MORTON THOMPSON. NESSUNO RESTA SOLO. raduzione di Anna e Nora Messina IL PROTAGONISTA di questo appassionante romanzo è un giovane medico che lotta per mantenere fede ai suoi ideali nel mondo complesso della medicina moderna. Segnato fin dalla nascita da una vocazione irresistibile, Luca Marsh è una natura di lottatore sdegnoso, alieno da compromessi. In queste pagine vivono medici e chirurghi, non come semidei in bianco, ma come esseri umani, ora geniali ora incompetenti, ora apostoli ora soprattutto uomini d'af- fari. Il lato pratico e il lato morale della professione, l'at- teggiamento del medico nei riguardi dei SUO1 pazienti e le reazioni non meno varie di questi vi sono descritti e analizzati con rara efficacia. "Da quando Cronin scrisse La Cittadella non si è piú avuto un romanzo sui medici che accomunasse tanto ma- gistralmente l'autenticità e il diletto." L'Arena - Verona "J~essuno resta solo è molto piú che uno studio di casi: è una galleria di personaggi tutti descritti splendida- mente. Questo libro è risultato il piú venduto in Italia nei due mesi successivi alla sua prima pubblicazione in librer a- La Gazzetta del Libro - Roma "E meritato il successo di J~ressuno reste solo ? E meritato. Se vi sono pagine fredde, se sovente Luca non 'sente' i sentimenti di coloro che gli sono vicini, non è perché Morton Thompson sia insensibile alla voce del cuore, sia autore freddo, cerebrale: è perché dando altro carattere al personaggio sarebbe venuto a mancare il dramma di Luca, il dramma dell'uomo che si sforza di vivere soltan- to del pensiero." Angelo Colleoni - n Corriere dirieste - Trieste CAPITOLO I TL MEDICO uscí dalla casa e richiuse 1 adagio la porta dietro di sé. Alzò gli occhi, e c'era il solito bambino. « Ciao, Luca » disse a fior di labbra. Il bimbo abbassò umilmente gli oc- chi, aspettò che il medico fosse in cima alla scala della veranda allora si voltò, tese la mano, ii medico gli cedette la sua borsa, e insieme scesero e traversarono il marciapiede fino al calessino Il medico salí al posto di guida. Mentre si sedeva e prendeva in mano le redini, il bimbo tenne la borsa con tutt'e due le ma- ni; poi la sollevò e la posò dolcemente sul fondo della vettura « Grazie, Luca> disse il medico. Ebbe un sorriso distratto e un cenno del capo. Il bimbo levò il viso guardandolo in silen- zio, mentre il medico scrollava le redini. Il calessino partí a un trotto vivace. Il bambino rimase a guardare la vettura che si allontanava. Quando non la vide piú, si mise le gambe al collo, e via di corsa attraverso l'abitato. Giunto a una strada deserta, rallentò di colpo. Si diresse a una casa di legno a metà della via, che aveva ad una delle finestre una targa di smalto, a lettere nere e seve- re: "Dott. Chester Kellogg, Medico Chirurgo". Il bimbo si mise a sedere in cima alla scala della veranda, e aspettò a lungo: quasi due ore. Ogni tanto, l'aria della cittadina di Milletta portava fino a lui un lontano vocío di bambini che facevano il chiasso. Si sentí sbattere un uscio. Un trio di cani scoppiò in furiosi latrati. Il bambino non sentiva nulla. Infine venne il rumore che aspettava, lo scalpiccío degli zoccoli di un cavallo. La vettura comparve nella via, e quando si fermò davanti alla casa il bimbo era già alla testa del cavallo. Tenne la briglia, il medico smontò lentamente, e mentre si raddrizza- va, borsa in mano, il bimbo gli era già al fianco. Stese la mani- na, il medico gli cedé la borsa, e insieme salirono i gradini. Al- 10 SELEZIONE DEL LIBRO la porta il medico allungò la mano per riprendere la borsa, e il bimbo gliela porse, sollevandola. I suoi occhi non lasciavano la faccia del medico. « Grazie, Luca » disse questi.Totò lo sguardo intento del bim- bo e scosse il capo. « Oggi no, Luca » disse con dolcezza. Poi si voltò ed entrò in casa. Il bimbo scese gravemente i gradini, si ritrovo per via, e S1 incamminò verso casa sua. Aveva avuto grandi speranze, ma domani era un altro giorno. Aveva fatto sette visite quest Oggi, era stata una buona giornata. Le grandi giornate erano rare, ma c'erano: allora il dottor Kellogg gli permetteva di entrare, e appena si apriva la porta c'era l'odore, quell'odore meraviglioso: etere e iodio e alcool e acido fenico e pomata, mescolati in un odore unico. E una volta il dottore gli aveva messo una mano sulla spalla e lo aveva condotto davanti alla vetrina bianca nel suo studio, davanti al cristallo lucido, agli strumenti: le for- bici dal taglio dritto e affilato, i coltellini gelidi e sottili, le forme incomprensibili, belle e senza nome. E poi il dottore le aveva indicate una per una: « Questo è un bisturi. » Un bisturi... Un bisturi... « E questo è un tenacolo. » Tenacolo... tenacolo... « E questo è un raschiatore. » Raschiatore... bisturi... tenacolo... Non toccava mai nulla: lo sapevano tutti. Il dottor Kellogg, il dottor Dwyer, il dottor Alexander. E raramente diceva qual- cosa. Che cosa c'era da dire ? Il bimbo aveva una faccina sottile, ovale, la fronte alta, gli occhi neri, un corpo agile e nervoso. Si chiamava Luca Marsh. Era nato nella cittadina di Milletta, negli Stati Uniti, l'anno 1904, da Job Marsh, sellaio, e da Ouida Marsh, figlia di un farmacista. Sarebbe diventato medico: su questo non aveva dubbi, e il resto non gl'importava. Aveva sette anni... Il bimbo cominciò a pensare all'indomani. Decise che per prima cosa sarebbe andato dal dottor Dwyer. Affrettò il passo. Avrebbe dovuto alzarsi di buon mattino. Rincasò di corsa. IL PICCOLO Luca Marsh sapeva molto bene, anche a sette an- ni, mentre faceva i suoi giri di visite, che i suoi genitori non ve- devano di buon occhio né la medicina, né la sua passione per i medici. Job Marsh, il padre di Luca, non vedeva altro al mondo che il mestiere di sellaio. Non era istruito e non se ne doleva. La sua suprema aspirazione nella vita era una bella catena di suc- cursali della sua selleria, e per quest'ambizione era pronto a sa- crificare tutto, a impegnare qualsiasi cosa, e a tradire chiunque. Era un uomo volgare, un incorreggibile donnaiolo: non cattivo d'indole, ma infido. Per Luca, aveva idee semplici e irremovi- bili: avrebbe fatto il sellaio. Poteva anche darsi che ora volesse fare il medico, ma erano fantasie infantili, come quando lui Job, voleva fare il cavallerizzo da circo o il pompiere. La madre di Luca, Ouida, combatteva l'inclinazione del fi- glio per un motivo diverso. Voleva fare di lui un grande artista o un uomo di chiesa, un capo spirituale di uomini. Donna colta e raffinata, aveva sposato Job con la speranza di elevarlo al suo livello. Quando si era accorta che l'impresa era disperata, quan- do aveva capito che sorta di uomo avesse mai sposato, tutto il suo mondo e tutti i suoi sentimenti si erano concentrati su Luca, il loro unico figlio. Riversava su di lui il suo amore, la sua tene- rezza delusa: immaginava per lui un avvenire luminoso, al di sopra di ogni interesse meschino, e ben al di sopra della volgarità di Job. Nel frattempo, quella passione del bimbo per la medicina preoccupava anche lei. Ma aspettava. « Che farai da grande ? » chiedevano qualche volta gli adulti al bambino. E Job, sicuro, rispondeva per lui: « E un po' pre- sto per pensare a quello che farà. Ma io credo che staremo piut- tosto vicini, noi due, vero, figlio mio ? ». E gli metteva un brac- cio sulle spalle. Ma se era presente la madre: « Non lo sa ancora nemmeno lui » diceva sorridendo, e Luca si sforzava pure di sorridere. Ma intanto in cuor suo sapeva, sapeva quello che sarebbe di- ventato, e spesso la sensazione di deludere tutt'e due i suoi ge- nitori, di condurre una vita segreta ch'essi non potevano capire, lo faceva star male. ATTO PIU grandicello - e sempre, come diceva Job, "alla caccia dei dottori" - Luca fu spesso invitato a salire nel calessi- no, per accompagnare i suoi amici nelle loro visite in campagna Durante il tragitto, ascoltava avidamente i loro discorsi sui ma í lati verso i quali andavano trabalzando, sulla medicina in ge- nerale, sullo studio della medicina. « Hai mai visto un favo, Luca? » gli chiese un giorno il dot- tor Alexander, trovandolo in attesa sulla sua veranda. « No? Allora monta su. » Diede una scrollata alle redini e partirono. « Ora ti dirò la differenza tra un foruncolo e un favo. Avanti ! Sai che cos'è un foruncolo? » « Un foruncolo è un ascesso: si forma quando i germi entra- no in una ghiandola sebacea e fanno una sacca sotto la pelle. La sacca si riempie di pus. Bisogna incidere la pelle per farlo uscire. » « Bravo. Molto bene. E ora, che cos'è un favo ? » Luca lo guardò confuso e mortificato. « Un favo è sempre un foruncolo. La differenza è che nel favo la raccolta di pus s'infiltra in varie direzioni come una stella di mare. Capito? » Luca annuí. SELEZIONE DEL LIBRO NES~TNo R~.~'rAn~.n Il dottore indicò una casa lungo la via, davanti a loro. « E lí che andiamo. Devo visitare la massaia, e mentre ci sono darò un'occhiata all'uomo col favo- » Tirò le redini, scese, stese la mano per prendere la borsa. Guardò Luca. « Su, vieni dentro! Vieni con me! » Luca lo fissò a bocca aperta, poi si precipitò giú dal calesse. Il medico gli tese la borsa, e lui l'afferrò, riconoscente. La porta di casa si aprí subito e la donna sulla soglia li ac- colse con un pallido sorriso di benvenuto. « Il mio aiuto » disse il dottor Alexander, cerimoniosamente. Luca lanciò un'occhia- ta ansiosa alla donna, ma quella non rideva. Gli rivolse un sor- riso e un cenno del capo. "Il mio aiuto"! Le parole gli martellavano nelle orecchie. Irrigidito dall'orgoglio, seguí il dottore in cucina. « Dunque » disse questi alla donna. « Sarà meglio andare di sopra, se siete pronta. » La donna si girò docilmente. L'uscio di cucina si aprí ed entrò il fattore. Teneva la testa rigida. « Salve, dottore! » disse, guardandolo di sbieco. « Sono subito da voi » rispose il dottor Alexander. Accennò verso Luca: « Ho condotto con me il mio aiuto ». E salí al pia- no superiore. Il fattore porse una sedia a Luca. « Molto piacere » disse, serio e senza traccia di canzonatura. Un medico si serve di tan- ti strumenti misteriosi: il dottor Alexander doveva avere le sue ragioni per condurre con sé quel ragazzo. Invitò Luca a sedere e il suo tono aveva addirittura una sfumatura di rispetto. Il fattore si versò una tazza di caffè, poi si riprese, mise la tazza davanti a Luca, e ne riempí un'altra per sé. « Ho un fo- runcolo » confidò. « Un gran brutto foruncolo. » « Davvero? » disse Luca prudente. « I foruncoli possono es- sere una cosa molto seria. » « Cosí ho sentito. » Bevvero il caffè in silenzio. Il dottore scese dal piano supe- riore. « Bene, Charley » disse. « Possiamo anche cominciare. » « Come volete, dottore. Come sta mia moglie? » « Guarirà, ma dovremo operare uno di questi giorni. Quella clstl cresce. » Si volto a Luca: « Cisti dell'utero » disse, cortese. « Con molte aderenze, probabilmente. » Lí, in presenza del fattore! « Sissignore » disse Luca. « Ora, Charley, voi vi sedete su una di queste sedie, voltan- domi le spalle. Hai fatto bollire un po' d'acqua, Luca ? » Luca si fece rosso. « No » disse mortificato. « Io... » « Non