D. ANTONIO TONELLI SALESIANO GRAMMATICA e GLOSSARIO DELLA LINGUA DEGLI ONA-ŠELKNÁM DELLA TERRA DEL FUOCO (5/5) Contributi scientifici delle missioni salesiane del venerabile don bosco Šelkám čan k'ar-mán "la lingua dei šelknám è ricchissima" ********** PARTE SECONDA GLOSSARIO Gl'Indi molte volte mi dissero Šelknám čan k'ar-mán 'la lingua dei Šelknám è ricchissima', e realmente anche a me - benché poco profondo conoscitore del loro vocabolario fa l'impressione di una lingua notevolmente ricca, specialmente in nomi d'oggetti naturali e in verbi. La lingua ha numerosi sinonimi ma per la loro conoscenza occorrerebbe una attenta, paziente e metodica raccolta. È un lavoro che resta completamente da fare e credo che darebbe soddisfazioni e sorprese a chi lo imprendesse con zelo. Il glossario che segue non ha la pretesa di essere il vocabolario dei Šelknám, ma è una raccolta copiosa delle parole più usuali; e credo che per i bisogni della glottologia sia sufficientemente ampio. I vocaboli che lo compongono, furono raccolti in vario modo: dapprima direttamente, interrogando gl'Indi; ma in principio provai molta difficoltà perché gl'Indi non volevano che io giungessi alla conoscenza della loro lingua, neppure quando io ne aveva già una notevole conoscenza, per cui riuscivo a esprimermi nel loro idioma e intendevo le frasi più comuni e usuali. Un giorno invitai un ragazzetto sui quattordici anni a venire il dì seguente alla Missione perché mi dettasse dei nomi indigeni; egli mi rispose in modo brusco e quasi adirato: - jer-ke ia-són makon, ma igwak čan šen 'io non parlerò domani, tu la nostra lingua rubi'. E non venne. Questo episodio indichi al lettore quali furono le difficoltà che incontrarono i primi Missionari. Ora non è più così: gl'Indi si vedono già sopraffatti dalla razza bianca e in gran parte hanno smesso dell'antica fierezza perché vedono di non poter impedire il fatale corso dell'invasione così detta civile. Quando io ebbi già appreso un po' della loro lingua, sentendo i loro discorsi notavo le parole che ancora non conoscevo. Completai poi la raccolta scorrendo il frasario di cui ho detto nella introduzione. Mi servirono anche i glossari dei Čonkojuká, già citati, e le loro voci portano la indicazione a nord. I vocaboli dei manoscritti di Don Borgatello sono preceduti dall'indicazione Bo. Invece le parole dei Šelknám non portano indicazione alcuna oppure sono preceduti dalla frase "a sud". Ho creduto bene distribuire i vocaboli non seguendo l'ordine alfabetico, ma aggruppandoli con ordine logico secondo i diversi argomenti. COLORI colore čo, cfr. čo 'nero' degli Orari. azzurro šeχel, šexel, tōl, tōr. bianco sol, k-sol, šamelks. nero paárn, pār, park. rosso oten, p-oten, p-oter. giallo pakn, tōl, tōr. verde kčar (a nord Bo), tōl, tōr I colori giallo e azzurro, se non sono spiccatamente intensi, vengono confusi col verde tōl, tōr TERRE USATE PER DIPINGERE IL CORPO terra rossa χosel, akel. terra bianca šon-ekel. terra nera arven-pārn. pittura rossa oten 'arrossare'. annerire par-χen. dipingere, ungere il corpo (poiché le terre vengono unite al grasso) v-átentén, átmeten, k-átmeten. Le terre rossa e bianca le prendono in località prossime al Lago Fagnano e sono oggetto di commercio. Sono conservate entro sacchetti fatti con l'intestino crasso di diversi animali. Per usarle le uniscono al grasso. Colla terra rossa non solo dipingono il corpo, ma anche molti del loro oggetti e anche le pelli di guanaco destinate a ricoprire la capanna. Mentre si tingono il corpo col fango bianco šon-ekel cantano: šon ejeje, ejeje; šon ejeje, ejeje. CIELO, FENOMENI CELESTI E METEREOLOGICI cielo šion. luce jalve, jaalwe, késripén, lioren, kenpen. illuminare karmilión, χauken-ék 'col fuoco, per mezzo del fuoco'. luminoso, chiaro enkiér. altra costellazione okelté, piccola stella che cammina colle sorelle e coi genitori Venere, čeneuké. cometa tel-k-oš-wai 'stella con la coda', a nord enukjajásk. stella cadente kekán tel 'cade la stella' sole kren, a nord kerén e kệrén. eclisse di sole χaten kren 'si copre il sole'.levante wetek. ponente kejúk nord womsk. sud wouk. alba kren kore 'del sole prima'. levata del sole xen-kren 'giunge ilsole' mattino makón, makon sera kren-kais, a nord keren-kájese. tramonto varp-i-kren 'discende' il sole', χoχen kren. giorno kren, kams, kren-kén, a nord keren-kennen notte χanχe, χanke. farsi notte χanχen-én ieri aknaje-káms. domani χa-auk, χa-åuk, nor-auk, nor-åuk, cfr. norre 'più tardi', makon, makón. (1). dopo domani makon-auk, aike-ma-kon. oggi ainá kams 'questo giorno'. istante, volta naim. un'altra volta mak naim. un po' di tempo sos-oš-pei. ora toluvké asai. che ora è? kis kanχe? fa caldo kmon. fa molto caldo kar-kmon. brina, gelo, ghiaccio šetệr, šetr, a nord šetel. vapore acqueo wikaa, cowen, cfr. Čoun 'acqua'. nube šion-uli 'del cielo vestito o copertura', nube che copre tutto il cielo. nubi diffuse che sporcano il cielo šion-šá 'del cielo sterco'. cirri šion-šétr 'del cielo penne'. nembo, nube nera pale, šion-pala, par-pale da *parn-pale 'nera nube'. nebbia pal-ai, Bo pal-i, cfr. par-n 'nero'. pioggia čalve, čalwe, čaluv. splendere sossí. stella tel, telu. una costellazione χuaníp, stella rossa presso il polo Sud: a un lato la sua figlia šiaš-ká fa freddo čarken, koχ, koχ-en, kai s-tau, a nord kai-k-tave fa molto freddo kar-kai-tau. tempo brutto okken, šión tajál. bella giornata katči. giornata serena e calda olpen. giornata calda potχen. primavera jočüsk. estate el-esk, cfr. el 'uovo'. autunno komenk. inverno χoš-ek (χoš 'neve'). anno xoš-ek, cioè gli Ona contano gl'inverni. lampo k-ščeχ, ščeχ. lampeggiare k-ščex-en (anche 'candela'). tuono oner, Bo soš-čón 'un uomo' (?). arcobaleno čalp. Gli Ona hanno un grandissimo timore dell'arcobaleno contro cui i χon fanno scongiuri, cfr. Borgatello, Nella Terra del Fuoco, pag. 68 (2); hanno anche un timore superstizioso del tuono, cfr. Cojazzi, pag. 72. luna kre, a nord keré kệré eclisse di luna χaten kre copre la luna'. luna nuova kre-tepešwé 'luna piccolissima'. primo quarto kre-toiten 'la luna cresce'. ultimo quarto kre-čewel-χen 'la luna dimagrisce'. luna piena ančußen-kré, kre-táš, cfr. taš 'sazio, pieno per aver mangiato molto'. Questi nomi riguardanti la luna sono in relazione con le credenze superstiziose degli Ona sulle fasi della luna, cfr. Borgatello, op. cit. pag. 68. brina ječ, k-ječ. piovere čalw-en, čalve-kán, čalve-ke-kán. brinare, gelare ječ-en, k-ječ-en. neve χoš. nevicare kekán-χoš, 'cade la neve', kekán. aria fredda čarχe. eco mee. vento šen, šenu, Bo čenu in čenu aken 'vento forte'. folata di vento, raffica aišk. polvere dell'aria tē, tēn 'fumo'. polvere depositata sugli oggetti apel, apl, aplχ 'cenere'. LA TERRA E L'ACQUA terra arvén (ar-vén), Bo te-t, cfr. Bo te-m e Sch te-ma dei Tsoneca. terreno erboso senza alberi arón (ar-ón), Bo t-erri, t-erei-čék, t-ere-cék cék, cfr. p-arr-ek degli Aus. fossa kajen. deserto mien-ká; mien 'solo, nessuno, ka 'abitante'. sasso jar. fango iā, taá. pantano katten. sabbia tolχ. pietra focaia (due pezzi di pirite) χau-χe-jár 'del fuoco pietra'. rupe pal. precipizio sul mare šemps. collina šemp, šemχ; parre šemχ 'sopra la collina'. monte kwoin, koin, cfr. koin 'appun- tito'; or-koin 'naso appuntito e lungo'. spiaggia koχ-čavr, čavr. barca Bo an, χ-an, j-eni, cfr. enem degl'Yagan. remo Bo wai-kél mai-kel, cfr. wāi- akai 'remo' degli Alakalúf e kél ramo'. piede del monte koi-k-ams 'del monte abbasso'. valle, luogo basso nemisk. discendere da un monte némisk-en. discendere da un monte verso ovest kojuk-varpen; kojuk in questa frase sta per kejuk 'ovest'. acqua čoun. goccia tawen. sorgente, fonte ka, oš, k-oš, åšen, a nord oš-er, k-oš-er. piccola fonte χ-oš. pozzo čalei. torrente šiken, χor, a nord šeken. torrentello šiken-ká. flume šike-toun 'torrente grande'. laguna tor-pe, jojen, čoun 'acqua'. mare koχ. spuma ver, vere, cfr. vere 'bollire'. onda kwivčin, koχ-e-kovi. marea, flusso e riflusso vei. bastimento koχ-čeré. isola tor. stretto, canale fra due terre aster, astệrn, astrn 'stretto' (aggettivo). I VEGETALI erba χosel. albero winči e anche erệsken. fusto winči-ox legno χáuxe, χáuken, káuke che significa anche 'fuoco'. legna piccola kauk-ani (bo). corteccia kalpen, šeut midollo dell'albero, delle ossa, midollo spinale taš, čes. radice ar-ei, tesen. ramo kel, k'el, xelt. ramo secco kool, k'ool. bastone art. scheggia wetaš. spina meč. foglia šen, ed anche kel, winči kel (forse 'ramo con foglie'). fiore košpe, košpa, a nord anche ar-nečo, šénnersi, probabilmente nomi specifici. fiorire košpen. parte interna d'un frutto češ, cfr. 'midollo'. bosco ers, erệsk, ersk e anche ersken a nord. bosco grande káuken kaš. prateria 'arón (ar-ón). pascolo Bo táuten. fungo (generico) al-pen, al-pen-té, cfr.al 'testa'. un fungo degli alberi pota. funghi che vivono per terra arvén-sá 'della terra sterco'. funghi che vivono sugli alberi winči-sá 'dell'albero sterco'. Cyttaria Hookeri (fungo parassita del faggio) čáuta. Cyttaria Darwinii (fungo parassita del faggio) ter. Polyporus, fungo carnoso mangereccio eu-šá. licheni delle cortecce degli alberi, winči-šá. Letharia, lichene pendente dagli alberi anχ-wél, anχ-ól. alghe rigettate sulla spiaggia koχ-šá 'del mare sterco'. sargasso, alga marina (specie) češ. Macrocystis pirifera (alga) kelp. cicoria selvatica óiten. erba mate kar-šelpén, mate. "amor seco" (arboscello) šelpe 'il fusto', alča 'il seme'. Nothofagus betulloides, "coyhue" kwalčenék. Nothofagus antartica, "roble" vinči 'albero' frutto di " calafate" (Berberis microphylla) kor, t-kor, kor-ál. Maytenus magellanicus "leña dura" Bo hāiko. ANIMALI animale joun. animale selvatico čejuvken. verme, insetto čapel, Bo kóriten (forse nome specifico d'un verme). verme solitario čapel. verme della terra ar-neteto, si confronti ar-vén, ar-ón, ecc. polipo koja. riccio di mare eu. bastone aperto in quattro parti a un'estremità per pescare i ricci eu-k-art, cfr. art 'bastone'. libellula pei-pai, pei-pawen. mosca tel. mosca dall'occhio piccolo tel-oter-čé, oter-čen. insetto notturno che vola attorno ai lumi possán. insetto parassita delle piante saem-kiás. pidocchio apen. farfalla olél, olél. farfallina olel-ká. una piccola farfalla tek-olél. larva di farfalla čemsoit. ragno čen-paχte. conchiglia šojen. conchiglia di bivalve (Mytilus) usata come cucchiaio e anche come col- tello čamno, čam. conchiglia di gasteropodo (Voluta) usata per bere awen. altre specie di conchiglie čowit 'murice', awen-ká. Patella, gasteropodo švin. ostrica šuš. animale d'acqua čewalpe. nido nen, nex, čačẹ-kau 'dell''uccello capanna'. covare aškalpén, mxoken. pinguino kašte, kašta, un'altra specie šes "carancho" (grosso falcone) karkai. Milvago Chimango, falco leu. aquilotto kexen-teš. civetta grigia grande Bo klos-lán klos-tem, kauk. civetta teto: è uccello di mal augurio barbagianni šet, xowe-tinkeus 'che piange i morti'. pappagallo kerper, kerpr, krpr, josen-čačẹ. "gaviota" grande (uccello) kolén. "gaviota" piccola " tai. picchio kokét airone (Ardea) kwā. tordo nero čéura, k-čéura. "zorzal", tordo rossastro kolče gallinella d'acqua (folaga) téuten. tacchino selvatico rosso kol, k'ol. " un po' rosso kokomeč " grigio e bianco āro Podiceps Rollandi, tuffetto ojen. uccellino piccolo ket "flamenco", fenicottero klelél corvo koken. Ibis, "banduria" korikék. due anitre selvatiche xāto, čokre. Micropterus cinereus, altra anitra tarri. "autarda" kčeiči. "albratos" kail. "terotero" karke. passero čalčam. rondine čepác čepaš a nord, čépači, čépaši Bo, klask a sud. 'Fa il nido nei buchi degli alberi o delle rocce. Gl'Indi la rispettano e non l'uccidono. È di color nero su tutto il corpo con una larga macchia bianca sul petto; è per questo motivo che i Kojuká diedero il nome di čepáč alle suore di Maria Ausiliatrice. guanaco jowón, a nord jowon. guanaco maschio adulto intero mar-ren, cfr. Hyades amara e Bove am-mara degli Yagan. guanaco castrato telattué. guanaco giovane oni. guanaco molto piccolo tol, tolχ. pelle di guanaco adulto jowón-só, son-kós. pelle di guanaco piccolo tol-só, a nord tol-rén, tol-sén. lana di guanaco jowón paχ. orma di guanaco tarren ió. andar a caccia del guanaco óje-pén. bue koš-kót e anche koš-toten a nord (Gutierrez). vitello Bo koš-kót-koi 'bue piccolo'. giogo koš-kót-osó. carro alitám. ruota alitám arχ. capra koš-kót-ká (diminutivo di koš-kót). Quando gl'Indi al principio della missione, che temporaneamente s'era stabilita nella Baja di S. Sebastiano, videro per la prima volta una capra la ritennero l'incarnazione dello Spirito χarčai, il quale ha due corna ricurve, e con esse gl'Indi lo rappresentano nelle mascherate del klóketen. N'ebbero molto spavento e la uccisero, non per mangiarla, ma per liberare la loro terra dalla presenza del temuto spirito. Difatti il suo cadavere completo venne ritrovato alcuni giorni dopo. granchio ter-poker 'dita molte', ter pooten 'dita rosse'. spugna koχe-k-čapel; forse è nome ge- nerico per ogni invertebrato ma- rino: lett. 'del mare animale'. pesce taap, tap, tapi. pesce (una specie) orru, Bo horro, orru-en, oru. tonno Bo kéepel. lucertola kelp, kelp-en, t-keipe. Gl' Indi ne hanno paura e dicono che, se morde, infigge i denti in tal modo che non si riesce a distaccarla: t-kelpe čon ošketemχen 'la lucertola l'uomo colla bocca tiene, non lascia più'. Credono anche che quando un ragazzo la incontra morta è segno che una sua sorella di lì a poco deve morire. Se la incontra una ragazza è segno che deve morire un suo fratello. uccello čačẹ, čače. pulcino kalem. andar a caccia d'uccelli čače váinen uccelli cercare', čače matten 'uccelli uccidere'. becco očeré 'duro'. penna šetr; jan šetr 'della freccia penna'. penna di "caiquen" arrow-šelp. spiumare olmen. ala kệ-šetr (a nord), k-šetr, kejen. uovo el, čačẹ-k-el 'dell'uccello suo uovo. bianco d'uovo set-er. rosso d'uovo en, en-st. gallina k-šen, Bo aoó. Non ne mangiano volentieri la carne ritenendolo un uccello sporco perché mangia di tutto. Per lo stesso motivo gl'Indi disprezzano la carne di maiale. zampe dei mammiferi ailé 'piede'. zampa senza peli jonovren alién coda oš. carne jeper, jepr (a nord), jẹpệr, jẹpr (a nord), iper, ipr (a sud). pelo diritto al áinen. pelle ol, x-ol- x , x-ol, oli, uli 'vestito, copertura' se la pelle è ricoperta di peli. cuoio, pelle d'animale so, a nord anche o; čoter o 'di topo pelle'. delfino kéepel, cfr. (tonno). balena oče. fanoni di balena e anche 'pettine' omč. grasso di balena oče-k-ol. mangiare del grasso ol-tén. "coipo" (grosso roditore) apén-te-kó. "coruro" grande (Ctenomys) apén. "coruro" piccolo, "tucu-tuco" sinče. topo čoter, Bo kioter, kioten. topo grande kiatti. pipistrello okel-tá. È ritenuto animale di mal augurio: vi è la credenza che chi lo vede deve morire. Questa è pure la ragione per cui gli Indi, benché profondi osservatori della natura, hanno un sol nome per le vane specie di chirotteri della Terra del Fuoco. agnello šelče lal 'della pecora figlio', selče-ká 'pecorina' e anche Bo woši. lana di pecora šelčen-paχ. tosar le pecore šelčen paχ kóiten. "corral", cortile con palizzata per radunare animali domestici pe-i, or-ráiel, cfr. orró 'gengiva, arcata dentaria' e or 'dente'. "alambrado, terreno diviso in lotti da palizzate con fil di ferro ajen, ejen, χ-ejen. porco or-jér 'col naso parlare'. grugnito del porco or-skin-jér 'colle fosse nasali parlare'. cavallo enkemorí, morie, k-morie; a: sud anche jowón 'guanaco'. I manoscritti di D. Borgatello hanno hale, urié, ọrié, asio, pooten 'il rosso'; hale solek, hale sol 'cavallo bianco', urié poten 'cavallo rosso', asio-al-tám 'del cavallo testa dentro, cavezza'; questi nomi indicati da D. Borgatello erano usati solo