DOROTHY UHNAK. L'ESCA. L'ESCA Condensato de1 libro THE BAIT di DOROTHY UHNAK Traduzione di Laura Grimaldi Illustrazioni di Bill Johnson "~he Bait", @,' 1968 by Dorothy Uhnak Il mestiere di poliziotto non è molto adatto per una donna e Christie Opara, agente investigativo della Squadra del Procuratore Distrettuale della Polizia di New York, lo sa. Ma Christie è una ragazza testarda, volitiva. Ogni difficoltà rappresenta per lei una sfida, uno sprone a dimostrare di essere sempre "all'altezza della situazio- ne" agli occhi dei suoi colleghi, che hanno un'innata diffidenza, tutta maschile, nelle sue capacità, ma so- prattutto a quelli di Casey Reardon, il vice Procuratore Distrettuale con cui ha spesso accese discussioni che, tuttavia, celano una profonda, reciproca stima e, forse, I'ombra di un altro sentimento. E Christie ce la mette tutta, tanto da offrirsi, con un atto di eccezionale coraggio, come esca per catturare un pericoloso criminale. Nato dall'esperienza personale dell'autrice, che per lunghi anni è stata agente investigativo, L'esca offre un quadro veritiero di ciò che accade tra le quinte di un dipartimento di polizia, è un atto di omaggio agli uo- mini eroici che proteggono la vita e i beni dei milioni di abitanti di quella immensa città che è New York, e dimostra come, anche per il piú miserabile dei crimi- nali, si possa provare un moto di autentica pietà. ERA PASSATA da poco l'ora di punta, e Christie Opara sedeva in una carrozza quasi deserta della metropolitana di New York. Le sue lùnghe gambe snelle, fasciate dai calzoni verde sbiadito, e i piedi nudi chiusi nelle sfilacciate scarpe nere da tennis si irrigidivano, opponendo resistenza alle vibrazioni del treno. Con le mani abbandonate sui libri di scuola, Christie Opara cominciò a sentirsi parte di quel movimento monotono, che assorbiva ogni cosa. Un movimento che non dava alcu- na sensazione di velocità, perché il vuoto inquadrato dal finestrino su- dicio di fronte a lei non permetteva alcun raffronto. Il treno sobbalzò per una fermata improvvisa, e Christie portò di scatto la mano alla spalla sinistra per impedire alla borsa a tracolla di scivolare. Seccata, si morse le labbra e si chinò a raccogliere i libri che le erano caduti tra i piedi. Con gesto automatico, aprí la borsa e con- trollò ogni oggetto: portacipria, penna a sfera, la ruvida impugnatura della calibro 32 d'ordinanza, il taccuino, il portachiavi con la zampa di coniglio portafortuna e infine, sotto a tutto, la piccola custodia di pelle col distintivo numero 4754 di agente investigativo del Diparti- mento di Polizia di New York. Christie ritirò la mano dalla borsa e si passò distrattamente le dita tra i folti capelli corti, nel vano tentativo d'apparire meno scarmigliata. In realtà, aveva esattamente l'aspetto che ci voleva per quella mis- sione: col seno piatto, il corpo asciutto e la faccia lentigginosa com- pletamente priva di trucco, tranne che per l'ombretto bianco e la riga nera attorno agli occhi, la ventiseienne Christie sembrava proprio l'an- noiata ventenne, studentessa del City College, che doveva imperso- nare La sua missione consisteva nell'identificare e arrestare gli spac- ciatori di zollette di zucchero, impregnate di LSD, all'interno della se- de universitaria. Quella mattina, Christie e alcuni studenti, coi quali aveva già instaurato rapporti camerateschi, dovevano comprare, nella mensa della scuola, delle zollette a cinque dollari l'una. L'indagine era stata lunga, aveva imposto settimane di tedioso lavoro e Christie era contenta che stesse per arrivare alla fase conclusiva. Per gli altri quattro agenti della Squadra che collaboravano al caso il lavoro era stato ancora piú noioso: di mano in mano che Christie forniva i nomi degli studenti, infatti, loro dovevano indagare sul passato di ogni indi- ziato, risalendo fino alla nascita. In genere, i casi di normale amministrazione come quello erano di competenza della Sezione Narcotici. Il fatto che l'indagine venisse svolta dalla Squadra Investigativa Speciale dell'ufficio del Procuratore Distrettuale significava che uno degli studenti era figlio d'un