ROBERTO VACCA. GREGGIO E PERICOLOSO. GRIGORI SEMENOVITCH IVANOV provava una strana sensazione per il semplice fatto che stava camminando liberamente per le strade di una città tedesca. Da giovane aveva combattuto con- tro i tedeschi soltanto per alcuni mesi, ma gli anni della guerra avevano lasciato su di lui una impronta profonda. Grigori si sentiva ancora come se la guerra non fosse mai finita. La guerra era la realtà. I trent'anni successivi erano una finzione. Gli sembrava di essere un diavolo spericolato a camminare solo e sicuro nella città nemica. Naturalmente sapeva bene che nessuno lo avrebbe affrontato. Era il 1975. Era uno scienziato sovietico. Era stato invitato a partecipare a un congresso internazionale a Monaco di Baviera. Cominciò a ripassare mentalmente un pezzo della relazione che avrebbe dovuto presentare il giorno dopo. Guardava i passanti: ce n'erano pochi, perché era quasi mezzanotte e aveva camminato a caso perdendosi in un labirinto di stradicciole. Grigori notò uno zoppo che si appoggiava pesantemente sul bastone a ogni passo. Improvvisamente lo zoppo cominciò a camminare spedi- tamente e si awicinò a gran passi. Senza una parola alzò il suo bastone e colpí Grigori con violenza. Lo scienziato russo cercò di evitare il colpo, ma il suo lungo tirocinio di geologo non era la preparazione migliore per il combattimento disarmato. Il bastone lo colse sulla spalla sinistra producendo un rumore sordo sulla stoffa spessa del suo cap- potto. Sentí un dolore acuto e si rese conto di essere stato colpito non da un bastone normale, ma da una sbarra d'acciaio. Grigori era atterrito. Da quel momento ebbe l'impressione che tutto accadesse molto lentamente. Ebbe il tempo di guardare la faccia decisa del suo assalitore e vide che era un uomo qualunque. Contemporanea- mente Grigori S1 domandava se si trattasse di un rapinatore o se non fosse un attacco senza ragione. Aveva letto storie di teppisti, che assal- gono estranei senza scopo e senza provocazione. Mentre l'uomo alzava di nuovo la sbarra, Grigori pensava che la spalla gli avrebbe fatto male per parecchi giorni prima di guarire. Il secondo colpo fu diverso. La punta della sbarra gli frustò la faccia causando un dolore insopportabile. Sentí il sangue caldo che gli scor- reva sul mento e che fiottava fuori dalla sua arteria facciale. Soltanto allora Sj rese conto che non sarebbe mai guarito Questo fu il suo ultimo pensiero. Il colpo seguente gli fracassò il cranio. Grigori Semenovitch Ivanov non seppe mai chi lo aveva ucciso e perché. La polizia bavarese e il servizio segreto sovietico non riusci- rono a trovare l'assassino e nemmeno riuscirono a immaginare il motivo dell'assassinio. UNO. «ABBIAMO PERSO ventitré milioni. » La voce del contabile della Pla- smatronics era timida e triste, proprio adatta per annunciare la cattiva notizia. Il principale, però, sorprendentemente non chiese spie- gazioni. Gian Battista Donaldo continuò a leggere come se non aves- se sentito. Rudy Loos, il contabile, disse di nuovo: « Mister Donaldo, mi ha sentito? Abbiamo perso ventitré milioni nel solo mese di aprile. La perdita per i primi quattro mesi dell'anno è, ora, di quarantaquattro milloni. Le cose vanno di male in peggio. Se cerchiamo di fare una previsione fino alla fine dell'anno, dobbiamo ritenere che perderemo tre volte tanto. Tre volte quarantaquattro fa centotrentadue milioni e questo è piU di un terzo del nostro capitale. Legalmente saremmo tenutl a mettere in liquidazione la società, oppure dovremmo intro- durre denaro fresco. E, al giorno d'oggi,non so proprio dove potremmo andare a cercare denaro fresco. E una brutta situazione mister Donaldo ». Questa volta Rudy era sicuro che il suo principale avrebbe reagito ma Donaldo semplicemente sorrise. « Okay, Rudy. Non ti preoccu- pare. Devi avere fiducia in questa vecchia volpe. Ho ancora un certo numero dl assi nella manica. Sto per fare un colpaccio dannato, Rudy. Rudy pensava: "Rieccolo che si mette a fare lo scienziato pazzo" A voce alta disse: « Mister Donaldo, lei ha fondato la società perché aveva fede nelle sue invenzioni. Ma lei non mi ha fatto venire in Italia dagli Stati Uniti per avere fede. Mi ha fatto venire qui per aiutarla a guardare in faccia la realtà economica: prezzi, costi, spese generali, profitto. Mi ha fatto venire qui per fornirle i numeri giusti: numeri che misurino come vanno veramente le cose. Guardiamo un po' in faccia la realtà, mister Donaldo. Non abbiamo bisogno di colpacci dannati. Abbiamo bisogno di vendere di piú a margini piú alti. Abbiamo biso- gno di produrre apparecchi che funzionino. E cosa propone, ora, per salvare la situazione? Altre invenzioni? Non c'è bisogno di invenzioni qui, ma di soldi, di liquido! » Per la prima volta Donaldo cominciò a mostrarsi seccato. Il suo tono era brusco. « Va be', Rudy. Vuoi stare calmo ora che hai declamato la tua arringa? Io mi rendo conto perfettamente della situazione, anche se non sembra che tu ci creda molto. Ti farà piacere sapere che, quando parlavo di un colpaccio imminente, non mi riferivo a una nuova inven- zione, ma a un colpaccio finanziario: a un colpaccio pronta cassa. Sí, Rudy, ci sta per arrivare del denaro fresco. Un sacco di soldi. Almeno sei miliardi e, forse, molto di piú. Va bene adesso? Sei contento? » Rudy era stato preso alla sprovvista ed era rimasto senza parole. Non era contento, però. Che diavolo voleva dire il vecchio, quando aveva parlato di sei miliardi o forse piú? Probabilmente aveva pensato a uno schema audacissimo di gioco in borsa sulla base di informazioni riser- vate e molto sicure. Rudy tremava al pensiero dei rischi che il princi- pale aveva deciso di correre per imbarcarsi in quell'impresa, che puz- zava di delirio di grandezza. Disse: « Mister Donaldo, non pensa che farebbe bene a cominciare a dirmi di che si tratta? Lei sa che io ho una buona esperienza di borsa. Anche se ho lavorato soprattutto con la borsa di New York, i meccanismi non sono poi tanto diversi e sono sicuro che potrei darle una mano. Questi investimenti molto speculativi sono rischiosi. Dica, non ha venduto azioni allo scoperto, per caso? » Donaldo sorrise di nuovo. « Calma, Rudy, calma! La borsa e i mer- cati azionari non c'entrano niente. Mi sto muovendo in un campo completamente diverso e, con tutto il rispetto, non credo proprio che potresti aiutarmi in questa circostanza particolare. Adesso, però, non ti posso dare nessuna spiegazione dettagliata. » Rudy guardava il suo principale con aria dubbiosa. Riconosceva che Donaldo aveva una bella mente e non aveva dubbi che le sue inven- zioni erano straordinarie e prima o poi avrebbero fatto guadagnare a qualcuno un sacco di soldi... purché si riuscisse a farle venire fuori dal laboratorio in una forma decente e realizzabile. Il solo giroscopio a plasma avrebbe potuto produrre profitti di una decina di miliardi I'anno, un giorno o l'altro. E se soltanto la memoria a laser avesse funzionato in modo continuo, invece di bloccarsi in media ogni quattro ore... Per un attimo Rudy si sentí indotto ad avere piú fiducia, ma subito cercò di resistere, perché in realtà non c'era nessuna ragione solida per essere piú fiduciosi. Ricominciò a sentirsi a disagio. Perché il vecchio sembrava tanto soddisfatto? C'era da sperare che non avesse l'intenzione di cacciarsi in qualche attività illegale. Che specie di atti- vità illegale avrebbe potuto rendergli sei miliardi a breve scadenza~ Forse aveva trovato un modo per entrare in affari con la mafia. Che diavolo! All'età sua avrebbe dovuto rendersi conto che non era proprio i1 caso di immischiarsi in qualcosa di tanto pericoloso. Perfino rapinare una banca sarebbe stato meno rischioso. Forse G.B. Donaldo aveva proprio studiato un piano per rapinare una banca. LA VOCE ansimava leggermente, ma parlava in toni bruschi e decisi Disse in inglese: « Passatemi l'ambasciatore. Voglio... l'ambasciatore in persona. . . nessun altro. Sbrighiamoci ». Il telefonista dell'ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma si aspet- tava quella chiamata. Aveva ricevuto istruzioni molto precise. Inserí il registratore magnetico e coprí il clic dell'inserzione con uno scoppio di voce: « Aspettate. Chi parla? Pronto! » La voce rispose: « Non importa chi parla. Passami l'ambasciatore! » Anche l ambasciatore aspettava quella chiamata. Il suo segretario gli passò il telefono, coprendo il ricevitore con la mano e sussurrando il nome convenzionale che avevano dato alla voce: « E lui. La Vipera: L'ambasciatore rispose con voce calma: « Sí. Sono l'ambasciatore. « Niente domande, prego. Ci siamo già parlati una volta, ricorda~ Ormai avrete ricevuto un certo documento e avrete avuto il tempo di esaminarlo. Il tempo è scaduto. Siete pronti a pagare? » « No. Stiamo ancora esaminando il documento. In ogni caso, prima che paghiamo dovrete rispondere a due domande. Primo: quante copie ne avete fatte? Secondo: che garanzie abbiamo che gli autori del docu- mento non lo useranno o non lo pubblicheranno? » La voce si fece impaziente. « Queste domande sono fuori posto. Sapete che non Cj sono garanzie. Se ci fossero garanzie, il prezzo sarebbe molto piú alto. Ora decidetevi ! Vi diamo una settimana » L'ambasciatore obiettò ancora: « Non possiamo raggiungere una decisione in una settimana soltanto. Dovete darci almeno tre mesi. E pOi dovremmo organizzare un incontro... » La voce lo interruppe: « Non ci sarà nessun incontro. Oggi è il 27 maggio. Il massimo che possiamo aspettare è due settimane. Fra due settimane riceverete istruzioni. Seguitele alla lettera, altrimenti vende- remo ad altri compratori ». La voce si arrestò e staccò la comunicazione. IL SOLE romano di giugno picchiava forte, ma Philip Quartara si sentiva perfettamente a suo agio, perché soffiava un venticello leggero. Stava disteso su una sedia a sdraio nel suo giardino, a occhi chiusi, e pensava intensamente a come strutturare un modello matematico atto a risolvere un complicato problema relativo a una rete di trasporto di energia elettrica. Aveva riflettuto sul suo problema per oltre un'ora e finalmente decise che aveva trovato una buona soluzione. Il suo lavoro consisteva proprio nel risolvere i problemi. Philip faceva il consulente tecnico-scientifico per molte aziende, fra cui la Plasmatronics di G.B. Donaldo. Si interessava anche di politica e di economia, ma era soprat- tutto un ingegnere. Un ingegnere esperto in calcolatori elettronici. Philip aprí gli occhi e si guardò in giro lentamente, pOi sollevò iI suo corpo muscoloso dalla sdraio e si awiò verso la piscina. Salí la scala di ferro del trampolino, rimase immobile per un istante sull'estremità della tavola e si tuffò. Per qualche secondo vide solo una miriade di bollicine d'aria. Poi l'acqua fu di nuovo chiara e Philip nuotò seguendo una delle strisce nere sul fondo fino all'estremità opposta della piscina e non prese aria prima di aver toccato la parete di mosaico azzurro. Quando saltò fuori dalla piscina, si awolse un asciugamano blu intorno alla vita ed entrò in casa. Aveva un appuntamento per pranzo da "George's" con il giovane Roper dell'ambasciata degli Stati Uniti. Philip si vestí rapidamente. Prese la Fiat 126 che adoperava per gli spostamenti in città e venti minuti dopo si trovava al ristorante. Roper lo aspettava seduto a un tavolo e stava già finendo il suo cocktail. Dopo alcuni minuti di convenevoli e di vuoti discorsi sul mangiare, Roper cominciò a parlare di quello che lo interessava. Non era tipo da lasciare troppo a lungo nel vago i suoi motivi per un invito a pranzo. « Senti, Phil, vedi ancora quel giovane addetto scientifico dell'amba- sciata sovietica? Come si chiama? Ponomarenko? » Philip rispose: « No. E parecchio tempo che non vedo Nikolaj. Sup- pongo che sia ancora a Roma, ma non ne sono sicuro. Vuoi solo sapere dove sta, oppure vuoi incontrarlo? » « Non sono io che voglio incontrarlo, Phil. Lo sai bene: io sono solo una specie di fattorino ad alto livello. Ma abbiamo un nuovo addetto scientifico all'ambasciata. Si chiama Skinner. Un giovanotto sveglio. Be', Skinner vorrebbe semplicemente incontrare il suo collega sovie- tico. Non ha motivi reconditi, è soltanto che fanno lo stesso mestiere, no? Credi che potresti organizzare un incontro? » Philip era tutt'altro che entusiasta. « Certo che posso chiamarlo, però non vedo proprio perché vogliate sempre seguire una via non ufficiale. Perché non gli telefoni direttamente?... Okay, okay, ti farò questo piacere. In cambio, però, dovrai darmi una buona quantità di informazioni extra. Pronto a sparare? » Durante il resto del pranzo, Philip si occupò di estrarre informazioni da Roper. Alcuni dati economici normalmente non pubblicati, chi era stato nominato in varie posizioni nel governo americano, o chi stava per essere nominato. Philip non prendeva appunti. Come sempre, inca- sellava nella sua mente una quantità di informazioni scompagnate che, prima o pOi, avrebbero potuto essergli utili. QUESTA VOLTA la voce era lamentosa. « Voglio parlare con l'amba- sciatore. Presto. Passatemi l'ambasciatore. » I! telefonista dell'ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma inserí il reglstratore magnetico e disse: « L'ambasciatore sta parlando su un'al- tra linea. Attenda. Le passo il primo segretario ». La voce obiettò: « No. Non voglio parlare con nessun segretario. Dite all'ambasclatore di lasciar perdere l'altra telefonata. E urgente » Ma non ebbe risposta. Il telefonista chiamò il primo segretario e disse: « C'è una chiamata della Vipera. L'ambasciatore sta parlando su un'altra hnea. Che faccio? » « Passami la comunicazione. » Appena sentí il clic della linea esterna che si connetteva al suo interno, il primo segretario disse: « Fawzi al- Yafi. Cosa posso fare per lei? » La voce esitò per un istante. « Si tratta di una questione confiden- ziale. L'ambasciatore è al corrente. Parlerò solo con lui. » Fawzi al-Yafi non si scompose. « Si dà il caso che io sia il primo segretario e la prego dl dire a me di che cosa si tratta... » La voce lo interruppe. « No, non accetto surrogati. O parlo con l'ambasciatore o gli dite che le trattative sono interrotte e che un certo documento sarà consegnato domani a un gruppo molto interessato nella questione. L'ambasciatore sa bene di che cosa parlo e posso assicurarla che sarà molto seccato. » « Forse l'ambasciatore può richiamarla. Ha il suo numero» « No Non mi può richiamare. E ora me lo passi subito, se no stac- « Chiaro. Chiarissimo. Non se la prenda. Vedo se è libero » Fawzi al-Yafi spinse un bottone sul suo telefono e formò il numero interno dell'ambasciatore. « Eccellenza, ho in linea al-Afgha, la Vlpera. Sembra molto arrabbiato, ma abbiamo registrato un altro bel pezzo con la sua voce. Glielo passo? » L'ambasciatore prese la linea. « Qui è l'ambasciatore che parla. » La voce sospirò: « Signor ambasciatore, il tempo è scaduto Sono pronto a darvi le istruzioni. Dovete solo confermare che accettate l'ac- cordo. Perciò ditemi solo: sí o no? » « Sí. Accettiamo l'accordo. Datemi le istruzioni. » « Okay. Prendete nota. Voi pagherete la somma pattuita di dieci 394 milioni di dollari in sterline d'oro. Avete dieci giorni di tempo per metterle insieme e per mandarle a Milano, dove prenderete in affitto un furgone Fiat rosso dell'Avis. Deve essere un Fiat 610. Poi farete il carico e lo terrete pronto fino a quando avrete altre istruzioni da noi. Nel palazzo del vostro consolato a Milano c'è un garage. Tenete lí il furgone e tenete pronto un autista, perché non saprete in anticipo in quale giorno awerrà la consegna. Al momento opportuno l'autista do- vrà andare col furgone nel luogo che indicheremo. Dovrà essere solo e non dovrà essere seguito da nessuno. Ricordatevi bene che controlle- remo la situazione e, se non saranno soddifatte tutte le condizioni, romperemo ogni trattativa e