dai Kojuká. Probabilmente urié, orié viene da or-rién 'portare in spalla'. Di enkemorí propongo due analisi diverse: enk-e-mo(t)-rien 'sopra (di esso) là (lontano) andar a spasso', oppure enk-e-mo(t)-orrién 'sopra lontano porta in spalla' "petizo" , cavallo piccolo mansueto elek. asino, mulo šen-koi 'orecchie appuntite, lunghe'. freno kaš-ká per castigare, cfr. Kaan castigare, tormentare. sella jowón kaš-χai. staffa jo. sperone terrekošai. carrozza ōke, cfr. oken 'correre'. trappola per la volpe áiχen, aiχén.V. pag. 41. cane vis, visne, a sud anche kok. modo di chiamare il cane ku... ku....ku... artá; new šelknám visne kwen 'ku... ku... ku... artá; così i Šelknám chiamano i cani'. cane da corsa e da caccia oker-ne, cfr. oken correre'. abbaiare visne vaken 'del cane grido' pecora šelče, čelče; šelčen e anche šalče, čalčen, kmee a nord. Arctocephalus australis, foca di due peli k-pei, k-peju, Otaria, foca di un pelo ori, k-or,k-ore, k-orin. lontra Bo k-šemtre. Canis Magellanicus, volpe waš. volpe della Terra del Fuoco Bo waš aken 'volpe grande'. volpe della Patagonia Bo waš koi'volpe piccola'. Gl'Indi avevano addomesticato un piccolo cane indigeno, Canis lycoides (Pseudalopex lycoides), carnivoro tipico della Terra del Fuoco, dal pelo fulvo come quello della volpe europea e dalle orecchie diritte. Era un cane molto stimato dagli Indi perché prestava loro buon aiuto nella caccia ed era un fedele custode della capanna. Aveva istinti sanguinari. In una sola notte all'Isola Dawson i cani degl'Indi uccisero 300 delle 700 pecore che erano state sbarcate per avviare l'allevamento, come racconta D. Borgatello in Nozze d'argento, Volume 1°, pag. 88. Poiché questo cane era dannoso per l'allevamento delle pecore, gli "estanceros" gli fecero una caccia così spietata e sistematica che in pochi anni lo distrussero completamente. Ora quindi la specie è estinta. Adesso gli Indi hanno dei cani "guanaqueros" alti, snelli, simili ai nostri levrieri, che raggiungono facilmente un guanaco in meno di cinque minuti data una distanza di 500 metri. L'UOMO uomo čon, a nord čóon. donna na, a nord náa. donna vedova, non maritata owen na. vecchio ačke-čón vecchio decrepito, rugoso vakets. vecchia ačke-ná, arš. giovane, ragazzo mars (cfr. marre 'maschio'), χor 'maschio' degli animali, telk, telken, mačawen-čón. giovane, ragazza na-ká 'donnina', čejon 'femmina' degli animali, telk, mačáwen-ná, karke, cfr. karke degli Alakalúf e dei Tsoneka col senso di 'donna india'. cervello koujér, kojér. capelli al, ale. capelli diritti al áiten. pelo čeχ, š-čeχ, čeχe. peloso, esser peloso š-čex-ten. calvo ale-kóm 'i capelli mancano', ošl-ákel, ošl-aχen, ošl-aken 'fronte grande, estesa'. molto calvo kta-aχel-ks. tagliare i capelli kóiten, al kóiten. pettine, un frammento di mandibola di foca kéipelé. pettine, fanoni di balena omč, omče, a nord ómece (Gut.). parte superiore della faccia oš. faccia oš, k-oš. dipingere la faccia con linee bianche koš-kárrien. dipingere la faccia con linee rosse koš-iáχ. carezza asχtulpe. schiaffo saket. fronte osệr, ošr, oš, a nord ošel, ošl;D. Borgatello a nord dà anche k-áskerken, cfr. con askeken 'fronte' dei Tsoneka (Bo). ruga teu. (4) tempia keel. sopraciglia enk-š-čéχ 'sopra-peli', oi-čéχ, a nord oi-čeχ-er. occhio oter, otr, a nord otelχ. occhio rosso, infiammato oter-poter. fissare lo sguardo, osservare oter-χén. guercio ot-sós, otr-anχelé. palpebra superiore otr-ke-mi. " inferiore otr-ke-xešr. ciglia čeχe, otr-čéχ, otr-číχ 'dell'occhio peli'. baciare aset, viek-oten. baffi čai-číχ. zuffolare kutten. lingua (organo) čal. lingua (idioma) čan; vowen čan 'lingua degl'Yagan'. parlare jer, josen. tacere kon-jér (da *kom-jér 'manca il parlare'). gridare va-jér, va-ken. tossire kásken-jér 'colla bocca parlare', tan-en. tosse tan. rutto kekré. singhiozzo šakert. dente or, ol. gengiva, arcata dentaria orró. mordere sun, k-sun. mordersi vicendevolmente viek-sún. masticare čamken. saliva po. sputare po-t-jén 'la saliva gettare'?, peten. palato kolen. parte inferiore della faccia aš, cfr. oš 'parte superiore della faccia', forme polari, V. Trombetti, Glott. pag. 235 e seg. mento ašel, ašl, aš, šeken. barba aš-čéχ 'del mento peli', šeken. collo óotn, ot-ésken-er. parte laterale del collo oókm. nuca oot, ootik. gola, esofago eč. pomo d'Adamo éč-isne, éč-iskne. trangugiare oč-ti. fermarsi il cibo nella gola, ingozzarsi col cibo oč-er anulare ter-k-atten 'dito legato'; è un neologismo perché gl'Indi non usavano anelli, ma ora alcuni li portano per imitare i Koliót. Ne vidi uno fatto con un dente di foca lavorato a lamina e poi curvato al fuoco. mignolo ter-šeχ-ká, Bo tel-če-ká. unghie kau, a nord kaun, kaaß, kaß. pugno χnete, a nord čen-kón. gesto čaan. spalla koi, kói-en, kóui e a nord ámkien, matanres. scapola teuk, significa anche 'piatto' perché gl'Indi usavano la scapola di foca come piatto per mangiare cibi oleosi. petto kéito, keit, ket, a nord keten. petto largo ke-tou (keito+tou). sterno keit. costa par e a nord par-ar. costa rotta par-e-nám. colonna vertebrale, spina dorsale mai, main, majen, ašen. midollo spinale taš, ces. gobba atχil. mammella četen, četen tapr. latte, poppare, bere četen. latte penták a sud. portare (il bambino) al seno čarmen; p. es. na káulčin čarmen 'la donna il bambino porta al seno'. polmoni χam. auto, respiro χoχi. soffiare χoχn-en, χoχn-er, l'ultimo vocabolo forse significa 'soffio'. sterco ša. evacuare šastren. peto, correggia teχen, teen, tejen, e anche tejor a nord. muliebria ten, ošken. virilia še. testicoli ato, atu, a nord el. sperma χee. masturbazione ošnen. copula viek-ošnen, vie-t-škan. donna pregna vannen. nascere na-m-nén 'di donna nascere', še. anca ešk, oke. coscia eš, iš, Bo eš-n. tutto l'arto inferiore eš. ginocchio kače, kren. rotula kerré, kreu (7), kače. gamba koč. inginocchiarsi, pregare kočen 'piegar le gambe', noč-k-pen', a nord noi-áinen. tibia token. malleolo koče, paχ, V. pugnetto. legatura del malleolo portata dalle donne e dalle bambine (segno del sesso) art. piede alié, Bo dà anche al, čal. tallone teer. bambino káulčin; káulčin čon 'bam- bino', káulčin na 'bambina', e anche telken-ani e keki (Bo). corpo umano čow. tronco korikéu, korké. testa al, ale, kojér. ossa del collo, cervice ooten. occipite amen, amnen, oot, ootik. cranio, teschio al-etá, al-kalpen 'della testa corteccia' (Beauvoir). pupilla otr-kaš-kár, otr-kaš-karm forse 'cosa dentro all'occhio'. occhiali oter-k-aχen 'occhi grossi' (aχen 'grosso') (3), otr-evr 'degli occhi vetro', kau-káiken 'per vedere lacrima ol-ká (diminutivo di ol 'grasso, olio'?). piangere ol-χen. naso oul, ool, ol, or specialmente in parole composte, olχ (a nord); ol šen iá 'il naso prendo io, mi soffio il naso'. fosse nasali oul-skín, or-skín. naso lungo appuntito óul-koin. naso corto oul-téš. naso schiacciato oul-čék. naso storto or-kečer, or-kéčr. naso grosso or-tou, or-tú. soffiarsi il naso oul-šén 'il naso prendere'. starnutire čówien. russare or-jér 'col naso parlare'. odorare swen. buon odore olič, kamsken-olič. fetente wač, kamsken-wač. muco šetla, šetl. guance koč, koče, a nord čoč-er, čoš er, koš-ki. mascella, mandibola Bo koš, koče, v. faccia e guance. zigomi eju-kó, cfr. ko 'osso'. bocca kašken. labbro čai. labbro inferiore šen čai. labbro grosso čai-tou. muovere le labbra šemunken, čai okán. laringe e trachea šepen e anche Bo sep, sepu. cantare, far musica šepen-jér 'colla laringe parlare'. orecchio šen. cerume šen-t-ša.(5) udire jon. ascoltare kor-jón. sordo, non udire jo-i-són. braccio šel, šelk, avre, mar, marre, a nord mar-ar. braccio destro šio-mar, šo-mar. abbracciarsi viek-šén 'a vicenda prendersi' stiracchiarsi šel-k-pe, k-pe. afferrare colle mani, portare a braccia avr-en. gomito pekten, a nord test-er. avambraccio mar, a nord mar-ar; significa anche 'mano'. pugnetto paχ, čen -paχ. mano čen (omonimia con čen 'pianta del piede' e čen 'camminare') ed anche mar. mano destra koškét, šo-már 'destro braccio', cfr. šo-v-alié 'destro piede'. mano sinistra aník, ánie, šiaχ. palmo della mano čei, čeink. palmo (misura) mχa, a nord mệχa. darsi la mano andando viek-čén 'in- sieme andare'. battere le mani čen šaken 'con le mani burlare'. dito ter. pollice ter -korka, ter -kork 'dito primo'. indice ter-kau-juχen 'dito per casa partire' cioè 'dito che indica il sentiero per casa'. sospirare χoχen-čennen, χoχn-en. cuore toul metatasi da *toluv (cfr. toluv-ké 'pulsazione, orologio'), in molti composti tul. arrabbiarsi tul-čarken. Monte presso il Lago Fagnano tulvén 'al cuore simile'. buono tul-olčen 'cuor buono'. polso χam, toluv-ké. pulsazione del cuore e anche 'orologio' toluv-ké. vena, vaso sanguigno superficiale χam, o-χám. arteria, vaso sanguigno profondo šep, cfr. šappa 'vena' degli Aus. sangue, vino war che a nord significa anche 'fiume'. cresta iliaca, ossa del bacino ouk. cintura, anca patéiken. (6) legare alla cintura k-patten. ventre, addome (parte anteriore) kat, kati e Bo ket, katr, čol, áusken, aan. visceri parχ, parks. intestino pa, pan. intestini, trippa wainχ, čol, č'ol. dolor di ventre parχ-čalχen. stomaco kata, keten, ketin, keit e anche Bo aan. fegato kai, kaje, xami, cfr. polmone'. reni atọ, ato. vescica ašše. orina aa. orinare ašnen. ombelico keel, kel ramo' e anche Bo kasté, panni. natiche koi, unker. ano pašne, Bo pakl, koi, ókọi, uteše. dita ter. pianta del piede čen, cfr. čen 'andare'. piede destro šov-alié. piede sinistro alién-k-ánik. orma jo, ju, Bo čen. zoppicare éutien, Bo euteien. osso ko, e anche Bo kot. scheletro viekotán = viek-ko-tán in cui viék 'insieme, reciprocamente', ko 'osso'. carne jeper, jepr (a nord), ẹpệr, ẹpr, jẹpr, iper, ipr (a sud). tendine juχ. grasso ol, k-ol; láilo ma-t jekamól kol? 'già tu lo hai ricevuto il grasso? pelle χolχ, χol, ol e anche ol-i, ul-I 'pelle degli animali coperti di pelo, vestito'. sudare potχen che significa anche 'caldo, aver caldo'. piaga ton-er. piagare čal-veté (a nord). cicatrice loit, loitr, čal-osten. epidemia elwawer, eluawer. morire česk-en, leč-en, v-leč-en. cadavere čésk-i-en, a nord anche Bo to-tel. morto leč, v-leč e anche Bo taw. IL VESTITO vestito ricoprimento del corpo uli, cfr. ol 'pelle'. grembiule o perizona delle donne kuját. vestirsi χeken, uli-ašken. manto delle donne enke-ká, cfr. enk, enke 'sopra' svestirsi uli-ačen, vruv-acen. cambiarsi il vestito uli-aškočen. manto degli uomini t-ol e a nord t-ol-sen, Bo k-ol, cfr. ol 'pelle'. non cambiarsi uli aškoč-són. Il tol è l'unico capo di vestiario usato dagli uomini. È uguale al l'enkeká e come questo è fatto con cuoi pelosi di guanaco (jowón-só) o di volpe (waš-só) o di foca (kore-só) cuciti fra loro in modo d'avere un cuoio rettangolare. Dopo l'importazione del cavallo, del bue e della pecora gl'Indi usarono anche dei manti fatti con cuoio di cavallo (enkemorien-só), di bue (koš kót-só) e di pecora (šelče-só). Il kuját è un largo rettangolo di pelle di guanaco con pelo, reso fino e flessibile con il raschiatoio; viene legato alla cintura, avvolge completamente il corpo e giunge fin oltre la metà delle gambe. Le donne sotto il kuját portano un altro piccolo perizoma o grembiulino triangolare più intimo, detto še, fatto anch'esso con pelle di guanaco, che ricopre la regione inguinale e perineale. cucitura j-öχ da oχ-en 'chiudere'. ago moo 'punteruolo d'osso' con cui cucivano le pelli di guanaco, e anche 'punteruolo di legno' usato per costruire i taju 'canestri', cfr. mo 'foro'. veste da prete uli-tou vestito grande, lungo', significa anche prete, missionario' alludendo alla veste talare. orlo del vestito tuaχen, koverke, uli koverke. infula, triangolo di pelle di guanaco portato sulla fronte: a nord kočel-ár a sud kočel, melán, cfr. mellá degli Aus. Il kočel è fatto con la pelle della testa del guanaco che è di color molto bruno. L'Indio è coperto con una pelle del dorso di guanaco che è di color fulvo, e si pone in testa il kočel per somigliare al guanaco, e avvicinarlo durante la caccia senza allarmarlo. Il nome goulčelg indicato dal P. Beauvoir (op. cit. pag. 27) come usato al sud, io non l'ho mai udito. Questa parola sarebbe interessante per le due g che contiene. berretto, cappello dei bianchi al-kaš lett. 'testa dentro', cioè 'la testa (vi sta) entro', cfr. Orari del Matto Grosso aura-tadda-u lett. 'testa dentro quell'(oggetto)', cioè 'ciò entro cui (sta) la testa'. corona di penne portata attorno alla testa ō, ōn. tonsura al modo dei Frati Francescani usata in tempo di lutto kok-el, koχ-el-k, kok-aiwét, al-aikemke, cfr. al 'capelli'. collana k-oten. collana di tendini di guanaco kels. collana di fettucce di cuojo kiel-k-sen. collana di conterie čeml-k-oten. collana fatta con pezzi d'ossa d'uccelli t-otel. braccialetto fatto con pezzi d'ossa d'uccelli woven-t-oten, cfr. toten 'tagliare'. braccialetti di frammenti d'ossa e conchiglie čemχ. legature portate ai malleoli dalle donne e bambine art, arte. È il segno del sesso forse indirettamente. Gallardo dice che elemento della bellezza femminile è l'avere le gambe grosse. Dalla tenera età usano la legatura al malleolo per ingrossare le gambe. Fascia v-atten, cfr. atten 'legare'. Sandalo χamní: è fatto con un ampio pezzo di pelle di guanaco rivolto all'insù e legato attorno al collo del piede; è riempito di erba erba secca per tener caldi i piedi. LA TRIBÙ E LA PARENTELA gente, popolazioni, uomini warsón; warsón tul-olčen 'gente buona'. Indi Ona del nord del Rio Grande kojuká, čon-kojuká. Indi Ona del sud del Rio Grande šelknám; šelknám skotten ol-čéχ 'Indi raccoglieva mister Sam' (il quale era chiamato ol- čéχ perché aveva il naso schiacciato). Gl'Indi Ona erano chiamati okká dagli Aus. Indi Yagan del Canal Beagle wowen, woun. Indi Alakalúf che approdano sulle spiagge occidentali dell'Isola Grande eirú, cfr. airó 'straniero' degli Aus. forestiero arnóol, cfr. ol 'pelle', šerp, cfr. šapre 'nemico', koliót 'uomo di razza europea'. fntichi owen, χ-owen, χ-owen-čon. stergone medico χon, kon. capo kon-kenen, a nord anche káaken, kanken (Bo). Sembra che la tribù si divida in gruppi che seguono un capo - d'ordinario un anziano, cfr. enk-ačk 'capitano', lett. 