pezzo grosso... E questo, a sua volta, significava che bisognava agire con la massima discrezione, in modo che i compratori non immaginassero neppur lontanamente che cosa fosse accaduto ai loro fornitori. Benché Christie fosse autorizzata a procedere all'arresto, Casey Rear- don, vice Procuratore Distrettuale incaricato dell'indagine, non aveva ritenuto opportuno dirle chi era lo studente per colpa del quale il caso era stato rifilato alla Squadra del Procuratore Distrettuale. Chri- stie lavorava per Reardon da quasi un anno, eppure non riusciva ancora ad accettare il fatto che lui facesse le domande e i suoi agenti dovessero solo fornire le risposte. Punto e basta. Christie sapeva che, secondo Reardon, era un grosso complimento l'averla scelta come unica donna poliziotto della sua Squadra. Ed era l'unico complimento che le avesse fatto fino a quel momento, qualunque fosse la compe- tenza con la quale lei svolgeva i suoi incarichi. Christie non aveva sentito aprirsi la porta di comunicazione tra i due vagoni ma ora la udí richiudersi con un tonfo, e una voce stridu- la gridò: « Pur-nel-mezzo-della-Vita-noi-siam-nella-Morte! Io-sono-Id- dio-e-tu-conoscermi-devi-se-perir-non-vuoi! » Stupita, Christie sollevò lo sguardo e incontrò gli occhi spiritati di un uomo mingherlino, stretto fra due sudici cartelloni pubblicitari, sui quali era scritto a grandi lettere: PENTITI! IL GIORNO DEL GIU- DIZIO UNIVERSALE VICINO! IO SONO LA VITA! IO SONO LA MORTE! Il treno sobbalzò a una fermata e le porte si aprirono. Salirono al- cuni passeggeri che, lanciata un'occhiata guardinga all'ometto, presero posto in fondo alla carrozza e si immersero nella lettura dei loro gior- nali. Quando le porte si richiusero, lo strano personaggio, come se una molla gli fosse scattata dentro, cacciò un terribile ululato, assentí due volte con la testa e avanzò a passo di marcia lungo la carrozza intonando di nuovo: « Pur-nel-mezzo-della-Vita-noi-siam-nella-Mor- te... Christie tentò di scacciare dalla mente quelle parole insistenti. Non aveva proprio nessun bisogno che qualcuno venisse a parlarle di morte. Non quel giorno, venerdí cinque maggio. Quel giorno Mike avrebbe compiuto trentun anni, se non fosse stato ucciso sei anni prmma da un ragazzo drogato. « Pur-nel-mezzo-della-Vita... » Mike era stato la vita. Per lui, Chris- tie era entrata a far parte del Dipartimento di Polizia. Avevano deciso di diventare la prima coppia di marito e moglie del Dipartimento e di svolgere opera di prevenzione della criminalità tra i minorenni. Chris- tie serrò con forza gli occhi, ma ciò non serví a lenire la ferita ria- perta. Si sforzò, al riparo del buio creato dalle palpebre, di rievocare l'immagine di Mike. Le apparve non l'essenza viva di lui, ma solo una piatta somiglianza fotografica, irreale, incisa nella memoria nel corso delle ore trascorse a guardare istantanee. Si sentí assalire dal panico: non riusciva a ricordare realmente il marito morto. Respirò a fondo e aprí gli occhi. Si alzò, si portò sulla piattaforma e guardò, senza vedere nulla, fuori del finestrino incrostato di sporco, mentre il muro della galleria sfrecciava in senso inverso. Con un enor- me sforzo di volontà, si costrinse a tornare al presente e guardò l'oro- logio Ne aveva, di tempo.. Le nove e un quarto. Le nove e un quarto. Questo significava che sua suocera Nora e suo figlio Mickey, di sei anni, stavano andando a lezione di chitarra. Chris- tie sorrise al pensiero di Mickey che quando si esercitava, si mordeva le labbra, assorto, mentre Nora gli guidava le manine sulle corde... Nora, coi capelli bianchi ma piena di vitalità quanto il suo instancabile nipotino Christie guardò di nuovo l'orologio. Doveva cominciare a costruirsi uno stato d'animo diverso, a calarsi nel personaggio della studentessa che doveva impersonare, perché quando il treno fosse arri- vato alla Ventitreesima Strada, lei doveva aver assunto quell'identità. SUL MARCIAPIEDE della metropolitana, Murray Rogoff premeva le spalle fino a farsi male contro i grossi bulloni che sporgevano dal pi- lastro d'acciaio della pensilina, nel tentativo di reprimere il panico