non prenderemo piú contatto con voi. E tutto chiaro? L'ambasciatore rispose immediatamente: « Tutto perfettamente chiaro. Ma c'è un cambiamento importante da apportare al piano: accettiamo l'accordo nei termini che avete dettato, ma i tempi non vanno bene. Dieci giorni sono troppo pochi, non possiamo farcela. Dovete darci trenta giorni. Saremo pronti col furgone a partire dal dieci luglio. Neanche un giorno prima. Prendere o lasciare. Se non vi sta bene, andate a vendere il vostro documento a chi volete ». Senza attendere risposta, I'ambasciatore interruppe la comunicazione. Anche lui aveva ricevuto istruzioni molto precise dal suo capo. Poi l'ambasciatore spinse una delle levette dell'interfonico e disse: « Fawzi, vieni da me. » Meno di due minuti dopo il primo segretario, un giovanotto sicuro di sé, con un elegante vestito grigio chiaro, entrava nella stanza dell'am- basciatore. « Voleva vedermi? » « Certo che volevo vederti. Da due giorni non ho avuto da te nessun rapporto, benché ti avessi ordinato di farmi rapporti giornalieri su quello che stavi facendo. Ora abbiamo un'altra registrazione bella lunga di al-Afgha. Che cosa ci hai fatto con gli altri nastri? Quando hai cominciato a occupartene, eri sicuro del successo. Voglio sapere che succede! Quando avrai in mano qualcosa di sicuro? » « Se Dio vuole, avremo una identificazione sicura fra pochi giorni. Il mio amico va avanti bene. Ne sappiamo già molto sul conto della Vipera: è un americano e ha vissuto in Italia almeno per gli ultimi dieci anni. Inoltre abbiamo un gruppo di investigatori che raccolgono dati sulla possibile identità della Vipera. Ce ne sono tre che sembrano molto probabili: tanto probabili che li stiamo pedinando tutti e tre, nella speranza che uno sia quello giusto. Andiamo avanti bene. » L'ambasciatore gli lanciò un'occhiata fredda. « Abbiamo meno di un mese, ora, forse molto meno se qualcosa va male. Capisci? Bisogna che tu faccia presto, Fawzi. » « Farò presto, signor ambasciatore. » 395 GREGGIO E PERICOLOSo IL DC-9 ERA appena decollato dall'aeroporto di Fiumicino Le lievi increspature del Tirreno dall'alto sembravano immobili, vetrificate, e a tratti sparivano nascoste da una leggera nebbia estiva. Philip Quartara aveva dato una rapida occhiata alla spiaggia giú in basso e provava un desiderio indistinto di essere laggiú a nuotare, piuttosto che per aria a volare verso una giornata lunga e faticosa. Ma aveva un importante appuntamento d'affari a Milano, perciò aveva subito smesso di guar- dare il panorama e si era immerso nella lettura di un voluminoso docu- mento che aveva tirato fuori dalla sua borsa di pelle. Non si girò neanche quando un uomo sedette pesantemente nella poltrona accanto alla sua e lo toccò sulla spalla. « Phil, che combina- zione trovarti qui! Ti ricordi di me? Sono Olaf Oakes. » Philip guardò l'uomo con i capelli grigi, ma non rispose per dieci secondl buoni. Poi disse: « Certo che mi ricordo, Olaf. Come va? » « Non mi posso lamentare, Phil. Il mercato è difficile, ma io mi difendo. I libri veramente buoni sono rari, molto rari, ma, proprio per questa ragione, chi riesce a trovarli e a venderli può fare un sacco di soldi: e questo è proprio quel che riesco a fare io. Senti, Phil, è un po' di tempo che pensavo di chiamarti. Credo di avere una proposta che potrebbe interessarti. La vuoi sentire? » « Non ora, Olaf, se non ti dispiace. Ho qui delle carte che devo guardare prima di arrivare a Milano. Perché non ti prendi un giornale e non leggi per una ventina di minuti? Allora avrò finito e potremo parlare. » Olaf Oakes restò attonito. Americano di nascita, si era stabilito da molti anni a Milano ed era diventato l'agente letterario piú famoso in tutta l'area del Mercato Comune; non gli era mai accaduto di trovare qualcuno che non prendesse al volo un'occasione offerta da lui, che poteva significare rapida ascesa a una fama letteraria internazionale. Philip Quartara non era mai stato un autore molto prolifico. Aveva pubblicato solo un certo numero di articoli scientifici, qualche breve saggio e un romanzo di fantascienza, che aveva avuto un discreto suc- cesso. Olaf rifiutava di pensare che Philip, sia pure distratto da altri pensien, non avesse valutato subito la possibilità che gli veniva offerta di ottenere fama e soldi. Tuttavia aveva troppa pratica di trattative per insistere. Prese un paio di giornali, che la hostess offriva ai passeggeri, e cominciò a leggere. Nel frattempo Philip continuava a sfogliare il suo documento, tor- nando indietro ogni tanto a riguardare una formula o un diagramma. Finalmente voltò l?ultima pagina e rimise a posto tutte le carte nella sua borsa. Poi si voltò verso Olaf e disse: « Va bene. Credo di aver finito Che cosa volevi dirmi, Olaf? » « Be', Philip, quel che volevo dirti è questo: perché non scrivi qual- 396 che manuale, qualche testo scientifico? Io potrei essere il tuo agente e ti assicuro che si venderebbero molto bene. Non ti prenderebbero molto tempo e potresti guadagnare parecchi soldi. » Philip passò con la mano davanti alla faccia di Olaf per prendere la tazzina di caffè che la hostess gli stava offrendo e disse: « No, Olaf. Non ho proprio tempo. Ci sono certe cose che devo fare, perché ho preso degli impegni. E ci sono certe cose che continuerò a fare, perché mi divertono. Il tempo che ho a disposizione, perciò, è tutto preso. Non ho nessuna intenzione di buttare all'aria questo equilibrio, tanto per farti guadagnare qualche lira in piú di commissioni ». Olaf insistette: « Guarda, Phil, che saresti in buona compagnia. Ho già convinto alcuni scienziati di primo piano a scrivere libri divulgati- vi. E una cosa grossa la divulgazione ad alto livello. Sai che sono sempre stato l'agente di Abe Zeidow. Come referenza questa già baste- rebbe: Zeidow alla fine di ogni anno mette insieme circa cento milioni di soli diritti d'autore. E ricco. Pensa ai diritti d'autore: assegni che ti arrivano un anno dopo l'altro! E pensa a quelli con cui lavoreresti. C'è Jatta, il geologo, e c'è Deuters, il premio Nobel. Poi c'è Donaldo - il vecchio G.B. Donaldo: è un tuo amico, no? - che sta scrivendo una serie di libri di elettronica ». L'espressione di Philip divenne incredula. « Credi veramente che G.B. Donaldo ti consegner3 mai un manoscritto? Io non ne sarei cosí sicuro, se fossi in te. G.B. è facile alle promesse, ma si occupa di tante cose che già sarebbe sorprendente se ti scrivesse anche una sola riga. Comunque, questo è un problema tuo, Olaf. Senti, gli autori che hai scelto sono ottimi, ma io ho troppo da fare a risolvere problemi nuovi e non ho tempo per raccontare alla gente quali erano i problemi vecchi. Va bene? » Olaf Oakes si era veramente offeso. « Non insisto, Philip. Se even- tualmente cambi idea, fammi una telefonata. » S3' Durante il resto del volo Philip e Olaf non si scambiarono piú una parola. Quando l'aereo atterrò all'aeroporto di Milano, si salutarono molto rapidamente. Nessuno dei due fece caso al giovanotto bruno che era sceso dal loro stesso aereo. Il giovanotto parlò brevemente con due uomini che gli somigliavano molto e che gli erano venuti incontro. Poi salí su un tassí, che cominciò a seguire il tassí di Olaf; gli altri due, con una Fiat 128 verde, partirono dietro alla 130 ministeriale blu scura con la quale Philip Quartara veniva condotto in città. IL COMANDANTE Ruhi Abdel Hadi aveva pensato spesso che, se le cose fossero andate diversamente, lui avrebbe potuto diventare presi- dente delPEgitto e poi della Repubblica Araba Unita, mentre il colon- nello Gamal Abdel Nasser avrebbe potuto lasciare l'Egitto e finire per 397 ottenere un incarico nel servizio segreto saudita. Invece, un anno dopo che il colonnello Nasser aveva preso in mano la rivoluzione egiziana Ruhi Abdel Hadi era stato incriminato per aver partecipato a un com- plotto monarchico inteso a riportare sul trono re Faruk e lo avevano tenuto in prigione per quattro mesi. Quando era uscito, era emigrato in Arabia Saudita. Era un soldato e aveva continuato a fare il soldato. E poiché era un soldato molto intelligente, aveva fatto carriera nel servi- ZjO segreto saudita, finché nel 1973 era stato nominato capo dell'ufficio europeo con sede a Parigi. Era il 1° luglio e Ruhi era seduto nel suo ufficio al primo piano dell'ambasciata saudita a Parigi. Il pomeriggio era caldissimo e, come tutte le persone un po' pesanti, Ruhi soffriva l'afa opprimente. Stese la mano e tirò verso di sé un fascio di rapporti confidenziali che doveva siglare. Prima che potesse cominciare, suonò il telefono. La voce giovanile dall'altra parte del filo era molto eccitata « Comandante Ruhi Abdel Hadi? QUi è Fawzi al-Yafi, ambasciata di Roma. Buone notizie. Abbiamo identificato al-Afgha. L'ambasciatore mi ha dato istruzioni di chiamarla subito. La Vipera è Olaf Oakes. lo pedinavamo da qualche settimana, ma ora siamo sicuri. Abbiamo già mandato a Parigi il nostro dossier su di lui. Entriamo in azione, coman- dante? Aspettiamo solo il suo via! » Ruhi abbaiò nel ricevitore: « Che azione? Che via? Cosa credi di aver fatto~? Ho già letto il dossier che avete messo insieme su que- st uomo. E solo un intermediario, non conta niente. Liquidarlo non servirebbe. Precipiteremmo solo una reazione dei suoi mandanti Non sarà facile individuarli: Oakes, come agente letterario, conosce centi- naia dl persone. Perciò non toccatelo! Invece prendi il primo aeroplano e presentati qui subito. Dobbiamo esaminare la lista completa di tutte le persone con cui questo Oakes è stato in contatto recentemente ». Fawzi rispose con un tono frustrato: « Sí, signore. Sarò a rapporto nel suo ufficio poco dopo le dieci di stasera ». p HILIP QUARTARA Si avvicinò alla grande porta-finestra che dal suo studio dava sul terrazzo. Guardò il verde scuro dei pini e dei cedri del Libano e l'ocra dorato del convento di Sant'Anselmo, che si staglia- vano contro l'azzurro del cielo. Pensò che avrebbe potuto dedicare la mattinata a leggere le ultime riviste scientifiche che gli erano arrivate e che non aveva ancora guardato. Ma la giornata era splendente e gli venne in mente una frase che aveva ascoltato mille volte: "La vita è troppo corta per passare lavorando una giornata come questa". GREGGIO E PERICOLOSO Quella frase, tuttavia, non si adattava tanto alle circostanze. Philip, infatti, non considerava il lavoro come un male necessario. Rifletté che la sua situazione era proprio invidiabile: si occupava solo di risolvere problemi complicati per chiunque avesse da proporglieli, purché il lavoro di risolverli fosse divertente. Eppure quel giorno si sentiva a disagio. Cercò di analizzarne la causa. Forse dipendeva dal fatto che stava troppo solo. Da qualche tempo si dedicava quasi unicamente ad attività intellettuali: leggeva, scriveva, leggeva ancora, scriveva ancora. Le rare nuotate che faceva in piscina non erano sufficienti a spostare l'equilibrio. Da quanto tempo andavano cosí le cose? Da circa sei mesi. Dovevano essere quasi quat- tro mesi, ormai, che Selvie si era sposata con il suo avvocato. Non era la prima volta che le cose andavano in quel modo. Incontrava una donna straordinaria, ci passava insieme qualche mese meraviglioso, pOI la novità del rapporto si consumava, la situazione diventava insoddisfa- cente e, poco dopo, la ragazza decideva rapidamente di sposare qual- cun altro. Comunque sei mesi erano lunghi. Ma, pensandoci bene, e cercando di dare una valutazione intuitiva delle probabilità, era quas ora che incontrasse un'altra donna straordinaria. Quella riflessione lo irritò subito. Non poteva continuare a valutare le possibili evoluzioni future non solo dei problemi tecmci e professio- nali che gli sottoponevano, ma anche dei suoi problemi personali. Va bene pensare ragionevolmente alle cose, ma non si può cercare di calcolare e di prevedere tutto. Philip accese la radio per sentire il notiziario delle dieci. « ...si segnala ancora un rapimento a Roma » annunciò la voce dello speaker. « Si tratta, questa volta, del costruttore edile Mario Giusep- poni, che la notte scorsa, poco dopo l'una, è stato rapito da tre bandlti mascherati nei pressi della propria abitazione ai Parioli. Alcuni vicini hanno assistito impotenti alla scena. I rapitori si sono allontanati a tutta velocità con l'ostaggio, a bordo della stessa automobile del rapito, un'Alfetta, facendo subito perdere le proprie tracce. I familiari del rapito avrebbero già ricevuto telefonicamente una richiesta di riscatto per un ammontare di parecchie centinaia di milioni e avrebbero dichia- rato di trovarsi nella assoluta impossibilità di mettere insleme la somma richiesta... » Philip conosceva Mario Giusepponi e sapeva bene che la sua situa- zione finanziaria era disastrosa. Disse fra sé: "Anche I rapitori comin- ciano a lavorare alla carlona, basandosi su informazioni errate. Non ci si può piú fidare di nessuno". Spense la radio e decise di uscire a piedi e di fare un giro senza meta Non c~era quasi nessuno per la strada. Arrivò fino al monumento dl Mazzini, si fermò sul piazzale e diede un'occhiata al Palatino. I mattoni 399 rossi del palazzo imperiale si crogiolavano al sole. Philip non poteva fare a meno di sentire una sorda irritazione per l'incompetenza dei romani, che negli ultimi sedici secoli avevano lasciato andare in rovina quelle costruzioni grandiose. Voltò le spalle ai ruderi e si awiò in discesa verso la Bocca della Verità e i templi, meglio conservati, di Vesta e della Fortuna Virile. Raggiunse in pochi minuti la via del Teatro di Marcello, passando attraverso la folla accaldata che brulicava intorno all'Anagrafe. Sentiva mozziconi di frasi irate, che maledice- vano l'inefficienza degli uffici municipali. Rifletté che quelle sconten- tezze dovevano somigliare a quelle dei romani antichi durante il lungo processo di decadenza dell'impero. Anzi, quel processo era probabil- mente tuttora in corso. Nella sua mente si formarono le parole: "Que- sto impero continua a cadere da quindici secoli". Mentre camminava, pensò al rapimento di Giusepponi e capí che doveva avergli fatto un'impressione piú profonda di quanto si fosse reso conto inizialmente. E gli venne in mente che qualche rapitore maldestro e poco informato avrebbe potuto concepire un piano per rapire anche lui, Philip. Doveva cercare di prendere qualche provvedi- mento che, possibilmente, modificasse la situazione prima o durante un rapimento, in modo da evitarlo. Ma i rapitori non seguivano regole fisse, dunque non poteva esistere un solo prowedimento sufficiente a mandare a monte i loro piani d'attacco. Ce ne volevano parecchi di provvedimenti. Philip cominciò a elencarli mentalmente. Doveva controllare che gli orari dei suoi movimenti fossero irregolari e imprevedibili: del resto lo erano già abbastanza. Doveva installare nella sua casa un po' di automatismi strani, capaci di suonare una sirena o di far cadere un peso addosso a un assalitore o di sprigionare una nuvola di gas lacrimogeno. Mentre stava riflettendo, l'occhio gli cadde sull'insegna di una bot- tega artigiana, che apriva una modesta vetrina nel muro di mattoni bruni di un palazzetto antico: VALIGERIA. Dentro la vetrina, un cartello diCeVa: Sl ESEGUONO LAVORI SU MISURA. Philip entrò senza esitare. Il vecchio seduto dietro il banco lo salutò con un cenno di testa, senza dire una parola. Philip disse: « Buon- giorno. Vorrei che lei mi facesse una valigetta executive di cuoio rigido. Dovrebbe avere due serrature senza chiave, ma con una combinazione numerica a tre cifre. Il telaio dovrebbe essere di acciaio inossidabile. Si può fare? » Il vecchio assentí. « Se po' fa' tutto » Philip continuò: « Nella parte superiore del telaio d'acciaio ci vo- glio una cavità sagomata in cui si possa alloggiare un pugnale lungo tren- ta centimetri. Una delle due serrature a cifra deve essere falsa e ser- vire solo a bloccare