'uomo vecchio' degli Aus - il quale gode molta influenza per la forza fisica, l'abilità nella caccia, il valore nella guerra, la prudenza, l'eloquenza, ecc. Ognuno di questi capi ha la sua clientela, che lo segue nelle sue peregrinazioni e prende le sue difese quando interviene una briga con un altro aggruppamento di Indi. Spesso il capo è uno χon e si chiama kon-kenen. I direttori delle Missioni venivano chiamati xon e Mons. Fagnano era chiamato χon-χ-aχen 'il χon grande, il capo grande'. Il capo ha un'autorità morale e gli Indi s'assoggettano a lui per spontanea volontà. Si noti il verbo tu1-čal-en 'comandare', che letteralm. significa 'usare il cuore e la lingua' (cfr. tul 'cuore', čal 'lingua') ed esprime nello stesso tempo e ammonimento dei sudditi e metodo di governo dei konkenen più stimati. vecchio tanu, ačk, koračen. vecchio decrepito vakést. vecchia ačk, na ačk, koračen. famiglia jak-nam 'mia famiglia', in cui probabilmente na 'donna' sta ad attestare l'antico matriarcato ricordato anche nelle leggende. parente soker, ja-vai-ká forse 'meco abitanti'. nome jō , jōn; je jōn 'mio nome', mak jōn 'tuo nome'. marito šē, šēn. moglie na 'donna'; i na 'mia donna, mia moglie'. sposare kósien. bigamo son-na-pa-i 'di due donne rapitore'. trigamo sauke-na-pa-i 'di tre donne rapitore'. sposare una donna na-pá-n 'la donna portar via colla forza, rapire'. Il vocabolo na-pán 'prender moglie', lett. la donna rapire', ha conservato nel vocabolarlo Ona l'idea del ratto, che forse era anticamante il mezzo più comune di procurarsi la moglie. Il ratto delle donne era una delle cause più comuni delle lotte civili fra i diversi gruppi della tribù. I due vocaboli composti son-na-pai, sauke-na-pai attestano anche che la poligamia è ammessa e che fu praticata. Purtroppo è praticata an che attualmente. Ecco la lista dei bigami da me conosciuti in questi ultimi tempi: Xalemínk, detto dai Bianchi Menelík, ha due mogli: Arčón e Ánie 'mano sinistra', madre di Nana. Il χon Minkiól, (8) morto tragicamente, come sarà raccontato più innanzi, aveva due donne Joms e Jomč, già morte anch'esse. Dolál 'figlio di Do' sposò prima Katá-iper 'stomaco brutto', che era ancor viva nel 1923, e poi Ošiotán già morta: le due donne erano sorelle, cfr. § 65, n. 8. Papap ha contemporaneamente le due donne Aričón ed Etet. Il χon Ventura Tenenéš ebbe tre donne contemporaneamente; Annita, che fu la sua prima sposa, è ancora vivente, la seconda è morta e la terza - Vetete - viveva tuttora nel 1923. Seχiól prese per moglie Alkán, la quale anteriormente aveva avuto una figlia, chiamata Matilde dall'unione con un bianco, il quale poi abbandonò moglie e figlia. Seχiól sposò anche Matilde, sicché le due donne, con cui conviveva, erano madre e figlia! Ciò conferma quanto è detto in Gl'Indi dell'Arcipelago Fueghino, pag. 24. Però un cileno, certo Antonio Vera, invaghitosi della giovane Matilde - che, come ho detto, era una meticcia la rapì a Seχiól e la sposò legalmente. Anik conviveva anch'esso con le due donne, Kaje-pár, 'fegato nero' e Japχa, e da esse ebbe molti figli, di cui 12 ancor vivi quando io abbandonai l'Isola. Kaje-pár, dopo la morte di Anik, sposò Kujót, noto fra i Bianchi col nomignolo spagnolo di Mi-tio 'mio zio'. Nana figlio del bigamo Xalemínk, è anch'esso bigamo. Abita in S. Pablo; ha un carattere violento ed è assai temuto. Sposò una prima donna, di cui non ricordo il nome, ma poi s'invaghì della sposa più giovane di un altro bigamo Andrea Kunón, che abitava nel centro dell'Isola, a nord del Lago Fagnano colle due mogli: la vecchia Caterina di circa 50 anni e la giovane Agnese Kiečče 'gelata'. Nana pose gli occhi su quest'ultima, cercò di rapirla a Kunón e si servì per questo dei buoni uffici d'una donna, certa Ortél, la quale indusse Agnese Kiečče ad abbandonare il vecchio marito per andare ad abitare con Nana. Avvenuta la fuga e saputosi da tutti come s'erano svolti i fatti, Andrea Kunón si vendicò uccidendo Ortél, ed essendo poi stato imprigionato dall'Autorità Argentina per questo delitto, dopo alcuni mesi riuscì a procurarsi un vetro e con esso s'uccise tagliandosi le carotidi. All'inizio della Missione della Candelara parecchi Indi avevano due donne. Il direttore D. Griffa li persuase a lasciarne una e i più si arresero al suo consiglio, ma alcuni preferirono abbandonare la Missione anziché rinunziare alla bigamia. Ricordo specialmente uno, il quale andò colle sue due donne ad abitare in prossimità della Missione e spesso veniva a domandare carne e viveri. Appena una delle mogli morì ritornò alla Missione e domandò di essere battezzato. La stessa cosa capitò con Dolál, che abitava a Rio Fuego. Un giorno me lo vidi comparire innanzi alla Candelaria, ove m'ero ritirato per un po' di tempo con i miei confratelli. Mi disse: - Padre Kokós, dammi il battesimo. - Io, che tante volte gli avevo rimproverato d'aver due donne, gli risposi in tono di rimprovero: - E non ricordi quanto ti ho detto tante volte che i cristiani non possono avere due mogli come tu hai? - Padre Kokóš, puoi battezzarmi perché non ho più che una moglie sola, Katáiper; l'altra, Ošiotán, è morta nascere šer, na-m-nem 'di donna nascere'. padre ain, ain-ék madre am, ami, a sud anche ei, ein. figlio lal. figlia tam. nipote, figlia del figlio tam-keri. zio, fratello del padre poot. zio, fratello della madre če. nuora jaremsk, forse iá remsk 'mia nuora'. nonno χoχ, o (čon), cfr. o-ga, o 'padre' e jedd-o-ga 'nonno' degli 0rari nonna χoχ, o (na). cognato wai, wail. cognata namkš. cugino χaš; χaš significa anche 'amico' e 'orfano'. fratello, a nord t-ač-er forse 'suo fratello minore'. fratello maggiore orek. fratello minore ač, ači. sorella maggiore na-kén, ja-we-k-án forse 'mia sorella adulta'; ma si trova mak-jawetán 'tua sorella'. (9) sorella maggiore ork-án, k-ork-án 'prima sorella'; i-orkán e t-orkan forse significano 'mia sorella maggiore' zia, sorella del padre kam, kan. zia, sorella della madre poon. nipote knaken, Bo anút. nipote figlio di fratello anink (Bo). " figlia " " ankén (Bo). " figlio " sorella anuít (Bo). " figlia " " anuiten (Bo). suocero kawinke (a nord), kawkenei (a sud). sorella minore an; i-án forse è 'mia sorella minore', tuttavia si trova pẹná mak i-án? questa (è) tua sorella minore?', lett. 'questa (è) mia sorella-minore di te?'. amico open, oopen, viek-open, če 'zio', χaš 'cugino', paχ. nemico open-són 'non amico', ker-rei; Bo paw-el, paw-i; k'ejen, šapre. operaio a giornata šajél. servitore kwáiren, alié. ragazzo pubere che viene iniziato nella società degli uomini klókete, klóketen, vocabolo che forse ha relazione con kloχ 'ballare'. lunghi viaggi che fa il klóketen durante il periodo dell'iniziazione e dopo di esso. kmeén enen 'lontano andare'. capanna isolata nel bosco in cui vivono riuniti come in un collegio i klóketen per circa 30-40 giorni χain. sua sorella maggiore, però si trosua sorella maggiore, però si trova mak t-or-kán, che lett. significa 'sua sorella-maggiore di te'. (10) Durante quel tempo i ragazzi restano segregati dagli altri. Le donne, i bambini e gli estranei alle tribù non possono avvicinarsi al χain, che è custodito dagl'Indi per impedire le indiscrezioni. Neppure a me, nonostante la grande deferenza che gl'Indi sempre m'hanno usato, permisero d'avvicinare il χain e d'assistere alle drammatiche scene dell'iniziazione debbo però aggiungere che non insistetti per ottenere un simile permesso. Un impiegato presso i Sig.ri Bridges, certo Pietro Barrientos, che voleva forzare la consegna e accamparsi presso alla capanna, fu allontanato a forza e sfuggì alla morte solo perché s'interposero i sig.ri Bridges. Questo periodo di tempo è per i klóketen un periodo di prove e di istruzione. Essi debbono astenersi in quel tempo dal mangiare uova, tendini, reni, carne di guanaco giovane, carne grassa, ma mangiare solo carne magra di guanaco adulto - grande astinenza per un Ona! - e anche quella con parsimonia. Insomma i klóketen sono assoggettati a un digiuno rigoroso per abituarli alle privazioni del cibo. Debbono prendere parte a cacce assai prolungate percorrendo le folte boscaglie, che circondano il Lago Fagnano, valicare monti, inseguire il guanaco per gli estesi nevati, dormire poche ore di notte nella selva. Ciò ha lo scopo di abituarli alle fatiche muscolari e ai disagi della vita nomade dei cacciatori. È il kmeén enen. Debbono disprezzare il dolore fisico e alcuni dovettero darne una prova alla Muzio Scevola: infatti uno spirito spaventoso li minacciò con un tizzone acceso ed essi non dovettero muoversi, né dar segno di dolore anche quando la bragia scottò le loro carni. In realtà gl'Indi hanno minor sensibilità per il dolore fisico che non le razze europee. Il periodo d'iniziazione ha specialmente lo scopo d'istruzione, la quale viene affidata ai χon. Gl'insegnamenti principali sono che, divenendo uomini, bisogna essere sprezzanti della fatica, del sonno, della fame, della paura; che bisogna rispettare i χon, i konkenen e i vecchi e ascoltare i loro consigli; che non bisogna trasgredire le tradizioni della tribù; inoltre ricevono istruzioni sul modo con cui debbono comportarsi d'ora innanzi con i membri della famiglia. Altre istruzioni riguardano il modo di andare a caccia, il modo di fare la lotta, il modo di comportarsi con gli altri Indi, con le donne e con i forestieri. I χon non trascurano neppure di dare ai loro allievi delle delle norme di buona educazione, concepite a loro modo: d'ora innanzi non debbono più essere golosi nel mangiare; non debbono più dimostrare di desiderare ciò che posseggono gli altri; debbono affettare noncuranza anche per gli oggetti che si posseggono dopo averli lungamente desiderati; non debbono più grattarsi il capo colle unghie, ma usare un bastoncino appuntito legato al kočel e portato sull'orecchio, come da noi s'usa portare la matita. Gli uomini durante questo periodo di tempo fingono la comparsa di numerosi Spiriti che essi fanno credere discesi dal cielo o sorti dalla terra o dal fuoco. In realtà sono uomini mascherati e dipinti sul corpo con terre di vario colore. Queste apparizioni hanno lo scopo di tener soggette le donne al dominio politico e famigliare degli uomini; difatti gli Spiriti, usciti dallo χain, vanno nell'accampamento, entrano nelle capanne dove mettono tutto a soqquadro e bastonano le donne specialmente le più riottose agli ordini dei mariti e degli uomini in generale. Gl'Indi dicono che gli uomini usano fare questa iniziazione sui ragazzi con simulate apparizioni di Spiriti dall'antichissimo tempo in cui gli uomini insorsero contro il predominio delle donne. Infatti, secondo la tradizione, in un tempo antichissimo era in vigore fra gli Ona il matriarcato con assoluto predominio politico delle donne. La tradizione aggiunge che esse riuscivano a tener soggetti e obbedienti gli uomini mediante simulate apparizioni delle divinità spaventose del loro Olimpo; e, perché il secreto di tale manifestazione non trapelasse, usavano iniziare le ragazze all'epoca della pubertà, manifestando loro il secreto durante il periodo delle mascherate. Ma un bel giorno il Sole, che allora era uomo sulla terra, scoprì il secreto, perché, inosservato e nascosto fra l'erba alta, poté sorprendere la conversazione che due donne facevano fra loro mentre prendevano insieme il bagno in una laguna. Stavano ridendo della dabbenaggine degli uomini che ritenevano come vere le simulate apparizioni degli Spiriti. Gli uomini, appena conobbero l'inganno, si ribellarono, uccisero tutte le donne e le ragazze già iniziate, risparmiando solo le bambine, e poi pensarono d'usare lo stesso metodo per tenere a sé soggette le donne. Si confronti al riguardo anche quanto scrisse il Prof. Cojazzi, op. cit., pag. 31 e seg. Evidentemente ai klóketen viene manifestato che queste apparizioni sono simulazioni, e a più riprese e con gravi minacce viene loro ingiunto l'obbligo di conservare su ciò il secreto più assoluto con i bambini non ancora iniziati e specialmente con le donne, fossero anche le donne più amate. Si dànno però casi d'infrazioni di questo secreto; ad es. D. Tonelli conobbe una donna che aveva penetrato i secreti delle mascherate del klóketen attraverso alle rivelazioni d'un giovanotto. Queste informazioni le ebbi frammentarie da varie fonti e da diversi Indi. Io non vi assistei, come ho già detto. RELIGIONE. Dio Timáukel, Timáukệl, che corrisponde a Teimauk degli Aus, Χowen 'l'Antico', cfr. χowen 'gli antichi, gli antenati', forse col senso 'l'Eterno', Šion- χón, a nord Šion- kón 'Dottore o Medico del cielo', Šion aš-ká 'nel cielo abitante, Qui habitat in coelis', cfr aš 'in, dentro'. Nei primi anni della Missione della Candelara si sapeva che gli Ona davano a Dio il nome di χowen, vocabolo che si trova nelle più antiche collezioni salesiane di parole ona nel Pequeño Diccionario del idioma Fueghino-Ona del P. Beauvoir e nella Collecion de palabras Onas raccolta dal P. Griffa alla Missione della Candelara anteriormente al 1898. Più tardi si sentì anche Šion-χón. Però D. Tonelli, che visitò di sfuggita la Missione della Candelara e interrogò a più riprese con esito negativo gl'Indi a riguardo della conoscenza dell'idea di Dio, ritenne che i sopradetti nomi fossero appellativi fabbricati appositamente per esprimere il nuovo concetto di Dio insegnato dai Missionari e prima sconosciuto agli Indi. Non si deve negare che v'erano gravi ragioni per credere ciò: l'affermazione diretta degli Indi di non conoscere il concetto di Dio, la mancanza d'un nome proprio di Dio, che non fosse un nome composto (šión-χón) o un nome comune (χowen 'l'antenato') e principalmente l'assenza assoluta di qualsiasi atto manifesto di culto o di preghiera pubblica o privata. La mancanza di forme chiare ed evidenti di culto impressionò tutti i viaggiatori da Darwin in poi, i quali affermarono che gli Ona sono affatto privi di concetti positivi di religione. Il Sig. Hyades, a proposito degli Yagan, che in ciò si comportano come gli Ona, così s'esprime: "Nous les avons observés bien attentivement à ce point de vue... pendant l'année que nous avons passée parmi eux: et jamais nous n'avons pu saisir la moindre allusion à un culte quelconque, ni à une idée religieuse." Op. cit., Volume VII, pag. 253. Certamente il Prof. Cojazzi fu mosso da queste considerazioni, e specialmente dall'esito negativo delle ricerche di D. Tonelli, quando affermava che gli Ona, pur avendo un vasto complesso di idee religiose, mancano della "conoscenza e credenza di un Dio concepito come principio e fine delle cose... Dopo le istruzioni catechistiche dei Missionari gli Ona espressero il concetto di Dio col vocabolo composto šion-kón 'cielo abitare'." Il vocabolo šion-kón significa invece 'del cielo Medico' oppure'del cielo Comandante o Signore'. Credenza in un Essere supremo. Io però non condivido questo modo di vedere, che trae la sua origine dal fatto che gl'Indi furono gelosissimi delle loro credenze religiose e cercarono di tenerle ben nascoste agli occhi dei Koliót. Chi visse a lungo fra loro poté sorprendere indizi indubbi che essi credono in un Essere Supremo Creatore di tutte le cose. Ne ebbi una prova ben certa quando nel marzo 1908 mi recai al Lago Fagnano coll'intenzione d'impiantare colà una residenza missionaria. Trovai a Capo S.Paolo una torma di 13 Indi capitanati da Ke-tou (*Keito-tou 'petto grande, largo' per le forme atletiche dell'Indio) detto dagli Spagnuoli Pacheco. Essi avevano l'intenzione d'uccidermi per rappresaglia, perché ero un Koliót, ma riuscii a calmarli e con doni me li resi amici. In quella circostanza chiesi a Ketou: Konés maχes aimnón emiél-s? Chi tutte le cose fece? Egli mi rispose: Šion-aš-ká maχes arvén-aš-ká emiél. L'abitante nel cielo tutte (le cose) abitanti nella terra fece. Ed io ancora insistei chiedendo: konés šión, tel, kre, kren emiél-s? Chi il cielo, le stelle, la luna, il sole fece? ketou, coll'approvazione di tutti gli astanti, mi rispose: - Šion-aš-ká. - Poi continuai a domandargli specificatamente chi avesse creato le pietre, gli alberi, gli animali, l'uomo, ed egli sempre mi rispondeva: - Šion-aš-ká.- L'inizio di questo dialogo io trascrissi subito in un quadernetto, quindi posso attestarne l'autenticità anche a molti anni di distanza. Dopo d'allora sempre più mi convinsi che gli Ona hanno l'idea di Dio Creatore, che però con i Koliót non nominano quasi mai col suo nome proprio, ma solo con gli appellativi sopra riferiti, e raramente anche con quelli. Questa fu la prima volta che udii il nome Šion-aš-ká, ma poi ebbi occasione d'udirlo parecchie altre volte perché fra i Šelknám è un vocabolo molto usato per indicare la Divinità. Vero nome della Divinità: Timáukel. Due anni dopo, a Capo S. Pablo, venni finalmente a conoscere direttamente io stesso che il nome proprio, che gli Ona danno a Dio, è Timáukel o Timáukệl Questo nome concorda mirabilmente con Teimauk 'Dio' degli Aus, come raccolsi poi quattro anni più tardi dalla Luisa Gastelumendi, e concorda anche con Pimáukel riferito dal P. Beauvoir in Los Shelknam. Ancor prima D. Borgatello era giunto alle stesse conclusioni, che egli espose in un'importante relazione, la quale - elaborata in forma corretta e sunteggiata dal Redattore - fu pubblicata nel Bollettino Salesiano del luglio 1908; fu poi ripubblicata integralmente dallo stesso D. Borgatello in Nozze d'Argento, Vol 1°, pag 442 e seg. nella forma di primo getto quale uscì dalla sua penna. Nell'edizione integrale di Nozze d'Argento è affermato: Ora che molti di loro, tanto Alakaluffi che Onas, conoscono lo spagnuolo e sanno esprimere chiaramente in questa lingua le loro idee, si è veramente in grado di avere notizie certe intorno alle loro antiche credenze. Ho richiesto pertanto agli Onas se sapevano che esistesse un Dio o Essere Supremo, prima di essere fatti cristiani, se esistesse il Paradiso e l'Inferno, il Demonio, ecc. Essi mi risposero: - Nada saber nosotros de todo esto (cioè 'nulla sapevamo noi di tutto questo'). - Così pure gli Alakaluffi mi diedero la stessa risposta. "Non mi perdetti d'animo per queste risposte, ma continuai le mie domande e ricerche, e alla fine gli Onas più istruiti e diligenti, una volta presa confidenza con me, mi dissero: - Noi chiamiamo sciôn il cielo e sciôn-kón too il Signore grande, che vi è nel cielo [lett. 