che aumentava gradatamente dentro di lui e dal quale non doveva lasciarsi sopraffare Ma il dolore non bloccava le domande: da quanto tempo era là? Perché era là? Mentre spostava il peso del corpo da una gamba all'altra, Rogoff si strappò il berretto dalla testa, se lo cacciò sotto il braccio e si mas- saggiò il cranio pelato. Gli occhi gli bruciavano, nonostante la prote- zione delle lenti. Si tolse gli occhiali e, pur sapendo che ciò sarebbe servito solo ad acuire il dolore, si premette con forza le dita contro le palpebre. Col lembo della camicia pulí prima le lenti, poi i laterali speciali, simili a quelli delle maschere dei saldatori, fatti in modo da aderire alle tempie e da umidificare i suoi occhi aridi e privi di ciglia. Avvertí uno scalpiccio di piedi in corsa, le voci ridenti ed eccitate di una giovane coppia. Di dietro il pilastro, Murray li guardò tenersi per mano e stringersi l'uno all'altra. Serrò le palpebre dietro il riparo degli occhiali, per estromettere la loro immagine, ma non poté annul- lare le loro voci. Si ricacciò in testa il berretto, giú fino alle orecchie. Ora udiva solo il rombo cupo che gli rintronava nella testa. Poi, la sua mente si perse nell'irresistibile desiderio del corpo, come già era avvenuto tante altre volte, quando si era sentito trascinare nelle deserte strade notturne dove poteva nascondersi nell'ombra, o nei par- chi dove poteva accucciarsi dietro i cespugli, in un punto solitario, a guardare e attendere. A volte, come ora, il terribile bisogno lo assaliva anche di giorno e lo portava lontano dalla pescheria dei suoi genitori, giú in una stazione della metropolitana, dove restava a guardare i treni di passaggio. In cerca di qualcosa. Murray osservò la vampa luminosa delle luci del treno in arrivo e si portò sul bordo del marciapiede, perché sapeva di dover salire su quel treno. E, senza formularne il pensiero, sapeva perché. CON LO SGUARDO perso nell'oscurità che scivolava fuori del fine- strino, Christie si rese conto improvvisamente che un uomo dal corpo massiccio era entrato nella vettura e si era messo nell'angolo diago- nalmente opposto al suo. La giovane donna awertí quella particolare sensazione d'allarme che le cominciava in fondo alla gola per poi scor- rerle giú fino allo stomaco. Non ebbe bisogno d'osservare direttamente l'uomo per capire che era un degenerato: era una consapevolezza che aveva acquisito nelle sale cinematografiche, nei parchi, nelle strade se- condarie attorno alle scuole; una consapevolezza intangibile come un segnale radar, ma altrettanto esatta. Trasferí i libri sotto il braccio sinistro e posò leggermente la mano destra sull'apertura della borsa a tracolla. Poteva vedere l'uomo rifles- so nel finestrino dello sportello. Con rigorosa certezza si rese conto di due fatti: si trovava di fronte a un caso di esibizionismo ed era di- retta verso una missione che teneva in attesa altri quattro agenti della Squadra. Sapendo di non poter intervenire ufficialmente, si sentí assa- 136 lire da una rabbia impotente. Senza dare a vedere che s'era accorta dell'uomo, lasciò la piatta- forma e, con fare distratto, tornò nello scompartimento e si sedette verso il centro di fronte ad alcuni posti liberi. Il treno entrò in sta- zione e Christie lanciò un'occhiata alla piattaforma: l'uomo non era sceso. Salirono due bambine: vestite allo stesso modo, con maglioncini, berretti decorati con una scritta in oro e con lo stemma di un istituto scolastico religioso, libri sotto il braccio, chiacchieravano animata- mente. "Venite a sedere qui! Venite, bambine, sedetevi!" le supplicò silen- ziosamente Christie, ma le gambette ossute delle bambine non riusci- vano a star ferme. Radiosamente vive, a confronto degli incolori pas- seggeri piú anziani, le due piccole si avviarono verso la piattaforma. Christie si spostò rapidamente verso l'estremità del vagone. Ora l'úomo era rivolto all'interno, in attesa, mentre le bambine si dirigevano dalla sua parte. Christie le fece indietreggiare, spingendole con tutta la forza del corpo aggraziato e con tanta disinvoltura, che nessuno dei pas- seggeri alzò la testa. « Via