il pugnale, che potrà essere sfilato dopo aver for- GREGGIO E PERICOLOSO mato la combinazione giusta, anche senza aprire la valigetta. Posso fare un disegno? » Il vecchio gli offrí un foglio. Philip tirò fuori dalla tasca un pennarello e in un paio di minuti pro~dusse un disegno quotato completo. Il vecchio approvò. « Ho capito. E 'na valigia zero-zero-sette. Però ce ne vo- gliono tre di serrature: due per chiudere e una per fermare il coltello. Me lo deve portare lei il coltello. Verrà un facsimile di questa valigetta qua e con tutti questi impicci costerà centocinquantamila lire. » Philip riempí un assegno e confermò che sarebbe tornato il giorno dopo a portare il pugnale. Salutò il vecchio e si awiò di nuovo per le stradette del centro di Roma. Traversò la città evitando le strade prin- cipali. Ogni tanto si fermava a guardare qualche costruzlone insolita o alzava gli occhi a osservare lapidi poco note, e motivi ornamentali di cornicioni, che nessuno vede mai se non cammina lentamente o se non guarda frequentemente in alto. Dopo circa quaranta minuti era sbucato vicino a piazza del Popolo. Faceva caldo e Philip aveva sete. Decise di completare la mattinata andando a prendere una bibita fresca al caffè Rosati. TIM COOGAN era stato uno dei teppisti piú in gamba di tutta Liver- pool La sua banda - gli Stevedores - era stata formata nel 1956 e non aveva mai contato piú di sette ragazzi. Malgrado fosse piccola, era molto efficiente e aggressiva, e nel 1962, quando era stata sciolta, gli Stevedores avevano accumulato 23.000 sterline con le loro imprese. Nel 1962, Tim Coogan era andato in prigione. Soltanto pochi dei numerosi capi d'accusa contro di lui potevano essere provati e, perciò, Sl beccò solo sei anni durante i quali scrisse le sue memorie. Appena uscito di prigione, Tim lasciò l'Inghilterra - se mai a qualcuno fosse venuto in mente di riesumare storie vecchie e spiacevoli - e si trasferí in Italia. Aveva qualche migliaio di sterline e aveva con sé un manoscritto di 500 pagine: la prima stesura di un romanzo intitolato lo, Tim Coogan. Tim Coogan era un narratore fortunato: la prima persona alla quale fece vedere il manoscritto era Olaf Oakes. E, come i critici letterari scoprironO qualche tempo dopo, Tim era anche un narratore nato. Il suo romanzo fu un grosso successo e, alla fine del 1972, ne erano state vendute piú di due milioni di copie. Tim era felice. Non solo era vivo e libero, ma cominciava anche ad avere una considerevole fonte di guadagni del tutto puliti. Andò a vivere a Taormina per godersi il caldo sole siciliano e la sua nuova popolarità. Per un paio d'anni se la prese comoda. Poi i SUOi diritti d'autore cominciarono a diminuire e Tim si mise a scrivere un altro libro, ma questo nuovo sforzo si rivelò piú difficile di quanto aveva suppOstO, poiché aveva bruciato le sue storie miglio~i nel primo 401 GREGGIO E PERICOLOSO romanzo. Cosí Tim cominciò a correggere, a riscrivere, a buttare via e a ricominciare da capo, e ogni paio di mesi portava il risultato delle sue fatiche a Olaf e ne ascoltava pazientemente i consigli. Fu durante una delle sue visite a Olaf che Tim conobbe Abe Zeidow lo scienziato americano diventato famoso con i suoi romanzi di fanta- scienza e i suoi testi divulgativi. Si era sviluppata un'improbabile amici- zia fra Zeidow, che aveva quasi sessant'anni ed era un mostro di scienza, e Tim, piú giovane della metà e quasi privo di cultura, ma che aveva una mente molto acuta. Abe e Tim si scambiavano lunghe lettere e, ogni volta che dovevano vedere Olaf, si mettevano d'accordo per far coincidere le date dei loro viaggi a Milano. Durante le ore che passavano insieme, Abe parlava delle stelle, della storia del mondo, dell'origine della vita, della teoria della relatività, di filosofia. Tim raccontava storie di malavita imper- niate su tipi strani che aveva conosciuto. Era l'otto luglio e, ancora una volta, Abe e Tim si erano trovati a Milano. Uscirono insieme dal loro albergo per andare da Olaf. C'era un tassí che li aspettava e durante il percorso non si parlarono: ciascuno di loro pensava a quello che avrebbe detto a Olaf. Zeidow non aveva problemi. Si aspettava solo di sentire quanti altri diritti di traduzione Olaf avesse venduto. Tim, invece, cercava di calcolare la probabilità di avere da Olaf un'approvazione incondizionata della sua ultima stesura riveduta. Il tassí si fermò in Foro Bonaparte. Abe pagò e si avviarono lenta- mente sul marciapiede. Tim teneva stretto in mano il rotolo del suo manoscntto. Improvvisamente Tim diede un calcio dietro le ginocchia di Abe e lo spinse violentemente, facendolo cadere. Poi si girò su sé stesso e lanciò il rotolo del manoscritto con tutta la sua forza. Il pesante rotolo di carta volò come un missile e andò a colpire fra gli occhi un giovanotto bruno in maniche di camicia, che stava a cinque metri di distanza. Il giova- notto aveva già sparato un colpo con una grossa pistola automatica munita di silenziatore: nessuno si era accorto del rumore sordo pro- dotto dall'esplosione e il proiettile aveva colpito il muro proprio nel punto in cui si sarebbe trovato Abe, se Tim non lo avesse placcato. Il giovanotto bruno non riuscí a capire che cosa era l'oggetto che l'aveva colpito in faccia, e per qualche secondo non riuscí a mirare di nuovo. Tim gli corse contro quasi piegato in due e lo colpí con la spalla all'altezza della vita. Il giovanotto lanciò un grido di dolore. Tim afferrò la mano che teneva la pistola e affondò i denti nel polso del- l'uomo. La pistola cadde a terra. Tim saltò indietro, alzò le due ma- ni serrate insieme e le abbassò con forza colpendo sulla nuca il gio- vane, che cadde svenuto. Tim ansimava, ma aveva un'espressione fiera sul volto. Si girò e vide Abe che veniva verso di lui mormorando parole di ringraziamento. Troppo tardi si accorse di una piccola Fiat verde che veniva verso di loro ad alta velocità: da uno dei finestrini spuntava la bocca di un mitra. Tim cercò di raccogliere la pistola automatica da terra. La sua mano si chiuse intorno al calcio dell'arma, ma, prima che potesse sparare, una lunga raffica lo prese in pieno squarciandogli il torace. Poi la piccola Fiat andò a sbattere contro il bordo del marciapiede e la raffica seguente passò alta sopra la testa di Abe Zeidow. C'erano persone che si buttavano a terra e persone che scappavano in giro spaventate. La piccola Fiat accelerò di nuovo e scomparve senza che nessuno la inseguisse. Poco dopo si sentirono le sirene e due pantere della polizia, con il faro blu lampeggiante sul tetto, arrivarono quasi insieme. Qualcuno coprí il corpo di Tim, mentre Abe fu condotto in questura e fu interro- gato per ore. Finalmente gli permisero di telefonare. Tirò fuori un libretto dalla tasca e chiamò il numero di Olaf. « Olaf. Qui Abe Zeidow. Sono alla polizia. E successa una cosa terribile. » La voce di Olaf era calma. « Abe. Finalmente. Non c'è bisogno che tu mi dia i particolari. Ho visto tutto dalla finestra. » « Non è stato orribile? Povero Tim. Penso che uno dei suoi vecchi nemici abbia saldato un conto rimasto in sospeso, no? Mi pare owio. Gente vendicativa, eh? Povero ragazzo. Gli ero affezionato. Hai visto? L'ultima cosa che ha fatto è stata di salvarmi la vita. » « Abe, stammi a sentire attentamente. Questi assassini non avevano nessuna intenzione di uccidere Tim. Volevano beccare te. Non ti puoi nemmeno immaginare perché, lo capisco, ma io ho le prove. In un certo senso è colpa mia e mi dispiace molto. Ora non posso spiegarti. Senti, Abe, segui il mio consiglio e torna subito a casa. Non ripassare per l'albergo. Di' alla polizia che mandino qualcuno a prendere i tuoi bagagli. Prendi il volo El-AI da Milano a New York via Parigi e, quando sei a casa, non andare tanto in giro. Anzi, meglio ancora, vai a stare in campagna da qualche parte e non dire a nessuno dove vai. » « Olaf, tutto questo è ridicolo. Chi diavolo pensi che voglia ucci- dermi? La spiegazione piú semplice è quella che si tratti di qualche vecchia storia emersa dal torbido passato di Tim. Anche la polizia qui sembra pensare lo stesso. Che diavolo... » Olaf lo interruppe con fermezza: « Abe, ti scriverò tutte le spiega- zioni che vuoi, ma ora vattene! Scusami, ma ho da fare. Ciao. » Abe sentí che Olaf aveva riattaccato. Era attonito. « Che io sia dannato! » disse senza rivolgersi a nessuno in particolare. Poi cominciò a organizzarsi per lasciare l'Italia. 403 GREGGIO E PERICOLOSO SULLA GRANDE medaglia d oro era incisa l iscrizione: NOBEL PRIS 1973. Il bambinetto giocava con la medaglia, quando il telefono comin- CiO a suonare. In principio il bambino non ci fece caso - c'era sempre qualcuno che rispondeva al telefono - poi si ricordò che era solo in casa, allora andò a sollevare il ricevitore. « Hallo. » La voce dall'altra parte parlava molto rapidamente. « Hallo. Posso parlare con il pro~fessor Deuters? Il mio nome è Oakes e chiamo da Milano, in Italia. E piuttosto urgente. » Il bambino aggrottò le sopracciglia. « Mio nonno è uscito. E andato a comprare il tabacco per la sua pipa. Io sono solo in casa. Chi sei tu» « Il mio nome è Oakes. Devi dire a tuo nonno di non uscire piú di casa, di aspettare la mia telefonata. Capito? Dopo che il nonno torna a casa, non deve piú uscire. Okay? » « Okay » disse il piccolo, e riattaccò. Il professor Deuters tornò pochi minuti dopo e trovò il nipotino che giocava ancora con la medaglia del premio Nobel. Non ne fu seccato, perché non annetteva particolare importanza agli oggetti materiali, ma era un uomo ordinato. « Non dovresti giocare con la medaglia d'oro del nonno, Hans. E una cosa molto importante. Ora la mettiamo via e potremmo uscire per una passeggiata, perché il tempo è migliorato. C'è il sole. Ti place l'idea? » L'idea piaceva molto al piccolo Hans. Il vecchio e il bambino usci- rono insieme chiacchierando allegramente. Il bambino aveva dimenti- cato completamente la telefonata di Oakes. Mentre entravano nella piazza principale di Amsterdam, a circa duecento metri da casa, il telefono ricominciò a squillare nell'appartamento vuoto dei Deuters. Il professor Deuters era molto alto e camminava un po' curvo per nuscire a sentire quello che il suo nipotino gli stava dicendo con un flusso ininterrotto di parole. Deuters non prestava alcuna attenzione agli altri passanti, né al traffico. Non si accorse, perciò, che da qualche tempo un camion grigio li stava seguendo. La velocità del camion aumentò improvvisamente. Quando si tro- vava tre metri dietro il vecchio e il bambino, il camion sterzò a destra, sali sul marciapiede e investí Deuters in pieno. Poi fuggí via e nessuno pensò a rilevarne il numero di targa. Il piccolo Hans, incolume, cominciò a gridare: « Nonno! Nonno! » IL FIGLIO del postino saltò sulla bicicletta e sotto il sole cocente cominciò a pedalare lentamente sulla strada bianca e polverosa. Era I unica strada che attraversava la piccola isola vulcanica, venti miglia marine dalla costa della Sicilia. Quando arrivò alla villa, il ragazzo appoggiò la bicicletta contro il muro intonacato di rosa e tirò la catena di bronzo che pendeva accanto 404 al portone. Sentí una campana che suonava e gridò: « Telegramma per ildottorJatta! » Poco dopo una delle persiane verdi al primo piano si socchiuse e apparve la faccia di una donna. « Buongiorno, Tatore. Che c'è? » « Telegramma, signora. C'è un telegramma per il dottore. » « Oh, è appena andato giú al mare, a pesca come il solito. Aspetta che scendo. » Mentre la signora Jatta scendeva per prendere il telegramma, il pro- fessor Jatta si stava aggiustando la maschera subacquea sulla faccia; poi si mise a nuotare e.il suo boccaglio lasciava una corta scia fra le incre- spature del mare. Il professor Jatta era un geologo. Aveva compiuto da poco cinquan- t'anni, ma si teneva in forma ed era un esperto pescatore subacqueo. Era interessato a certe curiose formazioni rocciose che aveva trovato a cinque metri di profondità sulla costa nord dell'isola. Si era portato dietro il suo fucile subacqueo, tuttavia, per vedere se riusciva a pren- dere qualche pesce per cena. Procedeva rapidamente e senza sforzo, battendo lentamente le sue grandi pinne di gomma. Continuò a nuotare seguendo la costa per circa trecento metri. Poi si immerse alla profondità di tre metri, cercando le rocce che lo interessa- vano. Improvvisamente si accorse che c'era qualcosa di irregolare: non c'era movimento. Sembrava che tutti i pesci fossero spariti. Anche i pesci piú piccoli, che normalmente non fuggivano via finche non arri- vava a un paio di metri da loro, erano del tutto assenti. Il professor Jatta pensò che solo un grosso predatore poteva aver spaventato tanto i pesci da farli rifugiare tutti fra le fessure delle rocce. Poi vide un pen- nacchio di bollicine d'aria che venivano su da dietro un grosso scoglio coperto di alghe rosso-brunastre e provò un certo sollievo: si trattava evidentemente di un altro pescatore subacqueo. Ci fu un improvviso turbine d'acqua e un uomo completamente coperto da una muta di gomma blu venne fuori da dietro lo scoglio. L'uomo era armato con un fucile subacqueo molto grosso e lo puntò contro Jatta. Il professore sentí un rumore sordo e vide l'arpione che partiva dal fucile. Senza pensare, diede un colpo di reni e agitò le pinne, riuscendo a contorcersi in una capriola e a togliersi dalla traiet- toria dell'arpione. Subito dopo sentí l'impatto dell'arpione che si infi- lava nella gomma della sua pinna destra. L'uomo con la muta subacquea tirò fuori un coltello dal fodero che aveva attaccato alla gamba e continuò ad avvicinarsi. Le sue intenzioni erano chiare. Jatta non aveva scelta. Aspettò fino all'ultimo momento, poi sollevò il suo fucile e gli sparò il suo arpione in gola. Una nuvola rossa di sangue si formò nell'acqua intorno acollo dell'uomo. Jatta tornò rapidamente in superficie e nuotò verso la riva. Aveva le 405 mani libere, perché aveva abbandonato in acqua il suo fucile. Si arram- picò sugli scogli e si tolse la maschera subacquea. Mentre si levava dal piede la pinna sinistra, diede un'occhiata all'arpione e vide che non c'era attaccato neanche un pezzo di sagola. Evidentemente il suo assali- tore non aveva mai avuto intenzione di pescare. Allora si mise a cor- rere sulle rocce - insensibile al dolore causato ai suoi piedi dai bordi taglienti - e cercò di allontanarsi dall'acqua il piú possibile. Poi dovet- te arrampicarsi sulla parete rocciosa per arrivare al sentiero venti me- tri sopra il livello del mare. Era dura andare su con le mani e i piedi nudi e si sentiva come un animale braccato mentre saliva piú presto che poteva. Era quasi arrivato in cima quando udí il ronzio di un fuoribordo. Non Si girò a guardare. Mentre sollevava il SuO corpo per raggiungere la roccia piatta che conduceva al sentiero, sentí due colpi di fucile e vide schegge di roccia che volavano in giro molto vicino a lui. Si mise a correre piegato in due finché ritenne che i cespugli della macchia medi- terranea lo coprisSero alla vista dal mare. Mezz'ora dopo era arrivato alla sua villa. Entrò in casa lasciando impronte insanguinate sul pavimento e chiamò forte sua moglie: « Cara! Sono tornato! » « Sono in giardino, amore. C'è un telegramma per te. » Andò subito a guardare il telegramma. Aprí la busta gialla con mani tremanti, sporcando di sangue la carta. Il telegramma diceva: PREGO PRENDERE MOLTO SUL SERIO QUANTO SEGUE STOP SEI IN PERI- COLO IMMEDIATO Dl MORTE STOP SARANNO FATrl TENTATIVI Dl UCCI- DERTI STOP CHIEDI PROTEZIONE POLIZIA ALTRIMENTI ABBANDONA ISOLA USANDO MASSIMA PRUDENZA STOP SPIACENTE NON POTER SPIE- GARE DETTAGLI STOP TELEFONAMI APPENA POSSIBILE STOP OLAF OAKES ALLA FINE della sua passeggiata Philip era andato a sedersi a uno dei tavolini esterni del caffè Rosati, in piazza del Popolo. Poco dopo era capitato G.B. Donaldo e gli aveva chiesto