'del cielo il Medico grande'] (11) Un'altra tribù Ona lo chiama Timáulk 'Dio, Padrone che vive nell'alto'. "Questo, secondo essi, sarebbe il loro Spirito o Essere Buono in quanto allo Spirito Cattivo essi lo chiamano keyéi o Kzórtu (maschile) e credono che per le donne vi sia anche uno spirito femminile cattivo, che chiamano Álpe. Dicono pure che questi esseri misteriosi e maligni alle volte non mancano di farsi vedere [cfr. le apparizioni del klóketen]. "Ho pure assodato indubbiamente com'essi credono che i buoni, morendo, secondo alcuni, vanno in alto lassù nel cielo sopra le nubi kónik-sciôn 'dentro il cielo' e secondo altri, vanno in una valle deliziosa dove stanno allegramente, mangiano molta e buona carne di vaghi uccelli, di guanaco, di volpi e di "coruros", si riposano continuamente, dormono assai e non lavorano mai . Mangiar grande [molto], dormire grande, passeggiar grande, che è quanto più piace a loro. "[Ho pure assodato indubbiamente com'essi credono che i cattivi per contrario vanno in un luogo brutto, in un lago o pozzo pieno di sangue con Keyéi o Kzórtu ed Álpe e [che] non possono mai più né mangiare, nè bere, né riposare un istante... le apparizioni di Kzortu e di Álpe, di cui si parla nel seguito della relazione, sono evidentemente le simulate comparse di quegli Spiriti, di cui s'è già parlato sopra a proposito del klóketen. Sulla credenza in Dio si legga anche quanto ha scritto lo stesso D. Borgatello in Nozze d'Argento, Vol. 1°, pag. 104 e in Nella Terra del Fuoco, pag 66 (12) Riti religiosi e preghiere. È assai singolare la religione di questi Indi, i quali non onorano il loro Dio con alcun atto visibile di culto, né con sacrifici, né con riti religiosi, né con preghiere, anzi non lo nominano quasi mai. Realmente mancano fra gli Ona i riti religiosi e le preghiere a Ti-máukel? Tutti coloro che li hanno frequentati rispondono affermativamente: ed io stesso, durante la lunga convivenza con loro non ho mai visto alcun atto, né udita alcuna formula che in modo chiaro e certo meriti il nome di rito religioso o di preghiera rivolta alla Divinità. Ma debbo soggiungere che ho visto degli atti e ho sentito delle cantilene, che assai probabilmente sono rivolti a Dio. Ad es. potrebbero essere tali il canto e le parole che uomini e donne dicono facendo scongiuri individuali all'apparire delle nere nuvole foriere della burrasca, specialmente se il temporale è accompagnato da lampi e da tuoni. Allora spingono avanti a sé a più riprese le braccia come se volessero allontanare le nuvole e accompagnano il gesto con una cantilena. Un canto simile gl'Indi lo fanno mentre si dipingono il corpo col fango detto šon-ekel. Il canto comincia così: ejeje ejeje, šon ejeje, ejeje..." Cantano poi quando sono satolli per aver potuto mangiare cibi graditi e in grande abbondanza; canta una nenia il malato per allontanare la malattia, canta il χon mentre fa le sue cure e i suoi esorcismi, cantano nei funerali, cantano quando ricordano i loro morti. Debbo inoltre aggiungere che non ho mai assistito a nessuna delle numerose iniziazioni di giovanetti e non ho mai avuto cognizione di ciò che dicono i χon quando curano i malati, e quando fanno scongiuri contro il cattivo tempo, contro l'eclisse di Sole e di Luna e contro l'arcobaleno. La preghiera fra gli Aus Tuttavia so che presso gli Aus, i quali con gli Ona hanno somiglianze somatiche, di lingua, di costumi e di credenze, è considerato atto religioso, paragonabile alla preghiera dei cristiani, il canto del lawe 'dottore-stregone' Difatti l'India Aus Luisa Gastelumendi, già citata, richiesta della parola aus corrispondente a 'preghiera', diede il vocabolo ćanniek, soggiungendo: "quando il lawe canta." Quindi nella mente di essa, che è una buona cristiana, il canto del lawe è paragonabile alla preghiera, com'è intesa da noi, cioè invocazione e culto della Divinità. È vero che dal complesso delle conversazioni avute con il χon Minkiól m'è restata la convinzione che l'istituzione dei χon non sia originariamente e direttamente connessa con la credenza in Timáukel, ma ciò non impedirebbe la possibilità di invocazioni alla Divinità durante gli scongiuri. I vocaboli che indicano 'pregare'. È anche conveniente prendere in esame i vocaboli ona, che indicano 'pregare, preghiera'; sono: koćen 'piegar le gambe, inginocchiarsi' e anche 'pregare' koms-el, koms-k-el 'accompagnare il sacerdote nella recita delle preghiere' kaš-eken 'pregare', che letter. significa 'dentro fare, dentro operare'. Il primo vocabolo è certamente un neologismo, il secondo è forse un vocabolo indigeno applicato figuratamente ad esprimere un nuovo concetto. Il terzo, per il quale non vi sono ragioni plausibili per ritenerlo un neologismo, starebbe ad attestare che la preghiera degli Ona è un'azione puramente interna. Gli altri Spiriti o Divinità secondarie. Gli Ona credono in altre Divinità secondarie o Spiriti, maschi e fermmine, alcuni buoni, altri cattivi e maligni; amano i primi e procurano di tenerli amici per riceverne del bene; temono i secondi, dai quali dipendono sventure e malattie, e procurano di evitarne le molestie e le ire. Però anche Timáukel manda malattie e la morte. Timáukel (Xowen, Šion-χón, Šion-aš-ká) è il 'Dio Supremo' Creatore del Cielo, della terra e degli altri Spiriti buoni e cattivi. Gli Spiriti maschili e femminili buoni abitano in cielo con Timáukel e vanno a spasso dovunque e quando vogliono. Invece gli Spiriti malvagi temono Timáukel e abitano lontani da Lui nel fuoco, nella terra, negli alberi vivi, nelle piante secche, nelle montagne, nelle pietre, nell'acqua, ecc. Sono alcuni di questi Spiriti secondari che fanno le simulate apparizioni nel tempo del klóketen. Alcuni di essi sono: Xarćai è nero e porta due corna ricurve. È forse il più feroce e maligno di tutti gli Spiriti. Per tutti questi motivi alla Missione della Candelara era indicato come corrispondente al Demonio; probabilmente è il Kejei di D. Borgatello (cfr. χačai di Gallardo, op. cit, pag. 335) Šorten, K-šorten (a nord), K-šort, Šort è uno dei più temuti per la sua malvagità, perciò gl'Indi, e specialmente le Indie, ai Missionari indicavano anche questo Spirito come corrispondente al Demonio. Alpen è una donna molto cattiva. Kétermen suo figlio, un ispira timore. Tane, sorella di Alpen, è feroce com'essa. Xase e Gmanta sono ambedue Spiriti cattivi. Ajčalá e Kataape sono due Spiriti femminili che nel tempo del klóketen cantano sul far dell'alba. Xólemin è uno degli Spiriti buoni del cielo; è un valente medico, che nelle mascherate del klóketen risana le ferite che gli uomini fingono d'aver ricevuto e risuscita persino i finti morti! Risulta quindi una specie di dualismo di Spiriti buoni e di Spi riti cattivi; però non saprei assicurare se fra gli Spiriti cattivi ve ne sia uno che abbia il predominio su tutti gli altri. Quanto fu detto a pag. 86 a proposito della capra ci persuade che tutti gi'Indi - compresi gli uomini, che organizzano le mascherate - credono nell'esistenza di questi Spiriti. La vista della prima capra - che era nera e cornuta - produsse lo spavento in quegli uomini simulatori, che credettero di vedere in essa la vera apparizione di quello Spirito Xarčai che essi tante volte avevano rappresentato per burla! Una leggenda su Šorten. L'Indio Cipriano alla Missione della Candelara riferì al compianto D. Carbajal la seguente curiosa leggenda: Si può andare nella Luna quando si vuole. Per questo Šorten fa a pezzi il viaggiatore! - Si noti che è abitudine di Šorten di spezzettare, uomini alle singole articolazioni e poi i suoi aiutanti ne riuniscono i pezzi che si risaldano così bene da non lasciare traccia della disarticolazione! Dunque Šorten fa a pezzi il viaggiatore, ne rapisce l'anima e con essa si lancia in una corsa vertiginosa attraverso lo spazio fino che giunge nella Luna, la quale - vista da vicino - appare come un disco concavo. Allora l'Indio s'aggrappa all'orlo di questo disco e può godere della visione della gente che vive nella Luna. Lassù si vedono moltissime persone belle, uomini e donne, che fanno dei canti svariati, che estasiano quei mortali che hanno il piacere di fare questo viaggio. Dopo che Šorten ha fatto provare al suo seguace questa emozione ritorna con lui su questa terra e lo richiama in vita per mezzo dei suoi aiutanti (Dai manoscritti di D. Carbajal) Evidentemente questo racconto è dovuto alla fantasia degli uomini, i quali, per dare maggior credito alle misteriose comparse di Kšort e compagni, nell'epoca del klóketen, inventano le più strane avventure e le raccontano con compiacenza alle donne, ai bambini e anche... ai Koliót. Il concetto che qui ho esposto sulle idee religiose degli Ona me lo sono formato poco alla volta, riunendo insieme tante piccole notizie sfuggite ai miei involontari informatori, ma mancano le prove più decisive: il testo degli esorcismi dei χon e le formule d'invocazione individuale a Timáukel e agli altri Spiriti, invocazioni che probabilmente sono in uso e che, credo d'aver intravisto, ma che gl'Indi cercano tenere ben lontano dall'orecchio dei Koliót. Il mito di Xuaníp. Il mito di Xuaníp ha una notevole importanza per conoscere le idee religiose degli Ona; quindi qui lo riporto quale la raccolsi dalle labbra, del χon Minkiól. Riporterò anche, entro parentesi, dei particolari della vita di Xuaníp, che Minkiól aveva tralasciati, ma che si ebbero da varie fonti; io stesso li sentii raccontare dagl'Indi. Ecco adunque quanto mi raccontò Minkiól: Parleremo delle migliori cose che c'erano qui antichissimamente. Fissiamoci in Xuaníp. Egli è il nostro Dio: (13) egli è figlio della terra. Tutti quelli che vissero al suo tempo dissero: - Chi è costui? Chi lo ha generato? Donde viene? - È figlio della pietra - dissero gl'Indi. Difatti egli fu generato dalla terra e precisamente da una montagna rossa, che sorge vicino ad Harberton sul Canal Beagle, che gli fu madre e dal Capo Xajel, un Capo che sporge sulla costa dell'Oceano Pacifico alquanto a sud dal Capo S. Inés, che gli fu padre. Le imprese di Xuaníp. Man mano che cresceva si dimostrava sempre più strano e faceva azioni poco lodevoli. La storia sarebbe lunga se si volessero raccontare tutte le sue imprese. Dapprima non era ben inteso dai contemporanei, i quali, vedendo che faceva azioni strane, lo vollero uccidere. Tre volte tentarono d'ucciderlo e non vi riuscirono; alla terza volta conobbero che egli era un Dio; poiché alcuni Indi vollero ucciderlo a frecciate nella schiena, ma Xuaníp si voltò indietro, li vide e disse: - Non vi movete! - Così fu: quegli Indi rimasero coll'arco teso fino a che morirono, poiché egli comandava sulla terra e tutte le cose gli ubbidivano. [Fattosi giovane, Xuaníp voleva sposare una ragazza, ma essa disse: - Io non mi marito poiché il sole e la luna mi stanno mirando, - poiché, in quel tempo, il sole e la luna stavano continuamente sopra l'orizzonte. Allora Xuaníp cantò una bella canzone colla quale ordinò al sole e alla luna di nascondersi un poco; ciò fecero ogni giorno aumentando gradatamente il tempo del nascondimento. Gl'Indi dicono che verrà un tempo in cui il sole e la luna staranno sempre sotto l'orizzonte e che vi sarà notte perpetua. Quando Xuaníp ebbe ottenuto che vi fosse la notte, sposò la ragazza! Anzi voleva sposare anche la sorella di Kokerčé, che si chiamava Okeltá, ma Kokercé non gliela volle dare [e dissuase la sorella d'andare sposa a Xuaníp. - Perché, diceva, Xuaníp ha già altre mogli e non ti amerà quanto ti amo io: ben presto ti dimenticherà e tu dovrai stare soggetta alle altre sue donne]. - Un giorno Xuaníp andò a caccia di guanachi e parlò a Kokierčé e a Okeltá per mezzo d'un apparato che egli solo aveva nelle orecchie: con esso poteva parlare di lontano a chi voleva e intenderne le risposte. Un altro uomo glielo domandò, ma egli non glielo volle dare: - Ne ho di bisogno io gli rispose; senza un simile apparecchio la mia testa non sta bene. [Ebbene con quell'apparecchio disse a Kokerečé: - Non caccerai più i guanachi durante il giorno, ma topi durante la notte, e non potrai più sostenere la luce del sole perché avrai gli occhi deboli; ti muterai in una civetta e sarai uccello di mal augurio! E alla sua sorella Okeltá disse: - Tu sarai più brutta di tuo fratello; ti nasconderal di giorno; mangerai vermi e non più carne di guanaco: diventerai un pipistrello e persino la tua ombra sarà pericolosa! - Ed è per questo che la civetta 'šet' e il pipistrello 'okeltá' sono ritenuti dagli Ona come animali di malaugurio. Fu Xuaníp che diede il nome alle varie località della Terra del Fuoco. Ad esempio, chiamò óiχe il Capo Peñas, jasket il Capo Maria, táusen la località di Rio Fuego, naχmešk il Capo Santa Inés, ecc.] Allevamento domestico del guanaco. Antichissimamente Xuaníp comandò che il guanaco fosse domestico e il guanaco s'addomesticò; usciva al pascolo al mattino e tornava alla sera senza che alcuno lo riconducesse. Allora Xuaníp impiantò una grande azienda d'allevamento di guanachi: ne aveva molti, moltissimi moltissimi. La sua azienda d'allevamento si chiamava Čínuin ed era un po' più a sud di Capo S. Inés. Xuaníp l'aveva circondata con un muro di pietre e l'aveva affidata ai suoi due fratelli (perché egli aveva due fratelli); egli solo e nessun altro possedeva un allevamento di guanachi domestici e li uccideva per mangiarne la came senza fare la fatica d'andare a caccia. [Però il guanaco ritornò selvatico quando, avendo maltrattato un figlio glio di Xuaníp (mordendolo e sputacchiandolo), fu da lui inseguito e ustionato con un tizzone. Il guanaco fuggì nella selva dove incontrò la volpe che gli disse: - Fuggi nella selva e non tornare più a Čínuin. Non vedi che gl'Indi t'ingrassano per poi mangiarti? - Il guanaco diede ascolto alla volpe e ritornò selvatico.] Relazione di Xuaníp con Časkels Xuaníp aveva due figli Éleskén e Sasa e li prestò per due anni a Časkels. Časkels era un uomo (era un χon) molto cattivo che abitava sopra una montagna nell'interno della Terra del Fuoco: egli mangiava gli uomini e desiderava i figli di Xuaníp perché squartassero gli uommi uccisi e pulissero le loro interiora. Časkels disse a Xuaníp: - Dammi per favore i due tuoi figli. - A che fine? - disse Xuaníp. - Che cosa mangiate voi? - Io mangio guanaco - rispose Časkels - No, no - disse Xuaníp - io non ti do i miei figli. - Io mangio guanaco e uccelli - disse Časkels. Xuaníp domandò a Časkels: - Quanti cani avete? - Časkels, coll'intenzione d'ingannare Xuaníp, rispose: -Ho un cane molto buono per la caccia del guanaco; ma io, essendo vecchio, non posso correre prontamente quando ha afferrato la preda: quando io giungo