di qui! ordinò con un sibilo cosí autori- tario, che le bambine, sbalordite, andarono a sedersi al centro del vagone. Christie estrasse dalla borsetta il distintivo d'agente investigativo. Lo tenne nella mano sinistra, la destra libera, e si portò rapidamente sulla piattaforma. « Polizia mormorò, facendo balenare il distintivo. « La dichiaro in arresto. Scrutò la faccia dell'uomo seminascosta da- gli occhialoni. « Si rimetta in ordine gli abiti. Scendiamo. Fu piú una preghiera che un ordine, ma l'uomo obbedí. Era talmente grande e grosso, che Christie si sentí stringere lo stomaco dalla paura; ag- giunse, incerta: « Sono armata. Preferirei non usare la rivoltella, ma dipende da lei :~. Quando la stazione fu inquadrata dal finestrino, Christie afferrò l'uo- mo per la cintura; scesero senza aprir bocca. La stazione pareva deserta. Con un senso di apprensione, Christie udí dietro di sé gli sportelli richiudersi e il treno ripartire. Si allontanò dal bordo del marciapiede e dalla possibilità, fin troppo reale, d'es- sere scaraventata contro i vagoni ormai in corsa. Tenendolo ancora per la cintura, spinse il prigioniero contro il muro della stazione. Vide allora, al capo opposto della stazione, un uomo alto, estre- mamente giovane, nell'uniforme azzurra di agente della Polizia Ferro- viaria; questi si avvicinò, guardingo, mentre Christie ordinava al pri- gioniero di appoggiare le mani contro la parete piastrellata, in alto sulla testa, tenendo i piedi ben indietro e con il peso del corpo bilan- 138 ciato sulla punta delle dita. Poi, Christie spostò di lato il piede si- nistro, piazzandolo contro la punta del piede sinistro del prigioniero. « Che sta succedendo? » domandò l'agente. Christie mostrò il distintivo, conscia della curiosità con cui l'altro studiava il suo abbigliamento. « Agente investigativo Opara, della Squa- dra del Procuratore Distrettuale. :(Pronunciò il proprio nome O'para, come facevano gli altri della Squadra.) « L'ho tirato giú dal treno, questo... E un "mettinmostra". Il giovane agente fischiettò, ammirato. « Grande e grosso, anche. Con movimenti esperti fece scorrere le mani sul corpo dell'uomo. « Niente armi. Girati, amico, fatti vedere. Rogoff si voltò, ubbidiente, ma aveva ancora la faccia seminascosta dagli occhiali e dal berretto. Christie guardò l'orologio, fece cenno all'agente di avvicinarsi e gli parlò sottovoce, mentre lui non distoglieva neppure per un attimo gli occhi dal prigioniero. « Stia a sentire, agente, tra una quindicina di minuti devo essere al City College... per un'operazione molto impor- tante. Che ne direbbe di assumersi lei quest'arresto? E, con l'arresto, anche il merito d'averlo effettuato? La giovane faccia intensa dell'agente si trasformò in una maschera di ghiaccio. Gli occhi, come due lame gelide, affrontarono quelli di lei. « Niente da fare disse, col tono che usano i poliziotti quando s'accorgono che qualcuno vuole incastrarli. Non ho assistito al rea- to, io. Ha assistito lei, e lei ha arrestato quest'uomo. Non le resta che venire alla stazione di polizia. Lo sa quanto me, agente. Io mi pren- do solo il merito di aver collaborato. Disperata, Christie vide arrivare un treno, vide gli sportelli aprirsi e chiudersi, lo guardò allontanarsi verso la Ventitreesima Strada... sen- za di lei. L'agente della Polizia Ferroviaria afferrò Rogoff per un braccio, poi il suo cipiglio si trasformò in un sorriso. « Ehi, sergente chiamò, facendo un cenno a un uomo tarchiato, vestito d'azzurro, ch'era ap- pena sceso dal treno. Il sergente della Ferroviaria, un tipo esuberante, sulla cinquantina, si diresse verso di loro, spostando rapidamente lo sguardo da Rogoff a Christie. « Che succede? domandò seccamente. « Una coppia di hippies che danno filo da torcere? L'agente sogghignò. « La ragazza è un agente investigativo, ser- gente Della Squadra del Procuratore Distrettuale. stata lei a portar via dal treno questo tipo. Un "mettinmostra". Christie guardò speranzosa la faccia intelligente e stanca del ser- gente, si allontanò e gli fece cenno di seguirla, mentre il giovane poli- ziotto interrogava il prigioniero. « Sergente, dovrei