgendo indietro il capo perch‚ gi... si allontanava. (r) Nien- te da fare ¯ annunci• poi al sovrintendente. (r) L'onorevole non conta pi£ di quel che si dice un fico secco... Non si dia pensiero... arossgemuth ci penso io... ¯ Da una certa distanza, quasi in silenzio, gli invitati ave- vano seguito l'incontro e colto a volo alcune frasi. N‚ al- cuno sgran• gli occhi quanto il vecchio Cottes: colui che ora gli indicavano come l'on. Lajanni altri non era se non il signore misterioso che gli aveva parlato di Arduino. Il colloquio di donna Clara e la sua disinvoltura col de- putato dei Morzi, il fatto inoltre che ad accompagnare Grossgemuth attraverso la citt... andasse proprio lei, ebbero moltlssiml commenti. C'era dunque del vero, si pens•, in quello che si andava mormorando da parecchio tempo: don- na Clara trescava coi Morzi. Con l'aria di tenersi fuori della pohtica, si destreggiava tra l'una e l'altra parte. Logico del resto, conoscendosi che donna fosse. Era verosimile che don- na Clara, per restare in sella, non avesse preveduto ogni ipo- tesi e non Si fosse procurata anche tra i Morzi le amicizie sufficienti ? Molte signore erano indignate. Gli uomini in- vece si mostravano propensi a compatirla. Ma la partenza di Grossgemuth con la Passalacqua, dando fine al ricevimento, accentu• l'orgasmo generale. Ogni pre- testo mondano per rimanere era esaurito. La finzione cade- va. Sete, d‚collet‚s, marsine, gioielli, tutto l'armamentario della festa ebbero di colpo l'amaro squallore delle maschere a carnevale terminato allorch‚ la pesante vita di tutti i giorni si riaffaccia. Ma stavolta non c'era dinanzi la quaresima, qualcosa di ben pi£ temibile stava in attesa al traguardo della prossima mattina. Un gruppo usc¡ sulla terrazza a vedere. La piazza era de- serta, le automobili stavano assopite, nere come non mal, abbandonate. E gli autisti? Dormivano invisibili, sui divani postericri? O anch'essi erano fuggiti per partecipare alla ri- volta ? Ma i globi della luce risplendevano regolarmente, tutto dormiva, si tendeva le orecchie per avvertire un lon- tano rombo che si avvicinasse, eco di tumulti, spari, rombo di carriaggi. Non si udiva niente. (r) Ma siamo matti ? ¯ grid• uno. (r) Ci pensate se vedono tutta questa luminaria? Uno specchietto per chiamarli ! ¯ Rientrarono, loro stessi chiusero le imposte esterne, mentre qualcuno andava a cercare l'elet- tricista. Poco dopo i grandi lampadari del ridotto si spen- sero. Le "maschere" portarono una dozzina di candelieri e li deposero per terra. Anche questo grav• sugli animi come un malaugurio. Stanchi, uomini e donne, perch‚ i divani erano pochi, co- minciaronO a sedersi in terra, dopo avere disteso i sopra- biti per non sporcarsi. Dinanzi a uno studiolo, presso il Mu- seo, dove c'era un telefono, si form• una coda. Pure Cottes aspett• il turno, per tentare almeno questo: che Arduino fosse avvertito del pericolo. Nessuno pi£ intorno a lui scher- zava, nessunO ricordava pi£ la Strage e Grossgemuth. Aspett• almeno tre quarti d'ora. Come si trov• solo nello ' stanzino (qui non essendoci finestre, la luce elettrica era accesa) sbagli• due volte a formare il numero perch‚ gli tre- mavano le mani. Finalmente ud¡ il segnale di linea libera. Gli parve suono amico, voce rassicurante di casa sua. Ma perch‚ nessuno rispondeva? Che ancora Arduino non fosse rientrato? Eppure le due erano passate. E se i Morzi lo aves- sero gi... preso? Stentava a reprimere l'affanno. Dio, perch‚ nessuno rispondeva? Ah, finalmente. (r) Pronto, pronto ¯ era la voce assonnata di Arduino. (r) Chi Š, Cristo, a quest'ora? ¯ (r) Pronto, pronto ¯ disse il padre. Ma immediatamente si pent¡. Quanto meglio se avesse taciuto: percn‚ in questo istante gli venne in mente che la linea potesse essere con- trollata. Che cosa dirgli adesso? Consigliarlo a fuggire? Spie- gargh che cosa stava succedendo ? E se quelli stavano in ascolto ? Cerc• un pretesto indifferente. Per esempio, che venisse subito alla Scala per combinare un concerto di musiche sue. No, perch‚ a Arduino sarebbe toccato uscire. Un pretesto banale, allora? Dirgli che aveva dimenticato il portafogli e che era in pensiero? Peggio. Il figlio non avrebbe saputo ci• che occorreva e i Morzi, che certo ascoltavano, si sarebbero insospettiti . (r) Senti, senti... ¯ disse per guadagnare tempo. Forse l'uni- ca era dirgli di aver dimenticato la chiave del portello: sola giustificazione plausibile e innocente di una telefonata cos¡ tarda. (r) Senti ¯ ripet‚ (r) ho dimenticato le chiavi di casa. Tra venti minuti sar• dabbasso. ¯ Lo prese un'onda di terrore E se Arduino fosse sceso ad aspettarlo e uscito per la strada? Forse qualcuno era stato spedito a prelevarlo e stazion iva nella via. (r)No, no ¯ rettific• (r) aspetta a scendere che io sia arri- vato. Mi sentirai fischiettare. ¯ Che idiota, si disse ancora questo Š insegnare ai Morzi il sistema pi£ facile per cattu- rarlo. (r) Sentimi bene ¯ disse (r) sentimi bene... non scendere fin che mi sentirai fischiettare il motivo della Sinfonia romani- ca... Lo conosci, vero?.. Siamo intesi. Mi raccomando. ¯ Tronc• il contatto per evitare domande pericolose. Che razza di pasticcio aveva combinato? Arduino ancora all'oscu- ro del pericolo, i Morzi messi sul chi vive. Forse qualche musicologo, tra di loro, ci poteva essere che conoscesse la Sinf onia convenuta. Forse, arrivando, egli avrebbe trovato nella via i nemici in attesa. Pi£ stupidamente di cos¡ non avrebbe potuto agire. Telefonargli di nuovo, allora, e parlar chiaro? Ma in quel mentre l'uscio si socchiuse, si affacci• il volto apprensivo di una ragazzina. Cottes usc¡ asciugandosi il sudore. In ridotto, alle fioche luci, trov• aggravata l'aria di disfa- cimento. Signore rattrappite e freddolose, strette l'una di fianco all'altra sui divani, sospiravano. Molte si erano tolti i gioielli pi£ vistosi riponendoli nelle borsette, altre, la- vorando dinanzi alle specchiere, avevano ridotto la petti- natura a forme meno provocanti, altre si erano curiosamente acconciate con le mantelline e i veli s¡ da parere quasi delle penitenti. (r) Ma Š spaventosa questa attesa, meglio fi- nirla in qualsiasi modo. ¯ (r)No, questa non ci voleva... e io che pareva che me la sentissi... Proprio oggi si doveva partire per Tremezzo, poi Giorgio ha detto ma Š un pec- cato perdere la prima di Grossgemuth, io gli dico ma lass£ ci aspettano, be' non importa dice lui con una telefonata rimediamo, no non mi sentivo, adesso anche l'emicrania... mia povera testa... ¯ (r) Oh te, scusa, non lamentarti, te li la- sceranno in pace, te non sei compromessa... ¯ (r) Sa che Francesco, il mio giardiniere, dice di averle viste coi suoi occhi, le liste nere?... E dei Morzi, lui... dice che sono pi£ di quarantamila nomi nella sola Milano. ¯ (r) Dio mio, pos- sibile una tale infamia?... ¯ (r) Ci sono notizie nuove? ¯ (r) No, non si sa niente. ¯ (r) Arriva gente ? ¯ (r) No, dicevo che non si sa niente. ¯ Qualcuna tiene le mani giunte come per caso e sta pregando, qualcuna bisbiglia fitto fitto nel- l'orecchio dell'amica senza interruzione, come presa da una frenesia. E poi uomini distesi a terra, molti senza scarpe, i colletti slacciati, le cravatte bianche penzolanti, fumano, sbadigliano, ronfano, discutono a voce bassa, scrivono chissa cosa con matite d'oro sul risvolto del programma. Quattro cinque, gli occhi agli interstizi delle persiane, fanno da sentinella, pronti a segnalare novit... all'esterno. E in un angolo, solo, L'on. Lajanni, pallido, un po' curvo, gli occhi sbarrati, che fuma Nazionali. Ma durante l'assenza del Cottes la situazione degli asse- diati si era cristallizzata in modo strano. Poco prima ch'egli andasse a telefonare, fu visto l'ing. Clementi, il proprietario delle rubinetterie, trattenersi col sovrintendente Hirsch e poi trarlo in disparte. Confabulando, si avviarono verso il Museo teatrale e qui, al buio, rimasero vari minuti. Poi l'Hirsch ricomparve nel ridotto, mormor• qualche cosa suc- cessivamente a quattro persone, le quali lo seguirono: era- no lo scrittore Clissi, la soprano Borri, un certo Prosdocimi, commerciante in tessuti e il giovane conte Martoni. Il grup- petto raggiunse l'ing. Clementi ch'era rimasto di l..., al buio, e si form• una specie di conciliabolo. Una "masche- ra", senza dare spiegazioni venne quindi a prendere uno dei candelieri dal ridotto e lo port• nella saletta del Mu- seo dove quelli si erano ritirati. Il movimento, dapprima inosservato, dest• la curiosit..., anzi l'allarme; bastava poco a insospettire, in quello stato d'animo. Qualcuno, con l'aria di capitare l... per caso, and• a dare un'occhiata; di questi non tutti fecero ritorno nel ridotto. Infatti l'Hirsch e il Clementi, a seconda dei volti che si affacciavano alla porta della saletta, sospendevano la discussione oppure invitavano ad entrare in forma assai obbligante. In poco tempo il gruppo dei secessionisti rag- giunse la trentina. Non fu difficile capire, conoscendo i tipi. Clementi, Hirsch e compagni tentavano di far parte a 5‚, di schie- rarsi anticipatamente dalla parte dei Morzi, di far capire che non avevano niente da spartire con tutti quei marci ricconi rimasti nel ridotto. Di alcuni gi... si sapeva che in occasioni precedenti, pi£ per paura probabilmente che per sincera convinzione, si erano mostrati teneri o indulgenti verso la potente setta. Dell'ing. Clementi, pur di mentalit... dispotica e padronale, non ci si meravigli•, sapendosi che uno dei suoi figli, degenere, occupava addirittura un posto di comando nelle file dei Morzi. Poco prima lo si era vi- sto, il padre, entrare nello sgabuzzino del telefono e quelli che aspettavano di fuori avevano dovuto pazientare pi£ di un quarto d'ora; si suppose che, vistosi in pericolo, Cle- menti avesse chiesto per telefono aiuto al figlio e costui, non volendo esporsi personalmente, gli avesse consigliato di agire subito per conto suo: riunendo una specie di co- mitato favorevole ai Morzi, quasi una giunta rivoluzionaria della Scala, che i Morzi poi, arrivando, avrebbero tacita- mente riconosciuto e, quel che pi£ importa, risparmiato. Dopo tutto, not• qualcuno, il sangue non era acqua. Ma per parecchi altri secessionisti c'era da sbalordire. Erano tipici campioni della categoria sopra tutte aborrita dai Morzi, proprio ad essi o per lo meno a gente come loro potevano imputarsi molti dei guai che ai Morzi troppo spesso offrivano facili spunti di propaganda o agitazione. Eccoli adesso schierarsi all'improvviso dalla parte dei ne- mici, rinnegando tutto il passato oltre ai discorsi tenuti fino a pochi minuti prima. Evidentemente da tempo trescavano nel campo avversario, non badando a spese, per garantirsi una scappatoia al momento buono; ma di nascosto, per interposta persona, cos¡ da non perdere la faccia nel mondo elegante ch'essi frequentavano. Venuta infine l'ora del pe- ricolo, si erano affrettati a rivelarsi, incuranti di salvare le apparenze andassero pure all'inferno le relazioni, le no- bili amicizie, il posto in societ..., adesso si trattava della vita. La manovra, se all'inizio procedette in sordina, ben pre- sto prefer¡ manifestarsi chiaramente, proprio allo scopo di definire le rispettive posizioni. Nella saletta del Museo ven- ne riaccesa la luce elettrica e spalancata la finestra affinch‚ di fuori si vedesse bene e i Morzi, arrivando in piazza, ca- ú pissero subito di avere lass£ dei sicuri amici. Rientrato dunque nel ridotto, il maestro Cottes si accorse della novit..., notando il bianco riverbero che, rimandato di specchio in specchio, veniva dal Museo e udendo l'eco del- la discussione che vi si svolgeva. Per• non ne capiva le ragioni. Perche nel Museo avevano riacceso la luce e nel ridotto no ? Che stava succedendo ? (r) E che cosa fanno quelli di l... ? ¯ domand• infine ad alta voce. (r) Che cosa fanno? ¯ grid• con la sua simpatica vocetta Liselore Bini accoccolata a terra, la schiena contro il fianco del marito. (r) Beati gli innocenti, caro maestro !... Hanno fondato la cellula scaligera, quei machiavelli. Non hanno perso tempo. Si affretti, maestro, pochi minuti ancora e poi le iscrizioni si chiudono. Brava gente, sa?... Ci hanno informato che faranno di tutto per salvarci... Adesso si spartiscono la torta, legiferano, ci hanno autorizzato a riac- cendere le luci... vada a vederli, maestro, che vale la pe- na... Sono carini sa?... Grossi, luridi maiali! ¯ alz• la vo- ce (r) ... giuro che, se non succede niente... ¯ (r) Su, Liselore, calmati ¯ le disse il marito che a occhi chiusi sorrideva, divertendosi come se tutta quella fosse un'avventura sportiva di nuovo genere. (r) E donna Clara? ¯ chiese Cottes, sentendo confondersi le idee. (r) Ah, sempre all'altezza, la zoppetta!... Ha scelto la so- luzione pi£ geniale, anche se pi£ faticosa... Donna Clara cammina. Cammina, capisce ? Passeggia in su e in gi£.. . due parole di qua due parole di l... e cos¡ via, comunque vadano le cose lei Š a posto... non si sbilancia... non si pro- nuncia... non si siede... un po' di qua un po' di l...... fa la spola... Ia nostra impareggiabile presidentessa! ¯ Era la verit.... Tornata dall'aver condotto Grossgemuth all'albergo, Clara Passalacqua ancora dominava, diiden- dosi imparzialmente tra i due partiti. E per questo fingeva di ignorare lo scopo di quel convegno a parte, quasi fosse un capriccio di invitati. Ma ci• la costringeva a non fer- marsi mai perch‚ fermarsi equivaleva a una scelta impe- gnativa. Passava e ripassava cercando di incoraggiare le donne pi£ abbattute, provvedeva nuovi sedili e con molta intelligenza promosse un secondo abbondante turno di rin- fresco. Lei stessa girava zoppicando coi vassoi e con le bottiglie, tanto da ottenere in entrambi i campi un successo personale. (r) Pss, pss... ¯ chiam• in quel mentre una delle vedette appostate dietro le persiane, e fece segno verso la piaza. Sei sette corsero a vedere. Lungo la Banca Commercia- le, proveniente da via Case Rotte, avanzava un cane: un bastardo, pareva, e a testa bassa, rasente il muro, scompar- ve gi£ per via Manzoni. (r) E per chi ci hai chiamati, per un cane? ¯ (r) Mah... io pensavo che dietro il cane... ¯ Cos¡ la condizione degli assediati stava per diventar grot- tesca. Fuori, le strade vuote, il silenzio, L'assoluta pace, al- meno in apparenza. Qui dentro, una visione di disfatta: decine e decine di persone ricche, stimate e potenti che, rassegnate, sopportavano quella specie di vergogna per un rischio non ancora dimostrato. Passando le ore, se crescevano la stanchezza e l'intorpi- dimento delle membra, ad alcuni per• si snebbi• la testa. Era ben strano, se i Morzi avevano scatenato l'offensiva, che in piazza della Scala non fosse arrivata ancora neanche una staffetta. E sarebbe stato amaro patire tanta paura gra- tis. Verso il gruppo dove si trovavano le signore pi£ di riguardo, al lume tremolante delle candele ecco avanzare, una coppa di spumante nella destra, L'avvocato Cosenz, un d¡ celebre per le sue conquiste e ancora considerato, da alcune vecchie dame, uomo pericoloso. (r) Sentite, cari amici ¯ declam• con voce insinuante (r) pu• darsi, dico pu• darsi che domani sera molti di noi qui pre- senti si trovino, uso un eufemismo, in una condizione cri- tica... ¯ (qui una pausa) (r) Ma pu• anche darsi, n‚ sappia- mo quale delle due ipotesi sia pi£ attendibile, pu• darsi che domani sera tutta Milano si smascelli dalle risa pen- sando a noi. Un momento. Non mi interrompete... Valutia- mo serenamente i fatti. Che cosa ci fa credere che il peri- colo sia cos¡ vicino ? Enumeriamo i sintomi. Primo: la scomparsa al terzo atto dei Morzi, del prefetto, del que- store, dei rappresentanti militari. Ma chi pu• escludere, mi sia perdonata la bestemmia, che fossero stufi della musica? Secondo le voci, giunte da diverse parti, che stesse per scoppiare una rivolta. Terzo, e sarebbe il fatto pi£ grave: le notizie che si dice, ripeto si dice, abbia portato il mio benemerito collega Frigerio; il quale per• se ne Š andato subito dopo e deve anzi avere fatto un apparizione molto breve se quasi nessuno di noi l ha visto. Non importa. Am- mettiamo pure: Frigerio ha detto che i Morzi avevano iniziato l occupazione della citt..., che la Prefettura era as- sediata eccetera... Io chiedo: ma da chi Frigerio ha avuto, all'una di notte, queste informazioni? Possibile che notizie cos¡ riservate gli siano state trasmesse a tarda notte? E da chi ? E per quale motivo ? Intanto, qui nei dintorni non si Š notato, e sono ormai le tre passate, nessun sintomo so- spetto. N‚ si sono uditi rumori di alcun genere. Insomma, c'Š da restare per lo meno in dubbio. ¯ (r) E perch‚ al telefono nessuno riesce ad aver notizie? ¯ (r) Giusto ¯ prosegu¡ Cosenz, dopo aver inghiottito un sorso dihampagne. (r) Quarto elemento preoccupante Š, per cos¡ dire, la sordit... telefonica. Chi ha tentato di co- municare con la Prefettura e la Questura dice di non es- serci riuscito o per lo meno di non aver potuto avere in- formazioni. Ebbene, se voi foste un funzionario e all'una di notte una voce sconosciuta o incerta vi chiedesse come vanno le cose pubbliche, dico, rispondereste? Questo, no- tate bene, mentre Š in corso una fase politica di estrema delicatezza. Anche i giornali, Š vero, sono stati reticenti... Vari amici delle redazioni sono stati sulle generali. Uno, il Bertini, del Corriere, mi ha risposto testualmente: "Fi- nora qui non si sa niente di preciso. "E di non preciso?" ho chiesto io. Ha risposto: "Di non preciso c Š che non si capisce niente. Ho insistito: "Ma voi siete preoccupati ?" Lui ha risposto: "Non direi, almeno fino adesso". ¯ Respir•. Tutti lo ascoltavano con la voglia matta di poter approvare il suo ottimismo. Il fumo delle sigarette ristagnava, con un incerto odore misto di traspirazione uma- na e di profumi. Un'eco di voci concitate arriv• alla porta del Museo. (r) Per concludere ¯ disse Cosenz (r) circa le notizie telefo- niche, o meglio le mancate notizie, non mi sembra che ci sia troppo da allarmarsi. Probabilmente anche ai giornali non si sa molto. E significa che la temuta rivoluzione, se c'Š, non si Š ancora ben delineata. Ve lo immaginate che i Morzi, padroni della citt..., lascino uscire il Corriere della Sera? ¯ Due tre risero, nel silenzio generale. (r) Non Š finita Quinto elemento preoccupante potrebbe essere la secessione di quelli l... ¯ e fece un cenno verso il Museo. (r) Andiamo: volete che siano cos¡ imbecilli da com- prometterSi tanto apertamente senza la sicurezza matema- tica che i Morzi riusciranno ? Per• mi sono anche detto: nel caso che la rivolta abortisse, ammessa la rivolta, di pre- testi buoni per giustificare quel complotto in separata sede non ci sar... penuria. Figuratevi, avranno solo l'imbarazzo della scelta: tentativo di mimetizzazione, per esempio, tat- tica del doppio gioco, premure per l'avvenire della Scala e cos¡ via... Statemi a sentire: quelli l..., domani... ¯ Ebbe un attimo di incertezza. Rest• col braccio sinistro levato senza finire. In quel brevissimo silenzio, da una lon- tananza che era difficile valutare, giunse un boato: rombo di un'esplosione che rintron• nel cuore dei presenti. (r) Ges£, Ges£ ¯ gemette Mari£ Gabrielli gettandosi in ginocchio. (r) I miei bambini! ¯ (r) Han cominciato! ¯ grid• un'altra istericamente. (r) Calma, calma, non Š successo nien- te! Non fate le donnette! ¯ intervenne Liselore Bini. Allora si fece avanti il maestro Cottes. Stralunato in vol- to, il soprabito gettato sulle spalle, le mani aggrappate ai risvolti della marsina, fiss• negli occhi l'avvocato Cosenz. E annunci• solennemente: (r) lo vado ¯. (r) Dove, dove va ? ¯ fecero insieme parecchie voci, con indefinibili speranze. (r) A casa, vado. Dove volete mai che vada? Qua io non ci resisto. ¯ E mosse in direzione dell'uscita. Ma barcolla- va, si sarebbe detto ubriaco fradicio. (r) Proprio adesso ? Ma no, ma no, aspetti ! Tra poco Š mattino! ¯ gli gridarono dietro. Fu inutile. Due gli fecero strada con le candele fin dabbasso dove un portiere inson- nolito gli aperse senza obiezioni. (r)Telefoni ¯ fu l'ultima raccomandazione. Il Cottes si incammin• senza rispondere. Su, nel ridotto, corsero ai finestroni, spiando dalle fes- sure delle imposte. Che sarebbe successo ? Videro il vec- chio attraversare i binari del tram; a passi goffi, quasi in- cespicando, puntare all'aiola centrale della piazza. Sorpass• la prima fila di automobili ferme, procedette nella zona sgombra. All'improvviso stramazz• di schianto in avanti, come se gli avessero dato uno spintone. Ma oltre a lui non si vedeva nella piazza anima viva. Si ud¡ il tonfo. Rest• disteso sull'asfalto, le braccia tese, a faccia in gi£. Da lon- tano pareva un gigantesco scarafaggio spiaccicato. A chi vide, venne a mancare il fiato. Restarono l..., im- bambolati dallo spavento, senza una parola. Poi sorse un grido orribile di donna: (r) Lo hanno accoppato! ¯. La piazza stava immobile. Dalle macchine in attesa nes- suno usc¡ in aiuto del vecchio pianista. Tutto sembrava morto. E, sopra, il peso di un incubo immenso. (r) Gli hanno sparato. Ho sentito il colpo ¯ disse uno. (r) Macch‚, sar... stato il rumore della caduta. ¯ (r) Ho sentito il colpo, giuro. Pistola automatica, me ne intendo. ¯ Nessuno contraddisse. Restarono cos¡, chi seduto fuman- do per disperazione, chi abbandonato in terra, chi incol- lato alle imposte per spiare. Sentivano il destino che avan- zava: concentrico, dalle porte della citt... verso di loro. Finch‚ un barlume vago di luce grigia cal• sui palazzi addormentati. Un solitario ciclista pass• cigolando. Si ud¡ un fragore simile a quello dei tram lontani. Quindi nella piazza spunt• un ometto curvo spingendo un carrettino. Con calma estrema, partendo dall'imbocco di via Marino, L'ometto cominci• a spazzare. Bravo! Bastarono pochi colpi di ramazza. Scopando le carte e la sporcizia, egli scopava insieme la paura. Ecco un altro ciclista, un operaio a piedi, un camioncino. Milano si svegliava a poco a poco. Niente era successo. Scosso finalmente dallo spazzino, il maestro Cottes soffiando si rimise in piedi, trasecolato guar- d• intorno, raccolse il soprabito da terra, si affrett• dor.do- lando verso casa. E nel ridotto, L'alba filtrando da!le persiane, si vide en- trare, a passi quieti e silenziosi, la vecchia fioraia. Un'appa- rizi0ne Pareva si fosse vestita e incipriata allora allora per una serata inaugurale, la notte era passata su di lei senza sfiorarla: L'abito lungo fino a terra di tulle nero, il velo nero, le nere ombre intorno agli occhi, colmo di fiori il cestellino Pass• in mezzo alla livida assemblea- e col suo sorriso malinconico porse a Liselore Bini una gardenia, in- tatta IL BORGHESE STREGATO Giuseppe Gaspari, commerciante in cereali; di 44 anni, ar- riv• un giorno d'estate al paese di montagna dove sua moglie e le bambine erano in villeggiatura. Appena giun- to, dopo colazione, quasi tutti gli altri essendo andati a dormire, egli usc¡ da solo a fare una passeggiata. Incamminatosi per una ripida mulattiera che saliva alla montagna, si guardava intorno a osservare il paesaggio. Ma, nonostante il sole, provava un senso di delusione. Ave- va sperato che il posto fosse in una romantica valle con boschi di pini e di larici, recinta da grandi pareti. Era in- vece una valle di prealpi chiusa da cime tozze, a panettone, che parevano desolate e torve. Un posto da cacciatori, pen- s• il Gaspari, rimpiangendo di non esser potuto mai vi- vere, neppure per pochi giorni, in una di quelle valli, im- magini di felicit... umana, sovrastate da fantastiche rupi, dove candidi alberghi a forma di castello stanno alla soglia di foreste antiche, cariche di leggende. E con amarezza con- siderava come tutta la sua vita fosse stata cos¡: niente in fondo gli era mancato ma ogni cosa sempre inferiore al de- siderio, una via di mezo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia. Intanto era salito un buon tratto e, voltatosi indietro, stup¡ di vedere il paese, L'albergo, il campo da tennis, gi... cos¡ piccoli e lontani. Stava per riprendere il cammino quan- do, di l... di un basso costone, ud¡ alcune voci. Per curiosit... lasci• allora la mulattiera e, facendosi strada tra i cespugli, raggiunse la schiena della ripa. L... dietro, sottratto agli sguardi di chi seguiva la via normale, si apriva un selvatico valloncello, dai fianchi di terra rossa, ripidi e crollanti. Qua e l... un macigno che affiorava, un cespu- glietto, i resti secchi di un albero. Una cinquantina di metri pi£ in alto il canalone piegava a sinistra, addentrandosi nel fianco della montagna. Un posto da vipere, rovente di sole, stranamente misterioso. A quella vista egli ebbe una gioia; e non sapeva neanche lui il perch‚. Il valloncello non presentava speciale bellezza. Tuttavia gli aveva ridestato una quantit... di sentimenti for- tissimi, quali da molti anni non provava; come se quelle ripe crollanti, quella abbandonata fossa che si perdeva chis- s... verso quali segreti, le piccole frane bisbiglianti gi£ dalle arse prode, egli le riconoscesse. Tanti anni fa le aveva in- traviste, e quante volte, e che ore stupende erano state; pro- priamente cos¡ erano le magiche terre dei sogni e delle avventure, vagheggiate nel tempo in cui tutto si poteva sperare. Ma, proprio sotto, dietro a un'ingenua siepe di paletti e di rovi, cinque ragazzetti stavano confabulando. Semi- nudi e con strani berretti, fasce, cinture, a simulare vesti esotiche o piratesche. Uno aveva un fucile a molla, di quelli che lanciano un bastoncino, ed era il pi£ grande, sui quattordici anni. Gli altri erano armati di archetti fatti con rami di nocciuolo; da frecce servivano piccoli uncini di legno ricavati dalla biforcazione di ramoscelli. (r) Senti ¯ diceva il pi£ grande, che portava alla fronte tre penne. (r)Non me ne importa niente... a Sisto io non ci penso, a Sisto penserai tu e Gino, in due ce la farete, spero. Basta che facciamo piano, vedrai che li prendiamo di sor- presa. ¯ Il Gaspari, ascoltando i loro discorsi, cap¡ che giocavano ai selvaggi o alla guerra i nemici erano pi£ avanti, asser- ragliati in un ipotetico fortilizio, e Sisto era il loro capo, il pi£ in gamba e temibile. Per impossessarsi del forte i cinque si sarebbero serviti di un'asse, che avevano appunto con loro, lunga circa tre metri; la quale servisse da passe- rella da una sponda all'altra di un fosso o spaccatura (il Gaspari non aveva ben capito) alle spalle del covo nemico. Due sarebbero andati su per il fondo del vallone, simulando un attacco di fronte; gli altri tre alle spalle, valendosi della tavola. In quel mentre uno dei cinque vide, fermo sul ciglio del vallone, il Gaspari, quell'uomo anziano, dalla testa presso- ch‚ calva, la fronte altissima, gli occhi chiari e benevoli. (r) Guarda l... ¯ disse ai compagni, che improvvisamente si tacquero, guardando l'estraneo con diffidenza (r) Buongiorno ¯ disse Giuseppe, in lietissima disposizione di spirito. (r) Stavo a guardarvi... e cos¡, quando andate al- L'assalto? ¯ Ai bambini piacque che l'ignoto signore, anzich‚ sgri- darli, quasi li incoraggiasse. Per• tacquero intimiditi. Una ridicola cosa venne allora in mente a Giuseppe. Balzo gi£ per il valloncello e, affondando i piedi nelle ghiaie sotto di lui frananti, discese a salti verso i ragazzi; i quali si alzarono in piedi. Ma lui disse loro: (r) Mi volete con voi ? Porter• la tavola, per voi Š troppo pesante. ¯ I ragazzi sorrisero leggermente Che cosa voleva quello sconosciuto che mai si era visto nei dintorni? Poi, vedendo la sua faccia simpatica, presero a considerarlo con indul- genza. (r) Ma guarda che lass£ c'Š Sisto ¯ gli disse il pi£ piccolo, per vedere se si spaventava. (r) Ma Š cos¡ terribile Sisto? ¯ (r) Lui vince sempre ¯ rispose il bambino. (r) Mette le dita in faccia, sembra che voglia cavare gli occhi. icattivo lui... ¯ (r) Cattivo? Vedrai che lo prenderemo lo stesso! ¯ fece il Gaspari divertito. Cos¡ mossero. Il Gaspari, aiutato da un altro, sollev• l'asse che pesava molto di pi£ di quanto non avesse pensato. Poi risalirono il canalone, su per i macigni del fondo. I bambini lo guardavano meravigliati. Curioso: non c'era ombra di compatimento in lui, come negli altri uomini grandi quando si degnano di giocare. Pareva proprio facesse sul serio. Finch‚ giunsero al punto dove il valloncello svoltava. Ivi si fermarono e appiattandosi dietro ai sassi sporsero lenta- mente il capo a osservare. Anche Gaspari fece lo stesso, lungo disteso sulle ghiaie, senza preoccuparsi del vestito. Vide allora la rimanente parte del canalone, ancora pi£ singolare e selvaggia. Coni di terra rossa che parevano fra- gilissimi si alzavano attorno, accavallandosi a circo, come guglie di una cattedrale morta. Essi avevano una vaga e inquietante espressione, quasi da secoli fossero rimasti l... immobili, allo scopo di aspettare qualcuno. E in cima ai pi£ alto di essi, che si ergeva nel punto superiore del val- loncello, si vedeva una specie di muricciolo di sassi, e tre quattro teste che spuntavano. (r) Eccoli lass£, li vedi ? ¯ gli bisbigli• uno dei cinque. Lui fece cenno di s¡; ed era perplesso. Breve era lo spa- zio metricamente considerato. Tuttavia per qualche istante egli si chiese come avrebbero fatto ad arrivare lass£, a quella lontanissima rupe sospesa tra le voragini. Sarebbero giunti prima di sera? Ma fu impressione di pochi istanti. Che cosa gli era mai passato per la mente? Ma se era questione di un centinaio di metri! Due dei ragazzi rimasero fermi ad aspettare. Si sarebbero fatti avanti solo al momento opportuno. Gli altri, col Ga- spari, si inerpicarono da un lato, per raggiungere il ciglio del vallone, badando a non farsi vedere. (r) Adagio, non muovere sassi ¯ raccomandava a bassa vo- ce il Gaspari, pi£ ansioso degli altri circa l'esito dell'impresa. a Coraggio, tra poco ci siamo. ¯ Raggiunsero il ciglione, discesero per qualche metro in un valloncello laterale, del tutto insignificante. Quindi ri- presero la salita; portandosi dietro la tavola. Il piano era ben calcolato. Quando si riaffacciarono al vallone, il "fortino" dei selvaggi comparve a una decina di metri da loro, un poco pi£ sotto. Ora bisognava scendere in mezzo ai cespugli e gettare la tavola sopra una stretta spacca- tura. I nemici erano placidamente seduti e tra essi spiccava Sisto, con una specie di criniera in testa; una maschera gial- liccia di cartone, intenzionalmente mostruosa, gli nascon- deva met... faccia. (Ma intanto una nuvola era calata sopra di loro, il sole si era spento, il valloncello aveva preso colore di piombo.) (r) Ci siamo ¯ bisbigli• il Gaspari. (r) Adesso io vado avan- ti con la tavola. ¯ Infatti, tenendo l'asse con le mani, si lasci• lentamente calare in mezzo ai rovi, seguito da presso dai ragazzi. Senza che i selvaggi si accorgessero, essi riuscirono a raggiungere il punto desiderato. Ma qui il Gaspari si ferm•, come assorto (la nube rista- gnava ancora, da lungi si ud¡ un grido lamentoso che asso- migliava a un richiamo). "Che strana storia" pensava "solo due-ore fa ero in albergo, con la moglie e le bambine, seduto a tavola; e adesso in questa terra inesplorata, distan- te migliaia di chilometri, a lottare con dei selvaggi." Il Gaspari guardava. Non c'era pi£ il valloncello adatto ai giochi dei ragazzi, n‚ le mediocri cime a panettone, n‚ la strada che risaliva la valle, n‚ l'albergo, n‚ il rosso cam- po da tennis. Egli vide sotto di s‚ sterminate rupi, diverse da ogni ricordo, che precipitavano senza fine verso maree di foreste, vide pi£ in l... il tremulo riverbero dei deserti e pi£ in l... ancora altre luci, altri confusi segni denotanti il mi- stero del mondo. E qui dinanzi, in cima alla rupe, stava una sinistra bicocca; tetre mura a sghembo la reggevano e i tetti in bilico erano coronati da teschi, candidi per il sole, che sembrava ridessero. Il paese delle maledizioni e dei miti, le intatte solitudini, L'ultima verit... concessa ai nostri sogni ! Una porta di legno, socchiusa (che non esisteva), era co- perta di biechi segni e gemeva ai soffi del vento. Il Gaspari si trovava ormai vicinissimo, a due metri forse. Cominci• ad alzare lentamente la tavola, per lasciarla cadere sull'altra sponda. (r) Tradimento! ¯ grid• nel medesimo istante Sisto, accor- tosi dell'attacco; e balzo in piedi ridendo, armato di un grande archetto. Quando scorse il Gaspari rest• un istante perplesso. Poi trasse di tasca un uncino di legno, innocuo dardo; lo applic• alla corda dell'archetto, prese la mira. Ma, dalla socchiusa porta coperta di oscuri segni (che non esisteva), il Gaspari vide uscire uno stregone, incro- stato di lebbre e di inferno. Lo vide rizzarsi, altissimo, gli sguardi privi di anima, un arco in mano, sorretto da una forza scellerata. Egli lasci• allora andare la tavola, si trasse con spavento indietro. Ma l'altro gi... scoccava il colpo. Colpito al petto, il Gaspari cadde tra i rovi. Ritorn• all'albergo che gi... scendeva la sera. Era sfinito. E si lasci• andare su una panchina, di fianco alla porta di ingresso Gente entrava ed usciva, qualcuno lo salut•, altri non lo riconobbero perch‚ era gi... scuro. Ma lui non badava alla gente, chiuso intensamente in se stesso. E nessuno di quanti passavano si accorgeva che nel mezzo del petto egli portava confitta una freccia. Una asticciola, tornita con perfezione, di un legno apparente- mente durissimo e di colore scuro, sporgeva per circa tren- tacinque centimetri dalla camicia, al centro di una macchia sanguigna Gli sguardi del Gaspari la fissavano con mode- rato orrore, per via di una felicit... curiosa che vi si mesco- lava Egli aveva provato ad estrarla ma faceva troppo male: uncmi laterali dovevano trattenerla dentro alle carni. E dalla ferita ogni tanto gorgogliava ilangue. Lo sentiva colare gi£ per il petto e il ventre, ristagnare nelle pieghe della camicia. Dunque l'ora di Giuseppe Gaspari era giunta, con poetica magnificenza; e crudele. Probabilmente - egli pens• - gli toccava morire. Eppure che vendetta contro la vita, la gente, i discorsi, le facce, mediocri, che l'avevano sempre con- tornato. Che stupenda vendetta Oh, lui adesso non tornava certo dal valloncello domestico a pochi minuti dall'albergo Corona. Bens¡ tornava da remotissima terra, sottratta alle irriverenze umane, regno di sortilegi, pura; e per arrivarci gli altri (non lui) avevano bisogno di attraversare gli oceani e poi avanzare lungo tratto per le inospitali solitudini, con- tro la natura nemica e le debolezze dell'uomo; e poi non era ancora detto che sarebbero giunti. Mentre lui invece... S¡, lui, quarantenne, si era messo a giocare coi bambini, credendoci come loro; solo che nei bambini c'Š una spe- cie di angelica leggerezza; mentre lui ci aveva creduto sul serio, con una fede pesante e rabbiosa, covata, chiss..., per tanti anni ignavi senza saperlo. Cos¡ forte fede che tutto si era fatto vero, il vallone, i selvaggi, il sangue. Egli era entrato nel mondo non pi£ suo delle favole, oltre il confine che a una certa stagione della vita non si pu• impunemente tentare. Aveva detto a una segreta porta apriti, credendo quasi di scherzare, ma la porta si era aperta veramente. Aveva detto selvaggi e cos¡ era stato. Freccia, per gioco, e vera freccia lo faceva morire. Pagava dunque l'arduo incantesimo, il riscatto; era an- dato troppo lontano per poter ritornare; ma in compenso che vendetta per lui. Oh, lo aspettassero per pranzc moglie. figlie, compagni d'albergo, lo aspettassero per il btidge della sera! La pastina in brodo, il manz0 lesso, il giornale radio: c'era da ridere. Lui, uscito dai tenebrosi recessi del mondo! (r) Beppino ¯ chiam• la moglie da una terrazza sovrastante dove erano preparate le tavole all'aperto. Beppino, che cosa fai l... seduto ? E cosa hai fatto fino adesso ? Ancora in calzettoni ? Non vai a cambiarti ? Lo sai che sono passate le otto? Noi abbiamo una fame... ¯ (r) "...amen..." ¯ La sent¡ quella voce il Gaspari? Oppure se n'era gi... troppo discostato? Con la destra fece un cenno vago come per dire che lo lasciassero, facessero a meno di lui, non gliene importava un corno. Perfino sorrise. Ed esprimeva un'acre letizia, bench‚ il respiro stesse cadendo. (r) Ma su, Beppino ¯ gridava la moglie. (r) Ci vuoi fare an- cora aspettare ? Ma cos'hai ? Perch‚ non rispondi ? Si pu• sapere perch‚ non rispondi? ¯ Egli abbass• la testa come per dire di s¡; senza rialzarla. Lui vero uomo, finalmente, non meschino. Eroe, non gi... verme, non confuso con gli altri, pi£ in alto adesso. E solo. La testa pendeva sul petto, come si conveniva alla morte, e le raggelate labbra continuavano a sorridere un poco, significando disprezzo, ti ho vinto miserabile mondo, non mi hai saputo tenere. UNA GOCCIA Una goccia d'acqua sale i gradini della scala. La senti ? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa ? Saltella ? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa pi£ viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpen- dicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravit..., e alla fine fanno un piccolo schiocco, ben noto in tutto il mondo. Questa no: piano piano si innalza lungo la tromba delle scale lettera E dello sterminato casamento. Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a se- gnalarla. Bens¡ una servetta del primo piano, squallida pic- cola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano gi... andati a dormire. Dopo un po' non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona. (r) Signora ¯ sussurr• (r) signora! ¯ (r) Cosa c'Š? ¯ fece la pa- drona riscuotendosi. (r) Cosa succede? ¯ (r) C'Š una goccia, si- gnora, una goccia che vien su per le scale! ¯ (r) Che cosa? ¯ chiese l'altra sbalordita. (r) Una goccia che sale i gradini! ¯ ripet‚ la servetta, e quasi si metteva a piangere. (r) Va, va ¯ imprec• la padrona (r) sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto, vergognosa. un pezzo che al mat- tino manca il vino nella bottiglia! Brutta sporca, se credi... ¯ Ma la ragazetta era fuggita, gi... rincantucciata sotto le co- perte. "Chiss... che cosa le sar... mai saltato in mente, a quella stupida" pensava poi la padrona, in silenzio, avendo or- mai perso il sonno. Ed ascoltando involontariamente la notte che dominava sul mondo, anche lei ud¡ il curioso rumore. Una goccia saliva le scale, positivamente. Gelosa dell'ordine, per un istante la signora pens• di uscire a vedere. Ma che cosa mai avrebbe potuto trovare alla miserabile luce delle lampadine oscurate, pendule dalla ringhiera? Come rintracciare una goccia in piena notte, con quel freddo, lungo le rampe tenebrose? Nei giorni successivi, di famiglia in famiglia, la voce si sparse lentamente e adesso tutti lo sanno nella casa, anche se preferiscono non parlarne, come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. Ora molte orecchie restano tese, nel buio, quando la notte Š scesa a opprimere il genere umano. E chi pensa a una cosa, chi a un'altra. Certe notti la goccia tace Altre volte invece, per lunghe ore non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba pi£ fermare. Battono i cuori allorch‚ il tenero passo sembra toccare la soglia. Meno male, non si Š fermata. Eccola che si allontana, tic, tic, avviandosi al piano di sopra. So di positivo che gli inquilini dell'ammezzato pensano di essere ormai al sicuro. La goccia - essi credono - Š gi... passata davanti alla loro porta, n‚ avr... pi£ occasione di di- sturbarli; altri, ad esempio io che sto al sesto piano, hanno adesso motivi di inquietudine, non pi£ loro. Ma chi gli dice che nelle prossime notti la goccia riprender... il cammi- no dal punto dove era giunta l'ultima volta, o piuttosto non ricomincer... da capo iniziando il viaggio dai primi scalini, umidi sempre, ed oscuri di abbandonate immondi- zie? No, neppure loro possono ritenersi sicuri. Al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia.iente, come era prevedibile, non la pi£ piccola impronta. Al mattino del resto chi prende pi£ questa storia sul serio ? Al sole del mattino l'uomo Š forte, Š un leone, anche se poche ore pri- ma sbigottiva. O che quelli dell'ammezzato abbiano ragione ? Noi del resto, che prima non sentivamo niente e ci si teneva esenti da alcune notti pure noi udiamo qualcosa. La goccia Š an- cora lontana, Š vero. A noi arriva solo un ticchettio legge- rissimo, flebile eco attraverso i muri. Tuttavia Š segno che essa sta salendo e si fa sempre pi£ vicina. Anche il dormire in una camera interna, lontana dalla tromba delle scale, non serve. Meglio sentirlo, il rumore, piuttosto che passare le notti nel dubbio se ci sia o meno. Chi abita in quelle camere riposte talora non riesce a resi- stere, sguscia in silenzio nei corridoi e se ne sta in antica- mera al gelo, dietro la porta, col respiro sospeso, ascol- tando. Se la sente, non osa pi£ allontanarsi, schiavo di in- decifrabili paure. Peggio ancora per• se tutto Š tranquillo: in questo caso come escludere che, appena tornati a coricarsi, proprio allora non cominci il rumore? Che strana vita, dunque. E non poter far reclami, n‚ tentare rimedi, n‚ trovare una spiegazione che sciolga gli anlml. E non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: - domandano con esasperante buona fede - un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora - insistono - sarebbe per caso una allegoria? Si vorrebbe, cos¡ per dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? Niente affatto, signori: Š semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O pi£ sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chi- mere ? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicit...? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente. Oppure i posti pi£ lontani ancora, al confine del mondo ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non Š uno scher- zo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimŠ proprio di una goccia d'acqua, a quanto Š dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perci• si ha paura. 13 LA CANZONE DI GUERRA Il re sollev• il capo dal grande tavolo di lavoro fatto d'ac ciaio e diamanti. (r) Che cosa diavolo cantano i miei soldati? ¯ domand•. Fuori, nella piazza dell'Incoronazione, passavano infatti bat- taglioni e battaglioni in marcia verso la frontiera, e marcian- do cantavano. Lieve era ad essi la vita perch‚ il nemico era gi... in fuga e laggi£ nelle lontane praterie non c'era pi£ da mietere altro che gloria: di cui incoronarsi per il ritorno. E anche il re di riflesso si sentiva in meravigliosa salute e sicuro di s‚. Il mondo stava per essere soggiogato. (r)B la loro canz0ne, Maest... ¯ rispose il primo consi- gliere, anche lui tutto coperto di corazze e di ferro perch‚ questa era la disciplina di guerra. E il re disse: (r) Ma non hanno niente di pi£ allegro? Schroeder ha pur scritto per i miei eserciti dei bellissimi inni. Anch'io li ho sentiti. E sono vere canz0ni da soldati ¯. aChe cosa vuole, Maest...?¯ fece il vecchio consigliere, ancora pi£ curvo sotto il peso delle armi di quanto non sarebbe stato in realt.... (r) I soldati hanno le loro manie, un po' come i bambini. Diamogli i pi£ begli inni del mondo e loro preferiranno sempre le loro canz0ni. ¯ (r) Ma questa non Š una canzone da guerra ¯ disse il re. Si direbbe perfino, quando la cantano, che siano tristi. E non mi pare che ce ne sia il motivo, direi. ¯ (r) Non direi proprio ¯ approv• il consigliere con un sor- riso pieno di lusinghiere allusioni. (r) Ma forse Š soltanto una canz0ne d'amore, non vuol esser altro, probabilmente. (r) E come dicono le parole? ¯ insistette il re. (r) Non ne sono edotto, veramente ¯ rispose il vecchio conte Gustavo. (r) Me le far• riferire. ¯ I battaglioni giunsero alla frontiera di guerra, travolsero spaventosamente il nemico, ingrassandone i territori, il fra- gore delle vittorie dilagava nel mondo, gli scalpitii si per- devano per le pianure sempre pi£ lontano dalle cupole argentee della reggia. E dai loro bivacchi recinti da ignote costellazioni si spandeva sempre il medesimo canto: non allegro, triste, non vittorioso e guerriero bens¡ pieno di amarezza. I soldati erano ben nutriti, portavano panni sof- fici, stivali di cuoio armeno, calde pellicce, e i cavalli ga- loppavano di battaglia in battaglia sempre pi£ lungi, greve il carico solo di colui che trasportava le bandiere nemi- che Ma i generali chiedevano: (r) Che cosa diamine stanno cantando i soldati? Non hanno proprio niente di pi£ alle- gro ? ¯. (r) Sono fatti cos¡, eccellenza ¯ rispondevano sull'attenti quelli dello Stato Maggiore. (r) Ragazzi in gamba, ma han- no le loro fissazioni. ¯ (r) Una fissazione poco brillante ¯ dicevano i generali di malumore. (r) Caspita, sembra che piangano. E che cosa po- trebbero desiderare di pi£ ? Si direbbe che siano malcon- tenti. ¯ Contenti erano invece, uno per uno, i soldati dei reggi- menti nttoriosi. Che cosa potevano infatti desiderare di pi£? Una conquista dopo l'altra, ricco bottino, donne fre- sche da godere, prossimo il ritorno trionfale. La cancella- zione finale del nemico dalla faccia del mondo gi... si leg- geva sulle giovani fronti, belle di forza e di salute. (r) E come dicono le parole? ¯ il generale chiedeva incu- riosito. (r) Ah, le parole! Sono ben delle stupide parole ¯ rispon- devano quelli dello Stato Maggiore, sempre guardinghi e riservati per antica abitudine. (r) Stupide o no, che cosa dicono ? ¯ (r) Esattamente non le conosco, eccellenza ¯ diceva uno. (r) Tu, Diehlem, le sai ? ¯ (r)Le parole di questa canzone? Proprio non saprei. Ma c'Š qui il capitano Marren, certo lui... ¯ (r)Non Š il mio forte, signor colonnello ¯ rispondeva Marren. (r) Potremmo per• chiederlo al maresciallo Peters, se permette... ¯ (r) Su, via, quante inutili storie, scommetterei... ¯ ma il generale prefer¡ non terminare la frase. Un po' emozionato, rigido come uno stecco, i1 mare- sciallo Peters rispondeva al questionario: (r) La prima strofa, eccellenza serenissima, dice cos¡: Per campi e paesi, il tamburo ha suon... e gli anni pass... la via del ritorno, la via del ritorno, nessun sa trov.... E poi viene la seconda strofa che dice: "Per dinde e per donde...". ¯ (r) Come? ¯ fece il generale. (r) "Per dinde e per donde" proprio cos¡, eccellenza sere- nissima. ¯ (r) E che significa "per dinde e per donde" ? ¯ (r) Non saprei, eccellenza serenissima, ma si canta proprio cos¡. ¯ (r) Be', e poi cosa dice? ¯ Per dinde e per donde avanti si va e gli anni pass... dove ti ho lasciata, dove ti ho lasciata, una croce ci sta (r) E poi c'Š la terza strofa, che per• non si canta quasi mai. E dice... ¯ (r) Basta, basta cos¡ ¯ disse il generale, e il maresciallo salut• militarmente. (r) Non mi sembra molto allegra ¯ comment• il generale, come il sottuficiale se ne fu andato. (r) Poco adatta alla guerra, comunque. ¯ (r) Poco adatta invero ¯ confermavano col dovuto dispetto i colonn‚lli degli Stati Maggiori. Ogni sera, al termine dei combattimenti, mentre ancora il terreno fumava, messaggeri veloci venivano spiccati, che volassero a riferire la buona notizia. Le citt... erano imban- dierate, gli uomini si abbracciavano nelle vie, le campane delle chiese suonavano, eppure chi passava di notte attra- verso i quartieri bassi della capitale sentiva qualcuno can- tare, uomini, ragazze, donne, sempre quella stessa canzone venuta su chiss... quando. Era abbastanza triste, effettivamen- te, c'era come dentro molta rassegnazione. Giovani bionde appoggiate al davanzale, la cantavano con smarrimento. Mai nella storia del mondo, per quanto si risalisse nei secoli, si ricordavano vittorie simili, mai eserciti cos¡ for- tunati, generali cos¡ bravi, avanzate cos¡ celeri, mai tante terre conquistate. Anche l'ultimo dei fantaccini alla fine si sarebbe trovato ricco signore, tanta roba c'era da spar- tire. Alle speranze erano stati tolti i confini. Si tripudiava ormai nelie citt..., alla sera, il vino correva fin sulle soglie, i mendicanti danzavano. E tra un boccale e l'altro ci stava bene una canz0ncina, un piccolo coro di amici. (r) Per campi e paesi... ¯ cantavano, compresa la terza strofa. E se nuovi battaglioni attraversavano la piazza dell'Inco- ronazione per dirigersi alla guerra, allora il re sollevava un poco la testa dalle pergamene e dai rescritti, ascoltando, n‚ sapeva spiegarsi perch‚ quel canto gli mettesse addosso il malumore. Ma per i campi e i paesi i reggimenti d'anno in anno avanzavano sempre pi£ lungi, n‚ si decidevano a incam- minarsi finalmente in senso inverso; e perdevano coloro che avevano scommesso sul prossimo arrivo dell'ultima e pi£ felice notizia. Battaglie, vittorie, vittorie, battaglie. Or- mai le armate marciavano in terre incredibilmente lontane, dai nomi difficili che non si riusciva a pronunciare. Finch‚ (di vittoria in vittoria !) venne il giorno che la piazza dell'Incoronazione rimase deserta, le finestre della reggia sprangate, e alle porte della citt... il rombo di strani carriaggi stranieri che si approssimavano; e dagli invinci- bili eserciti erano nate, sulle pianure remotissime, foreste che prima non c'erano, monotone foreste di croci che si perdevano all'orizzonte e nient'altro. Perch‚ non nelle spade, nel fuoco, nell'ira delle cavallerie scatenate era rimasto chiu- so il destino, bens¡ nella sopracitata canz0ne che a re e generalissimi era logicamente parsa poco adatta alla guer- ra. Per anni, con insistenza, attraverso quelle povere note il fato stesso aveva parlato, preannunciando agli uomini ci• ch'era stato deciso. Ma le reggie, i condottieri, i sapienti ministri, sordi come pietre. Nessuno aveva capito; soltanto gli inconsapevoli soldati coronati di cento vittorie, quando marciavano stanchi per le strade della sera, verso la morte, cantando. 14 IL RE A HORM EL-HAGAR Questi i fatti avvenuti in localit... Horm el-Hagar di l... della Valle dei Re, al cantiere per gli scavi del palazzo di Meneftah Il. Il direttore degli scavi, Jean Leclerc, uomo attempato e geniale, ebbe una lettera dal segretario del Servizio delle Antichit... che gli annunciava una visita di riguardo: un illustre archeologo straniero, il conte Mandranico, verso il quale si raccomandavano i maggiori riguardi. Leclerc non ricordava nessun archeologo che si chiamasse Mandranico. L'interessamento del S.d.A. - pens• - anzich‚ da reali meriti, era procurato da qualche alta parentela. Ma non ne fu seccato, tutt'altro. Da dieci giorni era solo, il suo collaboratore essendo partito per le vacanze. L'idea di vedere in quell'eremo una faccia cristiana che si inte- ressasse un poco delle sue vecchie pietre non gli dispiac- que. Da quel signore che era, sped¡ una camionetta fino ad Akhmim per fare provviste e sotto un padiglione di legno da cui si dominava l'intero complesso degli scavi allest¡ una mensa perfino elegante. Sorse quel mattino d'estate, caldo e greve, con le modi- che speranze che accompagnano il nascere del d¡ sui de- serti, e poi si dissolvono nel sole. Proprio il giorno prima, all'estremit... del secondo cortile interno, tra le informi ca- taste delle colonne crollate, era uscita dalla sabbia, dopo molti secoli di buio, una stele con iscrizione di grande in- teresse per ci• che rifletteva il regno, finora rimasto oscuro di Meneftah II. "I re due volte dai nomi del nord e dalle paludi sono venuti a prosternarsi dinanzi al faraone, sua maest..., vita, salute, forza" diceva l'iscrizione alludendo pro- babilmente alla sottomissione di vari signorotti del Basso Nilo gi... ribelli "e sconfitti lo hanno aspettato alla porta del tempio, portavano le parrucche nuove profumate d'olio, in mano tenevano corone di fiori ma gli occhi non sono stati pari alla sua luce, le membra ai suoi comandi, le orec- chie alla sua voce, le parole allo splendore di Meneftah, figlio di Ammone, vita, salute, forza..." La notte precedente, al lume di un petromax, la decifrazione non era andata oltre. Ora, bench‚ Leclerc non desse pi£ l'importanza di una volta alle affermazioni accademiche e alla fama, il ritro- vamento gli aveva procurato una gioia sincera. Guardando a oriente, verso l'invisibile fiume, l... dove la pista auto- mobilistica si perdeva in una prospettiva senza fine di ter- razze rocciose polverulente di sabbie, l'archeologo pregustava la soddisfazione di annunciare all'ospite ignoto la scoperta, proprio come si ama trasmettere al prossimo una buona no- tizia. Vide in quel mentre - non erano ancora le otto - un lontano esile turbine levarsi dall'orizzonte, cadere, rifarsi pi£ alto e consistente, ondeggiare nell'aria immobile e pura. Poi, con un alito di vento che gli mosse i capelli bianchi da artista, giunse anche un ronzio di motore. La macchina dello straniero stava per arrivare. Batt‚ le mani Leclerc e a un paio di fellah accorsi fece segno I due corsero all'ingresso del recinto, aprirono la porta di solide travi Poco dopo l'automobile entrava. Le- clerc not• subito sulla targa, con leggero disappunto, l'in- segna del corpo diplomatico. Fermatasi la macchina quasi dinanzi a lui, ne scese prima un giovanotto stil‚ che Leclerc doveva aver gi... visto da qualche parte al Cairo, poi un altro signore bruno e compunto dall'aria molto seria; infine, con gran fatica - e il Leclerc cap¡ ch'era quello l'ospite - un vecchietto piccolo e segaligno, dalla faccia di tartaruga as- solutamente inespressiva. Sorretto dal signore bruno, il conte Mandranico scese dalla vettura e appoggiandosi a un ba- stoncello mosse verso il cantiere. Fino a quel momento nes- suno pareva essersi accorto del Leclerc il quale tuttavia con la sua decorativa corpulenza e il largo vestito bianco cam- peggiava nella scena. Finalmente il giovanotto per primo si avvicin• annunciando in francese che lui, tenente Afghe Christani della Guardia di Palazzo e il barone Fantin (allu- deva evidentemente al signore bruno), avevano l'onore (chis- s... perch‚ tanta solennit...) di accompagnare Monsieur Le Comte Mandranico a questa visita che "confidiamo sar... del pi£ alto interesse". A questo punto il Leclerc d'un subito riconobbe l'ospite: troppo spesso i giornali egiziani avevano pubblicato la fo- tografia del re straniero che viveva in esilio al Cairo. Ar- cheologo illustre ? Non era una bugia, dopo tutto. Nella sua giovane et... - ricord• l'egittologo - il re aveva dimo- strato spiccato interesse per la etruscologia e ne aveva ap- poggiato gli studi anche ufficialmente. Perci• il Leclerc si fece avanti con un certo impaccio, accenn• a un piccolo inchino, la sua simpatica faccia arross¡ lievemente. L'ospite, sorriso spento, borbott• qualche parola, dando la mano. Quindi le altre presentazioni. Ben presto il Leclerc ritrov• la disinvoltura abituale. (r) Di qua, di qua, signor conte ¯ disse indicando la via (r) Š meglio cominciare il giro subito, prima che faccia troppo caldo. ¯ Con la coda dell'occhio si accorse che il compo- stissimo barone Fantin aveva offerto il braccio al conte; quasi irosamente il vecchio lo aveva per• respinto, awiando- si da solo a piccoli stentati passi Il giovane Christani segui- va da presso con una bianca borsa di pelle sotto il braccio e sorrideva genericamente. Giunsero su un ciglione roccioso, donde sprofondava tra due alte ripe tagliate con meravigliosa precisione un lungo piano inclinato. In fondo si apriva come una larghissima e piatta fossa, a met... della quale un rotto colonnato, terri- bilmente immobile, formava la facciata esterna dell'antica reggia. Spigoli diritti, ombre geometriche, nere occhiaie ret- tangolari di atrii e portali si accavallavano pi£ in l... in ap- parente disordine, rivelando, in cos¡ morto paesaggio, che quello era pure stato il regno dell'uomo. Spiegava il Leclerc, con signorile distacco, le difficolt... dell'impresa. Prima che si iniziassero gli scavi, tutto era se- polto dalle sabbie e dai detriti fin sopra la cima delle colon- ne e del maggiore frontone.Jna montagna di materiale si era perci• dovuta scavare, sollevare, portar via, per un di- slivello in alcuni punti perfino di zo metri, fino a raggiun- gere il piano originario del palazzo. E il lavoro non era che a met.... (r) Ta scianti cencio tan ninciatii levoo...? ¯ domand• con voce chio(r)ia il conte Mandranico, aprendo e chiudendo la bocca in modo curioso. Leclerc non cap¡ una parola. Fulmineo, guard• il serio barone chiedendo aiuto. E il barone doveva essere allena- tissimo a difficolt... del genere perch‚, impassibile, si af- frett• a spiegare: (r) Monsieur le comte desidera sapere da quanto tempo si sono iniziati gli scavi ¯. E c'era nelle pa- role un vago disdegno, come se fosse logico che il vecchio re parlasse in quel modo, e idiota colui che avesse avuto la tentazione di meravigliarsene. a Da sette anni, signor conte ¯ rispose Leclerc, suo mal- grado un poco intimidito (r) e ho avuto il privilegio di inau- gurarli io stesso... Ecco qui, ora ci conviene scendere di qui, Š l'unico punto un po' disagevole ¯ disse, quasi fa- cendo suo l'imbarazzo del decrepito conte dinanzi allo sdruc- ciolo del piano inclinato. Il barone ritent• di offrire il braccio e questa volta non venne respinto; commisurando i suoi passi a quelli del conte si awi• per la discesa. Anche Leclerc rispettosamente avan- z• molto adagio La china era ripida, L'aria sempre pi£ calda, le ombre si accorciavano, l'ospite insigne strascinava un po' la gamba sinistra, impolverandosi la scarpa di pelle bianca, dall'estremit... della fossa giungevano ritmici colpi, come di mazzapicchi. Come furono in fondo, non si videro pi£ le baracche del cantiere, nascoste dal ciglione; ma soltanto gli antichi pietroni, e intorno le alte ripe precipitose, calcinate e cadenti. Verso occidente esse si innalzavano a gradoni formando una vera montagna, anch'essa pi£ che mai nuda, ormai soggio- gata dal sole. Leclerc, cortese, spiegava e il conte Mandranico alzava ogni volta la faccia meccanicamente senza partecipazione, approvando con piccoli cenni; ma si sarebbe detto non ascoltasse. Ecco il colonnato d'ingresso, il troncone di una sfinge androcefala, i minuziosi bassorilievi semicancellati dal tempo, dove si indovinavano figure di deit... e di mo- narchi. Ermetici come montagne gli appiombi delle an- tiche muraglie non rispondevano agli sguardi umani. Lo straniero avvist• allora nel cielo delle nuvole strane che salivano lentamente dal cuore dell'Africa. Erano tron- che di sopra e di sotto, come se un coltello le avesse ta- gliate, e solo ai fianchi ridondavano di molli gorghi spu- mosi. Con infantile curiosit... il conte le addit• col ba- stoncino. (r) Le nuvole del deserto ¯ spieg• Leclerc (r) senza testa n‚ gambe... come se fossero schiacciate tra due coperchi, ve- ro ?... ¯ Il conte stette a fissarle alcuni istanti, dimentico dei fa- raoni, poi vivamente si volse al barone domandando qual- cosa. Il barone dimostr• confusione e si scusava ampia- mente senza perdere la sua compunzione. Si pot‚ capire che il Fantin aveva dimenticato di portare la macchina fo- tografica. Il vecchio non dissimul• la stizza e gli volt• le spalle. Entrarono nella prima corte, in totale rovina. Solo la simmetrica disposizione delle pietre e degli sfasciumi indi- cava approssimativamente dove un tempo si innalzavano i colonnati e le mura. Ma in fondo due massicci piatti tor- rioni dagli spigoli sbiechi, resistevano ancora, collegati da un muro pi£ basso e rientrante, dove si apriva un portale. Era il frontone interno del palazzo e Leclerc fece notare due smisurate figure umane che in bassorilievo occupavano ciascuna delle due pareti: il faraone Meneftah II rappresen- tato nel magnanimo furore della battaglia. Un uomo anziano col tarbusc e una lunga tunica bianca avanz• dall'interno del tempio, avvicinandosi a Leclerc e gli parl• in lingua araba, concitato. Leclerc gli rispondeva scuotendo il capo con un sorriso. (r) Scusi, che cosa dice? ¯ chiese il tenente Christani incu- riosito. (r) E uno degli assistenti ¯ rispose Leclerc (r) un greco, che ne sa ormai pi£ di me, si occupa di scavi da almeno tren- t'anni. ¯ (r) Ma Š successo qualcosa ¯ insistette Christani che aveva afferrato qualche frammento della conversazione. (r) Le loro solite storie ¯ fece Leclerc (r) dice che oggi gli dŠi sono inquieti... dice sempre cos¡ quando le cose non vanno per il loro verso.. c'Š un masso che non riescono a spostare, Š slittato fuori dalle guide, adesso dovranno ri- fare l'argano. ¯ (r) Sono inquieti. eh... eh... ¯ esclam•, non si capiva in che senso, il conte Mandranico, rianimatosi all'improvviso. Passarono nel secondo cortile, anch'esso tutto desolazione e rovina. Solo a destra ciclopici piloni stavano ancora ritti, da cui sporgevano, smozzicate, le sagome di formidabili atlanti. In fondo, una ventina di fellah stavano lavorando e all'apparire dei signori, come presi di frenesia, comincia- fono ad agitarsi, vociando, in una simulazione di intenso zelo. Il re straniero guard• ancora le singolari nubi del de- serto. navigando esse tendevano a raggrupparsi in un nu- volone solo, statico e pesante, che invece non si muoveva. Sulla biancastra cornice della montagna a ovest pass• l'om- bra. Leclerc, ora seguito anche dall'assistente, guid• gli ospiti a destra, in un'ala laterale, L'unico punto dove le strutture fossero in buone condizioni. Era una cappella funeraria, an- cora riparata dal tetto, solo qua e l... sbrecciato. Entrarono nell'ombra. Il conte si tolse lo spesso casco coloniale e il barone fu lesto ad offrirgli un fazzoletto affinch‚ si ter- gesse il sudore. Il sole penetrava dagli interstizi con lamine di ardente luce che battevano qua e l... sui bassorilievi ria- nimandoli. Intorno c'era penombra, silenzio e mistero. Nel- la semioscurit..., ai lati, si intravedevano alte statue, irri- gidite sui troni, alcune decapitate, dalla cintura in gi£, espri- mevano volont... cupa e solenne di imperio. Leclerc ne indic• una, priva di braccia ma dalla testa pressoch‚ intatta. Aveva un muso grifagno e malvagio. Awicinatosi, il conte si accorse ch'era il volto di un uc- cello, solo che il becco si era spezzato. (r) Interessantissima questa statua ¯ disse Leclerc. (r) E il dio Thot. Risale almeno alla dodicesima dinastia e doveva es- sere considerata preziosa se venne trasportata fin qui. I fa- raoni venivano a chiedergli... ¯ si interruppe, rest• immo- bile come tendendo le orecchie. Si udiva infatti, non si ca- piva bene da quale parte, una specie di sordo fruscio. (r)Niente, Š la sabbia, la maledetta sabbia, la nostra ne- mica ¯ riprese Leclerc tornando a rasserenarsi. (r) Ma scusa- temi... dicevano che i re, prima di partire per le guerre, chiedevano consigli a questa statua, una specie di oracolo... se la statua restava immobile la risposta era no... se muo- veva la testa era approvazione... Alle volte queste statue parlavano... chiss... che voce... i re soltanto riuscivano a re- sistere... i re perch‚ anche loro erano dei... ¯ Cos¡ dicendo si volt•, nel vago dubbio di aver commesso una gafe. Ma il conte Mandranico fissava con inaspettato interesse il si- mulacro, tocc• con la punta del bastone il basamento di porfido quasi a saggiarne la consistenza. (r)Den ciarŠ genigiano anteno galli?¯ chiese finalmente con intonazione incredula. (r) Monsieur le comte chiede se i re venivano di persona a interrogarli ¯ tradusse il barone, indovinando che il Le- clerc non aveva afferrato una parola. (r)Precisamente ¯ conferm• soddisfatto l'archeologo, (r) e dicono, dicono almeno, che Thot rispondesse... Ed ecco, ecco qui in fondo la stele di cui vi avevo parlato... vol siete i primi a vederla... ¯ Apr¡ le braccia in un largo gesto, un poco teatrale, rest• cos¡ immobile, di nuovo ascol- tando. Tutti istintivamente tacquero. Il fruscio di prima rodeva intorno, misterioso, come se i secoli assediassero lentamente il santuario cercando di riseppellirlo. Le lame del sole si erano fatte sempre meno oblique, ora scendevano quasi a picco, parallele agli spigoli dei piloni, ma alquanto fioche, quasi il cielo si fosse appannato. Il Leclerc aveva appena cominciato la spiegazione che il barone gett• uno sguardo all'orologio da polso. Le dieci e mezzo. Faceva un caldo d'inferno. (r)Vi ho fatto fare un poco tardi, signori, forse?¯ do- mand• amabilmente Leclerc. (r) Avrei disposto la colazione per le undici e mezzo... ¯ (r) La colazione? ¯ esclam• il conte, in tono secco e final- mente comprensibile, rivolto al Fantin. (r) Ma noi dobbiamo partire... alle 11 al pi£ taddi, al pi£ taddi... ¯ (r)Non avr• dunque l'onore?... ¯ fece Leclerc desolato. Il barone volse la cosa in termini pi£ diplomatici: (r) Sia- mo davvero estremamente grati... davvero commossi... ma impegni... ¯ A malincuore l'egittologo abbrevi• i commenti, rinun- ciarldo a molte importantissime cose che gli erano care. Il BrUppetto ritorn• quindi sui suoi passi. Il sole si era spento, una coltre rossiccia si era stesa nel cielo, atmosfera da pesti- lenze. A un certo punto il conte bisbigli• qualche parola al Fantin, che lo lasci•, precedendolo. Leclerc, pensando che il vecchio avesse voglia di orinare, si avvi• all'uscita con gli altri due. Il conte rimase solo, tra le antiche statue. Uscito intanto dal chiuso, Leclerc esamin• la volta ce- leste: aveva un colore strano. In quel mentre una goccia gli batt‚ su una mano Pioveva. (r) Piove ¯ esclam• (r) da tre anni non si era vista una goc- cia!... Era un brutto segno a quei tempi... se pioveva i fa- raoni rinviavano qualsiasi impresa... ¯ Si volse per comunicare al conte, rimasto indietro nel tempio, L'eccezionale notizia; e lo vide. Stava in piedi di- nanzi alla statua di Thot e parlava. La voce non giungeva fino a lui ma l'archeologo scorgeva distintamente la bocca che si apriva e chiudeva in quel curioso modo da tartaruga. Monologava il signor conte? o veramente interpellava il dio come i remoti faraoni ? Ma che cosa poteva doman- dargli ? Non guerre da poter combattere c'erano pi£ per 1Uj, non leggi da promulgare, n‚ progetti, n‚ sogni. Il suo regno era rimasto di l... dei mari, per sempre perduto. Buono e cattivo della vita era stato speso fino in fondo. Non gli restavano che dei poveri giorni superflui, proprio l'ultimo pezzettino di strada. Quale ostinazione lo teneva dunque perch‚ osasse tentare gli dei ? Oppure, svanito, non rlcordava pi£ che cosa era successo e si immaginava di vi- vere i bei tempi lontani ? O intendeva fare uno scherzo Ma non era il tipo. (r) Signor conte! ¯ grid• Leclerc con improvvisa inquietu- dine. (r) Signor conte, siamo qui... ha cominciato a pio- vere... ¯ Troppo tardi. Dall'interno del tempio usc¡ un suono or- ribile. Leclerc si sbianc• in volto, il barone Fantin arretr• istintivamente di un passo, la borsa bianca scivol• di sotto al braccio del giovane. E le gocce di pioggia cessarono. Un suono di legni cavi rotolanti, o di lugubri tamburi, cos¡ pressappoco dalla cappella di Thot. E poi si ampli• in un mugolo cavernoso, confusamente articolato, simile, ma ancora peggio, al lamento delle cammelle nel parto. C'era dentro una specie di inferno. Il conte Mandranico, fermo, guardava. Non fu visto re- trocedere n‚ accennare la fuga. Il becco mozzo di Thot si era dischiuso formando alla base un ghigno, i due mon- cherini si aprivano e chiudevano bestialmente; tanto pi£ spaventosi perch‚ il resto della statua giaceva immobile, del tutto privo di vita. E dal becco usciva la voce Il dio parlava. Nella quiete, le sue roche maledizioni - perch‚ cos¡ parvero - avevano tetre risonanze. Leclerc non era pi£ capace di muoversi. Un orrore mai conosciuto lo teneva, facendogli saltare il cuore. E il con- te? come il conte poteva resistere? forse perch‚ anche lui era re, invulnerabile dal Verbo come i sepolti faraoni? Ma la voce adesso ondeggiava in borbottii, cedeva, si spense, lasciando un terribile silenzio. Solo allora il vecchio conte si mosse, coi suoi fragili passettini si avvi• all'uscita, non vacillava, non era spaventato. Avvicinatosi a Leclerc che lo fissava inorridito, disse, approvando con cenni del capo: (r) Ingegnoso: proprio ingegnoso... peccato che force la molla si Š rotta... biciognava ciassi tabli cicata... ¯ Stavolta per• il barone non era pronto a tradurre gli ul- timi suoi balbettii. Perhno il barone tacque, sopraffatto da quell'arido vecchio, sordo ai misteri della vita, cos¡ mi- sero da non capire neanche che gli aveva parlato un dio. (r) Ma in nome del cielo ¯ supplic• finalmente Leclerc, col vago presentimento di cose ostili. (r) Ma non ha sentito? ¯ Alzo il capo il grinz0so sovrano con atto autoritario: (r)Cioccheccia! na ciocchezza!