il cane ha già mangiata tutta la came e a me non restano che le ossa. Per questo avrei bisogno di due ragazzi che corrano dietro al cane. Dammi perciò i tuoi due figli per cinque anni. - Te li presto per due anni solamente - disse Xuaníp. - Va bene - rispose Časkels. Časkels era un antropofago. Passati due anni Xuaníp andò alla capanna di Časkels in cerca dei suoi due figli. Časkels era alla caccia del guanaco. - Che cosa mangia questo scellerato? - dimandò Xuaníp a uno dei suoi figli. Il ragazzo rispose: - Mangiasterco e mangia uomini tutto l'anno. - Dov'è Časkels? - Alla caccia del guanaco. I due figli di Xuaníp avevano le mani sporche perché il loro lavoro consisteva nel pulire le interiora degli uomini che Časkels uccideva. Gli stessi figli di Xuaníp dovevano mangiare carne umana. Xuaníp allora s'avvicinò di più alla capanna e domandò ai suoi figli: - Dov'è la sorella di Časkels? - È là sopra che fa delle tende con le pelli degli uomini uccisi e ne raccoglie i capelli. Portatemi la pietra focaia. Io comando a tutte le cose e a tutte le pietre. Da questa pietra non esca più fuoco e muoia questo scellerato. Fregò la pietra colle mani, la gettò via ed essa non diede più fuoco. La morte di Časkels. Allora Xuaníp disse al suo fratello maggiore, che era con lui: - Che ti pare? È bene partire? - Si, partiamo. - Allora i figli di Xuaníp, piangendo, lo pregarono di prenderli seco e condurli via, ma egli non volle e disse loro: - Non conviene che veniate adesso perché, se quel barbaro arriva e non vi trova è capace di farmi qualche brutto scherzo. Seguite il mio consiglio. Io ora andrò su quella collina Čačis ad aspettarvi. Quando Časkels vi manda in cerca di legna, voi ogni volta andate sempre più lontano verso la collina Čačis; alla quarta volta gettate il carico di legna e venite da me. Quando Caskels fu di ritorno, mandò i figli di Xuaníp a cercare della legna per il fuoco: quando essi si recarono a cercare il quarto carico, gettarono via la legna e corsero verso la collina Čačis attraversando una vasta distesa senza alberi. Časkels s'accorse della loro fuga e li inseguì col suo famoso cane e sperava di raggiungerli mentre avrebbero guadato il largo fiume verso cui s'erano indirizzati. Ma Xuaníp, che tutto poteva, fece avvicinare le due sponde del fiume per modo che i suoi figli passarono facilmente e lo raggiunsero. Časkels, quando giunse al fiume e ne vide ravvicinate le sponde, volle saltare dall'altra parte, ma, quando era per aria a metà del salto, Xuaníp comandò che le sponde s'allontanassero repentinamente; perciò Časkels cadde nel mezzo del fiume, in fondo all'acqua dove restò parecchie ore. Gli dolevano le spalle perché un peso lo teneva chino sott'acqua, per cui disperato gridò a squarciagola: - Chi è che mi vuol uccidere nell'acqua? - Xuaníp di lontano con il suo apparecchio gli chiese: - Chi sei tu? qual è il tuo nome? - - Io sono Časkels; adoro la mia terra. Ma non mi schiacciare più; mi dolgono le spalle. - Subito l'acqua disparve e Časkels si alzò e si diresse verso la collina Čačis dove stava Xuaníp. Arrivato gli domandò: - Che facevi tu coll'acqua? Perché non mi lasciavi alzare? - Perché così mi piaceva. Ma tu sta su ritto. - Non posso perché ho perduto tutte le mie forze lottando coll'acqua, metti i tuoi piedi sulle mie spalle per curarmi - Allora Xuaníp disse al suo fratello maggiore: - Metti tu i tuoi piedi sulle spalle di Časkels - E nello stesso tempo ordinò ai suoi piedi che divenissero dei taglienti coltelli. Il fratello di Xuaníp montò coi piedi sul dorso di Časkels e lo tagliò in pezzi Così fu ucciso quell'uomo perché scellerato, e Xuaníp non lo voleva più vivo. I figli di Xuaníp rabbiosamente inveirono contro il suo cadavere lanciandogli dei sassi colle loro fionde. Dagli occhi del morente uscirono due moscerini, uno chiamato si-i-i e l'altro doi-doi. La morte della sorella di Časke1s. Non contento di questa giustizia, Xuaníp mandò cinque uomini perché uccidessero la sorella di Časkels; e perché essa non s'accorgesse del loro appressarsi e non fossero udite le sue grida e lamenti, comandò a tutti gli uccelli che andassero intorno alla capanna e cantassero e gridassero. Gl'inviati la trovarono che stava raspando le pelli degli uomini e cominciarono a percuoterla. Al rumore dei colpi gli uccelli scapparono e anche i cinque uomini fuggirono dopo averla ferita mortalmente. Essa prima di morire, parlò con Xuaníp e gli disse: - Brucia tutte le mie ossa. - Essa morì solo per cambiare corpo e prendere una carne più forte, un sangue migliore e divenire immortale. Dopo la sua morte il suo men 'anima' comparve a Xuaníp che stava nella propria capanna. Xuaníp le domandò: - Come vanno le cose lassù? - Vanno bene: là si sta meglio che qua: bella vista, nessuna malattia! L'inondazione generale. Quandò fu uccisa la sorella di Časkels, Xuaníp comandò al mare di crescere e crebbe fino a coprire quasi del tutto le montagne: in tal modo egli voleva far morire tutti. Allora la maggior parte degli uomini, per salvarsi, si trasformarono in uccelli, in pesci e foche: solo alcuni riuscirono a riparare sulle più alte montagne dove l'acqua non giunse. Credenze sulla vita futura. Le anime 'men' di quelli che muoiono vanno subito da Xuaníp, il quale, vedendo che a lui giungevano un numero grandissimo di anime per cui l'isola abitata dai viventi rimaneva troppo popolata, disse ai suoi fratelli: - Lasciamo che in questa isola abitino i viventi e le anime 'men' che ogni giorno si presentano a me, mandiamole ad abitare in un'isola del cielo 'šión'. È necessario perciò che uno di noi muoia e vada dal l'altra parte a custodire i men del cielo. Chi sarà di noi che morirà per andare a presiedere il regno delle anime? - Io, io muoio, disse il fratello maggiore; - e il suo men si recò in cielo a custodire i men dell'isola del cielo. Però solo i men dei buoni vanno nell'isola del cielo; quando gli uomini sono cattivi, devono abbruciarsi e poi andare in un altro luogo dov'è sempre notte e freddo; ivi non c'è il sole e tutto è gelato. Fin qui il mito di Xuaníp raccontatomi da Minkiól. Il mito di Čemene. Un'altro essere malvagio, che fu uomo e che ora è divinizzato, è Čemene. Il suo spirito abita anche ora a Capo Peñas 'óiχe'. Ha le unghie lunghe. Quando passano degli uomini egli li assorbe e se li tira in bocca; egli appianò la terra e ripulì il terreno che stà nella prossimità del Capo Peñas. Le due grandi lagune in prossimità della sua abitazione sono di sua proprietà e va ad esse per bere acqua. Contro di lui lottò un uomo Kokét che poi si trasformò nel picchio che in lingua ona anche adesso si chiama kokét. Egli abitava in Capo Maria 'jasket', un po' a sud-est del Capo Peñas, ma lottando contro Čemene ebbe la peggio e dovette fuggire. Per nascondersi scavò una valle che è la pianura che si trova fra Capo Peñas e Capo Maria. Anche Tajen lottò contro Čemene, il quale riuscì ad afferrargli la lingua. Čemene tirò con tutta forza e perciò la lingua di Tajen divenne lunga in modo inverosimile. Mito di Tajen e lo Stretto di Magellano. Ma Tajen è ricordato nell'Olimpo Ona per un'altra impresa. Fu lui che produsse lo Stretto di Magellano con una fionda ardente che bruciò ogni cosa. Però molti Indi coi loro cani andarono al nord prima del cataclisma perché Tajen usò loro la cortesia di avvisarli delle sue intenzioni. La fionda ardente adombra forse un ricordo del cataclisma che produsse la separazione dell'isola Grande dal Continente. Questa leggenda ammette adunque la diretta parentela fra gli Ona e gl'Indi della Patagonia meridionale. Ma anche l'allevamento del guanaco domestico e la costruzione di recinti di pietra, ricordati dalla leggenda di Xuaníp, attestano le antiche relazioni fra gli Ona e i Tehuelche, confermate dalle affinità somatiche e linguistiche dei due popoli. È però interessante notare che la leggenda parla d'una emigrazione verso nord. Gli Spiriti Joši. Vi sono degli Spiriti detti Joši, i quali hanno la faccia come gl'Indi [Joši Šelknám koš ven 'i Joši (hanno) dei Šelknám la faccia come']. Vengono dal cielo, vestono pelli di guanaco o di volpe come gl'Indi e tengono in 'mano delle pietre o dei bastoni. Sono molto cattivi, perché cercano d'uccidere gli uomini, e gl'Indi li temono molto. Un ragazzo mi diceva: - sáuken Joši χen χanke; k'ar aimer 'tre Joši vennero (giunsero) stanotte; (sono) molto cattivi (cattivissimi)'. Un altro ragazzo mi diceva: - ia-t-ejón Joši χanke 'io li temetti gli Spiriti Joši stanotte'. Se un Joši incontra un Indio che dorme, fa su di lui dei gesti magici perché dorma più profondamente, e se incontra un Indio che va per la selva, chiama altri Joši, che lo aiutino a prenderlo. Anticamente vi erano molti Joši, ma ora ve ne sono molti di meno perché hanno paura delle fucilate: infatti il ragazzo Kaukokiól nel 1913 mi diceva: -Stanotte il Joši venne tre volte e mio padre gli tirò contro nove fucilate; allora scomparve, perché ha paura delle fucilate. Alcune credenze sui Joši. Una volta un Joši incontrò un Indio che sembrava dormisse, allora si pose a fare gesti magici perché dormisse ancor più profondamente: invece l'Indio aprì gli occhi e lo mirò. Allora il Joši gli lanciò contro un bastone senza colpirlo e scomparve. L'Indio dispose la sua pelle di guanaco per terra in modo da simulare un indio dormiente, e si nascose dietro il tronco di un albero. Il Joši ritornò e si dispose a far a distanza dei gesti perché dormisse di più, e quando giunse presso la pelle di guanaco l'indio nascosto gli lanciò una freccia, che gli trapassò il torace. Allora il Joši lanciò ciò che aveva in mano e gridò come una foca e poi cadde a terra morto. L'Indio fuggì, ma ritornò il giorno dopo e nelle fattezze dei morto gli parve vedere il suo fratello morto l'anno prima; pianse molto e lo seppellì. Così mi raccontò il giovane Čikiól. Kaukokiól poi mi spiegò di dove veniva il Joši, che andava visitando gli accampamenti indigeni presso il Lago Fagnano. Egli mi raccontò che anticamente vi erano molti Joši nella regione del Capo Maria, ma che furono uccisi quasi tutti dagl'Indi antichi. Quello che ora sta vagando per le selve attorno al Lago Fagnano - egli mi diceva - è figlio di uno dei Joši del Capo Maria. Se mai lo si uccidesse, verrebbe subito il Joši suo padre. Gli Spiriti 'Men'. Gl'Indi credono anche nei Men 'Spiriti'. Il vocabolo men, che significa 'ombra, immagine, anima umana', significa anche 'spirito' col senso che anche il nostro volgo suol dare a questa parola, cioè 'anima d'un trapassato separata dal corpo, che si pone in relazione coi viventi; quando l'anima alberga in un corpo umano, vivificandolo, è detta anche kaš-pe-i 'dentro stante'. Il giovane Čikiól nel 1914 così descriveva il Men: - È una donna, ma si veste indifferentemente o come un uomo o come una donna. Compare di notte nelle capanne volando per l'aria. Non è cattiva; tuttavia le sue apparizioni spaventano gl'Indi. - Un altro spirito è l'uomo di ferro Ajellá il quale percuote gl'Indi che incontra a bastonate e canta così: "okarét, okarét, okarét, okarét..." Altre credenze superstiziose. Giovannino Kaχ, un vispo ragazzo, mi esponeva la seguente credenza degl'Indi. Quando si vede un guanaco che cammina e poi si ferma su due zampe e sembra che pianga, ciò vuol dire che dopo alcuni giorni, dalla stessa parte da cui veniva il guanaco, deve giungere una persona che piange per la morte di un parente prossimo. Una volta un guanaco si fermò piangendo e alcuni giorni dopo da quella parte veniva un Indio che piangeva la morte d'un suo parente. Un Joši lo vide e lo voleva uccidere: l'Indio invece riuscì ad uccidere il Joši con una frecciata. Vi è una civetta, che quando viene dal nord cantando "čaáχ, čaáχ, čaáχ" indica che debbono giungere dei forestieri. La stessa civetta, quando si posa in prossimità d'una capanna e canta "čaáχ, pit, pit, pit" emettendo sangue dalla bocca, è di cattivo augurio, perché ciò indica che un Indio, che abita in quella capanna, deve morire. Vi è un uccello il cui canto rassomiglia al rumore che si fa affilando il coltello. Ciò indica buon augurio per i cacciatori; significa che bisogna preparare i coltelli perché la caccia procurerà molta carne da tagliare. Segno di futura guerra. Nelle selve di faggi della Terra del Fuoco i vecchi tronchi cadono a terra, accatastandosi in modo che spesso tolgono la possibilità di passare per la selva. Molte volte il caso dà ai tronchi o ai grossi rami caduti delle posizioni che, alla mente dell'Indio, richiamano figure d'uomini in atteggiamenti diversi. Quando uno di questi tronchi ha l'apparenza di un uomo che tenti nascondersi, e attorno ad esso si trovano dei rametti, che, fiaccati dalla neve, cadono a terra configgendosi verticalmente, come le frecce, gl'Indi ritengono che poco tempo dopo scoppierà una guerra fra due gruppi di Indi. NEOLOGISMI RIGUARDANTI LA RELIGIONE CATTOLICA. Dio Diós Chiesa kočen-kau 'della preghiera capanna' lett. 'dell'inginocchiarsi capanna', aš-kocen '(casa) per pregare'. pregare kočen 'inginocchiarsi, piegar le gambe', al-očχe-jen 'la testa inclinare', noi-áinen 'inginocchiarsi'. accompagnare le preghiere del sacerdote koms-el, koms-k-el. immagine sacra Xesús men 'di Gesùimmagine Maria men 'di Maria immagine', ecc. campana tókou (a nord Gutt.), pajel. campanile al-orčater 'testa acuta'. suonare ken, ken pajel 'suona la campana'. lampada kščesumei, kščeχin 'lampo'. candela Kščeχin, kščesumei, čai. battezzare koliot-en 'fare, rendere ko-liót', kočoun emettere, versare acqua'; kis-ka-juk igwa ko-čoun t-jen, Kokóš? 