se poteva sedersi anche lui al Suo tavolo. Philip e Donaldo si conoscevano da anni, da quando Donaldo era assistente alla cattedra di fisica e Philip era studente. Donaldo gli aveva spiegato che aveva dato appuntamento proprio lí a una persona. « Sta facendo un lavoro per me e oggi andiamo insieme in volo all'Elba con il mio Cessna. » Poi la persona era arrivata. Era una bionda affascinante, con occhi grigi grandi e brillanti e con un corpo meraviglioso. La prima cosa che Philip aveva notato era la pelle di lei, leggermente abbronzata, color miele, perfetta. Portava un vestito molto aderente, ricamato con figure 406 ;:~ /~ geometriche. Donaldo aveva mormorato una presentazione dalla quale Si deduceva che la ragazza si chiamava Undulna Singer. Un paio di minuti dopo la bionda si era allontanata per andare alla toilette Philip commentò: « Cosí i vostri rapporti sono puramente professio- nali e oggi lei viene con te all'Elba sul tuo aeroplano. Giusto? » « Assolutamente giusto. » Restarono in silenzio per un po', poi Donaldo prese un sorso del suo Daiquiri e disse: « A proposito, Philip credo proprio di doverti dei ringraziamenti. Anzi, ne sono sicuro. Si tratta di un suggerimento che mi desti e che era proprio buono » Philip rispose: « Tutti i miei suggerimenti sono buonissimi e dovresti seguirli sempre. Di che Si trattava, comunque? » « Ah, questo non te lo dico! La cosa curiosa è che mi hai dato un'idea buonissima, senza neanche accorgertene. Non ti ricordi? Una cosa che hai detto un paio di mesi fa quasi per scherzo» Quando Donaldo decideva di fare il misterioso non c'era niente da fare. Philip decise di non insistere. Proprio in quel momento Undulna tornò al tavolo e si mise a sedere. Philip non riusciva a distogliere lo sguardo da lei e Sj fissava sempre piú spesso sui suoi occhi ridenti e pieni di luce. Quando le parlò, il suo tono era troppo brusco. « Lei è per caso un'attrice, signorina Singer? » Undulna parlò in un italiano perfetto, privo di qualsiasi inflessione « No. Non sono un'attrice. Faccio traduzioni. Oltre l'italiano, conosco il tedesco, I'inglese, il francese, lo spagnolo e il russo Traduco soprat- tutto roba tecnica. Perché? Pensa di avere del lavoro per me» Philip era del tutto favorevole a lasciare aperta ogni possibilità futura. « Sul momento no. Ma penso che avrò senz'altro qualcosa in un avvenire abbastanza prossimo. Perché non mi dà il suo telefono» Undulna gli porse un biglietto e, mentre se lo metteva in tasca, Philip le chiese: « Mi dica: lei non è italiana, vero? » La voce di Undulna era profonda e armoniosa. « No. Sono mezzo tedesca e mezzo italiana. » Donaldo era stato tagliato fuori dalla conversazione per troppo tempo. Li interruppe: « Scusate, ma noi dobbiamo metterci in moto Undulna. Ciao, Philip. Ti farò sapere come va a finire » La ragazza si alzò e diede la mano a Philip, guardandolo dritto negli occhi, sebbene la sua domanda fosse rivolta a Donaldo. « Anche lui è al corrente, G.B. ? » Donaldo negò subito. « Certo che no. Quando ti ho detto che questo lavoro era segreto, intendevo proprio dire che era segreto. » « Ciao, Undulna » disse Philip. « Ci vediamo presto, spero. » Li guardò camminare fino alla Rolls-Royce di Donaldo e salire in mac- china. Poi la Rolls-Royce fece il giro di piazza del Popolo e sparí in direzione del Muro Torto. TRE IL PICCOLO BIMOTORE Cessna bianco con la striscia rossa e le lettere rosse I-GIBI sulla fusoliera sembrava che andasse quasi bene. Donaldo lo pilotava da meno di un anno e già gli accadeva sempre piú spesso di immaginare di comprarsi un bireattore executive della Lear. Era stato sempre cosí. Quando era ragazzo aveva desiderato motoci- clette sempre piú grosse. Poi, con le macchine, era passato dalle Fiat alla Jaguar e, finalmente, ora aveva una Rolls-Royce Silver Cloud, che considerava un'automobile insuperabile. Cosí adesso desiderava avere un aeroplano migliore e piú veloce. Mentre aspettava che il suo piano di volo fosse approvato dal coman- dante dell'aeroporto di Marciana Marina, nell'isola d'Elba, ripensava agli eventi della giornata trascorsa. Era cominciata molto bene. Il volo da Roma all'Elba era stato tranquillo. Il vecchio Regny, il piú famoso sismologo d'Europa, era stato molto gentile a rinunciare a qualche ora della sua vacanza per esaminare il documento che Donaldo voleva mostrargli. Regny non aveva avuto alcuna critica da fare alla relazio- ne; anzi, aveva concluso la conversazione facendo i complimenti a Undulna per la sua traduzione. Cosí avrebbero dovuto essere tut- ti contenti. Poi, però, mentre stava andando via con Undulna nella macchina presa a noleggio, quando le aveva fatto chiaramente capire che si aspet- tava che lei passasse la notte con lui, in un hotel di Marciana, la ragazza aveva assunto un atteggiamento gelido. Gli aveva opposto un netto rifiuto e gli aveva anche detto di non avere alcuna intenzione di tornare a Roma con lui, sul suo aereo. Era stata adamantina e lui non aveva avuto altra scelta che di portarla a Cavo per prendere 15ultima nave per Piombino. Poi aveva dovuto rifarsi una seconda volta tutta la strada costiera stretta e piena di curve fino all'aeroporto di Marciana. Un altoparlante tuonò: « I-GIBI. I-GIBI. Presentarsi all'ufficio del comando per ritirare il piano di volo approvato ». Donaldo si awiò lentamente verso il piccolo edificio grigio. Strizzava gli occhi, abbagliato dai fari. Non gli piaceva volare al buio, ma ormai non c'era piú ragione di restare ancora sull'isola. L'anziano comandante dell'aeroporto gli porse un paio di fogli. « Ha il permesso di decollare, dottore. Tutto favorevole. » Donaldo prese i documenti, andò al suo Cessna e salí al posto di guida. Accese i motori e guardò gli strumenti del cruscotto. Tutto era in ordine. Poi aumentò i giri dei motori, guidò l'aereo fino all'inizio della pista e decollò. 409 GREGGIO E PERICOLOSO Le luci di terra diventavano piú piccole e piú fioche sotto di lui. Guardò l'altimetro e vide che indicava una quota di 197 metri. Cominciò a virare a destra per mettersi nell'ampia traiettoria circolare che avrebbe portato l'aereo sulla rotta voluta di sud-est. Improwisamente sentí che l'aereo sbandava da un lato con una violenza tale che la cloche quasi gli sfuggí di mano. Non ebbe neanche il tempo di pensare a una spiegazione: vide una grossa sfera di fuoco arancione sulla destra, in direzione della coda del Cessna, e simultaneamente sentí un'esplosione fortissima. Questa volta l'aereo cominciò a beccheggiare e a vibrare in modo orribile e gli ci volle tutta la sua abilità per riuscire a tenerlo sotto controllo. Cercò di guadagnare quota piú presto che poteva e contem- poraneamente chiamò l'aeroporto dell'Elba. « I-GIBI chiama torre di controllo. I-GIBI chiama torre di controllo. Passo. » La voce del comandante dell'aeroporto rimbombò nella piccola car- linga. « Torre controllo Elba chiama I-GIBI. Tornate indietro subito Condizione di emergenza. Passo. » « Torre di controllo Elba. Non torno indietro. Che fate lí? Cercate di buttarmi giú con la contraerea? » Il comandante dell'aeroporto rispose con voce neutra: « Torre con- trollo Elba chiama I-GIBI. Riteniamo che si sia trattato di un missile terra-aria. Dovete tornare subito indietro per la valutazione dei danni al vostro aereo e per rispondere a un primo interrogatorio. Dovremo informare la polizia e il magistrato. Passo ». Donaldo era spaventato. Il suo battito cardiaco era velocissimo e aveva una sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco. Ansimava, ma la sua voce era ragionevolmente ferma. « I-GIBI chiama torre Mi rifiuto di obbedire ai vostri ordini. Se torno indietro, qualcuno potrebbe riprovarci e questa volta potrei essere meno fortunato. Pro- cedo a luci spente e darò piú tardi informazioni sulla mia rotta al controllo di terra. Passo e chiudo. » Spense la radio, guardò la bussola e cercò di pensare a quale altra rotta poteva scegliere. Le stelle brillavano contro il cielo limpido e nero. Donaldo era molto preoccupato. Forse qualcuno alla base NATO dell'Elba aveva sparato un missile Hawk. Ma no: un missile Hawk avrebbe fatto un botto molto piú grosso. D'altra parte, se non erano stati i militari, chi diavolo poteva essere a sparare missili in giro per il Mediterraneo? Be', un'idea ce l'aveva e, se era quella giusta allora voleva dire che si trovava proprio nei guai. UNA BUONA PARTE del lavoro del comandante Ruhi Abdel Hadi con- sisteva proprio nell'attendere che certe cose succedessero. Quella sera era seduto nel suo ufficio a Parigi e aspettava. Il calendario sul suo tavolo aveva pagine doppie in arabo e in francese e diceva che quel 410 giorno - l'otto luglio - il sole era tramontato esattamente alle dician- nove e cinquantadue. Anche i lunghi giorni estivi finiscono. Ormai era quasi buio, ma Ruhi non aveva ancora acceso la luce. La penombra prodotta dall'illumina- zione stradale era spazzata ogni tanto dalla lama brillante dei fari di una macchina che passava. Ruhi stava meditando. Aveva già ricevuto tre rapporti e sapeva che l'operazione che aveva organizzato con tanta cura era fallita. Solo ad Amsterdam la liquidazione era stata eseguita in modo irreprensibile, ma i colpi avevano mancato il bersaglio sia a Milano, sia in quella piccola isola al largo della Sicilia. Perciò, anche se l'operazione avesse avuto successo pieno all'Elba, si sarebbe trovato di nuovo al punto di partenza. La mente acuta di Ruhi era già rivolta a individuare la strategia seguente. Niente piú tentativi al buio. Questa volta avrebbe agito sol- tanto sulla base di informazioni precise, e queste avrebbe dovuto apprenderle direttamente alla fonte, cioè dalla bocca della Vipera. Sempre che quei ragazzi di Roma avessero ragione quando dicevano di aver identificato l'intermediario. C'era solo un modo per esserne sicuro. Doveva fare un discorso faccia a faccia con il signor Olaf Oakes, ma voleva liquidare completamente la prima fase dell'operazione prima di cominciare a dare gli ordini per la seconda. Il comandante Abdel Hadi continuò ad aspettare e ad aspettare ancora. Erano quasi le undici quando sentí bussare alla porta. Un'ordi- nanza in uniforme entrò nella stanza e gli porse un foglio giallo, dicendo: « Dall'ufficio decrittazione, comandante ». Ruhi mandò via il soldato. Poi lesse rapidamente il messaggio e sbuffò. Il messaggio diceva: SEGRETISSIMO PER COMANDANTE RUHI ABDEL HADI. MISSILE TERRA-ARIA LANCIATO CONTRO AEREO l-GIBI MA FALLITO. AEREO PARTITO PER DESTINAZIONE IGNOTA TRASGREDENDO PIANO Dl VOLO CHE DAVA AEROPORTO ROMA ClAMnNO COME DESTINAZIONE FINALE. I-GIBI NON RISULTA ATTERRATO A ROMA PISA BOLOGNA GENOVA MILANO NAPOLI OLBIA TORINO. ABBIAMO INIZIATO INDAGINI AEROPORTI MINORI. RIFERIREMO SU PROGRESSI. Ruhi rimase sprofondato nei suoi pensieri per qualche minuto. Poi sollevò il suo corpo pesante dalla poltrona e prese il telefono. Chiamò il centralino e, tambureggiando nervosamente con le dita sul tavolo, aspettO che l'operatore gli rispondesse. Appena gli rispose, abbaiò: « Chiamami l'ambasciatore a Roma. Prova a casa. Prova dove ti pare, ma trovalo subito ». 411 Mentre Ruhi cercava di riordinare nella sua mente i fatti che gli erano noti, scarabocchiando qualche appunto su un blocco, il telefono suonò. La voce dell'ambasciatore era sonnacchiosa. « C'era qualcosa di urgente di cui mi voleva parlare, comandante? » « Sí, altrimenti non mi sarei certo permesso di telefonare a que- st'ora. Primo: l'attuazione del piano di liquidazione è stata un disastro Volevamo distruggere tutti i possibili amici di al-Afgha che avessero una formazione scientifica. Bene, ce n'erano quattro e ne abbiamo beccato uno solo. Perciò è probabile che le persone rappresentate da Oakes, chiunque siano, da ora in poi saranno piú prudenti. Secondo: come conseguenza di quanto sopra, abbiamo bisogno di qualche setti- mana in piú per riorganizzare tutta la nostra strategia. Perciò i miei ordini sono di procedere con il pagamento secondo le istruzioni che riceverete da questi cani. » La voce dell'ambasciatore indicava chiaramente che si riteneva offeso. Non gli piaceva ricevere istruzioni dal comandante Abdel Hadi « Farò come dice. Tuttavia penso che lei sia troppo pessimista. Può anche essere che una volta che li abbiamo pagati, non sentiamo piú parlare di loro. Non crede che questa possibilità esista? » Ruhi rispose di scatto: « No, non lo penso. Prima di tutto non è abitudine dei ricattatori di sparire. Dopo che hanno ricevuto un primo pagamentotornano sempre a chiedere di piú. E poi ci sono molte cose m questa storia che non stanno in piedi. Le informazioni che questa gente ha sono importanti, molto importanti, e valgono molto. Non c'è dubbio. Allora: perché non le hanno vendute direttamente alle Sette Sorelle o ai Paesi occidentali invece di venire da noi? O, forse, questo è proprio quel che cercano di fare: trattare con noi e con gli occidentali contemporaneamente. « E poi è sorprendente che chiedano cosí poco rispetto all'enormità della minaccia: solo dieci milioni di dollari in monete d'oro. Questo mi fa pensare che abbiamo a che fare con dei dilettanti, e i dilettanti possono essere molto pericolosi, perché è impossibile prevedere le loro azioni. No. Dobbiamo essere assolutamente sicuri che queste informa- zioni non siano passate ad altri. Però, dato che stiamo trattando con dilettanti, invece di dar loro dieci milioni di dollari in oro, gliene diamo solo mezzo. Se l'ipotesi è giusta, il pagamento che facciamo rappresen- terà di piú di tutti i soldi che hanno mai visto in vita loro. E subito dopo acchiappiamo questo Oakes. Dobbiamo farlo parlare. Di questo mi occuperò iO, ma ho bisogno del suo Fawzi. Gli dica di mettersi a mia disposizione dopo che il pagamento è stato fatto. Ci sono domande» L'ambasciatore voleva tornare a dormire e, soprattutto, voleva smet- tere di parlare con quello spiacevole soldato egiziano che credeva di potergli dare ordini nello stesso modo in cui li dava ai suoi subalterni. L'ambasciatore non aveva scelta. Il ministro per il Petrolio e l'Energia - lo sceicco al-Shahrani - gli aveva detto che l'autorità del comandante Abdel Hadi non aveva limiti in quella faccenda e che doveva avere carta bianca. « Non ho domande » rispose l'ambasciatore. « DAMMl un altro whisky doppio » disse Fawzi al-Yafi al barman. L'Harry's Bar, in cima a via Veneto, era affollato e sette minuti dopo il whisky non era ancora arrivato. Fawzi era seccato. Aveva avuto una giornata dura. Il suo ambasciatore gli aveva raccontato la telefonata catastrofica che aveva avuto da Parigi e il fallimento del piano di liquida- zione. E, naturalmente, non aveva detto neanche una parola per cnticare quel cervellone egiziano che aveva mandato all'aria tutta l'organizzazione che lui, Fawzi, aveva preparato con tanta cura. Il messaggio era stato semplicemente: « Da ora in poi sarai agli ordini del comandante Ruhi Abdel Hadi ». Certa gente non si rendeva conto che ci vuole finezza ed esperienza internazionale, se ci si vuole occupare di spionaggio. Quel caprone di egiziano non sapeva neanche parlare bene l'inglese. Fawzi era molto orgoglioso del fatto che poteva farsi passare per americano dovunque e con chiunque. Aveva lavorato per tre anni nei campi petroliferi dell'Aramco a Ras Tanura. Era perfettamente pa- drone della lingua e sapeva non solo come parlare, ma anche di che cosa parlare con gente di ogni tipo. Lui - Fawzi - era l'uomo ideale cui affidare il compito di sbrogliare un intrigo internazionale. Mentre afferrava il bicchiere di whisky che finalmente il barman gli aveva servito, un uomo grasso con occhi blu da bambino lo toccò leggermente sulla spalla. Fawzi si girò e diede un grido di gioia: « Fred! Che ci fa un uomo come te in un locale come questo? » L'uomo grasso cominciò a dare pacche sulle spalle di Fawzi con tutte e due le mani. « Era quello