importa. Passeremo la lama alla fiamma. Ora... la mia borsa. » Luca si precipitò a prenderla e l'aprí sulla tavola. Aveva quasi dimenticato la presenza del fattore: lui e il medico erano tutt'uno, due esseri che parlavano la stessa lingua, in un mondo loro. Il fattore non era altro che tessuto vivo, in attesa di essere medicato. Il dottor Alexander spiegò un tovagliolo pulito e lo mise sulla tavola; vi posò su una lancetta, tirò fuori una lampada a spirito e la montò; dispose pinze, iodio, compresse di garza. « Siamo pronti » disse rivolto al fattore. « Ora lo inciderò: fa- rà un po' di male. » « Peggio di cosí non potrà fare... » disse imperturbato il fat- tore. « Forse sarà meglio refrigerarlo... » Il medico esitò, poi si deci- se. Tirò fuori un grosso tubo con una bocchetta. « Lo refrigero » disse a I uca. « Sissignore » fece Luca fiducioso. Adagio, il medico tolse la fascia che copriva il favo. E Luca vide per la prima volta quello che dovevano operare. La sua sicurezza, l'orgoglio appassionato di sentirsi tutt'uno col me- dico svanirono, lasciandolo lí, un bimbo che fissava spaurito a bocca aperta un brutto bozzolo infiammato grosso quanto una biglia. « E un brutto favo » disse il dottor Alexander. Sollevò il tu- bo di vetro e un getto sottile di minute goccioline coprí il favo di una brina bianca. Posò il tubo. « Accendi la lampada » disse a Luca. Luca si affrettò ad avvicinare un fiammifero allo stoppino. « Prendi la lancetta. Tienila nella fiamma: solo il taglio, da tutt'e due i lati. Ora dammela: reggila per il mezzo, mettimi il manico tra le dita. Cosí, bravo. » Il medico si chinò sul collo dell'uomo. « Ora... ecco... » Incise il gonfiore. Il foruncolo maligno e infiammato, un secondo prima non piú vivo di una biglia, fu improvvisamente inondato di sangue nerastrO. Luca ebbe un urtó di vomito. Era sconvolto dal ri- brezzo. SELEZIONE DEL LIBRO NF.~.~llNr) R~.~TA .~:oT _ « Passami le compresse. » Luca stava lí imbambolato. Il medico voltò la testa. « Le compresse. » Fece un gesto verso le compresse di garza. Luca si fece forza, ne prese una, la mise nelle mani del medico. « Ancora ! Ancora ! Nella mia borsa ! Presto ! » Con un moto convulso, Luca ritrovò l'uso delle gambe. An- dò alla borsa, guardò nella sua bocca buia. La testa cominciò a girargli in un accesso di nausea. La vista gli si annebbiò. « In fondo a sinistra ! » La voce del medico era fredda, impe- riosa, e la mano di Luca andò in fondo a sinistra, e porse al dot- tore alcune compresse di garza. « Quir Tieni fermo! » Il medico prese una delle mani inerti di Luca e la posò sulla garza. Riluttante, Luca levò l'altra ma- no. Aspettò stordito, evitando di guardare. « Va meglio, ora ? » Il dottore girò davanti al paziente. « Non è stato molto doloroso, vero? Per fortuna avevo qui il mio aiu- to » disse allegramente. A quell'appello irresistibile, Luca si rad- drizzò, sforzandosi di guardare il collo dell'uomo. « Molto be- ne » Il dottore era di nuovo accanto a lui. « Dammi i tubi di drenaggio: in quel flacone lí... e le pinze. » Situò un tubo: il fattore cacciò un piccolo gemito. « Quasi finito » disse il dot- tore meccanicamente. Fasciò il collo. « Ecco fatto. » Lancetta, pinze, flaconi e fiale sparvero nella borsa. Il fattore si alzò. Teneva ancora il collo torto. « Va molto meglio » disse. « Tornerò fra qualche giorno e cambierò la fasciatura. » Il medico richiuse con uno scatto la borsa e la dette a Luca. « Una tazza di caffè ? Una fetta di torta per il vostro aiuto ? » « No » sorrise il medico. « Dobbiamo andare. Serbategli un po' di torta per la volta prossima. » Mentre lasciavano la casa, Luca intravide la propria faccia nello sE3ecchio dell'ingresso e osservò costernato ch'era molto pallida. « Non è stato cosí brutto, vero ? » disse il medico nel calessino. Luca non rispose. Intorno a loro si stendevano i campi, un mondo prosaico, privo di significato. Tutto ciò che importava veramente, tutto ciò che aveva un significato, era stato laggiú alla fattoria, nella borsa aperta, negli strumenti che ne uscivano. Luca alzò gli occhi adoranti sul dottor Alexander. « Avrei do- vuto far bollire l'acqua » disse umilmente. « Un'altra volta. » Un'altra volta! Allora ci sarebbe stata un'altra voltal L'esi- stenza di Luca si concentrò su quelle parole. Ci fu un'altra volta. Ci fu un altro favo, un taglio da ricuci- re, una palla di fucile da estrarre, una lacerazione del cuoio capelluto, un dito da amputare. Ci furono mesi e anni di altre volte. E di questo si nutrivano i suoi giorni. Questo era il suo pane, la sua ragione di vivere, il suo unico desiderio e la sua unica aspirazione. Rimase un bimbo solitario. Ma egli non ne aveva quasi co- scienza. A scuola riusciva bene. Qualche volta giocava con i SUO1 coetanei. Era benvoluto e un pochino compatito. I grandi lo giudicvano un bimbo tranquillo, bene educato, ma poco comunicativo . NEL I920, Job Marsh era arrivato a possedere quattro botte- ghe di sellaio. Erano, sí, tutte gravate da grosse ipoteche. Ma ormai era stato deciso che Luca avrebbe continuato gli studi. Padre e madre gli avevano detto che c'era una somma accanto- nata per questo scopo. Job comprò una lucente Winton, e con quella andarono a vi- sitare una quantità d'istituti superiori e di collegi. Job era molto orgoglioso del]a sua automobile. « Sono dei bei giocattoli » usava dire battendo sul cofano. « Ma non ti preoccupi, per tutte queste automobili? » fu l'astuta domanda di un compaesano. « Preoccuparmi, io ? Come si preoccuparono le mucche quan- do fu inventata la margarina. » « Eh già, penso che ci saranno cavalli e finimenti ancora per un pezzo. » « Lo penso anch'io. Per un milioncino d'anni, o giú di lí. » Venne il giorno in cui Luca non poté piú rimandare la cosa: affrontò il padre e gli parlò. Gli disse che la medicina non era stata soltanto un sogno infantile per lui, come voler fare il pom- piere o il cavallerizzo da circo, e che desiderava entrare in un collegio solo perché gli avrebbe permesso piú tardi di iscriversi alla facoltà di medicina. Job discusse, ragionò, ma finí per pronunziare un gelido ulti- matum: « Luca » disse « tu sei nato per il commercio, come me: il re- sto non vale un fico secco. Ma se vuoi fare il medico, fa' pure. Non leverò un dito per impedirtelo. Ma non ti aspettare che io ti aiuti a fare una cosa di cui so che ti pentirai amaramente. Non ti aspettare che io ti mantenga agli studi, perché non lo farò. Punto e basta. » Il giorno dopo, il dottor Alexander si presentò nella bottega del sellaio di Milletta. « Vorrei parlare un poco con voi, signor Marsh, e con la signora » disse a Job senza perdersi in chiac- chiere. « Si tratta di Luca. Ritengo doveroso informarvi che Luca mi ha detto che vuole scappare di casa. >. Job guardò il dottore incredulo, poi cominciò a ridere. « Di- ce cosí, eh? Via, dottore, voi non conoscete bene quel ragazzo. Non sa lui stesso quel che vuole: gli passerà. » « Signor Marsh, il ragazzo è figlio vostro, e voi siete il mi- glior giudice. Ma un commerciante non ha nulla da guada- gnare da uno scandalo: e io sono qui per cercare di evitarve- ne uno. » « E di questo vi sono grato, dottore. Nessuno vuole scandali, certo. Aspettate un momento, e andiamo a parlare con mia moglie. » Quando Ouida aprí la porta, guardò sorpresa prima il ma- rito e poi il visitatore. « Che c'è ? Cos'è successo ? » « Su, non ti preoccupare, Ouida. Il dottore, qui, ritiene op- portuno metterci al corrente di una certa cosa. » E bruscamente la spinse in casa, seguendola. « Si tratta di Luca? » Ouida si portò la mano alla gola. « Qualcosa che lo riguarda? » La sua voce si era arrochita ne- gli ultimi tempi. Tossí, deglutí con uno sforzo. « Non è successo nulla, signora. » Il dottor Alexander si se- dé. « Siamo tre persone adulte e fra noi possiamo fare in modo che non succeda nulla. Luca è sul punto di scappar di casa. » « Scappare! Ma è felice a casa sua... » protestò la madre. « Vuole studiare medicina » disse il dottore. « E se noi non lo lasciamo fare a modo suo » interruppe Job Gon impazienza « scapperà di casa. » Ouida guardò i due uomini, incredula. « Esattamente » disse Job irritato. « E cosí il dottore, ch'è un uomo molto occupato, deve perdere il suo tempo, e io devo per- dere il mio... » « Non è il tempo che conta » disse Alexander. « Conosco Lu- ca da piccolo: e da quando me lo ricordo, ha sempre voIuto fare il medico. Ci sono degli uomini che nascono con la voca- zione della medicina: non mi sorprenderei se Luca fosse uno di questi. » Ouida fece per parlare, ma fu presa da un violento accesso di tosse. Job non le badò. « Non sono quel che si dice un cuore duro, dottore, ma voi conoscete il mondo. Senza denaro non si fa nulla. Buono o cat- tivo che sia, questo è il mondo in cui ci tocca vivere. » « Non sono io il primo a dirlo, signor Marsh, ma lo ripeto: il denaro non è tutto. Credo che Luca farà il medico. E credo che voi fareste cosa saggia ad aiutarlo. Non credo che ci sia altro nella vita, per lui. E non può farlo da solo. » « Se ci tiene tanto, si manterrà agli studi come fanno molti ragazzi. » « Non per la medicina. Oggi, un giovane che vuole studiare medicina senza aiuto non può farcela. Non ne ha il tempo. Ha otto ore di lezioni al giorno. Deve studiare almeno cinque ore. Deve dormirne sette. Se ne impiega una al giorno per i tre pasti, gliene rimangono tre, e queste tre vengono dopo l'orario lavorativo normale. Non gli basterebbero nemmeno per co- minciare a pagarsi le spese. » Il dottor Alexander si chinò in avanti. ~ « Da sempre. » « Questo è il primo ospedale in cui mettete piede? » « Si, professore. » « E una cosa che dà una certa emozione, no? » Luca lo guardò con gli occhi che gli brillavano. Sorrise. < Vi piace davvero, eh? Vi piace studiare? » « Fla mia passione studiare medicina. » « Qu.ale parte della medicina vi attira di piú ? Qualche spe- cializzazione, qualche ramo particolare... la chirurgia del cer- vello, forse ? » « Non lo so ancora, ma non credo. Non un solo ramo. Non mi scmbra la cosa giusta. Si tratta d'altro. E il fàtto di guarire... » « Provate compassione, una compassione innata... » « Sarò sincero » disse Luca. « Non provo una gran compas- sione. » « Ccrto, i malati non si curano con la compassione. » « Vo£,rlio guarire, indubbiamente. Questo è vero. Ma piú che altro, e come quando si vede un quadro appeso storto alla parete, e si prova il bisogno di raddrizzarlo, a tutti i costi... » « ...che sia un'oleografia o un Rembrandt. » « Non ha importanza. E c'è dell'altro. Lo sentivo quando accompagnavo i medici nelle loro visite. Era... interesse. La pa- rola è brutta: non ne trovo una migliore. E qualcosa di piú, qualcosa che devi fare... perché... perché... » « Per la stessa ragione per cui la scimmia si arrampica, il ca- vallo corre, la mucca dà il latte... » « Precisamente! E questo. E per te, sei tu stesso. E tutto il tuo universo, è quello che fai perché... » Guardò i1 professore, a corto di parole. « Perché questa è una cosa che viene di dentro » disse Aa- rons. « Mentre tutto il resto viene di fuori. » « Sí, professore » disse Luca, grato. "Dunque, è