'quando a noi il battesimo lo darai, o Kokóš? confessione vivas-jér 'in segreto parlare', ša-r-jér 'le brutture dire'. Sacerdote, Missionario padre(dallo spagnolo), uli-tou 'veste lunga'. croce kaa-men 'dei tormenti (di Gesù) immagine o figura'! I XON O MEDICI STREGONI. stregone-medico χon, a nord anche kon. causa della malattia kwaki, kašpen,kašpei e kejei (in Borgatello, op. cit., pag. 64). ammalato kwaki-tán, kwaki-čín, kwa julχ 'nome d'un χon, la cui anima costituisce il kwaki', oton. sano, esser sano k'paχen, k-paχen,paχen. esorcizzare (malattie, eclissi di sole e di luna, arco baleno) k-šóimχen, sóimχen. cura del χon su di un malato katmet. medicina aurečét, katmet. curare un malato al modo del χon o stregone k-átmeten, cfr. átmeten, k-átme'en 'ungere, dipingere il corpo' (poiché la cura in gran parte si riduce a massaggi sulla parte ammalata). stregona-levatrice ewaš. anima men, kaš-pe-i, a nord anche kar-kar-mén e Bo kás-kar-ná, káš kar-mi, wer-wer, che forse ha relazione con vere 'bollire' e 'vapore'. I χon, che fra gli Ona esercitano una grande influenza, nell'estimazione degl'Indi hanno molti poteri. Quasi sempre sono essi i capi di quei gruppi di famiglie in cui si suddivide la tribù, e perciò il vocabolo χon significa anche 'capo, padrone, superiore, signore'. Presunti poteri meteorologici dei χon. Fanno scongiuri contro il cielo cercando d'allontanare il cattivo tempo, il freddo, il vento del sud e invocano il bel tempo. Questa è una delle attribuzioni più importanti dei χon, e sono essi che scongiurano i maliche possono derivare dall'arcobaleno e dall'eclisse di Sole e di Luna. Ecco per es. le credenze che gl'Indi hanno sulla Luna, come mi vennero esposte dal χon Munkiól k-Áušel. "La Luna era fra i primi abitanti di qui: era una grande dottoressa e non poteva essere ammazzata. - Se non si puo ammazzare è meglio che la lasciamo stare - dissero gl'Indi - così, volando, la Luna salirà in cielo. " Nel tempo dell'eclisse la Luna ha i denti insanguinati e crediamo che ci voglia uccidere. Quando l'eclisse è totale, di modo che non si vede quasi niente, noi crediamo che stiamo per morire, poiché la Luna si nascose nel cielo. Tutti i χon e tutti noi Indi durante l'eclisse di Luna guardiamo in alto per conoscere tutto. Le donne e i ragazzi si spaventano grandemente." In realtà gl'Indi sono pervasi da timore quando la Luna è piena, quando è rossa all'orizzonte e quando è in eclisse. In tutti questi casi temono che la Luna discenda a mangiare gl'Indi. Provano maggior spavento le donne e i bambini. Gli scongiuri contro la Luna sono fatti non solo dai χon, ma anche dai singoli Indi. La Direttrice delle Suore della Candelara vide una donna (forse una ewaš 'stregona-levatrice'), che in mezzo a donne spaventate e sedute in circolo, stava facendo scongiuri contro la Luna rossa, tenendo un ba stone nella destra e un vestito nella sinistra Essa andava qua e là per cuotendo a varie riprese la terra e agitando il vestito verso la Luna, mentre cantava parole di scongiuro, che le altre donne ripetevano come una eco. Anche in una eclisse di Luna dei 12 aprile 1903 la Direttrice delle Suore fu chiamata per acquietare le donne, le quali le andarono incontro spaventatissime, con la faccia, le braccia e le gambe dipinte di bianco. - Agitavano i vestiti, soffiavano, pronunciavano scongiuri e maledicevano alla loro sorte "poiché, dicevano, la Luna nella notte poteva discendere sulla terra a mangiare gl'Indi." (Dai manoscritti di D. Carbajal). Ma la principale prerogativa dei χon è quella di curare le malattie Credenza sulla natura delle malattie. Ecco quali idee hanno gl'Indi sulle malattie. Esse sono causate dal kwaki, che l'Indio Šeχiól descriveva così: - Il kwaki è un uomo (uno spirito in forma d'uomo) alto, giallo, che cammina per aria (vola) come gli uccelli Il χon lo manda agli Indi quando è stizzito con qualcuno. Allora il kwaki entra nel corpo dell'Indio e vi produce la malattia. Tirando delle fucilate presso le orecchie del malato lo spirito si spaventa: io quest'oggi ho tirato due fucilate, qui, presso le mie orecchie. L'Indio era ammalato. Evidentemente l'attribuire al kwaki la paura delle fucilate è un elemento nuovo della credenza, introdotto dopo la conoscenza del fucile: ascrivono al kwaki la stessa loro paura. Sembra che il kwaki sia l'anima d'un gran χon, Kwajulχ, di cui si dirà più avanti, il quale alla sua volta era la reincarnazione di Časkels. Così i mi riferiva Minkiól nel 1914. Ritengono che il kwaki abbia timore delle fucilate anche quando sta vagando per l'aria, prima d'entrare nel corpo degl'Indi. Nel giugno del 1914 apparve fra gl'Indi accampati presso il Lago Fagnano una malattia infettiva, la quale dall'accampamento del χon Minkiól passò a sud-ovest nell'accampamento del konkenen Kankót, posto sulla sponda del Lago, e di lì venne al nostro accampamento soggetto al konkenen Šeskól. Quivi appena si ebbero i primi ammalati, ogni sera gl'Indi tiravano fucilate verso l'accampamento di Kankót, "perché - essi dicevano - di là viene il kwaki." Durante quell'epidemia, andando con un mio compagno a visitare gl'infermi, trovai l'indio Šeχiól, che, essendo ammalato, stava cantando una nenia monotona per allontanare la malattia. Il mio compagno si pose a imitare, per scherzo, il canto monotono del malato. Il konkenen Šeskól, che era presente, disse seriamente: - Fa silenzio e non ridere, perché il kwaki potrebbe passare in te, come capitò a un koliót, che io conosco. Una volta durante quell'epidemia, i ragazzi mi cantavano le due rime: Kokóš koχé kwaki vené 'sopra Kokóš passò (venne) il kwaki'. Credono che anche altri Spiriti siano capaci di produrre le malattie; cfr. in D. Borgatello kejei e kašpi (pag. 62) o kaspei (pag. 66). Però kaš-pe-i 'dentro stante' è un appellativo dato a ogni spirito che s'alberghi nel corpo umano; ad es. all'anima umana, al kwaki, ecc. e anche a corpi che stanno dentro a un altro: per es. è kaš-pe-i 'il torbido, ciò, che sta dentro (all'acqua)'; in Aus il vocabolo kašpén significa anche 'eco' Cura delle malattie. Quando la malattia è grave viene chiamato il χon, il quale non usa medicine, ma pretende di allontanare il kwaki 'lo Spirito della malattia' con i suoi scongiuri. Egli gira attorno al malato, che sta inginocchiato o accoccolato su d'una pelle di guanaco; dice delle parole misteriose e canta una nenia monotona del cui significato nulla so dire. Poi fa massaggi con grasso sulla parte ammalata: il massaggio è il katmet, che noi traduciamo 'medicina', anche perché gl'Indi chiamano katmet le nostre medicine. Perciò gl'Indi usano la stessa parola kátmet-en per indicare sia il metodo di cura dei loro χon, sia l'azione di spalmare o dipingere il corpo con una mistura di grasso e terra colorata, e anche la vera cura medica dei nostri medici bianchi. Infine il χon si pone a succhiare la parte ammalata per estrarne il kwaki, che - al dire del χon - viene nella sua bocca sotto forma di sassolini, punte di frecce, di coleotteri, ecc. Evidentemente il χon s'era posto in antecedenza quegli oggetti in bocca, ma mostra una grande abilità nel dissimularli, poiché parla come se nulla avesse in bocca. Questa parte della cura dei χon è uguale al metodo usato dai bari degli Orari del Matto Grosso. Cfr. Colbacchini, op. cit., pag. 88. Preteso potere del χon di mandare il kwaki. Ho già detto che gl'Indi ritengono che il χon abbia il potere di mandare il kwaki a chi egli vuole per opera di maleficio; perciò gl'Indi ricorrono a lui perché con i suoi malefici mandi la malattia e la morte a qualche loro nemico. Quasi sempre il χon fa il maleficio avendo presente un oggetto appartenuto alla vittima. Spesso, quando è chiamato a curare un malato, che nonostante le sue cure muore, dice che il kwaki fu mandato da un altro χon e indica il nome dello stregone col quale ha rancore, o per gelosia di mestiere, o per motivi di donne, o per l'acquisto del predominio politico, poiché, come fu già detto, i χon quasi sempre sono anche i konkenen 'capi' dei piccoli aggruppamenti di famiglie, in cui si suddivide la tribù. Queste accuse sono, dopo il ratto delle donne, la causa più comune delle lotte intestine fra i vari gruppi della tribù, poiché i parenti del morto, desiderosi di vendicarsi, uccidono il χon accusato d'aver mandato, il kwaki. Gl'Indi del suo seguito alla loro volta, potendo, cercano di vendicarsi, uccidendo il χon accusatore e i suoi seguaci, e si crea una catena di vendette e di odi che difficilmente s'estinguono. Si legga al riguardo la descrizione di una di queste lotte in Gallardo, Las Onas, pag. 314-316. La morte del xon Minkiól. Per questo motivo sono pochi i χon che muoiono di morte naturale. Lucas Bridges si ricorda quattro o cinque χon uccisi per tale cagione. Io narrerò al lettore la morte del mio amico Munkiól, a cui fu somma sven tura essere χon. Era figlio di K-áusel, che fu un χon molto stimato per l'abilità nel curare i malati, per la memoria che gli permetteva di ricordare tutti i fatti tradizionali riguardanti la tribù e per la facondia con cui li sapeva raccontare. Il figlio Minkiól era mio buon amico e volentieri mi raccontava le leggende dei suo popolo. Mi aveva detto: - K-áusel, mio padre, insegnava a tutti gl'Indi; egli sapeva tutte le cose che erano state; queste cose le aveva impresse nella testa e niente più! Io so molte parole che mio padre ha dette. - Minkiól adunque nel luglio del 1914 si presentò a me e mi disse: Padre, l'Indio Šajutel voleva lottare meco (specie di duello) per uccidermi dandomi la colpa della morte di suo figlio Kaukešmól. Il χon Tenenéš da a me la colpa anche della malattia di Kálemink. Ti prego, Padre, di andare all'accampamento di Tenenéš e di parlare ai tre: Šajutel, Teizenéš e Xálemink, e domanda loro: Chi è che manda le malattie? " affinché credano che non sono io o gli altri χon che mandiamo le malattie. Io non mando le malattie a nessuno. Così diceva il furbo χon per scampare alla morte. Minkiól aggiunse: - Xálemink mi incarica di dirti, e in ciò si unisce anche sua sorella Alká, di pregare qui Iddio perché possa guarire e che poi vada a pregare là presso di lui, poiché noi tutti crediamo che tu sei più xon di noi. - - Qui farò notare che le parole di Minkiól permettono di dedurre che gli esorcismi di un xon su d'un malato sono una vera preghiera, se m'invitò a pregare per il malato, e se riteneva che colle mie preghiere io poteva essere un xon più potente di lui! Continuando il racconto dirò che realmente mi recai all'accampamento di Tenenéš e persuasi tutti che Minkiól non aveva colpa né nella morte di Kaukešmól, né nell'infermità di Xálemink, e così quella volta sfuggì alla morte. Ma nel 1920 trovandosi Minkiól nell'accampamento ai piedi della collina Áusel, a 8 km. circa a E. del Lago Fagnano, fu chiamato a curare Wellington, figlio di Talemiót, ragazzo di circa 12 anni. Egli fece gli scongiuri d'uso, ma il ragazzo invece di guarire morì. Il χon Tenenéš disse ai parenti del morto che Minkiól per malanimo non aveva voluto guarirlo, perché egli stesso gli aveva mandato il kwaki. Allora due amici della famiglia del ragazzo morto, Kenoniól e Cikiól, invitarono Minkiól ad andare a caccia con loro: i tre erano a cavallo e armati di fucile. Quando giunsero presso un fiumicello i due uccisero il χon e il suo cavallo e gettarono i due cadaveri nell'acqua. Dopo l'uccisione Kenoniól si recò all'azienda presso cui era impiegato come pecoraio, invece Cikiól tornò all'accampamento di Áusel dicendo che Minkiól s'era accompagnato con Kenoniól. La morte del povero xon amico non si scoprì che oltre un anno dopo! Ciò avvenne nel dicembre 1920 o nel gennaio 1921 e anche attualmente (1924) fra gl'Indi v'è per questa morte un grande fermento e difficilmente la morte di Minkiól resterà senza vendetta. I xon e i klóketen. I χon hanno una parte molto importante nell'istruzione dei klóketen: sono essi che scelgono i ragazzi che ogni anno debbono andare ad abitare il χain e minacciano quelli che per paura volessero sottrarsi a questo obbligo sociale. Durante il tempo di prova è ai χon che più direttamente è affidata l'istruzione dei giovani, e, per meglio attendere a questo importante ufficio, durante quel tempo non vanno alla caccia, ma ricevono carne dagli altri Indi. Nel 1913 il ragazzo Juancito Kaχ, che era stato educato alla Missione della Candelara (dove era chiamato Kaken) fu invitato dal χon Tenenéš a recarsi al χain per divenire klóketen. Il ragazzo si rifiutò dicendo che alla Missione v'era un collegio o riunione di ragazzi preferibile al suo χain. Allora Tenenéš: - Bada che se non vieni subito io ti mando il kwaki e morirai presto. - Il ragazzo gli rispose energicamente: - Né tu, nè tutta la tua famiglia mi può mandare malattie, né farmi i morire. Voi, signori χon, siete imbroglioni, che colle vostre stregonerie pulitamente portate via ai miei compaesani danaro e oggetti! Kaχ, così dicendo, alludeva alle paghe che i χon si fanno dare dagli Indi per le loro cure: carne di guanaco, di coruro, pelli di volpe, di guanaco e di foca, pietre focaie, ecc. Ora richiedono: moneta, vestiti (calzoni, camicie, giubbe, paletò), coperte, armi, ecc. Quando chi è curato non volesse dare quanto i χon richiedono, questi lo minacciano di mandargli il kwaki e si fanno dare ciò che vogliono. La morte di Anik. Ci fu Anik, un Indio robustissimo e di forme atletiche, che volle ribellarsi a questa taglia; difatti quando il χon Munkiól gli domandò del denaro come paga di una cura prestata, egli non gliela volle dare. Allora il χon disse che avrebbe mandato il kwaki e quella minaccia sortì il suo effetto, perché Anik restò realmente impressionato e, per la radicatissima credenza sul potere dei χon, si persuase realmente d'avere in corpo il kwaki. Questo pensiero divenne in lui un'ossessione e non poteva pensare ad altro. Quando mi vedeva mi diceva: - Padre Kokóš, il χon mi ha mandato il kwaki. Povero me! Ora ho più poco tempo di vita. - Ma no, io gli dicevo. Iddio ci diede la vita ed egli solo ha il potere di togliercela: sta tranquillo, il χon non ha alcun potere di mandare le malattie. Del resto non vedi che sei forte e che non hai nessuna malattia? Fa adunque coraggio e abbandona questi pensieri. Sì, ho buona salute, ma devo morire presto perché il χon mi mandò il kwaki. E non ci fu la possibilità di persuaderlo. Suggestionato da questo continuo e tormentoso pensiero, divenne malinconico e perdette l'appetito al punto che, quasi non si nutriva più. Perciò andò dimagrendo e intristendo pur conservando il bel colorito delle persone sane. In meno d'un anno morì d'inedia - come constatò un medico europeo - in causa della suggestione d'aver in sé il kwaki. Elezione dei χon. Quando muore un χon ne viene riconosciuto un altro, il quale era già stato istruito nella pratica di tale ufficio dal predecessore. Se un χon ha un figlio insegna a lui, di preferenza che ad altri, la sua arte magica e quindi la carica di χon è quasi sempre ereditaria. K-áusel fu χon e lo fu anche suo figlio Minkiól. Però per divenire un χon deve avere un sogno in cui un xon già morto gli comunichi i poteri della carica. Quando il nuovo χon comincia a fare i suoi esorcismi, ogni Indio deve dargli 10 cuoi di volpe o altri doni di valore equivalente. Questo è un diritto che spetta a ogni nuovo χon e gl'Indi gli pagano volentieri questa imposta per renderselo propizio e perché non mandi il kwaki. Dunque i χon sono 'stregoni, medici, educatori della gioventù e capi politici'. La loro influenza è grandissima, benché generalmente non siano amati neppure dagl'Indi che li seguono. Sono temuti per la radicatissima credenza che gl'Indi hanno della loro sconfinata potenza sulle malattie e sui fenomeni meteorologici e astronomici. Alcuni χon celebri. Časkels contemporaneo di Xuaníp era un χon. Fu Xuaníp che lo fece morire, com'è narrato nella leggenda già riferita. Minkiól mi diceva: - Prima che Časkels morisse non v'era la morte. - Ma non si sa come questa affermazione possa andare d'accordo ciò che è detto nella leggenda di Xuaníp, che Časkels uccideva gli uomini e ne mangiava la carne. Sono incongruenze comuni nelle leggende dei popoli primitivi. Dopo moltissimo tempo il men di Caskels si reincarnò nel χon Kwajulx che fu famoso per il prodigioso dominio sulle malattie. Era molto cattivo e maligno! Abitava presso il Lago Fagnano: mi dicevano: - Kwaljulχ Kami χon 'Kwajulχ (era) il χon del Lago Fagnano'. Ebbe relazione con gl'Indi Yagan che tentarono d'ucciderlo con l'arpone, ma non riuscirono che a ferirlo, perciò egli fece una lunga malattia, durante la quale comparve un'epidemia generale fra gli Ona e fra gl'Yagan, per cui tutti s'ammalarono. Quando Kwajulχ guarì, guarirono anche tutti gl'Indi. Più tardi gl'Yagan riuscirono a tagliargli la testa. La testa del χon Kwajulχ si pose a saltare e a correre gridando e spalancando gli occhi; così percorse tutta la Terra del Fuoco causando una mortalità generale. Il men di Kwajulχ è divenuto il kwaki o 'Spirito delle malattie', che i grandi χon hanno a sé obbediente e lo possono mandare in un Indio quando vogliono farlo ammalare. Vien detto anche kaš-pe-i 'che sta dentro', perché lo Spirito kwaki entra dentro al malato e sta in esso fin tanto che dura la malattia, per modo che il vocabolo Kwajulχ è anche aggettivo e significa 'ammalato'. Dopo la morte di Kwajulχ venne il kwaki fra gli Ona e fra gl'Yagan e morirono molti Indi. Questa tradizione, che mi fu riferita da Šeskól nel 1914, è il mito 'la testa che cammina' riportato dal Prof. Cojazzi, op. cit., pag. 87, più completo in alcuni particolari e reticente in altri. Kwáješin, Kankosl, Móiče sono i nomi di tre altri famosi χon (cfr. Cojazzi, op. cit., pag. 71). I vocaboli kwa-ki, kwa-julχ, kwá-jesin, χua-níp (χwa-níp) contengono uno stesso elemento kwa, χwa. Moralità dei xon più celebri. Anche