che ti volevo chiedere io. Ne hai fatta di strada da Ras Tanura fino a qui, eh? E che fai adesso, vecchiaccio? Ti sei messo in affari per conto tuo? » « Macché. Non sono stato cosí fortunato, Fred. Faccio il diploma- tico. Servo il mio governo qui alla nostra ambasciata. » « Diplomatico, eh? E che fai? Pulisci i pavimenti dell'ambasciata? Ah, ah, ah. » Fawzi al-Yafi non reagí neanche allo scherzo e rispose con voce molto seria: « Non proprio, non proprio. E tu che fai? Stai sempre all'Aramco? » « Vuoi scherzare? No, Fawzi. Sai che faccio? Lavoro anch'io per il mio governo! Sissignore. Lavoro all'ambasciata americana qui in fondo alla strada. Be', vieni a sederti al mio tavolo. » Fawzi prese il suo bicchiere e si spostarono tutti e due al tavolo di 413 Fred in un angolo tranquillo. Si scambiarono ricordi e si domandarono notizie di vecchi amici comuni per circa un'ora, poi decisero di andar- sene. Uscendo sulla strada sentirono con sollievo la brezza fresca che soffiava leggera. Fred Andersen passò il braccio attorno alle spalle di Fawzi. « Senti vecchiaccio, dimmi qualcosa di piú sul tuo lavoro. Forse potremmo farci qualche piacere uno con l'altro. Come ai vecchi tempi, eh? » « Non ti posso dire molto, Fred. Anzi, non sono neanche autorizzato a dirti che cosa faccio. Ti posso dire soltanto che sono primo segretario ma il mio lavoro è tutta una cosa di stiletti e barbe finte. Abbiamo dei nemici, Fred. Ci accusano di ricattare le nazioni industriali dell'Occi- dente. Ma non abbiamo ricattato nessuno! Siamo noi che veniamo ricattati. Questo te lo dico io. Noi abbiamo una sola fonte d'energia okay? Questa fonte è il petrolio, okay? Be', è proprio quello che ten- tano di levarci! » La voce di Andersen cercava di dimostrare quanto anche lui parteci- passe alla preoccupazione di Fawzi. « E chi è che cerca di farlo'~ Dammi solo un indizio. Se si tratta dei russi o dei cinesi, ti rendi conto che potremmo fare qualcosa? « No, Fred. Vogliono rendere obsolete tutte le riserve di petrolio del golfo Persico. Dicono che si può trovare tanto petrolio anche da altre parti. Un sacco di petrolio. Non sono i russi o i cinesi. Dev'essere qualche tipo di organizzazione segreta. Dilettanti. E hanno trovato petrolio dove noi non possiamo raggiungerlo e, invece, altra gente può Ma ho già parlato troppo. Scordatene, amico. Tu non ci puoi fare niente. Be', ti saluto. Questa è la mia macchina. » Fawzi aprí la portiera di una Jaguar verde scuro, salutò Fred con la mano e se ne andò. Andersen percorse a passo veloce la via Veneto ed entrò nel grande palazzo neoclassico de!l'ambasciata degli Stati Uniti. Fece vedere la sua tessera di riconosclmento al marine che stava sulla porta e prese l'ascensore. Entrò nel suo ufficio e tolse subito la copertura di plastica dalla macchina per scrivere. Esitò un istante, poi inserí un foglio di carta gialla nel rullo e cominciò a scrivere: RAPPORTO R~SERVATO - g luglio 1975 FONTE: Fawzi al-Yafi, primo segretario dell'ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma. FATr} SEGNALATI: la fonte comunica che giacimenti petroliferi molto ric- chl sono stati scoperti in una regione imprecisata, che non sarebbe sotto il controllo di alcun paese dell'OPEC, né di alcun Paese occi- dentale, né comunista. Appare probabile che detta regione sia loca- lizzata in una nazione neutrale del terzo mondo (forse africana). Gli arabi non conoscono ancora l'esatta ubicazione dei giacimenti, ma sembra che nutrano speranza di portare la regione sotto il loro con- trollo, precludendone l'utilizzazione alle nazioni occidentali. Fred Andersen si strofinò gli occhi, rilesse quello che aveva scritto, poi si alzò e andò a dormire soddisfatto. « E ASSOL~rTAMEN~E incredibile! » disse Undulna. Stava affacciata alla finestra del soggiorno al piano di sopra della casa di Philip e guardava il giardino con le due magnolie alte, una fila di aranci amari, due o tre arbusti con le foglie verdi e argentee, e la piscina blu in un angolo. « Non avrei mai supposto che qualcuno potesse avere una casa come questa al centro di Roma, e meno che mai sull'Aventino, a due passi dal Colosseo! » Philip non disse niente, sebbene la sua casa piacesse molto anche a lui. Sentiva di essere un po' teso. Undulna gli piaceva molto, ma non Sj era aspettato di incontrarla cosí presto di nuovo. Dopo che l'aveva conosciuta, aveva pensato di telefonarle, magari con la scusa di una traduzione della quale poteva far finta di aver bisogno, ma pOI aveva deciso di non farlo. Quel pomeriggio era stata lei a telefonargli, molto rilassata e naturale. Undulna non aveva avuto bisogno né di scuse, né di spiegazioni, e gli aveva chiesto semplicemente se poteva vederlo. Ora Philip si era seduto in poltrona e impiegò qualche minuto a congegnare una domanda. Quando decise di aver trovato un modo presentabile di formularla, la pronunciò lentamente con la sua voce profonda: « C'è qualcosa di speciale che volevi dirmi, Undulna, oppure ci troviamo davanti a un normale caso in cui sei rimasta affascinata dalla mia personalità unica e dal mio carattere ineguagliabile? » Undulna si voltò e i suoi occhi grigi lo guardarono intensamente. « Non giochiamo, Philip. Lo sai bene, credo, che mi hai affascinato. La sola cosa che non sai, forse, è che mi hai affascinato molto tempo prima che ti incontrassi di persona. Ho sentito parecchie storie su di te da varie persone. Vorrei conoscerti meglio, Philip, per molte buone ragioni. Tanto per dirne una, sento che avrò bisogno del tuo aiuto. Credo che fra poco succederanno parecchie cose strane. » Philip la guardò con interesse. « Temo di non capire di che stai parlando. Non potresti essere piú precisa? » « No, Philip. Sono una di quelle persone che non tradiscono mai un segreto, quando hanno promesso di non farlo, e io ho promesso. » « Come vuoi. Non intendo certo chiederti di tradire alcunché. Comunque, se non è un segreto anche questo, gli avvenimenti che stanno per succedere, ai quali alludevi oscuramente, hanno qualcosa a che fare con Donaldo, dico bene? » 415 Undulna assentí. « Dovevo supporre che l'avresti capito subito. Però cambiamo argomento, ora. Vuoi? » « Certo. Che ne dici di pensare a un programma per l'immediato futuro? Se vogliamo conoscerci meglio, bisognerà che facciamo qualcosa insieme, no? Senti, tido una scelta tripla. Primo: ti porto a vedere la chie- sa di San Clemente. E la chiesa piú bella di Roma. E costruita su tre li- ve!li. Quello superiore è una basilica del dodicesimo secolo con dei mo- salci meravigliosi e affreschi di Masaccio. Il secondo livello, piú in bas- so, è un'altra basilica del decimo secolo, con affreschi bizantini. Infine il terzo livello, sotto terra, è una casa romana del secondo secolo, con un tempio a Mitra, il dio del sole, e un labirinto di catacombe. » Undulna sorrise. « La tua descrizione è molto completa, ma non mi va: conosco molto bene San Clemente. » « Come vuoi. Eppure potrei farti vedere qualcosa che non hai visto ancora. Credo di conoscere i livelli inferiori di quella chiesa meglio di chiunque altro. Ma passiamo alle altre due scelte. Potrei portarti in un giardino pubblico vicino al Colosseo: si chiama Colle Oppio. C'è un posto dove i Cosmati, nel Medioevo, preparavano i loro mosaici. Rom- pevano le lastre di marmo prezioso dei palazzi imperiali romani e davano a ogni frammento una forma adatta a inserirlo nei mosaici Scommetto che se camminiamo una mezz'ora nel giardino, troviamo almeno un pezzo di porfido, il marmo rosso scuro, o di serpentino, il marmo verde scuro con le macchiette verde chiaro. E ora l'ultima alternativa. Adesso sono le quattro: se partiamo subito in macchina, entro un paio d'ore possiamo arrivare i~n qualche bel posto sul mare; ci facciamo una nuotata e dormiamo lí. E quasi ora che io mi prenda un paio di giorni di vacanza. » Il tono di Undulna era dubbioso. « Posso accettarle tutte e due que- ste alternative? Non ho mai trovato un pezzo di marmo proveniente dai palazzi imperiali, ma mi piacerebbe anche andare al mare. E posso aggiungere che dovrai comportarti da gentiluomo? » Philip sbuffò impercettibilmente. « Puoi aggiungere quello che vuoi Io mi comporto quasi sempre come un gentiluomo. » La prese per mano e la condusse in garage, che conteneva una Fiat 126 e una Lancia 2000 bianca. Philip aprí la portiera anteriore destra della Lancia, aspettò che Undulna si sedesse, poi si mise al volante e abbassò una levetta sul cruscotto. La pesante saracinesca del garage cominciò a sollevarsi, mentre Sj sentiva il rumore acuto di un motore elettrico. La macchina uscí dal garage e la saracinesca si abbassò automaticamente Il giardino pubblico sopra il Colosseo era tenuto male. I prati erano secchi e pieni di chiazze di terra nuda. Undulna e Philip passeggiavano tenendosi per mano, con lo sguardo fisso a terra. Ogni tanto lei si chinava a raccogliere qualcosa, ma ogni volta il frammento si rivelava 416 essere un pezzo di vetro o di mattonella e Undulna lo gettava via e continuava a cercare. Improvvisamente Philip si fermò e si chinò a raccogliere un oggetto che sembrava un sasso bruno tutto sporco di terra. Lo strofinò forte fra le dita e la forma che cominciò a emergere era affusolata ed elegante. « Guarda cosa ho trovato! » disse Philip. L'oggetto che le mostrava era una mezza testa di serpente squisitamente scolpita nel porfido. Andò a una fontanella e lavò il frammento, che diede alla ragazza. « Undulna, questo è il primo regalo che ti faccio. Non credo che riu- scirò mai a darti un'altra cosa che sia cosí improbabile e cosí bella. Non ho mai trovato niente di simile. Vedi, questo marmo è tanto duro che l'artigiano che l'ha scolpito circa diciotto secoli fa probabilmente ci ha lavorato per parecchi mesi. » Undulna strinse nella mano la testa di serpente e disse: « Grazie, Philip. Cominciamo bene, no? » Tornarono alla macchina in silenzio e si diressero a sud, sulla via Pontina. Ogni tanto Undulna tirava fuori dalla borsa il frammento di porfido e se lo passava fra le dita. « Ci sono tante cose, oggi, che mi sembrano irreali. Questa testa di serpente sarà il solo segno concreto che Ci SiamO incontrati e che tutto questo è successo dawero. » Per qualche minuto rimasero in silenzio, poi Undulna domandò: « Perché ti chiami Philip, invece di Filippo? Sei italiano, no? » « Piú o meno. Sono un italiano di seconda generazione. » « Come? Credevo che quasi nessuno immigrasse in Italia. » Philip le diede la spiegazione che aveva dovuto già ripetere tante volte in passato. « Il mio bisnonno era pastore metodista nel Missoun. Nel 1871, dopo la presa di Roma, lo mandarono qui a fondare una chiesa metodista, e lui la fondò. Poi sua figlia incontrò mio nonno e rimase in Italia. Cosí sono nato a Roma, quarant'anni fa. » Alla loro sinistra il monte Circeo sembrava il profilo di un gigante sdraiato sulla spiaggia. Philip disse: « Qui c'era la casa della maga Circe. Sai, quella che aveva trasformato in maiali i compagni di Ulisse ». Erano arrivati all'entrata di un albergo che sorgeva sulla spiaggia. L'insegna al neon, in grandi lettere verdi, diceva: CASTELLO DI CIRCE. QUATTRO DONALDO AVEVA DOVUTO sfiorare i tetti e le cime degli alberi con il suo aereo per riuscire a localizzare il piccolo aeroporto di Ronchi, vicino a Marina di Massa. Di notte l'aeroporto era sempre chiuso e, quindi, non c'era neanche un faro che ne indicasse la posizione. D'altra 417 GREGGIO E PERICOLOSO parte aveva deciso di mantenere il silenzio radio e di non fare pubbli- cita né alle sue intenzioni, né al luogo dove si trovava. Finalmente riuscí a distinguere senza possibilità di dubbio l'edificio dell'Aeroclub di Ronchi e ad atterrare sul piccolo campo erboso. I contorni dell'hangar Sj riconoscevano male, ma non ebbe difficoltà a dirigere i1 Cessna verso il capannone. Si fermò a un paio di metri dalla porta dell'hangar e, quando saltò giú dall'aereo, ebbe l'impressione che e gambe stessero per piegarglisi sotto. I muscoli gli dolevano: ovvia- mente lo stress durante il volo era stato cosí intenso da farlo stare teso e contratto senza che se ne rendesse conto. Pochi secondi dopo sentí la porta dell'Aeroclub che sbatteva e tutte le luci nel piccolo edificio e i fari intorno al campo si accesero. Una voce con un forte accento toscano rimbombò attraverso gli altopar- lant!: « Attenzione! Il pilota che è atterrato dianzi è pregato di presen- tarsl al controllo e di farsi riconoscere ». Donaldo si sentí sollevato. Aveva riconosciuto la voce del vecchio Faustino, il meccanico dell'aeroporto, che faceva anche il custode del- l'Aeroclub. Andò subito verso la casetta dell'Aeroclub gridando: « Sono il dottor Donaldo! » Faustino gli uscí incontro. « Dottore! M'ha dato un gran spavento 'Un l'aspettavo. Che gli è successo? Perché è atterrato al buio? Avrebbe potuto ammazzarsi, o spacca' l'aeroplano! » Mentre Faustino continuava a gridare le sue osservazioni, Donaldo lo guidò verso l'hangar. Quando furono arrivati, indicò il Cessna e fece un gesto per significare che voleva spingerlo dentro l'hangar. Poi, par- lando a voce molto bassa, disse: « Faustino, mi vedi? Be', fa' conto che stanotte non mi hai visto. Io qui non ci sono venuto. Non sono atterrato con nessun aeroplano. D'accordo? » Faustino gli strizzò l'occhio ripetutamente. « Ricevuto, dottore. 'Un abbiapaura. » Aprirono la porta dell'hangar e spinsero l'aereo di Donaldo fino in fondo al capannone. Poi chiusero l'hangar e tornarono in silenzio alla casetta dell'Aeroclub. Faustino mostrò a Donaldo un sofà e disse: « Pe' stanotte dorma qui. Se domattina parte abbastanza presto, nessuno s'accorgerà di nulla. Che progetti ha, dottore? » « Devo andare a Milano. Penso di prendere il primo treno per Genova domattina presto, magari un accelerato. Non verrà in mente a nessuno di cercarmi su un treno che si ferma a tutte le stazioni, no? » Faustino aggrottò le sopracciglia. « Tanto seria è la cosa, eh? Allora il meglio che possa fa' è di prende' una corriera. Sarà a Milano domani pomeriggio e nessuno ci penserà a cerca' un dottore importante come ei, che di solito viaggia con il suo aeroplano personale, in giro per le fermate delle corriere. » 418 Donaldo capí subito che il suggerimento era buono e il giorno dopo viaggiò in corriera. Arrivato a Milano, prese un tram fino a Foro Bona- parte e passeggiò per mezz'ora intorno all'isolato dove abitava Olaf Oakes per essere sicuro che non fosse sorvegliato. Poi entrò nel por- tone, salí al terzo piano e suonò il campanello di Oakes. Olaf aprí la porta e, appena riconobbe Donaldo, lo prese per una spalla e lo tirò dentro. « Che diavolo fai qui, G.B.? » gridò. « Eravamo d'accordo che non saresti piú venuto, no? Sei già stato abbastanza imprudente! Senti cosa è successo. Anzitutto hanno scoperto chi sono io, e la cosa non mi piace affatto. Mi hanno spaventato di brutto. Io me ne vado. Non so dove, ancora, ma devo scappare. E sia ben chiaro che ti ritengo personalmente responsabile. Tu mi avevi promesso che mi sarei fatto un sacco di soldi semplicemente facendo quattro telefonate per conto tuo, ma non è andata cosí! » Donaldo aveva cercato di interromperlo per replicare, ma senza suc- cesso. Riuscí a parlare solo dopo che Olaf era rimasto senza fiato alla fine della sua tirata. « Di che cavolo stai parlando, Olaf? Prima di tutto, perché sei cosí sicuro che ti hanno scoperto? Che è successo? » .Olaf alzò ancora di piú la voce. « Te lo dico subito che è successo. Tu pensavi che sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma questa gente è abba- stanza furba. Devono aver capito che ero io che li chiamavo al telefono e che cercavo di ricattarli, ma allo stesso tempo hanno pure capito che non agivo per conto mio, ma per conto di qualcun altro. Questo qual- cun altro doveva essere un uomo o un gruppo di persone con un grosso bagaglio scientifico e, di conseguenza, hanno