COSi" pensava Aarons tra sé. "Uno dei pochi eletti. E con questo, ne ho visti due. Ho quarantaquattro anni, e ne ho visti due in tutto. Quando penso a quello che ho sofferto per diventare medico, e ne ho soltanto un poco, di questo dono ! " Nel silenzio, Luca guardava il professore rispettosamente « Dite che questa è la vostra prima visita a un ospedale? » Aarons si era ripreso. « Andiamo: non vedremo tutto, ma co- munque devo andare al piano superiore. » La vera impressione Luca l'ebbe dal primo sguardo, dal pri- mo corridoio, dalla prima barella a ruote, dai primi càmici bianchi, dalla prima sensazione di un altro ordine, di un altro mondo, di un'altra legge. Dopo, gli altri corridoi, gli altri pa- zienti, gli altri apparecchi non furono che un accumularsi di sensazioni su quella prima, non assimilata. All'ultimo piano non c'erano ricoverati, ma soltanto un lun- go corridoio, tagli;lto ad angolo retto da tln altro corridoio, in forma di T. I ungo la sbarra del T si aprivano le sale operatorie. « E qui che lavorano i meccanici del corpo umano » disse il professore arricciando il naso. « Questa è la parte sfruttata dal cinematografo. » Fece una pausa per lasciare che Luca guar- dasse. « Là dentro si svolge il dramma degli uomini in bianco, che lottano col tempo contro la morte, il lampeggiare dei bi- sturi, il sangue che sgorga. Là dentro i giovincelli armati di temperino e di filo ripetono a memoria le stesse cose, un giorno dopo l'altro. » Luca sorrise per mostrare che apprezzava lo scherzo, ma il sorriso mascherava la sua simpatia per i chirurghi. Era turbato. Avvertiva che nel tempio della medicina esistevano sette di- verse, in rivalità tra loro. Si sentí all'improvviso maturo e con- SC10 di se. « Fino a un secolo fa » disse con aria virtuosa « la. maggiore autorità era quella del medico, mentre il chirurgo non era che un barbiere. » Il professore sorrise. « Giustissimo ! Dove lo avete imparato ? » « L'ho letto in qualche storia della medicina. » « E un pezzo che fate di queste letture? » « Libri di medicina, volete dire? Da quando avevo otto o nove anni. I medici a Milletta me ne prestavano. Leggo tutto quello che mi càpita sottomano. » Il professore si mosse. « Vedrò di trovarvi dei libri. » Giun- sero alla fine del corridoio, dove c'erano due porte, una con la scritta "Laboratorio", l'altra "Patologo". Entrarono in un mondo fantastico di vetro splendente, fog- giato nelle forme piú strane, di strumenti incredibilmente com- plicati, di bilance, di liquidi verdi, rossi, violetti. Luca sgranò tanío d'occhi, e trasse un rapido respiro. « Mucchi di chincaglierie » brontolò Aarons. Si avvicinò a un tavolo, prese un altro bicchiere graduato, diede un'occhiata critica al contenuto, e lo riposò. « Che cos'è quello, professore? » « Quello? » Aarons tornò a voltarsi con indifferenza, prese uno strumento a ganasce, pescò nel bicchiere graduato e tirò su un pezzo di tessuto. « Fegato. Dovrò sezionarlo, presto o tardi. » Luca guardò sbalordito. ]l professore lasciò ricadere il tessuto nel bicchiere. « Se ne taglia una fettina, qui... » andò al microtomo e vi poggiò la mano con un gesto di affettuosa noncuranza. « Lo si refrigera con questo... » e lasciò cadere la mano sulle bombole di anidride carbonica; « ... si monta la sezione refrigerata... » prese una scatola di vetrini da micro- scopio; « ...la si colora... » indicò una fila di flaconi sopra un acquaio; « ...la si mette sotto il microscopio... » « Mai visto un preparato istologico? » Luca scosse il capo. Con destrczza il professore insinuò un vetrino f`ra le branche del tavolo graduato, e quasi in un solo gesto fcce scattare la luce. Un fascio di luce intensa, proiettato dalla sorgente lumi- nosa con la sua superficie nera e screpolata, riuní i due stru- menti. 11 professore armeggiò un momento col dispositivo della messa a fuoco, guardando dentro il microscopio, poi si raddriz- zò bruscamente. « Ecco! Tenete gli occhi aperti, bene aperti. » A principio Luca non vide nulla. E poi a un tratto il campo della visione gli balzò agli occhi, una meraviglia stupefacente di violetto che sfumava in rosso, con linee nettamente marcate, cellule senza possibilità di errore. Rialzò di scatto la testa, fissò il professor Aarons. « Cancro » disse questi brevemente. « Sono cellule renali. Sembrano chiodi, vero? » « Ho visto un cancro. » Luca tremava di felicità. « Ho visto 28 SELEZIONE DEL LIBRO un cancro e un rene umano. L'ho visto! Devo ricordarmelo! » Ma già il professore si avviava all'uscita. I uca lo seguí a malincuore. « Questo è il Gabinetto Analisi. » Entrarono in un vasto ambiente. Due giovani donne, di qualche anno maggiori di Luca, alzarono gli occhi: una seduta al microscopio, l'altra occupata intorno a un apparecchio di distillazione. Anche qui, dovunque guardasse, Luca vedeva un mondo meraviglioso e senza fine di bocce e tubi di vetro, nell'odore pungente di acri sostanze chimiche. « La signorina I)orchester, la signorina Jeannette. » Le due ragazze sorrisero, guardando Luca. « Luca Marsh, allievo del- la Scuola di Avviamento. » « Piacere di conoscervi » mormorò Luca. « Gli sto mostrando le meraviglie della scienza » disse con noncuranza il professore. « Ouali sono i risultati di quell'esa- me del sangue? » « Eosinofilia elevata, velocità di sedimentazione alta » rispo- se la signorina Dorchester. I uca sbatté le palpebre. La sicurezza con cui lei, una donna, parlava al professore nei suoi stessi termini, lo confondeva. La signorina Dorchester aveva dei capelli fini, di un bruno caldo, che si arricciavano in ciocche leggere intorno al visetto triango- lare, facendole gli occhi piú azzurri e addolcendo la bocca lar- ga, dalle labbra piuttosto sottili. Luca la fissava: la signorina arrossí, gli rivolse un sorriso amichevole e tornò al suo micro- scopio. « Stasera, Ruth, vi porterò una bella glicemia, sul tardi » disse allegramente il professore. Ruth Dorchester levò gli occhi costernata. « Oh, no ! » « E la terza in questa settimana! » protestò la signorinaJean- nette. « Perché tardi? Perché vengono sempre tardi? » La signorina Jeannette era di statura media, grassoccia, con capelli neri che le incorniciavano un viso pieno, amabile, non bello. Il professore sospirò. « Mi rincresce, ragazze. » Si voltò per andarsene. « Tanto piacere di avere fatto la vostra conoscenza! » La vo- ce limpida e acuta di Ruth Dorchester raggiunse Luca, che si era avviato col professore. .NESSU.NO RES'r,4 SOLO 29 « Piacere mio! » Luca si girò di botto, confuso. Ma la ragaz- za era di nuovo al suo microscopio e a Luca non rimase altro che tornare a voltarsi e seguire fuori il professore fino al suo studio. « Tornate quando volete » disse Aarons. « Il mio fegato mi reclama. Potete trovare l'uscita da solo? Aspettaíe! Dimentica- vo: volevo prestarvi qualche libro.j Tirò fuori alcuni volumi da uno scaffale pieno zeppo di grossi tomi di medicina. « La patologia v'interessa ? » « Oh, moltissimo. Grazie! .~on faccio che ripetere "grazie", ma... " « Riportatemeli quando avrete finito. » L'uscio si richiuse. Luca era solo nel corridoio. Camminò lentamente, indugiando. Un inserviente veniva rapido e silen- ZiOSO verso di lui, spingendo una barella a ruote, con su una lunga forma coperta. Luca si scansò per lasciarlo passare. La fòrma immobile esalava l'odore dell'etere. C'era una faccia cerea, senza vita, senza sesso, la testa ravvolta in un asciuga- mano. Due infermiere si affrettavano lungo il corridoio con uno svelto ondeggiarc di gonne inamidate. Luca svoltò per tornare a pianterreno. Un aspro clamore di grida si levò dal corridoio in cui aveva visto le infermiere. Si girò di scatto. Un vecchio emaciato, urlante, con le falde della corta camicia che gli svolazzavano dietro, fuggiva lungo il cor- turno uscí si parò a rldolo, inseguito da un inserviente. L'infermiera di dalla nicchia in cui stava seduta al suo scrittoio, e braccia spalancate per fermare l'uomo urlante. « Fermatelo! » gridò a Luca. Luca si piantò a gambe larghe per sostenere l'urto del fuggi- tiVo, che venne a buttarsi su di loro a testa bassa, senza mai smettere le sue urla inumane. Un istante dopo erano a terra tutt'e tre, mentre i libri di Luca rotolavano, e quasi nello stesso punto I inserviente si precipitò a tuffo nel mucchio. L'uomo emaciato si dibatteva selvaggiamente, mezzo nudo, poi a un tratto desisté. L'infermiera e l'inserviente lo ricondussero via per il corridoio. « Che state a far qui? » gridò con irritazione l'infermiera scarmigliata ai vari ricoverati, che si affacciavano a guardare con aperta curiosità dalla soglia delle loro camere. « Tornate dentro, prego. Chiudete le porte! » SELEZIONE DEL LIBRO | NESSUNO RES~A SOLO Quelli si ritirarono a ma- lincuore. Un po' ansante, Lu- ca si chinò a raccattare i suoi libri. Raccolse la cuffia del- I'infermiera e la ripulí alla meglio, guardandosi intorno, senza saper che fare. « Grazie infinite. » I 'infer- miera era tornata rapida e silenziosa. Prese la cuffia e se la rimise subito, come per co- prire una nudità. « Di nulla. » Luca, che spolverava impacciato la co- pertina di uno dei suoi libri, si accorse a un tratto del sangue che gli macchiava il dorso della mano sinistra. Guardò l'infermiera. « Si è tagliato cercando di buttarsi fuori dalla finestra » disse quella, sprezzante. « Non si sa mai quando può prende- re loro l'accesso. Stanno buo- ni come agnelli per giorni di seguito e poi a un tratto... Non è il loro posto qui ! » aggiunse incollerita. « Per questi ci vuole il reparto neurosifilo- patico. » Si lisciò l'uniforme, indignata. « Ora asciughia- mo questo sangue... » e, con un'occhiata ai libri «...dot- tore ». « Non è nulla. » La sua stessa voce gli pareva venire da molto lontano. Si cercò in tasca un fazzoletto. « Ora lo trovo. » Ma già l'infermiera aveva tirato fuori come per incanto una compressa di garza e la ma- no ch'egli le abbandonò fu subito pulita. « Grazie, dottore. » L'infermiera se ne andò e Luca si avviò giú per le scale con gambe malferme. Sifilide! Era l'ultimo stadio, quello quando attaccava il midollo spinale e gli organi centrali dei sistema nervoso, portata dal circolo sanguigno. Ripensò al sangue sul- la sua mano, che cercava una via d'entrata, un graffio, un sem- plice graffietto. "Ma non è contagiosa!" ricordò chiaramente. Ora se ne rammentava. Non è contagiosa in quello stadio « Non conviene montarsi la testa su queste cose » si disse Luca giubilando. Lo disse forte, mentre camminava. Si guar- dò intorno, preoccupato: ma nessuno lo aveva sentito. "Non conviene proprio" ripeté orgogliosamente, in silenzio, stavolta tra sé. Uscí esultante dall'ospedale. "Ora asciughiamo questo sangue... dottore!" Con grande avidità Luca tornò ai suoi libri. ALLA FINE del primo anno Luca tornò a casa, a un mondo privo di significato per lui. Il padre lo mandò a lavorare in bot- tega sperando di destare il suo interesse mettendolo a contatto col cuoio. Ma Luca trovava sgradevole la materia stessa del cuoio, il suo odore, le sue applicazioni: e per quanto si sfor- zasse, riusciva male. A sera, quando gli era possibile, scappava per andare a trovare i suoi vecchi