Yeshayahu Qoren Barazani **************** 1 Era la terza volta che si andava in Libano e volevo recarmi al punto di incontro con Barazani. Giunsi alla sua officina e spinsi la porta. Un nugolo di polvere mi ostruì il naso. Un leggero e acuto rumore fendette l'aria. L'avviso che stava appeso alla porta s'era strappato. Nell'officina vi era silenzio. Solo dal fondo della stanza provenivano dei suoni attutiti. Mi sedetti su una cassa rovesciata e aspettai. Non mi piaceva entrare nella parte posteriore del deposito. Solo una volta Barazani mi aveva fatto entrare là dentro. Sulle mensole di un vecchio armadio a vetri stavano ben disposte varie monete dell'epoca di Bar Kokhba, di qualche città della Germania o dell'Italia nelle quali una volta era stato in uso danaro ebraico, della Persia, dell'Iraq, dell'epoca del Mandato e anche dei primi anni dello Stato di Israele. Accanto a me c'era un tavolo basso con una lastra di vetro incrinata, sotto la quale vi erano foglietti di carta, pezzi di giornale e fotografie impolverate di calciatori. Sulla lastra stavano sparpagliate schedine del totocalcio vecchie e nuove: su una parte di esse erano stati scarabocchiati a matita alcuni pronostici. Su un angolo del tavolo vi era una pila di vecchi dischi. Sopra era stata appoggiata una tazza di caffè, mezza piena e non più fumante. Yona Barazani, come al solito, s'era scordato di finirla. Stracci laceri e unti e vestiti sporchi impregnati di sudore giacevano sul pavimento. Avevo sete. Barazani, uscito dal deposito, disse: ''Vieni, partiamo''. "Come, partire?'' dissi. ''Tutti ci aspettano al parco comunale. Ci vogliono meno di cinque minuti a piedi''. ''Ho deciso di andarci con la Volvo'' disse Barazani ''come ai bei tempi''. ''Sei impazzito?'' posai la valigia sul marciapiede. ''Il Libano non è più come ai bei tempi quando si andava all'addestramento e persino in prima linea con le macchine private. Nessuno ti permetterà di entrare''. ''Sciocchezze, l'altra volta ho trovato un modo''. ''Guarda, Barazani,'' gli dissi con calma ''ti dico che è proibito. E non ti dimenticare che sono anche il sergente del tuo plotone''. ''Balle. Se avessimo fatto solo quello che ci è permesso dove saremmo adesso?'' ''Piantala di scherzare! Abbiamo abbastanza guai anche così''. ''Ho già preparato tutto. Ieri sono stato al deposito d'emergenza. Tutto l'equipaggiamento, il mio e il tuo, è già nel bagagliaio. Su, dammi la tua valigia e smettila di fare il bambino''. Barazani era il soldato più anziano della compagnia: aveva forse quarantanove anni. Baffi, capelli neri, capelli bianchi. Il suo viso era sempre abbronzato, rugoso e pieno di vigore. Afferrò la mia valigia, si voltò verso la porta e proruppe: ''Chi m'ha strappato l'annuncio?'' Era un avviso delle partite di calcio del Betar di Gerusalemme per le settimane successive. Egli cercò di riparare lo strappo quindi indicando l'avviso disse: ''Rinuncio alla partita che si terrà tra due settimane. Quella comunque è una squadra debole e non vi saranno problemi, anche se si gioca fuori casa. Ma per la partita di sabato prossimo, segnatelo, prenderò una licenza. Giochiamo contro la squadra del Hapo'el di Kfar Saba e dobbiamo per forza rifarci della sconfitta del girone d'andata''. Sapevo che mi avrebbe intimato di lasciarlo andare in licenza. Barazani era un fedele tifoso del Betar, contribuiva con denaro, portava dall'officina allo stadio delle raganelle, tornava rauco senza voce dopo ogni partita. L'unica cosa nella quale non credeva era il ''far volare colombe'': sosteneva che le colombe non c'entrassero con il calcio. ''Perché no?'' chiesi. Un mucchio di programmi, di fotocopie di progetti vecchi, di viti e di tubi arrugginiti stava vicino alla porta. ''Perché non c'entrano affatto con il calcio. Anche con la squadra ho delle discussioni su questo''. Spinse con il piede il mucchio che era accanto alla porta e un settimanale strappato urtò la mia valigia. ''Avrai la licenza'' gli dissi ''ma adesso andiamo al parco e saliamo sull'autobus da persone come si deve''. Chiuse a chiave la porta dell'officina, scese le scale di pietra fino al marciapiede, aprì il bagagliaio e vi spinse dentro la mia valigia. Mise dentro la macchina le nostre armi personali che erano nel bagagliaio. ''Senza condizioni preliminari'' disse. Una macchina della polizia suonava il clacson nella strada principale. Dalla bancarella di un venditore di falafel veniva un odore di olio misto a cipolla, aglio e spezie piccanti. Yona indugiò un momento, mi guardò e disse: ''Lanciamo una moneta. Se vinci tu non andremo in macchina, ma in autobus''. Conoscevo le sue monete. Aveva una particolare abilità nel lanciare una moneta da due mils dell'epoca del Mandato. Sapeva come alzare la mano per afferrare al volo la moneta e vincere. Presi una sigaretta, accesi un fiammifero e dissi: ''Se lo dici tu''. Frugò nella sua tasca destra e chiese: ''Albero o Palestina?''