cercato di liquidare tutte le persone che conosco e che hanno una formazione scientifica. Ieri hanno cercato di assassinare Abe Zeidow per la strada proprio sotto le mie finestre, ma non ci sono riusciti e hanno ammazzato un giovanotto che stava con lui. Poi hanno assassinato Deuters ad Amsterdam: è stato E messo sotto da un camion. » « Sei troppo nervoso, Olaf! Sono soltanto coincidenze, e tu ci hai costruito sopra una struttura ipotetica che non sta in piedi! » « Che coincidenze, G.B. ! Ancora non sai neanche la metà di questa storia! C'è un altro scienziato molto noto che lavora spesso con me: Giancarlo Jatta. Be', sapevo che stava in vacanza in un'isoletta giú al sud. Allora gli ho mandato subito un telegramma per dirgli di stare attento, che probabilmente avrebbero cercato di assassinarlo. E Jatta lo ha ricevuto dopo che un uomo-rana aveva tentato di arpionarlo e che qualcuno gli aveva sparato addosso da una barca. Mi ha appena telefo- nato. Anche questa è una coincidenza? » Donaldo stava zitto, ora. « Non dici niente, eh? Ho provato ad awisare anche te, ma non sono riuscitO a trovarti da nessuna parte. Dove ti eri cacciato? O hanno 419 provato a far fuori anche te? E, se ci hanno provato, continuerai a sostenere che sono tutte coincidenze? » Donaldo si sentiva la bocca secca e si passò il palmo della mano sulle labbra. « Effettivamente devo ammettere che qualcuno ha sparato un missile al mio aeroplano, mentre tornavo in volo ieri dall'Elba a Roma. Fortunatamente mi hanno mancato ed eccomi qua... » « Ti hanno sparato un missile e tu ancora stai blaterando che va tutto bene, che non corriamo nessun rischio! Sei pazzo, G.B. ! » « Aspetta un momento, Olaf. Non ti eccitare. Mi sembra evidente che stanno brancolando nel buio: sparano a casaccio. E in tre casi su quattro hanno fallito miseramente. Ti rendi conto? Non sanno quello che fanno! Sono confusi, frenetici! Questa per noi è un'occasione da non perdere! Dobbiamo battere il ferro finché è caldo... » La voce di Olaf era un lamento. « Spareranno a casaccio, ma intanto, stanno sparando tutto intorno a me. Ora saranno furiosi per i loro fallimenti e decideranno di liquidare me, tanto per buona misura. G.B., non mi piace. Io me ne vado. Vogho andare via. » Gradualmente, man mano che Olaf si angosciava sempre piú Donaldo diventava sempre piú sicuro di sé. « Sta' calmo! Adesso è ii momento! Hanno detto che avrebbero tenuto pronto l'oro per il dieci luglio, no? Be', si dà il caso che domani sia proprio il dieci luglio Perciò prendi il telefono e chiamali: calmo e tranquillo. Facciamoci sentire del tutto imperturbabili e indifferenti alle loro azioni E chie- diamo che paghino come d'accordo. Vedrai che non sapranno cosa pensare quando sentono che non facciamo neanche la minima allusione ai loro attentati. Fatti coraggio e chiamali, Olaf! » « Io no, G.B. Se li vuoi chiamare, chiamali tu. Va' pure avanti, ma non contare su di me. » « Va bene » disse Donaldo. « Dammi il numero della loro amba- sciata e iI foglio di istruzioni che ti avevo preparato. Li chiamo io. Però se la metti cosí, la tua fetta si riduce a metà: non ti darò cinquanta milioni, ma solo venticinque, e anche venticinque sarebbero troppi per la tua scarsa collaborazione e per il tuo modo ridicolo di comportarti » Donaldo afferrò il foglio di carta che Olaf gli porgeva, si sedette dietro la scrivania e cominciò a formare il numero. L'AUTISTA si mise quasi sull'attenti davanti a Fawzi al-Yafi. Si trova- vano nel garage del consolato dell'Arabia Saudita a Milano. « E venuto il momento » disse Fawzi. « Ora ricordati bene le istru- zioni che ti do. Dovrai prendere l'autostrada del Sole e guidare con prudenza. Dovrai continuare finché a un certo punto troverai una mac- china sul bordo della strada come se avesse un guasto: ci sarà un uomo che ti farà segno di fermarti. Tu ti fermerai e aspetterai che ti si awi- cini. Se ti chiede effettivamente aiuto, rimetti in moto e vai ancora avanti. Se ti dice: "La vipera ha morso" allora è la persona che devi incontrare e gli permetterai di prendere la cassetta che stiamo cari- cando sul furgone, oppure, se te lo chiede, gli lascerai il tuo furgonee lui ti darà la sua macchina con la quale tornerai qui al consolato. E tutto chiaro? Hai domande da fare? » L'autista fece cenno di no e andò via con il furgone rosso e bianco dell'Avis. Fawzi prese un walkie-talkie da un armadietto metallico. Lo accese e disse: « Lupo Cremisi chiama Capelloni. Mi sentite? Passo ». Una voce gracchiò nella piccola ricetrasmittente: « Capelloni a Lupo Cremisi. Ti sentiamo. Passo ». « Bene, ragazzi. Salite sulle vostre Kawasaki e seguite il furgone Avis. E uscito adesso da qui. Ricordate: massima prudenza e non intervenite qualunque cosa accada. Dovete semplicemente seguire l'uomo che ritira la cassetta fino alla sua destinazione finale. Ho già mandato qualcuno all'entrata dell'autostrada e Abdullah aspetta con la Jaguar a Piacenza. Andate, ora. Passo e chiudo. » IL TRAFFICO era scarso, sull'autostrada, e l'autista del furgone viag- giava tranquillamente da circa un'ora. Aveva appena passato la rampa di uscita per Piacenza, quando vide un altro furgone Avis, identico al suo, parcheggiato sulla corsia d'emergenza. Un uomo anziano vestito di grigio scuro stava in piedi accanto al furgone e agitava frenetica- mente una mano facendogli segno di ferrnare. L'autista diede un calcio sul freno e andò a fermarsi un paio di metri dietro l'altro furgone. L'uomo anziano - Donaldo - corse verso di lui gridando: « La vipera ha morso! Venga fuori! Lei torni col mio furgone a Milano. Io prendo il suo. Faccia presto! Non possiamo restare qui tutto il giorno! » L'autista scese dal suo veicolo e si awiò verso l'altro furgone. Donaldo gli gridò dietro: « Esca alla prossima uscita di Fiorenzuola e rientri subito per Milano! » I due furgoni rossi e bianchi si misero in moto insieme. L'autista fece come gli aveva detto l'uomo: uscí a Fiorenzuola pagando il pedaggio, fece una conversione a U, prese un altro biglietto al casello e si diresse di nuovo verso Milano. Mentre eseguiva la manovra, vide nello spec- chietto retrovisore che l'altro furgone - guidato da Donaldo - usciva dall'autostrada e si dirigeva verso Fiorenzuola, ma fu molto sorpreso di vedere un terzo furgone identico, con i colori dell'Avis, che entrava in autostrada dietro di lui e che prendeva la rampa in direzione di Bolo- gna. Fu ancora piú sorpreso, mentre stava accelerando per immettersi nel flusso diretto a Milano, di vedere circa duecento metri avanti un quartO furgone Avis, identico agli altri. 421 GREGGIO E PERICOLOSO Abdullah, al volante della Jaguar, stava perdendo la testa. Aveva seguito da lontano il primo furgone Avis, che lo aveva superato a Piacenza. Poi era stato contattato per radio dai Capelloni, i quali gli avevano detto che andava tutto bene e che stavano seguendo il furgone in direzione di Bologna. Improwisamente, Abdullah aveva visto il furgone Avis sulla carreggiata opposta che stava tornando a Milano. A quel punto, contro ogni regola, aveva cambiato carreggiata attraverso una delle aperture del guard-rail e aveva cominciato a sospettare che le cose non stavano andando esattamente secondo i piani. Subito dopo aveva visto un altro furgone Avis nello specchietto retrovisore e aveva cominciato a urlare nella radio per awisare i ragazzi delle Kawasaki. « Uno di voi torni indietro subito! Ho qui due furgoni Avis che stanno andando verso Milano e ho paura che si separino. Questi cani stanno cercando di confonderci! » Il tentativo di confondere gli arabi ebbe pieno successo. Abdullah e - i Capelloni seguirono fedelmente i tre furgoni sbagliati, mentre il solo furgone che li interessava Sj era dileguato. Quando tornarono tutti al consolato di Milano, si presentarono a Fawzi al-Yafi in condizioni di spirito disastrose. Abdullah, che non osava guardare piú in alto delle caviglie di Fawzi, disse con voce spenta: « Abbiamo perso contatto. Non abbiamo idea di che fine abbia fatto la cassetta con l'oro ». « Siete dei cani » disse Fawzi digrignando i denti. « Non siete capaci neanche di eseguire un lavoretto semplice come questo. Fortunata- mente non ho bisogno delle vostre informazioni. Io so chi era. Ab- biamo registrato la sua telefonata e lo abbiamo riconosciuto dalla vo- ce. Funziona proprio come le impronte digitali. IL 20 LUGLIO, G.B. Donaldo smise di essere ragionevolmente preoc- cupato e cominciò a essere veramente terrorizzato. Aveva avuto i soldi: non quanti ne aveva sperati, ma pur sempre un mucchio rispettabile. Era stato attento a vendere le monete d'oro in piccole partite, per non buttare giú improwisamente il prezzo alla Borsa di Milano. Aveva racimolato 350 milioni di lire, ma non era riuscito a dare a Olaf la sua parte. Oakes era sparito, senza lasciare indirizzo e senza lasciare alcuna indicazione di un conto bancario sul quale Donaldo avrebbe potuto accreditare quello che gli doveva. Prima o poi, però, Olaf si sarebbe ripresentato. Donaldo pensò al vecchio detto genovese: "A pagare e a morire c'è sempre tempo". Ma i vecchi proverbi non potevano consolarlo. Aveva trasmesso un accredito con l'intera somma incassata a Rudy Loos, il suo contabile, per risolvere i problemi della Plasmatronics, ma non c'era alcuna consolazione neanche nel successo che aveva riportato. 422 Ora vedeva le cose in una luce diversa. Aveva corso rischi stupidi ed eccessivi: solo un pazzo avrebbe rischiato la vita per denaro, sapendo che i dadi erano truccati e che stava giocando contro nemici astuti e feroci, che non si sarebbero fermati davanti a niente. Eppure il piano era cosí bello, cosí lineare e inevitabile che, con tutta la sua paura, temeva di non farcela a ritirarsi. Poteva pensare di conti- nuare il gioco, ma non doveva perdere d'occhio le carte e, soprattutto, doveva procurarsi un po' di sicurezza. La prima cosa da fare era abban- donare la scena - fisicamente - e trovarsi un rifugio sicuro dove nessuno potesse scovarlo. Olaf non era stato tanto fesso dopo tutto. Aveva capito giusto in tempo quando gli arabi stavano cominciando a fare i duri. Donaldo sapeva che doveva stare attento, molto attento. C'era qual- cosa che non quadrava. Che cos'era? Dio mio, come poteva averlo dimenticato? Gli avevano dato solo mezzo milione di dollari, non dieci milioni di dollari! Questo significava che gli arabi erano sicuri che lui avrebbe accettato un pagamento venti volte minore di quello pattuito senza mettere in atto le sue minacce. Si sentivano ancora forti. E, se si sentivano forti, avrebbero colpito di nuovo non appena ne avessero avuto l'occasione. Solo che questa volta sarebbe stato piú facile per loro fare centro. Sentí un senso di angoscia che gli stringeva la bocca dello stomaco. Era stato proprio lui a facilitarli. Non avrebbe dovuto telefonare personalmente. E forse non era stato abbastanza prudente quando aveva venduto le monete d'oro: potevano rintracciarlo attra- verso le banche, benché si fosse servito di un paio di intermediari. Pensò a come poteva fare per sparire. Poteva farsi prestare una casa di campagna da qualche amico, ma anche cosí avrebbe lasciato qual- che traccia. Poi la soluzione gli venne in mente. Il solo modo di spari- re era quello di percorrere un cammino casuale. Nessuno poteva se- guirlo lungo un itinerario che lui stesso non aveva pianificato in anti- cipo. Questo voleva dire che doveva evitare tutti i mezzi di traspor- to pubblico e che non doveva usare la sua macchina, né alcuna altra au- tomobile dalla quale si potesse risalire fino a lui. Aveva bisogno di un veicolo senza targa. Be', era facile, ne aveva già uno. Nell'autunno del 1973, quando era cominciata la crisi dell'energia, aveva comprato una Vespa 50. Non l'aveva mai usata, ma adesso era proprio quello che ci voleva. -. Donaldo abitava in un attico in cima a un vecchio palazzo dietro Campo dei Fiori, nella vecchia Roma. Il palazzo faceva parte di un isolato enorme e, al piano terreno, alcune vecchie botteghe erano state .. trasformate in garage. C'era un grande cortile - invisibile dalla strada- e, se lo attraversava, poteva uscire da una porticina in una stradicciola lontana duecento metri dall'entrata principale. Si alzò e raccolse un po' di biancheria e un necessaire da viaggio. 423 GREGGIO E PERICOLOS~J Tirò fuori dalla cassaforte un grosso dossier di carte e un milione e mezzo in contanti. Mise tutto in una sacca di tela con una cinghia di pelle che poteva essere portata a tracolla e scese in garage. Un quarto d'ora dopo filava contento e libero sul Lungotevere in direzione di San Pietro. Non aveva incontrato nessuno ed era sicuro di non essere seguito. Traversò il fiume sul ponte Vittorio Emanuele, proseguí lungo il tunnel sotto il colle Vaticano e si lasciò dietro la cupola di San Pietro; poi decise di non prendere l'Aurelia, ma girò a destra per una strada provinciale: la via di Boccea. Nel tratto iniziale quella strada correva fra due file di palazzi moderni, poi, dopo il car- cere militare, continuava fra case sparse e andava su e giú fra le colline. Donaldo si awentò lungo una ripida discesa e, poco dopo, correva vicino a campi mietuti e secchi. Poteva sentire ogni tanto muggiti belati e versi di galline, e si accorse che guidare un motoscooter era molto differente dal guidare una macchina e che l'esperienza non era spiacevole. Andò avanti: giú per una valle, su per una collina. Aveva deciso di mettersi in viaggio senza un piano e, perciò, non era preoccupato perché nella sua mente non si era formata ancora alcuna idea chiara Piuttosto erano parole separate che affioravano alla sua coscienza come: "rifugio", "nicchia", "riparo", "ricovero". Dopo qualche centinaio di metri arrivò a una biforcazione della strada. Non c'era nessun segnale, nessun cartello. Prese a destra, dove c'era una strada di terra battuta. La imboccò a velocità molto bassa, perché era piena di buche e di gobbe. Poi la strada si fece ripida e il motore della Vespa cominciò a faticare. Donaldo continuò a salire. Passò attraverso un boschetto molto fitto poi arrivò a una collina piatta, di tufo. La roccia color miele appariva a chiazze fra i cespugli di rovi. La strada girava intorno alla collina e portava a un vecchio e grande casale a forma di U. Buon segno, pensò Donaldo, solo la gente che doveva andare al casale avrebbe percorso quella strada. Il luogo era abbastanza nascosto. Le mura del casale erano costruite con blocchi dello stesso tufo della collina, in modo che la casa sembrava cresciuta naturalmente dalla roccia su cui era fondata. Donaldo arrestò il motoscooter davanti al portone principale, che era verniciato di fresco. Sembrava che non ci fosse nessuno. Stava per dare una voce a chiunque potesse essere in casa, quando il portone si aprí e venne fuori una donna alta e bruna, che dimostrava poco meno di quarant'anni. Portava stivali e calzoni da cavallo. La sua voce era calma. « Cerca qualcuno qui, o si è perso? » Donaldo mormorò: « No, veramente non cerco nessuno. Credo di essermi perso. Darei troppa noia, se restassi qui per un po'? » Sembrava che la donna bruna lo stesse valutando. La valutazione doveva essere stata positiva, perché disse: « Lei mi sembra una persona a modo e, come minimo, potrei offrirle una tazza di tè; però non ho intenzione di offrirgliela a meno che lei non parli chiaro. Che cosa sta cercando? » Donaldo fu improwisamente sicuro di aver trovato il suo nfugio. Disse: « Permetta che mi presenti. Mi chiamo Gian Battista Donaldo. Sono uno scienziato e mi sono accorto improwisamente che dovevo andarmene, che dovevo lasciare tutto. Potrei chiederle... potrei chie- derle se posso restare qui per alcuni giorni? Se mi dice di sí, fa una buona azione ». La donna sorrise e gli porse la mano. Aveva una stretta molto ener- gica. « Io veramente non sono una giovane esploratrice