¯ (voleva dire sciocchezza?). Poi ancora con improvviso cipiglio: (r) E ponta la macchina? E taddi: taddi... Fantin, cagaia fa? ¯. Sembrava imperma- lito. Leclerc, dominandosi, lo fissava con un sentimento stra- no, tra la costernazione e l'odio. Ma un coro di impreca- zioni esplose all'estremit... degli scavi. I fellah urlavano, im- pazziti e dal fondo del tempio accorreva a precipizio l'as- sistente, vociando. (r) Che dice? che Š successo? ¯ chiese allarmato il Fantin. (r) Una frana ¯ tradusse il giovane Christani (r) uno dei fellah Š rimasto sepolto. ¯ Leclerc strinse i pugni. Perch‚ non se ne andava lo stra- niero? Non ne aveva avuto abbastanza? perch‚ aveva voluto risvegliare gli incantesimi rimasti per millenni addormen- tati ? In realt... se n'andava il conte Mandranico, strascicando la sua gambetta su per il piano inclinato. Nello stesso tem- po Leclerc si accorse che tutt'attorno, dalle bruciate ripe, il deserto si muoveva. Piccole frane smottavano qua e la, silenziosamente, simili a bestie guardinghe. In moto con- centrico colavano gi£ per i valloncelli, canali, fessure, di terrazzo in terrazzo, ora fermandosi, poi riprendendo, stri- sciavano verso il monumento dissepolto. E non c'era un filo di vento. Il rumore dell'auto che si metteva in moto parve per qualche attimo una realt... rassicurante. Commiati e rin- graziamenti furono formali. L'imperterrito conte aveva fret- ta. Non chiese perch‚ i fellah urlassero, non guard• le sab- bie, non si interess• del Leclerc che era molto pallido. La vettura usc¡ dal recinto, scivol• via per la pista tra muli- nelli di polvere, scompane. Rimasto solo sul ciglione, Leclerc ora fissava il suo re- gno. Le sabbie continuavano a franare, tratte gi£ da forza misteriosa. Egli vide anche i fellah lasciare in corsa disor- dinata il palazzo, fuggire spaventati, sparire quasi inespli- cabilmente. L'assistente in gabbana bianca correva di qua e di l..., con irosi richiami, cercando invano di trattenerli. Poi anche lui tacque. Si pot‚ quindi udire la voce del deserto che avanzava: coro sommesso di mille fruscii formicolanti. Gi... una pic- cola colata di sabbia, scivolando gi£ per una scarpata, tocc• il piedistallo della prima colonna, un secondo rigurgito ese- gu¡ poco dopo il seppellimento dell'intero zoccolo. (r) Dio mio ¯ mormor• Leclerc. (r) Dio mio. ¯ LA FINE DEL MONDO Un mattino verso le dieci un pugno immenso comparve nel cielo sopra la citt...; si apr¡ poi lentamente ad artiglio e cos¡ rimase immobile come un immenso baldacchino della malora. Sembrava di pietra e non era pietra, sembrava di carne e non era, pareva anche fatto di nuvola, ma nuvola non era. Era Dio; e la fine del mondo. Un mormorio che poi si fece mugolio e poi urlo, si propag• per i quartieri, finch‚ divenne una voce sola, compatta e terribile, che saliva a picco come una tromba. Luisa e Pietro si trovavano in una piazzetta, tepida a quell'ora di sole, recinta da fantasiosi palazzi e parzial- mente da giardini. Ma in cielo, a un'altezza smisurata era sospesa la mano. Finestre si spalancavano tra grida ii ri- chlamo e spavento, mentre l'urlo iniziale della citt... si pla- cava a poco a poco; giovani signore discinte si affaccia- vano a guardare l'apocalisse. Gente usciva dalle case, per lo pi£ correndo, sentivano il bisogno di muoversi, di fare qualcosa purchessia, non sapevano per• dove sbattere il capo. La Luisa scoppi• in un pianto dirotto: (r) Lo sapevo ¯ balbettava tra i singhiozzi (r) che doveva finire cos¡... mai in chiesa, mai dire le preghiere... me ne fregavo io, me ne fregavo, e adesso... me la sentivo che doveva andare a finire cos¡ !... ¯. Che cosa poteva mai dirle Pietro per consolarla? Si era messo a piangere pure lui come un bambino. Anche la maggior parte della gente era in lacrime, specialmente le donne. Soltanto due frati, vispi vecchietti, se n'andavano lie- ti come pasque: (r) La Š finita, per i furbi, adesso ! ¯ escla- mavano gioiosamente, procedendo di buon passo, rivolti ai passanti pi£ ragguardevoli. (r) L'avete smessa di fare i furbi, eh? Siamo noi i furbi adesso! ¯ (e ridacchiavano). (r) Noi sempre minchionati, noi creduti cretini, lo vediamo adesso chi erano i furbi! ¯ Allegri come scolaretti trascorrevano in mezzo alla crescente turba che li guardava malamente senza osare reagire. Erano gi... scomparsi da un paio di minuti per un vicolo, quando un signore fece come l'atto istintivo di gettarsi all'inseguimento, quasi si fosse lasciata sfuggire un'occasione preziosa: (r) Per Dio! ¯ gridava battendosi la fronte (r) e pensare che ci potevano confessare. ¯ (r) Acciden- ti ! ¯ rincalzava un altro (r) che bei cretini siamo stati ! Capi- tarci cos¡ sotto il naso e noi lasciarli andare! ¯ Ma chi po- teva pi£ raggiungere i vispi fraticelli? Donne e anche omaccioni gi... tracotanti, tornavano in- tanto dalle chiese, imprecando, delusi e scoraggiati. I con- fessori pi£ in gamba erano spariti - si riferiva - probabil- mente accaparrati dalle maggiori autorit... e dagli industriali potenti. Stranissimo, ma i quattrini conservavano meravi- gliosamente un certo loro prestigio bench‚ si fosse alla fine del mondo; chiss..., forse, si considerava che mancassero ancora dei minuti, delle ore; qualche giornata magari. In quanto ai confessori rimasti disponibili, si era formata nelle chiese una tale spaventosa calca, che non c'era neppure da pensarci. Si parlava di gravi incidenti accaduti appunto per l'eccessivo affollamento; o di lestofanti travestiti da sacer- doti che si offrivano di raccogliere confessioni anche a do- micilio, chiedendo prezzi favolosi. Per contro giovani cop- pie si appartavano precipitosamente senza pi£ ombra di ri- tegno, distendendosi sui prati dei giardini, per fare anco- ra una volta l'amore. La mano intanto si era fatta di colore terreo, bench‚ il sole splendesse, e faceva quindi pi£ pau- ra. Cominci• a circolare la voce che la catastrofe fosse im- minente; alcuni garantivano che non si sarebbe giunti a mez- zogiorno. In quel mentre nella ele~ante lo~etta di un palazzo, poco pi£ alta del piano stradale (vi si accedeva per due rampe di scale a ventaglio), fu visto un giovane prete. La testa tra le spalle, camminava frettolosamente quasi avesse paura di andarsene. Era strano un prete a quell'ora, in quel- la casa sontuosa popolata di cortigiane. (r) Un prete! un pre- te! ¯ si sent¡ gridare da qualche parte. Fulmineamente la gente riusc¡ a bloccarlo prima che potesse fuggire. (r) Con- fessaci, confessaci! ¯ gli gridavano. Impallid¡, fu tratto a una specie di piccola e graziosa edicola che sporgeva dalla loggetta a guisa di pulpito coperto; pareva fatta apposta. A decine uomini e donne formarono subito grappolo, tu- multuando, irrompendo dal basso, arrampicandosi su per le sporgenze ornamentali, aggrappandosi alle colonnine e al bordo della balaustra; non era del resto una grande altezza. Il prete cominci• a raccogliere confessioni. Rapidissimo, ascoltava le affannose confidenze degli ignoti (che ormai non si preoccupavano se gli altri potevano udire). Prima che avessero finito, tracciava con la destra un breve segno di croce, assolveva, passava immediatamente al peccatore successivo. Ma quanti ce n'erano. Il prete si guardava in- torno smarrito, misurando la crescente marea di peccati da cancellare. Con grandi sforzi anche la Luisa e Pietro si fe- cero sotto, guadagnarono il loro turno, riuscirono a farsi ascoltare. (r) Non vado mai a messa, dico bugie... ¯ gridava a precipizio la giovanetta per paura di non fare in tempo, in una frenesia di umiliazione (r) e poi tutti i peccati che lei vuole... li metta pure tutti... E non Š per paura che son qui, mi creda, Š proprio soltanto per desiderio di essere vicina a Dio, le giuro che... >ed era convinta di essere sin- cera. a Ego te absolvo... ¯ mormor• il prete e pass• ad ascol- tare Pietro. Ma un'ansia indicibile cresceva negli uomini. Uno chie- se: a Quanto tempo c'Š al giudizio universale? ¯. Un al- tro, bene informato, guard• l'orologio. aDieci minuti ¯ rispose autorevolmente. Lo ud¡ il prete che di colpo tent• LA FINE DEL MONDO 177 di ritirarsi. Ma, insaziabile, la gente lo tenne. Egli pareva febbricitante, era chiaro che il fiotto delle confessioni non gli arrivava pi£ che come un confuso mormorio privo di senso; faceva segni di croce uno dopo l'altro, ripeteva a Ego te absolvo... ¯ cos¡, macchinalmente. (r) Otto minuti! ¯ avvert¡ una voce d'uomo dalla folla. Il prete letteralmente tremava, i suoi piedi battevano sul mar- mo come quando i bambini fanno i capricci. (r) E io? e io? ¯ cominci• a supplicare, disperato. Lo defraudavano della salvezza dell'anima, quei maledetti; il demonio se li pren- desse quanti erano. Ma come liberarsi ? come provvedere a se stesso ? Stava proprio per piangere. (r) E io ? e io ? ¯ chiedeva ai mille postulanti, voraci di Paradiso. Nessuno per• gli badava. 16 QUALCHE UTILE INDICAZIONE A DUE AUTENTICI GENTILUOMINI (di cui uno deceduto per morte violenta) Un uomo sui 35 anni, di nome Stefano Consonni, vestito con una certa ricercatezza e con un pacchettino bianco nella mano sinistra, passando alle dieci di sera, add¡ l¢ gennaio, per la via Fiorenzuola, a quell'ora deserta, ud¡ intorno a s‚ improvvisamente come un sonoro ronzio di mosconi che sussurrassero. Mosconi di pieno inverno e con quel fred- do? Ne rimase stupito e fece cos¡ con la mano, per scac- ciarli. Ma il ronzio si faceva sempre pi£ sussurro, e a un certo punto gli parve di sentire delle parole, sottili, sot- tili, come succede alle volte dalla cornetta del telefono ab- bandonata sul tavolo durante la conversazione, quando l'al- tro continua a parlare. Si guard• intorno, a onor del vero con un certo batticuore; la via era proprio deserta: da una parte le case, dall'altra il lungo muro di cinta delle ferro- vie; e i lampioni erano accesi regolarmente. Ma non si ve- deva nessuno. (r) Cosa c'Š? ¯ ebbe alla fine il coraggio di chiedere un po' titubando, dopo aver cercato di cacciar via quei curiosi bi- sbigli, quasi fossero farfalle, ma inutilmente. Il Consonni ristette, sbalordito. Pens• se alle volte quella sera avesse bevuto un po' troppo; ma no. Sent¡ paura. D'altra parte erano voci cos¡ sottili. Se venivano da una creatura umana, doveva essere alta al massimo venti cen- timetri. Allora si fece forza: (r) Ma insomma, mosconi della malora, si pu• sapere chi siete? ¯ r L (r) Ih, ih! ¯ ridacchi• alla sua destra, vicinissima, un'altra voce diversa dalla prima. (r) Ih, ziamo piccolini, noi! ¯ Stefano Consonni, con comprensibile allarme, guard• su alla facciata delle case vicine se mai qualcuno fosse affac- ciato ad ascoltare. Le finestre erano tutte chiuse. (r) Quel che Š giusto Š giusto ¯ fece a questo punto la prima vocina, comicamente compassata e grave. (r) Perch‚ non dirlo, Max ? (evidentemente si rivolgeva al compa- gno). Io sono il professore Petercondi Giuseppe... fu Giu- seppe, anzi... e questo qui che scommetto le sta dando un po' di fastidio Š mio nipote Max, Max Adinolfi, nelle mie medesime condizioni. E noi, se non siarno importuni, con chi abbiamo I 'onore ? ¯ (r) Consonni, mi chiamo Consonni ¯ fece l'uomo, burbe- ro, che ancora non sapeva capacitarsi. E poi, dopo averci pensato su un momento: (r) Be', non sarete mica degli spi- riti, alle volte, no? ¯. (r) Be'... in un certo senso ¯ ammise il Petercondi. (r) C'Š chi crede di poterci definire cos¡... ¯ (r) Ih, ih! ¯ riprese con estrema ilarit... la voce di Max, specialmente sibilante e affettata. (r) Ziamo piccolini, ziamo! Avrebbe dovuto zentirci la notte scorsa... avrebbe dovuto zentirci, che vocioni... ¯ e non ne poteva pi£ dalle risa... (r) Come sarebbe a dire? ¯ fece il Consonni, che stava via via rinfrancandosi. (r) In realt... ¯ sussurr• Petercondi, con umilt... (r) a poco a poco noi ci andiamo assottigliando. Possiamo stare qui non pi£ di 24 ore. E ci si consuma rapidamente. Da mezza- notte scorsa stiamo girando... fra due ore adie~, mio egre- glo signore. ¯ (r) Ah, ah! ¯ ridacchi• il Consonni, del tutto rassicurato. (Spiriti fin che si vuole, ma al massimo ancora fino a mez- zanotte. E poi ci sarebbe stato il gusto di raccontarla.) Per- clo, con magnifica disinvoltura: (r) Dunque, professor Pe- tercondi... ¯. (r) Ma bravo, perbacco ¯ lo interruppe il vocino del pro- fessore (r) che prontezza, che memoria, ha subito imparato il mio nome. ¯ (r) Ecco ¯ continu• il Consonni, con un lieve ritorno di imbarazzo (r) volevo appunto dire che il suo nome non mi tornava nuovo. ¯ (r) Ih, ih! ¯ ghign• senza riguardi il nipote Max all'orec- chia sinistra. (r)Hai sentito zio? Non gli torna nuovo! Ah questta s¡ che Š splendida! ¯ (r) Smettila Max ¯ fece con tutta la gravit... compatibile con la estrema sottigliezza il Petercondi. (r) Signor Conson- ni, la ringrazio. Posso infatti dire, senza false modestie, che ero un discreto chirurgo. ¯ "Benissimo" pens• l'uomo "adesso voglio proprio diver- tirmi un poco" e a voce bassa ma chiaramente: (r) E in che cosa, professore ¯ domand• con accento complimento- so (r) in che cosa potrei esserle utile? ¯. (r) Vede? ¯ spieg• ci• che restava, invisibile, del chirurgo Petercondi. (r) Siamo venuti qui a cercare un uomo, avrei un certo conticino da regolare. Vede ? Io, personalmente ho avuto la sfortuna di essere stato ammazzato! ¯ Manifest• stupore il Consonni: (r) Ammazzato? Una per- sona come lei ? E come mai ? ¯. (r) A scopo di furto ¯ rispose secca e grave la vocina. (r) E quando ? E dove ? ¯ tent• con impudenza il Con- sonm. (r) A quell'angolo, proprio a quell'angolo... due mesi fa, esattamente... ¯ (r) Ah, perbacco! ¯ il Consonni non si era mai divertito tanto. (r) E adesso... insomma Š venuto a cercare... insomma Š venuto a cercarlo... ¯ (r) Per l'appunto, signore, e se lei... ¯ (r) Ma ¯ fece ancora il Consonni, mettendosi a gambe aperte, quasi in atto di sfida (r)ma anche ammesso che lei lo trovasse, che cosa...? ¯ (r) Ih, ih ! ¯ ridacchi• odiosamente il giovane Max. (r) Que- sto Š vero! Ziamo cos¡ piccolini! Dio mio come ziamo di- ventati piccolini ! ¯ (r) Lei vuol dire, signor Consonni ¯ continu• con straor- dinaria compassatezza il professore (r) che cosa ne potrei ri- cavare, ammesso, intendiamoci bene... ammesso che lo rin- tracciassi... ¯ (r) Gi..., per l'appunto ¯ il Consonni sorrise (r) mi chiede- vo... ¯ Ma qui ci fu un improvviso silenzio, grandissimo, che invase tutta la strada. E il Consonni aspett• trepidando, senza capire. (r) Hem, hem! ¯ il Petercondi si schiar¡ infine la vocina. (r) Lei mi domanda... Mah, prima di tutto potremmo far- gli paura. Un uomo come lei, con la coscienza pulita Š un'altra cosa Ma lui! Se lui mi sentisse parlare, non crede, signor Consonni che potrebbe trovarsi male? ¯ (r) Mah ¯ e il Consonni non seppe trattenere un leggero riso (r) certo che si troverebbe un po' imbarazzato, direi... ¯ (r) Ecco, vede... E poi... ¯ (r) E poi ¯ sibil• petulante e strascicante il nipote Max. (r) E poi noi pozziamo profetizzare... ¯ (r) Profetizzare ? ¯ chiese il Consonni, da quell'ignorante che era. (r) E come sarebbe a dire? ¯ (r) Max vuol dire che noi possiamo dirgli il futuro, a quel delinquente E questo sarebbe un brutto scherzo... ¯ (r) E se il futuro fosse bello, putacaso ? ¯ obiett• il Conson- ni accendendo una sigaretta e aggiunse, chinando un poco il capo: (r) Spero che il fumo non disturbi lor signori... ¯. (r)Per nessuno ¯ osserv• il Petercondi, senza raccogliere l'accenno al fumo (r) per nessuno il futuro propriamente Š bello. Basta, per esempio, che un uomo sappia quando do- vr... morire; basta questa notizia, mi creda signor Conson- ni, ad avvelenargli la restante vita. ¯ (r) Ah, se lo dice lei, professore ! Ma non trova che faccia freddo? Se si passeggiasse un poco... ¯ e si mise in cam- mino dando dei colpetti all'aria con la destra all'altezza del- l'orecchio, come per cacciar via l'insopportabile Max. (r) Ih, ih ! ¯ ridacchi• subito costui. (r) zio, ma digli di non farmi il zo11etico! ¯ Fece una ventina di passi. Da lontano, ma molto lontano giunse il vago fragore di un tram. (r) E allora? ¯ domand• il Petercondi, proprio nell'orec- chia sinistra del Consonni, il quale trasal¡. (r) Allora, certo... non saprei... Ma forse... qualche utile indicazione... Forse potrei dargliela, caro il mio professore, qualche utile indicazione... ¯ (r) Ih, ih! ¯ Max nel suo piccolo si doveva smascellare dalle risa. (r)Hai zentito zio? qualche utile indicazione, hai zentito? Questa s¡ che Š proprio straordinaria! ¯ (r) E la vuol smettere? ¯ sbott• il Consonni, fermandosi, sinceramente irritato (r) Ih, ih ! ¯ fece ancora, ma quasi in sordina Max. (r) Mi scuSi proprio, zignore. E che cosa a, mi dica, in questo pacchetto. Mi dica, che coza c'Š? ¯ Il Consonni taceva. (r) Dei dolci? ¯ suggeri, sibilando, Max. (r) Zembra pro- prio un pacchetto di dolci. Vero? ¯ Il Consonni non rispose. Pens• un attimo. Poi, in tono sfottente: (r) Ma la mi scusi, professore, ma queste vent quattr'ore non le potevate impiegare meglio, per esempio? Nelle vo- stre condizioni, io, per esempio, mi sarei piuttosto divertito a prendermi certe soddisfazioni... ¯ (r) Che soddisfazioni ? ¯ (r) Ci son certe donnette in giro !... Tra le sottane dico, piccoli come siete, ah ah... sarebbe proprio magnifica. ¯ (r) Ma, vede ? ¯ spieg•, sempre grave il Petercondi (r) a parte che io certe propensioni... insomma noi a quelle cose non ci pensiamo pi£, capisce? ¯ lr QUALCHE UTILE INDICAZIONE 183 (r) Ah, ah ! ¯ rideva ancora il Consonni (r) e poi... e poi se la ragazza faceva un peto ? Se l'immagina, professore, che volo le toccava fare? se lo immagina? ¯ e si sbellicava senza ritegno.. Soltanto Max, pur con un certo ritardo, si un¡ alla sua ilarit..., ma nel solito odioso tono: (r) Ih, ih! ¯ faceva (r) ah, Š proprio vero. Noi ziamo cos¡ piccolini! ¯ Il Petercondi ricondusse la conversazione sul binario: (r) Mi diceva, signor Consonni, che lei poteva darmi qual- che utile indicazione... Le sarei proprio grato... il tempo purtroppo stringe... ¯. (r) S¡, s¡ ¯ rispose l'uomo (r) si potrebbe anche vedere... ma cos¡ sui due piedi... sa? io sono in ottimi rapporti con la polizia... ¯ (r) Ih, ih! ¯ sussurrava insistente Max (r) ziamo piccolini, piccolini ziamo... e zappiamo profetizare... ¯ Il Consonni guard• l'orologio da polso. Le dieci e tren- tacinque. Per male che la andasse, di quelle piaghe tra un'ora e mezzo se ne sarebbe liberato. (r) Dl', zio ¯ fece a questo punto Max, sempre con il suo tono ilare e mondano (r) guarda il zignor Conz0nni: che cos'ha vicino al nao? ¯ (r) Gi... ¯ fece il Petercondi (r) non l'avevo notato... Lasci vedere.. s¡, quella macchietta rossa, gi... gi..., niente di pro- mettente quella macchietta... ¯ (r) Come... come sarebbe a dire? ¯ (r) Ecco, signor Consonni ¯ spieg• il professore (r) non mi piace proprio niente questa macchietta, per essere sincero, non vorrei che... Le duole a toccarla? ¯ (r) Questa qui ? ¯ disse il Consonni e la tocc• con l'indice destro piano piano. (r) Le duole, vero? ¯ fece il Petercondi (r) e da quanto tempo ? ¯ (r) E che cosa importa? ¯ il Consonni sembrava meno si- curo di prima. (r) Sar... due mesi che ce l'ho. ¯ (r) Bellissima questa ¯ il Petercondi aveva un tono tipica- mente professionale (r) ce l'aveva dunque anche due mesi fa... curioso davvero... ¯ (r) E allora? che cosa significa? ¯ (r) La cosa cambia allora totalmente aspetto, egregio signor Consonni ¯ (la voce si era fatta cos¡ esile che l'uomo do- veva piegare la testa da una parte per afferrarla). (r) Se l'aves- si saputo prima mi sarei risparmiato la fatica. ¯ Il Consonni si era fermato. Tocc• ancora la macchia ros- sa a lato del naso... (r) E che cosa c'entra? ¯ chiese, titu- bando. (r) Non capisce? ¯ insist‚ il professore. (r) Ma non c'Š pi£ nessuna differenza! ¯ (r) Che differenza ? ¯ (r) Differenza tra noi due... glielo dice il professor Peter- condi, egregio signore... ¯ Si ud¡ la vocina di Max, compiaciuta: (r)Mi zembra di capire, zio.. . Ma Š magnifica ? Zembra vivo e zano e in- vece.. l'ha avuto anche lui il zervizio! ¯ e una sottilissima risata sibil• sgradevolmente nella strada deserta. (r) Cosa c'Š insomma? Si pu• sapere? ¯ il Consonni stava imbestialendosi. (r) Sarcoma, egregio signore ¯ rispose Petercondi, freddo. (r) Si chiama cos¡. Non c'Š pi£ niente da fare. ¯ (r) Ih, ih, ci creda, ci creda pure ¯ ridacchi• il petulante Max (r)mio zio ze ne intende, stia pur zicuro. Ze lo dice lui, pu• crederci... ih, ih... Noi profetizziamo, zignor Con- zonni... ¯ (r) All'inferno! ¯ esclam• l'uomo disgustato. (r) Andr• da un dottore! Fosse anche come dice lei, mi far• curare, non mi mancano i meni, stia tranquillo... ¯ (r) Un dottore, ih, ih! ¯ ghign• Max. (r) Ma non l'ha ca- pito che non zervir... un fico... Zei dei nostri, ormai. ¯ Il Consonni fece per aprir bocca, ma: (r) Va, va a portare i dolcetti alla tua bella! ¯ sbeffeggi• Max. (r) Corri pure, giovanotto! Va a portarle qualche utile indicazione ! ¯ (r) Singolare caso ¯ comment• grave e quasi placato il Petercondi. (r) Ti ho riconosciuto subito, Consonni... appena sei comparso in fondo alla strada ti ho riconosciuto... ed ecco, due mesi ancora, tre mesi a farla lunga... Ce ne pos- siamo andare, mi sembra, nipote mio... ¯ Il Consonni si port• la mano al colletto. Gli mancava il respiro. (r) Arrivederci presto, giovanotto! ¯ infier¡ Max. (r) Mi rac- comando le pazte con la crema! ¯ Anche il Petercondi stavolta rise di gusto. sembra-a un calabrone. I due si allontanavano, sghignazzando sconcia- mente. Si persero dietro il muro della ferrovia, sui tetri terrapieni . (r) Maledetti! Maledetti porci! ¯ imprec• il Consonni. (r) I signori! quei maledetti! Finiscono sempre per spuntarla! ¯ Con smarrimento si guardava intorno. Ma non c'era nes- suno, assoluto silenzio. Un topo sgusci• da un tombino. Sfilatosi lo spago dal dito, il pacchetto bianco scivol• a terra con rumore di carta. (r) Maledetti ¯ mormor• ancora l'uomo. E con precauzione si toccava, sfiorandola, quella cosa, di fianco al naso, che gli doleva. INVITI SUPERFLUI Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme an- dammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di l... forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspet- tava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e te- neri desideri. "Ti ricordi ?" ci diremo l'un l'altro, strin- gendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stre- gati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parla- no con voce umana, n‚ battesti mai alla porta del castello deserto, n‚ camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, n‚ ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, pro- babilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ri- cordi?", ma tu non ricorderesti. Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia del- l'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quar- tieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vo- gliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, di- cendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accen- deranno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle citt..., le avventure, i vagheggiati ro- manzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poich‚ le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. N‚ puoi quindi amare quelle domeniche che dico, n‚ liani- ma tua sa parlare alla mia in silenzio, n‚ riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle citt..., n‚ le speranze che scendono da¡ settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient'altro. Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solita- ria, continuamente ridendo per le cose pi£ semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chiss... dove andr... mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne Tu diresti "Che bello !". Niente altro diresti perch‚ noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fos- sero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perch‚ purtroppo sei fatta cos¡. E non saremmo neppure per un istante felici. Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della citt... in un tramonto di no- vembre, quando il cielo Š di puro cristallo. Quando i fan- tasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, gi... colme di inquie- tudini. Quando memorie di et... beate e nuovi presagi pas- sano sopra la terra, lasciando dietro di s‚ una specie di mu- sica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascor- rono accanto. Noi manderemo sen~a saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e ma- lanimo; bens¡ sorridendo un poco, con sentimento di bont..., per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristal- lo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fer- marti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fan- tasmi, n‚ dei presentimenti che passano, n‚ ti sentirai, co- me me, chiamata a sorte orgogliosa. N‚ udresti quella spe- cie di musica, n‚ capiresti perch‚ la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutil- mente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu mi- gliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo s¡ almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non im- porta se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi baster... averti vicina. Io non star• qui ad ascol- tare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, n‚ guarder• le nubi, n‚ dar• retta alle musiche o al vento. Rinuncer• a queste cose inutili, che pure io amo. Avr• pazienza se non capirai ci• che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie cos¡ amiche all'amore. Ma io ti avr• vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicit..., uomo con donna solamente, come suole acca- dere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed Š bastato poco tempo perch‚ ti dimenticassi di me. Pro- babilmente non riesci pi£ a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Ep- pure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose. RACCONTO DI NATALE Tetro e ogivale Š l'antico palazzo dei vescovi, stillante sal nitro dai muri, rimanerci Š un supplizio nelle notti d'in- verno E l'adiacente cattedrale Š immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'Š un tale intrico di cappelle e sa- crestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste al- cune pressoch‚ i splorate. Che far... la sera di Natale - ci si domanda - lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la citt... Š in festa? Come potr... vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a s‚, il malato una nuova speranza, il vecchlo scapolo il com- pagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come far... l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gen- te parlare cos¡. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non Š, e non ha neanche freddo, n‚ si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteral- mente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa cos¡ caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali. Cos¡, quella sera il Duomo; trabo(r)ante di Dio. E ben- ch‚ sapesse che non gli competeva, don Valentino si trat- teneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchia- toio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spuman- te. Questa, una serata di Natale. Senonch‚ in mezzo a que- sti pensieri, ud¡ battere a una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don Valentino "la sera di Natale ? Non hanno ancora pregato abbastanza ? Che smania li ha presi?" Pur dicendosi cos¡ and• ad aprire e con una folata di vento entr• un poverello in cenci. (r) Che quantit... di Dio! ¯ esclam• sorridendo costui guar- dandosi intorno. (r) Che bellezza! Lo si sente perfino di fuo- ri. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, Š la sera di Natale. ¯ (r) E di sua eccellenza l'arcivescovo ¯ rispose il prete. (r) Ser- ve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa gi... la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore. ¯ (r) Neanche un pochino, reverendo ? C'Š n'Š tanto ! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno! ¯ (r) Ti ho detto di no... Puoi andare... Il Duomo Š chiuso al pubblico ¯ e conged• il poverello con un biglietto da cinque lire. Ma come il disgraziato usc¡ dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era nep- pure lass£. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, bal- dacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito cos¡ misterioso e potente, era diventato all'improvviso ino- spitale e sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso. Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guard• nella piazza. Niente. Anche fuori, bench‚ fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musi- che e perfino bestemmie. Non campane, non canti. Don Valentino usc¡ nella notte, se n'and• per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui per• sapeva L'indirizzo giusto. Quando entr• nella casa, la famiglia ami- ca stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevol- mente l'un l'altro e intorno ad essi c'era un poco di Dio. (r) Buon Natale, reverendo ¯ disse il capofamiglia. (r) Vuol favorire? ¯ (r) Ho fretta, amici ¯ rispose lui. (r) Per una mia sbada- taggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tan- to, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto biso- gno. ¯ (r) Caro il mio don Valentino ¯ fece il capofamiglia. (r) Lei dimentica, direi, che oggi Š Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio ? Mi meraviglio, don Valenhno. ¯ E nell'attimo stesso che l'uomo diceva cos¡ Iddio sgusci• fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembr• sabbia tra i denti. Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della citt... e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande cam- pagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio. (r)Ma che cosa fa, reverendo?¯ gli domand• un conta- dino. (r) Vuol prendersi un malanno con questo freddo ? ¯ (r) Guarda laggi£ figliuolo. Non vedi ? ¯ Il contadino guard• senza stupore. (r) E nostro ¯ disse. (r) Ogni Natale viene a benedire i nostri campi. ¯ (r) Senti ¯ disse il prete. (r) Non me ne potresti dare un poco? In citt... siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa al- meno fare un Natale decente. ¯ (r)Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra citt.... Colpa vo- stra. Arrangiatevi. ¯ RACCONTO DI NATALE 193 (r) Si Š peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di s¡. ¯ (r) Ne ho abbastanza di salvare la mia! ¯ ridacchi• il con- tadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollev• dai suoi campi e scomparve nel buio. And• ancora pi£ lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre pi£ raro e chi ne possedeva un poco non voleva ce- derlo (ma nell atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente). Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dol- cemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gett• in ginocchio nella neve. (r) Aspettami, o Signore ¯ suppli- cava (r) per colpa mia l'arcivescovo Š rimasto solo, e stasera Š Natale! ¯ Aveva i piedi gelati, si incammin• nella nebbia, affon- dava fino al ginocchio, ogni tanto stramazava lungo diste- so. Quanto avrebbe resistito? Finch‚ ud¡ un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Apr¡ una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso. (r) Fratello ¯ gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli (r) abbi piet... di me. Il mio arcivescovo per colpa mia Š rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dam- mene un poco, ti prego. ¯ Lentamente si volt• colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora pi£ pallido. (r) Buon Natale a te, don Valentino ¯ esclam• l'arcivesco- vo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. (r) Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato ? Si pu• sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi? ¯ IL CROLLO DELLA BALIVERNA Fra una settimana comincia il processo per il crollo della Baliverna. Che sar... di me ? Verranno a prendermi ? Ho paura. Inutile ripetermi che nessuno si presenter... a testimoniare in odio a me; che della mia responsabilit... il giudice istruttore non ha avuto neanche il minimo so- spetto; che, anche se venissi incriminato, sarei assolto cer- tamente; che il mio silenzio non pu• fare male ad alcuno; che, pur presentandomi io spontaneamente a confessare, L'imputato non ne sarebbe alleggerito. Niente di questo serve a consolarmi. Del resto, morto di malattia tre mesi fa il commissario ragionier Dogliotti, su cui pesava la prin- cipale accusa, sul banco degli imputati sar... soltanto l'allora assessore comunale all'Assistenza. Ma si tratta di una in- criminazione pro forma; infatti come lo si potrebbe con- dannare se aveva preso possesso della carica da appena cin- que giorni? Se mai, responsabile poteva considerarsi l'as- sessore precedente, ma costui era defunto il mese prima. E la vendetta della legge non entra nel buio delle tombe. A distanza di due anni dall'avvenimento spaventoso, tutti certo ne hanno un vivo ricordo. La Baliverna era un gran- dissimo e piuttosto lugubre edificio di mattoni costruito fuo- ri porta nel secolo XVII dai frati di San Celso. Estinto l'ordine, nell'Ottocento il fabbricato era servito da caserma e prima della guerra apparteneva ancora alla amministra- zione militare. Lasciato poi in abbandono, vi si era instal- lata, con la tacita acquiescenza delle autorit..., una turba di sfollati e senzatetto, povera gente che aveva avuta di- strutta la casa dalle bombe, vagabondi, S'barboni", dispe- rati, perfino una piccola comunit... di zingari. Solo col tem- po il Comune, entrato in possesso dello stabile, vi aveva messo una certa disciplina, registrando gli inquilini, siste- mando gli indispensabili servizi, allontanando i tipi turbo- lenti. Ciononostante la Baliverna, anche a motivo di varie rapine avvenute nella zona, aveva brutta fama. Dire che fosse un covo della malavita sarebbe esagerato. Per• nes- suno passava volentieri di notte nei dintorni. Bench‚ in origine la Baliverna sorgesse in piena campa- gna, coi secoli i sobborghi della citt... l'avevano quasi rag- giunta Ma nelle immediate vicinanze non c'erano altre ca- se. Squallido e torvo, il casermone torreggiava sul terra- pieno della ferrovia, sui prati incolti, sulle miserabili ba- racche di lamiera, dimore di pezenti, sparse in mezzo ai cumuli di macerie e di detriti. Esso ricordava insieme la prigionia, l'ospedale e la fortezza. Di pianta rettangolare, era lungo circa ottanta metri, e largo la met....ell'inter- no, un vasto cortile senza portici. Laggi£ accompagnavo spesso, nei pomeriggi di sabato o domenica, mio cognato Giuseppe, entomologo, che in quei prati trovava molti insetti. Era un pretesto per pren- dere un po' d'aria e stare in compagnia. Devo dire che lo stato del tetro edificio mi aveva fatto senso fin dalla prima volta. La tinta stessa dei mattoni, le nurnerose spie infisse nei muri, le rappezature, certi travi rnessi da puntello, denotavano la decrepitezza. E special- mente impressionante era la parete posteriore, uniforme e nuda, che aveva poche, irregolari e piccole aperture simili pi£ a feritoie che a finestre; e perci• sembrava molto pi£ alta della facciata, ariosa di loggiati e finestroni. (r) Non ti sembra che il muro pencoli un po' in fuori ? ¯ mi ri- cordo che domandai un giorno a mio cognato. Lui rise: (r) Speriamo bene. Ma Š una tua impressione. Sempre i mu- ri alti fanno questo effetto ¯. Un sabato di luglio si era laggi£ per una di queste pas- seggiate. Mio cognato aveva portato le due figlie, ancora ragazzette, e un suo collega di universit..., l' professor Sca- vezi, zo010go anche lui, un tipo sui quarant'anni, pallido e molliccio, che non mi era mai stato simpatico per il fare gesuitico e le arie che si dava. Mio cognato diceva che era un pOzzo di scienza, oltre che una bravissima persona. Io per• lo stimo un imbecille: altrimenti non avrebbe con me tanto sussiego, tutto perch‚ io sono sarto e lui scienziato. Giunti alla Baliverna, si prese a costeggiare la parete pa- steriore che ho descritta. Ivi si stende un largo lembo di terreno polveroso dove i ragazzi giocavano al calcio. Da una parte e dall'altra infatti erano stati infissi dei pali a segnare le due porte. Quel giorno per• di ragazzi non ce n'era. Invece varie donne coi bambini sedevano, a pren- dere il sole, sul bordo del campo, lungo il gradino erboso che segue la massicciata della strada. Era l'ora della siesta e dall'interno del falansterio non giungevano che sperdute voci. Senza splendore, il sole tor- pido batteva sul fosco muraglione; e dalle finestre sporge- vano pali carichi di panni stesi ad asciugare; i quali pen- devano a guisa di morte bandiere assolutamente immobili non c'era infatti un fiato di vento. Gi... appassionato di alpinismo, mentre gli altri erano in- tenti alla ricerca degli insetti, mi venne voglia di provare a arrampicarmi su per lo sconnesso muro: i buchi i bordi sporgenti di certi mattoni, vecchi ferri incastrati qua e l... nelle fessure offrivano appigli convenienti. Non pensavo certo di salire fino in cima. Era soltanto il gusto di sgran- chirmi, di saggiare i muscoli. Un desiderio, se si vuole, un po' puerile. Senza difficolt... mi innalzai un paio di metri lungo il pi- lastro di un portone ora murato. Giunto all'altezza dell'ar- chitrave, tesi la destra verso una raggera di arrugginite aste di ferro, foggiate a lancia, che chiudeva la lunetta IL CROLLO DELLA BALIVERNA (forse in questa cavit... c'era stata anticarnente qualche im- magine di santo). Afferrata la punta della lancia, mi tirai su di peso. Ma quella cedette, spezzandosi. Per fortuna non ero che a un paio di metri dal terreno. Tentai, ma inutilmente, di te- nermi con l'altra mano. Perso l'equilibrio, saltai indietro e caddi in piedi, senza alcuna cGnseguenza bench‚ pren- dessi un duro colpo. L'asta di ferro, spezzata, mi segu¡. Quasi contemporaneamente, dietro all'asta di ferro se ne stacc• un'altra, pi£ lunga, che dal centro della raggera saliva verticalmente a una specie di sovrastante mensola. Doveva essere una specie di puntello messo a scopo di rab- berciatura. Venuto cos¡ a mancare il suo sostegno, anche la mensola - immaginate una lastra di pietra larga come tre mattoni - cedette, senza per• precipitare; rest• l... sbi- lenca, mezza dentro e mezza fuori. N‚ qui ebbe fine il guasto da me involontariamente pro- vocato. La mensola sorreggeva un vecchio palo, alto circa un metro e mezzo, che a sua volta aiutava a sostenere una specie di balcone (solo adesso mi si rivelavano tutte queste magagne, che a prima vista si confondevano nella vastit... della parete). Il palo era stato semplicemente incastrato tra le due sporgenze; non fissato al muro. Spostatasi la men- sola, due tre secondi dopo il palo si pieg• in fuori e io feci appena in tempo a saltare indietro per non prender- melo in testa. Tocc• terra con un tonfo. Era finita ? A ogni buon conto mi allontanai dal muro verso il gruppo dei compagni distante circa trenta metri. Costoro erano in piedi, rivolti tutti e quattro verso me; non me per• guardavano. Con un'espressione che non di- menticher•, fissavano il muro, molto sopra la mia testa. E mio cognato a un tratto url•: (r)Mio Dio, guarda! guar- da! ¯. Mi volsi Al di sopra del balconcino, ma pi£ a destra, il muraglione, in quel punto compatto e regolare, si gon- fiava. Immaginate una stoffa tesa dietro la quale prema uno spigolo diritto. Fu dapprima un lieve fremito serpeggiante su per la parete; poi apparve una gibbosit... lunga e sot- tile; poi i mattoni si scardinarono, aprendo le loro marce dentature; e, tra scoli di pulverulente frane, si spalanc• una crepa tenebrosa. Dur• pochi minuti o pochi istanti? Non saprei dire. In quel mentre - dite pure che io sono matto - dalle pro- fonde cavit... dell'edificio venne un boato triste che asso- migliava a una tromba militare. E tutto intorno, per vasta zona, si ud¡ un lungo ulular di cani. A questo punto i ricordi si accavallano: io che correvo a perdifiato cercando di raggiungere i compagni gi... lon- tani, le donne sul bordo del campo che, balzate in piedi, urlavano, una che si rotolava nella terra, una figura di ra- gazza seminuda che si sporgeva incuriosita da una delle pi£ alte finestrelle mentre sotto di lei gi... si spalancava la voragine: e, per un baleno di secondo, la visione alluci- nante della muraglia rovesciantesi nel vuoto. Allora, die- tro gli squarci sommitali, pure la intera retrostante massa di l... del cortile, si mosse lentamente, tratta da irresistibile forza di rovina. Segu¡ un terrificante tuono come quando le centinaia di Liberator si scaricavano insieme delle bombe. E la terra trem•, mentre si espandeva velocissima una nuvola di pol- vere giallastra che nascose quella immensa tomba. Poi mi rivedo in cammino verso casa, con l'ansia di al- lontanarmi dal luogo funesto e la gente, a cui la notizia era giunta con celerit... prodigiosa, mi guardava spaven- tata, forse per i vestiti carichi di polvere. Ma soprattutto non dimentico le occhiate, cariche di orrore e di piet..., di mio cognato e delle sue due figlie. Muti, mi fissavano come si fissa un condannato a morte (o questa era una mia pura suggestione ?). A casa, quando seppero ci• che avevo visto, non si stu- pirono che io fossi sconvolto; n‚ che per qualche giorno me ne stessi chiuso in camera senza parlare con nessuno e rifiutandomi anche di leggere i giornali (ne intravidi solo uno, nelle mani di mio fratc-llo entrato a sentire come sta- vo; in prima pagina c'era una fotografia grandissima con una fila di furgoni neri, interminabile). Ero stato io a provocare l'ecatombe? La rottura dell'asta di ferro aveva, per una mostruosa progressione di cause ed effetti, propagato lo sfacelo all'intero mastodontico castel- lo ? O forse gli stessi primi costruttori con diabolica ma- lizia avevano disposto un segreto gioco di masse in equili- brio per cui bastava togliere quella minuscola asticciola per scardinare tutto quanto? Ma mio cognato, o le sue figlie, o lo Scavezzi, si accorsero di ci• che avevo fatto? E se non si accorsero di nulla, perch‚ da allora Giuseppe sembra evitare di incontrarmi ? O invece sono io stesso che, per timore di tradirmi, ho inconsciamente manovrato per ve- derlo il meno possibile? Ir senso opposto non Š inquietante l'insistenza de¡ pro- fessor Scavezzi nel volermi frequentare ? Bench‚ di mo- deste condizioni finanziarie, da allora egli si Š ordinata nella mia sartoria una decina di vestiti. Alle prove ha sem- pre quel suo sorrisetto ipocrita e non si stanca di osservar- mi. Inoltre Š di una pedanteria esasperante, qui una pie- ghetta che non ci vorrebbe, l... una spalla che non casca bene: o sono i bottoni delle maniche, o la larghezza dei rever~, c'Š sempre qualche cosa da aggiustare. Per ogni abi- to sei sette prove. E ogni tanto mi domanda: (r) Si ricorda di quel giorno? ¯. (r) Che giorno? ¯ faccio io. (r) Eh, quel giorno alla Baliverna! ¯ Sembra che ammicchi con furbe- schi sottintesi. Io dico: (r) Come potrei dimenticarmi ? ¯. Lui scuote il capo: (r) Gi...... come potrebbe? ¯. Naturalmente io gli faccio degli sconti eccezionali, fi- nisco anzi per rimetterci. Ma lui fa finta di niente. (r) S¡ s¡ ¯ dice (r) da lei si spende, per• vale la pena, lo confesso. ¯ E allora io mi chiedo: Š un idiota o si diverte con questi piccoli ignobili ricatti? S¡. Potrebbe darsi che egli solo mi abbia visto nell'atto di rompere la fatale asta di ferro. Forse ha capito tutto, potrebbe denunciarmi, scatenare su di me l'odio della po- polazione. Ma Š perfido e non parla. viene a ordinarsi un vestito nuovo, mi tiene d'occhio, pregusta la soddisfazione di inchiodarmi quando meno me lo aspetto. Io sono il topo e lui il gatto. Giocherella, finch‚ di colpo mi dar... l'un- ghiata. Ed aspetta il processo, preparandosi al colpo di scena. Sul pi£ bello si alzer... in piedi. (r) Io soltanto so chi ha provocato il crollo ¯ grider... (r) l'ho visto coi miei oc- chi. ¯ Anche oggi Š venuto per provarsi un completo di fla- nella. Pi£ mellifluo del solito. (r) Eh, siamo agli sgoccioli ! ¯ (r) Che sgoccioli? ¯ (r) Come che sgoccioli? Il processo! Ne parla tutta la citt...! Si direbbe che lei viva tra le nuvole, eh, eh. ¯ (r) Vuol dire il crollo della Baliverna? ¯ (r) Proprio, la Baliverna... Eh, eh, chiss... se salter... fuori il vero colpe- vole ! ¯ Poi se ne va salutandomi con esagerate cerimonie. Lo accompagno alla porta. Aspetto a chiudere che abbia di- sceso una rampa di scale. Se ne Š andato. Silenzio. Io ho paura. IL CANE CHE HA VISTO DIO Per pura malignit..., il vecchio Spirito, ricco fornaio del paese di Tis, lasci• in eredit... il suo patrimonio al nipo- te Defendente Sapori con una condizione: per cinque an- ni, ogni mattina, egli doveva distribuire ai poveri, in lo- calit... pubblica, cinquanta chilogrammi di pane fresco. Al- l'idea che il massiccio nipote, miscredente e bestemmia- tore tra i primi in un paese di scomunicati, si dedicasse sotto gli sguardi della gente a un'opera cosidetta di bene, a questa idea lo zio doveva essersi fatto, anche prima di morire, molte risate clandestine. Defendente, unico erede, aveva lavorato nel forno fin da ragazzo e non aveva mai dubitato che la sostanza di Spirito toccasse a lui quasi di diritto. Quella condizione lo esasperava. Ma che fare? Buttar via tutta quella grazia di Dio, forno compreso? Si adatt•, maledicendo. Per loca- lit... pubblica scelse la meno esposta: l'atrio del cortiletto che si apriva dietro il forno. E qui lo si vide ogni mattina di buon'ora pesare il pane stabilito (come prescriveva il testamento), ammucchiario in una grande cesta e quindi distribuirlo a una turba vorace di poveri, accompagnando l'offerta con parolacce e scherzi irriverenti all'indirizzo del- lo zio defunto. Cinquanta chili al giorno! Gli pareva stol- to e immorale. L'esecutore testamentario, ch'era il notaio Stiffolo, ve- niva ben di rado, in un'ora cos¡ mattutina, a godersi lo spettacolo La sua presenza del resto era superflua. Nes- ú suno avrebbe potuto controllare la fedelt... ai patti meglio degli stessi accattoni. Tuttavia Defendente fin¡ per esco- gitare un parziale rimedio. La grande cesta in cui il mezzo quintale di pagnotte si ammucchiava veniva messa a ri- dosso di un muro. Il Sapori di nascosto vi tagli• una specie di sportellino che, rinchiuso, non si poteva distinguere. Iniziata personalmente la distribuzione, prese l'abitudine di andarsene, lasciando la moglie e un garzoncello a esaurire il lavoro: il forno e il negozio, diceva, avevano bisogno di lui. In realt... si affrettava in cantina, saliva su una sedia, apriva in silenzio la grata di una finestrella al filo del pa- vimento del cortile contro la quale era collocata la cesta; aperto poi lo sportellino di paglia, sottraeva dal fondo quanti pi£ pani era possibile. Il livello cos¡ calava rapida- mente. Ma i poveri come potevano capire ? Con la velo- cit... con cui venivano consegnate le pagnotte, logico che la cesta si vuotasse in fretta. Nei primi giorni gli amici di Defendente anticiparono apposta la sveglia per andarlo ad ammirare nelle sue nuove funzioni. Fermi in gruppetto sulla porta del cortile lo os- servavano beffardi. (r) Che Dio te ne rimeriti ! ¯ erano i loro commenti. (r) Te lo prepari, eh, un posto in Paradiso ? E bravo il nostro filantropo! ¯ (r) All'anima di quella carogna! ¯ rispondeva lui lanciando le pagnotte in mezzo alla calca dei pezzenti che le affer- ravano a volo. E sogghignava al pensiero del bellissimo trucco per frodare quei disgraziati e insieme l'anima dello zio defunto. Nella stessa estate il vecchio eremita Silvestro, saputo che di Dio in quel paese ce n'era poco, venne a stabilirsi nelle vicinanze. A una decina di chilometri da Tis c'era, su una collinetta solitaria, il rudere di una cappella antica: pietre, pi£ che altro. Qui si pose Silvestro, trovando acqua in una fonte vicina, dormendo in un angolo riparato da un resto di volta, mangiando erbe e carrube; e di giorno spesso sa- liva ad inginocchiarsi in cima a un grosso macigno per la contemplazione di Dio. Di quass£ egli scorgeva le case di Tis e i tetti di alcuni casolari pi£ vicini: tra cui le frazioni della Fossa, di An- dron e di Limena. Ma invano aspett• che qualcuno com- parisse. Le sue calde preghiere per le anime di quei pec- catori salivano al cielo senza frutto. Silvestro continuava per• ad adorare il Creatore, praticando digiuni e chiac- chierando, quando era triste, con gli uccelli. Nessun uomo veniva. Una sera scorse, Š vero, due ragazetti che di lon- tano lo spiavano. Li chiam• amabilmente. Quelli scap- parono. Ma nottetempo, in direzione della cappella abbandonata, i contadini della zona cominciarono a scorgere strane luci. Pareva l'incendio di un bosco ma il bagliore era bianco e palpitava dolcemente. Il Frigimelica, quello della fornace, and• una sera, per curiosit..., a vedere. A met... strada per• la sua motocicletta ebbe una panne. Chiss... perch‚, egli non si arrischi• di continuare a piedi. Ritornato, disse che un alone di luce si diffondeva dalla collinetta dell'eremita; e non era luce di fuoco o di lampada. Senza difficolt... i contadini dedussero che quella era la luce di Dio. Anche da Tis alcune notti si scorgeva il riverbero. Ma la venuta dell'eremita, le sue stravaganze e poi le sue luci notturne affondarono nella solita indifferenza dei paesani per tutto ci• che riguardasse anche da lontano la religione. Se veniva il discorso, ne parlavano come di fatti gi... da lungo tempo noti, non si insisteva per trovare spiegazioni e la frase: "L'eremita fa i fuochi" divenne di uso corrente come dire: "stanotte piove o tira vento", Che tanta indifferenza fosse del tutto sincera lo confer- m• la solitudine in cui venne lasciato Silvestro. L'idea di andare da lui in pellegrinaggio sarebbe parsa il colmo del ridlcolo. Un mattino Defendente Sapori stava distribuendo le pa- gnotte ai poveri quando un cane entra nel cortiletto. Era una bestia apparentemente randagia, abbastanza grossa, pe- lo ispido e volto mansueto. Sguscia fra gli accattoni in attesa, raggiunge la cesta, afferra un pane e se ne va lem- me lemme. Non come un ladro, piuttosto come uno che sia venuto a prendersi del suo. (r) Ehi, Fido, qua, brutta bestiaccia ! ¯ urla Defendente tentando un nome; e balza alla rincorsa. (r)Son gi... troppi questi lazzaroni. Non mancano che i cani, adesso ! Ma l'animale Š gi... fuori tiro. La stessa scena il giorno dopo: il medesimo cane, la medesima manovra. Questa volta il fornaio insegue la be- stia fin sulla strada, gli lancia pietre senza prenderlo. Il bello Š che il furto va ripetendosi puntualmente ogni mattina. Meravigliosa la furberia del cane nello scegliere il momento giusto; cos¡ giusto che per lui non c'Š neppure bisogno di affrettarsi. N‚ i proiettili lanciatigli dietro arri- vano mai al segno. Uno sguaiato coro di risa si leva ogni volta dalla turba dei pezzenti, e il fornaio va in furore. Imbestialito, il giorno successivo Defendente si apposta sulla soglia del cortile, nascosto dietro lo stipite, in mano un randello. Inutile. Mescolandosi forse alla calca dei po- veretti, che godono della beffa e non hanno perci• motivo di tradirlo, il cane entra ed esce impunemente. (r) Eh, anche oggi ce l'ha fatta! ¯ avverte qualche accat- tone stazionante sulla strada. (r) Dove? dove? ¯ chiede De- fendente balzando fuori dal nascondiglio. (r) Guardi, guardi come se la batte! ¯ indica ridendo il miserabile, deliziato dall'ira del fornaio. In verit... il cane non se la batte in alcun modo: tenendo fra i denti la pagnotta si allontana col passo dinoccolato e tranquillo di chi ha a posto la coscienza. Chiudere un occhio? No, Defendente non sopporta que- sti scherzi. Poich‚ nel cortile non riesce a imbottigliarlo, alla prossima occasione favorevole dar... la caccia al cane per la via Pu• anche darsi che il cane non sia del tutto randagio, forse ha un rifugio a carattere stabile, forse ha un padrone a cui si pu• chiedere un compenso. Cos¡ non si pu• certo andare avanti. Per badare a quella bestiaccia, negli ultimi giorni il Sapori ha tardato a scendere in can- tina e ha recuperato molto meno pane del solito: soldi che se ne vanno. Anche il tentativo di sistemare la bestia con una pagnotta avvelenata, messa per terra all'ingresso del cortile, non ha avuto fortuna. Il cane l'ha annusata un istante, Š subito proseguito verso la cesta: cos¡ almeno hanno poi riferito testimoni. Per far le cose bene Defendente Sapori si mise alla posta dall'altra parte della strada, sotto un portone, con la bi- cicletta e il fucile da caccia: la bicicletta per inseguire la bestia, la doppietta per ammazzarla se avesse constatato che non esisteva un padrone a cui poter chiedere inden- nizzo. Gli doleva solo il pensiero che quel mattinc- la ce- sta sarebbe stata vuotata a esclusivo beneficio dei poveri. Da che parte e in che modo venne il cane? Proprio un mistero. Il fornaio, che pur stava con gli occhi spalancati, non riusc¡ ad avvistarlo. Lo scorse pi£ tardi che usciva placido, la pagnotta tra i denti. Dal cortile giungevano echi di alte risate Defendente aspett• che l'animale si allonta- nasse un poco, per non metterlo in allarme. Poi balz• sul sellino e dietro. Il fornaio si aspettava, come prima ipotesi, che il cane si fermasse poco dopo a divorare la pagnotta. Il cane non si ferm•. Aveva anche immaginato che, dopo breve cam- mino, si infilasse nella porta di una casa. E invece niente. Il suo pane tra i denti, la bestia trotterellava lungo i muri con passo regolare n‚ mai sostava per annusare, o fare la plscia, o cunosare come Š abitudine dei cani. Dove dun- que si sarebbe fermato? Il Sapori guardava il cielo grigio. Niente da meravigliarsi se si fosse messo a piovere. Passarono la piazzetta di Sant'Agnese, passarono le scuole elementari, la stazione, il lavatoio pubblico. ormai erano ai margini del paese. si lasciarono finalmente alle spalle anche il campo sportivo e si inoltrarono nella campagna. Da quando era uscito dal cortile, il cane non si era mai voltato indietro. Forse ignorava di essere inseguito. Ormai c'era da abbandonare la speranza che l'animale avesse un padrone che potesse rispondere per lui. Era pro- prio un cane randagio, una di quelle bestiacce che infe- stano le aie dei contadini, rubano i polli, addentano i vi- telli, spaventano le vecchie e poi finiscono in citt... a dif- fondere sporche malattie. Forse l'unica era di sparargli. Ma per sparargli occorreva fermarsi, scendere di bicicletta, togliersi la doppietta di spalla. Tanto bastava perch‚ la bestia, pur senza accelerare il passo, si mettesse fuori tiro. Il Sapori continu• l'inse- guimento. Cammina cammina, ecco che cominciano i boschi. Il ca- ne zampetta via per una strada laterale e poi in un'altra ancora pi£ stretta ma liscia ed agevole. Quanta strada hanno gi... percorsa? Forse otto, nove chi- lometri. E perch‚ il cane non si ferma a mangiare ? Che cosa aspetta ? Oppure porta il pane a qualcuno ? Quan- d'ecco, il terreno facendosi sempre pi£ ripido, il cane svolta in un sentierino e la bicicletta non pu• pi£ proseguire. Per fortuna anche la bestia, per la forte pendenza, rallenta un pOCO il passo. Defendente balza dal velocipede e con- tinua l'inseguimento a piedi. Ma il cane a mano a mano lo distanzia. Gi... esasperato, sta per tentare una schioppettata quan- do, in cima a un arido declivo, vede un grande macigno: sopra il macigno Š inginocchiato un uomo. E allora gli torna alla mente l'eremita, le luci notturne, tutte quelle ridicole fandonie. Il cane trotterella placido su per il magro prato. Defendente, il fucile gi... in mano, si ferma a una cin- quantina di metri. Vede l'eremita interrompere la pre- ghiera e calarsi gi£ dal macigno con singolare agilit... verso il cane che scodinz01a e gli depone il pane ai pledi. Rac- colta da terra la pagnotta, l'eremita ne spicca un pezzet- tino e lo ripone in una bisaccia che porta a tracolla. Il resto lo restituisce al cane con un sorriso. L'anacoreta Š piccolo e segaligno, vestito con una specie di saio; la faccia si mostra simpatica, non priva di una astuzia fanciullesca. Allora il fornaio si fa avanti, deciso a far valere le sue ragioni. (r) Benvenuto, fratello ¯ lo previene Silvestro, vedendolo awicinare, (r) Come mai da queste parti?Sei forse in giro per caccia? ¯ (r) A dir la verit... ¯ risponde duro il Sapori (r) andavo a caccia di... di una certa bestiaccia che ogni giorno... ¯ (r) Ah, sei tu? ¯ lo interrompe il vecchio. (r) Sei tu che mi procuri ogni giorno questo buon pane ?.. . un pane da si- gnori questo... un lusso che non sapevo di meritare!... ¯ (r) Buono ? Sfido che Š buono ! Fresco tolto dal forno... il mio mestiere lo conosco, caro il mio signore... ma non Š fatto per rubare il mio pane! ¯ Silvestro abbassa il capo fissando l'erba: (r) Capisco ¯ dice con una certa tristezza. (r) Tu hai ragione di lamentarti, ma io non sapevo... Vuol dire che Galeone non andr... pi£ in paese... lo terr• sempre qui con me... anche un cane non deve avere rimorsi... Non verr... pi£, te lo prometto. ¯ (r) Oh be' ¯ dice il fornaio un poco calmato (r) quand'Š cos¡ pu• anche venire il cane. C'Š una maledetta faccenda di testamento, e io sono obbligato a buttar via ogni giorno cinquanta chili di pane... ai poveri devo darli, a quei ba- stardi senza arte n‚ parte... Anche se una pagnotta verr... a finire quass£.., povero pi£ povero meno... ¯ (r) Dio te ne render... merito, fratello... Testamento o no, tu fai opera di misericordia. ¯ (r) Ma ne farei molto volentieri a meno. ¯ (r) Lo so perch‚ parli cos¡... C'Š in voi uomini, una spe- cie di vergogna... ci tenete a mostrarvi cattivi, peggio di quello che siete, cos¡ va il mondo! ¯ Ma le parolacce che Defendente si Š preparato in corpo non vengono fuori. Sia imbarazzo, sia delusione, non gli riesce di arrabbiarsi. L'idea di essere il primo e il solo in tutta la contrada ad aver avvicinato l'eremita lo lusinga. S¡, egli pensa, un eremita Š quello che Š: non c'Š da cavarci niente di buono. Chi pu• tuttavia prevedere il futuro ? Se lui facesse una segreta amicizia con Silvestro, chiss... che un giorno non gliene verr... vantaggio. Per esempio immagina che il vecchio compia un miracolo, allora il popolino si infatua di lui, dalla grande ci~t... arrivano mon- signori e prelati, si organizzano cerimonie, processioni e IL CANE CHE HA VISTO DIO zo9 sagre. E lui, Defendente Sapori, prediletto dal nuovo san- to, invidiato da tutto il paese, fatto per esempio sindaco. Perch‚ no, in fin dei conti ? Silvestro allora: (r) Che bel fucile che hai! ¯ dice e non senza garbo glielo toglie di mano. In quest'attimo, e De- fendente non capisce perch‚, parte un colpo che fa rin- tronare la valle. Lo schioppo per• non sfugge di mano all'eremita. (r)Non hai paura ¯ dice questi (r) a girare col fucile ca- rico ? ¯ Il fornaio lo sguarda insospettito: (r) Non sono mica pi£ un ragazzetto! ¯. (r) Ed Š vero ¯ prosegue subito Silvestro, restituendogli il fucile (r) Š vero che non Š impossibile trovar posto, la domenica, nella parrocchiale di Tis ? Ho sentito dire che non Š proprio stipata. ¯ (r)Ma se Š vuota come il palmo della mano ¯ fa con aperta soddisfazione il fornaio. Poi si corregge: (r) Eh, sia- mo in pochi a tener duro! ¯. (r) E a messa, quanti sarete di solito a messa? Tu e quanti altri ? ¯ (r)Una trentina direi, nelle domeniche buone, si arriver... a cinquanta per Natale. ¯ (r) E dimmi, a Tis si bestemmia volentieri? ¯ (r) Per Cristo se si bestemmia. Non si fanno pregar dav- vero a tirar moccoli. ¯ L'eremita lo guarda e scuote il capo: (r) Ci credono pochetto dunque a Dio, si direbbe. ¯ (r) Pochetto? ¯ insiste Defendente sogghignando dentro di s‚. (r) Una manica di eretici sono... ¯ (r) E i tuoi figli ? Li manderai bene in chiesa i tuoi figli... ¯ (r)Cristo se ce li mando! Battesimo, cresima, prima e se- conda comunione ! ¯ (r) Davvero ? Anche la seconda ? ¯ (r) Anche la seconda, si capisce. Il mio pi£ piccolo l'ha... ¯ 1.. ma qui si interrompe al vago dubbio di averla detta grossa. (r) Sei dunque un ottimo padre ¯ commenta grave l'ere- mita (ma perch‚ sorride cos¡ ?). (r) Torna a trovarmi, fra- tello. Ed ora va con Dio ¯ e fa un piccolo gesto come per benedlre. Defendente Š colto alla sprovvista, non sa cosa rispondere. Prima che se ne sia reso conto, ha abbassato lievemente il capo facendosi il segno della Croce. Per fortuna non c'Š nessun testimone, eccezion fatta del cane. IL CANE CHE HA VISTO DIO il pane sotto la panca convenuta. E Defendente neppure lo vide, n‚ lo videro i pezzenti. Il fornaio andava ogni giorno a deporre la pagnotta nella baracchetta di legno che il sole non si era ancora levato. Ugualmente il cane dell'eremita, ora che avanzava l'autunno e le giornate si accorciavano, si confondeva facil- mente con le ombre del crepuscolo mattutino. Defendente Sapori viveva cos¡ abbastanza tranquillo e poteva dedicarsi al recupero del pane destinato ai poveri, attraverso lo spor- tellino segreto della cesta. VII VIII L'alleanza segreta con l'eremita era una bella cosa, ma solo fin tanto che il fornaio si perdeva nei sogni che lo portavano alla carica di sindaco. In realt... c'era da tenere gli occhi bene aperti. Gi... la distribuzione del pane ai poveri lo aveva screditato, sia pure senza sua colpa, agli occhi dei compaesani. Se ora fossero venuti a sapere che si era fatto il segno della Croce! Nessuno, grazie al cielo, pareva si fosse accorto della sua passeggiata, neppure i garzoni del forno. Ma ne era poi sicuro? E la faccenda del cane come sistemarla ? La pagnotta quotidiana non si po- teva pi£ decentemente rifiutargliela. Non per• sotto gli sguardi dei mendicanti che ne avrebbero fatto una favola. Proprio per questo il giorno dopo, prima che spuntasse il sole, Defendente si appost• vicino a casa sulla strada che menava alle colline. E come Galeone comparve, lo richiam• con un fischio. Il cane, riconosciutolo, si avvi- cin•. Allora il fornaio, tenendo in mano la pagnotta, lo trasse a una baracchetta di legno, adiacente al forno, che serviva di deposito per la legna. Qui, sotto una panca, egli depose il pane, ad indicare che in avvenire la bestia doveva ritirare qui il suo cibo. Venne infatti il cane Galeone, il giorno dopo, a prendere Passarono le settimane e i mesi finch‚ arriv• l'inverno coi fiori di gelo alle finestre, i camini che fumavano tutto il giorno, la gente imbacuccata, qualche passeretto stec- chito in sul far del mattino ai piedi della siepe e una cappa leggera di neve sulle colline. Una notte di ghiaccio e di stelle, l... verso nord, in di- rezione della antica cappella abbandonata, furono scorte grandi luci bianche come non erano state viste mai. ci fu a Tis un certo allarme, gente che balzava dal letto, impo- ste che si aprivano, richiami da una casa all'altra e brusio nelle strade. Poi, quando si cap¡ ch'era una delle solite luminarie di Silvestro, nient'altro che il lume di Dio venu- to a salutare l'eremita, uomini e donne sprangarono le finestre e si rificcarono sotto le calde coperte, un po' de- lusi, imprecando al falso allarme. Il giorno dopo, portata non si seppe da chi, si sparse pigramente la voce che durante la notte il vecchio Sil- vestro era morto assiderato. Siccome il seppellimento era obbligatorio per legge, il becchino, un muratore e due manovali andarono a sot- terrare l'eremita, accompagnati da don Tabi..., il prevosto, che aveva sempre preferito ignorare la presenza dell'ana- coreta entro i confini della sua parrocchia. Su una car- retta tirata da un asinello fu caricata la cassa da morto. I cinque trovarono Silvestro disteso sulla neve, con le braccia in croce, le palpebre chiuse, proprio in atteggia- mento da santo; e accanto a lui, seduto, il cane Galeone che piangeva. Il corpo fu messo nella cassa, quindi, recitate le preghie- re, lo seppellirono sul posto, sotto alla superstite volta della cappella. Sopra il tumulo, una croce di legno. Poi don Tabi... e gli altri tornarono, lasciando il cane raggomito- lato sopra la tomba. Al paese nessuno chiese loro spiega- zioni. Il cane non ricomparve. Al mattino dopo, quando and• a mettere la solita pagnotta sotto la panca, Defendente trov• ancora quella del giorno prima. Il d¡ successivo il pane era ancora l..., un poco pi£ secco, e le formiche ave- vano gi... cominciato a scavarvi cunicoli e gallerie. Pas- sando invano i giorni, anche il Sapori fin¡ per non pen- sarcl plé, Ma due settimane pi£ tardi, mentre al caffŠ del Cigno il Sapori gioca a terziglio, col capomastro Lucioni e col cavalier Bernardis, un giovanotto, intento a guardare nella via, esclama: (r) To', quel cane! ¯. Defendente trasale e volge subito gli sguardi. Un cane, brutto e sparuto, avanza per la via, oscillando da una IL CANE CHE HA VISTO DIO parte e dall'altra quasl avesse il capo storno. Sta morendo di fame. Il cane dell'eremita- quale il Sapori ricorda - Š certo pi£ grosso e vigoroso. Ma chiss... come si pu• ridur- re una bestia dopo due settimane di digiuno. Il fornaio ha l'impressione di riconoscerlo. Dopo essere rimasto lun- gamente a piangere sopra la tomba, la bestia forse ha ce- duto alla fame e ha abbandonato il padrone per scendere a cercar cibo in paese. (r) Tra poco quello tira le cuoia ¯ fa Defendente, ridac- chiando, per mostrare la sua indifferenza. (r) Non vorrei fosse proprio lui ¯ dice allora il Lucioni, con un sorriso ambiguo, chiudendo il ventaglio delle carte. (r) Lui chi ? ¯ (r) Non vorrei ¯ dice il Lucioni (r) che fosse il cane del- l'eremita. ¯ Il cavalier Bernardis, tardo di comprendonio, si anima stranamente: (r) Ma io l'ho gi... vista questa bestia ¯ dice. (r) L'ho pro- prio vista da queste parti. Mica sar... tua alle volte, De- fendente? ¯ (r) Mia? E come potrebbe essere mia? ¯ (r) Non vorrei sbagliarmi ¯ conferma il Bernardis (r) ma mi pare di averla vista dalle parti del tuo forno. ¯ Il Sapori si sente a disagio. (r) Mah ¯ dice (r) ne girano tanti di cani, potrebbe anche darsi, io certo non ricordo. ¯ Il Lucioni assente col capo, gravemente, come parlan- do con se stesso. Poi: (r) S¡, s¡, deve essere il cane dell'eremita. ¯ (r) E perch‚ poi ¯ chiede il fornaio cercando di ridere (r) perch‚ poi dovrebbe proprio essere quello dell'eremita? ¯ (r)Corrisponde, capisci? Corrisponde la magrezza. Fa un po' il conto. stato diversi giorni sopra la tomba, i cani fanno sempre cos¡... Poi gli Š venuto appetito... ed eccolo qui in paese... ¯ Il fornaio tace. Intanto la bestia si guarda intorno e per un istante fissa, attraverso la vetrata del caffŠ, i tre uomi- ni seduti. Il fornaio si sofffia il naso. (r) S¡ ¯ dice il cavalier Bernardis (r)giurerei che l'ho gi... visto. Pi£ di una volta l'ho visto, proprio dalle tue parti ¯ e guarda il Sapori. (r) Sar..., sar... ¯ fa il fornaio (r) io proprio non ricordo... ¯ Il Lucioni ha un sorrisetto astuto: (r) Io gi... un cane si- mile non me lo terrei per tutto l'oro del mondo ¯. (r) Rabbioso? ¯ chiede il Bernardis allarmato. (r) Tu pensi che sia rabbioso? ¯ (r) Macch‚ rabbioso! Ma a me non darebbe nessun affi- damento un cane simile... un cane che ha visto Dio! ¯ (r)Come che ha visto Dio?