già essere al City College La mia Squadra mi aspetta là. Lavoro alle dipendenze di Casey Reardon e... La faccia del sergente si addolcí nell'espressione calda e umana di chi ha appena riconosciuto un amico. « Casey Reardon? Eh, ne avrei di storielle da raccontare sul suo conto! :~ Aggrappandosi a una speranza improvvisa, Christie assunse un tono da cospiratrice. « C'è un pezzo molto grosso dietro la faccenda per cui mi stanno aspettando, sergente. :~ « Allora, perché questo arresto? La faccia del sergente era tornata seria. Christie gli spiegò delle due scolarette. « Altrimenti, mi sarei limitata ad avvertire la Centrale, e le vostre pattuglie l'avrebbero preso, un giorno o l'altro. :Poi, con voce amara: a Non mi aspettavo d'im- battermi in quel giovane agente servizievole. « Capisco. » Il sergente lanciò un'occhiata al poliziotto. Vede, li abbiamo appena sfornati, questi ragazzi, tutti pieni di sacro ardore e di buona volontà. Ne caveremo un ottimo agente, da questo. A Christie parve che il marciapiede della metropolitana le si aprisse sotto i piedi, mentre il sergente continuava: « Se si trattasse solo di me, be'... Ma per questi novellini il primo arresto è una cosa grossa. E sono dei gran bravi ragazzi, mi spiego? Christie annuí, rassegnata. « Si spiega benissimo, sergente. Piú per sé stessa che per lui, aggiunse: « Reardon potrebbe scaraventarmi di nuovo nella Polizia Femminile :~. Il sergente tentò di consolarla, ma senza convinzione. « Via, forse non andrà cosí male, figliola. » L'addetto alla biglietteria fece ruotare il telefono sul piccolo sup- porto metallico girevole, in modo che l'agente della Ferroviaria po- tesse chiamare la Centrale. « ... proprio cosí, tenente, un "mettinmo- stra". Sulla metropolitana diretta a sud. Agente che ha effettuato l'ar- resto: O - apostrofo - p-a-r-a. Squadra investigativa del Procuratore Distrettuale. » L'agente appoggiò il ricevitore alla spalla e sfogliò le pagine del taccuino. « Ecco qui: Murray Rogoff... due effe. Sesso maschile, razza bianca. Anni trentasette... nato negli Stati Uniti... al- tezza circa uno e ottantacinque... peso, un'ottantina di chili. Poi, a Rogoff: « Ehi, di che colore sono i tuoi occhi? E levati il berretto, amico. Rogoff si tolse il berretto e l'agente emise un fischio di sorpresa nel vedere il cranio pelato e bitorzoluto, dalla forma malamente ab- bozzata, simile a una scultura piantata a metà. « Un tipo cosí non sfuggirebbe a un chilometro di distanza. Sono occhiali speciali, quelli, bello? » Rogoff si tolse gli occhiali e batté rapidamente le palpebre prive di ciglia. L'agente disse: « Occhi, castano chiaro. Avanti bello, rimettiti pure gli occhiali se ti fanno male gli occhi. Il sergente spiegò a Christie: Sono occhiali umidificatori. Li ho visti a un tizio ch'era rimasto ustionato in un incendio. Trattengono l'umidità all'interno. Abbassò la voce. « Questo tipo si comporta come un robot. C'è da stare attenti, quando sono cosí. :~ Christie si guardò attorno: nessun altro telefono. Il sergente, no- tando la sua apprensione, sollecitò l'agente a lasciar libero l'appa- recchio. « Avanti, glieli darai dall'ufficio, gli altri particolari. Christie tirò un sospirone e formò un numero. Un solo squillo, poi alcune parole pronunciate in rapida successione: « Squadra-del-Pro- curatore-Distrettuale-agente-investigativo-Martin :~. « Stoney? Sono Christie. Un attimo di silenzio. « Ma davvero? Christie, sono le dieci pas- sate. Marty ha già telefonato due volte, Ferranti una. O'Hanlon ha continuato a chiamare ininterrottamente, e il signor Reardon comin- cia, per cosí dire, a innervosirsi... ma proprio per cosí dire... Inner- vosirsi non è il termine esatto. » « Stoney, sono alla stazione della metropolitana della Ventottesima Strada. » Un'altra voce le lacerò il timpano: « E che ci fa, là? Era Reardon. Christie trattenne il fiato. « Be', signore, ho arrestato un "mettin- mostra'~. » Fu lieta che il sergente, allontanatosi discretamente, non potesse udire le parole che le venivano sbraitate nell'orecchio. Le imprecazioni furiose e ininterrotte di Reardon continuarono mentre