il lettore avrà osservato che nella mitologia Ona prevale costantemente il concetto di una moralità alla rovescia: gli eroi che sono dotati di poteri sovrumani e magici sono persone moralmente cattive e maligne, che d'ordinario si servono dei loro poteri per fare del male! Lo stesso Xuaníp è bizzarro, strano e cattivo al punto che i suoi contemporanei lo vogliono uccidere. Časkels, che era un χon con tali poteri da far paura persino a Xuaníp, era un antropofago! Kwajulx è così i maligno e vendicativo che la sua malattia e la sua morte furono accompagnate da epidemie e mortalità generali in tutta l'isola. Metempsicosi e immortalità dell'anima. Il mito di Kwajulχ contiene un elemento di notevole importanza etnografica. In esso è affermato esplicitamente che Kwajulχ non è che la reincarnazione dello spirito di Časkels. La metempsicosi dell'anima di Kwajulχ si continua anche ora, poiché è il suo spirito che forma il kwaki kaš-pei, cioè 'lo spirito della malattia che sta entro' al malato in una specie di simbiosi spirituale! Questo non è l'unico caso di metempsicosi ammesso dagl'Indi. Casi di anime di uomini che vanno ad abitare nel corpo di animali, di vegetali e anche nelle pietre (che perciò divengono animate) sono frequenti nelle leggende degli Ona, cfr. Gl'Indi dell'Arcipelago Fueghino, pag. 80-90. La credenza nella metempsicosi è importante anche perché indiretta mente attesta che gli Ona ammettono la immortalità dell'anima umana. Tuttavia la credenza nell'immortalità dell'anima umana risulta anche da molte leggende e credenze. Si ricordi, ad es. il termine della leggenda di Xuaníp, ove è detto quale sia la sorte delle anime degli uomini dopo la morte. Il lettore ricordi inoltre le credenze sui men o 'spiriti', ecc. Le donne stregone-levatrici o ewaš. Vi sono delle donne che prestano i loro servizi alle puerpere e curano al modo dei χon alcune malattie meno gravi. Vi furono delle ewaš o 'medichesse' che s'acquistarono molto credito per l'esito felice delle loro cure. Non mancano anch'esse di fare scongiuri contro il cielo in occasione di eclissi di sole o di luna al pari dei χon, come fu già narrato, a pag. 117. LA CAPANNA. capanna, casa kawi, kau. Nei manoscritti di D. Borgatello trovo ale-k-atten 'la capanna legare, corda', č-ale oleč 'casa bella', cfr. ale 'capanna' degli Aus: si deve però notare che probabilmente alla Candelara, dove raccolse Don Borgatello, nei primi tempi della missione soggiornarono alcuni Indi Aus. porta kawi-waχ 'deIla capanna sentiero'. finestra šión 'cielo'. serratura k-áiχen 'ferro' città kar-kau 'molte capanne'. asse di legno, tavola kallen. calce kar-emiél 'per fabbricare' oppure 'cosa (che serve per) fabbricare'. bruciare taten tostare m-taten. pentola kaš-kar-ệm-toχ, kaš-kar-m-toχ. bollire vere, cfr. bere, vere 'bollire' degli Orari. schiuma ver, kaš-vér; kaš-vér še-i-ón 'la schiuma togli'. schiumarola ver-šen 'la schiuma toglie'. vapore acqueo wikaa, čowen e anche vere. letto, luogo dove si dorme nen, χen; χen aš mustem 'letto per dormire'. cuna, specie di piccola scala su cui le le madri legano i bambini taál sedia, panca, sedile kamnen, e-pén. tavola e-kartén, e-χát 'per mangiare'. tovaglia e-kartén uli 'tessuto, panno per mangiare'. scansia χ-ajen, cfr. ajén 'pesante, fili diferro, ferro, metallo'. secchio, recipiente tok. fondo d'un recipiente ase. secchio di pelle di guanaco per l'acqua šen. borsa sor, sort, k-sort, a nord k-sur ren; k-surren-χ-aχen 'borsa grande'. borsetta ášien. borsettina šiákán. cestino di giunchi per molluschi a trama larga če-lúk, cfr. če-pes degli Alakalúf. canestri di giunchi a trama fitta per contenervi oggetti vari taju. giunco kar-tai, kar-taju 'per (costruire) il taju'. correggia di pelle di guanaco per legare oggetti diversi moin, a nord anche konč-er. corda sap. fuoco grande javen. fuoco χáuχe, χáuke, χauχ e anche šaukón a nord (Bo), quindi la radice sarebbe auk, auχ. focolare χauxen-k-jén. accendere il fuoco χáuχ-am, χauχ am-χen, am-χen, k-am-χen, kar-am-χen. legna χáuke, káuke, χáuχe. legna piccola kauk-ani Bo. pietra focaia χauχe-jár. scintilla xarke, χauχe-ká. esca wo. fungo (Bovista) da cui si ricava l'esca wo-ßet. fiammifero koliót χáuχe 'dei Bianchi fuoco'. carbone, tizzone kaar. cenere aple, aplχ. nodo tapr. filo joχ, juχ 'tendine'. filare joχ-kom-jén. punteruolo usato per cucire moo. cucire olión, ulión. scopa kar-kar-jén per cose (sporcizie) gettar via'. catena seté. martello kar-šáχ ' percuote, per percuotere'. coltello pe-i 'che taglia', orig. 'coltello di selce', pei-ék, kwalošk; peiék sa-i-nt, Kokóš 'il coltello da-llo, Kokóš' D. Borgatello dà anche čam-en (o čam, čam-no) 'conchiglia di Mytilus', che vidi anch'io usare come coltello. Per usare la conchiglia di Mytilus a questo scopo gl'Indi ne affilano il margine su d'una pietra piana e ruvida. D'ordinario però essa è usata come cucchiaio per assumere cibi liquidi, perciò il vocabolo čam è di preferenza usato per indicare 'cucchiaio'. temperino pika forse da * pei-ká 'coltellino'. rasoio aščeχ-pán 'i peli porta via'. forbici kaš-kewen, kaš-kóiten 'per tagliare peli'; kewen, kóiten 'tagliare peli o capelli'. accetta očer, cfr. očere 'duro'. cosa aimnón, kar, kau; kau tepel-sué 'cosa piccola'; aimnón kar-ni ma 'cose molte (hai) tu'. sapone oliočen, da očen, k-očen 'lavare', e oli, uli 'vestito', oppure da olič 'bello'. bastone aškočén (aš-ko-čén, cfr. aš 'per', čen 'camminare'), art 'palo, ramo'. CIBI E BEVANDE. pane pešek (dall'inglese), koruriek a nord, koriujek a sud (dall'aus ko-riujek). galletta pešken, pešek (dall'inglese). carne jeper, jepr, iper, ipr. brodo k-ol. zucchero šok. dolci g-mačen, mačen. fagiuoli apen-atu-vén 'come il rene del coruro'. piatto teuk 'scapola'. cucchiaio čam 'conchiglia di Mitylus', kar-ávien. forchetta tenedór (dallo spagnuolo). cuocere kar-ệm-toχen, kar-m-toχen. già cotto lau karệmtoχen. cotto, maturo toχen. non cotto, crudo karệmtoχ-són, ča nen (anche 'acerbo') assaporare óšeten. dolce gmačen. amaro, acido, piccante, forte čalχ fame karai. aver fame karai-en. mangiare ten, kar-tén, χa-ten. rosicchiare kančen. sigaro šapen, cfr. sapen 'tizzone' e sapen-konémk 'fumare' degli Aus. pipa anmens; k-šuχ anmens 'porta(mi) la pipa'. fumare kar-anmen, cfr. am (o forse anm) 'accendere', χauχ-ám 'il fuoco accendi'. vino war 'sangue', čoun otten 'acqua rossa'. liquore wenčikel (Bo), cfr. wančikai 'bebida embriagante' dei Tsoneca (Beauvoir). bottiglia ewr 'vetro', šetel. bottiglietta šetel-ká. aver, sete čolčen. bere četen anche 'poppare'. grasso ol, ool. bicchiere, tazza awen 'conchiglia d'una Voluta' usata come bicchiere. ARMI, CACCIA E PESCA. arco ār, χ-ār. estremità dell'arco or-koχér, cfr. Or 'punta, dente'. punta grossa or-tou. punta sottile or-tél. corda dell'arco χār-júχ. freccia jan, jān, el ed anche jar Bo. punta della freccia or-koχér, jan, jan-ewr 'della freccia vetro'. cartuccia, proiettile da fucile koliót jan 'dei bianchi freccia', jan-e-ščéχ. mirare komčen. bersaglio páuten. colpire nel segno ke-jen, kan 'uccidere', matten 'uccidere'. frecciata matt-jan, jan-t-matten. frecciare jan-ke-jen, v-jen boleadora toker 'pietra sferica' comune nella Terra del Fuoco. fionda singá. lanciar pietre jar ke-jen. lanciare v-je-jen, cfr. v-jen 'frecciare'. buona sorte della caccia klevel. cattiva sorte kamke. laccio kar-k-avr, cfr. avr-en, k-avr-en 'afferrare', kai, tei, jark-juχ quando è fatto con tendine di guanaco. nodo tapr. torcia kelχ. È una grossa e lunga fiaccola fatta con ramoscelli resinosi di Pernethia legati a cilindro e usata nella caccia notturna degli - uccelli che stanno appollaiati a terra. Al bagliore della fiaccola gli uccelli restano incantati e immobili ed è facile ucciderli a bastonate. osso per lavorare la punta kušnei, ko 'osso'. asta della freccia jan-art 'della freccia bastone'. penne della freccia jan-šetr, šetr. faretra el. fucile el. bacchetta per pulire il fucile el-kaš em, cfr kaš 'entro, in'. pozze d'acqua marina, che restano sul fondo del mare in bassa marea pajenkei, cfr. pajek 'mare' degli Aus, e anche pajaka 'spiaggia, marea bassa' degl'Yagan. Quando vi è bassa marea il mare si ritira di alcuni chilometri dalla spiaggia nei luoghi dove il fondo del mare ha un declivio dolcissimo, come avviene sulla costa orientale dell'isola dellaTerra dei Fuoco. Allora sul fondo abbandonato dal mare restano delle pozze d'acqua, dette pajenkei, nelle quali le donne Ona vanno a pescare coll'arpone. pescare óiχen, ojenen, tápi-šen 'pesci prendere'. arpone (punta) čopen, čoχen, čoken. arpone (manico) leul, leulχ. rete fatta con tendini čoχen e a nord Bo čen, šen, ševeur. Sembra che čoχen significhi in modo generale 'strumento per pescare'. barca Bo ponet, jeni, an, cfr. Anen degl'Yagan. remo Bo wai-kél, mai-kél, cfr. uai-aik degli Alakalúf (Hyades). Gli Ona non usano né barca né remo, tuttavia hanno dei nomi per indicare tali oggetti, che videro usati dagl'Indi limitrofi. GIUOCHI. palla ašket, toker, atu, amitér, ámiter. prendere la palla atu awren, atu k-m-awren. giuocare alla palla atu terén Il giuoco alla palla è il preferito dai ragazzi Ona. Molte volte usano una vescica di animale (guanaco, cavallo, bue, pecora) gonfiata col fiato: allora la chiamano aš-ket, cfr. ašše 'vescica'. Quando hanno una palla ben sferica, come le palle di gomma che ricevono dai koliót, la chiamano toker dal nome che gl'Indi danno a delle pietre perfettamente sferiche, che si trovano in una formazione geologica terziaria assai diffusa nella Terra del Fuoco. Le pietre sferiche contengono quasi sempre un fossile nel loro centro. Danno il nome di atu 'testicolo', cfr. č-ato 'palla' degli Aus, quando è fatta con erba secca legata molto strettamente. I ragazzi giuocano disponendosi in circolo e lanciandosi la palla e ricacciandola ad altri. Non mancano di lanciarsi le palle di neve χoš ámiter; dicono ridendo: igwa koš χoš ámiter 'ci colpiscono di neve le palle', cioè 'ci colpiamo con palle di neve'. ruota-bersaglio tau. bersaglio páuten. mirare komčen, matten. Il tau è un cilindro d'erba secca curvato a cerchio di dimensioni varie e fatto ruzzolare, come se fosse una ruota, lungo il pendio d'una china. I ragazzi s'esercitano a colpirla mentre è in moto. È un esercizio di tiro a un bersaglio mobile. Anche gli esercizi di tiro a un bersaglio fisso formano uno dei divertimenti preferiti dai ragazzi. Qualsiasi oggetto fa da bersaglio. freccia-lampo jan-e-ščéχ. È una freccia colla punta infuocata, che è lanciata di notte per divertimento e per contentezza a guisa di razzo. Gl'Indi chiamano jan-e-ščéχ anche il proiettile di fucile. Cfr. kščeχ, ščeχ 'lampo'. Ciò fanno non solo i ragazzi, ma anche gli uomini, i quali accompagnano questo giuoco con esclamazioni di gioia. capannuccia kawi-ani. Altro divertimento dei ragazzi è quello di costruire delle capanne 'kawi-ani', secondo l'uso della tribù. altalena elá, w-ela, kaš-wel-ken, kaš-ul-ken '(oggetto che serve) per dondolare'. dondolare, andar sull'altalena wel-ken, ul-ken ma-wel-ken (tu dondoli?), elá. L'altalena è un divertimento molto gradito ai ragazzi, i quali la improvvisano nei modi più impensati. Spesso intrecciano fra loro due rami grossi laterali di due alberi vicini. Altre volte l'altalena è fatta con cuoio di guanaco; ora usano anche cuoio di bue o anche frammenti di tessuti uniti fra loro con un nodo. I ragazzi poi sono felicissimi se possono avere una solida corda. correre oken. Gli Ona amano sfidarsi alla corsa. Per correre abbandonano la pelle di guanaco che li copre, e credono d'essere più veloci se si legano un mazzetto di penne d'uccello al braccio sinistro. ballare kloχen, viex-kloχen. Durante e dopo il periodo del kloketen, e anche nei giorni di riposo di altre epoche dell'anno, gli Ona sogliono riunirsi per eseguire delle danze o meglio dei passi ritmici accompagnati da un canto. I danzatori si pongono in fila indiana e ciascuno appoggia le mani sulle spalle del precedente: il primo va roteando le braccia libere, segnando il ritmo del canto e del ballo e la direzione dei movimenti. Infatti tutta la fila fa alternativamente passi a destra e a sinistra e tutti dondolano contemporaneamente il corpo a destra e a sinistra. Dopo una decina di questi movimenti v'è una breve pausa e poi riprendono gli stessi movimenti. La nenia che accompagna il ballo è più o meno su questa melodia: Assistono al ballo uomini, donne e bambini seduti tutt'all'intorno i Danzatori e spettatori sono molto seri come se il ballo fosse un atto religioso. Terminato il ballo degli uomini, che dura molto a lungo, i bambini si pongono ad imitarlo. NOMI PROPRI DI LOCALITÀ. Or-káuke cfr. χáuχe, káuke 'legna', lett. 'dente o monte dove vi è della legna'. Tulvén 'Sannete' monte a sin. dell'immissario del Lago Fagnano. Nokék 'Sinai'. Áusel, Áuksel (quindi Áu-sel) 'Monte di Minkiól. Kasem 'Cerro Negro'. I precedenti sono cinque monti presso il Lago Fagnano. Kami (a sud), coun aχen, čoun-k-aken (a nord) 'Lago Fagnano'. Táusen 'Rio Fuego'. Naχmesk 'Capo S. Inés'. Oiχe 'Capo Peñas'. Jasket 'Capo Maria'. AGGETTIVI. acuto čater, or-čater, cfr. or 'dente'; far la punta or-čar-χen. adirato šepen. affettuoso (cariñoso) asχtulpe. alto enk-e-ká, cfr. enk 'sopra' amaro, acido, piccante čalχ 'doloroso'. ammalato kwaki-tán, kwaki-čín, kwa-julχ, oton; šen oton 'orecchio ammalato'. avaro, egoista, mangione četer. bagnato ópelke. bianco šamelk, sol, k-sol; k'sol bianchissimo'; χamnín šamelk 'sandalo bianco', cioè fatto con pelle del ventre del guanaco che porta pelo bianco. biondo al-e-tol 'capelli gialli', ka til. Così era chiamato un inglese (Mac Lenan) per i capelli biondi.'bollente, molto caldo kar potχen toχ, čeχ. brutto jep, jep-en, jep-són, ip, ip-en, ip-er, ip-seré, jep-son-són 'non brutto', bello', katá-iper 'fegato brutto', nome d'una donna. buono olčen, olič, oličen, tul-olčen, 'cuore buono', annen, ómiken 'molto buono', ašiukamka. bugiardo šet, lek; šet pẹmot '(è) un bugiardo quello là'. capriccioso čejuvken; si dice anche d'un animale selvatico. cattivo aimér, aimeré. caldo potxen 'far caldo, esser caldo, sudare'. calvo ošl-axen 'fronte grande', al-ar-χen, al-e-kóm 'i capelli mancano'. contento, allegro omelié, čáuken, tul-katχen 'cuor contento'. corto tẹš, tẹšn; ko-tẹš 'osso (della gamba) corto, gamba corta, zoppo'. cotto toχen, kar-ệm-toχen, da * kar-m-toχen. crudo, immaturo čanen. curvo kečer. diritto kesté, ọšket. docile, mansueto ómiken 'buono'. dolce mačen, g-mačen. duro óč-eče, unker, cfr. unker 'pesante'; cfr. oč-er 'accetta', oč-ere 'becco d'uccello'. elastico, pieghevole oč-eké. enfiato k-senén. felice tuliorve. fermo soore. fortunato, che ha buona sorte klevelé gelato čarχen; čoun čarχen 'acqua freddissima, gelata'. geloso nor. generoso ékarnén, ombe. ghiottone, avido četeré, karte-i. gobbo atχil, k-atχil. grande aχen, aken, aχel, ič, čo, to, tou, toun, cfr. tó-iten, čo-wen 'crescere, ingrandire'; a sud si usa a-χen anche col senso di 'forte': šenu-χ-aχen 'vento forte'. grasso otem, utem, ki-otem. grosso čo, čo-u, čo-wen, ki-otem, iš-aχel, unkr; ma-ni čai išaχel 'tu (hai) le labbra grosse', amen unkr 'collo grosso'. ignorante kar-aiker-són. immaturo čalken. inaccessibile šečlen. inetto nel comandare šio. inutile konón. liscio arken. luminoso, chiaro enkiér. lungo, alto koi-n, koi-en, cfr. koin 'monte'; art-a-koi-en 'bastone lungo', šen koin 'orecchie lunghe, asino'. magro čevel, ajek; koš ajek 'faccia magra'. maturo toχen 'cotto'. molto poker, kar, kaar, k'ar 'moltissimi'. muto kasitelé. nubile owen; alau owen na aimeré 'solamente le donne nubili (sono) cattive'. nudo untaper (a nord), tapr, kwe-ve, kwe-ren, kwe-pen, čow-jén 'esser nudo', cfr. Čow 'corpo umano'. nuovo makka; uil makka 'vestito