. "Pale'' dissi. Continuò a frugare nelle tasche, quindi estrasse da quella sinistra una moneta verdognola, del colore del rame. La rigirò davanti ai miei occhi. Le sue labbra erano contratte. Col pollice la colpì e la spinse verso l'alto. La moneta roteò nell'aria, quasi toccò un ramo dell'albero che ci faceva ombra e prese a ridiscendere, sempre roteando. Vedevo le sue labbra serrate, i suoi occhi azzurri luccicanti, che seguivano la moneta. Se ne stava con la schiena curva, la mano protesa in avanti, rigida. Barazani, mezzo metro prima che cadesse, sollevò la mano con un movimento brusco, disegnando un mezzo arco. Attese e chiuse il pugno attorno alla moneta. Era calmo. La sua faccia era impenetrabile e tesa. Si rizzò, aprì la mano. Sette foglie spuntavano dalla muffa verdastra che copriva la moneta. ''Si parte'' disse Barazani. Era uscito 'albero'. Un vento freddo soffiava nel vicolo, entrammo nella Volvo. Egli mise in funzione il riscaldamento e la macchina si avviò per la strada principale avvicinandosi al punto di incontro. ''Che succede?'' chiesi. ''Va a vedere se tutti sono arrivati''. Mi irritava alquanto il fatto che cercasse di gestire la mia vita, ma non riuscivo ad arrabbiarmi con lui. Due autobus erano già partiti. Rimaneva l'ultimo, per i ritardatari. ''Sono proprio tutti qua'' disse il sergente maggiore della compagnia. ''Qualcuno si unirà al gruppo lungo il percorso e a Nakura. E voi?'' ''Ci arriveremo con la Volvo'' disse Barazani. ''La dovete lasciare a Rosh ha-Nikra'' Barazani tacque. Il sergente maggiore salì sul predellino dell'autobus ricontando le persone, quindi disse: ''Sono tutti presenti, tranne Shlomi''. ''Shlomi ritarderà'' dissi. ''Che ne sai?'' ''Come al solito ha dei guai con la sua ragazza''. Ma ancora prima che finissi la frase, lo vidi. Correva per la strada, con lo zaino che gli ballonzolava sulla schiena. Di tanto in tanto si arrestava, guardava indietro, e poi si rimetteva a correre. Una scarpa marrone alta, appesa per un laccio, penzolava dallo zaino. 2 Al di sotto del parabrezza, sul cruscotto, v'era attaccata una vecchia foto di famiglia. Barazani con meno rughe, capelli neri, la moglie grassottella con i capelli lunghi e ondulati, le labbra spesse e scure per il rossetto, un viso liscio e chiaro. Tre bambini: il maggiore, di circa tredici anni, aveva capelli lisci e biondi che gli ricadevano sugli occhi azzurri. La figlia aveva un vestito scozzese rosso e abbracciava il fratello più piccolo, in carne, dal volto tondo e i capelli castani e ricci. Barazani guardò la foto e la macchina slittò verso il ciglio della strada. Le ruote sobbalzarono su una fila di sassi e quando la macchina si ristabilì sulla strada, Barazani prese una cassetta e la introdusse nell'autoradio. Era una musica da ballo registrata da un programma radiofonico per l'esercito. Di nuovo guardò la foto. Dei vapori si formavano sul vetro della macchina. Misi in azione i tergicristalli. Barazani li fermò e indicando nella foto il figlio maggiore disse: ''Ha già diciassette anni e mezzo, ancora sei mesi, accidenti, e già se ne va a militare. È lui che mi registra queste cassette. E guarda Shlomi. Da un anno ha finito il militare e non pare anche a te ancora un bambino con quei capelli sulla fronte e sempre con gli stessi pantaloni?'' ''Caspita!'' dissi. ''Shlomi già da un anno ha finito e ancora non lavora. Ha sempre dei problemi con la sua ragazza''. ''E non li abbiamo anche noi i problemi? Proprio per questo mi piace'' Barazani rise forte. ''E non mi importa se è tifoso del Hapo'el di Kfar Saba, che ci ha sottratto la coppa nel '75. Per questo faremo i conti, io e lui''. Prese una sigaretta dal pacchetto che stava nella tasca della sua camicia cachi. ''Non se lo ricorda affatto. Era ancora un bambino, allora''. ''Proprio per questo se lo ricorda. Un bambino non potrebbe dimenticarsi una partita come quella''. Azionai l'accendino della macchina, lo controllai e quando le sottili bobine fiammeggiarono, lo avvicinai alla sigaretta che aveva tra le labbra. Barazani aspirò profondamente il fumo e tossicchiò. Rimisi l'accendino al suo posto. ''Solleva i piedi!'' gridò d'improvviso. Della cenere gli era caduta dalla sigaretta sui pantaloni. Il fumo gli offuscava la faccia e mi causava bruciore agli occhi. ''Non vedi che tieni i piedi sul mio programma?''