¯ (r)Non era il cane dell'eremita? Non era con lui quando venivano quelle luci ? Lo sanno tutti, direi, che cos'erano quelle luci! E il cane non era con lui? Vuoi che non ab- bia visto? Vuoi che dormisse con uno spettacolo simile? ¯ e ride di gusto. (r) Balle! ¯ replica il cavaliere. (r) Chiss... che cos'erano quelle luci. Altro che Dio! Anche stanotte c'erano... ¯ (r) Stanotte dici ? ¯ fa Defendente con una vaga speranza. (r) Coi miei occhi le ho viste. Mica forti come una volta, per• un bel chiaro lo facevano. ¯ (r) Ma sei sicuro ? Stanotte ? ¯ (r) Stanotte, perdio. Le stesse identiche di prima... Che dio vuoi che ci fosse questa notte? ¯ Il Lucioni per• ha una faccia oltremodo furba: (r) E chi ti dice, chi ti dice che i lumi di questa notte non fossero per lui ? ¯. (r) Per lui chi ? ¯ (r) Per il cane, sicuro. Magari stavolta invece di Dio in persona era l'eremita, venuto gi£ dal paradiso. Lo vedeva l... fermo sulla sua tomba, si sar... detto: ma guarda un po' il mio povero cane... E allora Š sceso a dirgli di non pen- sarci pi£, che ormai aveva pianto abbastanza e che andas- se a cercarsi una bistecca! ¯ (r) Ma se Š un cane di qui ¯ insiste il cavalier Bernardis. (r) Parola che l'ho visto gironzare intorno al forno. ¯ Defendente rincasa con una grande confusione in testa. Che antipatica faccenda. Pi£ cerca di persuadersi che non Š possibile, pi£ si va convincendo che Š proprio la bestia dell'eremita Niente di preoccupante, certo. Ma lui adesso dovr... continuare a dargli ogni giorno la pagnotta? Pensa: se io gli taglio i viveri, il cane torner... a rubare il pane nel cortile; e allora io come mi regolo ? cacciarlo via a pe- date? un cane che, volere o no, ha visto Dio? E che ne so io di questi misteri ? Non sono cose semplici. Prima di tutto: lo spirito del- L'eremita Š apparso davvero a Galeone la notte prima? E che cosa pu• avergli detto? Che lo abbia in qualche modo stregato? Magari adesso il cane capisce il linguaggio degli uomini, chi lo sa, un giorno o l'altro potrebbe mettersi a parlare anche lui. C'Š da aspettarsi di tutto quando c'Š di mezzo Dio, se ne sentono raccontare tante. E lui, De- fendente, si Š gi... coperto abbastanza di ridicolo. Se in giro adesso sapessero che lui ha di queste paure! Prima di rientrare in casa, il Sapori va a dare un'oc- chiata alla baracchetta della legna. Sotto la panca la pa- gnotta di quindici giorni prima non c'Š pi£. Il cane dun- que Š venuto e se l'Š portata via con formiche e tutto? Ma il giorno dopo il cane non venne a prendere il pane e neppure il terzo mattino. Era ci• che Defendente spe- rava. Morto Silvestro ogni illusione di poter sfruttare la sua amicizia era finita. In quanto al cane, meglio se ne stes- se alla larga. Eppure quando il fornaio, nella baracchetta deserta, rivedeva la forma di pane che aspettava sola so- letta, provava delusione. Rest• ancora peggio quando - erano passati altri tre giorni - egli rivide Galeone. Il cane se n'andava, apparen- temente annoiato, nell'aria fredda della piazza e non pa- reva pi£ quello che si era visto attraverso i vetri del caffŠ. Ora stava bello dritto sulle gambe, non ciondolava pi£ ed era s¡ ancora magro ma col pelo gi... meno ispido, le orecchie erte, la coda ben sollevata. Chi lo aveva nutrito? Il Sapori si guard• intorno. La gente passava indifferente, come se la bestia non esistesse neanche. Prima di mezzod¡ il fornaio depose un nuovo pane fresco, con una fetta di formaggio, sotto la solita panca. Il cane non si fece vivo. Di giorno in giorno Galeone era pi£ florido; il suo pelo ricadeva liscio e compatto come ai cani dei signori. Qual- cuno dunque si prendeva cura di lui; e forse parecchi contemporaneamente, ciascuno all'insaputa dell'altro, per scopi reconditi. Forse temevano la bestia che aveva visto troppe cose, forse speravano di comperare a buon mercato la grazia di Dio senza rischiare la baia dei compaesani. O addirittura l'intera Tis aveva il medesimo pensiero ? E ciascuna casa, quando veniva la sera, tentava nel buio di attirare a s‚ l'animale per ingraziarselo con bocconi pre- libati ? Forse per questo Galeone non era venuto pi£ a prendere la pagnotta; oggi probabilmente aveva di meglio. Ma nes- suno ne parlava mai, anche l'argomento dell'eremita, se per caso afffiorava, veniva subito lasciato cadere. E quan- do il cane compariva per la strada, gli sguardi trascorre- vano via, quasi fosse uno dei tanti cani randagi che infe- stano tutti i paesi del mondo. E in silenzio il Sapori si ro- deva come chi, avuta per prima un'idea geniale, si accorge che altri, pi£ audaci di lui, se ne sono clandestinamente impadroniti e si preparano a trarne indebiti vantaggi. Avesse visto o no Dio, certo Galeone era un cane strano. Con compostezza pressoch‚ umana girava di casa in casa, entrava nei cortili, nelle botteghe, nelle cucine, stava per interi minuti immobile ossenando la gente. Poi se n'an- dava silenzioso. Che cosa c'era nascosto dietro quei due occhi buoni e malinconici ? L'immagine del Creatore con ogni proba- bilit... vi era entrata. Lasciandovi che cosa ? Mani treme- bonde offrivano alla bestia fette di torta e cosce di pollo. Galeone, gi... sazio, fissava negli occhi l'uomo, quasi a in- dovinare il suo pensiero. Allora l'uomo usciva dalla stan- za, incapace di resistere. Ai cani petulanti e randagi in Tis non venivano somministrati che bastonate e calci. Con questo non si osava. A poco a pGcO si sentirono presi dentro a una specie di complotto ma non avevano il coraggio di parlarne. Vec- chi amici si fissavano negli occhi, cercandovi invano una tacita confessione, ciascuno nella speranza di poter rico- noscere un complice. Ma chi avrebbe parlato per primo ? Soltanto il Lucioni, imperterrito, toccava senza ritegno l'ar- gomento: (r) To' to' ! ecco il nostro bravo cagnaccio che ha vi- sto Dio! ¯ annunciava sfrontatamente alla comparsa di Ga- leone E ridacchiava fissando alternativamente le persone intorno con occhiate allusive. Gli altri per lo pi£ si com- portavanO come se non avessero capito. Chiedevano di- stratte spiegazioni, scuotevano il capo con aria di compati- mento, dicevano: (r) Che storie! ma Š ridicolo! superstizioni da donnette ¯. Tacere, o peggio unirsi alle risate del ca- pomastro sarebbe stato compromettente. E liquidavano la cosa come uno stupido scherzo. Per•, se c'era il cavalier Bernardis, la sua risposta era sempre quella: (r) Macch‚ ca- ne dell'eremita. Vi dico che Š una bestia di qui. Sono an- ni che gira per Tis, lo vedevo tutti i santi giorni giron- zare dalle parti del forno! ¯. XIV Un giorno, sceso in cantina per la consueta operazione di reNpero, Defendente, tolta la grata della finestrella stava per aprire lo sportellino della cesta del pane. Fuori nel cortile, si udivano le grida dei pezzenti in attesa, le voci della moglie e del garzone che cercavano di tenerli in riga. L'esperta mano del Sapori liber• la chiusura, lo sportellino si apr¡, i pani cominciarono a scivolare rapida- mente in un sacco. In quel mentre egli vide con la coda dell'occhio una cosa nera muoversi, nella penombra del sotterraneo. Si volt• di soprassalto. Era il cane. Fermo sulla porta della cantina, Galeone osservava la scena con placida imperturbabilit.... Ma nella poca luce gli occhi del cane erano fosforescenti. Il Sapori rest• di pietra. (r) Galeone, Galeone ¯ cominci• a balbettare in tono ca- rezzevole e manierato. (r) Su, buono, Galeone... qua, pren- di! ¯ E gli lanci• una pagnottella. Ma la bestia non la guard• neppure. Come se avesse visto abbastanza, si volse lentamente, avviandosi verso la scala. Rimasto solo, il fornaio usc¡ in orrende imprecazioni. Un cane ha visto Dio, ne ha sentito l'odore. Chiss... quali misteri ha imparato. E gli uomini si guardano l'un IL CANE CHE HA VISTO DIO L'altro come cercando un appoggio ma nessuno parla. Uno sta finalmente per aprir bocca: "E se fosse una mia fissa- zione?" si domanda. <'Se gli altri non ci pensassero nep- pure?" E allora fa finta di niente. Galeone con straordinaria familiarit... passa da un luogo a un altro, entra nelle osterie e nelle stalle. Quando meno ci se lo aspetta eccolo l... in un angolo, immobile, che guarda fissamente e annusa. Anche di notte, quando tutti gli altri cani dormono, la sua sagoma appare all'improv- viso contro il muro bianco, con quel suo caratteristico passo dinoccolato e in certo modo contadinesco. Non ha una casa? Non possiede una cuccia? Gli uomini non si sentono pi£ soli, neppure quando sono in casa con porte sprangate. Tendono di continuo le orecchie: un fruscio sull'erba, di fuori: un cauto e sof- fice zampettare sui sassi della via, un latrato lontano. Bu~ bb~c, fa Galeone, un suono caratteristico. Non Š rab- bioso, n‚ aspro, eppure attraversa l'intero paese. (r) Be', non fa niente, forse ho sbagliato io i conti ¯ dice il sensale dopo avere litigato rabbiosamente con la moglie per due soldi. (r) Insomma, per questa volta te la voglio passar liscia. Alla prossima fili, per•... ¯ annuncia il Fri- gimelica, quello della fornace, rinunciando di colpo a li- cenziare il manovale. (r) Tutto sommato Š una gran cara donna... ¯ conclude inaspettatamente, in contrasto con quan- to detto prima, la signora Biranze, in conversazione con la maestra, a proposito della moglie del sindaco. B~c buc bufa il cane randagio, e pu• darsi che abbai a un altro cane, a un'ombra, a una farfalla, o alla luna, non Š per• escluso che abbai a ragion veduta, quasi che attraverso i muri, le strade, la campagna, gli sia giunta la cattiveria umana Nell'udire il rauco richiamo, gli ubriachi espulsi dall'osteria rettificano la posizione. Galeone compare inatteso nello sgabuzzino dove il ra- gionier Federici sta scrivendo una lettera anonima per av- vertire il suo padrone, proprietario del pastificio, che il contabile Rossi ha rapporti con elementi sovversivi, "Ra- gioniere, che cosa stai scrivendo?" sembran dire i due oc- chi mansueti. Il Federici gli indica bonariamente la porta. (r) Su, bello, fuori, fuori ! ¯ e non osa profferire gli insulti che gli nascono nel cuore. Poi sta con l'orecchio all'uscio per assicurarsi che la bestia se ne sia andata. E poi, per maggior prudenza, butta la lettera nel fuoco. Compare, assolutamente per caso, ai piedi della scala di legno che porta all'appartamentino della bella sfrontata Flora. gi... notte alta ma i gradini scricchiolano sotto i piedi di Guido, il giardiniere, padre di cinque figli. Due occhi dunque brillano nel buio.< Ma non Š qui, accidenti ! ¯ esclama l'uomo a voce alta perch‚ la bestia oda, quasi sinceramente irritato dal malinteso. (r) Col buio ci si sba- glia sempre... Non Š questa ia casa del notaio! ¯ E ridi- scende a precipizio. Oppure si ode il suo sommesso abbaiare, un dolce bron- tolio, a guisa di rimprovero, mentre Pinin e il Gionfa penetrati nottetempo nel ripostiglio del cantiere, hanno gi... messo mano su due biciclette. (r) Toni, c'Š qualcuno che vie- ne ¯ sussurra Pinin in assoluta malafede. (r) Mi Š parso an- che a me ¯ dice il Gionfa (r) meglio filare. ¯ E scivolano via senza nulla di fatto. Oppure manda un lungo mugolio, una specie di lamen- to, proprio sotto i muri del forno all'ora giusta, dopo che Defendente, chiuse questa volta a doppia mandata porte e cancelletti dietro di s‚, Š disceso in cantina per fregare il pane dei poveri dalla cesta durante la distribuzione mat- tutina. Il fornaio allora stringe i denti: come fa a saperlo, quel cagnaccio della malora ? E tenta di alzare le spalle. Ma poi gli vengono i sospetti: se in qualche modo Ga- leone lo denunciasse, tutta l'eredit... andrebbe in fumo. Col sacco vuoto piegato sotto il braccio, Defendente risale in bottega. Quanto durer... la persecuzione? Il cane non se ne andr... mai pi£? E se resta in paese, quanti anni potr... ancora vi- vere? Oppure c'Š il modo di toglierlo di mezzo? Fatto Š che, dopo secoli di negligenza, la chiesa par- rocchiale ricominci• a popolarsi. La domenica, a messa, vecchie amiche si incontravano. Ciascuna aveva la sua scu- sa pronta: (r)Sa che cosa le dico? Che con questo freddo l'unico posto dove si sta ben riparati Š la chiesa. Ha i muri grossi, ecco la questione... il caldo che hanno immagazzi- nato d'estate, lo buttano fuori adesso! ¯. E un'altra: (r) Un benedetto uomo qui il prevosto, don Tabi...... Mi ha pro- messo le sementi di tredescanzia giapponese, sa, quella bella gialla?... Ma non c'Š verso.. Se non mi faccio vedere un po' in chiesa, lui duro, fa finta di essersi dimenticato... ¯. Un'altra ancora: (r) Capisce, signora Erminia? Voglio fare un entredeux di pizzo come quello l..., dell'altare del Sacro Cuore. Portarmelo a casa da copiare non posso. Bisogna che venga qui a studiarmelo... Eh non Š mica semplice! ¯. Ascoltavano, sorridendo, le spiegazioni delle amiche, pre- occupate soltanto che la propria sembrasse abbastanza plau- sibile. Poi (r) Don Tabi... ci guarda! ¯ sussurravano come sco- larette, concentrandosi sul libro da messa. Non una veniva senza scusa. La signora Ermelinda, per esempio, non aveva trovato altri, per fare insegnare il canto alla sua bambina, cos¡ appassionata di musica, che l'organista del duomo; e adesso veniva in chiesa per ascol- tarla nel Magni~at. La stiratrice dava appuntamento in chiesa a sua mamma, che il marito non voleva vedere per casa. Perfino la moglie del dottore: proprio sulla piazza, pochi minuti prima, aveva messo un piede a terra mala- mente e si era fatta una storta; era dunque entrata per restare un poco seduta. In fondo alle navate laterali, presso i confessionali grigi di polvere, dove le ombre sono pi£ fitte, stava qualche uomo impalato. Dal pulpito don Tabi... Sl guardava intorno sbalordito, stentando a trovare le pa- role. Sul sagrato intanto Galeone stava disteso al sole: sem- brava si concedesse un meritato riposo. All'uscita dalla messa, senza muovere un pelo, sbirciava tutta quella gente: le donne sgusciavano dalla porta, allontanandosi chi da una parte chi dall'altra. Nessuna che lo degnasse di un'oc- chiata, ma finch‚ non avevano svoltato l'angolo si senti- vano i suoi sguardi nella schiena come due punte di ferro. XVII Anche l'ombra di un cane qualsiasi, basta che assomigli va- gamente a Galeone, fa dare dei soprassalti. La vita Š un'an- sia. L... dove c'Š un poco di gente, al mercato, al passeggio serale, mai il quadrupede manca; e pare si goda all'indiffe- renza assoluta di coloro che, quando son soli e in segreto lo chiamano invece coi nomi pi£ affettuosi, gli offrono tor- telli e zabaglione. (r) Eh, i bei tempi di una volta! ¯ usano adesso esclamare gli uomini, cos¡, genericamente, senza spe- cificare 11 perch‚; e nessuno che non capisca al volo. I bei tempi - intendono dire senza specificarlo - quando si po- teva fare I propri porci comodi, e darsene quattro se oc- correva e andar per contadine in campagna, e magari ru- bacchiare, e la domenica starsene in letto fino a mezzod¡. I bottegai adesso adoperano carte sottili e misurano il peso giusto, la padrona non picchia pi£ la serva, Carmine Espo- sito dell'agenzia di pegni ha imballato tutte le sue cose per traslocare in citt..., il brigadiere Venariello se ne sta allunga- to al sole sulla panca, dinanzi alla stazione dei carabinieri morto di noia, domandandosi se i ladri sono tutti morti, e IL CANE CHE HA VISTO D10 nessuno tira pi£ le potenti bestemmie di prima, che dava- no cos¡ gusto, se non in aperta campagna e con le debite cautele, dopo attente ispezioni, che dietro alle siepi non si nasconda qualche cane. Ma chi osa ribellarsi? Chi ha il coraggio di prendere a pedate Galeone o di somministrargli una cotoletta all'arse- nico come Š nei segreti desideri di tutti ? Neanche nella provvidenza possono sperare: la santa provvidenza, a rigor di logica, si deve essere schierata dalla parte di Galeone. Bisogna fare assegnamento sul caso. Sul caso di una notte tempestosa, con lampi e fulmini che pare finisca il mondo. Ma il fornaio Defendente Sapori ha un udito da lepre e lo strepito dei tuoni non gli impedisce di awertire un tramestio insolito dabbasso in cortile. De- vono essere i ladri. Balza dal letto, afferra nel buio lo schioppo e guarda gi£ attraverso le stecche delle persiane. Ci sono due tipi, gli par di vedere, che stan dandosi d'attorno per aprire la por- ta del magazzino E al bagliore di una saetta vede anche, in mezzo al cortile, imperturbabile sotto i tremendi scrosci, un grosso cane nerastro. Deve essere lui, il maledetto, ve- nuto forse a dissuadere i due bricconi. Bisbiglia dentro di s‚ una bestemmia spettacolosa, arma lo schioppo, dischiude lentamente le persiane, quel tanto da poter sporgere la canna. Aspetta un nuovo lampo e mira al cane. Il primo sparo va completamente confuso con un tuono. (r) Al ladro! al ladro! ¯ comincia a urlare il fornaio, rica- rica lo schioppo, spara ancora all'impazzata nel buio, ode allontanarsi dei passi affannosi, poi per tutta la casa voci e sbattere di porte: moglie, bambini e garzoni accorrono spaventati. (r) Sor Defendente ¯ una voce chiama dal cortile (r) guardi che ha ammazzato un cane! ¯ Galeone - sbagliarsi a questo mondo Š possibile, specie in una notte come questa ma pare proprio lui tale e quale - giace stecchito in una pozza d'acqua: un pallottone gli ha attraversato la fronte. Morto secco. Non stira neppure le gambe. Ma Defendente non va neanche a vederlo. Lui scen- de a controllare che non abbiano scassinato la porta del magazzino, e, come ha constatato che no, d... a tutti la buo- na notte e si caccia sotto le coltri. "Finalmente" si dice preparandosi a un sonno beato. Ma non gli riesce pi£ di chiuder occhio. Al mattino ch'era ancora buio due garzoni portarono via il cane morto e lo andarono a seppellire in un campo. Defen- dente non os• ordinar loro di tacere: si sarebbero messi in sospetto. Ma cerc• in modo che la cosa passasse via liscia senza tante chiacchiere. Chi rivel• il fatto? La sera, il fornaio si accorse subito, al caffŠ, che tutti lo fissavano: ma subito ritiravano gli sguar- di come per non metterlo in allarme. (r) Abbiamo sparato, eh stanotte? ¯ fece il cavalier Bernar- dis all'improvviso, dopo i soliti saluti. (r) Battaglia grossa eh, stanotte, al forno? ¯ (r) Chiss... chi erano ¯ rispose Defendente senza dare impor- tanza (r) volevano scassinare il magazzino, quei malnati. La- druncoli da poco. Ho sparato due colpi alla cieca e quelli se la sono battuta. ¯ (r) Alla cieca? ¯ chiese allora il Lucioni col suo tono insi- nuante. (r) E perch‚ non gli hai sparato addosso gi... che c'eri? ¯ (r) Con quel buio! Che cosa vuoi che vedessi! Ho sentito grattare gi£ alla porta e ho sparato fuori a casaccio. ¯ (r) E cos¡... e cos¡ hai spedito all'altro mondo una povera bestia che non aveva fatto niente di male. ¯ (r) Ah, gi... ¯ disse il fornaio quasi soprappensiero. (r) Ho I 1~ beccato un cane. Chiss... come era entrato. l~a me non ci stanno cani. ¯ Si fece un certo silenzio. Tutti lo guardavano. Il Trevaglia, cartolaio, mosse verso la porta per uscire. (r) Be', buonasera, signori ¯ e poi, compitando intenzionalmente le sillabe. (r) Buonasera anche a lei, signor Sapori ! ¯ (r) Onoratissimo ¯ rispose il fornaio e gli volt• le spalle. Che cosa intendeva dire quell'imbecille? Gli facevano col- pa alle volte, di aver ammazzato il cane dell'eremita? In- vece di essergli riconoscenti. Li aveva liberati da un incubo e adesso storcevano il naso. Che cosa li prendeva? Fossero stati sinceri una buona volta. Il Bernardis, singolarmente inopportuno, cerc• di spiegare: (r) Vedi, Defendente ?... qualcuno dice che avresti fatto me- glio e non ammazzare quella bestia... ¯ (r) E perch‚? L'ho fatto forse apposta? ¯ (r) Appposta o no, vedi? era il cane dell'eremita, dicono, e adesso dicono che era meglio lasciarlo stare, dicono che ci mener... gramo... sai come sono le chiacchiere! ¯ (r) E che ne so io dei cani degli eremiti ? Cristo d'un Cristo, vorrebbero farmi il processo, idioti che non sono altro ? ¯ e tent• una risata. Parl• il Lucioni: (r) Calma, calma, ragazzi... Chi ha detto ch'era il cane dell'eremita? Chi ha diffuso questa balla? ¯ Defendente: (r) Mah, se non lo sanno loro! ¯ e alzo le spalle. Il cavaliere intervenne: (r) Lo dicono quelli che l'hanno visto questa mattina, mentre lo seppellivano... Dicono che sia proprio lui, con una macchiolina di pelo bianco in cima all'orecchio sinistro ¯. (r)Nero per il restante?¯ (r)S¡, nero¯ rispose uno dei presenti. (r) Piuttosto grosso ? Con una coda a spazzo1a ? ¯ (r) Precisamente. ¯ (r) Il cane dell'eremita, volete dire? ¯ (r) Gi..., dell'eremita. ¯ (r) E guardatelo l..., allora il vostro cane! ¯ esclam• il Lu- cioni, facendo segno alla via. (r) Se Š pi£ vivo e sano di prima! ¯ Defendente si fece pallido come una statua di gesso. Col suo passo dinoccolato Galeone avanzava per la via, si fer- m• un istante a guardare gli uomini attraverso la vetrata del caffŠ, poi prosegu¡ tranquillo, Perch‚ i pezzenti, al mattino, hanno ora l'impressione di ricevere pi£ pane del solito ? Perch‚ le cassette delle ele- mosine, rimaste per anni e anni senza un soldo, adesso tin- tinnano? Perch‚ i bambini, finora recalcitranti, frequentano volentieri la scuola? Perch‚ l'uva resta sulle piante fino al- la vendemmia anzich‚ essere depredata? Perch‚ non tirano pi£ sassi e zucche marce sulla gobba di Martino? Perch‚ queste e tante altre cose? Nessuno lo confesser..., gli abitanti di Tis sono rustici ed emancipati, mai dalla loro bocca sen- tirete uscire la verit...: che hanno paura di un cane, non di essere addentati, semplicemente hanno paura che il cane li giudichi male. Defendente divorava veleno. Era una schiavit£. Neanche di notte si riusciva a respirare. Che peso, la presenza di Dio per chi non la desidera. E Dio non era qui una favola in- certa, non se ne stava appartato in chiesa fra ceri e in- censo, ma girava su e gi£ per le case, trasportato, per dir cos¡, da un cane. Un pezzettino piccolissimo di Creatore, un minimo fiato, era penetrato in Galeone e attraverso gli oc- chi di Galeone vedeva, giudicava, segnava in conto. Quando il cane sarebbe invecchiato ? Se almeno avesse perso le forze e fosse rimasto quieto in un angolo. Immo- bilizzato dagli anni, non avrebbe pi£ potuto dare noia. IL CANE CHE HA VISTO D10 zz7 E gli anni infatti passarono, la chiesa era piena anche nei giorni feriali, le ragazze non andavano pi£ lungo i portici, dopo mezzanotte, sghignazzando coi soldati. Defendente, sfasciatasi per l'uso la vecchia cesta, se ne procur• una nuo- va rinunciando ad aprirvi lo sportellino segreto (di sottrar- re il pane dei poveri non avrebbe pi£ avuto il coraggio, fin che Galeone era in giro) E il brigadiere Venariello ora si addormentava sulla soglia della stazione dei carabinieri, sprofondato in una poltrona di vimini. Passarono gli anni e il cane Galeone invecchi•, marciava sempre pi£ lento e con andatura esageratamente dinoccola- ta finch‚ un giorno gli capit• una specie di paralisi agli arti posteriori e non pot‚ pi£ camminare. Per sfortuna l'accidente lo colse in piazza, mentre dormic- chiava sul muretto di fianco al Duomo, sotto al quale il terreno divallava ripido, tagliato da strade e stradette, fino al fiume. La posizione era privilegiata dal punto di vista igienico perch‚ la bestia poteva sfogare i suoi bisogni cor- porali gi£ dal muro, verso lo scoscendimento erboso, senza imbrattare n‚ il muro n‚ la piazza. Era per• una posizione scoperta, esposta ai venti e senza riparo dalla pioggia. Anche stavolta naturalmente nessuno fece mostra di notare il cane che, tremando tutto, mandava dei lamenti. Il malo- re di un cane randagio non era uno spettacolo edificante. I presenti, indovinando dai suoi penosi sforzi che cosa gli fosse accaduto, si sentirono per• un tuffo al cuore, riani- mati da nuove speranze. Il cane prima di tutto non avreb- be pi£ potuto ciondolare intorno, non si sarebbe mosso pi£ neanche di un metro. Meglio: chi gli avrebbe dato da man- giare sotto gli occhi di tutti? Chi per primo avrebbe osato confessare un rapporto segreto con la bestia? Chi per pri- mo si sarebbe esposto al ridicolo? Di qui la speranza che Galeone potesse morire affamato. Prima di pranzo gli uomini passeggiarono al solito lungo il marciapiedi della piazza parlando di cose indifferenti co- me la nuova assistente del dentista, la caccia, il prezzo dei bossoli, l'ultimo film arrivato in paese. E sfioravano con le loro giacchette il muso del cane che, ansimando, pendeva un poco gi£ dal bordo del muro. Gli sguardi trascorrevano sopra la bestia inferma, rimirando meccanicamente il mae- stoso panorama del fiume, cos¡ bello al tramonto. Verso le otto, venuti alcuni nuvoloni da nord, cominci• a piovere e la piazza rimase deserta. Ma nel pieno della notte, sotto la pioggia insistente, ecco ombre sgusciare lungo le case come per una congiura de- littuosa. Curve e furtive esse si avviano a rapidi balzi ver- so la piazza e qui, confuse alle tenebre dei portici e degli androni, aspettano l'occasione propizia. I lampioni a que- st'ora mandano poca luce, lasciando vaste zone di buio. Quante sono le ombre? Forse decine. Portano da mangiare al cane ma ciascuno farebbe qualsiasi cosa pur di non es- sere riconosciuta. Il cane non dorme: a filo del muretto contro lo sfondo nero della valle, due punti verdi e fosfo- rescenti; e di tanto in tanto un breve lamentoso ululato che riecheggia nella piazza. una lunga manovra. Il volto nascosto da una sciarpa, il berretto da ciclista ben calato sulla fronte, uno finalmente si arrischia a raggiungere il cane. Nessuno esce dalle tene- bre per riconoscerlo; tutti temono gi... troppo per s‚. Uno dopo l'altro, a lunghi intervalli per evitare incontri personaggi irriconoscibili depositano qualche cosa sul mu- retto del Duomo. E gli ululati cessano. Al mattino si trov• Galeone addormentato sotto una co- perta impermeabile. Sul muro, accanto, si ammucchiava ogni ben di Dio: pane, formaggio, trance di carne, perfino uno scodellone pieno di latte. Paralizzato il cane, il paese credette di poter respirare ma fu breve illusione. Dal ciglio del muretto gli occhi della bestia dominavano gran parte dell'abitato. Almeno una buo- na met... di Tis si trovava sotto il suo controllo. E chi po- teva sapere quanto fossero acuti i suoi sguardi? Anche nel- le case periferiche sottratte alla vigilanza di Galeone, arri- vava del resto la sua voce. E poi come adesso riprendere le abitudini di un tempo? Equivaleva ad ammettere che si era cambiata vita a motivo del cane, a confessare sconciamente il segreto superstizioso custodito con tanta cura per anni. Lo stesso Defendente, il cui forno era escluso dalla visuale della bestia, non riprese le sue famose bestemmie n‚ riten- tava le operazioni di recupero dalla finestrella della can- tina. Galeone ora mangiava anche pi£ di prima e, non facendo pi£ moto, ingrassava come un porco. Chiss... quanto sareb- be campato ancora. Coi primi freddi per• rinacque la spe- ran~a che crepasse. Bench‚ riparato dalla tela cerata, il cane era esposto ai venti e un cimurro poteva sempre prender- selo Ma anche stavolta il maligno Lucioni rovin• ogni illusione, Una sera, in trattoria, raccontando una storia di caccia, dis- se che molti anni prima, per aver passato una notte sotto la neve, il suo bracco era diventato idrofobo; e aveva do- vuto ucciderlo con una schioppettata; gli piangeva ancora il cuore al ricordo. (r) E quel cagnaccio ¯ era sempre il cavalier Bernardis a toc- care gli argomenti sgraditi (r) quel brutto cagnaccio con la paralisi, sul muretto del Duomo, che certi imbecilli conti- nuano a rifornire, dico, non ci sar... mica il pericolo con questo cagnaccio ? ¯ (r) Ma che diventi pur rabbioso ! ¯ fece Defendente. (r) Tan- to, non Š pi£ capace di muoversi! ¯ (r) E chi te lo dice? ¯ ribatt‚ il Lucioni. (r) L'idrofobia mol- tiplica le forze. Non mi meraviglierei se cominciasse a sal- tare come un capriolo! ¯ Il Bernardis rest• interdetto: (r) Be', e allora ¯. (r) Ah, io per me, io me ne frego, Io me lo porto sempre dietro un amico sicuro ¯ e il Lucioni trasse di tasca una pe- sante rivoltella. I (r) Tu ! tu ! ¯ fece il Bernardis, a Tu che non hai figli ! Se tu avessi tre bambini come me, non te ne fregheresti, sta' sicuro. ¯ (r) Io ve l'ho detto. Pensateci voi adesso! ¯ Il capomastro lucidava sulla manica la canna della pistola. l XI Quanti anni sono dunque passati dalla morte dell'eremita? Tre, quattro, cinque, chi se ne ricorda pi£ ? Ai primi di novembre il gabbiotto di legno per riparare il cane Š quasi pronto. In termini molto spicci, trattandosi evidentemente di una faccenda di pochissimo conto, se ne Š parlato anche in sede di consiglio comunale. E nessuno che abbia avan- zato la proposta, molto pi£ semplice, di ammazzare la be- stia o trasportarla altrove. Il falegname Stefano Š stato in- caricato di costruire la cuccia in modo che possa essere fis- sata sopra il muretto, verniciata in rosso affinch‚ non stoni col colore della facciata del Duomo, tutta in mattoni vivi. (r) Che indecenza, che stupidit...! ¯ dicono tutti a dimostrare che l'idea Š degli altri. La paura per il cane che ha visto Dio non Š pi£ dunque un segreto? Ma il gabbiotto non sar... mai collocato in opera. Ai primi di novembre un garzone del fornaio che alle 4 del mattino per recarsi al lavoro passa sempre per la piazza awista ai piedi del muretto una cosa immobile e nera. Si awicina tocca, vola di corsa fino al forno. ú F (r) E che succede adesso? ¯ chiede Defendente, vedendolo entrare tutto affannato. (r) E morto ! Š morto! ¯ balbetta ansando il ragazzo. (r) Chi Š morto ? ¯ (r) Quel cane della malora... l'ho trovato per terra, era duro come un sasso ! ¯ XXII Respirarono? Si diedero alla pazza gioia? Quell'incomodo pezzetto di Dio se n'era finalmente andato, Š vero, ma trop- po tempo c'era ormai di mezzo. Come tornare indietro? Come ricominciare da capo? In quegli anni i giovani ave- vano gi... preso abitudini diverse. La messa della domenica dopo tutto era uno svago. E anche le bestemmie, chiss... co- me, davano adesso un suono esagerato e falso. Si era previ- sto insomma un gran sollievo e invece niente. E poi: se si fossero riprese le libere costumanze di prima non era come confessare tutto quanto? Tanta fatica per te- nerla nascosta, e adesso metter fuori la vergogna al sole? Un paese che aveva cambiato vita per rispetto di un cane! Ne avrebbero riso fin di l... dei confini. E intanto: dove seppellire la bestia? Nel giardino pub- blico No, no, mai nel cuore del paese, la gente ne aveva avuto abbastanza. Nella fogna. Gli uomini si guardarono l'un l'altro, nessuno osava pronunciarsi. (r) Il regolamento non lo contempla ¯ not• alla fine il segretario comunale, to- gliendoli dall'imbarazzo. Cremarlo nella fornace? E se poi avesse provocato infezioni? Sotterrarlo allora in campagna, ecco la soluzione giusta. Ma in quale campagna? Chi avreb- be acconsentitO ? Gi... cominciavano a questionare, nessuno voleva il cane morto nei propri fondi. E se lo si fosse sepolto vicino all'eremita? Chiuso in una piccola cassettina, il cane che aveva visto Dio viene dunque caricato sopra una carretta e parte verso le colline. E3 una domenica e parecchi ne prendono pretesto per fare una gita. Sei, sette carrozze cariche di uomini e donne seguono la cassettina, e la gente si sforza di essere allegra. Certo, bench‚ il sole splenda, i campi gi... infred- dolitl e gll alberi senza foglie non fanno un gran bel ve- dere. Arrivano alla collinetta, discendono di carrozza, si avvia- no a piedi verso i ruderi dell'antica cappella. I bambini cor- rono avanti. (r) Mamma! mamma! ¯ si ode gridare di lass£. (r) Presto! Venite a vedere ! ¯ Affrettano il passo, raggiungono la tomba di Silvestro. Da quel giorno lontano dei funerali nessuno Š mai tornato quass£ Ai piedi della croce di legno, proprio sopra il tu- mulo