e, percio, non sarei tenuta a fare una buona azione al giorno. Comunque mi chiamo Giovanna Montani e faccio l'agricoltore, come avrà capito. Entri in casa, dottore, e mi racconti tutto. » Donaldo la seguí nel casale. Dietro il portone principale c'era un atrio con una porta sulla destra e una stretta scala sulla sinistra. Anda- rono di sopra ed entrarono in una stanza molto grande, che fungeva da soggiorno e da sala da pranzo. Il soffitto era appogglato su grandi travl nere di legno. Giovanna si allontanò per fare il tè e Donaldo si sedette in una poltrona di cuoio davanti al caminetto spento. Quando la donna entrò con il tè, Donaldo non ebbe alcuna possibi- lità di raccontarle tutto. Fu lei a raccontargli tutto: del suo lavoro con l'azienda agricola, dei suoi amici, dei suoi cavalli, del prezzo del ferti- lizzante. Giovanna non era sposata e, dopo la morte dei suoi genitori dieci anni prima, aveva sempre vissuto sola nella fattoria. Quando il grande orologio di bronzo dorato suonò mezzanotte, Donaldo era ancora al lavoro: stava aiutando Giovanna a far quadrare i libri contabili dell'azienda. CINQUE « SSAGGIA la bisque di aragosta e dimmi se devo aggiungere sale. Ti A dispiace, Philip? » Era una sera di fine luglio e Undulna stava preparando la cena. Prendeva il suo compito molto senamente: da poco piú di una settimana era andata a vivere con Philip ed era la prima volta da quando stavano insieme che avevano invitato degli amici. Philip si muoveva per la cucina cercando di non intralciare Undulna e, intanto, le parlava e non faceva niente di utile. « Mi dispiace, Undulna, ma è meglio che l'assaggi tu la bisque. Ti aiuterei con pia- cere, ma proprio non posso. Temo di non averti mai detto che il senso del gusto mi manca completamente. » 425 Undulna lo guardò con aria dubbiosa. « Stai scherzando, Phil'E vero~che non hai il senso del gusto o sei semplicemente troppo pigro? » « E letteralmente vero, amore. Riesco appena a distinguere la diffe- renz~a fra il sale e lo zucchero. » « E veramente un peccato che tu non sia un buongustaio, perché la cena dl stasera sarà una cosa speciale. » « Non solo non sono un buongustaio, si dà il caso che io aborrisca perfino la parola "buongustaio". Parliamo d'altro, cara. Ti racconterò ancora di Napoleone: è un uomo straordinario e spero che ti piacerà ma è strano, paradossale, e forse ti ci vorrà un po' per abituarti. Come ti ho detto, è professore di persiano e arabo all'università e sa una ventina di lingue. Ne sa tante, di lingue, che salta spesso da una all'altra e, mentre sta cambiando, a volte gli succede di perdere qualche col- po e, allora, usa espressioni molto buffe. Oltre a essere un linguista straordinario, è anche un buon filosofo e ne sa moltissimo di storia e di astronomla. » « E sua moglie com'è? » Philip rifletté prima di rispondere. « E... una donna molto attraente Forse la cosa piú notevole di Ilia è che non è affatto atterrita da questo suo incredibile marito. Anzi dà l'idea che lo completi. Si occupa lei di tutte le cose pratiche della vita... » In quel momento suonò il campanello della porta e Undulna disse: « Eccoh! Saranno loro! » Mentre Philip andava ad aprire, lei gli gridò dietro: « Non portarli in cucina! » Aveva praticamente finito con i preparativi. Diede una rassettata e ando mcontro agli ospiti nel soggiorno. Philip disse: «Ti presento Napoleone e Ilia Perilli. Questa è Undulna Singer ». Napoleone era grasso e aveva i capelli grigi. Portava occhiali molto spessl ben plantati sul suo naso a becco e aveva la barba bianca. Sem- brava molto piú vecchio di quanto Undulna si aspettasse. « E un pia- cere incontrarla, professor Perilli. Philip mi ha parlato molto di lei. » « Perché non mi dài del tu? Tanto lo fanno tutti, prima o poi. Mi chiamano anche Napo. » Undulna non si sentiva ancora a suo agio, ma sorrise coraggiosa- mente. « La cena sarà pronta fra un paio di minuti. Dimmi, Napoleo- ne, è vero che sai venti lingue? Io ne conosco sei e credevo di essere già a un buon livello. Ma venti mi sem~bra che sia quasi immorale, no? » Napoleone le diede ragione. « E giusto. Infatti non credo che siano ventl. Non so, perdo sempre il conto. Vediamo: francese, tedesco, spagnolo, portoghese, svedese, russo, arabo, persiano, turco, cinese, hindi, malese, giapponese... sono solo tredici, no? Mi sembrava che ce ne fossero delle altre. Ah, sí, naturale. Italiano, latino, greco ed espe- ranto. Cosí sarebbero diciassette. Be', queste sono le lingue nelle quali 426 GREGGIO E PERICOLOSO potrei anche parlare in pubblico. Poi ne so altre, ma piuttosto maluc- cio. Be', io avrei una certa fame. Mangiamo? » Andarono a cena e Napoleone mangiò molto di tutto, sotto gli sguardi preoccupati di Ilia. Era una serata piacevole e Undulna comin- ciò ad apprezzare Napo. Aveva una grossa cultura, parlava molto e minimizzava continuamente i suoi successi accademici e intellettuali. Undulna trovava piacevole che qualcuno, oltre a Philip, fosse capace di monopolizzare la conversazione. Ilia, invece, non riuscí a parlare molto. Ogni tanto correggeva suo marito con una affermazione di fatto, che lui metteva da parte con un gesto vago della mano, oppure pronunciava rare battute di spirito. Dopo cena Undulna, Philip e Napo entrarono in una discussione accalorata sulla fonetica e su quanto sia possibile analizzare il carattere e la formazione di una persona basandosi sul modo in cui parla e sulla sua pronuncia. Dopo che avevano passato in rivista i soliti luoghi comuni sulla pronuncia degli aristocratici inglesi, Philip cercò di pro- vare certe sue tesi parlando francese come un americano. Poi improv- visò un discorso che avrebbe potuto essere fatto da un operaio porto- ghese ubriaco in un bistrò di Parigi, maledicendo in francese gli uomini politici francesi e quelli portoghesi. Fece ridere tutti, sebbene si fosse perso per strada il punto che avrebbe voluto dimostrare. Napo si tolse gli occhiali e si asciugò le lacrime provocate dal riso. « Sei fantastico! Avresti dovuto fare il linguista, invece di occuparti di ingegneria e di economia. Ma, senti, recentemente ho fatto un lavoro che potrebbe essere citato come un esempio classico della enorme potenza della fonetica. Non dovrei raccontarvelo, perché mi hanno detto che è un segreto. Ma non fa niente. » Ilia aveva un'espressione aggrondata. Disse al marito: « Se hai giu- rato che avresti mantenuto il segreto, non dovresti parlarne ». Napo la guardò con interesse, come se fosse uno strano oggetto. « Sí. Quello che dici è giusto, ma tanto questi due sono amici e non andranno mica a raccontare in giro delle cose che - come dire? - non devono essere divulgate, no? Dunque, tempo fa ho rivisto un amico che ho conosciuto quando mi trovavo all'università del Cairo, e mi ha chiesto se gli facevo una valutazione fonetica di certe registrazioni di uno che parlava inglese. Quello che voleva era un'opinione sulla prove- nienza e la formazione di questo tizio. Si doveva trattare di una storia di ricatto, perché la voce parlava principalmente di farsi consegnare un sacco di soldi in monete d'oro e di tutta una storia di documenti segreti. « Be', in principio avevo pensato che sarebbe stato impossibile dire qualche cosa di serio in un caso come questo. Poi, invece, mi sono meravigliato io stesso del fatto che riuscivo a descrivere questo proprie- tario di una voce sconosciuta con una precisione altissima. Anzitutto 427 GREGGIO E PERICOLOSO era un americano: questo lo avrebbe potuto dire chiunque. Era cre- sciuto nel New England, probabilmente nel Massachusetts, ma aveva vissuto a lungo nella California del nord e adesso si trovava in Italia da almeno una decina d'anni. Parlava tedesco, ma era una lingua che aveva imparato da adulto. Questo, per esempio, l'ho dedotto dal modo in cui pronunciava alcune parole: né come un americano, né come un tedesco. Ho potuto anche stimare la sua età adoperando uno spettro- grafo che hanno all'istituto di linguistica. Aveva fra i 54 e 58 anni. E poi perfino le sue abitudini: fumava piú di trenta sigarette al giorno. I nastri li ho fatti sentire anche al mio medico, e ha detto che, secondo lui, quest'uomo soffriva di enfisema. Già... è stata un'esperienza molto istruttiva. Anche questo mio amico ha detto che è stato molto soddi- sfatto della mia analisi. » Ormai era quasi mezzanotte. Quando Napo si accorse che era cosí tardi, insistette per andarsene subito. Il sonno, per lui, era sacro. Dopo che i Perilli se ne erano andati, Undulna guardò Philip con i suoi grandi occhi grigi spalancati, come se volesse dirgli qualche cosa e non sapesse come cominciare. Philip le domandò: « Ti sono piaciuti i miei amici? » « Sí, sí, mi sono piaciuti. Ma il punto non è questo. Che commenti hai sulla storia che abbiamo appena sentito? » « Affascinante, no? E incredibile quello che si può riuscire a fare se uno ha un orecchio per le lingue come Napo. » Undulna lo guardò tenendo gli occhi socchiusi in modo che sembra- vano fessure ostili. La voce di lei era fredda, come Philip non l'aveva mai sentita. « Non capisci, Phil. Non ti rendi conto che Napo, senza neanche pensarci, può avere seriamente danneggiato qualcuno? » « Chi ha danneggiato? Se uno dà un problema a uno scienziato, quello in genere cerca di risolverlo. Gli scienziati servono a questo. Che c'entrano i danneggiamenti? » « Continui a non capire » disse Undulna. « Parli, parli... ma igno- n i fatti. » « Quali fatti? » « Ci sono dei fatti, dei quali io sono a conoscenza e tu no. Permetti che ti dica che Napo ha danneggiato seriamente un amico tuo. Non posso dirti di piú, ora, e desidero cambiare argomento. » Philip rimase a guardare il soffitto per qualche decina di secondi. Poi si schiarí la gola e disse: « Non abbiamo molti amici comuni. In effetti ne abbiamo solo uno: Donaldo. La prima volta che ti ho incontrata, voi due stavate facendo allusione a qualche cosa di molto segreto. E questa cosa aveva qualche rapporto con il vostro viaggio all'Elba. Abbastanza ovvio, no? Allora: tu hai detto che Napo ha danneggiato qualcuno. Questo qualcuno, perciò, è Donaldo. E Napo parlava di un ricatto. La persona danneggiata, dunque, è un ricattatore. E allora devo dirti due cose. La prima è che, se hai queste istanze morali, faresti bene ad applicarle a Donaldo e non a Napo. Napo è un uomo essenzialmente candido, invece Donaldo ha piú o meno gli stessi standard morali di un cobra. La seconda cosa è una domanda: cosa diavolo ti sei messa a combinare con quel pazzo di Donaldo? » Undulna decise che era venuto il momento di offendersi e rispose in tono gelido: « Come ti ho già detto, non desidero parlare piú di tutta questa storia. Ora vado a dormire. Buona notte ». Philip guardò con sconforto la ragazza che usciva dalla stanza. Quella notte, per la prima volta da quando Undulna era venuta a vivere con lui, non dormirono nello stesso letto. UNDULNA bagnò lo spazzolino da denti sotto il rubinetto dell'acqua calda e poi cominciò a strofinarsi i denti vigorosamente. Poiché la sera prima avevano litigato, Philip aveva deciso di essere molto prudente e di evitare ogni discussione. Tuttavia non poté tratte- nersi dal chiedere: « Undulna, perché ti lavi i denti con l'acqua calda? Non l'ho mai visto fare a nessuno ». Lei spruzzò nel lavandino l'acqua che aveva in bocca e si girò sorri- dendo. Poi disse: « Leeuwenhoek... » Prima che potesse continuare, Philip corse da lei, l'abbracciò e la sollevò da terra, baciandola sulla faccia, sul collo e sulle orecchie. Continuando a sorridere, Undulna lo respinse. « Stavo per dire che Leeuwenhoek, l'inventore del microscopio, dimostrò duecento anni fa che l'acqua calda uccide i microbi che abbiamo in bocca... » « E Leeuwenhoek sapeva quello che diceva, dato che fu il primo a vedere i microbi ingranditi con la sua invenzione. Sai una cosa? Ora se qualcuno mi domanda come definirei la sola donna al mondo che possa andare bene per me, direi: "Una donna che risponde Leeuwenhoek, quando le chiedi perché si lava i denti con l'acqua calda". Chissà se ce ne sono delle altre. Tutto sommato, ne dubito. » Erano le otto di mattina. Philip doveva uscire per affari e Undulna doveva andare in centro per consegnare una traduzione. Avevano appena finito di vestirsi quando suonò il campanello della porta e Philip gridò dal suo studio: « Undulna! Ti spiace vedere chi è? Io sto racco- gliendo le mie carte ». Undulna corse giú e aprí la porta. Il battente fu spinto violentemente verso di lei e due giovanotti bruni entrarono in casa. Il primo, che aveva i baffi neri, puntava verso la ragazza una grossa pistola automa- tica e contemporaneamente con l'indice della mano sinistra awicinato al naso le intimava che non doveva fare rumore. Poi indicò il piano di sopra e le sussurrò: « Digli di venire giú ». 429 GREGGIO E PERICOLOSO Undulna chiamò con la voce rotta: « Philip! Abbiamo visite! Puoi venire un momento? » « Non ho tempo: devo partire! » Intanto si sentivano i suoi passi che venivano glU di corsa per le scale. Appena entrò nella sala da pranzo al piano di sotto, Philip afferrò la situazione: uno dei due giovanotti bruni - Baffo Nero - aveva una pistola puntata verso di lui e l'altro teneva Undulna sotto tiro con un gro~sso revolver. Philip si fermò di colpo e disse, calmo: « Che succede? E una di quelle rapine che si leggono sui giornali? O è un rapimento? » Baffo Nero rispose in un italiano esitante: « Seduto. E niente. Solo un po' informazione, poi andiamo. Okay? » « Okay. Va bene. Vedo che le vostre domande saranno poste in modo molto energico. » « No energico » corresse Baffo Nero. « Solo domande. Okay? » Poi Si giro verso iI suo compagno e disse qualcosa in arabo. Undulna si mise a sedere in una poltrona vicino a Philip, che stava ancora in piedi, e gli sussurrò: « Stanno aspettando che venga qualcun altro. Ora gli telefonano. Deve essere il loro capo ». Philip la guardò sorpreso. « Non mi avevi detto che conosci an- che l'arabo. » La ragazza non fece alcun commento. Baffo Nero andò al telefono, compose un numero e parlò veloce- mente in arabo. Poi mise a posto il ricevitore e rimase immobile guar- dando alternativamente la sua pistola e Philip Undulna sussurrò di nuovo: « Ha detto che la situazione è sotto controllo e ha detto al suo comandante di venire qui ». Philip cominciò a camminare lentamente per la stanza, stando bene attento a non awicinarsi troppo ai due arabi. Si andò a fermare accanto a una consolle antica, il piano superiore della quale era intarsiato con disegni geometrici di legno chiaro. Tamburellò con le dita sul legno e si sentí un forte botto: un'intera sezione del soffitto, proprio sopra Baffo Nero, si staccò e cadde sulla testa dell'arabo. Era una trave di legno lunga due metri e con una sezione di venticinque centimetri per venti- cinque: uno dei marchingegni fatti installare da Philip quale misura anti-rapimento. Baffo Nero non fece in tempo a emettere nemmeno un grido e cadde abbandonato sotto il peso di quel grosso blocco di legno. L'altro arabo si girò di scatto e puntò la rivoltella in direzione del suo compagno, perché aveva avuto l'impressione che l'attacco venisse da quella parte. Prima che Si accorgesse che era stato un oggetto e non una persona a mettere a terra Baffo Nero, Philip lanciò un pesante portacenere con- tro la sua testa e gli si avventò contro per placcarlo. L'arabo cadde, ma smorzò la caduta proteggendosi con il gomito. Poi si girò su sé stesso e con tutta la forza colpí Philip sopra l'orecchio con il revolver tenuto di piatto. Philip crollò al suolo senza un lamento. Tutto era finito molto rapidamente. Undulna non aveva neanche avuto il tempo di alzarsi dalla poltrona. L'arabo che aveva messo Philip fuori combattimento saltò subito in piedi e gridò a Undulna: « Faccia contro il muro! Braccia sopra testa! Niente scherzi, ora! » Agitando il revolver in modo disordinato, si