. Era una fotocopia color viola. La sollevai e la gettai sul sedile posteriore. Cadde sopra a riviste, giornali sportivi vecchi, un sacchetto di nylon di supermercato, vuoto, e una scatola di legno aperta. Nella scatola, tra viti, tenaglie e cacciaviti, c'erano delle lattine di birra vuote e piene. Barazani tirò fuori una lattina e me la porse: ''Bevi qualcosa?'' disse. Arrivammo al confine di Rosh ha-Nikra e scendemmo per bere qualcosa di caldo alle bancarelle. Camion, carri-comando, carri armati e Zelde s'assembravano nello spiazzo roccioso a picco sul mare. Soldati giravano e scomparivano tra gli stretti passaggi formati da numerosi veicoli, macchine private, jeep, range-rover degli ufficiali e dalle grandi Mercedes con le targhe verdi libanesi. Un poliziotto militare passava tra le macchine e controllava i permessi d'entrata. Tornammo dal chiosco. Il poliziotto se ne stava fermo. Dopo un po', quando Barazani gli passò accanto, quello gli chiese: ''Dov'è il tuo permesso?'' ''Un momento'' disse Barazani. Aprì lo sportello dell'automobile, frugò un po' nel vano del cruscotto poi, quando fu sicuro che il poliziotto non lo guardasse, tirò fuori dalla tasca della sua camicia il precetto di richiamo, si drizzò e glielo allungò. ''Questo è il precetto. Non è quello che intendevo. Il permesso''. Il poliziotto militare s'appoggiò con la mano alla macchina. Gli si chiudevano gli occhi, era ancora assonnato. ''Cosa, non è questo? Il comandante della mia compagnia ha deciso che ci saremmo incontrati sul ponte di Kasmiyye. Devo spicciarmi. È la decima volta che passo di qui''. ''Ma questo non è il permesso. Inoltre, lo sai che le macchine private non possono passare''. Il poliziotto militare si grattò la barba fulva che gli avvolgeva come una striscia la faccia. La sua uniforme era vecchia e una toppa chiara era cucita sulla manica. ''Ogni giorno cambiate le leggi qui'' disse Barazani. Da dietro, le macchine suonavano il clacson. ''Non è la prima volta che passo di qui''. ''Mettiti di lato'' disse il poliziotto militare. ''Come vuoi che mi muova?'' disse Barazani. Autobus pieni di militari ci avevano sbarrato la strada da tutte le direzioni. ''Mettiti di lato'' ripeté il poliziotto militare indicando qualcosa al conducente della jeep che ci stava dietro. ''Voglio parlare con il comandante del posto di blocco'' disse Barazani. La sigaretta si stava accorciando e la cenere si era allungata fin quasi a sfiorargli le labbra. Barazani aspirò ancora una boccata e la cenere infuocata gli cadde sui pantaloni e sulle vecchie scarpe. ''Non ti servirà'' disse l'uomo dalla barba fulva. ''Al posto di blocco controllano di nuovo, e non vi faranno passare''. ''Fatemi provare'' disse Barazani. ''Perché si dica che io sono uno che si può far fesso?'' Nonostante che soffiasse un vento freddo, mi parve che delle gocce di sudore luccicassero tra le rughe di Barazani. Prese dalla tasca il pacchetto di sigarette, ormai vuoto. Lo gettò, sorrise d'un tratto, quindi rise dicendo: ''Bene. Dovete fare il vostro lavoro. Ma almeno liberatemi la strada, così me ne potrò andare da qui''. S'avvicinò a me e disse calmo: ''Non ce la faremo. Torniamocene''. ''Dai, aspettiamo il nostro autobus'' dissi. ''Quando l'autobus arriverà, saremo fossilizzati. Se vogliono che li freghiamo, son fatti loro''. Tornò al chiosco per comprare le sigarette. Per ingannar l'attesa frugai nel vano del cruscotto. Uno stralcio di giornale, strappato alla meno peggio, era incollato sul lato interno dello sportello: Qualche giorno dopo la guerra, tra la moltitudine di israeliani che aveva invaso Hebron, c'era un famoso antiquario di Gerusalemme. Vicino alle tombe dei Patriarchi era salito su un taxi e aveva chiesto all'autista di portarlo a un negozio di antiquariato. La macchina andava per i vicoli e, quando all'antiquario parve di trovarsi fuori di Hebron, nel cuore del deserto di Giudea, assalito dai dubbi, si rivolse all'autista e gli domandò: ''Ma dove stiamo andando?'' L'uomo di Hebron guardò l'elegante antiquario di Gerusalemme e disse: ''Non pensavo che un semplice negozio di antichità vi interessasse. Volevo portarvi sul posto dove le producono''. Delle nuvole accompagnavano la schiuma delle onde che avanzava sul mare, di fronte alle rupi di Rosh ha-Nikra, ma per il riscaldamento e il giaccone militare, e l'odore di fumo che riempiva la macchina, sentivo caldo. Sudavo. Non c'era motivo di scendere dall'auto e aspettare gli autobus. Viaggiavano sempre lenti e si fermavano ai chioschi e agli incontri stradali. Non rimanevano molte possibilità. Dopotutto Barazani aveva vinto giocando a