lei tentava di spiegare. Poi il fuoco di fila di parole cessò, e Christie risentí la voce di Stoney. « Christie spiegò Stoney, « il signor Reardon dice che quando arrivi al tribunale devi sbrigartela alla svelta. Fatti aiutare da Tommy Kalman, quel cancelliere biondo... Digli che è un ordine del signor Reardon. Poi, torna qui. E, Christie, sarà meglio che tu indossi una corazza Il signor Reardon è, per cosí dire, "scontento". » « Grazie mille. » Christie riattaccò e spinse di nuovo l'apparecchio nella biglietteria. E cosí, il signor Reardon era "scontento"... ERA ormai l'una quando l'agente investigativo Christie Opara entrò nello squallido ufficio contraddistinto sulla porta dalla scritta: SQuADRA INVESTIGATIVA DEL PROCURATORE DISTRETTUALE, Nonostante l'aiuto di Kalman, c'era voluto parecchio tempo perche prendessero le impronte digitali a Murray Rogoff, lo fotografassero e lo citassero in giudizio di fronte al Tribunale Penale. E per tutto que temPO, Murray era rimasto silenzioso e impassibile. Solo alla fine era- no riusciti a convincerlo a scrivere il nome di una persona da avver- tire.. David Rogoff, un fratello che abitava a Long Island. Nella sala-agenti, I'agente investigativo Marty Ginsburg era chino su una decrepita scrivania di legno. Metà del ripiano era cosparso di monete, I'altra metà di briciole e vi era anche una scatola di cartone zeppa di salatini. « Ragazzo » gracchiò Marty, « che vuoi? Sei il fattorino del Bar- Servizio-Rapido? Dov'è il caffè? E come mai ci hai messo tanto? Christie indicò la capace borsa di pelle che aveva a tracolla. « Sono il postino, signore. Ehi, ma li vendi quei salatini? » « Sono ciambelline, tipicamente ebree. Non salatini! Due per venti- cinque centesimi. Tre per cinquanta. O preferisci prenderle tutte a prezzo stracciato? » « Non riuscirei a buttar giú neanche una goccia d'acqua, in questo momento. Grazie lo stesso. » Pat O'Hanlon, un tipo alto, dalla faccia pallida e bonaria, puntò un dito contro Christie domandando, a nessuno in particolare: « E che cos'è, questo? Stoney Martin finí la frase che stava battendo sulla vecchia Royal, la miglior macchina per scrivere della Squadra e sua per diritto d'an- zianità, poi si alzò e si avvicinò a O'Hanlon. « E una donna, un agente investigativo di secondo grado. Opara, credo. » Stoney era un bel ne- gro, con un paio d'occhi neri che scintillavano nella faccia scura. Dato che aveva i fianchi stretti e lo stomaco piatto, era l'unico della Squa- dra che potesse permettersi di indossare i calzoni senza cintura. Ora tutti e tre osservavano Christie come se fosse stata un curioso oggetto inanimato. Lei si issò a sedere sul lungo tavolo posto contro una parete, con le scarpe da tennis che penzolavano a una quindicina di centimetri dal pavimento, e si raggomitolò come per proteggersi dal- le loro frasi, dette senza cattiveria ma ugualmente pungenti. « Un tempo avevamo una donna, in questa Squadra; te ne ricordi, Stoney? Stoney si grattò pensierosamente il mento, poi fece schioccare le dita. « Ma è vero! Un'accalappialadri coi fiocchi! "Susie-il-Terrore- della-Mala", ecco come la chiamavamo. :~ O'Hanlon annuí entusiasticamente. « Certo che con lei la Squadra andava meglio! Galvanizzava anche noi poveri tirapiedi improdut- tivi. « Persino noi venditori di ciambelline cantilenò Marty. 142 Christie sospirò. « E va bene, volete sentire o no com'è andata? » O'Hanlon guardò interrogativamente Ginsburg. « Marty, tu vuoi sentire com'è andata? Marty scosse la testa. « Io no. E tu, Stoney, vuoi sentire com'è andata? Stoney fece cenno a Christie di avvicinarsi alla macchina per scrive- re e le disse: « No che non voglio. Ma il signor Reardon, quello sí, che vorrà sentire com'è andata! E prima lo vorrà leggere, com'è andata. Agente Opara, posa le tue agili dita su questa tastiera e batti un rap- porto degli avvenimenti per il capo. Christie preparò un originale e due veline, sentendosi leggermente consolata dal pensiero che, in fondo, Stoney le aveva ceduto la sua Royal e ora borbottava sui difetti della decrepita Underwood. Christie scrisse: "Da: Agente investigativo Christie