dell'eremita, giace un piccolo scheletro. Nevi, venti e piogge lo hanno tutto logorato, lo han fatto gracile e bianco come una filigrana. Lo scheletro di un cane. r l .. . QUALCOSA ERA SUCCESSO Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima sta- zione d'arrivo, cos¡ correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane don- na Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella n‚ di sagoma pia- cente, non aveva proprio niente di straordinario, chiss... per- ch‚ mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appog- giata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, su- perdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle po- polazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splen- dide valige di cuoio, celebrit..., dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assoluta- mente gratuito per giunta. Ma come il treno le pass• davanti lei non guard• dalla nostra parte (eppure era l... ad aspettare forse da un'ora) bens¡ teneva la testa voltata indietro badando a un uomo che arrivava di corsa dal fondo della via e urlava qualcosa che noi naturalmente non potemmo udire: come se accor- resse a precipizio per awertire la donna di un pericolo. Ma fu un attimo: la scena vol• via, ed ecco io mi chiedevo quale affanno potesse essere giunto, per mezzo di quell'uo- mo, alla ragazza venuta a contemplarci. E stavo per addor- mentarmi al ritmico dondolio della vettura quando per caso - certamente si trattava di una pura e semplice combina- zione- notai un contadino in piedi su un muretto che chia- mava chiamava verso la campagna facendosi delle mani portavoce Fu anche questa volta un attimo perch‚ il diret- tissimo filava eppure feci in tempo a vedere sei sette persone che accorrevano attraverso i prati, le coltivazioni, l'erba me- dica, non importa se la calpestavano, doveva essere una cosa assai importante. Venivano da diverse direzioni chi da una casa, chi dal buco di una siepe chi da un filare di viti o che so io, diretti tutti al muriccioio con sopra il giovane chia- m nte. Correvano, accidenti se correvano, si sarebbero detti spaventati da qualche avvertimento repentino che li incurio- siva terribilmente, togliendo loro la pace della vita. Ma fu un attimo, ripeto, un baleno, non ci fu tempo per altre osservazioni. Che strano, pensai, in pochi chilometri gi... due casi di gente che riceve una improvvisa notizia, cos¡ almeno presu- mevo. Ora, vagamente suggestionato, scrutavo la campagna, le strade, i paeselli, le fattorie, con presentimenti ed inquie- tudini. Forse dipendeva da questo speciale stato d'animo, ma pi£ osservavo la gente, contadini, carradori, eccetera, pi£ mi sembrava che ci fosse dappertutto una inconsueta animazio- ne. Ma s¡, perch‚ quell'andirivieni nei cortili, quelle donne affannate, quei carri, quel bestiame? Dovunque era lo stes- so. A motivo della velocit... era impossibile distinguere bene eppure avrei giuratO che fosse la medesima causa dovunque. Forse che nella zona si celebravan sagre? Che gli uomini si disponessero a raggiungere il mercato? Ma il treno andava e le campagne erano tutte in fermento, a giudicare dalla con- fusione. E allora misi in rapporto la donna del passaggio a livello, il giovane sul muretto, il viavai dei contadini: qual- che cosa era successo e noi sul treno non ne sapevamo niente. Guardai i compagni di viaggio, quelli dello scomparti- mento, quelli in piedi nel corridoio. Essi non si erano ac- corti. Sembravano tranquilli e una signora di fronte a me sui sessant'anni stava per prender sonno. O invece sospet- tavano? S¡, s¡, anche loro erano inquieti, uno per uno, e non osavano parlare Pi£ di una volta li sorpresi, volgendo gli occhi repentini, guatare fuori. Specialmente la signora sonnolenta, proprio lei, sbirciava tra le palpebre e poi su- bito mi controllava se mai l'avessi smascherata. Ma di che avevano paura? Napoli. Qui di solito il treno si ferma. Non oggi il diret- tissimo. Sfilarono rasente a noi le vecchie case e nei cortili oscuri vedemmo finestre illuminate e in quelle stanze - fu un attimo - uomini e donne chini a fare involti e chiudere valige, cos¡ pareva. Oppure mi ingannavo ed erano tutte fantasie ? Si preparavano a partire. Per dove? Non una notizia fau- sta dunque elettrizzava citt... e campagne. Una minaccia, un pericolo, un avvertimento di malora. Poi mi dicevo: ma se ci fosse un grosso guaio, avrebbero pure fatto fermare il treno; e il treno invece trovava tutto in ordine, sempre se- gnali di via libera, scambi perfetti, come per un viaggio inaugurale. Un giovane al mio fianco, con l'aria di sgranchirsi, si era alzato in piedi. In realt... voleva vedere meglio e si curvava sopra di me per essere pi£ vicino al vetro. Fuori, le cam- pagne, il sole, le strade bianche e sulle strade carriaggi, ca- mion, gruppi di gente a piedi, lunghe carovane come quelle che traggono ai santuari nel giorno del patrono. Ma erano tanti, sempre pi£ folti man mano che il treno si avvicinava al nord. E tutti avevano la stessa direzione, scendevano verso mezzogiorno, fuggivano il pericolo mentre noi gli si an- dava direttamente incontro, a velocit... pazza ci precipitavamo verso la guerra, la rivoluzione, la pestilenza, il fuoco, che cosa poteva esserci mai? Non lo avremmo saputo che fra cinque ore, al momento dell'arrivo, e forse sarebbe stato troppo tardi. Nessuno diceva niente. Nessuno voleva essere il primo a cedere Ciascuno forse dubitava di s‚, come facevo io, nel- L'incertezza se tutto quell'allarme fosse reale o semplicemen- te un'idea pazza, allucinazione, uno di quei pensieri assurdi che infatti nascono in treno quando si Š un poco stanchi. La signora di fronte trasse un sospiro, simulando di essersi svegliata, e come chi uscendo dal sonno leva gli sguardi meccanicamente, cos¡ lei alzo le pupille fissandole, quasi per caso, alla maniglia del segnale d'allarme. E anche noi tutti guardammo l'ordigno, con l'identico pensiero. Ma nessuno parl• o ebbe l'audacia di rompere il silenzio o semplicemen- mente os• chiedere agli altri se avessero notato, fuori, qual- che cosa di allarmante. Ora le strade formicolavano di veicoli e gente, tutti in cammino verso il sud. Rigurgitanti i treni che ci venivano incontro. Pieni di stupore gli sguardi di coloro che da terra ci vedevano passare, volando con tanta fretta al settentrione. E zeppe le stazioni. Qualcuno ci faceva cenno, altri ci urla- vano delle frasi di cui si percepivano soltanto le vocali come echi di montagna. La signora di fronte prese a fissarmi. Con le mani piene di gioielli cincischiava nervosamente un fazzo1etto e intanto i suoi sguardi supplicavano: parlassi, finalmente, li sollevas- si da quel silenzio, pronunciassi la domanda che tutti si aspettavano come una grazia e nessuno per primo osava fare. Ecco un'a!tra citt.... Come il treno, entrando nella stazione, rallent• un poco, due tre si alzarono non resistendo alla spe- ranza che il macchinista fermasse. Invece si pass•, fragoroso turbine, lungo le banchine dove una folla inquieta si accal- cava anelando a un convoglio che partisse, tra caotici mucchi di bagagli. Un ragazzino tent• di rincorrerci con un pacco di giornali e ne sventolava uno che aveva un grande titolo nero in prima pagina. Allora con un gesto repentino, la signora di fronte a me si sporse in fuori, riusc¡ ad abbrancare il fo- glio ma il vento della corsa glielo strapp• via. Tra le dita rest• un brandello. Mi accorsi che le sue mani tremavano nell'atto di spiegarlo. Era un pezzetto triangolare. Si leggeva la testata e del gran titolo solo quattro lettere. IONE, si leg- geva. Nient'altro. Sul verso, indifferenti notizie di cronaca. QUALCOSA ERA SUCCESSO Senza parole, la signora alzo un poco il frammento affin- ch‚ tutti lo potessero vedere. Ma tutti avevamo gi... guardato. E si finse di non farci caso. Crescendo la paura, pi£ forte in ciascuno si faceva quel ritegno. Verso una cosa che finisce in IONE noi correvamo come pazzi, e doveva essere spaven- tosa se, alla notizia, popolazioni intere si erano date a imme- diata fuga. Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del Paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno no, il maledetto treno marciava con la regolarit... di un oro- logio, al modo del soldato onesto che risale le turbe del- l'esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico gi... sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di rea- gire Oh i treni come assomigliano alla vita! Mancavano due ore. Tra due ore, all'arrivo, avremmo sa- puto la comune sorte. Due ore, un'ora e mezzo, un'ora, gi... scendeva il buio. Vedemmo di lontano i lumi della sospirata nostra citt... e il ioro immobile splendore riverberante un giallo alone in cielo ci ridiede un fiato di coraggio. La loco- motiva emise un fischio, le ruote strepitarono sul labirinto degli scambi. La stazione, la curva nera delle tettoie, le lam- pade, i cartelli, tutto era a posto come il solito. Ma, orrore!, il direttissimo ancora andava e vidi che la stazione era deserta, vuote e nude le banchine, non una fi- gura umana per quanto si cercasse. Il treno si fermava final- mente. Corremmo gi£ per i marciapiedi, verso l'uscita, alla caccia di qualche nostro simile. Mi parve di intravedere, nel- l'angolo a destra in fondo, un po' in penombra, un ferro- viere col suo berrettuccio che si eclissava da una porta, come terrorizzatoChe cosa era successo? In citt... non avremmo pi£ trovato un'anima? Finch‚ la voce di una donna, altissi- ma e violenta come uno sparo, ci diede un brivido. (r) Aiuto ! Aiuto! ¯ urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorit... dei luoghi per sempre abbandonati. zz I TOPI Che ne Š degli amici Corio? Che sta accadendo nella loro vecchia villa di campagna, detta la Doganella? Da tempo immemorabile ogni estate mi invitavano per qualche setti- mana. Quest'anno per la prima volta no. Giovanni mi ha scritto poche righe per scusarsi. Una lettera curiosa, che al- lude in forma vaga a difficolt... o a dispiaceri familiari; e che non spiega niente. Quanti giorni lieti ho vissuto in casa loro, nella solitu- dine dei boschi Dai vecchi ricordi oggi per la prima volta affiorano dei piccoli fatti che allora mi parvero banali o in- differenti. E all'improvviso si rivelano. Per esempio, da un'estate lontanissima, parecchio prima della guerra- era la seconda volta che andavo ospite dei Corio - torna a mente la seguente scena: Mi ero gi... ritirato nella camera d'angolo al secondo pia- no, che dava sul giardino - anche gli anni successivi ho dor- mito sempre l...- e stavo andando a letto. Quando udii un piccolo rumore, un grattamento alla base della porta. Andai ad aprire. Un minuscolo topo sgusci• tra le mie gambe, at- travers• la camera e and• a nascondersi sotto il cassettone. Correva in modo goffo, avrei fatto in tempo benissimo a schiacciarlo. Ma era cos¡ grazioso e fragile. Per caso, il mattino dopo, ne parlai a Giovanni. (r) Ah, s¡ ¯ fece lui distratto (r) ogni tanto qualche topo gira per la casa. ¯ (r) Era un sorcio piccolissimo... non ho avuto neanche il co- raggio di... ¯ (r) S¡, me lo immagino. Ma non ci fare caso... ¯ Cambi• argomento, pareva che il mio discorso gli spiacesse. L'anno dopo. Una sera si giocava a carte, sar... stata mez- zanotte e mezzo, dalla stanza vicina - il salotto dove a quel- l'ora le luci erano spente - giunse un clac, suono metallico come di una molla. (r) Cos'Š? ¯ domando io. (r) Non ho sen- tito niente ¯ fa Giovanni evasivo. (r) Tu Elena hai sentito qualche cosa ? ¯ (r) Io no ¯ gli risponde la moglie, facendosi un po' rossa. (r) Perch‚? ¯ Io dico: (r) Mi sembrava che di l... in salotto... un rumore metallico... ¯. Notai un velo di im- barazzo. (r) Bene, tocca a me fare le carte? ¯ Neanche dieci minuti dopo, un altro clac, dal corridoio questa volta, e accompagnato da un sottile strido, come di bestia. (r) Dimmi, Giovanni ¯ io chiedo (r) avete messo delle t trappole per topi ? ¯ (r) Che io sappia, no. Vero, Elena ? Sono state messe delle trappole ? ¯ Lei: (r) E che vi salta in mente ? Per i pochi topi che ci sono! ¯. _ Passa un anno Appena entro nella villa, noto due gatti magnifici, dotati di straordinaria animazione: razza soriana, muscolatura atletica, pelo di seta come hanno i gatti che si nutrono di topi. Dico a Giovanni: (r) Ah, dunque vi siete decisi finalmente. Chiss... che spaventose scorpacciate fanno. Di topi qui non ci sar... penuria ¯. (r) Anzi ¯ fa lui (r) solo di quando in quando... Se dovessero vivere solo di topi... ¯ (r) Per• li vedo belli grassi, questi mici. ¯ (r) Gi..., stanno bene, la faccia della salute non gli manca. Sai, in cucina trovano ogni ben di Dio. ¯ Passa un altro anno e come io arrivo in villa per le mie solite vacanze, ecco che ricompaiono i due gatti. Ma non sembrano pi£ quelli non vigorosi e alacri, bens¡ cascanti, smorti, magri. Non guizzano pi£ da una stanza all'altra ce- lermente Al contrario, sempre tra i piedi dei padroni, son- nolenti, privi di qualsiasi iniziativa. Io chiedo: (r) Sono ma- lati? Come mai cos¡ sparuti? Forse non hanno pi£ topi da mangiare? ¯. (r) L'hai detto ¯ risponde Giovanni Corio viva- mente. (r) Sono i pi£ stupidi gatti che abbia visto. Hanno messo il muso da quando in casa non esistono pi£ topi... Neanche il seme ci Š rimasto! ¯ E soddisfatto fa una gran risata. Pi£ tardi Giorgio, il figlio pi£ grandicello, mi chiama in disparte con aria di complotto: (r) Sai il motivo qual Š? Han- no paura! ¯. (r) Chi ha paura? ¯ E lui: (r) I gatti, hanno paura. Pap... non vuole mai che se ne parli, Š una cosa che gli d... fastidio. Ma Š positivo che i gatti hanno paura ¯. (r) Paura di chi ? ¯ (r) Bravo! Dei topi ! In un anno, da dieci che erano, quelle bestiacce sono diventate cento... E altro che i sorcet- tini d'una volta! Sembrano delle tigri. Pi£ grandi di una talpa, il pelo ispido e di colore nero. Insomma i gatti non osano attaccarli. ¯ (r) E voi non fate niente? ¯ (r) Mah, qual- cosa si dovr... pur fare, ma il pap... non si decide mai. Non capisco il perch‚, ma Š un argomento che Š meglio non toc- care, lui diventa subito nervoso... ¯ E l'anno dopo, fin dalla prima notte, un grande strepito sopra la mia camera come di gente che corresse. Patatr£m, patatr£m. Eppure so benissimo che sopra non ci pu• essere nessuno, soltanto la inabitabile soffitta, piena di mobili vec- chi, casse e simili. "Accidenti che cavalleria" mi dico "de- vono essere ben grossi questi topi." Un tal rumore che stento a addormentarmi. Il giorno dopo, a tavola, domando: (r) Ma non prendete nessun provvedimento contro i topi? In soffitta c'era la sara- banda, questa notte ¯. Vedo Giovanni che si scurisce in vol- to: (r) I topi? Di che topi parli? In casa grazie a Dio non ce n'Š pi£ ¯. Anche i suoi vecchi genitori insorgono: (r) Mac- ch‚ topi d'Egitto. Ti sarai sognato, caro mio ¯. (r) Eppure ¯ dico (r) vi garantisco che c'era il quarantotto, e non esagero. In certi momenti ho visto il soffitto che tremava. ¯ Giovanni s'Š fatto pensieroso: (r) Sai che cosa pu• essere? Non te n'ho mai parlato perch‚ c'Š chi si impressiona, ma in questa casa ci sono degli spiriti. Anch'io li sento spesso... E certe notti hanno il demonio in corpo! ¯. Io rido: (r) Non mi prende- rai mica per un ragazzetto, spero! Altro che spiriti. Quelli erano topi, garantito, topacci, ratti, pantegane!... E a pro- posito, dove sono andati a finire i due famosi gatti ? ¯. (r) Li abbiamo dati via, se vuoi sapere... Ma coi topi hai la fissa- zione! Possibile che tu non parli d'altro!... Dopo tutto, que- sta Š una casa di campagna, non puoi mica pretendere che... ¯ Io lo guardo sbalordito: ma perch‚ si arrabbia tanto? Lui, di solito cos¡ gentile e mite. Pi£ tardi Š ancora Giorgio, il primogenito, a farmi il quadro della situazione. (r) Non credere a pap... ¯ mi dice. (r) Quelli che hai sentito erano proprio topi, alle volte anche noi non riusciamo a prender sonno. Tu li vedessi, sono d~ mostri, sono; neri come il carbone, con delle setole che sem- bran degli stecchi... E i due gatti, se vuoi sapere, sono stati loro a farli fuori... :E successo di notte. Si dormiva gi... da un paio d'ore e dei terribili miagolii ci hanno svegliato. In salotto c'era il putiferio. Allora siamo saltati gi£ dal letto, ma dei gatti non si Š trovata traccia... Solo dei ciuffi di pe- lo... delle macchie di sangue qua e l.... ¯ (r) Ma non provvedete ? Trappole ? Veleni ? Non capisco come tuo pap... non si preoccupi... ¯ (r) Come no? Il suo assillo, Š diventato. Ma anche lui ades- so ha paura, dice che Š meglio non provocarli, che sarebbe peggio. Dice che, tanto, non servirebbe a niente, che ormai sono diventati troppi... Dice che l'unica sarebbe dar fuoco alla casa... E poi, poi sai cosa dice? E ridicolo a pensarci. Dice che non conviene mettersi decisamente contro. >(r) Con- tro chi ? ¯ (r) Contro di loro, i topi. Dice che un giorno, quando saranno ancora di pi£, potrebbero anche vendicar- si... Alle volte mi domando se pap... non stia diventando un poco matto Lo sai che una sera l'ho sorpreso mentre but- tava una salsiccia gi£ in cantina? Il bocconcino per i cari animaletti ! Li odia ma li teme. E li vuol tenere buoni. ¯ Cos¡ per anni. Finch‚ l'estate scorsa aspettai invano che sopra la mia camera si scatenasse il solito tumulto. Silenzio, finalmente. Una gran pace. Solo la voce dei grilli dal giar- dino, Al mattino, sulle scale incontro Giorgio: (r) Complimenti ¯ gli dico (r) ma mi sai dire come siete riusciti a far piazza pu- lita? Questa notte non c'era un topolino in tutta la soffitta ¯. Giorgio mi guarda con un sorriso incerto. Poi: (r) vieni vie- ni ¯ risponde (r) vieni un po' a vedere¯. Mi conduce in cantina, l... dove c'Š una botola chiusa da un portello: (r) Sono laggi£ adesso ¯ mi sussurra. (r) Da qual- che mese si sono tutti riuniti qui sotto, nella fogna Per la casa non ne girano che pochi Sono qui sotto... ascolta... ¯ Tacque. E attraverso il pavimento giunse un suono diffi- cilmente descrivibile: un brus¡o, un cupo fremito, un rom- bo sordo come di materia inquieta e viva che fermenti; e frammezzo pure delle voci, piccole grida acute, fischi, sus- surri. (r) Ma quanti sono? ¯ chiesi con un brivido. (r) Chiss.... Milioni forse... Adesso guarda, ma fa presto. ¯ Accese un fiammifero e, sollevato il coperchio della botola. lo lasci• cadere gi£ nel buco. Per un attimo io vidi: in una specie di caverna, un frenetico brulichio di forme nere, ac- cavallantisi in smaniosi vortici E c'era in quel laido tumulto una potenza, una vitalit... infernale, che nessuno avrebbe pi£ fermato. I topi! Vidi anche un luccicare di pupille, migliaia e migliaia, rivolte in su, che mi fissavano cattive. Ma Gior- gio chiuse il coperchio con un tonfo. E adesso? Perch‚ Giovanni ha scritto di non potere pi£ invitarmi ? Cosa Š successo ? Avrei la tentazione di fargli una visita, pochi minuti basterebbero, tanto per sapere. Ma con- fesso che non ne ho il coraggio. Da varie fonti mi sono giunte strane voci. Talmente strane che la gente le ripete come favole, e ne ride Ma io non rido. Dicono per esempio che i due vecchi genitori Corio siano morti. Dicono che nessuno esca pi£ dalla villa e che i viveri glieli porti un uomo del paese, lasciando il pacco al limite del bosco. Dicono che nella villa nessuno possa entrare; che enormi topi l'abbiano occupata: e che i Corio ne siano gli schiavi. Un contadino che si Š avvicinato - ma non molto perch‚ sulla soglia della villa stava una dozzina di bestiacce in at- teggiamento minaccioso - dice di aver intravisto la signora Elena Corio, la moglie del mio amico, quella dolce e ama- bile creatura. Era in cucina, accanto al fuoco, vestita come una pezzente; e rimestava in un immenso calderone, mentre intorno grappoli fetidi di topi la incitavano, avidi di cibo. Sembrava stanchissima ed afflitta. Come scorse l'uomo che guardava, gli fece con le mani un gesto sconsolato, quasi volesse dire: (r) Non datevi pensiero. E troppo tardi. Per noi non ci sono pi£ speranze ¯. APPUNTAMENTO CON EINSTEIN In un tardo porneriggio dell'ottobre scorso, Alberto Einstein dopo una giornata di lavoro, passeggiava per i viali di Prin- ceton, e quel giono era solo, quando gli capit• una cosa straordinaria. A un tratto, e senza nessuna speciale ragione, il pensiero correndo qua e l... come un cane liberato dal guin- zaglio, egli concep¡ quello che per l'intera vita aveva sperato inutilmente. D'un subito Einstein vide intorno a s‚ lo spazio cosiddetto curvo, e lo poteva rimirare per diritto e per ro- vescio, come voi questo volume. Dicono di solito che la nostra mente non riuscir... mai a concepire la curvatura dello spazio, lunghezza larghezza spessore e in pi£ una quarta dimensione misteriosa di cui l'esistenza Š dimostrata ma Š proibita al genere umano; come una muraglia che ci chiude e l'uomo, dirittamente volando a cavallo della sua mente mai sazia, sale, sale e ci sbatte contro. N‚ Pitagora n‚ Platone n‚ Dante, se oggi fossero ancora al mondo, neppure loro riuscirebbero a passare, la verit... essendo pi£ grande di noi. Altri invece dicono che sia possibile, dopo anni e anni di applicazione, con uno s~orzo gigantesco del cervello. Qual- che scienziato solitario - mentre intorno il mondo smaniava, mentre fumavano i treni e gli alti forni, o milioni crepa- vano in guerra o nel crepuscolo dei parchi cittadini gli inna- morati si baciavano la bocca - qualche scienziato, con eroica prestazione mentale, tale almeno Š la leggenda, arriv• a scor- gere (magan per pochi istanti solo, come se si fosse sporto sopra un abisso e poi subito lo avessero tirato indietro) a vedere e contemplare lo spazio curvo, sublimit... ineffabile della creazione. Ma il fenomeno aweniva nel silenzio e non ci furono feste al temerario. Non fanfare, interviste, medaglie di be- nemerenza perch‚ era un trionfo assolutamente personale e lui poteva dire: ho concepito lo spazio curvo, per• non ave- va documenti, fotografie o altro per dimostrare che era vero. Quando per• questi momenti arrivano e quasi da una sot- tile feritoia il pensiero con una suprema rincorsa passa di l..., nell'universo a noi proibito, e ci• che prima era formula inerte, nata e cresciuta al di fuori di noi, diventa la nostra stessa vita; oh, allora di colpo si sciolgono i nostri tridimen- sionali affanni e ci si sente - potenza dell'uomo! - immersi e sospesi in qualche cosa di molto simile all'eterno. Tutto questo ebbe il professor Alberto Einstein, in una sera di ottobre bellissima, mentre il cielo pareva di cristallo, qua e l... cominciavano a risplendere, gareggiando col pianeta Venere, i globi dell'illuminazione elettrica, e il cuore, questo strano muscolo, godeva della benevolenza di Dio! E bench‚ egli fosse un uomo saggio, che non si preoccupava della gloria, tuttavia in quei momenti si consider• fuori del greg- ge come un miserabile tra i miserabili che si accorge di avere le tasche piene d'oro. Il sentimento dell'orgoglio si impadro- n¡ quindi di lui. Ma proprio allora, quasi a punizione, con la stessa rapi- dit... con cui era venuta, quella misteriosa verit... disparve. Contemporaneamente Einstein si accorse di trovarsi in un posto mai prima veduto. Egli camminava cioŠ in un lungo viale costeggiato tutto da siepi, senza case n‚ ville n‚ barac- che. C'era soltanto una colonnetta di benzina a strisce gialle e nere, sormontata dalla testa di vetro accesa. E vicino, su un panchetto di legno, un negro in attesa dei clienti. Costui portava un paio di calzoni-grembiule e in testa un berretto rosso da baseball. Einstein lo aveva appena sorpassato, che il negro si alzo, I fece alcuni passi verso di lui e: (r) Signore! ¯ disse. Cos¡ in piedi, risultava altissimo, pi£ bello che brutto, di fattezze africane, formidabile; e nella vastit... azzurra del vespero il suo sorriso bianco risplendeva. (r) Signore ¯ disse il negro (r) avete fuoco ? ¯ e mostrava un mozzicone di sigaretta. (r) Non fumo ¯ rispose Einstein fermatosi pi£ che altro per la meraviglia. Il negro allora: (r) E non mi pagate da bere? ¯. Era alto, giovane, selvaggio. Einstein cerc• invano nelle tasche: (r) Non so... con me non ho niente... non ho l'abitudine... spiacente proprio ¯. E fece per andare. (r) Grazie lo stesso ¯ disse il negro (r) ma... scusate... ¯ (r) Che cosa vuoi ancora? ¯ fece Einstein. (r) Ho bisogno di voi. Sono qui apposta. ¯ (r) Bisogno di me? Ma che cosa... ? ¯ Il negro disse: (r) Ho bisogno di voi per una cosa segreta. E non la dir• che nell'orecchio ¯. I suoi denti biancheggia- vano pi£ che mai perch‚ intanto si era fatto buio. Poi si chi- n• all'orecchio dell'altro: (r) Sono il diavolo Ibl¡s ¯ mormor• (r) sono l'Angelo della Morte e devo prendere la tua anima ¯. Einstein arretr• di un passo. (r) Ho l'impressione ¯ la voce si era fatta dura (r) ho l'impressione che tu abbia bevuto troppo. ¯ (r) Sono l'Angelo della Morte ¯ ripet‚ il negro. (r) Guarda. ¯ Si avvicin• alla siepe, ne strapp• un ramo e in pochi istanti le foglie cambiarono colore, si accartocciarono, poi divennero grigie. Il negro ci soffi• sopra. E tutto, foglie, rametti e gambo vol• via in una polvere minuta. Einstein chin• il capo: (r) Accidenti. Ci siamo allora... Ma proprio qui, stasera... sulla strada? ¯ (r) Questo Š l'incarico che ho avuto. ¯ Einstein si guard• intorno, ma non c'era anima viva. Il viale, i lampioni accesi e laggi£ in fondo, all'incrocio, luci di automobili. Guard• anche il cielo; il quale era limpido, con tutte le sue stelle a posto. Venere proprio allora tramon- tava. Einstein disse: (r) Senti, dammi tempo un mese. Proprio adesso sei venuto che sto per terminare un mio lavoro. Non ti chiedo che un mese ¯. (r) Ci• che tu vuoi scoprire ¯ fece il negro (r) lo saprai su- bito di l..., basta che tu mi segua. ¯ (r) Non Š lo stesso. Che conta ci• che sapremo di l... senza fatica? un lavoro di notevole interesse, il mio. Ci fatico da trent'anni. E ormai mi manca poco... ¯ Il negro sogghign•: (r)Un mese, hai detto?... Ma fra un mese non cercare di nasconderti. Anche se ti ttasferissi nella miniera pi£ profonda, l... io ti sapr• subito trovare ¯. Einstein voleva ancora fargli una domanda, ma l'altro si era dileguato. Un mese Š lungo se si aspetta la persona amata, Š molto breve se chi deve giungere Š il messaggero della morte, pi£ corto di un respiro. Pass• l'intero mese e di sera, riuscito a restar solo, Einstein si port• sul luogo convenuto. C'era la colonnetta di benzina e c'era la panca con il negro, solo cI)~ adesso sopra la tuta aveva un vecchio cappotto militare: ¡'a- ceva freddo, infatti. (r) Sono qui ¯ disse Einstein, toccandogli una spalla con la mano. (r) E quel lavoro? Terminato? ¯ (r) Non Š finito ¯ disse lo scienziato mestamente. (r) Lascia- mi ancora un mese! Mi basta, giuro. Stavolta sono sicuro di riuscire. Credimi: ci ho dato dentro giorno e notte ma non ho fatto in tempo. Per• mi manca poco. ¯ Il negro, senza voltarsi, alz• le spalle: (r) Tutti uguali voi uomini Non siete mai contenti. Vi inginocchiate per avere una proroga. E poi c'Š sempre qualche pretesto buono... ¯. (r) Ma Š una cosa difficile, quella a cui lavoro. Mai nes- suno. ¯ (r) Oh, conosco, conosco ¯ fece l'Angelo della Morte. (r) Stai cercando la chiave dell'universo, vero? ¯ Tacquero. C'era nebbia, notte gi... da inverno, disagio, voglia di restare in casa. (r) E allora? ¯ chiese Einstein. (r) Allora va... Ma un mese passa presto. ¯ Pass• sveltissimo. Mai quattro settimane furono divorate con tanta avidit... dal tempo. E soffi• un vento gelido quella sera di dicembre, facendo scricchiolare sull'asfalto le ultime raminghe foglie: all'aria tremolava, di sotto al basco, la bianca criniera del sapiente. C'era sempre la colonnetta di benzina, e accanto c'era il negro con un passamontagne in testa, accoccolato come se dormisse. Einstein gli si fece vicino, timidarnente gli tocc• una spal- la. (r) Eccomi qui. ¯ Il negro si stringeva nel cappotto, batteva i denti per il freddo. (r) Sei tu? ¯ (r) S¡, sono io. ¯ (r) Finito, allora? ¯ (r) S¡ grazie a Dio, ho finito. ¯ (r) Terminato il grande match ? Hai trovato quello che cercavi? Hai schiodato l'universo? ¯ Einstein tossicchi•: (r) S¡ ¯ disse scherzosamente (r) in certo modo l'universo adesso Š in ordine ¯. (r) Allora vieni? Sei ben disposto al viaggio? ¯ (r) Eh, certo. Questo era nei patti. ¯ D'un botto il negro balzo in piedi e fece una risata das- sica da negro. Poi diede, con l'indice teso della destra, un colpo sullo stomaco di Einstein, che quasi perse l'equilibrio. (r) Va, va, vecchia canaglia... Torna a casa e corri, se non vuoi prenderti una congestione polmonare... Di te, per ora, non me ne importa niente. ¯ (r)Mi lasci?... E allora, perch‚ tutte quelle storie?¯ (r) Importava che tu finissi il tuo lavoro. Nient'altro. E ci sono riuscito... Dio sa, se non ti mettevo quella paura ad- dosso, quanto l'avresti tirata ancora in lungo. ¯ (r)Il mio lavoro? E che te ne importava?¯ Il negro rise: (r) A me niente... Ma sono i capi, laggi£, i demoni grossi. Dicono che gi... le tue prime scoperte gli erano state di estrema utilit...... Tu non ne hai colpa, ma Š cos¡. Ti piaccia o no, caro professore, l'Inferno se ne Š gio- vato molto... Ora fa assegnamento sulle nuove... ¯ (r) Sciocchezze! ¯ disse irritato Einstein. (r) Che vuoi trovare al mondo di pi£ innocente? Piccole formulette sono, pure astrazioni, inoffensive, disinteressate... ¯ (r) E bravo! ¯ grid• Ibl¡s, dandogli un altro botto con il dito, nel mezzo dello stomaco. (r) E bravo! Cos¡, mi avreb- bero spedito per niente? Si sarebbero sbagliati, secondo te?... No, no, tu hai lavorato bene. I miei, laggi£, saranno soddi- sfatti... Oh se tu sapessi ! ¯ (r) Se io sapessi cosa? ¯ Ma l'altro era svanito. N‚ si vedeva pi£ la colonnetta di benzina. Neppure lo sgabello. Solo la notte, e il vento e lontano, laggi£, un andirivieni di automobili. A Princeton, New Jersey. GLI AMICI Il liutaio Amedeo Torti e la moglie stavano prendendo il caffŠ. I bambini erano gi... andati a letto. I due tacevano, come succedeva spesso. A un tratto lei: (r) Vuoi che ti dica una cosa...? tutto il giorno che ho una sensazione strana... Come se questa sera dovesse venire a trovarci Appacher. ¯ (r) Ma non dirle neanche per scherzo queste cose! ¯ fece il marito con un gesto di fastidio. Infatti Toni Appacher, violinista, suo vecchio intimo amico, era morto venti giorni prima. (r) Lo so, lo so che Š orribile ¯ disse lei (r) ma Š un'idea da cui non riesco a liberarmi. ¯ (r) Eh, magari... ¯ mormor• il Torti con una vaga contri- zione ma senza voler approfondire l'argomento. E scosse il capo. Tacquero ancora. Erano le dieci meno un quarto. Poi suo- n• il campanello della porta. Piuttosto lungo, perentorio. Entrambi ebbero un sussulto. (r) Chi sar... a quest'ora? ¯ disse lei. Si ud¡ in anticamera il passo strascicato della Ines, la porta che veniva aperta, poi un sommesso parlottare. La ragaza si affacci• in tinello pal- lidissima. (r) Ines, chi c'Š? ¯ domand• la signora. La cameriera si rivolse al padrone, balbettando: (r) Signor Torti, venga lei, un momento, di l...... Se sapesse! ¯. (r) Ma chi c'Š? chi c'Š? ¯ chiese rabbiosa la padrona, pur sapendo gi... benissimo chi fosse. La Ines si curv• come chi ha da dire cose segretissime. Le parole le uscirono in un soffio: (r) C'Š... c'Š... Signor Torti, venga lei... itornato il maestro Appacher! ¯. (r) Che storie! ¯ disse il Torti, irritato da tutti quei mi- steri, e alla moglie: (r) Vado io... Tu resta qui ¯. Usc¡ nel corridoio buio, urt• nello spigolo di un mobile, d'impeto apr¡ la porta che dava in anticamera. Qui, in piedi, con la sua aria un poco timida, c'era Appa- cher. Non proprio uguale al solito Appacher, bens¡ alquanto meno sostanzioso, per una specie di indecisione nei contorni. Era un fantasma? Forse non ancora. Forse non si era com- pletamente liberato di ci• che gli uomini dehniscono mate- ria. Un fantasma, ma con una certa residua consistenza. Ve- stito come era sua abitudine di grigio, la camicia a righe az- zurre, una cravatta rossa e blu e il cappello di feltro molto floscio ch'egli cincischiava nervosamente tra le mani. (Si in- tende: un fantasma di vestito, un fantasma di cravatt e cos¡ via.) Il Torti non era un uomo impressionabile. Tutt'altro. Ep- pure rest• l¡ senza fiato. Non Š uno scherzo vedersi ricom- parire in casa il pi£ caro e vecchio amico da venti giorni accompagnato al cimitero. (r) Amedeo ! ¯ fece il povero Appacher, come per tastare il terreno, sorridendo. (r) Tu qui ? tu qui ? ¯ inve¡ quasi il Torti perch‚ dagli op- posti e tumultuosi sentimenti nasceva in lui, chiss... come, soltanto una carica di collera. Non doveva essere una con- solazione immensa rivedere il perduto amico? Per realizzare un tale incontro Torti non avrebbe dato volentieri i suoi milioni? S¡, certo, lo avrebbe fatto senza pensarci su. Qual- siasi sacrificio. E allora perch‚ adesso questa felicit... non la provava? Perch‚ anzi una sorda irritazione? Dopo tante an- gosce, tanti pianti, tante seccature imposte dalle cosiddette convenienze, bisognava ricominciar da capo? Nei giorni del distacco, la carica di affetto per l'amico era stata smaltita fino in fondo, e ora non ne restava pi£ di disponibile. (r) E s¡, sono qui ¯ rispose Appacher, cincischiando pi£ che mai le falde del cappello. (r) Ma io... Io sai bene, tra di noi, non Š il caso di fare complimenti... Forse disturbo... ¯ (r) Disturbo? E lo chiami disturbo? ¯ incalzo il Torti, tra- sportato ormai dalla rabbia. (r) Torni non voglio sapere nean- che da dove, e in queste condizioni... E poi parli di distur- bo! Un bel coraggio, hai ! ¯ Quindi a se stesso, del tutto esa- sperato: (r)Che faccio io adesso?