sorte. Barazani, che aveva la barba incolta, entrò in macchina, prese un'altra sigaretta e riaccese l'autoradio. Melodie da ore piccole solitarie riempirono l'abitacolo. Tornammo all'incrocio della strada settentrionale. Ancora prima di passarci davanti e lasciarli alle spalle, provai una improvvisa nostalgia per i verdi campi, per i filari diritti di alberi nelle piantagioni, per la cisterna rotonda di cemento che si trovava sulla sommità della collina del moshav. Nei dintorni di Hanita ci dirigemmo verso il confine. Là lo sbarramento era completamente sfondato. Ogni tanto qualche macchina solitaria passava per la strada seguita da un polverone che ricadeva poi lentamente ricoprendo i bassi arbusti. Guardai di nuovo la famiglia Barazani, incollata davanti a noi. Anch'essa era ricoperta di polvere. Lontano, sul crinale di una collina, c'era un villaggio arabo di cui non sapevo il nome. In una scuola abbandonata, sulla destra della strada, dei bambini guidavano una vecchia automobile. Andava a zigzag tra gli alberi e un palo sul quale pendeva un cesto da pallacanestro, rotto. Le canzoni erano lente, Barazani canticchiava qualcosa. I sobbalzi della macchina mi facevano addormentare. Mi assopii. ''La Comparsita !'' Mi svegliai per l'urlo che aveva riempito l'auto. I piedi mi sudavano, mi stiracchiai, sbadigliai e guardai Barazani. Lui voltò la testa verso di me e rise facendomi l'occhiolino. Gli zigomi gli sporgevano, le labbra erano chiuse. Di nuovo guardò la foto davanti a sé e con le dita tolse la polvere che la ricopriva. L'autoradio smise di suonare. I finestrini erano chiusi. Dal riscaldamento veniva un caldo soffocante. Anch'io presi una sigaretta. ''Mi piacciono le vecchie melodie'' disse Barazani. ''E io non le conosco affatto''. Non sapevo allora che La Comparsita fosse un vecchio tango, dell'inizio degli anni '40 o forse anche prima. Una jeep di ricognizione ci sfrecciò davanti. Dietro il polverone che aveva sollevato sopraggiunse una vecchia ambulanza militare. La seguiva un mezzo corazzato di ricognizione, sul quale dei soldati con l'elmetto sedevano dandosi la schiena. In cielo c'erano nuvole nere e grigie e il vento del Nord sbatteva contro i vetri dell'automobile, facendo un rumore secco. ''Un'ambulanza è segno che c'è ancora qualche speranza'' disse Barazani. ''Cosa te lo fa pensare?'' ''Yoel l'hanno preso con l'elicottero''. ''Sì'' dissi. ''Era ormai troppo tardi, ma non sempre c'è un elicottero''. Caddero alcune pesanti gocce di pioggia. Cadevano sulla polvere che copriva il cofano. Barazani mormorò qualcosa, lo sguardo era fisso davanti, sulla strada, e mi parve che gridasse di nuovo: ''La Comparsita''. 3 Oltrepassammo un ponte basso. Sterili arbusti di ciliegio crescevano fitti ai suoi lati. Barazani si curvò e tirò fuori la M16 da sotto il sedile. La macchina slittò lievemente, quindi si fermò un attimo. Un uccello si era scontrato con la parte frontale del cofano, continuando a volare. Barazani mise la M16 accanto a sé e aprì il finestrino. L'uccello volò sopra di lui. ''Metti la tua mitraglietta sulle ginocchia'' mi disse. Non risposi. Egli ripeté: ''Non scherzo, mettila sulle ginocchia''. Da lontano scorsi le cupole verdi delle moschee di Nabatiyeh. La mitraglietta era dietro, tra i giornali, le fotocopie e i pacchi. Mi girai e la presi. Quando mi voltai, scorsi di nuovo la foto della famiglia di Barazani e i capelli lisci e biondi del figlio maggiore. ''Assomiglia veramente a Shlomi'' dissi d'un tratto. Sui miei pantaloni, sopra il ginocchio, a causa della mitraglietta si era formata una macchia scura di grasso. Anche Barazani dette un'occhiata alla foto e sorrise ironico. Un forte odore nauseante colpì le nostre narici. Eravamo ad Ansar. Passammo il posto di blocco alla fine del villaggio, aggirando l'accampamento dei prigionieri. Ma il vento non smetteva di portare alle nostre narici l'odore di fogna che si diffondeva per il campo. Passò un mezzo corazzato per il trasporto delle truppe. Chiudemmo i finestrini della Volvo. Barazani disse: ''Potremmo fare un salto a Nabatiyeh a comprare qualcosa''. ''Dobbiamo rimanere'' dissi ''e cominciare a sistemarci''. ''C'è ancora tempo, finchè gli altri arriveranno. Solo per uscire dall'ingorgo di Nakura ci vogliono ore. Guarda le mie scarpe. Devo per forza comprarne qui qualche paio''. Il comandante del campo, canuto e con dei baffi sottili e grigi, s'aggirava tra le baracche. Quando ci vide esclamò: ''Salve Barazani. Ancora con la Volvo? Un giorno ti scopriranno e ti puniranno. Nascondila là dietro, oltre la tenda di detenzione''. ''Dove sono i nostri alloggi?'' domandò Barazani. ''Là, ai