nuovo'. peloso atščeχten. pesante unker, ajén, che significa anche 'fil di ferro'; ajen-són 'non pesante, agile'. piccolo, poco oter, tepel-uete (a nord), tepel-ué, tepel-sué, tepe-sué, a nord anche Bo ka, koi, tešn, tešn, čon 'piccolo uomo' Bo.pieno (sazio di cibo) šion, šoon, cfr. šion-en 'riempire'. pigro, debole, fiacco alioč, anχen. poltrone, che non vuol lavorare tul-aken. povero kar-ve-sowen (a nord) t-ai-són, vervaχe, man-són, kar-man-són. profondo vank; k-ašen vank 'fontana profonda'. pulito aán, an-er, oč-són. puro alú; čoun alú 'acqua pura'. ricco kaverenten (spec. a nord), kar tón, man, kar-mán 'molto possedere', k'ar-mán 'ricchissimo'. rognoso warpen. rotondo, sferico kónketen, m-kónke-ten (a nord), ámiter, cfr. ámiter palla; igwa koš χoš ámiter colpiscono le palle di neve'. rotto t'ol, čar, namp; namp-són 'non rotto', kač namp-són 'alcuno non rotto, nessuno rotto'. sano paχen, k-paχen, k-pan; lau k-paχen 'già (è) guarito'. sazio taš, kesaket. sereno olpen. serio, burbero vin-són 'ridere non'. solo mien, war, ta-wár 'egli solo' (?), alau; Kokóš alau onni-pén 'Kokóš solo sta seduto in casa'. sordo v-ioi-sowen, joi-sowen a nord, joi-són 'non ode', óstelen, ánnien. sottile χepen, tel, telé; eš-tél 'gamba sottile', nome dato a un inglese, certo Reynolds. sporco paar, paarn, parnen, parn 'nero', áiχper; parnen-uli 'vestito sporco'; igwa-ni kat áiχper 'noi (abbiamo) la pancia sporca'. stanco mew, oč; mar-mew, mar-oč 'braccio stanco'. stretto aster, astr. storpio éutie, alkavršen storto ek-čeré, konken. stupido čéiken, čéjuken, jeten, al-váiten 'testa perdere, al-kom 'testa mancare', otmečen, tollák, kar-čejón. tenero katen, katn. tranquillo klajeu-pén. triste, mesto šow, šiow. uguale wa-nuén, cfr. nuén, ven 'come'. vecchio (oggetto) kor; lau kor ni uli 'già è vecchio (sdrucito) il vestito'. vecchio (di uomini e cose) ačke. vero sow-ár, cfr. so, sou 'verità'. vestito uli-mán 'vestito posssedere'. vigoroso, attivo soren, k-soren 'aver forza'; ja-t k-soren 'io ho molta forza, sono vigoroso'. vuoto nimsót, alaupe-já, laweveja. zoppo emba. ALCUNI VERBI. A abbaiare visne vaken 'il cane grida, urla'. abbandonare áiten, v. perdere. abbandonare il lavoro ojemmen. abbracciarsi viek-šen, cfr. šen 'prendere, afferrare'. abbassare, discendere (una cosa) ne meš a nord, warp-en; warp-kó 'abbassa, discendi' (imper.); kojuk warpen 'discendere dal monte in direzione dell'occidente'. abitare kooten-xó. accendere il fuoco χauχ-ám, χauχ-am χen, am-χen, k-am-χen, kar-am-χen; karamχe-ón χáuχe 'accendi il fuoco'; kamχ-si-ai 'stai accendendo certamente la candela' (ci si vede ancora) = non accendere la candela'. accarezzare katχen. accarezzarsi viek-očen. accompagnare le preghiere del sacerdote koms-el, koms-k-el. accompagnare k-áinen, vai-čén, cfr.'vai 'con', čen 'andare'. adirarsi, essere stizzito šepen. adornare koten, v. collana. adornarsi kóiten. affannarsi, affrettarsi kwelχen. afferrare una persona per il braccio i-avr-s 'il mio braccio afferra'. afferrare, portare a mano avr-s-čén 'andare portando col braccio'; Alekot-ten šen avr-s-čen 'Alekotten il secchio porta'. afferrare, prendere avr-en (cfr. avr 'braccio'), k-avren, k-aver, vari-k-au, šes-ken; šen avr 'il secchio prendi, afferra', k-avren ni men 'prendi le immagini'; igwa-mer visite oš kaver χanke 'noi del cane la coda prendemmo ieri sera'. affondarsi, discendere in un vano χoχen. affondarsi nel fango katen-kaš-p-χéń. affilare šemken, šemχen; šemken-si pei 'affilano i coltelli'. agire con prudenza káiken-kláu=kái-ken-klajeu 'vedere adagio, con cautela'. aguzzare, far la punta or-čar-χen, orčar-m-χen; Kokóš, orčarmχen lapis 'Kokóš, fa la punta al lapis'. aiutare vai-ajen; igwa ma vai-ajen 'noi ti aiutiamo'; però può analizzarsi igwa ma-vai ajen 'noi te-co vogliamo'. allattare mi-čet-s a nord, m-čet-s da m-čet-en. allentare mačken a nord. altercare viv-eken, cfr. eken 'fare'. alzarsi ainé-n, k-ainén; korke ainé ma 'per primo alzati tu'. amare, ajen, χ-ajen, vieχ-ajen, viv-ajen 'amarsi vicendevolmente'; igwa-ni m-χajen 'noi ti amiamo'. ammalarsi kaki-čéc (forse * kwaki-čéč). ammucchiare, riunire ásiter, k-ásiter. andare če-n, en-en, vonne-n, vivaš-čén 'insieme andare', jux-en; kiskr juχ-i-áš ma? 'fin dove andrai tu?' andare a caccia del guanaco oj-pén, oje-pén, oje-pe-nés. andar a cavallo oke-kóin-en 'correre (stando sul) dorso', cfr. oken 'correre', koin 'dorso', k-morien e-pén 'al cavallo sopra-sedere' oppure k-mori en-e pen 'sopra al cavallo sedere', cioè è dubbio se la particella e sia un pre-verbo o una posposizione. andare a diporto rie-n; kis rie-s-ti ma? 'dove andasti tu?' andar a piedi alién čen; konés pẹmẹr alién čen? 'chi (è) colui (che) cammina a piedi?' andare in casa χen onik o semplicemente onik (onik 'dentro'). andare per primo kork čen 'primo andare' andare per ultimo owen čen 'ultimo andare'. andar verso ovest kejuχ-en, kojuχ-en. andiamo kainé, venné-i-ske. appassire kooten. aprire aš-ten, aš-ken, aš-jen; ašjen kau 'aprire la casa, aprire la porta', cfr. aš 'dentro, in'. arrampicarsi, montare sugli alberi winci oš-čen. arrabbiarsi tul-čarχcen, cfr. tul 'cuore'. arrivare, giungere χe-n, χia-n. asciugare ap-em, k-ap-em, ma-ap-em; kar-ma-ap 'per asciugare, carta asciugante'; m-ap-s 'ti asciughi'. aspettare pe-n, oš-pén, k-čar-pén, or-pe-an, kore-pén, kore-ken; pe-i-ón 'siedi, aspetta'; igwa-ni ainék ošpen 'noi il padre aspettiamo'; igwa or-pe-an naim 'noi aspettiamo qui'; kore-pe-š-iá 'io aspetto'. assaggiare smečen, m-xa. assaporare kar-e-smečen. ascoltare koš, ječen, kar jón 'molto (ben) udire', čan-vo-jón, cfr. čan 'linguaggio', jon 'udire'. assottigliare la freccia jan karri. avanzare ačepén. avere, possedere ai, ai-n, pen; soke or ai Tulvén 'due denti ha Tulvén; maχes or ai-n iá 'tutti i denti ho io' (forse ai-ni-iá); ia-ni oš ai-són 'io la coda non ho'; tamerén igwa iper pen 'anche noi carne abbiamo'. aver buona fortuna tuliorven. aver dolore šin, čalχen. aver fame karrai-en, cfr. karrai 'fame'; karai paul Ikels 'ha fame per certo Ikels'. aver sete čolčen; ia-ni čolčen, čoun ajen 'io ho sete, acqua desidero'. aver sonno másenken, mésenken (a nord). avvolgere ečer-én da ečer, k-ečer 'storto, curvo; čen ečeré, ktate on 'la mano avvolgi, scotta questa (cosa). B baciare ašet, k-ašet, viv-ašet, viek-otén 'baciarsi vicendevolmente'. bagnare opelχen. ballare kloχen, viex-kloχen. bastonarsi vierχen. battezzare ko-čoun-k-ién, koliot-en 'rendere koliót'. beccare tamk-s. bollire vere, mopel, čen-mi čoun 'cammina, scappa fuori l'acqua' ed anche čen-mi čoun ko. brinare ječ-en. bruciare namp-s, womken, tat-en, k-taten, oti! womken kau 'oh! brucia la casa'; wati! k-tat visne 'oh! si brucia il cane'; ia-ni m-tat enen 'io te bruciare vado (voglio)'. bruciarsi la gola (con il cibo troppo caldo) oč-erém, cfr. oč-er, oč-ti 'trangugiare'. burlare áimχen, šaken, viek-šaken, kaiteplaán. C cadere kou-jén, kwan, kan, ke-kán; o! koujén Kwetát 'oh! è caduto Kwetát'; jas! kwan iá 'oh! cado io'; ke-kán čálue 'cade la pioggia, piove'. camminare čen, čen-én (čen-enen), enen, oken (anche 'correre'). camminare adagio eunín. camminare con una sola gamba erken. camminare in fila vivaš-čén. camminare sull'acqua čoun-oχ-čen. cancellare assú. cantare je-vín, cfr. vin 'ridere', Bo jelmin. caricare vioren, ekar-moin 'caricare sulle spalle', a nord anche ekar. castigare karesak-en, kān, viek-kān, áska-kén; non castigare ta-són. cercare vi-anen vi-áinen, v-áinen, k-váinen, kar-váinen, k-vaim-ksoren, jene-n, ve-iei; káine ter-š-jene-s? 'andiamo il ter (Cyttaria darwinii) davvero a cercare?' (š=si); kaine eu-sá jene-s? 'andiamo i funghi (Polyporus) a cercare?'; apén kvainen 'cercare coruros (Ctenomys)'. cercare, andare a prendere legna per accendere il fuoco kar-amχen; karamχe-ón mai χáuke 'andate voi a cercare legna': la stessa frase significa anche 'accendete il fuoco'. chiamare wen, je-wén. chiamare, cercare uno owen; m-owen ainék 'ti chiama (ti cerca) il padre'. chiamare, dire jer; ačke k-je-st Kokóš igwa, Tulvén χauk-áš pen 'vecchie chiamò Kokóš noi, del monte Tulvén sulla legna sedute'. chiudere la porta oχ-en, oχ-ner; kau oχen 'chiudere l'uscio della capanna, della casa'. collocare, porre venχen. comandare monen, viek-monen, tul čal-en 'usare il cuore e la lingua'. combattere, lottare viek-ejen. colpire koš; m-koš iá χoš-ék 'ti colpisco io colla neve'. cominciare avrenká. compatire maχen. comprare šejen, kar-šejen, kar-šejer; ia-t šejen 'io lo compro'; ia-ni ma-vai en (en-en) krenkais kar-šejen 'io te-co andrò stasera a comprare, a far spesa'. comprendere ko-jo-i, ko-jón, cfr. jo-n, jo-i 'udire'; ko-jo-i-són 'non comprendere'. comprendere il linguaggio dell'interlocutore (comprendersi) viek-jón-t. congiungere maχes atten 'il tutto legare, unire'. contare koinčen, koinχen, a nord anche jevién. contendere, rissare viv-eken, cfr. eken 'fare'. conoscere áiker, cfr. áiken 'vedere, guardare, osservare'. conchiudere kievlan. confrontare wanven-χen, cfr. wan-vén 'uguale'. coprire χ-aχen, k-aχen (anche 'seppellire'). coprire con terra virv-aχen. correre oken, viek-oken, viek-oker. Forse l'ultimo vocabolo significa 'corsa'. correre in fretta toluv-kén 'il pulsare del cuore, del polso', che s'affretta durante la corsa, cfr. toul, tul 'cuore'. coricarsi χei; ia-ni χei ečen 'io desidero coricarmi', forse la forma infinitiva è χe-n. covare askalpé-n, mkoχen. creare emiél. credere čowár. crepare, screpolarsi kaš-t-jér 'dentro parlare' per il rumore che sempre accompagna le screpolature. crescere, ingrandire čow-en, cfr. čo, čou 'grande'. cucire uli-ón; uli-ojen. curare (al modo dei χon) k-sóimχén; naum ksóimχén olčen 'là (i χon) curano bene'. D dare pan, kar-pán, je-n, je-jé-n, je-je-kén, k-jen, kar-k-jén, kar-káimχen; jejeké 'dà'; kar-pa-són 'non dare, essere avaro'. dare, distribuire sain. dare calci k-alié-n, cfr. alié 'piede', viek-ošen 'darsi calci a vicenda'. deglutire oč-er, oč-ti. deporre giù, in basso wank-pén, ams-pén. deporre le uova koχ-en; čačen el koχ són 'l'uccello le uova non depone'. desiderare mańeten. dimagrire kau-čewel, čéwel-χén. dimenticare svajen, svianen. dire, parlare je-r, jos-en, jose-n. dire la bugia leken jer. dì, riferisci, dite, riferite tel. dire la verità sowár jer, varren josen. discendere varpen, nempsén, neme-sk (a nord). discendere da un monte varpen. discendere da un monte verso occidente kojuk-varpen. disegnare men emiél 'figure fare'. dissanguare war-ján. disse, dissero (nelle parlate dirette) tis: è posposto alla parlata. distaccarsi, togliersi k-nen; lau k-nen or, lau kač k-nen 'già si tolse, si staccò un dente, già un altro si distacca'. dividere, spezzare ask-en; iá ask ečen onná 'io voglio spaccare questo (legno)'. dondolarsi sull'altalena vel, vel-χen, vel-ken, vel-i-kén (a nord), ul-ken, maun-el-kan, cfr. vel-a 'altalena'; ia-ni vel ajen 'io desidero andare sull'altalena'. dormire musten, mesten, g-mesten. drizzarsi i capelli o i peli al-áinen. E entrare χen (anche 'giungere'), oni χén, aš-χén 'dentro giungere'. essere a cavallo, cavalcare e-pén; čon-t epén; 'l'uomo è a cavallo', lett. 'l'uomo gli sopra-siede'. essere adirato šepen. essere afflitto kéulχem, šowen. essere ammalato kwakičín; kwakičín iá 'io sono ammalato'. essere bagnato opelk-em; opelk-s Páttiun 'Páttiun (nome d'una donna) è bagnata'. essere buon amico omikeχen. essere, esistere ai; ai-són 'non essere, non esistere'; ai-són waš 'non c'è la volpe (nella trappola)'. essere fortunato, felice tul-iorven. essere grande tou-χén da tou 'grande'; touχén ni kren 'grande il sole', cioè 'ora le giornate sono lunghe'; all'opposto tepeluén kren piccolo il sole, giornata breve'. essere l'agente d'un'azione t-an, an; konés t-an? i t-an, i an 'chi fu? io fui'. essere miserabile česk-ečen 'di morire desiderare'. essere pesante ajen-jén, cfr. ajen 'trappola, traliccio pesante per schiacciare la volpe, ferro'; Kokóš ni ajenjén 'Kokóš è pesante'. esser stanco wew, e-wew, k-wew, omen (omonimia con omen 'uccidere'),' k-men; jas! ome já, jas! ewew iá 'oh! sono stanco io'. essere steso al suolo χan. F fabbricare kau emiél 'la capanna costruire'. fare kášien, emiél, eken, éke-čén; alau pẹná ékečén mer iá 'solo questo faccio al certo io'. fare bersaglio, mirare páuten. fare rumore kar-šaken; kar-šak-s 'hanno picchiato alla porta'. fare solletico jatten, očel; ma-ni m-o-čel 'tu ti fai solletico'. fasciare, avvolgere eičerén, eččer. fermarsi ai, kek-ai. ferire sinč-en, ver-vač-er, cfr. vač 'fetente, putrido', vač-er 'ferita', váip-χi, forse da váipχ-en. finiscila, basta markéš, kapá, kaupá. finisci presto ševle. fischiare oš-kotten, kotten, kuto, tapels. fissare lo sguardo óter-χen, cfr. oter 'occhio'. fiutare, odorare sven. fotografare men šen, men kačen. fregare káχike, aχérkien. frecciare ié-n, v-ié-n; ié-š-iá 'tiro una freccia io'. fuggire čenén, čen-enen e anche taajen a nord. fumare kar-anmen, cfr. anmens 'pipa'. G gelare ječen. gemere, lamentarsi pawen. gettar via jen, v-jen, ješwén. gettarsi al suolo χe-jen; oč-χe-jen 'il collo gettar giù, inclinare il capo'. girare lol-en, kar-lolen, cfr. or-lól 'estremità, orlo'. giungere χia-n; makón χian Čikiól 'domattina giungerà Čikiól.' giuocare terrén, anken, viek-e-pen 'camminare come un cavallo'. gocciolare tesnen. gonfiare šenén, k-šenén, aank-en, cfr. v-ank 'profondo'. graffiare kóšion, arxen (a nord). gridare va-ken, va-jér. guadagnare orxen, ánken-čen. guadagnare danaro kar-kevoi. guardar sopra kwauken-káiken. guardarsi in faccia vicendevolmente vikóš-áiken (a nord). I imitare, scimiottare menálien. imparare tul-iorv-iá, cfr. tul-iorv-en 'essere felice, fortunato'; forse iá è il pronome di 1a persona. impazzire otémč (forse otemč-en). imprecare š-aken, m-aken. imprestare χawen. imputridire too-ján, toon (a nord), cfr. ton-er 'piaga', wač-en (a sud), cfr. wač 'fetente'. incaricare ikarpaun. incendiare vomken, tat-en. inchiodare mekoks. inciampare, scivolare kanke-čenen, kaitrén 'scivolare'. incomodare alak incontrare, trovare ewén; ia-t ewén ainá 'io l'ho trovato questo'. indicare il cammino waχ-oiné, cfr. waχ 'sentiero, cammino'. inghiottire oč-er, oč-ti, aukaró-ia 'inghiottisco io (?)'. ingannare kuemmet. inginocchiarsi noi-áinen (a nord), koč-en, cfr. koč 'gamba', noč-k-pen. ingiuriarsi viek- šaken, viek- šuaken. Il secondo verbo ha significato più forte. ingrandirsi, allungarsi čow-en, tói-ten tou-χén; tou-χén ni kren 's'è ingrandito il sole (il giorno)'. insegnare čan-upé, ajorí (ajorí-en?); telk-en t-ajorí ajen 'i ragazzi (che) a loro s'insegni desiderano'. insegnar la strada waχ-oiné (waχ-oinén). insultare šuaken. intendere χóiχe, jon, v. anche capire. interrare, seppellire kajen, aχ, aχ-en, k-aχ-en virv-aχ-en. interrogare m-jer, m-jer-nen, m-jer-ne-sk. intrecciare canestri sapen. intorbidare l'acqua čoun očem. introdurre nella borsa ačel (a sud), sor-kaš-karmoin (a nord) 'dentro alla borsa porre'. (introdurre) nel canestro taju-ón, cfr. taju 'canestro', on 'dentro'. invitare énnien; konés pẹmẹr igwa énnie-s? 'chi (è) colui (che) ci invita?'. inverdire dei prati toór-χén, cfr. toór 'verde'. L lacerare kómskeren. lamentarsi pawen. lanciar frecce vién, v-je-je-n (v-je-n, v-je-je-n). lanciar frecce, sparare vivai-čennén. lanciar sassi agli uccelli čači k-ejen. lanciarsi sassi viek-ejen. lavare očén, k-očen, uli-očen, sol-χen, 'imbiancare', cfr. sol 'bianco'; igwa-ni čen solχen 'noi le mani laviamo'. lavorare kar-eken 'molto fare'. leccare aχten, áiχten, ootten, cfr. ajettem degli Aus. legare, stringere atten, k-atten. leggere čovén, k-čoven, saχ-čoun, josen, saχ, saχ-josen, saχ-jér, saχ-čán, kar-saχ-josen, χoten, tko-terén 'col libro scherzare'; čejék josen, ia-t jon ajen 'leggi forte, io la (lettura) udire de