Opara. Distintivo N. 4754. A: Signor Casey Reardon, vice Procuratore Distrettuale - Squadra Investigativa". Fece scorrere il rullo della macchina di quattro spazi, per iniziare il rapporto, poi alzò lo sguardo. « Ragazzi, mi dispiace di avervi piantati in asso per colpa di quell'arresto. Mi dispiace dav- vero. Marty, con un salatino in mano, le si avvicinò e, con un susurro udibilissimo disse: « Bill Ferranti, lui sí che ti darà del filo da tor- cere :~. « Ferranti? » Christie pensò all'agente mite e preciso che agiva in coppia con Marty. « Be', Bill sembra un gran bravo figliolo, ma, da' retta, è tutta scena. Con i capelli bianchi che si ritrova non poteva certo passare per uno studente, nella mensa del City College. E cosí qualcuno ha chiamato un agente, che gli ha dato una bella ripassata. Ferranti ha perso la bus- sola. Mettiti nei panni di un uomo anziano che viene trattato come un maniaco di quelli che fanno la ronda alle studentesse. « E uno scherzo? domandò Christie, sperando che lo fosse. Poi, notando la faccia aggrondata di Marty: « Non è uno scherzo, vero? » « Sta' a sentire, piccola. Bill si calma solo se lo si ignora. Il signor Reardon l'ha spedito in centro per certe informazioni, ma tornerà pre- sto, perciò tu ignoralo. Okay? Marty le batté una mano sulla spalla con fare rassicurante. Una voce dall'interfono: « E tornata quella... come diavolo si chia- ma? Stoney si affrettò a premere il pulsante dell'interfono sulla scri- vania << Sí, signore, sta preparando il rapporto. :~ « Dille di muoversi! « Sí, signore. Togliendo il dito dal pulsante, Stoney si rivolse a Christie. « Il capo dice di muoverti .:~ « L'ho sentito. Devono averlo sentito anche dall'altra parte della 143 città Quella "come diavolo si chiama", sta preparando il rapporto con tutta la velocità di cui è capace. Christie scrisse senza piú interrompersi, poi fece scorrere il foglio sul rullo per rileggere. Caneellò eon eura una lettera sbagliata, poi, rimesso a posto il foglio, batté il tasto giusto. Estrasse il rapporto dalla maechina e lo firmò. « Okay, Stoney, ecco qua. Stoney sollevò la prima copia e la mise controluce. Poi, con voee triste: « Hai fatto quasi un bueo nella earta. Al signor Reardon non piaeciono i quasi-buchi nei rapporti ». Christie seguí con lo sguardo Stoney che si allontanava lungo il cor- ridoio, bussava una sola volta a una porta di vetro smerigliato ed en- trava nell'ufficio privato di Reardon. Christie si avvicinò alla scrivania di Marty, con fare assente premette alcune briciole eontro la punta delle dita e le leeeò. « Marty, ehe ne pensi? :~ La voee di Marty era seria, ora. « Pieeola, dieiamo ehe non si è membri della Squadra finehé non si è superato il battesimo del fuoeo. Ci siamo passati tutti. Si alzò, la mano pesante sulla spalla di lei. « Reardon è rude, ma è un buon eapo. » Stoney rientrò nell'uffieio col suo passo seiolto, ritmieo. « Okay :~ disse eon voce pacata. « Il capo ti vuole. Subito. :~ CHRISTIE bussò due volte alla porta. Non si rese conto di quanto fosse stato violento il secondo colpo se non quando una voee tuonò: « Non butti giú la porta... Entri! L'uffieio era in netto eontrasto con lo squallore della sala-agenti: inondato di luce, con una parete zeppa di fotografie, di diplomi, di citazioni, di targhe regalate a Reardon da un assortimento di orga- nizzazioni eiviehe. Sulla serivania e'erano earte, dossiers, un mucehio disordinato di libri, due serie di penne e un portaritratti a portafoglio eon la fotografia della famiglia di Reardon. Reardon era adagiato eontro lo sehienale della poltroneina, i piedi ineroeiati sul bordo del cassetto appositamente aperto. Faceva seor- rere veloee lo sguardo sul rapporto di Christie attraverso gli oeehiali dalla montatura di tartaruga. Alzò la testa, spingendo gli oeehiali sui capelli di un rosso scuro. « Un momento. Si alzò, le mani sui fian- chi. « Ora cammini per la stanza. Imbarazzata, Christie seguí il cenno della mano di lui, che indicava prima una parte poi l'altra dell'ufficio. « Si volti. Okay... Torni qui. A disagio, Christie infilò i pollici nelle tasche dei calzoni. Reardon si passò la