amici, i medici. Il padre ave- va di che scoraggiarsi, ma sperava ancora. Se non fosse riuscito a riportare il ragazzo alla ragione entro il prossimo anno, la colpa sarebbe stata sua. Il ragazzo avrebbe finito col persua- dersene: e allora avrebbe riso di se stesso e della sua infatua- zione per la medicina. Un giorno, Job lo credeva ancora, sa- rebbero stati insieme, lui e il ragazzo. Un altr'anno ancora... Ma anche il secondo anno alla Scuola di Avviamento alla Medicina l uca lo trascorse completamente dedito allo studio. Vicino al mondo incantato dell'ospedale e del laboratorio, vi- veva felice la sua vita solitaria. Divorava libri e riviste mediche Passava quanto piú tempo poteva all'ospedale. Qualche volta uno studente dell'Università lo salutava, scambiandolo per un compagno di corso; qualche volta discorreva con il professor Aarons, quando andava a restituirgli i libri o a prenderne in prestito. Nel frattempo, era tutto concentrato nello studio. Con Alfred era sempre in ottimi rapporti: la loro simpatia era scam- bievole, si trovavano bene insieme. Alfred aspettava paziente- mente il giorno in cui Luca ne avrebbe avuto abbastanza di studiare, e allora lui gli avrebbe mostrato un poco il mondo. Ma quel giorno non arrivò mai. Fu verso la fine del secondo anno che Luca cominciò ad av- vertire una certa freddezza a casa. Fino allora, il padre aveva sempre risposto sollecitamente alle sue lettere entusiaste sugli studi, e qualsiasi somma lui gli chiedesse, vi aggiungeva sempre qualche cosa in piú. Ora invece le lettere di Luca rimanevano senza risposta. Aveva scritto chiedendo il permesso di iscriversi al corso estivo, ma il padre semplicemente ignorò la sua ri- I chiesta. Finalmente, Luca annunziò che sarebbe tornato a casa per la fine dell'anno scolastico. Corse a Milletta, e vi trovò il piú fitto mistero. Come se lui non avesse nemmeno scritto, il padre aveva lasciato la città, senza lasciargli un rigo, per un viaggio d'affari. La casa era vuota: nessuno sapeva nulla di lui né dei suoi progetti. E Luca ebbe la netta sensazione che molti avrebbero gradito conoscerli: infatti il direttore della banca locale lo fermò per chiedergli no- tizie di suo padre con una sostenutezza che lo sorprese. I 'atteggiamento del banchiere non preoccupò eccessivamen- te Luca, avvezzo fin da piccolo alle apprensioni create dai ma- neggi finanziari del padre. Ma il suo silenzio era una cosa ben diversa. Luca aspettò nella casa deserta prima con crescente costernazione, poi con vergogna, infine con ira. E pieno d'ira e di vergogna prese il treno per tornare al collegio. In camera sua, rimase un pezzo seduto a riflettere. Radunò -tutto il suo coraggio, e decise la sua linea d'azione. AFFRONTO l'economo con aria fiduciosa, sorridendo. « Mi tro- vo in un pasticcio » confidò. « Sono andato a casa per vedere il babbo, e quando sono arrivato, lui era stato chiamato fuori per affari. » Si fermò, proseguí coraggiosamente: « Vedete, era- vamo d'accordo che avrei seguito il corso estivo. Mi preparo per Medicina. » « Non abbiamo avuto comunicazioni da vostro padre. » L'e- conomo scosse il capo. « Non vedo quello che potrei fare... Se avessimo una sua lettera, anche soltanto un'indicazione preci- sa della sua volontà... » « Oh! » esclamò Luca. « Oh, un momento! La sua ultima lettera! Lí c'è tutto. Dice che vuole che io segua il corso estivo, e che devo andare a casa, e che lui mi darà l'assegno e che avrò quattro dollari alla settimana per le mie spese personali... » « Quattro dollari ? » « Già, mi tiene a stecchetto, non vuole che abbia troppi soldi in mano. Ma posso farcela benissimo! » . « Se volete fare qualcosa? andate in Patologia a prendermi un asciugamano pulito » dlsse Ann. Luca corse via, l'uscio si richiuse dietro di lui. « Ruth, quel ragazzo aveva fame! Non credo che avesse fatto colazione! » « E denutrito ! » « Domani... » cominciò Ann in fretta, ma l'uscio si riaprí e Luca tornò di corsa. « Non ho potuto trovare un asciugamano! Ho cercato e... » « Oh! Probabilmente è ancora presto. Non saranno ancora venuti. » « Avete tutto il giorno libero oggi? » chiese Ruth. « Niente lezioni ? » « Ho pensato ch'era meglio impratichirmi un po' del mio lavoro. » Luca si riscosse: non aveva tempo da perdere. Andò in fretta all'armadio delle scope, trovò un cencio da spolverare, e cominciò la sua giornata laboriosa. Terminate le pulizie e le lezioni del mattino, andò alla mensa del personale ospedaliero, dove ora, con sua somma gioia, ave- va il diritto di prendere i pasti. La sala della mensa, nello scan- tinato, era un'antica dispensa, quasi tutta occupata da un'uni- ca lunga tavola. Qui venivano i medici di passaggio, con un'aria di cordia- lità democratica. lodando come di dovere il cibo. Qui venivano gl'interni che si appartavano e conversavano tra loro in bassi monosillabi enigmatici. Qui sedevano dignitose le infermiere, che portavano in testa cuffiette orlate di nero, le cui diverse fogge indicavano i vari ospedali in cui si erano diplomate. Qui sedevano i laboratoristi, una sparuta minoranza che mangiava muta e frettolosa; qui pranzavano con grave contegno i medici residenti, i primari delle varie cliniche. Qui venivano le allieve infermiere, le ragazze venute dalla città e dalla campagna, commesse di negozio e studentesse di liceo, irreggimentate, riot- tose, tenute a freno, con la loro giovinezza prorompente dalle cuciture delle uniformi di rigatino bianco e blu, che le distin- guevano dalle loro maggiori sorelle, le infermiere diplomate. La sala era quasi vuota quando Luca entrò. Dopo pochi mi- nuti, un'allieva, una vispa brunetta, linda nella sua uniforme a righe, entrò e gli si sedette a fianco. Sorrise con vivacità. « Bella giornata. » « Sí » disse Luca, timido e solenne. La ragazza si guardò in giro con un'aria di esasperazione scherzosa. « Che musi lunghi, tutti! Cos'è questa, una sala operatoria? » Due interni che mangiavano in silenzio all'altro capo della tavola s'interruppero per darle un'occhiata sdegnosa. La bru- netta sostenne il loro sguardo, per nulla mortificata. « Dove lavorate, voi? » chiese a Luca. « Nel laboratorio » rispose lui a voce bassa. « Oh, un laboratorista! Io mi chiamo Bronson, Dorothy Bronson. » « Molto piacere » mormorò Luca. « Io mi chiamo Luca Marsh. » « E va bene, ora forza e continuate a far colazione. Non vi disturbo piú. Avanti, mangiate. » « Sí » disse Luca, in tono di scusa. Terminò in fretta, si alzò, lasciò la tavola. « Arrivederci » gli gridò dietro la graziosa allieva. Ma Luca era sparito. « Arrivederci » si rispose da sé ad alta voce la ragazza, e proseguí la colazione, indifferente. Quanto a Luca, assisté alle lezioni come in sogno, e tornò di corsa al laboratorio quando già la giornata stava per finire. Rimase male nel vedere che le due giovani donne erano sul punto di andar via. Ruth si fermò per parlargli. « Se vi fa piacere imparare, potremmo insegnarvi a fare gli strisci e le colorazioni. » « E come mi farebbe piacere! » « Bene..Allora... » Si voltò di nuovo per andarsene con Ann. Luca le guardava, deluso. Ruth esitò. « Se volete venire a ce- na con noi... cosí alla buona, intendiamoci... » « Sarei felicissimo! » Luca si precipitò a prendere il cappot- to e se lo infilò di corsa mentre uscivano dal laboratorio. DA QUANDo ERA piccolo, Luca aveva sempre sentito sua madre parlare delle cose che fanno bella la vita. Ma per quanto Oui- da Marsh anelasse alla bellezza, ne aveva un concetto molto vago. Luca sapeva che esistevano i bei libri, ma non ne aveva mai tenuto uno in mano. Considerava l'arte con riverenza, sen- za sapere bene che cosa fosse. L'appartamentino di Ruth Dorchester e Ann Jeannette con- teneva un basso divano e due tavolini di stile '700 inglese, un logoro tappeto Korassan, bei peltri in abbondanza, due ripro- duzioni di Van Gogh, e una mezza dozzina di poesie tracciate su rotoli di pergamena appuntati alle pareti. C'erano anche li- bri: edizioni tedesche e francesi, opere di Humbert Wolfe e Sassoon e Blake e Sterne. Luca provava in quell'ambiente un misto di confusione, di ri- verenza e di sorpresa. Un nuovo elemento si era aggiunto alla sua vita, insegnandogli nuovi valori. Dopo quella prima sera tornò spesso. Assorbiva tutto ciò che le due ragazze gli facevano conoscere, cercava di vedere le cose con i loro occhi. Gli fecero mangiare pesce al cartoccio, gli cantarono Lieder tedeschi e can- zoni italiane tra le meno note. Cosí imparò che le poesie appese alle pareti alla moda giapponese erano chiamate hokku; bevve del vino che non gli piacque e che si sforzò di apprezzare Nel tardo pomeriggio, Ruth e Ann gl'insegnavano le varie tecniche di laboratorio? e di sera lo introducevano in un nuovo mondo di arti minorl. UN GrORNO di quell'estate, la porta del laboratorio si aprí, ed entrò il professor Aarons. Sorrideva. « Che ne direste di preparare qualche vetrino? » « Oh, no! » si lamentarono insieme Ann e Ruth. « Sono pochi soltanto: non ho fatto in tempo ieri. Come va il giovane Marsh? Vi è di qualche aiuto? » « Ecco » disse Ann « fa le colorazioni Gram e le Wright, e qualche velocità di sedimentazione... oh, e le Pappenheim, na- turalmente, e le emoglobine. » « E le glicemie, naturalmente! » sbuffò Aarons. « No, ma, parlando sul serio, tiene il locale pulito? » « Sul serio, fa tutto quel lavoro lí! » protestò Ann. La faccia del professore si rifece seria. « Avete uno dei suoi vetrini sottomano ? » « C'è un espettorato » disse Ann. « Mi piacerebbe vederlo. » Il professore andò subito al mi- croscopio. « Sí, va bene. » "Che ti aspettavi?" si chiese tra sé. "Soltanto... vorrei essere io! Poter ricominciare daccapo!" Si voltò alle due giovani. « Due vere mammine, no ? » Sorrise. « Bisogna che mi ricordi di portarvi i miei calzini e i miei bottoni... » ALLA MENSA, quello stesso giorno, guardandosi intorno in cer- ca di un posto, Luca vide Dorothy Bronson, l'allieva infermiera bruna che gli aveva rivolto la parola tempo addietro. Un po' stupito del proprio coraggio, andò ad occupare una sedia vuota accanto a len « Ma guarda chi si vede! » disse la ragazza allegramente. I ui le sorrise impacciato. « Che cosa c'è di buono, oggi? » « Buono siete voi, oggi. Usciamo insieme, stasera? » Luca arrossí. Poi, mentre la guardava, annaspando in cerca di una risposta spiritosa, il cuore cominciò a battergli forte. La ra- gazza glielo lesse in viso. « Perché no? » fece Luca imbarazzato, cercando di darsi un'aria disinvolta. « Mi porti al cine ? E si fila un po' ? » Luca abbassò le palpebre perché la ragazza non gli leggesse negli occhi: era tutto uno scherzo, naturalmente, lui non ci sa- rebbe cascato, non doveva credere che fosse ingenuo al punto di... « Ma sicuro! » disse con voce roca. « Alla Casa dell'Infermiera » incalzò lei rapida. « Alle sette. » Il viso non tradiva la minima espressione. « Alle sette, bello mio.