avvicinò a Baffo Nero e lo liberò dalla pesante trave di legno. Il campanello della porta suonò di nuovo e l'arabo disse: « Apri quella porta, donna ». Undulna obbedí e si trovò davanti un uomo di mezza età, grosso e con la pelle scura, che entrò senza dire una parola. Il giovanotto con il revolver cominciò a parlare in arabo. Era molto eccitato e spiegava quello che era successo. L'uomo di mezza età aveva una faccia seccata. Annuí ripetutamente, poi interruppe il giovanotto con un gesto brusco e uscí dalla stanza. Undulna domandò con voce flebile: « Che succede? Chi è? Che volete da noi? » Il giovanotto scosse la testa e disse con voce reverente: « Coman- dante Ruhi Abdel Hadi è arrabbiato. Il tuo uomo è stupido. Non doveva lottare. Ora le cose sono molto peggio ». Ruhi tornò nella stanza con un asciugamano bagnato in mano. Si chinò e passò la stoffa bagnata sulla faccia di Baffo Nero, che stava riprendendo i sensi. Appena si fu svegliato completamente, Ruhi lo abbandonò e si voltò verso Philip. Anche lui si era alzato e stava tastandosi la testa delicatamente con la punta delle dita. Ruhi raccolse l'asciugamano bagnato e lo tirò a Philip, poi disse: « Sono spiacente, professore, che le cose siano andate cosí. Lei è stato sciocco a usare violenza. Questa doveva essere una conver- sazione amichevole. Se mi promette che non sarà di nuovo violento, possiamo ancora parlare. Accetta? » Philip era scosso. La sua voce era un po' gracchiante. « Senti chi parla di essere violento! Chi diavolo è entrato qui pieno di pistole? Questo non importa, comunque. Tiri fuori le sue domande. » Ruhi Abdel Hadi disse: « Ha perfettamente ragione. La prima domanda è molto semplice. Giovanni Battista Donaldo è suo amico. Dov'è ora? » Philip alzò la testa. « Non lo so. Non lo vedo da un paio di settimane. Cercatelo a casa sua. Cercatelo al suo ufficio. » Ruhi diede una scrollata di spalle. « Prego, non faccia suggerimenti Sciocchi. Risponda alle domande. Sono sicuro che lei sa che Donaldo è scomparso. Perché pensa che sia scomparso? » « E che ne so? Non sapevo che se ne fosse andato. Probabilmente è partitO per un viaggio d'affari. Parte spesso. Che andate cercando? » 431 GREGGIO E PERICOLOSO Ruhi fece la faccia feroce. « Viaggio d'affari, eh? Che cosa sa lei di ricerche petrolifere, professore? Lei è ingegnere. Ha mai lavorato in un campo petrolifero? » La voce di Philip era annoiata. « Credo che le sue domande siano molto piú sciocche delle mie risposte e dei miei suggerimenti. Sí, ho lavorato per la Texaco molti anni fa. Deve essere stato nel 1962, ma non ho mai lavorato in un campo petrolifero. Avevo progettato un centro di calcolo elettronico per la Texaco. Lo dovevano usare per elaborare dati geologici, risultati di prove sismiche e roba del genere. Che c'entra tutto questo con Donaldo e con la sua eventuale fuga? » Ruhi guardò Philip con molto interesse. « Ci stiamo arrivando Allora lei è un esperto di prove sismiche, eh? E che cosa mi sa dire di un documento, un rapporto di sessantasette pagine, che abbiamo buone ragioni di credere sia stato scritto dal suo amico Ivanov? » « Voi parlate per enigmi. Io non so niente di questo documento e non conosco nessuno che si chiami Ivanov. Andate fuori di qui, figli dicani! » Ruhi gridò qualcosa in arabo a Baffo Nero, che corse vicino a Philip e gli spinse la bocca della pistola fra le costole. Philip afferrò la mano destra di Baffo Nero e gli fece cadere la pistola. Poi si piegò sulle ginocchia, si fece passare rapidamente il braccio del giovane arabo sopra la spalla e mandò Baffo Nero ad atter- rare sul pavimento a faccia avanti. Una pistola automatica apparve improwisamente nella mano di Ruhi, che disse: « Bene, professore, siamo debitamente impressionati Cosí lei ha imparato un po' di judo ed è molto coraggioso. Però dob- biamo parlare ancora e certamente non possiamo farlo in questo ambiente, specialmente se ogni cinque minuti lei decide di esibirsi in un numero da circo ». Quindi parlò in arabo al secondo pistolero. Il giovanotto andò a massaggiare Baffo Nero e riuscí a rimetterlo in piedi. Poi uscí dalla casa. Meno di un minuto dopo si sentí il motore di un'automobile che veniva messo in moto. Ruhi disse: « Ora usciamo. Prima voi due. Poi io con la pistola. Ricordi la pistola, professore. Abbiamo una macchina fuori. I miei due uomini staranno davanti. Noi tre staremo dietro: io in mezzo, lei, professore, alla mia destra e la signora alla mia sinistra. Non provate a scappare, se no vi uccido tutti e due prima che facciate in tempo a fiatare ». Undulna prese al volo la sua borsa e uscí di casa. Philip valutò la situazione. Una Mercedes 300 nera era accanto al marciapiede, subito fuon del portone, con la portiera posteriore destra già aperta. Il comandante Abdel Hadi fece un gesto per indicare a Undulna che doveva entrare nella macchina. « Prima le signore. » Baffo Nero, ancora barcollante, stava un paio di metri dietro Philip. Ruhi entrò nella macchina e sedette vicino a Undulna, puntando la pistola verso lo stomaco della ragazza. Poi Baffo Nero spinse violen- temente Philip nella schiena con la canna della pistola. « Va' dentro, tu. Presto! » « Calma, amico. Non c'è ragione di spingere. » Baffo Nero chiuse la portiera dietro Philip, poi infilando la mano attraverso la porta anteriore abbassò la sicura di quella posteriore. Si sedette sul sedile davanti e la macchina partí di scatto. GLI OCCHI di Philip scandagliavano rapidamente l'interno della vet- tura in cerca di qualche possibilità. Si aggiustò sul sedile spingendo il comandante Abdel Hadi abbastanza gentilmente da evitare di insospet- tirlo. Ruhi grugní e si spostò di un centimetro o due. Philip giudicò di essere riuscito a far piazzare la testa di Ruhi in modo che intercettasse la visuale dello specchietto retrovisore: ora probabilmente l'autista non poteva vedere bene quello che succedeva dietro la macchina ed era obbligato a usare di piú lo specchietto laterale. Philip verbalizzò men- talmente: "Deve essere preferita ogni situazione in cui il tuo awersario può accedere a una minore quantità di informazioni". Ruhi disse: « Sta ancora tramando, eh, professore? Stia calmo e cerchi di non fare qualche altra sciocchezza. Fortunatamente non si è potuto portare dietro nessuna delle sue trappole. Piuttosto, perché non mi parla del suo amico Donaldo? » Philip cominciò a parlare in russo, in modo che solo Undulna potesse capirlo. « Ja dumaju oni ne ponimajut russkij. Kogda ja skazu "teper" ty dolzen kricat' "beregis" po arabski ocen gromko » (*). Poi continuò con lo stesso tono di voce: « Come dicevo alla mia amica qui, lei ha veramente una mente a binario unico. Non vedo perché ha bisogno di tutta questa messa in scena solo per farmi qualche domanda amiche- vole su Donaldo. Avrebbe potuto telefonarmi e le avrei detto le stesse cose. Ora non sono piú tanto sicuro di vol~er collaborare con voi ». Ruhi disse: « Perché parlavate russo? E russa questa donna? Donna, eri tu che conoscevi Ivanov? » Undulna era molto tesa. Aveva tirato fuori dalla borsa la testa di serpente di porfido che Philip le aveva dato e la teneva stretta in mano. Ma quando rispose, la voce non le tremava. « Di quale Ivanov parla, comandante? Ivanov è un nome molto comune. Sarebbe come se mi domandasse se conosco Smith o Rossi... o Mohammed. » La Mercedes procedeva lentamente. Erano vicini al Colosseo e c'era (~) « Io credo che loro non capiscano il russo. Quando io dirò "ora" in russo, tu devi gridare "attento!" in arabo, molto forte. » 433 GREGGIO E PERICOLOSO parecchio traffico, anche per la presenza di una mezza dozzina di torpe doni turistici, che bloccavano un paio di corsie. Ogni tanto un piccolo pezzetto di strada appariva miracolosamente libero davanti agli occhi di un guidatore e, allora, la sua auto balzava avanti e occupava quello spazio con un ruggito del motore, subito seguíto dallo stridio di una frenata che la faceva fermare a un centimetro dal paraurti del veico- lo davanti. Philip riconobbe la sua occasione. Un grosso camion grigio stava cercando di guadagnare un centimetro dopo l'altro sulla destra della Mercedes. L'autista era ovviamente molto nervoso: tirava spesso la testa fuori dal finestrino e gridava ora insulti, ora consigli a tutti quelli che gli stavano intorno. Philip parlò con voce calma: « Un aspetto che non avete considerato è che io vi citerò sicuramente per danni, oltre che per violenza privata e sequestro di persona... » Notò che davanti alla Mercedes si era liberato uno spazio abbastanza grande e che l'auto sarebbe passata davanti al camion grigio. Continuò a parlare con lo stesso tono ma, quando la Mercedes arrivò a mezzo metro di distanza dal radiatore del camion, disse: « ...anche la signora qui - teper- anche la signora qui è molto seccata ». Undulna, al suo segnale, gridò con tutto il fiato che aveva: « In- tabè! » E scagliò la testa di serpente contro il parabrezza. L'autista arabo, sentendo improvvisamente un grido nella sua lingua che gli diceva di stare attento e spaventato dal rumore inaspettato del marmo contro il parabrezza, *enò di colpo proprio davanti al camion, che aveva cominciato a muoversi con l'intento di passare subito dietro la coda della Mercedes. Quando la Mercedes si fermò di colpo, il camion non poté evitarla e la prese in pieno nella parte posteriore Ruhi gridò qualcosa in arabo e l'autista premette di nuovo l'accelera- tore. La macchina si distaccò dal paraurti del camion con un rumore di latta raschiata e riuscí a procedere ancora per qualche metro, ma l'auti- sta dovette subito fermarsi di nuovo per evitare di tamponare un'Alfa. Il camionista saltò giú dal suo mezzo, corse alla Mercedes e cominciò ad agitare le sue grosse mani davanti alla faccia del giovane arabo. Philip scelse quel momento per gridargli: « Cornuto! Ti ammazzo! » La provocazione era troppo forte e il camionista colpí il giovane arabo con un pugno sulla guancia sinistra. Philip afferrò la pistola di Ruhi e gridò: « Undulna, scappa! Ora! » La ragazza aprí la portiera e scattò fuori dalla macchina. Philip lanciò uno sputo negli occhi di Ruhi e saltò fuori anche lui. Corse intorno alla Mercedes, prese la mano di Undulna e cominciò a correre. Zigzaga- rono fra le macchine ferme fino al marciapiede, poi proseguirono di corsa per la via San Giovanni in Laterano. Philip si lanciò un'occhiata 434 dietro le spalle e vide che gli arabi li stavano inseguendo. Strinse ancora di piú la mano di Undulna e le disse ansimando: « Ancora cinquanta metri. Poi a sinistra dentro la chiesa! » Quando arrivarono all'entrata della chiesa, avevano gli arabi trenta metri dietro. Spalancarono la porta a molla ed entrarono caricando come bufali. Subito dopo, una comitiva di turisti tedeschi cominciò a sfilare fuori dalla porta. Gli arabi cercarono di intrufolarsi, ma persero tanto tempo che, quando finalmente riuscirono a entrare, a malapena riconobbero le schiene di Philip e Undulna che sparivano attraverso una porta sul lato opposto della larga navata. Philip si sbatté la porta dietro le spalle e corse verso il bancone coperto di cartoline e di guide illustrate dove si vendevano i biglietti di entrata per la basilica inferiore e per le rovine romane due piani sotto- terra. Poi, sempre tenendo Undulna per mano, si affrettò verso la scala che conduceva al sotterraneo. Philip e Undulna correvano sul pavimento di marmo lucido della basilica inferiore, sotto archi di mattoni e attorno a colonne classiche, davanti agli affreschi bizantini che rappresentavano Gesú Cristo con il globo del mondo in mano. Dietro l'abside della basilica sotterranea trovarono un'altra scala piú ripida che conduceva ancora piú in basso, ai resti di una casa romana. Scesa di corsa la scala, Philip si fermò sotto una delle lampade che illuminavano l'altare di Mitra. Undulna, che era rimasta quasi senza fiato, riuscí a parlare solo con frasi corte, a raffica. « Philip!... Perché... sei voluto venire a San Cle- mente?... E il posto peggiore... che potevi scegliere... Come faremo... a uscire? Troveremo fuori quegli... assassini che ci aspettano, oppure... ci verranno... a prendere qui sotto. Non c'è nessuna via d'uscita! » Philip aveva trovato per terra un pezzo di marmo con un bordo abbastanza tagliente e cominciò a colpire il tubo che portava i fili elettrici alla lampada. « Non ti ho detto una volta che questa chiesa la conosco molto bene? Abbi fiducia. Aspetta e vedrai. » Quando vide luccicare il rame dei due fili, li afferrò e li mise in contatto. Ci fu una scintilla e contemporaneamente si spensero tutte le luci. Philip prese di nuovo la mano di Undulna e la tirò gentilmente. La ragazza era stupita che lui riuscisse ad avanzare cosí velocemente in quel buio totale. Philip sussurrò: « Attaccata al mio portachiavi ho una piccola torcia elettrica. Fra poco l'accenderò ». Undulna si lasciava condurre nell'oscurità. La mano di Philip era calda e solida. Esercitando una pressione delicata le indicava quando doveva girare verso destra o verso sinistra. Ogni tanto annunciava: « Attenta. Due scalini in discesa ». Oppure: « Tre scalini in salita ». Dopo qualche minuto Philip disse: « Devo lasciarti la mano, ora. C'è un cancello chiuso a chiave e devo forzarne la serratura ». 435 Undulna vide un sottile pennello di luce. Philip aveva in mano la piccola torcia del suo portachiavi e stava esaminando il cancello arrug- ginito. Poi estrasse dalla tasca un coltello con molte lame e scelse un curioso strumento bluastro. Inserito l'arnese nel buco della serratura, gli fece fare un giro completo e si sentí uno scatto. Philip spinse il cancello e disse: « Entra. Presto! Ora provo a richiudere ». Dopo che furono entrati tutti e due nel corridoio basso dall'altra parte del cancello, Philip spense la torcia. Undulna lo sentiva lavorare di nuovo intorno alla serratura. Dopo un po' Philip diede un piccolo grugnito soddisfatto. « Ora dovremmo essere a posto. Non riusciranno neanche a capire che siamo passati di qua. Questa è l'entrata alla cosiddetta piccola catacomba. » Accese di nuovo la torcia e si addentrò nella catacomba. Erano andati avanti sei o sette metri, quando una luce intensa si accese alle loro spalle. « Accidenti! » disse Philip. « Devono aver rimesso a posto la valvola. Sbrighiamoci. » Sentirono dietro di loro il rumore di passi che correvano, poi lo sferragliare del cancello che veniva scosso. Fecero appena in tempo a girare oltre un gomito nello stretto cunicolo e furono assordati da un'esplosione che si ripercosse in echi rimbombanti. Undulna era quasi paralizzata dalla paura, ma sentí la voce calma e suadente di Philip. « Non ti preoccupare, cara. La loro artiglieria non serve a molto qui. Sono arrivati troppo tardi. » Andarono ancora avanti velocemente. Philip illuminava il percorso ogni tanto con la sua torcia. Dopo un paio di minuti arrivarono alla fine del cunicolo, che era bloccato con rozze tavole di legno. Prima che Undulna potesse aprire la bocca, Philip disse: « Ti prego di non dirmi: "Te lo avevo detto". Stai indietro e tienimi la torcia, per favore ». Undulna inghiottí l'osservazione che era stata sul punto di fargli e obbedí. Philip staccò una delle tavole di legno e cominciò a batterla come un ariete contro un punto del muro. In principio sembrava che non avesse alcun successo. Poi cominciarono ad apparire delle sottili fessure fra i mattoncini quadrati e infine si udí un rumore scrosciante, come una piccola valanga, e un buco nero apparve nel muro. Philip lavorò ancora per allargarlo e in pochi minuti era abbastanza grande da consentire il passaggio di una persona. Philip buttò via la tavola e disse: « Entriamo ». Undulna si introdusse nell'apertura e sentí polvere e terriccio deposi- tarsi sulla sua pelle liscia. Mormorò: « Proprio come talpe. Dovremo scavare ancora molto? » « Da ora in poi è una passeggiata. Non c