margini dell'accampamento. Nei prefabbricati''. ''Baracche. Porche! C'è qualcosa di caldo da bere?'' domandò Barazani. Ci dirigemmo là con la macchina. Barazani girava tra i prefabbricati e infine si fermò vicino al penultimo. ''Entriamo dentro. E' all'estremità, ma non proprio alla fine. Possiamo parcheggiare la macchina tra queste due porche baracche''. Salì in macchina, la parcheggiò e aprì il bagagliaio. Giunsero gli autobus. Shlomi saltò giù per primo e corse verso la macchina di Barazani. Venne verso di me e disse: ''Devo assolutamente avere la licenza sabato''. Ansimava, aveva gli occhi rossi. I suoi capelli erano arruffati e coperti da un sottile strato di polvere. La M16 gli stava appesa alla spalla in modo trasandato. In mano teneva un giornale. ''Un momento'' dissi. ''Ancora non ci siamo sistemati. Non siamo entrati nemmeno negli alloggiamenti e non abbiamo ancora fatto niente e già parli di licenza?'' ''Farò tutto quello che mi chiederete, ma devo essere libero sabato'' disse Shlomi. La sua faccia era contratta e i suoi capelli mossi dal vento. ''Che cosa è successo?'' chiesi. Lui tacque. Anche quando eravamo andati in Libano la prima volta, aveva chiesto di andare in licenza. Raccontava allora di certi guai con la sua ragazza. Era vero. Lei in quello stesso periodo stava in Francia, e questo era davvero un grosso problema. ''E' tornata?'' ''Da tempo. E devo assolutamente andare. Credimi''. ''Ho capito,'' gli dissi ''ma certo si stabilirà un turno. Terremo conto anche di te''. Tornò all'autobus a prendere lo zaino. Gli altri stavano scendendo tutti insieme. Si spingevano, si affollavano, mentre lui se ne stava in disparte vicino alla pila di equipaggiamento che si stava tirando giù dal tetto dell'autobus. Il vento scompaginava il giornale che gli stava tra le mani. Cercò di piegare i fogli, ma questi si sgualcirono e uno si strappò. Alcuni zaini vennero gettati a terra. Un tizio chiese gridando se fosse possibile posarli come si deve, per non sporcarli di fango, ma nessuno gli rispose. Shlomi gli andò vicino e si fece dare una sigaretta. Riuscì ad accenderla al terzo fiammifero. Se la tolse di bocca. Teneva la sigaretta con due dita, come se questa fosse la prima sigaretta che fumava in vita sua. Barazani si sistemò nella stanza. Trovò una vecchia cassa di munizioni e la mise davanti al letto. Poi tirò fuori dalla tasca della camicia un taccuino consumato e fece vari pronostici per le partite del sabato seguente. ''Stai facendo le schedine del totocalcio?'' chiesi. ''Non c'entra niente con il totocalcio,'' disse ''è un'altra cosa''. Pulimmo le armi quindi, la sera, uscimmo per il primo giro di perlustrazione. Quando passammo per Nabatiyeh, di nuovo Barazani mi disse che voleva comprarsi delle scarpe. ''Non sei in ordine'' gli dissi. ''Che c'è?'' ''Come fai a uscire con degli stivaletti da civile come questi? Mettiti gli scarponi alti''. ''Non mi vanno bene'' disse. Gli stivaletti che portava erano consumati e si aprivano tra la tomaia e la suola. Minuscole spine si erano attaccate alle calze e alle estremità dei pantaloni. L'indomani mattina facemmo mettere dei posti di blocco e gli altri poterono dormire fino a mezzogiorno. Barazani si svegliò presto. Andò a Nabatiyeh e comprò scarpe per i figli, per sé, e anche delle pantofole per la moglie. Lontano, sui tetti delle case, vedevo bandiere nere e grandi ritratti di un certo loro Imam scomparso in Libia e mi ricordai delle fustigazioni che si erano inflitti nelle strade l'anno prima. ''C'è una delle loro feste,'' dissi a Barazani ''non avresti dovuto andarci''. ''Vedi, se loro vendono, io compero. Le scarpe sono comode e anche a buon mercato''. Anche Shlomi scese dalla Volvo. Teneva in mano una camicetta ricamata in rosso, bianco e verde. ''Gli dobbiamo dare la licenza questo sabato''. ''Me l'ha detto. Ma non la si finisce più. Penso che stavolta si terrà conto di tutta la compagnia. E' successo qualcosa?'' ''Come, non lo sai?'' disse Barazani. Shlomi stava entrando nella camerata, mentre io e Barazani eravamo vicino alla Volvo. ''Ma che c'è ancora che non va con lei?'' ''Via, non parliamone...'' Un carro-comando con dentro dei prigionieri dalle barbe rade passò per una strada di terriccio rosso e melmoso di fronte l'accampamento. Degli aerei sfrecciavano in cielo. Pioveva un poco, ma il vento non smetteva di soffiare e la puzza della condotta fognaria del campo di prigionia arrivava a ondate. Di notte giunse il sergente maggiore che ci chiese di liberare la camera. Intendevano installare lì il quartier generale della compagnia. Barazani non era d'accordo, ma d'un tratto