¯. (r) Senti, Amedeo ¯ disse Appacher (r) non arrabbiarti... Dopo tutto non Š colpa mia... Anche di l... (fece un gesto vago) c'Š una certa confusione... Insomma dovrei starmene qui ancora circa un mese... Un mese, se non sar... di pi£... E tu sai che la mia casa Š gi... stata smontata, ci sono dentro i nuovi inquilini... ¯ (r) E allora, tu vuoi dire, ti fermeresti qui da me a dor- mire? ¯ (r) Dormire? Ormai non dormo pi£... Non si tratta di dor- mire.. Mi basterebbe un angolino... Non dar• noia, io non manglo, non bevo e non... insomma il gabinetto non mi oc- corre... Sai? Solo per non dover girare tutta la notte, magari con la pioggia... ¯ (r)Ma la pioggia... ti bagna?¯ (r) Bagnarmi no, naturalmente ¯ e fece una sottile risatina (r) ma d... sempre un fastidio maledetto. ¯ (r) E cos¡ passeresti qui le notti ? ¯ (r) Se tu me lo permetti... ¯ (r) Se lo permet- to!.. Io non capisco... Una persona intelligente, un vecchio amlco... uno che ha oramai tutta~la vita dietro a s‚... come fa a non rendersi conto? Gi..., tu non hai mai avuto una famiglia! ¯ L'altro, confuso, retrocedeva in direzione della porta. (r) Scusami sai, io credevo... Si tratta poi di un mese solo... ¯ (r) Ma non mi vuoi capire allora ! ¯ fece il Torti, quasi offeso. (r) Non Š per me che mi preoccupo... I bambini !... I bambini !... Ti parrebbe niente a te farti vedere da due inno- centi che non hanno ancora dieci anni. Dopo tutto, dovresti renderti conto dello stato in cui ti trovi. Perdonami la bru- talit... ma tu, tu sei uno spettro... e dove ci sono i miei bam- bini, io uno spettro non ce lo lascio, caro mio... ¯ (r) E allora niente? ¯ (r) E allora, caro mio, non so che cosa dir... ¯ Rest• l... con la parola monca. Di colpo Appacher era svanito. Solo si udi- vano dei passi gi£ per la scala a precipi~io. Suonava mezzanotte e mezzo quando il maestro Mario Tamburlani, direttore del Conservatorio, dove aveva anche l'alloggio, torn• a casa da un concerto. Giunto alla porta del suo appartamento, aveva gi... fatto girare la chiave nella toppa quando sent¡ un bisbiglio dietro a s‚: (r) Maestro ! Maestro! ¯. Voltatosi di scatto, scorse Appacher. Tamburlani era famoso per la diplomazia, il savoir faire, l'avvedutezza, la capacit... di destreggiarsi nella vita: doti, o difetti, che lo avevano portato molto pi£ in su di quanto i suoi modesti meriti potessero. In un baleno egli valut• la situazione. (r) O caro, caro ¯ mormor• in tono affettuosissimo e pate- tico, e tendeva le mani al violinista fermandosi per• a un metro buono di distanza. (r) O caro, caro... Se tu sapessi il vuoto che... ¯ (r) Come? Come? ¯ fece l'altro ch'era alquanto sordo poi- ch‚ nei fantasmi l'acutezza dei sensi Š attenuata. (r) Abbi pa- ~ienza, adesso non ci sento pi£ come una volta... ¯ (r) Oh, lo capisc(" caro... Ma non posso mica urlare. C'Š di l... Ada che dorme e poi... ¯ (r) Scusa, non potresti per un momento farmi entrare? So- no parecchie ore che cammino... ¯ (r) No, no, per carit..., guai se Blizt si accorgesse. ¯ (r) Co- me? Come hai detto? ¯ (r) Blitz, il mio cane lupo, lo cono- sci no?... farebbe un tale chiasso... Si sveglierebbe subito il custode... e poi chiss...... ¯ (r) E allora, non potrei per qualche giorno. . ¯ (r) Venire a stare qui da me? O caro Appacher, certo certo!... Figurati se per un amico come te... Per•, scu- sami sai, ma come facciamo con il cane? ¯ L'obiezione lasci• Appacher interdetto. Tent• allora la mozione degli affetti: (r) Piangevi, maestro, piangevi un mese fa, al cimitero, quando hai tenuto il discorso, prima che mi coprissero di terra... ti ricordi? Io sentivo i tuoi singhiozzi cosa credi ? ¯ < O caro, caro, non dirmelo... mi viene un tale affanno qui (e si port• una mano al petto)... Dio mio, mi pare che Infatti dall'interno dell'appartamento veniva un sordo brontolio premonitore. (r) Aspetta caro, entro un momento a far star quieta quella bestia insopportabile... Caro, un momento solo. ¯ Lesto come un'anguilla sgusci• dentro e chiuse il battente dietro a s‚, sprangandolo ben bene. Poi silenzio. Appacher aspett• qualche minuto. Poi bisbigli•: (r) Tam- burlani, Tamburlani ¯. Dall'altra parte non ci fu risposta. Allora egli batt‚ debolmente con le nocche. Ma il silenzio era assoluto. La notte camminava. Appacher pens• di provare dalla Gianna, ragazza di facili costumi e di buon cuore, con cui era stato molte volte. Gianna abitava due stanzette in un vecchio casamento popolare fuori mano. Quando egli arriv• erano le tre passate. Per fortuna, come accadeva spesso in un simile alveare, il portello d'ingresso era socchiuso. Appa- cher giunse al quinto piano con fatica. Era ormai stanco di girare. Sul ballatoio non stent• a trovare l'uscio bench‚ fosse buio fitto. Buss• discretamente. Dovette insistere prima di udire sintomi di vita. Poi la voce di lei piena di sonno (r) Chi Š? Chi Š a quest'ora? ¯. (r) Sei sola? Apri... sono io, Toni. ¯ (r) A quest'ora? ¯ ripet‚ lei senza entusiasmo ma con la solita docile umilt... (r) aspetta... adesso vengo. ¯ Uno svoglia- to ciabattare, lo scatto dell'interruttore della luce, la serra- tura che girava. (r) Come mai vieni a quest'ora? ¯ E, aperto l'uscio, Gianna stava per correre al suo letto, lasciando al- l'uomo il disturbo di richiudere, quando lo strano aspetto di Appacher la colp¡. Rest• interdetta ad osservarlo e solo allo- ra dalla nebbia della sonnolenza emerse un ricordo spaven- toso. (r) Ma tu... ma tu... ma tu... ¯ Voleva dire: ma tu sei morto, adesso mi ricordo. Tuttavia il coraggio le mancava. Retrocedette, le braccia tese a respingerlo se mai le si fosse avvicinato. (r) Ma tu... ma tu. ¯ Poi emise una specie d'urlo. (r) Fuori.. fuori per carit...! ¯ supplicava, gli occhi sbarrati dal terrore. E lui: (r) Ti prego Gianna... Volevo riposarmi solo per un poco ¯. (r) No no, fuori! Come puoi pensare... mi vuoi fare impazzire tu. Fuori! Fuori! Vuoi far svegliare tutto il casamento? ¯ Siccome Appacher non accennava a muoversi, la ragazza, senza togliergli gli occhi di dosso, cerc• dietro a s‚ alla cieca con le mani, annaspando sopra una credenza. Sotto le dlta le capit• una forbice. (r) Vado, vado ¯ fece lui disorientato, ma la donna, col co- raggio della disperazione, gi... gli premeva la ridicola arma contro il petto; e la doppia lama, non incontrando resisten- za, sprofond• tutta dolcemente nel fantasma. (r) Oh Toni, perdona, non volevo ¯ fece la ragazza spaventata, mentre lui: (r) No, no... ah, che solletico, ti prego... che solletico! ¯ e scoppi• a ridere istericamente come un pazzo. Di fuori, nel cortile, una imposta venne sbattuta con fracasso. Quindi una voce furibonda: (r) Ma si pu• sapere che succede? Sono quasi le quattro! uno scandalo, perdio! ¯. Appacher gi... fuggiva come il vento. Da chi tentare ancora? Dal vice parroco di San Calisto, fuori porta? Dal bravo don Raimondo, suo antico compagno di ginnasio che sul letto di morte gli aveva somministrato gli ultimi conforti religiosi? (r)Indietro, indietro, parvenza de- moniaca ¯ fu l'accoglienza del degno sacerdote come il vio- lmista gli comparve. (r) Ma sono Appacher, non mi riconosci?... Don Raimon- do, lascia che mi nasconda qui da te, Tra poco Š l'alba. Non c'Š un cane che mi voglia... Gli amici mi hanno rinnegato. Almeno tu... ¯ (r) Non so chi tu sia ¯ rispose il prete con voce malinconi- ca e solenne.< Potresti essere il demonio, o anche un'illu- sione dei miei sensi, io non so. Ma se tu sei Appacher vera- mente, ecco, entra pure, quello Š il mio letto, distenditi e rlposa... ¯ (r) Grazie, grazie, don Raimondo, lo sapevo... ¯ (r) Non preoccuparti ¯ prosegu¡ il prete soavemente (r) non preoccuparti se io sono gi... in sospetto presso il vescovo... Non preoccuparti, te ne supplico, se la tua presenza qui po- tr... far nascere delle complicazioni gravi... Insomma, di me non dartl cura. Se tu sei stato mandato qui per la mia ro- vina, ebbene sia fatta la volont... di Dio!.., Ma che fai ades- so? Te ne vai? ¯ Ed Š per questo che gli spiriti - se mai qualche anima infelice si tratliene con ostinazione sulla terra - non voglio- no vivere con noi ma si ritirano nelle case abbandonate, tra i ruderi delle torri leggendarie, nelle cappelle sperdute tra le selve, sulle scogliere solitarie che il mare batte, batte, e lentamente si diroccano. I REZIARII Monsignore era solo nella campagna. si avvicin• a una siepe e con uno stecchetto tolse dalla tela un grosso ra- gno: era giovane, sodo, magnifico; squisiti disegni di co- lore delicatissimo istoriavano la cupola dell'addome. La be- stiola fu tratta via per il suo stesso filo e cos¡ dondolava, appesa, senza sapere che cosa le accadesse. Ma un altro ragno ancora piU formidabile stava, in un vicino varco della siepe, al centro della sua tela, Assomiglia- va a Moloc, oppure anche al dragone, il serpente antico, che porta il nome di Satana. Nel grande splendore della vita esso regnava, sazio ed immobile, in quel pezzetto di mondo. Dentro alla sua rete, a scopo di esperimento, mon- signore lanci• con mossa precisa il primo ragno; il quale vi rest• attaccato, invischiandosi. L'uomo non fece in tempo a vedere. Il grande ragno sembrava dormisse: invece cadde fulmineo sul forestiero. E gi... le sue zampe lo avvoltolavano nelle argentee garze di bava. Non ci fu lotta. In pochi istanti il ragno fu ac- cartocciato in un pacchetto, non poteva pié muoversi. Era sera, quieta la campagna, il sole scendeva regolar- mente verso le montagne, facendo rilucere la ragnatela nei minuti disegni. Tutto era tornato nella pace. Nel mezzo, come prima, il gigantesco ragno immobile, come in letar- go. Pi£ sotto quel cartoCcetto sospeso, con dentro il nemi- co. Era morto? Ogni tanto le due zampe anteriori avevano tremiti quasi impercettibili. Senonch‚ all'improvviso il prigioniero si sciolse. Non fece visibili sforzi, non diede scosse. Meditando nel chiuso della trappola, ne aveva decifrato il segreto? Si sfil• fuori, apparve intattosi incammin• senza fretta lungo uno dei fili radiali che sorreggevano la rete. Fa presto, muoviti pens• rnonsignore -; vuoi farti riprendere ? Ma il ragno non aveva premura. Moloc, irrigidito nel trono, non batt‚ ciglio. C'era stato un patto tra i due? Il pi£ grande per esempio poteva aver detto all'altro: se riesci a liberarti da solo ti far• grazia, o qualcosa di simile. Rest• infatti fermo come una statua, finse di non sapere, rinunciando. E gi... il minore si inol- trava tra le foglie. Monsignore per• fu pi£ lesto e riusc¡ nuovamente a stac- care dalla pianta il ragno fuggiasco, senza danneggiarlo. Lo fece oscillare due tre volte a pendolo, poi con delicatezza lo gett• per la seconda volta nella rete. E per la seconda volta il gigante scatt•. In un baleno fu sopra l'altro e aprendo le zampe cercava di avvilupparlo. Ci fu una breve lotta. Il minore era rimasto appiccicato ma- lamente alla rete n‚ poteva voltarsi per lottare faccia a fac- cia. In qualche modo tuttavia si difendeva, torcendosi al- l'indietro. In questa posizione sbilenca poco dopo rest• in- chiodato. I legamenti erano tuttavia molto meno perfetti di prima. Nello scontro iniziale il ragno maggiore aveva speso senza risparmio la sua bava e non gliene restava quasi pi£. Do- vette limitarsi a una fasciatura sommaria, larghi varchi re- stando aperti tra benda e benda. Allora, alle spalle di mon- signore, una piccola cosa nera si mosse, forse un uccello una foglia, cadente, una biscia. Lui si volt• di soprassalto, ma la campagna era perfettamente deserta. Il ragno che aveva vinto non torn• subito al suo seggio. Stavolta lavo- rava con molto impegno intorno al corpo del prigioniero e gli mordeva lentamente la schiena, allo scopo di avvele- narlo. L'altro subiva, rassegnato, e pareva non soffrisse. Lo addent• a lungo, poi torn• al centro della rete, poi sembr• pentirsi e ricominci• a morsicare. Cos¡ tre volte. Alla ter~a, da un breve pertugio del sacchetto, il prigio- niero spinse fuori le tenaglie e abbranc• al volo una zam- pa del boia. Moloc fu preso dall'orgasmo, abbandon• la vittima, cerc• di ritirarsi. Ma l'altro teneva con furore. La zampa era tesa allo spasimo, ancora un pO' e si sarebbe spezata. Fin- ch‚ al prigioniero vennero meno le forze e le sue tenaglie mollarono. Col dubbio che uno lo stesse fissando alle spalle, monsi- gnore si volt• di nuovo. Ma dietro a lui non c'era nulla: tranne la campagna, il tramonto e una nuvola gialla la quale protendeva una specie di braccio lunghissimo, simile a un avvertimento. Verso di lui forse? Zoppicando, il ragno grande risal¡ al suo stallo, in una abbietta costernazione. Era la paura di essere stato awele- nato, Con amore tenerissimo cominci• ad accarezzarsi la zampa che l'avversario aveva stretto. La lisciava con le al- tre sette, se la portava alla bocca e pareva leccarla, poi la tendeva per collaudo, come facciamo noi dopo una storta alle articolazioni. Sembrava una mamma col bambino. Do- po alcuni minuti per• il suo affanno andava placandosi: ora esperimentava la zampa, se facesse ancora buona pre- sa, sui fili stessi della rete, quasi arpeggiando. Quindi, con disgustoso trasporto, ancora la accarezzava. Del tutto infine consolato, torn• al feroce lavoro con accresciuto aCcanimento. La sua tenaglia affondava nell'ad- dome del suppliziato schiantando lo spessore della cortec- cia alla guisa di un apriscatole. E dalle crepe cominciava a colare un liquido denso e bianchiccio. A questo punto, morendo il sole, lo smisurato braccio della nube, sospeso sopra la valle, divenne vivo ed ardente, cosicch‚ il suo riflesso si posava sul mondo. Anche la sie- pe, nel suo piccolo ne risplendeva. Eppure tutto era adesso tornatO alla quiete anche pi£ di prima, perch‚ prima se non altro c'erano due ragni in agguato ed ora soltanto uno, immobile e assorto come se nulla fosse accaduto. L'altro aveva cessato di essere ragno, era un bozzo10 inerte e flo- scio, anche lo scolo delle mucillagini viscerali si andava coagulando. La morte per• non ancora: rattrappite come erano nel sacchetto, le due zampe anteriori si muovevano per decimi di millimetro. Un calesse pass• nella strada vicina, il cavallino trottava allegramente e dilegu• verso nord. Poi monsignore ud¡, di l... del fiume, una contadina cantare con abbandono contur- bante. Egli era solo. Con la precisione di un chirurgo ruppe, per mezzo di uno stecco, i legamenti e liber• la be- bestiolina torturata. Poi la adagi• su una foglia. Ivi la creatura rest•, tutta storpia, cos¡ come era stata imprigionata, quasi uscisse da una ingessatura, a motivo della invadente paralisi. Tent• poi di camminare e si rn- vesci• su un fianco. Le otto zampine palpitavano a ritmo tutte insieme con dolceza, come invocando: il derelitto, L'innocente, L'agnello del signore. In ginocchio sul prato, monsignore era chino sopra quel dolore irrimediabile. Dio, che cosa aveva fatto ! Poco era bastato, un piccolo scherzo sperimentale, a rovinare una vita, Cos¡ egli stava pensando, quando not• che il ragno lo guardava: dai suoi occhietti inespressivi qualcosa di du- ro e cocente saliva fino a lui. Si accorse pure che il sole era disceso: alberi e siepi si facevano misteriosi fra lanu- gini di nebbia, aspettando. E adesso chi si muoveva alle sue spalle? Chi sussurrava piano piano il suo nome? No, pareva proprio che non ci fosse nessuno. ALL'IDROGENO Fui svegliato dal te!efono. Fosse per l'interruzione bru- sca del sonno, o per il silenzio plumbeo che regnava in- torno, mi sembr• che il campanello avesse un suono pi£ lungo del solito, malaugurante, astioso. Accesi la luce, in pigiama andai a rispondere, faceva freddo, vidi che i mobili erano immersi profondamente nella notte (quel senso misterioso pieno di presagi!), sve- gliandomi li avevo colti di sorpresa. Insomma capii subito che era une delle grandi notti, le quali vengono di raro, profondissime, e in queste notti all'insaputa del mondo il destino fa un passo. (r)Pronto, pronto ¯ c'era una voce nota, dall'altra parte, ma cos¡ insonnolito io non la riconoscevo. (r) Sei tu?... E allora... dimmi... Vorrei sapere... ¯ Era un amico, certo, per• ancora non l'avevo identifi- cato (quella odiosa mania di non dire subito il proprio nome). Lo interruppi, senza aver neppure pesato le sue parole: (r) Ma non potevi telefonarmi domani ? Lo sai che ora Š ? ¯ (r) Sono le 57 e un quarto ¯ rispose. E tacque lungamente come se avesse gi... detto troppo. In realt... mai io mi ero addentrato, da sveglio, in profondit... cos¡ remote della not- te; e provavo un certo orgasmo. (r)Ma cosa c'Š? Cos'Š successo?¯ (r) Niente, niente ¯ rispose lui, sembrava imbarazzato (r) ... si era sentito dire che... Ma non importa, non importa... Scu- sa... ¯ E mise giU la cornetta. Perch‚ aveva telefonato a quell'ora? E poi, chi era? Un amico, un conoscente, certo, ma chi precisamente ? Non riuscivo a localizzarlo. stavo per rientrare in letto, il telefono suon• per la se- conda volta. Era un trillo ancora pi£ aspro e perentorio. Un altro, non quello prima, lo intuii subito. (r) PrGnto. ¯ (r) Sei tu ?... Ah, meno male. ¯ Era una don- na. E stavolta la riconobbi: Luisa, una brava ragazza, se- gretaria di un awocato, che non vedevo pi£ da anni. L'aver udito la mia voce era stato per lei, si capiva, un sollievo immenso. Ma perch‚ ? E, soprattutto, come mai si faceva viva dopo tanto tempo al colmo della notte, con una chia- mata cos¡ nevrastenica? (r) Ma cosa c'Š ¯ feci, impazientito (r) si pu• sapere ? ¯ (r) Oh ¯ rispose Luisa fievole. (r) sia ringraziato Dio!... A- vevo fatto un sogno, sai?, un sogno orrendo... Mi ero sve- gliata col batticuore... Non ho potuto fare a meno di... ¯ (r) Ma cosa? Sei la seconda, questa notte. Cosa c'Š per- dio? ¯ (r) Perdonami, perdonami... Lo sai come io sono appren- siva... Va a dormire, va., non voglio farti prendere altro freddo... ciao. ¯ La comunicazione fu interrotta. Restai l..., col microfono in mano, nel silenzio, e i mo- bili, bench‚ la luce elettrica li illuminasse nel modo pi£ normale, avevano un aspetto strano, come chi sta per dire una cosa ma si interrompe, e dentro a lui la cosa rimane chiusa, senza che noi si possa sapere. Probabilmente era questa una semplice conseguenza della notte: noi ne co- nosciamo in realt... una parte minima, il rimanente Š im- menso, inesplorato, e le rarissime volte che vi entriamo, tutto ci impaurisce. Pace e silenzio, tuttavia, questo s¡: era il sonno quasi sepolcrale delle case il quale Š molto pi£ profondo, e mu- to, che il silenzio della campagna. Ma quei due perch‚ mi avevano telefonato? Qualche notizia che riguardava me era ALL'IDROGENO 263 giunta fino a loro? Una notizia di disgrazia? Presentimenti, forse, sogni premonitori? Sciocchezze. Mi infilai nel letto, ritrovando con gioia il posto caldo. Spensi la luce. Mi distesi a pancia in gi£, nel- la mia solita maniera. A questo punto suon• il campanello della porta. Lun- go. Due volte. Il rumore mi entr• proprio nella schiena, su per la colonna vertebrale. Qualcosa era dunque successo, o stava per succedermi, e doveva essere un fatto infausto per compiersi a un'ora cos¡ estrema, un fatto doloroso o turpe, senza dubbio. Il cuore mi rimbombava dentro. Riaccesi la luce della stanza, ma per prudenza non accesi in corridoio: chiss..., da qualche minima fessura della porta d'ingresso potevano vedermi: (r) Chi Š? ¯ domandai cercando una intonazione energica; la voce invece trem•, afona, ridicola. (r) Chi Š ? ¯ chiamai una seconda volta. Nessuno rispon- deva. Con precauzione infinita, sempre al buio, mi avvicinai alla porta e, chinandomi, misi un occhio a un buchino quasi impercettibile da cui per• si poteva guardar fuori. Il pianerottolo era vuoto, n‚ si intravedevano ombre in mo- vimento, C'era, sulle scale, la fioca, avara, disperata luce di sempre, per cui gli uomini, rincasando alla sera, sento- no il peso della vita. (r) Chi Š? ¯ domandai per la terza volta. Niente. Allora si ud¡ un rumore. Non veniva di l... dalla porta, dal pianerottolo delle scale o dalle prossime rampe, bens¡ dal basso, probabilmente dalla cantina, e l'intero edificio ne vibrava. Era come se una cosa pesantissima fosse strasci- nata, per un passaggio angusto, con stento e travaglio gran- di, Il rumore significava appunto un attrito, e c'era den- tro pure - misericordia di Dio ! un lungo atrocissirno scric- chiolio come quando una trave sta per crepare o la tena- glia procede a scardinare un dente. Non potevo capire che fosse, seppi per• immediatamen- te che quella era la cosa per cui poco prima mi avevano telefonato ed era suonato il campanello della porta: in una tale oscura e misteriosa cavit... della notte! Il rumore si ripeteva, a lunghi strappi dilaceranti, sem- pre pi£ forte, come se salisse. Nello stesso tempo avvertii un fitto ma estremamente basso brus¡o umano, che veniva dalle scale. Non potevo resistere. Piano piano feci scor- rere il chiavistello e socchiusi il battente. Guardai fuori. La scala (ne vedevo due rampe) era gremita. In vesta- glie e pigiama, qualcuno anche a piedi nudi,li inquilini erano usciti e appoggiati alla ringhiera guardavano gi£ con ansia. Notai il pallore mortale clelle facce, l'immobilit... delle membra, che sembravano paralizzate dal terrore. (r) Pss, pss ¯ feci, dallo spiraglio, non osando uscire in pigiama, com'ero. La signora Arunda, quella del quinto piano (aveva in testa ancora i diavoletti) volse il capo con espressione di rimprovero. (r) Cosa c'Š? >sussurrai (ma per- ch‚ non parlavo a voce alta se tutti erano svegli?). (r) Sss ¯ fece lei, sottovoce, e aveva un tono di totale de- solazi0ne, Immaginate un malato a cui il medico abbia fatto diagnosi di cancro. (r) L'atomica! ¯ e fece un segno con l'indice verso il pianterreno. (r) Come, l'atomica ? ¯ (r) arrivata... stanno portandola dentro... Per noi, per noi... Venga qui a vedere. ¯ Bench‚ mi vergognassi, uscii sul pianerottolo e facen- domi largo fra due tipi che non avevo mai visto, guar- dai in gi£. Mi parve di scorgere una cosa nera, come un cassone immenso intorno al quale con leve e corde armeg- giavano alcuni uomini in tuta blu. (r):quella? ¯ domandai. (r) Gi..., dove vuole che sia? ¯ rispose un tanghero vicino a me e poi, quasi per rimediare alla scortesia: (r) la dro- gena, sa ? ¯ . Si ud¡ un risolino secco, privo di allegria. (r) Che droge- na d'Egitto! All'idrogeno, all'idrogeno. Porci maledetti, l'ul- timo tipo! Tra miliardi di uomini che esistono, proprio a noi ce l'hanno mandata, proprio a noi, via San Guliano 8 ! ¯ Passato il primo gelido sbalordimento, il brus¡o della gente si faceva intanto pié mosso e nutrito, Distinguevo voci, repressi singhiozzi di donne, bestemmie, sospiri. Un uomo sui trent'anni piangeva senza ritegno battendo con forza il piede destro su un gradino. (r) ingiusto ¯ gemeva. (r) Io mi trovo qui per caso!... Io sono di passaggio!... Io non c'entro!... Domani io dovevo partire!... ¯ Quella sua lagna era insopportabile. (r) E io domani ¯ gli disse, rude, un signore sui cinquanta, credo fosse l'awocato dell'ottavo piano (r) e io domani dovevo mangiare gli agnolotti, ha capito ? Gli agnolotti ! E ne far• senza, ne far• ! ¯ Una donna aveva perso la testa. Mi afferr• per un polso e lo scuoteva. (r) Li guardi, li guardi ¯ disse a voce bassa accennando ai due bambini che la seguivano (r) li guardi questi due angioletti! Le sembra possibile? Non grida ven- detta a Dio, tutta questa storia? ¯ Io non sapevo cosa dire. Avevo freddo. Dal basso venne un fragore lugubre. Dovevano essere riusciti a smuovere il cassone di un buon tratto. Guardai ancora in gi£. L'odioso oggetto era entrato nell'alone di una lampadina. Era verniciato di azzurro scuro e c'era una quantit... di scritte e di etichette. Per vedere meglio, gli uomini si spenz01avano dalla ringhiera, col rischio di precipitare, Voci confuse: (r) E scoppier... quando ? Questa notte?,., Mariooo! Mariooo!! L'hai svegliato Mario?... Gi- sa, hai tu la boule con l'acqua calda?... Figli, figli miei!... Ma tu gli hai telefonato? S¡, ti dico, telefona! Vedrai che lui pu• far qualcosa... iassurdo, caro signore, solo noi... E chi le dice solo noi? Come fa a sapere?... Beppe, Beppe, stringimi, ti supplico, stringimi!... ¯. Poi preghiere, ave, litanie. Una donnetta teneva in mano un cero spento. Ma a un tratto dal basso una notizia serpeggi• lungo la scala. Lo si cap¡ dal concitato scambio di voci che via via salivano. Una notizia buona, si doveva dedurre dal pi£ vivace tono che assunse subito l'aspetto della gente. (r) Che cosa c'Š? Che cosa c'Š? ¯ chiedevano, impazienti dall'alto. Finalmente, a frammenti, qualche eco giunse fino a noi del sesto piano. (r) C'Š un indirizzo con il nome ¯ dicevano. (r) Come, il nome? S¡, il nome di chi deve ricevere l'atomi- ca... personale, capisci? Non Š per tutta la casa, non Š per tutta la casa, solo per uno... non Š per tutta la casa! ¯ Sembravano impazziti, ridevano, si abbracciavano e bacia- vano. Poi un dubbio, a gelare l'entusiasmo. ciascuno pens• a s‚, dialoghi affannosi, le scale erano tutte un frenetico voc¡o. (r) Che nome Š ? Non sono riusciti a leggerlo... S¡, che si legge... Š un nome straniero (tutti pensammo al dot- tor stratz, il dentista del piano rialzato). No, no... Š ita- liano... Come ? come ? Comincia per T... No no... per B come Bergamo... E poi? e poi? La seconda lettera? U, hai detto? U come Udine? ¯ La gente mi fissava. Mai vidi volti umani stravolti da una felicit... cos¡ selvaggia. Uno non seppe resistere e scop- pi• in una risata che fin¡ in una tosse cavernosa: era il vecchio Mercalli, quello dei tappeti all'asta. Capii. Il cas- sone con l'inferno dentro era per me, un esclusivo dono; per me solo. E gli altri erano salvi. Che c'era pi£ da fare? Mi ritrassi verso l'uscio. I coin- quilini mi guardavano. Con che gioia mi guardavano. Gi£ in basso, i rantoli tetri del cassone, che adagio adagio stavano issando su per la scala, si mescolarono a una im- provvisa fisarmonica. Era il motivo de L,a vie en ro~e. L'UOMO CHE VOLLE GUARIRE Intorno al grande lebbrosario sulla collina, a un paio di chilometri dalla citt..., correva un alto muraglione e in cima al muraglione le sentinelle camminavano su e gi£. Tra que- ste guardie ce n'erano di altezzose e intrattabili, altre in- vece avevano piet.... Perci• al crepuscolo i lebbrosi si racco- glievano ai piedi del bastione e interrogavano i soldati pi£ alla mano. (r) Gaspare ¯ per esempio dicevano (r) che cosa vedi questa sera? C'Š qualcuno sulla strada? Una carrozza, dici ? E com'Š questa carrozza ? E la reggia Š illuminata ? Hanno acceso le torce sulla torre? Che sia tornato il prin- cipe? ¯ Continuavano per ore, non erano mai stanchi e, bench‚ il regolamento lo vietasse, le sentinelle di buon cuo- re rispondevano, spesso inventando cose che non c'era- no, passaggio di viandanti, luminarie, incendi, eruzioni per- fino del vulcano Ermac, poich‚ sapevano che qualsiasi no- vit... era una deliziosa distrazione per quegli uomini condan- nati a non uscire mai di l.... Anche i malati gravi, i mo- ribondi partecipavano al convegno portati in barella dai lebbrosi ancora validi. Soltanto uno non veniva, un giovane entrato nel lazza- retto da due mesi. Era un nobile, un cavaliere, uomo gi... stato bellissimo, a quanto si poteva indovinare perch‚ la lebbra lo aveva attaCcato con una violenza rara, in poco tempo deturpandogli la faccia. si chiamava Mseridon. (r) Perch‚ non vieni ? ¯ gli chiedevano passando dinanzi alla sua capanna (r) perch‚ non vieni anche tu a sentire le notizie? Ci devono essere questa sera i fuochi artificiali e Gaspare ha promesso che ce li descriver.... Sar... bellissimo vedrai. ¯ (r) Amici>lui rispondeva dolcemente, affacciandosi alla soglia e si copriva la faccia leonina con un pannolino bian- co (r) capisco che per voi le notizie che vi d... la sentinella siano una consolazione. Questo Š l'unico legame che vi resta col mondo esterno, con la citt... dei vivi. vero o no ? ¯ (r) S¡ certo, Š vero. ¯ (r) Questo vuol dire che vi siete gi... rassegnati a non uscire mai di qui. Mentre io... ¯ (r) Tu che cosa ? ¯ (r)Mentre io invece guarir•, io non mi sono rassegnato, i0 voglio, capite, voglio tornare come prima. ¯ Tra gli altri, dinanzi alla capanna di Mseridon, passava il saggio e vecchio Giacomo, patriarca della comunit.... Ave- va almeno centodieci anni ed era quasi un secolo che la lebbra lo smangiava. Non aveva pi£ membra di sorta, non si distinguevano pi£ la testa n‚ le braccia n‚ le gambe, Il corpo Si era trasformato in una specie di asta del dia- metro di tre quattro centimetri che si teneva chiss... come in equilibrio, con in cima un ciuffo di capelli bianchi e assomigliava, in grande, a quegli scacciamosche che ado- perano i nobili abissini. Come ci vedesse, parlasse, si nu- trisse era un enigma perch‚ la faccia era distrutta n‚ si vedevano aperture nella crosta bianca che lo rivestiva, simile alla corteccia di betulla. Ma questi sono i misteri dei leb- brosi. In quanto al camminare, scomparse tutte le artico- lazioni, se la cavava saltellando sull'unico piede, tondo an- ch'esso come il puntale di un bastone. Anzich‚ macabro l'aspetto complessivo' era grazioso. Praticamente, un uomo trasformato in vegetale. E siccome era molto buono e in- telligente, tutti gli usavano riguardo. All'udire le parole di Mseridon, il vecchio Giacomo si ferm• e gli disse: (r) Mseridon, povero ragazzo, io sono qui da quasi cento anni e di quanti io trovai o entrarono dipoi nessuno Š mai uscito. Tale Š la nostra malattia. Ma anche qui, vedrai, possiamo vivere. C'Š chi lavora, c'Š chi ama, c'Š chi scrive poesie, C'Š il sarto, c'Š il barbiere. Si pu• anche essere felici, per lo meno non si Š molto pi£ infelici degli uomini di fuori. Tutto sta nel rassegnarci. Ma guai, Mseridon, se l'animo si ribella e non si adatta e pre- tende una guarigione assurda, allora ci si riempie il cuore di veleno ¯. E cos¡ dicendo il vecchio scuoteva il suo bel pennacchio bianco. (r) Ma io ¯ ribatt‚ Mseridon (r) io ho bisogno di guarire, io sono ricco, se tu salissi sulle mura potresti vedere il mio palazzo, ha due cupole d'argento che scintillano. Laggi£ ci sono i miei cavalli che mi aspettano, e i miei cani, e i miei cacciatori, e anche le tenere schiave adolescenti mi aspettano che torni, Capisci, saggio bastoncello, io ho biso- gno di guarire. ¯ (r) Se per guarire bastasse averne bisogno, la cosa riusci- rebbe molto semplice ¯ fece Giacomo con una bonaria ri- satina. (r) Chi piU chi meno, tutti sarebbero guariti. ¯ (r) Ma io ¯ si ostin• il giovane (r) io per guarire ho il mezzo, che gli altri non conoscono. ¯ (r) Oh lo immagino ¯ fece Giacomo (r) ci sono sempre dei bricconi che ai nuovi venuti offrono a caro prezzo unL~uenti segreti e prodigiosi per guarire. Anch'io ci cascai suando ero piccolo. ¯ (r) No, non uso unguenti io, io adopero semplicemente la preghiera. ¯ (r)Tu preghi Dio che ti guarisca? E sei perci• convinto di guarire? Ma tutti noi preghiamo, cosa credi? non passa sera che non si rivolga il pensiero a Dio. Eppure chi... ¯ (r) Tutti pregate, Š vero, ma non come me. Voi alla sera andate ad ascoltare il notiziario della sentinella, io inve- ce prego. Voi lavorate, studiate, giocate a carte, voi vivete come vivono pressapoco gli altri uomini, io invece prego, tranne il tempo strettamente indispensabile per mangiare, bere e dormire, io prego senza solu~ione di continuit... e del resto anche mentre mangio io prego e perfino mentre dor- mo; tanta Š infatti la mia volont... che da qualche tempo sogno di essere inginocchiato e di pregare. La preghiera che fate voi Š uno scherzo. L'autentica preghiera Š una fa- tica immensa, io alla sera arrivo estenuato dallo sforzo. E come Š duro all'alba, appena sveglio, riprendere subito a pregare, la morte talora ml' sembra preferibile. Ma poi mi faccio forza e mi inginocchio. Tu, Giacomo, che sei vec- chio e saggio, dovresti saperle queste cose. ¯ A questo punto Giacomo cominci• a dondolare come se stentasse a mantenere l'equilibrio e calde lacrime rigarono la sua scorza cinerina. (r) vero, Š vero ¯ singhiozzava il vecchio (r) anch'io quan- do avevo la tua et...... anch'io mi gettai nella preghiera e tenni duro sette mesi e gi... le piaghe si chiudevano e la pelle tornava bella liscia... stavo guarendo... Ma a un tratto non ce la feci pi£ e tutta la fatica and• perduta... Io vedi in che stato son ridotto... ¯ (r) E allora ¯ disse Mseridon (r) tu non credi che io... ¯ (r) Dio ti assista, non posso dirti altro, che l'Onnipotente ti dia forza ¯ mormor• il vecchio, e a piccoli saltelli si avvicin• alle mura, dove la folla era riunita. Chiuso nella sua capanna, Mseridon continu• a pregare, insensibile ai richiami dei lebbrosi. A denti stretti, col pen- siero fisso a Dio, tutto in sudore per lo sforzo, lottava contro il male e a poco a poco le immonde croste si ac- cartocciavano al bordo e poi cadevano, lasciando che la carne sana rinascesse. Intanto la voce si era sparsa e attorno alla capanna stazionavano sempre gruppi di curiosi. Mseridon aveva ormai fama di santo. Avrebbe vinto o tanto impegno non sarebbe servito a niente ? Si erano formati due partiti, pro e contro il gio- vane ostinato. Finch‚, dopo quasi due anni di clausura, Mseridon un giorno usc¡ dalla capanna. Il sole finalmente gli illumin• la faccia, la quale non aveva pi£ segni di leb- bra, non assomigliava al muso di un leone, bens¡ risplen- deva di bellezza. (r) E guarito, Š guarito! ¯ grid• la gente incerta se met- tersi a piangere di gioia o lasciarsi divorare dall'invidia. Era guarito infatti Mseridon ma per poter lasciare il leb- brosario doveva avere un documento. And• dal medico fiscale che faceva ogni settimana l'ispe- zione, si spogli• e si fece visitare. (r) Giovanotto, puoi dirti fortunato ¯ fu il responso (r) de- vo ammettere che sei quasi guarito. ¯ (r) Quasi ? Perch‚ ? ¯ chiese il giovane con amara delusionc. (r) Guarda, guarda qui la brutta crosticina ¯ fece il me- dico additando con una bacchetta, per non toccarlo, un puntino colore della cenere non pié grande di un pidoc- chio, sul mignolo di un piede (r) bisogna che tu elimini an- che questa se vuoi che io ti lasci libero. ¯ Mseridon torn• alla sua capanna e mai seppe neppur lui come fece a superare lo sconforto. Credeva di essere or- mai salvo, aveva allentato tutte le energie, gi... si appresta- va al premio: e doveva invece riprendere il calvario. (r) Coraggio ¯ lo incitava il vecchio Giacomo (r) ancora un piccolo sforzo, il piU l'hai fatto, sarebbe pazzesco rinunciare proprio adesso. ¯ Era una rugosit... microscopica sul mignolo ma sembrava che non volesse arrendersi. Un mese e poi due mesi di ininterrotta potentissima preghiera. Niente. Un terzo, un quarto, un quinto mese. Niente. Mseridon stava per mollare quando una notte, passandosi, come faceva ormai meCcanicamente, una mano sul piede malato, non incontr• pi£ la crosticina. I lebbrosi lo por~arono in trionfo. Era ormai libero. Di- nanzi al corpo di guardia ci furono i commiati. Poi soltanto il vecchio Giacomo, saltellando, 1o accompagn• alla porta esterna. Furono controllati i documenti, la chiave cigol• girando nella serratura, la sentinella spalanc• la porta. Apparve il mondo nel sole del primo mattino, cos¡ fre- sco e pieno di speranze. I boschi, le praterie verdi, gli uc- cellini che cantavano, e in fondo biancheggiava la citt... con le sue torri candide, le terrazze orlate di giardini, gli sten- dardi fluttuanti, gli altissimi aquiloni a forma di draghi e di serpenti; e sotto, che non si vedevano, miriadi di vite e di occasioni, le donne, le volutt..., i lussi, le avventure, la corte, gli intrighi, la potenza, le armi, il regno dell'uomo! Il vecchio Giacomo osservava la faccia del giovane, cu- rioso di vederla illuminata dalla gioia. Sorrise infatti Mse- ridon al panorama della libert.... Ma fu un istante. Subito il giovane cavaliere impallid¡, (r) Che hai ? ¯ gli chiese il vecchio supponendo che l'emo- zione gli avesse tolto il fiato. E la sentinella: (r) Su, su svel- to, giovanotto, passa fuori che io devo subito richiudere, non ti farai pregare, spero! ¯. Invece Mseridon fece un passo indietro e si copr¡ gli occhi con le mani: (r) Oh Š terribile! ¯. (r) Che hai ? ¯ ripet‚ Giacomo. (r) Stai male ? ¯ (r) Non posso! ¯ disse Mseridon. Dinanzi a lui, di colpo, la visione era cambiata. E al posto delle torri e delle cu- pole, giaceva adesso un sordido groviglio di catapecchie pol- verose, grondanti di sterco e di miseria, e invece degli sten- dardi, sopra i tetti, nugoli caliginosi di tafani come un infetto polverone. Il vecchio domand•: (r)Che cosa vedi, Mseridon? Dim- mi: vedi marcio e luridume dove prima tutto era glorio- so ? Al posto dei palazzi vedi ignobili capanne ? E cos¡, Mseridon ? ¯. (r) S¡, s¡, tutto Š diventato orribile. Perch‚ ? Cosa Š suc- cesso? ¯ (r) Io lo sapevo ¯ fece il patriarca (r) lo sapevo ma non osavo dirtelo. Questo Š il destino di noi uomini, tutto si paga a caro prezzo. Non ti sei mai chiesto chi ti dava la forza di pregare? Le tue preghiere erano di quelle a cui non resiste neanche la collera del cielo, Tu hai vinto, sei guarito. E adesso paghi. ¯ (r) Pago ? E perch‚ ? ¯ (r) Perch‚ era la grazia che ti sosteneva. E la grazia del- l'Onnipotente non risparmia. Sei guarito ma non sei pi£ lo stesso di una volta. Di giorno in giorno, mentre la gra- zia lavorava in te, senza saperlo tu perdevi il gusto della vita. Tu guarivi, ma le cose per cui smaniavi di guarire a poco a poco si stacc~vano, diventavano fantasmi, cimbe na- tanti sopra il mar degli anni! Io lo sapevo. Credevi di es- sere tu a vincere, e invece era Dio che ti vinceva. Cos¡ hai perso per sempre i desideri. Sei ricco ma adesso i soldi non ti importano, sei giovane ma non timportano le don- ne. La citt... ti sembra un letamaio. Eri un gentiluomo, sei un santo, capisci come il conto torna ? Sei nostro, final- mente, Mseridon ! L'unica felicit... che ti rimane Š qui tra noi, lebbrosi, a consolarci... Su, sentinella, chiudi pure la porta, noi rientriarno. ¯ La sentinella tir• a s‚ il battente. 