QUANTO COSTA UNA BANANA? *********** Sono le tre del mattino, quando Josè si alza per prendere l’autobus ed arrivare prima delle cinque alla piantagione. Ormai, dopo tanti anni, sembra aver accettato la propria sorte come un dovere, anche se la nausea provocata dall’antiparassitario lo riporta bruscamente alla realtà. Una realtà drammatica per Josè, che rimase sterile proprio a causa di una di queste sostanze, che i padroni della piantagione hanno l’abitudine di spargere con l’aereo mentre i braccianti sono ancora nel campo. Lo aspetterà una giornata lavorativa di tredici ore, sotto il solito caldo umido (fino a 38°) tipico delle zone tropicali, per sei giorni su sette, a volte anche la domenica. Questo ritmo è necessario per avere un salario “decente”, mentre la maggioranza dei lavoratori copre con fatica i bisogni essenziali della propria famiglia. Se si ammala non verrà assistito e non gli spettano nemmeno i diritti di base che la legge riconosce a tutti i lavoratori, poiché Josè lavora lì da circa un mese e tali diritti spettano solo a chi resta più di tre mesi, periodo necessario per avere un contratto a tempo indeterminato. Come lui, infatti, molti sono stati licenziati prima della scadenza del periodo di prova in tutte le altre piantagioni dove hanno lavorato, perché così vuole una prassi, ormai generalizzata, di riduzione dei costi e limitazione del potere sindacale. Ogni bracciante sa bene che non può parlare di diritti o di sindacato, perché rischierebbe il licenziamento e verrebbe inserito nelle famose “liste nere”, a disposizione delle varie aziende del settore, che le consultano per evitare di assumere attivisti sindacali. “Se i lavoratori non recuperano la libertà sindacale non rialzeranno più la testa. Qui non si rispetta la legge” - dice Josè – “Dobbiamo cominciare ad organizzarci. Solo così cominceremo a rivedere la luce del sole.” Chiquita, Dole e del Monte sono le tre più grosse multinazionali della banana e da sole controllano il 75% delle banane commercializzate nel mondo. Proprietari di vaste piantagioni in tutto il Centroamerica, annoverano tra i loro possedimenti anche centrali elettriche, tratti di ferrovia e flotte navali. Potentissime presso il governo americano e le principali istituzioni economiche internazionali, hanno recentemente portato a casa un’altra importante vittoria all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Quest’ultima, al termine di una lunga diatriba fatta di denunce e ricorsi, ha sostanzialmente accolto la posizione americana, intimando all’Unione Europea l’eliminazione delle tariffe esistenti sulle banane di produzione statunitense, introdotte per favorire le più modeste realtà contadine dei paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) secondo quanto previsto dagli accordi di Lomè. E’ piuttosto lunga la lista di violazioni che vengono quotidianamente perpetrate ai danni dei lavoratori e dell’ambiente ed è parimenti difficile stabilire quali delle tre imprese sia preferibile dal punto di vista morale. Possiamo, dunque, sintetizzare come segue i principali misfatti: - Sofferenza delle popolazioni indigene e dei contadini. Le terre indigene vengono facilmente invase dalle piantagioni, spesso con la complicità dei governi, incuranti di eventuali diritti acquisiti sui territori, che rappresentano oggi l’unica debole garanzia a tutela della sopravvivenza di questi popoli e delle loro antichissime tradizioni. La stessa sorte è riservata ai piccoli contadini, che subiscono enormi pressioni, con strumenti non sempre legali, per vendere le loro terre migliori alle ditte bananiere. - Violazione dei più elementari diritti dei lavoratori. La storia di Josè fornisce un quadro già abbastanza eloquente, benché parziale. Salari bassi, ritmi e condizioni di lavoro insostenibili (a 45 anni, dopo 15 anni di lavoro, un bracciante è considerato finito e non viene più assunto da nessuno), mancanza di garanzie sanitarie e previdenziali, violenze ed angherie che tendono ad annientare progressivamente la personalità, lavoro infantile, repressione sindacale (nel 1994 il sindacato del Costa Rica ha denunciato la presenza di squadre armate all’interno di piantagioni di proprietà Chiquita e Del Monte), condizioni peggiori per donne e immigrati, avvelenamento dei lavoratori con i pesticidi, che vengono sparsi con l’aereo in presenza dei braccianti o utilizzati dagli stessi senza le adeguate protezioni (circa 11.000 persone in tutto il Centroamerica sono rimaste sterili a causa di queste sostanze): tutto ciò caratterizza abitualmente la vita nelle piantagioni. Una delle cause dello sfruttamento è riconducibile all’uso del subappalto, attraverso il quale l’impresa bananiera affida alcune parti della produzione ad altre ditte, pagate dalla multinazionale sulla base di tariffe molto basse, che si ripercuotono poi sui lavoratori in termini si salari ridotti e trattamenti peggiori. - Danni all’ambiente. Vermifughi, funghicidi ed erbicidi, molti dei quali prodotti da grosse multinazionali come Dow, Novartis e Bayer e vietati nei paesi industrializzati, vengono