rise e sbottò: ''Albero o Palestina?'' ''Pale'' rispose il sergente maggiore, e si sedette sulla cassa gialla delle munizioni posta vicino al letto di Barazani. Questi estrasse dalla tasca una moneta, la lanciò in alto, molto in alto, si curvò, tese la mano, e quando la moneta gli si avvicinò al petto vidi la sua faccia tesa. Compresi che il sergente maggiore aveva perso. Barazani afferrò la moneta, aprì il pugno ed esclamò: ''Albero. Ce l'ho fatta!'' Il sergente maggiore si alzò in piedi , s'appoggiò allo stipite della porta e fece una smorfia. Barazani disse: ''Non fa niente. Anche se è uscito albero vi libereremo la stanza. Il quartiere generale è pur sempre il quartiere generale''. Il sergente maggiore non rispose. Nello stesso momento giunse di corsa un soldato dicendo: ''Il tenente dice che non ce n'è più bisogno. C'è un posto migliore''. La sera Shlomi andò a telefonare. Le sue grida confuse si sentivano anche nella tenda indiana che fungeva da mensa, che confinava con la tenda delle operazioni. Giocavo a carte. Barazani beveva del caffè ed era intento a fare pronostici per le partite di sabato. Li scriveva sul margine di un giornale e di tanto in tanto guardava il taccuino consunto. Poi si alzò, gironzolò con la tazza di caffè in mano, quindi tornò di nuovo al tavolo dicendo: ''Non c'è proprio nulla da fare, ma là hanno bisogno della mia voce. Devo andare in licenza di sabato''. Un carro-comando passò per la strada. Da lontano si sentì un'esplosione. Nessuno si mosse. Il soldato che stava di guardia all'entrata dell'accampamento si tolse il fucile di spalla. La larga macchia di grasso sui miei pantaloni era stata assorbita dalla polvere. 4 Giovedì. Le dieci di sera. La squadra di ricognizione era partita e due piccoli distaccamenti del posto di blocco avevano dato il cambio a quelli precedenti nel crocevia dell'accampamento e all'uscita di Nabatiyeh. Il generatore rombava. Nessuno era ancora andato a dormire. Sedevamo nella tenda indiana. Il sergente maggiore, il cuoco e l'autista del tenente giocavano a carte; il sergente maggiore mi chiese se volevo partecipare. ''Tra poco'' dissi. Due giovani militari seduti vicino a una lampadina senza paralume bevevano birra, leggevano stralci del giornale del giorno precedente e discutevano tra di loro. ''La storia si studia all'Università, non qua'' disse loro un soldato alto. Teneva le mani infilate nelle tasche di un giaccone militare macchiato di grasso. Stava in piedi all'ingresso della tenda e guardava l'agrumeto scuro che copriva la collina. Quindi si volse, tirò fuori dalla tasca una lettera e la consegnò a Barazani. Barazani era seduto su una lunga panca di cucina. In mano aveva già altre lettere e schedine del totocalcio che gli avevano chiesto di consegnare in Israele. Solo tre persone ebbero la licenza, e a Barazani come il più anziano dei soldati, fu dato eccezionalmente il permesso di uscire. Promise di portare dalla sua officina degli speciali sostegni per le mitragliette dei posti di blocco, in modo che queste non fossero semplicemente posate in terra, ma pronte a sparare. I più anziani si ricordavano che nella guerra dei Sei Giorni, nei giorni di allerta, Barazani aveva preparato sostegni simili per le mitragliette dei carri- comando. ''Comodi per poter stare seduti, osservare e reagire in modo efficiente'' diceva il tenente quasi a giustificare il permesso concesso. ''Per una maledetta partita di calcio'' dicevo tra me, mentre osservavo il taccuino consumato che spuntava dalla tasca della camicia di Barazani. Shlomi mi sedeva di fronte. Non aveva toccato la tazza di caffè postagli davanti e cercava di convincermi che doveva andare. Gli dissi che non mi importava niente che lui andasse in licenza e che era già stato stabilito che lui non l'avesse. ''Pensa a quelli che hanno famiglia'' gli dissi. "Hanno una famiglia, è vero'' disse con calma. Non sapevo che dirgli. ''Parlane con Barazani'' dissi. ''Barazani è al di fuori della quota'' gridò il sergente maggiore, avvicinandosi le carte a ventaglio agli occhi. ''Questa è un'eccezione''. "E con ciò?'' dissi. ''Cambia l'eccezione con l'eccezione''. "Impossibile. Andrà a finire che avranno la libera uscita in quattro". "Barazani non è più un uomo per te?" Arrivò un impiegato della compagnia e si rivolse al sergente maggiore: "Il tenente ti vuole". "Che succede?" "Dobbiamo aggiornare la situazione della forza". "E aggiornala tu, al diavolo! Cosa volete da me?" Mescolò le carte che aveva in mano facendone un sol mazzo, le sbatté sul tavolo e uscì. Barazani si ficcò le lettere e le schedine nella tasca del giaccone, si alzò e si diresse