>~ "Sembra piú sottile in abito da città" pensava Luca quella sera, mentre tutto fiero lasciava con lei la Casa dell'Infermiera. Era molto graziosa. « Sto bene? » Dorothy si girò lentamente. « Sei una bellezza ! » Gli si riattaccò al braccio. « Sai che ti dico? » « Che cosa ? » « Anche tu ! » «Io? Ma...» Lei lo voltò verso di sé senza tante cerimonie, gli si fece piú accosto, alzò le braccia, gli abbassò la testa, gli posò le labbra sulla nuca. Di colpo lo lasciò andare, e si riappese al suo braccio. « Aspetta ! » Luca cercò di fermarla, ma lei continuava a cammunare. Dopo il cinema si avviarono lentamente a piedi, dirigendosi per tacito accordo verso il parco. Davanti alla vetrina di un grande magazzino, Dorothy lo tirò per farlo fermare. « Che bel vestito! » esclamò, con tanto d'occhi. « Chissà se potrò mai permettermi un vestito come quello. Entrare e com- prarne uno e uscire tranquillamente. » « Aspetta di esscre infermiera. Le infermiere guadagnano bene. » La ragazza abbassò gli occhi sulle sue scarpe sformate. Mosse le dita dei piedi per provare se poteva sentire il selciato nel punto dove la suola destra era logora. « Io mi occuperò solo di pazienti privati. Niente altro che pazienti privati. » Luca annuí, con aria saputa. Ripresero a camminare. Le luci dclle vie erano piú fioche: cominciava il parco. I loro passi echeggiavano sul marciapiede. « Pazienti privati, a domicilio, in case ricche, con turni di ventiquattr'ore » continuava Dorothy. « Voglio mangiare in pace, fino a saziarmi, e vestire bene, ed essere pagata. Conva- lescenti... » « Certe infermiere guadagnano molto bene » disse Luca. « Quando ho cominciato non pensavo affatto ai soldi. Vengo dalla campagna. Oh, i contadini! » Dorothy rabbrividí. « A principio non sognavo che andarmene. Ma il giorno che ci hanno dato le nostre uniformi... sai che ti dico ? Allora ho veramente desiderato di diventare un'infermiera. » « Sarai una brava infermiera. » « Ma sono quattro anni! E intanto sei povera, hai i buchi nelle scarpe e mangi male. Cinque dollari al mese ! Tanto prende un'allieva. Tu prova un po' ad essere una ragazza, e giovane, e... e sana... e poi dimmi come si sta con cinque dol- lari al mese. » « Lo so » disse Luca. Giunsero a una collinetta, e si sedet- tero sull'erba. La testa gli girava; circondò le spalle della sua compagna col braccio. « E tardi » disse lei, pensosa. « Mi ammazzeranno. Dovrò rientrare da una finestra. » Ma intanto gli si strinse piú ac- costo . « Un minuto ancora » disse Luca. Il corpo di lei era caldo contro il suo petto. «"Non puoi sognare cose piú belle, del primo amore ch'ebbi da lei." » Parlava con voce bassa, cer- cando di dominarne il tremito incontrollabile. Dorothy levò gli occhi, sor~resa, e lui l'abbracciò piú forte. «" Né esiste un alito di tanto incanto, come il suo fiato nel primo bacio..." » « Ma, Luca, questa è poesia! Mi stai dicendo dei versi, a me, Luca ? » « Sono versi di Humbert Wolfe. Ascolta: "E chi nel sogno incontra le sue mani, come le mani tese di un cieco..." » La voltò verso di sé. Lei lo allacciò con le braccia, gli tenne la bocca sulla bocca. La notte scorreva lenta su di loro. IL GIORNO DOPO Luca giunse alla mensa verso la fine del- l'ora di colazione. La tavola era quasi deserta. C'era Dorothy che si gingillava col dolce, evidentemente aspettandolo. A te- nerle compagnia c'era un'altra giovane allieva, che osservò at- tentamente Luca, mentre questi si sedeva accanto a Dorothy. « E cosí qursto sarebbe lui ? » esclamò chinandosi in avanti. « Oh, zitta, Jenny! Luca, questa è la mia compagna di ca- mera, Jenny Ordway. » Jenny ridacchiò. « Ne ho sentite di belle sul conto vostro! » « Smettila! » soffiò Dorothy imperiosa. Luca alzò gli occhi. Un'infermiera stava prendendo posto davanti a loro. « Accidenti! » esclamò Dorothy a voce sgarbatamente alta. « Ecco quella peste, quella Hedvigsen. » La nuova venuta non diede segno di avere inteso. Era una giovane donna di ventidue anni, di media statura, ma alquanto piú robusta delle due ra- gazze. Aveva i capelli di un biondo chiaro, quasi di lino, gli occhi azzurri, il viso fortemente modellato. « Salute! » Sorrise cordiale. « Che c'è di buono? » Allungò la mano a una zuppiera di stufato e si serví generosamente. Nessuno le rispose. Diede in giro un'occhiata benevola e co- minciò a mangiare. « A che piano lavori, Dorothy ? » chiese amichevolmente. « Terzo » rispose di mala grazia l'allieva. « La caposala è la signorina Vinters. Molto bene. Se tu sei buona con lei, lei è buona con te. » Dorothy si alzò bruscamente. « Devo andare. » « Anch'io » disse Jenny. « Ah, cosí ? Voi non mangiate dolce, ragazze ? Volete serbar la linea, ah? » E l'infermiera rivolse a Luca un sorriso d'intesa. « Siete UII nuovo inserviente? » chiese. « Sono addetto al laboratorio » rispose Luca. « Vieni via, Dorothy » disse Jenny. « A piú tardi, Luca. » E uscirono sostenute. « Brave ragazze » commentò compiaciuta l'infermiera. « Due anni ancora, e prendono il loro diploma. Poi forse sposano un bravo medico. » Si dedicò di nuovo allo stufato. Luca era imbarazzato. nes- suna infermiera si era mai degnata di chiacchierare con lui prima di allora. La giovane continuava a mangiare. Luca prese il cucchiaino e terminò il dolce, poi spinse il piatto e si alzò La signorina Hedvigsen alzò gli occhi. « Arrivederci » disse con amabilità conviviale « Arrivederci .> disse Luca, stupito. « QUELLA Kristina Hedvigsen! » esclamò piú tardi Dorothy. « Quell'oca ! » « Che fa? » chiese Luca. « E la caposala del reparto chirurgico. E là dovrebbe rima- 44 SELEZIONE DEL LIBRO nere. Hai mai visto una piú stupida? Ma stupida sul serio! » « Parla con un certo accento... » «Un certo accento? E svedese di dentro e difuori! Una stupida svedese al cento per cento! La prendono tutti in giro all'ospedale: "Ioh vengoh dal Minnysoda!" » « Che fa di tanto riprovevole? » « Ma, te l'ho detto, Luca, è svedese! E una grossa svedese stupida, e basta! » « E che hai contro gli Svedesi? » « Oh, Luca! Mica sto dicendo tutti gli Svedesi. Conosco degli Svedesi che sono della bravissima gente. Ma quando uno sve- dese è stupido, allora è come un animale, un bove, un montone o che so io! Senza grazia, senza dignità, solo stupido! Tutto l'ospedale si burla di lei! E cosí, l'ora della colazione è stata rovinata, perché lei ci s'è messa di mezzo/ » « Oh via, Dorothy, esageri! » « E tu? Che farai tu per tutto il resto del mese? Andrai in giro con quelle due smorfiose intellettuali del laboratorio. Sicu- ro ! Scommetto che vai a letto con tutt'e due, tu ! Con tutt'e due ! » Luca si tirò indietro. La faccia di Dorothy era impallidita. « Confessalo, su! » « Non sai di che cosa stai parlando! » gridò Luca. Ann e Ruth appartenevano a un altro mondo, un mondo di raffina- tezza e di cultura. Fissava Dorothy incredulo. « Non capisci, ecco » disse con passione. « Devo credere che te ne starai semplicemente in camera tua, con le mani in mano, per i prossimi trenta giorni? » « Che vuoi dire ? » « Voglio dire che da stasera prendo il turno di notte... » la voce le salí in una nota disperata «... per un mese intero! » « No! » Luca la guardò con sincera costernazione. « E tu libero di spassartela con quelle... quelle letterate! » disse Dorothy: ma la costernazione di Luca l'aveva rabbonita. Dopo un momento chiese: « Ti piace Jenny? ». « Jenny ? E chi è Jenny ? » « La mia compagna di camera, Jenny! La ragazza ch'era con me a colazione. » « Ah! Sí, sí, è simpatica... » « Bene, per i prossimi 30 giorni, esci con lei. Capito ? Quando vuoi compagnia, esci con Jenny. » ESSUJVO RES'rA 50LO ORA I GIORNI passavano in un lampo, ed erano giorni di gio- vinezza. Luca non era mai stato giovane prima di allora. Stu- diava in fretta, saltava le lezioni. La sera, quando Dorothy ave- va il turno di notte, c'era Jenny, c'erano altre allieve furtive. Frequentava ancora il salottino di Ruth e Ann. Tutte le sue giornate avevano acquistato un ritmo avido ed eccitante, fra medicina e laboratorio, fra poesia e musica e amore. Erano giorni di spensieratezza, giorni di studio trascu- rato, in cui Luca viveva dimentico dell'ordine a cui si era votato . III questo modo, nello spazio di poche settimane, nuovi pia- ceri, nuovi orizzonti, nuove libertà lo maturarono. Acquistò sicurezza di sé, diventò qualcuno, ebbe una sua personalità. Da ragazzo si fece uomo. CAPITOLO 4 NA sera Luca lasciò il laboratorio di buon'ora. Si affrettò verso il dormitorio, perché aveva un appuntamento con Jenny Ordway. Fece le scale a quattro a quattro. Spalancò l'uscio. Seduto sul letto c'era suo padre che lo aspettava, e che lo accolse con un « ciao » poco entusiasmante. « Salve, babbo » disse Luca, sulla difensiva. « Ti aspettavo. » Jobarsh si alzò. « Hai cenator « No... non ceno. Voglio dire... » « Allora prendi il cappello e andiamo. Ho da parlarti. » Luca penso a Jenny che aspettava. « Sí, babbo » disse umilmente. Mentre uscivano Luca notò che suo padre era dimagrito. Lui di solito cosí accurato nel vestire, dava una vaga impres- sione di essere male in arnese. Entrarono in una trattoria modesta, e ordinarono la cena. « Ora voglio sapere da te che sta succedendo » disse il padre senza preamboli. « Ho cercato di spiegarti nella mia lettera che il corso estivo... » 46 SELEZIONE DEL LIBRO « Voglio sapere com'è che hai falsificato la mia firma su questa lettera. » Tirò fuori dalla tasca un foglietto ripiegato e lo spinse verso Luca, che lo guardò, bianco in faccia. « Hai ricalcato la mia firma, vero ? Questo è un falso. Roba da andare in galera. Credevi che non lo venissi a sapere? » « Ero certo che avresti finito col saperlo. Perciò ho creduto che non ci fosse niente di male. » « Ma che cosa t'ha preso? Una stupida mascalzonata infan- tile come questa! Credevo che la scuola ti avrebbe sviluppato l'intelligenza. Questo è tutto quello che hai imparato? » « Nossignore. » « Mi hai costretto a venir fin qua, assentandomi dal mio lavoro. Sarei piú tranquillo se tu fossi accanto a me, in modo da tenerti d'occhio. » Luca si sentí perduto, e la paura fu tale che gli paralizzò la mente. « Perdonami, babbo. » Non riusciva a spiccicare le parole. « Che stai facendo qui, insomma ? Che stai combinando ? » « Studio! Studio notte e giorno! » « Qualunque sia la ragione per cui hai voluto venire qui, non è lo studio. Sento che hai avuto dei pessimi voti questo mese. » « Ti hanno detto che ho dei cattivi voti? » « Me li hanno mostrati. Luca Marsh: di male in peggio. Bene per un certo tempo, e poi giú a rotoli. » Luca s'inumidí le labbra. Ritrovò in tempo le sue facoltà mentali. "Sarà contento se gli dico la vera ragione. Mi appro- verà: mi giudicherà un uomo." « Bene, babbo, la verità è che in certe cose ho preso da te. Voglio dire... » « Che hai una mezza dozzina di ragazze sulle braccia. » « Press'a poco, sí, una mezza dozzina. » Non si era sbagliato: l'umore era cambiato. Non del tutto, forse, ma la faccia di Job si era rabbonita. « Ti danno da fare, eh? » « Forse... un po' troppo. Non mi sono reso conto... » Indubbiamente, Job si raddolciva. « Mi dicono che lavori all'ospedale. Ti pagano? » « Circa dodici dollari la settimana. Ho pensato che cosí ti avrei alleggerito un po' le spese... » NESSUNO RES~A SOLO 47 « Il momento è difficile, infatti. Per dire la verità, ero venuto per ricondurti a casa, e avviarti nel commercio. » « Oh babbo, ti prego! » « Qui ho trovato che ormai devo