24 MARZO 1958 In determinate condizioni di atmosfera, di ora e di luce pcssiamo vedere anche a occhio nudo i tre piccoli satelliti artificiali che l'uomo lanci• dalla Terra verso gli spazi in- terplanetari dal 1955 al 1958; e ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi. In certi crepuscoli d'inverno quando l'aria Š come cri- stallo, tre minuscoli punti brillano, di un fisso e corruc- ciato splendore; due vicini che quasi si toccano, uno pi£ in l..., solitario. Ma se prendiamo un buon binocolo, o un cannocchiale a forte ingrandimento, li possiamo osservare molto meglio, quasi come degli aeroplani che volino a discreta altezza. (Disteso sulla sedia a sdraio nell'atrio del- la sua casa di campagna, il vecchio Forrest, l'uomo che li ide• e li volle, ormai ottuagenario, consuma nella loro at- tesa le sue insonni notti di asma. E quando il primo dei tre sbuca dal ciglio nero del cornicione, egli si porta di- nanzi all'occhio il piccolo telescopio sospeso a uno speciale supporto elastico, e guarda, guarda, per ore.) Ecco il primo, denominato "Hope" per la speranza che in quel settembre memorabile riemp¡ l'intero genere uma- no, facendogli dimenticare le malvagit... di cui si consu- mavano i suoi giorni (eppure era uno scopo odioso, una inconfessata avidit... di dominio che lo proiett•, con un lungo sibilo, a picco verso lo zenit, facendo voltare in su contempcraneamente le facce dei trecentomila uomini riu- niti nelle White Sands, alle ore 4,53 del mattino). A ve- derlo cos¡ da lontano "Hope" ha la forma di una tozza matita, il suo colore Š d'argento, che scintilla nella parte illuminata lasciando la restante nel buio. Se ne sta tutto sghembo, cosicch‚ sembra proprio che sia rimasto l... appe- so; appeso, dimenticato e morto. Ma occorre sempre uno sforzo d'immaginazione per convincersi che nel suo interno stanno i corpi di William B. Burkington, Ernst Shapiro e Bernard Morgan, gli eroi vogliamo dire, i pionieri, i quali ininterrottamente girano, e sono gi... passati venti anni! vicinissimo Š il satellite maggiore, secondo in ordine di tempo: grosso almeno quattro volte il primo; liscio, bel- lissimo, a forma di uovo, di un favoloso colore arancione. Verso la coda si intravedono come tante uniformi canne d'organo; i tubi per i razzi ho sentito dire. Esso Š deno- minato "L. E." sigla che significa Lois Egg, in italiano l'uovo di Lois: ci• in onore di Mrs. Lois Berger, la mo- glie amata del costruttore, partita con lui, con lui rimasta lass£, a girare, girare eternamente; e non dovremmo qui dimenticare i loro sette compagni. Poi spostiamo il cannocchiale di 24 gradi e incontriamo il terzo, "Faith", terzo anche in ordine di tempo. Fu bat- tezzato cos¡ per significare la fede che sorreggeva gli uomi- ni a ritentare ci• che agli altri non era riuscito. Esso ha una sagoma simile a quella di "Hope", solo che Š al- quanto pié grande. Colorato a strisce gialle e nere che si distinguono benissimo anche oggi; e proprio quelle strisce pi£ di ogni altra cosa ci persuadono che a costruirlo siamo stati noi, e non Š l'errabondo frammento di qualche ignoto cat¡lclisma siderale. "Faith" part¡ con cinque uomini: Pal- mer, Sough, Lasalle, Cosentino, Thompson i loro nomi. In cinque diversi cimiteri, sparsi sul nostro piccolo mondo, cinque tombe vuote aspettano; ma essi continuano a girare, probabilmente incorrotti; L'ultima umanit... sar... estinta e loro gireranno ancora. 24 marzo 1958 Š la terribile data di questa terza ascen- sione. Essa non Š celebrata come festa nazionale e anche gli anniversari passano in sordina come se avessimo paura I di sottolinearli. Pure nei libri di scuola se ne fa solo un fugace accenno. Eppure n‚ Zama n‚ Valmy, n‚ Kulikovo n‚ Waterloo, n‚ la scoperta dell'America n‚ la rivolu~ione francese possono starle alla pari (se mai, si pu• forse con- frontarla con la nascita di Nostro Signore Ges£ Cristo). Da allora- oh, anch`io mi ricordo come si viveva una volta - gli uomini sono cambiati: diversi i pensieri, il lavoro, i desideri, i costumi, i divertimenti, L'amore. Sen~a confes- sarlo a se stessa per una specie di vergogna, la gente ha preso un'altra strada. Meglio o peg~io? Ma non c'Š biso- gno di chiederlo, basta guardarsi intorno, ascoltare i di- scorsi, osservare le a~ioni che si compiono in questo anno di gra~ia 1975. (Per• il vecchio Forrest, inchiodato nel let- to, non si stanca, se la notte Š limpida, di contemplare i tre biz~arri veicoli, si direbbe lo roda una sorta di ribel- lione contro ci• che Š avvenuto, una protesta contro la sco- perta fatale che ha cambiato la nostra vita.) Ricordate ? "Hope" era provvisto di potenti apparecchi radio. Perfetta la partenza, perfetta la traiettoria, il viag- gio fu controllato dal basso con assoluta precisione me- trica. A un tratto fu visto inclinarsi, assumere quella buffa posa sghemba, rimase l... come una candelina appesa male all'albero di Natale. Non un messaggio, non un segno di vita. Tutto fu suggellato dal silen~io. "Faith" e "L. E." nacquero in gara, dissipato che fu il primo scoraggiamento. Tra i due fece pi£ presto "L. E.". Il pensiero dei tre morti, sepolti nel vuoto interplanetario, accrebbe la solennit... della cerimonia. Part¡ nel novembre 1957 e si calcol• la traiettoria in modo che passasse nelle vicinan~e di "Hope", quell'inerte rudere dei cieli. La si- gnora Lois Berger fu l'ultima a entrare nel proiettile ra~zo. E prima che il portello metallico si chiudesse definitiva- mente, ella sporse la testa gra~iosa salutando la folla in delirio. Segu¡ la vampa, il rigurgito atomico, quel lugubre rombo che non dimenticheremo. Gi... l"'Uovo" era una minuscola fiammella che si faceva pi£ piccola a ogni istan- te. (r) Tutto bene ¯ comunic• subito la radio di bordo (r) scos- sa minima, temperatura regolare... temperatura regolare ¯ ripet‚ dopo un certo tempo. Quindi venne il misterioso messaggio: (r) What a lound che rumore ¯ segnal• la radio (r) an odd... uno strano... ¯ e qui la trasmissione fu inter- rotta. Poi il silen~io. E il coraggioso uovo rest• sospeso sull'abisso (e gira gira silen~iosamente sopra la Terra an- cora viva). Non bast• questa mortale esperien~a a impedire la ter~a spedizione. Occorre raccontare come "Faith" prese il volo quattro mesi dopo? E come anch'esso divor• gli spa~i esat- tamente come era stato previsto? E come il Thompson, ra- diooperatore, comunicasse per telefonia le prime noti~ie, e come a un certo punto egli dicesse: (r) Damm it b~t here we have got in....' ¯ e poi basta? (Ci sono se li volete, in ven- dita, i dischi che riproducono tale e quale la famosa tele- fonata. La voce Š limpida e tranquilla anche l... dove escla- ma: (r) Accidenti, ma qui noi siamo capitati in...! ¯. E poi si ode il fruscio della puntina, nlent'altro che uno spaven- toso silen~io.) Adesso, dopo diciassette anni, solo pochi caparbi si osti- nano a discutere sul significato di quei due messaggi di morte. Se il primo parve indecirrabile, a capire il secondo bastarono meno di 24 ore; e insieme fu svelato anche l'enig- ma che l'"Uovo" aveva lasciat-, dietro di s‚. Cosicch‚ nes- suno pi£ oggi dubita- tranne pochi irriducibili caparbi che vorrebbero tener alto l'orgoglio umano - nessuno pi£ du- bita che i tre proiettili siano stati investiti dal suono a cui la nostra povera anima non resiste. (r) An odd muna strana musica ¯ voleva dire il marconista del "L. E."; ma proprio allora il suo cuore si spacc•. (r) B~t here we have got in Paradile ma qui noi siamo capitati nel Paradiso! ¯ voleva dire il compianto Thompson per• anche a lui qual- cosa di vitale rest• frantumato. Allora nel mondo ci fu per alcuni giorni smarrimento, quindi polemiche, una specie di ira insensata, un lungo e circostan~iato messaggio del Presidente degli Stati Uniti, infine, come ci ebbero pensato su, un vero e proprio panico, quasi fosse stato annunciato l'arrivo del Messia. Che vol- garit... - dissero gli scien~iati ribellandosi all'assurda ipo- tesi - non siamo pi£ nel Medioevo ! Vergogna ! dissero i teologi offesi dalla temeraria idea che il regno dei cieli fosse cos¡ vicino, sospeso proprio sopra di noi, cosicch‚ al~ando la testa possiamo quasi urtarci dentro. Scien~iati e teologi hanno per• finito per tacere e da un pezo non csano fare pi£ fracasso. Ma il male Š questo; che gli uomini, an~ich‚ giubilare per la meravigliosa vicinan~a di Dio, dell'Onnipotente e del suo Regno, an~ich‚ fare feste e tripudi, hanno smarrito la gioia di vivere. Non si combattono nemmeno pi£, non si odiano neppure; e allora ci si domanda: dov'Š il sale della vita? E stato detto dall'Eterno: di qua non passerete, questa Š casa mia. E di conseguen~a la Terra Š diventata grande come una nocciola, una contristante prigione da cui non potremo pi£ fuggire. L'uomo Š triste. Mai come ora egli ha fissato gli sguardi nelle profondit... delle valli del- L'eternit..., smarrendosi nel formicolio degli astri. Perfino la Luna, che un tempo pareva una cosa nostra, ha riacqui- stato la severa maest... delle montagne inaccessibili. Schiere trasparenti di Beati finalmente lo sappiamo - fluttuano sopra di noi cantando (e credevamo che Dante Alighieri avesse inventato tutto di sana pianta !). Dovremmo essere orgogliosi: la casa degli Angeli Š sta- bilita alla nostra periferia, proprio alle porte del vecchio maligno pianeta Terra, pulce delle pulci disseminate nel- L'Universo. Non Š forse una testimonian~a che siamo i prediletti fra le creature? Ho invece l'impressione che in certo modo oscuro tutti noi siamo rimasti offesi: come il cagnolino randagio che si sente padrone della vita fin che non si vede vicino il formidabile danese di gran ra~a; oppure anche come il pitocco a cui la gioia del pasto vien meno se accanto a lui si vede il satrapo ingioiellato; op- pure anche come il bifolco che un giorno si Š accorto che subito dietro il boschetto, a cento passi dal suo tugurio, il re ha costruito il suo pala~o. Inoltre c'Š il mortale pe- ricolo di questa musica divina. Suonano e cantano, lass£. E non esiste involucro grosso abbastan~a - fosse anche spes- so come la muraglia cinese - che possa chiudere il varco a quelle note, pi£ belle di quanto noi possiamo sopportare. Di qui i rimpianti del vecchio Forrest nelle sue faticose notti di asma, sdraiato nella veranda all'aperto. Di qui pure la nostra affli~ione. Perch‚ quella Š la Rocca del Cie- lo, il Regno del Trionfo Eterno, L'Empireo, il Divino Eli- seo. Ma Š anche l'ultima nostra frontiera, che ci sbarra la strada; e non siamo uomim vivi ! Diciamo, con sincerit...: una cupola di ferro e macigno non potrebbe essere pi£ pe- sante (pi£ pesante del Paradiso). E bestemmiare questo? LE TENTAZIONI DI SANT'ANTONIO Se l'estate Š prossima a morire e, partiti i signori villeg- gianti, i pi£ bei posti restano deserti (ma nelle forre i cacciatori sparano e dai v entosi valichi della montagna, il cuculo mandando il suo richiamo,oi loro enigmatici sac- chi sulle spalle i primi maghi d'autunno scendono gi...) allora le grandi nubi dei tramonti pu• darsi si riuniscano, verso le cinque e me~a le sei, per tentare i poveri preti di campagna. Per l'appunto a quell'ora don Antonio, giovanissimo as- sistente alla parrocchia, insegna ai bambini il catechismo nell'oratorio che fu gi... palestra del dopolavoro. Qui Š lui in piedi, l... i banchi con sopra seduti i bambini e in fondo, che arriva fino al soffitto, la grande vetrata che d... verso levante; e attraverso si vede il placido e maestoso Col Gia- na illuminato dal sole che discende. (r) In no~nine Pat~il et Filii et... ¯ fa don Antonio. (r) Ra- gazzi, oggi vi dir• qualcosa del peccato. C'Š qualcuno che sa cosa sia il peccato? Tu, Vittorio, per esempio, che non capisco perch‚ ti vai a mettcre sempre cos¡ in fondo... Sai dirmi che cosa si intende per peccato? ¯ (r) Peccato... peccato... Š quando uno fa delle brutte cose. ¯ (r) S¡, certo, pressapoco Š cos¡, infatti. Ma Š pi£ giusto dire che peccato Š una offesa a Dio, fatta disobbedendo a una sua legge. ¯ Intanto le grandi nuvole si elevano al di sopra del Col Giana con molta intelligenza scenografica. Mentre parla, don Antonio le pu• vedere benissimo attraverso la vetrata. E le vede anche un ragno appollaiato COII la sua ragnatela in un angolo della vetrata stessa (dove il traffico dei mo- scerini Š minimo); nonch‚ una mosca, ferma sul vetro, appesantita dai reumi di stagione. Da principio queste nubi si presentano nella seguente formazione: c'Š un lungo piatto basamento dal quale sgorgano varie protuberanze, simili a Ibambagie smisurate, e i molli contorni si sviluppano in una serie di viscosi vortici. Ma che intenzioni hanno? (r) Se la mamma, mettiamo, vi dice di non fare una cosa e voi la fate, per la mamma Š un dispiacere... Se Dio vi dice di non fare una cosa e voi la fate, per Dio Š pure un dispiacere. Ma non vi dir... niente. Dio soltanto vede, perch‚ lui vede tutto, compreso te Battista che invece di stare attento tagli il banco con un temperino. E allora Dio prende nota, possono passare cento anni e lui ancora ricorda tutto come se fosse successo appena un minuto prima... ¯ Alza per caso gli occhi e vede, inondata di sole, una nube a forma di letto, con sopra un baldacchino tutto a frange, volute e ghirigori. Un letto da odalisca. Fatto Š che don Antonio ha sonno. Si Š alzato alle quattro e mez- za per dire messa in una chiesetta di montagna, e poi in giro tutto il giorno, i poveri, la campana nuova, due bat- tesimi, un malato, L'orfanotroho, i lavori al cimitero, il confessionale, eccetera, su e gi£ dalle cinque del mattino, e adesso quel letto tenerissimo che sembra aspettarlo, lui povero prete da strapazzo. Non viene un po' da ridere? Non Š una singolare coin- cidenza lui morto di stanchezza e quel letto allestito in mezzo al cielo? Come sarebbe bello distendersi l... sopra e chiudere gli occhi, senza pi£ pensare a niente. Ma dinanzi a lui stanno le piccole teste irrequiete dei ragazzi, a due a due, schierate sopra i banchi. (r) Quando si Š detto peccato ¯ spiega (r) non si Š detto ancora niente. C'Š peccato e peccato. C'Š per esempio un peccato specia- lissimo diverso da tutti gli altri, che si chiama peccato originale... ¯ Allora avanza una seconda nube, gigantesca, che ha pre- so la forma di un palazzo: coi colonnati, le cupole, le log- ge, le fontane e in cima le bandiere; dentro ci sono le delizie della vita, probabilmente, i banchetti, i servi, le mu- siche, i mucchi di marenghi, i profumi, le belle camerie- re, i vasi.di fiori, i pavoni, le trombe d'argento che lo chia- mano, lui timido prete di campagna che non possiede nean- che un soldo. (Eh, certo in quel castello non si deve poi stare da cani pensa - a me non capiter... mai niente di simile.) (r) Cos¡ Š nato il peccato originale. Ma voi certo mi po- tete chiedere: che colpa ne abbiamo noi se Adamo si Š comportato male ? Cosa c'entriamo noi ? Perch‚ dobbiamo rimetterci per lui? Ma qui, vedete... ¯ C'era uno, nel secondo o terzo banco, che stava man- giando di nascosto: pane, si sarebbe detto, o qualche altra cosa di croccante. Se ne udiva il piccolo rumore, come di topo. Per• stava molto attento: se il prete cessava di par- lare, quello subito fermava le mandibole. Bast• questo esile richiamo perch‚ don Antonio fosse preso da una fame formidabile. E d'un subito egli vide una terza nube distendersi orizzontalmente, modellata a forma di tacchino. Era una bestia smisurata, un monumento, da sfamare una citt... come Milano; e girava su un immagi- nario spiedo, rosolata dal sole del tramonto. Poco pi£ in l... un'altra nube, a pinnacolo, paonazza, a classica forma di bottiglia. (r) Come si fa peccato? ¯ disse. (r) Oh, gli uomini quanti sistemi hanno inventato pur di dispiacere a Dio. Si pecca con le azioni, come se per esemp;o uno ruba, si pecca con le semplici parole se per esempio uno bestemrria, si pecca anche coi pensieri... S¡, basta un pensiero alle volte... ¯ Che razza di impertine&za, quelle nubi. Una delle pi£ grosse, sviluppatasi in altezza, aveva assunto la foggia del- la mitria. Intendeva alludere all'orgoglio, all'ambizione di carriera ? Rifinita nei suoi particolari, biancheggiava sullo sfondo azzurro e dai suoi fianchi autoritari colavano gi£ frange di seta e d'oro. Poi la mitria, gonfiandosi ancora di pi£, mise fuori tanti fiorellini. E si ebbe addirittura il tri- regno del Pontefice, con tutta la potenza misteriosa. Per un istante il povero prete di campagna lo fiss•, invidiando suo malgrado. Lo scherzo si era ora fatto pi£ sottile, pieno di subdole lusinghe. Don Antonio si sentiva inquieto. A questo punto Attilio, il figlio del fornaio, introdusse un chicco di granturco in una cannuccia di sambuco e la port• alle labbra progettando di bersagliare la nuca di un compagno. In quel mentre vide don Antonio, il cui volto si era fatto bianco. E ne rest• tanto impressionato che su- bito mise via la cerbottana. (r) ... distinguere ¯ diceva (r) il peccato veniale dal morta- le. . . Mortale. . . Perch‚ mortale ? Forse si muore ? Proprio cos¡... Se non muore il corpo, l'anima... ¯ No, no - pensava non pu• essere un caso, un capriccio ingannevole dei venti. Per lui, don Antonio, certamente, non si scomodavano le potenze degli abissi. Eppure quella faccenda del triregno puzzava straordinariamente di com- plotto. Non poteva esserci di mezzo il Gran Nemico, lo stesso che nel tempo dei tempi sbucava dalla sabbia e stuz- zicava i piedi degli anacoreti? In quell'arcipelago di nuvole, quasi nel centro, un gran- de blocco di vapori era rimasto finora inoperoso. Strano~ si era anzi detto don Antonio, tutto il resto Š in continuo movimento e quello invece no. In mezzo a tanto carnevale se ne era rimasto quieto, apatico, quasi aspettando. Con apprensione il prete adesso lo teneva d'occhio. Il nuvolone infatti cominciava a muoversi; ricordando il risveglio di un pitone con quella sua sorniona e falsa svo- gliatezza carica di oscuri mali. Aveva il colore madreperla rosa di certi molluschi, rotonde e turgide le membra. Che cosa preparava ? Che forme avrebbe scelto ? Bench‚ man- casse ogni elemento di giudizio, don Antonio, con quel fiuto degli uomini di Chiesa, sapeva ormai che cosa ne sarebbe uscito. Si accorse di arrossire, abbass• gli sguardi al pavimento, dove c'erano pezzi di paglia, un mozzicone di sigaretta (chis- s... come), un chiodo arrugginito, un po' di terra. (r) Ma in- finita, ragazzi miei ¯ diceva (r) Š la misericordia del Signore e la sua grazia... ¯ Mentre parlava, calcol• pressapoco il tempo necessario perch‚ la nube potesse essere completa. L'avrebbe poi guardata? (r)No, no, sta attento, don Anto- nio, non fidarti, non sai quel che potr... essere di te ¯ gli mormor• la noiosa voce che nelle ore vili sorge nel pro- fondo di noi, rimproverando. Per• egli ud¡ anche l'altra voce, quella indulgente, accomodante, amica, che d... ragio- ne quando il coraggio ci abbandona. E diceva cos¡: (r) Di che hai paura reverendo? Di una innocente nuvoletta? Se tu non la guardassi, allora s¡ sarebbe per te un brutto se- gno, vorrebbe dire che sei sporco dentro. Una nuvola, pen- sa, come potrebbe essere colpevole ? Guardala, reverendo, come Š bella ! ¯. Ebbe allora un attimo di dubbio. Tanto bast• perch‚ le palpebre avessero un breve tremito, lasciassero un piccolo spiraglio. Vide o non vide? Qualcosa come una immagine perversa, laida e stupenda, gli era gi... entrata nel cervello. Ansim•, per la tenebrosa tentazione. Per lui dunque eran venuti quei fantasmi e dal cielo lo stavano sfidando con al- lusioni invereconde? Era forse la grande prova destinata agli uomini di Dio? Ma perch‚ tra i mille e mille preti disponibili era stato scelto proprio lui ? Pens• alla Tebaide favolosa, intravide perfino dinanzi a s‚ un destino di santit... e di gloria. Sent¡ il bisogno di restare solo. Fece un piccolo segno di croce ad indicare che la lezione era finita. Bisbigliando i ragazzi se n'andarono fin che tutto ritorn• al silenzio. Poteva s¡ fuggire, adesso, rinchiudersi per esempio in una stanza interna donde non si vedessero le nubi. Ma fuggire non serviva. Sarebbe stata una capitolazione. Cerc• invece l'aiuto di Dio. Si mise a pregare a denti stretti, furioso, come in gara all'ultimo chilometro. Chi avrebbe vinto? L'empia e dolce nube oppure lui con la purezza? Intanto pregava. Come gli parve di essere ab- bastanza irrobustito, concentr• le sue forze e lev• gli occhi. Ma in cielo, al di sopra del Col Giana, con una strana delusione, egli non vide che nubi indifferenti, dall'espres- sione idiota, vesciche di vapore, mucillagini di nebbia che si disperdevano in brandelli. N‚ queste nubi evidentemente potevano pensare, o essere cattive, o fare scherzi ai giovani preti di campagna. N‚ di sicuro si erano mai interessate di lui per tormentarlo. Nuvole e basta. La stazione meteorolo- gica aveva infatti annunciato per quel giorno: (r) Cielo in preval. sereno, qualche formaz. cumuliforme al pomeriggio. Calma di vento. Temper. stazion. ¯. Circa il Diavolo, nean- che una parola. 30 Il bambino Giorgio, bench‚ giudicato in famiglia un pro- digio di bellezza fisica, bont... e intelligenza, era temuto. C'erano il padre, la madre, il nonno e la nonna paterni le cameriere Anna e Ida, e tutti vivevano sotto l'incubo dei suoi capricci, ma nessuno avrebbe osato confessarlo, anzi era una continua gara a proclamare che un bambino caro affettuoso, docile come lui non esisteva al mondo. Ciascuno voleva primeggiare in questa sfrenata adorazione. E trema- va al pensiero di poter involontariamente provocare il pian- to del bambino: non tanto per le lacrime, in fondo trascu- rabili, quanto per le riprovazioni degli adulti. Infatti, col pretesto dell'amore per il piccolo, essi sfogavano a vicenda i loro spiriti maligni controllandosi e facendosi la spia Ma paurose di per s‚ erano le ire di Giorgio. Con l'astu- zia propria di questo tipo di bambini, egli misurava bene l'effetto delle varie rappresaglie. Perci• aveva guardato l'uso delle proprie armi nei seguenti termini: per le piccole con- trariet... si metteva semplicemente a piangere, con dei sin- gulti per la vent..., che sembrava gli dovessero schiantare il petto. Nei casi pi£ importanti, quando l'azione doveva pro- lungarsi fino all'esaudimento del desiderio contrastato, met- teva 11 muso e allora non parlava, non giocava, si rifiutava di mangiare: ci• che in meno di una giornata portava la famiglia alla costernazione. Nelle circostanze ancor pi£ gra- vi le tattiche erano due: o simulava di essere assalito da misteriosi dolori alle ossa, i dolori alla testa e al ventre non sembrandogli consigliabili per il pericolo di purghe (e gi... nella scelta del male si rivelava la sua forse inconsapevole perfidia perch‚, a torto o a ragione, si pensava subito a una paralisi infantile). Oppure, e forse era il peggio, si mette- va a urlare; dalla sua gola usciva, ininterrotto e immobile di tono, un grido estremamente acuto, quale noi adulti non sapremmo riprodurre, e che perforava il cran¡o. In pratica non era possibile resistere. Giorgio aveva ben presto partita vinta, con la doppia volutt... di venire soddisfatto e di ve- dere i grandi litigare, L'uno rinfacciando all'altro di aver fatto esasperare l'innocente. Per i giocattoli Giorgio non aveva mai avuto una sincera inclinazione. Solo per vanit... ne voleva molti e di bellissi- mi. Il suo gusto era di portare a casa due tre amici e di sbalordirli. Da un piccolo armadio, che teneva chiuso a chia- ve, estraeva ad uno ad uno, e in progressione di magnifi- cenza, i suoi tesori. I compagni spasimavano di invidia. E lui si divertiva ad umiliarli. (r)No, non toccare tu che hai le mani sporche... Ti piace eh? D... qua, d... qua, se no fi- nisci per guastarlo... E tu, dimmi, te ne hanno regalato uno anche a te? ¯ (ben sapendo che cos¡ non era). Dallo spira- glio della porta, genitori e nonni lo covavano teneramente con gli sguardi: (r) Che caro ¯ sussurravano. (r) 1proprlo un omettino1 ormai... Sentitelo come si stima !... Eh, ci tiene lui ai suoi giocattoli, eh ci tiene all'orsacchiotto che gli ha regalato la sua nonna! ¯ Quasi che l'essere geloso dei ba- locchi fosse per un bimbo una virt£ straordinaria. Basta. Un conoscente port• un giorno dall'America un giocattolo meraviglioso in dono a Giorgio. Era un (r) camion del latte ¯, perfettissima riproduzione degli autofurgoni co- struiti per quel servizio; verniciato di bianco e azzurro, coi due conducenti in uniforme che si potevano mettere e le- vare, le portiere anteriori che si aprivano, i pneumatici alle ruote; nell'interno, infilati uno sull'altro per mezzo di spe ciali guide, tanti canestrini di metallo, ciascuno contenente otto microscopiche bottiglie sigillate col tappo di stagnola. - E sui fianchi due autentiche saracinesche a ghigliottina che, . aprendosi, si arrotolavano proprio come quelle vere. Era senza dubbio il giocattolo pi£ bello e singolare di quanti ne possedesse Giorgio, e probabilmente il pi£ costoso. Ebbene, un pomeriggio il nonno, colonnello in pensio- ne, che in genere non sapeva che cosa fare dell'anima sua passando dinanzi all'armadio dei giocattoli, tir• quasi per caso, come succede, la manopola dello sportello. Sent¡ che cedeva. Giorgio l'aveva chiuso a chiave come al solito, ma l'anta gemella, in cui il chiavistello si incastrava, per di- menticanza non era stata fissata coi catenacci in alto e in basso. E cos¡ entrambe si aprirono. Disposti su quattro piani stavano qui in perfetto ordine i giocattoli, tutti ancora lucidi e belli perch‚ Giorgio non li adoperava quasi mai. Giorgio era fuori con Ida, anche i genitori erano usciti, la nonna Elena lavorava a maglia nel salotto. Anna in cucina dormicchiava. La casa era quieta e silenziosa. Il colonnello si guard• alle spalle come un la- dro. Poi, con un desiderio da lungo tempo vagheggiato, le sue mani si protesero al camion del latte che nella penom- bra risplendeva. Il nonno lo colloc• sul tavolo, si sedette e si accinse a esa- minarlo. Ma c'Š una legge arcana per cui se un bambino tocca di nascosto una cosa dei grandi, questa cosa subito si rompe e slmmetricamente, toccato dai grandi, si romt~e il glocattolo che pure il bambino aveva sen~a danni maneg- giato per mesi con energia selvaggia. Non appena il non- no, con la delicatezza di un orolo~iaio, ebbe alzato una del- le piccole saracinesche laterali, si ud¡ un clic, un listello di latta verniciata schizz• fuori e il perno su cui la saracinesca si sarebbe dovuta avvolgere ciondol• senza pi£ sostegno. Col batticuore, il vecchio colonnello si affann• per rimet- tere le cose a posto. Ma le mani gli tremavano. E gli fu ben chiaro che con la sua nessuna abilit... riparare il guasto era impossibile. N‚ si trattava di una avaria recondita, fa- cile a venir dissimulata. Scardinato il perno, la saracinesca non chiudeva pi£, pendendo tutta sghemba. Un disperato smarrimento prese colui che un giorno ai piedi del Montello aveva condotto i suoi cavalleggeri a una disperata carica contro le mitragliatrici degli austriaci. E un brivido gli percorse le vertebre al suono di una voce che pareva quella del giudizio universale: (r) Gesummaria, Anto- nio, cos'hai fatto? ¯. Il colonnello si volt•. Sulla soglia, immobile, sua moglie, Elena, lo fissava con le pupille dilatate. (r) L'hai rotto, dl', L'hai rotto ? ¯ (r) Macch‚, non Š... ti dic... non Š niente ¯ mugol• il vec- chio militare, annaspando con le mani nell'assurdo tentati- vo di sistemare la rottura. (r) E adesso? E adesso cosa fai? ¯ incalz• la donna con affanno. (r) E quando Giorgio se ne ac- corge? Adesso cosa fai? ¯ (r) L'ho appena toccato, ti giuro... doveva essere gi... rotto... Non ho fatto niente, io ¯ cerc• miserabilmente di scusarsi il colonnello; e se mai si era il- luso di trovare nella moglie una certa solidariet... morale, questa speranza venne meno tanta fu l'indignazione della vecchia: (r)Non ho fatto non ho fatto, mi sembri un pap- pagallo!... Si sar... rotto da solo, si capisce!... E fa qualcosa almeno, e muoviti, invece di stare l... come uno stupido!... Giorgio pu• essere qui da un momento all'altro... E chi... (la voce le si ingorgava per la rabbia)... e chi ti ha detto di aprire l'armadio dei giocattoli? ¯ Non occorreva altro perch‚ il colonnello perdesse la te- sta del tutto. Purtroppo era domenica, impossibile trovare un operaio capace di riparare il camioncino. Intanto la si- gnora Elena, quasi per non restare implicata nel delitto, se n'era andata. Il colonnello si sent¡ solo, abbandonato, nella ingrata selva della vita. La luce declinava. Tra poco notte, e Giorgio di ritorno. Con l'acqua alla gola, il nonno allora corse in cucina in cerca di uno spago. Con lo spago, sfilato il tetto del ca- mion, riusc¡ a fissare le estremit... della saracinesca, cos¡ che restasse chiusa, pressapoco. Evidentemente essa non si po- teva aprire pi£ ma almeno dall'esterno non si notava null