verso Shlomi dicendogli: "Vuoi andare al posto mio?" "No" disse Shlomi. "Non voglio che qualcuno perda la sua licenza per colpa mia". "E' stato stabilito che vadano solo tre" dissi. "Te ne andrai la prossima settimana". Tacqui per un po', quindi aggiunsi: "Su, telefonale e falla finita con questa storia". "E' tutto il giorno che le telefono" disse Shlomi. "Non sono cose da farsi per telefono". "Hanno deciso che vanno in licenza solo in tre" ripeté le mie parole il soldato alto "e per questo ne andranno solo quattro". "La prossima settimana te ne andrai tu" tornai a ripetere a Shlomi. Stette per un po' zitto, quindi sbottò: "La prossima settimana sarà troppo tardi". "Al diavolo! Solo ieri ti sei congedato e già ti sei dimenticato com'è l'esercito?" "Non l'ho dimenticato. Nell'esercito me ne sarei scappato. Qui con tutti questi vecchi non mi va di farlo". "Ne parlerò un'altra volta con il sergente maggiore" dissi. Mi recai alla tenda delle operazioni. Il sergente maggiore era occupato nell'aggiornamento della situazione della forza. Non ero mai riuscito a capire perchè fosse così difficile pervenire a un numero preciso dei soldati dell'unità. L'impiegato copiava le liste, il sergente maggiore le correggeva, cancellando e aggiungendo e cambiando l'ordine, quindi l'impiegato le ricopiava di nuovo, secondo i plotoni e le squadre, l'ordine alfabetico e i gradi. E sempre, quando gli chiedevamo quanti soldati ci fossero esattamente nella compagnia in quel momento, il sergente maggiore rispondeva: "Settantanove circa, devo ancora verificare". "Non mi seccare" mi disse quando gli ricordai Shlomi "è un bambino". "Fagli avere la caramella per primo" dissi "e poi aspetterà pazientemente finché la distribuiremo di nuovo". "Del tuo plotone esce Barazani. Scervellati, tu! Non mi interessa chi se ne va. L'importante è che io lo sappia per aggiornare la situazione". Tornai alla tenda della mensa. Barazani gironzolava tra i tavoli. Il vento penetrava sotto i lembi della tenda coprendo di polvere chiara la sua valigia. Shlomi se ne stava presso il palo che sosteneva l'angolo della tenda. La sua testa sfregava contro la tela. I due soldati che leggevano il giornale discutevano tra loro. "Non dovevamo entrare in questo paese". "Che differenza fa? Ormai siamo qui. Anche se ne usciremo". "E che significa?" "Non significa proprio nulla, ma è così". Non volevo parlare con Barazani, ma quando mi sedetti, egli mi si avvicinò. "Lascialo andare, che cosa vuoi che cambi? E chi se ne frega". "E' impossibile. Non è solo per le solite operazioni. C'è anche lo stato d'allerta. Corre voce che domani notte glielo mettono in... quel posto sul serio. Non vuoi restare?" "Meglio non esagerare, perché dopo sarà più difficile uscirne". "Si dice che questa sia la spinta finale". "Ogni giorno ne dicono una nuova". "Non lo so. Si vede che hanno bisogno di tutti per tappare i buchi". Barazani se ne stava zitto. Aveva in mano un giornale sportivo piegato e spiegazzato. Ne aveva strappato un pezzetto dal fondo. "Non ne verrà fuori niente" esclamò. "Forse non li conosci? Hanno sempre qualche nuovo motivo". Si diresse verso la sua valigia e mise il giornale sportivo sotto la maniglia. Un turbinio di granelli di polvere s'alzò dall'angolo della tenda. Shlomi mi si avvicinò e disse calmo: "T'ha detto qualcosa?" "Basta!" gridai. "Non puoi andare, a meno che qualcuno rinunci. Levatelo dalla testa!" Un rombo di carri armati venne da fuori. Il giro di ricognizione era finito. "Tra poco bisognerà cambiare i posti di blocco" pensai. Un forte vento sbatteva i teloni della tenda. Faceva un freddo asciutto. Il sergente maggiore ritornò al suo posto, al tavolo dove si giocava a carte. Il soldato alto urlava al telefono con qualcuno in Israele. Shlomi se ne stava sull'ingresso della tenda intabarrato nel suo giaccone militare. "Al diavolo!" esclamò d'un tratto Barazani. "O io o lui, non è così?" "Non necessariamente" dissi. "Allora lanciamo una moneta". S'alzò, rise d'improvviso e disse: "Che se la sbrighino senza di me". Poi si rivolse a Shlomi che stava presso l'entrata della tenda: "Keep smiling, Shlomi, e non te la prendere tanto. Allora, che scegli? Albero o Palestina?" "Pale". "Male" disse Barazani. Frugò nelle tasche dei suoi pantaloni ed infine estrasse la sua vecchia moneta. Due mils dell'epoca del Mandato britannico. Tutti ci osservavano. Lentamente s'alzarono e si avvicinarono. Anche quelli che giocavano a carte le posarono capovolte sul tavolo, s'alzarono e si unirono al cerchio. Sapevo quale sarebbe stata la conclusione ma tacqui. Il sergente maggiore toccò la spalla di Shlomi, dicendogli: "Perché deve essere lui a lanciarla? Lanciala tu". Shlomi teneva le mani ficcate nelle tasche del suo giaccone militare e non diceva nulla. Gli occhi di Barazani s'agitarono spauriti. Guardava ai lati, si asciugava la saliva che gli colava dal labbro, scuotendo la moneta nella mano chiusa. "Imbroglia" esclamò qualcuno. Ma Barazani già aveva spinto la moneta col pollice, in alto, molto in alto. Io, e forse anche quelli più anziani che conoscevano Barazani, sapevamo quello che sarebbe accaduto. Quando si curvò, vidi la sua faccia tesa e la mano in posizione di allerta accanto al ginocchio. Shlomi stava fuori dal cerchio. La moneta discese, arrivò all'altezza del torace di Barazani, ma prima che lo colpisse, egli la afferrò d'un colpo. La testa era protesa in avanti. Gli occhi si fissavano eccitati. Si girò e quando vide Shlomi, aprì il pugno d'un colpo e disse: "Pale, al diavolo, vai in licenza!" Nella tenda c'era chiasso. Da lontano si sentivano raffiche di mitra isolate. Un incendio era scoppiato su una delle colline. Shlomi rise, quindi corse al telefono. "Pronto, pronto" urlava. Lo sentivo parlare o, forse, cantare: I just call to say I love you, I just call to say how much I care. Ripose la cornetta e tornò al palo che sorreggeva la tenda, mentre tenui nuvolette di polvere si sollevavano lungo i suoi passi. Barazani gli andò incontro e gli dette il pacco delle lettere e di schedine del totocalcio che teneva in tasca. Shlomi fumava una sigaretta. Qualcun altro già fischiettava una melodia. 5 Il venerdì, alle quattro del mattino, i prescelti uscirono in licenza. Barazani salì su un trasporto-truppe corazzato per compiere il giro mattutino di perlustrazione. Calzava i nuovi scarponcini che aveva comprato a Nabatiyeh. Le altre paia le aveva lasciate sulla mensola in camera, in ordine secondo la grandezza. Stava dietro la mitraglietta, grande, vigoroso, non rasato, gli occhi che gli bruciavano a causa del vento e un vecchio passamontagna, che si portava dietro da un servizio di riserva all'altro, calato sulla testa e sulla fronte. Faceva freddo e tutti si imbacuccavano nei loro giubbotti scoloriti, macchiati di grasso, che si erano portati da una campagna all'altra. Uscirono dal cancello dell'accampamento. Prima di tornare nella camerata, entrai nuovamente nella tenda adibita a cucina. Avevo le labbra inaridite dal freddo e sentivo il bisogno di qualcosa di caldo. Su un tavolo trovai un bricco di tè freddo e ne sorbii qualche sorsata. Vicino al palo vidi lo zaino di Shlomi. Un pullover grigio era legato alle fibbie dello zaino. Dentro il pullover piegato c'era un sacchetto dal quale spuntavano le lettere e le schedine. Mi guardai intorno: la tenda era vuota. Tornai nella stanza. Era impossibile chiudere la persiana. Il vento vi sbatteva contro e i cardini cigolavano. Non riuscivo ad addormentarmi. Alle sei circa uscii fuori. Un soldato venne di corsa dalla tenda delle operazioni. Vi entrai e sentii dalla radio che una granata era stata lanciata su un mezzo corazzato per il trasporto delle truppe. C'era stata una sparatoria e dei feriti. Il sergente maggiore chiamò il medico. L'ufficiale a capo delle operazioni aveva chiamato un elicottero per evacuare i feriti. Ci recammo sul posto. Barazani giaceva sul cofano del mezzo corazzato. Non si muoveva. Il medico disse che non sentiva più il suo battito. Era morto. Un infermiere se ne occupò, gli raddrizzò le gambe e gli sistemò le braccia lungo il corpo. Gli aprì il pugno chiuso e una moneta rotolò sul cofano, cadendo sulla strada distrutta. Mi chinai e la sollevai passandomela da una mano all'altra. Venne lanciata una granata fumogena per segnare all'elicottero il punto di atterraggio. Il fumo si diffuse tra noi e spandendosi salì verso il cielo. Sbattei gli occhi che si erano riempiti di lacrime e osservai la moneta arrugginita da due mils, dell'epoca del mandato britannico. La scritta era in inglese, arabo ed ebraico. Una moneta dalle due facce simili. Palestina. L'elicottero si avvicinò rombando. granelli di sabbia, fango, foglie, pezzi di carta, polvere e sacchetti di nylon sporchi svolazzavano nell'aria. "Ma ci deve essere ancora un'altra moneta" gridai all'infermiere che aveva svuotato le tasche dell'uniforme lacera e carbonizzata. Se ne stava vicino a me, guardava l'elicottero che s'avvicinava socchiudendo gli occhi per il vento e per le lacrime. La voce era rauca e debole. "Prendi" e mi porse la seconda moneta. Era la seconda faccia della moneta. Su entrambe le parti, sul rame verdastro e arrugginito era coniato un ramo d'olivo, sottile e diritto, e ai suoi lati risaltavano sette foglie.