pagare per tutto il trime- stre. Ti confesso, Luca, che non potevi scegliere un periodo peggiore per i tuoi studi. C'è quella somma che ho promesso a tua madre di serbare per te: ma ho avuto bisogno d'intaccarla un po'. Una cosa temporanea... In qualche modo troverò il de- naro. » Gettò una mancia sul tavolo e si alzò. « E adesso basta con le sciocchezze. Testa a partito, e studia. » « Sí, papà. » « Ora devo prendere il primo treno in partenza. » Luca rimase a guardare il treno finché disparve. Il crampo della paura lo stringeva ancora. Era salvo, suo padre era ri- partito, ma c'era mancato poco. Era scampato per miracolo Non c'era tempo da perdere, non un minuto. Passò tutta la notte a studiare. LA MATTINA DOPO, i1 professore Aarons lo squadrò con una certa freddezza, appoggiandosi allo schienale della sua pol- trona. « Me l'aspettavo. » Si strinse nelle spalle. Improvvisamente era stanco di Luca, irritato dall'ansia che gli leggeva negli oc- chi, crucciato dal ridestarsi dei ricordi delle proprie dolorose lotte giovanili. « E cosí, sarete probabilmente bocciato al corso estivo. Non mi sbaglio, vero? Non sono né sordo né cieco. Ho sentito le chiacchiere. E non siete voi il primo. Ne ho visti delle migliaia come VO1. » « Pensavo che se poteste trovare il modo... » « Di diminuirvi le ore al laboratorio ? Per permettervi di pas- sare dell'altro tempo con quelle sciocchine, quando dovreste studiare ? » Luca arrossí. « Chiedo perdono, professore... » « Non è a me che dovete chieder perdono. Non sono io la Medicina. Non è per me che siete venuto qui a piagnucolare, pronto ad offrire in cambio la vostra vita. » « Sono state appena poche lezioni! Ho saltato appena qual- che... » « Poche lezioni! Ma che cosa credete che sia, studiare medi- 48 SELEZIOJvE DEL LIBRO cina? Uno scherzo? Lasciate che ve lo dica! Non c'è tempo per respirare in medicina, non c'è tempo per mangiare né per dormire. Non dovete imparare tanto: dovete imparare tutto. Tutto quello che vi mettono davanti! E in una lingua che non avete mai sentito prima! » « Non lo farò mai piú! » « Questo non riguarda me, riguarda la Medicina, ed è con lei che dovete giustificarvi. Non sono io che posso darvi l'asso- luzione. » Guardò il suo orologio. « Mi dispiace... ho da fare. » « Riguadagnerò il tempo perduto... vedrete! » Il professore si alzò, esasperato, e batté un pugno sul tavolo in uno scoppio d'ira. NESSU~O RES 7A SOLO aspettando la Terra Promessa. Ricordò la quota assegnata agli ebrei nelle Facoltà di Medicina, al suo Paese d'origine, non piú del IO per cento, e la lotta per procurarsi i titoli valevoli per farsi ammettere tra quei pochi fortunati. Il lavoro, un lavoro che lo schiacciava. La stanchezza, tanta che gli occhi gli si chiu- devano in classe appena le luci si spegnevano e cominciavano le proiezioni. La fame, che gli attanagliava il ventre coi suoi acidi. E un giorno, al limite della resistenza, la vetta infine rag- giunta. Aveva la laurea. E poi di nuovo l'ahisso: e in questo gorgo che lo risbatteva indietro, ancora posseduto dai suoi so- gni, rimaneva a guardare, mentre gli altri s'innalzavano. « Bene » disse con indifferenza. « Ecco come stanno le cose. So che la medicina v'interessa. Cercate di acquistare subito l'abitudine allo studio, altrimenti temo che non ce la farete. » « E per il mio lavoro nel laboratorio... posso ancora... » « Va bene. » Aarons tornò alle carte che aveva davanti. Sen- tiva che Luca non si era mosso: avvertiva la sua pena e la sua paura. E fu preso da un'improvvisa fredda ira contro se stesso. Si alzò. Guardò l'orologio. « Ho fatto tardi. » Diede un'occhia- ta a Lucaj e poi subito altrove. « Avete mai assistito a un'ope- razione? » Luca si riscosse, lo fissò con un groppo alla gola. « Ho visto... foruncoli e roba cosí. » « Vado adesso ad assistere a un intervento. Venite con me se vi fa piacere. » Aarons si avviò alla porta. Col cuore che gli martellava dall'impazienza e dall'appren- sione, Luca lo seguí fino alle porte del reparto chirur~ico. Là « Mettetevelo bene in testa!on si può riguadagnare il tem- po perduto, in medicina. A cominciare da questo autunno, do- vrete ricordarvi il nome di ogni osso, di ogni nervo, di ogni muscolo. Dovrete descrivere ogni funzione organica. Prendete l'Anatomia del Cunningh~tn dallo scaffale dietro di voi. Bene. Apritela a una pagina qualsiasi. Fatto ? Che pagina ? » « Pagina I I42. Tratta di... » « Non importa di che cosa tratta. Cominciate dal primo ri- go in alto. » Il professore si appoggiò indietro nella poltrona e chiuse gli occhi. « "Due. Il muscolo piccolo dell'elice copre il gambo dell'elice. Tre. Il muscolo del trago corre verticalmente sulla maggior parte del trago, e alcune delle sue fibre si pro- lungano verso l'alto fino alla spina dell'elice e costituiscono il muscolo piramidale. Quattro. Il muscolo dell'antitrago..." » « Ma voi citate alla lettera! » « Questo è esattamente quello che vi tocca fare. Dovete es- sere capace di far questo se volete laurearvi in medicina. » Respirò con forza, fissò Luca con aria grave. 11 professore S1 voltò. « E poi, dopo quattro anni di questo, se vi laureate..allora . « Fate esattamente quello che faccio io » sillabò. « Mi ca- vi accorgerete che mentre voi studiavate, sono state fatte nuove plte ? » scoperte di cui nessuno vi ha parlato. E v'impratichite di queste « Sí, professore » rispose Luca, pallido. nuove scoperte. E nel frattempo ne saranno state fatte delle « Si tratta di un asportazione di cisti ovariche, e l'intervento altre. E orma.i voi esercitate, e allora vi accorgete che senza comprende un esp~orazione pelvica- Opera un mio ex-alunno. » uno studio continuo ne saprete sempre di meno. La medicina Le doppie porte si aprirono: le oltrepassarono, percorsero un progredirà e voi sarete lasciato sempre piú indietro. » breve corridoioentrarono in una stanza. Un'infermiera sorrise Fece una pausa stanca. Distolse gli occhi da Luca per na- al professoreguardò Luca con curiosità, porse a entrambi un in- scondere un crescente disprezzo. Gli tornavano a mente i gior- volto d indumenti bianchi- Passarono nella stanza seguente. De- ni amari, i giorni in cui lui, ebreo, aveva vagato nel deserto gll armadi correvano tutt'intorno alle pareti. Cinque o sei in- terni, in maglietta, con le maschere sbadatamente appese al SELEZIONE nrrcfCll~l maccheraecominci~ DEL LIBRO collo e i berretti bianchi spinti sul cocuzzolo, stavano sdraia- ti in poltroncine di vimini. Salutarono con rispetto: « Buon giorno, professore ». « Buon giorno, signori. » Poi fissarono Luca fredda- mente. Ad occhi bassi, ver- gognoso, Luca seguí il pro- fessore, trovò un armadietto vuoto, si svestí come vedeva fare a lui, mise i suoi vestiti nell'armadio, infilò dei cal- zoni bianchi, osservò con la coda dell'occhio il professo- re che sciorinava il fagotto, il quale si rivelò essere un càmice lungo fino alla cavi- glia. Aarons lo infilò senza nemmeno guardare Luca. Questi lo imitò. Il professore r vvv a legare la fettuccia superiore. « Sarà molto interessante oggi » disse cortesemente uno degli interni. « Credevo che Williams avesse scelto patologia. » « Lo credevo anch'io » disse Aarons asciutto, e al suo tono gl'interni risero con deferenza. « E un vero peccato vedere un buon patologo sciupato per fare un altro meccanico. » Il pro- fessore scrollò il capo, poi con un sorriso ed un cenno si avviò alla porta. Luca lo seguí nel corridoio. Strada facendo il pro- fessore gli diede un'occhiata. « La maschera si può portare sotto il naso o sopra » disse bo- nario. « E lo stesso. » Luca si affrettò a tirarsi la maschera sot- to il naso, come la portava il professore. « Non toccate nulla. Non sfiorate nulla col càmice. » Entrarono nella sala operatoria brillantemente illuminata, e girarono intorno lungo la parete. C'era una gradinata, dei banchi. Aarons sedettee Luca si lasciò andare accanto a lui. « Anestesia » mormorò il professore. Prudentemente, Luca si voltò. Un apparecchio su rotelle era stato spinto alla testa del tavolo su cui era già distesa la paziente. NESSUNO RES~A SOLO 51 « State comoda? » chiese l'anestesista. La paziente parve borbottare una risposta. « Ora vi metto questo sulla faccia... cosí. Cominciate ad abi- tuarvici, semplicemente. No, non respirate a fondo... Non v'ir- rigidite. » A questo punto, Luca si accorse delle infermiere intorno al tavolo. Stupito, ne contò sei. Due avevano l'uniforme delle allieve. Delle altre, una andava e veniva dalla sala di steriliz- zazione, portando strumenti e oggetti avvolti in panni; una stava accanto all'anestesista; la terza disponeva i ferri e la gar- za su un carrello; la quarta, che gli voltava le spalle, sembra- va dirigere. Ora entravano i medici, in fila. Quando l'ultimo fu a posto la quarta infermiera si voltò, la terza spinse un carrello coi ferri all'altezza delle ginocchia della paziente, la quarta tolse il panno sterile che copriva i ferri. « Pronto? » chiese calmo uno degli uomini. L'anestesista os- servò la paziente immobile e annuí. La quarta e la terza infermiera avevano scoperto l'addome della donna e quasi in un solo gesto lo avevano ricoperto con un lenzuolo che recava un'apertura. Ora del corpo sotto il len- zuolo non si vedeva altro che una stretta striscia di pelle dell'ad- dome. Il chirurgo, fissandola, stese la mano. Con un movi- mento cosí agile e pronto da sfuggire alla vista, la quarta infer- miera aveva messo un ferro nella mano tesa: il chirurgo lo ten- ne sopra un secchio che una delle allieve aveva avvicinato pron- tamente al tavolo, la quarta infermiera versò dell'antisettico sulla garza tenuta dal ferro. Sempre con gli occhi fissi sul tratto di pelle, il chirurgo tamponò l'area, buttò il ferro su un altro tavolo; e nell'atto stesso in cui la sua mano tornava vuota, la quarta infermiera vi aveva già messo uno scalpello, la mano di un altro chirurgo si era tesa e lei vi aveva messo una pinza, un'altra mano e un altro ferro ancora, tutto senza parola, tutto cosí rapido da non poter essere seguito con gli occhi, in un ritmo sicuro e impeccabile. Sotto la maschera, Luca spalancò tanto di bocca. Guardò meglio. L'infermiera aveva i capelli strettamente fasciati in un turbante di garza sterile, il viso nascosto in parte da una ma- schera aderente, eppure non c'era dubbio: questa caposala, questo miracolo di automatismo era Kristina Hedvigsen, la ra- 52 SELEZIONE DEL LIBRO gazza che Dorothy aveva chiamato "una stupida svedese". Luca sbatté le palpebre sbalordito, fatto umile dall'ammira- zione. Un gomito lo toccò nel fianco. « Cute » disse il professore. Il chirurgo aveva inciso il primo strato della cute, e ora aspet- tava. Dall'altro lato del tavolo, un assistente aveva applicato dei piccoli tubi di drenaggio nell'area incisa, un terzo asciugava il sangue. Un istante prima le loro mani erano vuote, e nel me- desimo istante Kristina aveva messo in ognuna lo strumento voluto, quasi nell'atto stesso in cui quelli le passavano lo stru- mento divenuto inutile. « Pannicolo adiposo » bisbigliò il professor Aarons. Luca intravide uno strato giallo nella ferita rossa, poi lo scalpello affondò, il sangue