tranquillamente usati nei paesi poveri, grazie a leggi più permissive. Queste sostanze, trasportate dal vento, si depositano ovunque su vegetazione, villaggi e fiumi, seminando morte al loro passaggio. Ne sanno qualcosa gli stessi pescatori del Centroamerica, che incontrano difficoltà sempre maggiori a guadagnarsi da vivere con la pesca. Alcune sostanze, poi, impoveriscono il terreno e spingono l’azienda, dopo alcuni anni, a vendere l’appezzamento spostando la piantagione su terre più ricche. Il campo abbandonato, tuttavia, difficilmente può essere nuovamente coltivato a causa della contaminazione del suolo. A ciò si aggiungono le conseguenze, non secondarie, della deforestazione. Il 30 marzo 1999, Chiquita Brands International ha celebrato il suo centenario. Di proprietà della American Financial Corporation, finanziaria americana che fa capo a Keith Lindner, è attualmente la più grossa multinazionale delle banane. E’ presente in 11 paesi, fattura 6.350 miliardi e impiega 46.000 persone. I suoi profitti, dopo un certo calo a partire dagli anni novanta, sembrano oggi destinati ad una ripresa, in seguito ad alcune recenti acquisizioni ed alla vittoria riportata nella “guerra delle banane” in sede OMC. Negli U.S.A. si garantisce l’appoggio del governo e del Congresso attraverso cospicui finanziamenti sia al partito Repubblicano che a quello Democratico. Nel settembre 1998 alcune organizzazioni sindacali, in accordo con associazioni attive in Europa e U.S.A. lanciarono una campagna internazionale finalizzata al miglioramento delle condizioni di lavoro dei 20.000 braccianti impiegati nelle piantagioni di proprietà Chiquita, nonché di quelli assunti in aziende controllate. L’iniziativa è partita dal sindacato, in seguito alle denunce comparse sulla rivista “Cincinnati Enquirer” (i cui giornalisti, autori del reportage, sono stati poi licenziati) e a quanto emerso dalla conferenza internazionale sul settore bananiero, tenutasi a Bruxelles nel mese di maggio. In ottobre Chiquita accettò, per la prima volta, di incontrarsi con il Coordinamento latinoamericano dei lavoratori bananieri (COLSIBA). Sfortunatamente, due settimane prima dell’incontro l’uragano Mitch colpì la regione provocando ingenti danni anche alle piantagioni. L’incontro, tuttavia, si tenne ugualmente il 12 novembre in Guatemala, nel quale Chiquita fece alcune vaghe promesse sugli aiuti d’emergenza e sui tempi di riapertura delle piantagioni, ma senza entrare nei dettagli. Sono attualmente diverse migliaia (4.000 in Honduras) i lavoratori disoccupati e senza una prospettiva, costretti a vivere dei pochi risparmi accantonati. In Honduras Chiquita concede loro dei prestiti, che verranno tuttavia decurtati dai loro salari se e quando il lavoro comincerà. Sta inoltre utilizzando lavoratori non sindacalizzati per ripulire le piantagioni, contrariamente a quanto promesso. Ma il fatto più rilevante è che l’azienda sta portando avanti un’evidente strategia di riduzione dei diritti acquisiti dai lavoratori in precedenti accordi, il cui rinnovo è stato posticipato, nonché l’introduzione di modifiche nell’organizzazione del lavoro che consentano di riaprire le piantagioni con meno personale. A ciò si aggiunge il fatto che la politica antisindacale dell’azienda continua indisturbata: è notizia recente (maggio 1999) il licenziamento di 16 attivisti sindacali in Costa Rica. In occasione del centenario, su iniziativa di COLSIBA, un coordinamento internazionale formato da sindacati, chiese, associazioni per i diritti umani ed organizzazioni di commercio equo ha deciso di rilanciare la campagna per chiedere alla multinazionale il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente e la firma un accordo preliminare con COLSIBA. German Zepeda, di COLSIBA, chiede anche il nostro aiuto: “La pressione dei consumatori è cruciale perché Chiquita cambierà solo se sente di avere gli occhi di tutto il mondo puntati su di lei. Per questo esorto ogni consumatore d’Europa e del Nord America a spedire a Chiquita la cartolina che abbiamo preparato. Contiamo sul vostro sostegno”. Si tratta, per ora, di una campagna di pressione, della quale troverete, alla fine, tutte le informazioni. Come ogni campagna, essa richiede un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, riproducendo nella quotidianità quell’attenzione ad eventi apparentemente lontani da noi, ma che vivono o muoiono anche grazie a noi. Il movimento dei consumatori consapevoli sta crescendo e non è altro che il tentativo di affermare una verità: nessun sistema di potere può vivere e prosperare senza il consenso della collettività. L’alleanza tra produttori e consumatori è una forma di resistenza della società civile, che riafferma il diritto a decidere del proprio futuro e a non accettare logiche economiche disumanizzanti. Non è un sogno o un’utopia, a patto che non ci lasciamo prendere da quello che può essere considerato il peggior nemico di ogni cambiamento e miglior alleato dei poteri forti: il senso di impotenza. Roberto Cuda Coordinamento Lombardo Nord Sud del Mondo