rifluí, pinze, zaffi, divaricatori: Ie mani di Kristina volavano, sempre in moto. « Fascia... superficiale. Ora ci sono » bisbigliò Aarons. « Ec- co le tube, ecco l'utero. » Ma Luca non riusciva a distinguere altro che tessuto rosso informe, e l'incisione buia, irta di ferri. « Ora le pinze... quelli sono i grossi vasi... ora sta allacciando... » Uno degli operatori levò gli occhi, voltò la testa, guardò pri- ma l'orologio alla parete poi l'anestesista, e tornò a chinarsi sul tavolo. « Vedete bene? » bisbigliò Aarons. « Sí, professore. » Ma improvvisamente Luca aveva visto tut- ta la donna sotto i ferri, la forma coperta dal lenzuolo, i piedi dritti sotto il panno. Lo stomaco gli si sollevò. Questo non era un preparato da laboratorio, questo era un essere umano. La impressione lo sconvolse, fu preso dal capogiro. Disperatamente distolse gli occhi, fissò la parete maiolicata, le luci. « Ben grossa! » disse Aarons. Luca voltò la testa riluttante. Il chirurgo stava estraendo la cisti, piú grossa di un'arancia. Un istante dopo c'erano delle pinze nelle mani del chirurgo, il peduncolo era reciso, un panno copriva la cisti, che veniva sollevata da una terza infermiera e poggiata con cura su un altro tavolo. « Siamo quasi agli sgoccioli » mormorò Aarons. Luca guardò l'orologio: era passata un'ora. Stupito, si voltò al professore. « Ora viene il lavoro pesante... » Luca riportò gli occhi sul tavolo. La donna sotto i ferri era tornata ad essere nient'altro che una striscia di carne, di diciot- NESSUNO RES~A SOLO 53 to centimetri per dodici, in cui venivano passati i fili per sutu- rare, tirati con forza, ripassati e tirati, piú e piú volte. Ora per la prima volta la tensione si allentava nel gruppo intorno al tavolo operatorio, il ritmo era meno serrato, gli ope- ratori si scambiavano qualche parola. Il chirurgo che aveva operato guardò bruscamente l'orologio, fece un cenno ad uno degli assistenti dall'altro lato del tavolo, e si allontanò. L'assi- stente proseguí a suturare, mentre il chirurgo si slegava la fet- tuccia superiore della maschera e usciva. Pochi minuti dopo tutto era terminato. I panni furono fatti sparire, i carrelli con gli strumenti allontanati. Gli operatori si avviarono verso l'u- scita, sfilandosi i guanti, sciogliendo le fettucce delle maschere, chiacchierando tranquillamente. E Kristina! Kristina rimase a sorvegliare mentre le allieve raccoglievano da terra i panni insanguinati, gli strumenti ca- duti; mentre la barella a ruote veniva silenziosamente avvici- nata, e le due allieve aiutavano l'inserviente a sollevare e ada- giarvi il corpo inerte. Un'allieva le slegò svelta le fettucce del càmice e la fettuccia inferiore della maschera. Il professore si alzò. « Andiamo ? » Luca levò gli occhi riscotendosi, e si alzò in fretta. Rifecero attenti il percorso lungo la parete, uscirono nel corridoio. « Ha lavorato egregiamente » disse Aarons. « Sissignore » rispose Luca. Ma fissava il professore con uno sguardo àtono. L'INDOMANI Luca arrivò tra i primi alla mensa, pieno d'im- pazienza. Mangiò lentamente, mettendoci quanto piú tempo poteva. Jenny entro e gli Sj sedette accanto. « Pensavo di non trovarti piú. » « Sono arrivato tardi. » La ragazza mangiava, osservando il suo fare distratto. « Dorothy torna » disse. « Ha finito il turno di notte. » «Ah! » Entrò un'infermiera. Subito Luca alzò gli occhi, e li riabbas- so deluso. « Si può sapere che cos'hai, Luca? Ti dico che Dorothy ha finito il turno di notte. Adesso noi due non ci vedremo piú? Ma che cos'hai che guardi sempre? Aspetti qualcuno? » « Non aspetto nessuno. » « Allora perché continui a guardarti intorno e non mi stai a sentire? Ma, dico, Luca! Non te ne importa niente? » «Jenny » disse Luca messo alle strette. « Non avrò piú tem- po per le ragazze. Né per te né per Dorothy né per nessun'altra. Ho avuto brutti voti. » « Non vorrai dirmi che passerai tutto il tuo tempo a stu- diare! » « E esattamente quello che farò. » « Allora non vuoi vedermi piú! » « Ascolta, Jenny!... » « Ho capito. I voti! » « Mi dispiace, Jenny, sul serio... » La ragazza continuò a mangiare per un poco, imbronciata. « Bene, forse riuscirai a trovare, una sera, qualche oretta... Ci si diverte insieme, vero, Luca? Bene... » Si alzò. « Abbiamo molto da fare su. Devo scappare. A presto, Luca... Mi farai sa- pere qualcosa, vero? Voglio dire... non te la prendere troppo sul serio... Ora scappo. » Luca rimase a sedere, vergognoso e c~ntrito. Il refettorio era deserto. Luca fissava il suo piatto vuoto. Non che avesse amato Dorothy o Jenny, o una qualsiasi delle altre allieve. Ma se n'era servito, e ora si accorgeva, con una certa malinconia, di non aver nulla in comune con ciò di cui si era servito. Questa era la fine di Jenny e di Dorothy, questa era l'ultima avventura di studente... Quella sera trovò in camera una cartolina di Alfred. Diceva: "Mi sono trovato a passare di qua ieri. Arrivederci presto. Non studiare troppo". La veduta mostrava una cittadina tedesca lungo il corso di un fiume. Luca mise con cura la cartolina dritta sulla sua scrivania. Sedette per studiare. Ricordò l'infer- miera della sala operatoria, ricordò come quella stessa infer- miera avesse cercato di unirsi alla loro conversazione alla men- sa. Era una reietta, evidentemente; e avrebbe accolto volentie- ri un po' di amicizia, un po' di considerazione. E se lui si mo- strava gentile... diamine, era lei la caposala del reparto chirur- gico: lei che dirigeva quel meraviglioso mondo incantato, ter- so e sacro e inaccessibile. Scosse il capo per cacciare le fantasticherie. Si chinò sui libri. Quando rialzò gli occhi era passata la mezzanotte. Studiò fin dopo le due, quando si addormentò col capo sulla scrivania. Si svegliò alle sei e mezzo. Si buttò dell'acqua fredda sul viso, e tornò a curvarsi sui libri. Il corso estivo stava per terminare. Riguadagnare il tempo perduto era un'impresa disperata. Certi giorni Luca puliva il laboratorio a tarda sera, ripassando le lezioni mentre lavava bottiglie e svuotava gabbie. Si fissò un massimo assoluto di sei ore di sonno per notte, lo ridusse a cinque, poi si fermò a quat- tro. Le ultime due notti prima dell'esame non dormí affatto. Riuscí a farcela. Passò in tutte le materie. Ma era stato un vero miracolo. Ora era finita. Ed era finita anche la giovinezza nella vita di Luca. CAPITOLO 5 LUCA Si sentí uno straniero a Milletta, quando vi tornò alla fine del corso estivo. Nel rivedere la sua casa, si accorse che l'attaccamento di un tempo, come pure l'affetto per suo padre, appartenevano a un Luca che non esisteva piú, un Luca ch'egli aveva quasi dimenticato. « Bene » disse Job Marsh quando sedettero a cena la prima sera « credo che faremmo meglio a parlare un po' dei nostri progetti. » « Volentieri, babbo. » Questi annuí e attese. « Dunque, babbo, quanto all'Università... devo far sapere al- l'economo se intendo veramente fare medicina. » « Sei sempre della stessa idea ? E sempre quello che vuoi fare ? » « Temo... temo di sí, babbo. » "Non cambierà piú, oramai. Non mi sarà mai di aiuto" pen- sò Job spassionatamente. "Di nessun aiuto. E testardo e infan- tile, un vero bambino, inutile come se avesse sei anni. Io non posso fare altro. Domani devo trovare seicento dollari per il negozio di Meridian. Questo mi permetterà di tirare avanti una settimana. Finita la settimana, mi occorreranno mille e otto- cento dollari. Dopodiché... chissà! Ma non qui a Milletta, mai piú. Qui sono un uomo finito. E ora che diavolo vuole lui ? Oh già, vuole il denaro per i suoi studi. Il suo denaro." « Torna pure all'Università » disse freddamente. « Va', e di- SELEZIO.NE DEL LIBRO venta medico. Al diavolo, ragazzo! Non sono io che te lo im- pedirò. » « Ma se per te è un incomodo... Se la somma ti occorre... » « Nessun incomodo. La somma non c'è piú. Ne ho avuto bisogno e se n'è andata. » « Vuoi dire il denaro per i miei studi? » « Comprendi bene, Luca, non era mica denaro tuo, nel modo come lo dici. Era stata soltanto un'idea di tua madre... » « Ma la mamma aveva detto... Tu avevi detto... » « Non c'è nessuna somma e non c è mai stata. Ora, se tu vuoi andare all'Università, cominciamo a ragionare su questa base. » Luca fissava il padre, atterrito, stordito. « Non dico che non voglio aiutarti... per un anno » continuò Job « finché potrai reggerti con le tue gambe. Un anno e basta, intendiam-oci. Ma è una cosa che disapprovo completamente. L'ho sempre disapprovata. » Si strinse nelle spalle. « Comun- que, hai un anno. Fa' come VUOi. » « Sí, babbo » disse Luca. Ora non desiderava altro che fug- ; « A vostra disposizione, purché non si tratti di soldi » disse il professore allegramente. « Sissignore. » Luca ebbe un sorriso forzato. « Soltanto, si tratta proprio di soldi, professore. » Aarons lo ascoltò fino in fondo. « Vorrei potervi aiutare » disse. "Mio Dio!" pensò Luca. "Ho dimenticato i medici laggiú a Milletta!" E provò un sollievo tale che a malapena sentiva il professore. « Mi trovo nelle stesse condizioni dei nostri comuni amici di Milletta » proseguiva Aarons. « Non abbiamo disponibilità li- quida. Avrò trecento dollari in banca per far fronte ai paga- menti di questo mese. Avete già saputo, immagino, che vostro padre è riuscito a farsi prestare una discreta somma dal dottor Alexander e dal dottor Kellogg. Luca, mi rincresce E la ve- rità nuda e cruda: non vi resta che lasciare da parte gli studi per un anno mentre guadagnate qualcosa. » « E poi abbandonare un altr'anno mentre guadagno ancora per il seguente... >~ « Proprio cosí. Non è una prospettiva rosea, vero? Se voi foste un poco piú avanti, naturalmente, potrebbe esserci la pos- sibilità di una borsa di studio. Ma cosí come stanno le cose... » LUCA camminò su e giú davanti alla casa dove abitavano Ruth e Ann. Aveva la bocca arida. "Buona fortuna!" si disse. "Ricordati che ti occorrono soltanto quattrocento dollari!" « Venticinque potrebbero servirti? » chiese Ruth quando Lu- ca ebbe finito di parlare. Andò alla scrivania, prese tre banco- note da una busta e gliele porse. « Con questo potresti farcela ? » Luca guardò il denaro senza espressione. « Non ho altro » si scusò Ruth. « Tutt'e due dobbiamo man- dare del denaro a casa ogni settimana... e con la vita che fac- ciamo... » « Non possiamo nemmeno firmarti una garanzia » disse Ann mortificata. « Ruth ha già firmato per me. Non c'è nessuno che... ? » « Ma sí » disse Luca. « Non importa. » Ora aveva un solo desiderio: fuggireO E abbassò le palpebre perché non gli leg- gessero negli occhi. « Comunque, prendi questo! » Ruth gli cacciò i biglietti nella tasca del cappotto. « No, no... non mi serve... » « Prendilo! Può aiutarti a cominciare. un cenno. « Grazie » borbottò Luca. « E cosí... » Si avviò all'uscio « Rimani a cena con noi! Cosa vuoi fare? » « Mi è venuta un'idea » mormorò Luca. Riuscí a sorridere. « Arrivederci a piú tardi... e grazie! >E prima che potessero » Ann approvò con ,11 dlLlora rl~lnusa la porla alle spalle. ED ORA rimaneva Alfred. Alfred era strano in fatto di soldi. Non era avaro Era soltan- to che... Sí, insomma, c'era qualcosa di vago, qualcosa che non avresti potuto definire. Sarebbe stato difficile, molto difficile. Sarebbe stato terribile. Ma certo Alfred non sarebbe rimasto lí a guardare mentre il suo compagno di camera veniva buttato fuori dall'Università. Alfred si stava vestendo per uscire quando Luca arrivò in ca- mera. Luca si sedé sul letto e rimase un momento ad osser- varlo. « Sono in un brutto guaio sbottò bruscamente. « ru sei nei guai! » Alfred ebbe una risatina. « Sei camicie che non tornano dalla lavanderia, e quest'altra maledetta piú piccola di due misure...! E tu parli di guai! » « Ho bisogno di quattrocento dollari. Mi cacciano. » Ora era detta. L'aveva detta con molta calma. « Tu... che? » Alfred lo fissava. Aveva intorno agli occhi e alla bocca quell'espressione particolare che assumeva sempre quando si parlava di denaro. « Cosa stai dicendo? » Luca vide l'espressione, ma continuò a sorridere fiducioso. « Quattrini, Alfred » disse. Erano come fratelli, dopotutto, era- no soli insieme nella loro camera. « Soldi. Non scherzo mica, Alfred. Parlo sul serio. » Alfred lo guardò attentamente. Quella tale espressione si era fatta molto piú marcata. « Dimmi di che si tratta. » « Ho bisogno di quattrocento dollari subito, o dovrò lasciare l'Università. Alfred, ho paura che stavolta lo faranno. » « Non ho ancora il piacere di sapere di che si tratta » disse Alfred, freddo. Luca fu preso da una stanchezza improvvisa. « Mio padre è scappato » disse. Alfred finí di annodarsi la cravatta. Si rassettò la giacca da- van~i, si studiò nello specchio. « Non hai modo di rintracciarlo ? » < Hanno provato. La banca ha provato. Nessuno sa nulla. » Alfred prese una sedia e si sedé davanti a Luca. « Non ha nemmeno pagato la tua iscrizione? » « Sono in debito con l'Università di duecento dollari. Sono in debito dell'intero trimestre. » « Ma Signore Iddio, Luca! » « Lo so. » « Aspetta un momento. » Alfred gli lanciò un'occhiata pe- netrante. « Questo fa duecento dollari. Perché te ne occorrono quattro ? » Inutile. Alfred non gli avrebbe dato il denaro. Questa pesante verità precipitò in fondo all'animo di Luca con un dolore goscioso. « Perché quattrocento? » s'incaponiva a ripetere Alfred. « Devo continuare, Al » spiegò Luca remissivo. « Sono già in debito di duecento. Naturalmente, dopo quest'esperienza vor- ranno un anticiDo. » « Ma questo ti porterà soltanto fino ad aprile. E poi? E in- tanto come conti di vivere ? A mie spese ? » Luca trasalí, s'imporporò in viso. « Ora non prendere subito fuoco, Luca. Sei un caro ragazzo, ma sto cercando di farti vedere le cose con un po' di buon senso, una volta tanto. Dovrò subire lo spettacolo di un camerata che langue di fame mentre io mi satollo, vederlo sorridere coraggio- samente, grato di raccogliere le briciole... » « Ma di che diavolo sei fatto, Alfred? Sto per essere buttato fuori dell'Università perché non ho quattrocento dollari. Non capisci che cosa provo io, a doverteli chiedere ? » « Questo è il punto, amico mio. Non capisci che cosa provo io, a sentirmeli chiedere? So che cosa stai pensando. Non devo fare altro che scrivere a casa. Ma mi hanno insegnato a non prestare quattrini. Mai. A nessuno. Ed è un'ottima regola. Devi sapere che una volta ho sentito papà mio fare un'osservazione molto intelligente. Mia sorella aveva detto di avere sentito per caso un conoscente dire una malignità molto grave sul suo con- to. Papà rifletté un poco. E poi disse, tranquillo: "Non capisco perché. Non ho mai fatto nulla per lui". E una cosa che non ho piú dimenticato. » Luca non rispose: guardava per terra. « Bisogna essere pratici » disse Alfred, affettuosamente. « E quello che sto cercando di dirti, figlio mio. Bisogna vedere le cose come sono. » Si alzò. « Devo andare, sono in ritardo. Ascol- ta, ragazzo, mio! Sei un ottimo compagno. Mi sei simpatico, Luca, mi sei davvero simpatico. » Tacque un momento. « Lu- ca, amico mio, ecco quello che farò. Ti darò cinquanta dollari. Non te li presto. Te li regalo. E il mio denaro per il mese. E tutto quello che posseggo. » Luca annuí umilmente. « Grazie, Al. » « rutto, ti dico » ripeté Alfred con intenzione. Prese il por- tafogli, ne tolse i biglietti di banca. Luca li prese. Alfred lo guardò mentre rimaneva lí, con i biglietti in mano. 68 SELEZIONE DEL LIBRO | NESSUNO R Ogni collera, ogni durezza gli scomparve dagli occhi. Lasciò cadere una mano sulla spalla di Luca, lo scosse affettuosa- mente. « A piú tardi, ragazzino. Prendi un po' di appunti anche per me in istologia, vuoi? Con quei bei disegnini che sai fare tu. » Luca accennò di sí, senz'alzare gli occhi. « Sarò in ritardo » fece Alfred. E si voltò per andarsene. LUCA rimase un pezzo a sedere sull'orlo del letto. Mise tutto il denaro che aveva in un bel mucchietto davanti a sé e lo contò attentamente. Aveva novantatré dollari. Ed era ancora martedí. Quattro giorni fino a sabato. Cercò di riflettere, ma la mente si ribellava. No! Bisogna evi- tare di riflettere. Si alzò in fretta. Uscire da quella stanza, al- l'aperto. L'aria notturna era fredda sul suo viso. Ma il buio sem- brava pieno di occhi che l'osservavano e lo giudicavano. Osser- vavano la sua vergogna, la vergogna di un uomo che occupava un posto a cui non aveva diritto, uno che aveva promesso di pagare e non aveva pagato, figlio di un padre fallito e ricercato da un'intera città: un individuo che non aveva nemmeno ami- ci, ma soltanto conoscenti insospettiti e guardinghi, che si tene- vano ben stretta la loro borsa. Improvvisamente le lagrime sgorgarono, inondandogli le guance. Le scrollò via con una manata e si fermò. « Ti prego, aiutami » disse. Lo disse col cuore, una supplica di tutto se stesso a un Dio sconosciuto. « Aiutami » ripeté. E riprese a camminare. Nel passare davanti all'ospedale lo salutò fra sé. In un edifi- ficio piú in là le porte si spalancarono per lasciare uscire una dozzina d'infermiere garrule. Luca voltò la testa, continuando a mettere un piede davanti all'altro, senza pensare a nulla. All'improvviso si sentí urtare alle spalle. Si scansò, si girò a guardare. « Oh, scusate! » disse una voce di ragazza, canzonatoria. « Oh, ci rincresce tanto! » disse un'altra. « Ma guarda, è Luca! » fece la prima voce, fingendo la sor- presa. « Oh, ti abbiamo urtato? » « Ciao, Dorothy, ciao, Jenny » rispose Luca, cercando di sorridere. « Che succede ? Sei diventa- to troppo importante per sa- lutare i vecchi amici? » « Ora lui se la fa con una caposala! Non si confonde piú con due povere allieve! » « No, stavo soltanto... cam- minavo... stavo andando... » Vedere le due ragazze insie- me raddoppiava l'imbarazzo di I uca. Jenny ridacchiò: « Hai im- parato a baciare in svedese, Luca ? ». « Che trovi da ridire sulle ragazze del tuo paese, Luca ? » « E va bene, ragazzine, se avete finito di divertirvi... » « Che stai cercando di fare ? Vuoi sbarazzarti di noi ? » gri- dò Dorothy. « Oh, vieni via, Dorothy, lascialo perdere. Non ne vale la pena. » Dorothy si liberò dal brac- cio di Jenny. « Potrei fare rap- porto contro di te alla sorve- gliante! » gridò. « Tu e quella tua stupida svedese! » « Su, andiamo » pregava Jenny. Luca proseguí, svoltò l'an- golo. Dopo un poco si voltò lentamente: la via era deserta. Ma mentre si allontanava, le loro voci gli risonavano nel cervello. Kristina. Kristina è un'infermiera. "Le dirò: 'Kristina' le dirò: 'non so se faccio bene a par- ESTA SOLO 70 SELEZIONE DEL LIBRO lare... Kristina... mi domando se tu non potresti considerare... mi domando... vedi, la cosa sta cosí...'." No... No ! Affrettò il passo. S'inumidí le labbra. "Potremmo fidanzarci. Soltanto fidanzarci. E le direi, tra fidanzati, le direi: 'Kristina...'." IN UN MODO o nell'altro, subito, doveva persuadere l'economo ad accettare novantatré dollari di acconto. « Mi rincresce » gli rispose l'economo l'indomani. « Abbiamo regole severissime su questo punto. Vorrei aiutarvi, ma... » « Signor Johnson » disse Luca con calma, superata ormai la vergogna, «preferite che l'Università perda 200 dollari o IO7? Vi sto proponendo di ridurre il debito praticamente alla metà. Sto dando prova di buona fede. » « Ma se vi lascio continuare, che garanzia ho... » « Nessuna. Ma diminuisco il debito alla metà. E tutto quello che chiedo sono 30 giorni. Che cosa avete da perdere? » « Non è una questione di quello che ho da perdere. E una questione di sistema. Tutto questo è irregolare. Al massimo grado. » « Accettate ? » « Non mi lasciate molta scelta, a quanto vedo. Siete sicuro ch'è tutto quello che avete? » « Non so nemmeno come farò per mangiare. » « Bene... sono circostanze molto penose... Mi rincresce, na- turalmente... Voi capite. Novantatré. Esatto... » Luca sapeva cosa gli toccava fare, adesso. E se non riusciva, non gli rimaneva che rubare. CAPITOLO 6 ORA AVEVA un mese di tempo, l'unica sua risorsa. E s'in- calliva molto rapidamente. Calmato il bruciore della ver- gogna, considerò la propria umiliazione con freddezza. Valutò spassionatamente regole di condotta, coscienza e senso morale, etica e comportamento. Scartò tutto. Si spogliò di tutto, rima- nendo vestito solo del suo bisogno. Vendé una valigia, alcuni NESSUNO RESTA SOLO libri, un paio di gemelli da polso. Piú ricco di otto dollari, an- dò il giorno dopo alla mensa dell'ospedale e aspettò Kristina « Salve! » lo apostrofò lei. « Già mangiato? Già finito ii pranzo ? » « Il pranzo? » «Ho detto pranzo? Dimentico sempre! Noi nel Minnesota a mezzogiorno facciamo il pranzo, la sera è la cena. Stamani avete fatto colazione ? » « Sí, ho preso un panino imbottito. » « Volete serbare la linea, ah? Forse an. perdo qualche chilo. » che io faccio bene se Luca fu pronto a seguirla su questo nuovo terreno « Voi? Per carità, voi non avete nemmeno un grammo di troppo. Sapete che vi dico, Kristina? Io non ho l'abitudine di guardare come son fatte le ragazze... » « Oh oh! Senti chi parla! » « No, non volevo dire questo. Ma c'è qualcosa nella vostra figura... be', rimanete come siete e basta! » « Sí, cosa capiscono gli uomini di queste cosel E cosí, come va lo studio? Perché non siete piú venuto ad assistere a una operazione? » « Non ne ho avuto il tempo. Voi lo sapete che orario è il mio: dodici, quattordici ore di studio al giorno. Ma non è che me ne sia mancata la voglia. » Questa era l'occasione buona. « Anche voi andate poco in giro, immagino » azzardò. « Io? Oh, c'è sempre qualcosa da fare. Cucio, vado a tro- vare Bruni, passeggio... C'è sempre qualcosa da fare. » Luca prese fiato e si tuffò. « Vi dispiacerebbe se qualche volta vi facessi compagnia ? » « Chi ? A me ? Volete uscire con me ? » « Che ne dite, Kristina ? Domenica ? Questa domenica ? » « Vediamo... Sí, credo che va bene. Usciamo di mattina, eh ? Andiamo a pranzo da Bruni!» « COM'E il vostro paese? » chiese Kristi mentre rincasavano dopo essere stati da Bruni. E Luca le parlò con passione di Milletta. «Avete la fidanzata al paese?» « Fidanzata ? No, niente fidanzata. » E le lanciò un'occhiata che diceva: "Vedi che sono libero. Mi vuoi ?". « E voi ce l'avete il fidanzato, Kristi ? » « Nessuno mi vuole! » disse lei civettuola. « Dovremmo farci compagnia, noi due. » « Ah no, a voi piacciono le