mano sulla faccia, poi si rimise al suo posto. « Avanti, si sieda. Inforcò gli oechiali e si appoggiò di nuovo contro lo schienale, rileggendo il rapporto. Christie studiò la sua faccia. Probabilmente, con l'età era miglio- rata. Nel viso, cui l'abbronzatura aveva tolto il pallore tipico dei rossi, spiccavano gli oeehi eolor ambra, seintillanti dietro le eorte eiglia ros- sieee. I suoi capelli folti e scompigliati erano scuri come il rame, e aveva un mento quadrato, deciso. Nel complesso, era una faccia ancora giovanile, ma adesso, a quarant'anni, la maturità cominciava ad avere il sopravvento. Il tempo, tuttavia, non aveva attenuato l'impronta la- sciata dal padre scarieatore di porto: Reardon non aveva perso la voee di ehi è ereseiuto per le strade, una voee resa aneor piú pittoresea da quattro anni traseorsi nel eorpo dei Marines. Si spinse di nuovo gli oeehiali sui eapelli e batté il dito sul rapporto posato sulla serivania. « Ha seritto un buon rapporto, Opara. :~ Christie tirò un sospiro di sollievo. « Grazie, signor Reardon. Lui l'osservò per un attimo. « Adesso, però, voglio un resoconto di tipo diverso. Un paio di cosette per soddisfare la mia curiosità. Chiaro? :~ Christie pensò che la richiesta era ragionevole: voleva semplice- mente qualche altro particolare. « Ora, lei si è messa in moto con tempo sufficiente per raggiun- gere la località assegnatale. E, naturalmente, non aveva previsto di poter finire in tribunale, oggi, se non per l'affare dei narcotici. Giusto? « Sí... Un "mettinmostra" era l'ultima cosa al mondo che mi sarei aspettata. Nella voce di lui comparve una sfumatura di comprensione. « De- v'essersi sentita piuttosto imbarazzata, in tribunale, conciata cosí. Scom- metto che sono rimasti tutti sorpresi quando ha dichiarato di appar- tenere alla Squadra del Procuratore Distrettuale. Con addosso un paio di brache di tela! Dopo aver arrestato un "mettinmostra"! Sulla me- tropolitana! Il tono della sua voce era mutato. Christie strinse con forza i brac- cioli della poltroncina. Reardon si alzò, si avvicinò alla finestra e poi si voltò, strofinandosi il mento con gli occhiali. « A che punto... esat- tamente... ha deciso che l'arresto di questo "mettinmostra" era piú importante della sua missione-narcotici? Christie soppesò accuratamente quella domanda. « Signor Reardon, se sul treno non ci fossero state le due bambine, non l'avrei neanche toccato, quell'uomo. « Mi parli delle due bambine. Il suo tono era interessato. Christie chiuse gli occhi, ricordando. « Otto o nove anni. Una bion- da, una bruna. Maglioncini blu, camicette bianche e berretti azzurri con la scritta in oro: Holy Sepulcher Academy. « E dove si trova l'Holy Sepulcher? Quando lei assunse un'espres- sione confusa, Reardon le porse la guida telefonica. « Lo cerchi. :~ Christie sfogliò le pagine. Una riga a matita sottolineava le parole "Holy Sepulcher Academy", seguita da un indirizzo in Lexington Ave- nue, tra la Ventiduesima e la Ventunesima Strada. Rassegnata, Christie ammise ciò che ormai era ovvio. E cosí, le bambine sarebbero scese alla fermata successiva... quella della Ven- titreesima Strada. :~ Reardon si mise a sedere. « E se lei avesse tenuto duro per un'altra fermata, si sarebbe accorta che le bambine scendevano dove doveva scendere lei. E l'intera indagine non sarebbe finita nel nulla. Ada- giandosi contro lo schienale arrotolò il foglio del rapporto e se l'ap- poggiò contro il mento. Christie alzò la faccia e i suoi occhi s'incupirono. « Signor Reardon, la realtà è che due bambine erano coinvolte, e che io non avevo modo di sapere che sarebbero scese nella Ventitreesima Strada. Data la si- tuazione, ho fatto il mio dovere di agente di polizia. Reardon lasciò cadere il rapporto sulla scrivania e allacciò le dita dietro la testa. « Quando ha dichiarato in arresto Rogoff, lui era vi- cino a uno sportello che doveva aprirsi. Giusto? Lei annuí. « Benis- simo. Ora, quando lo sportello si è aperto, non le è venuto in mente di aspettare che stesse per richiudersi, poi spingere fuori Rogoff e con- tinuare per la sua strada? :~ Senza vedere la trappola, Christie rispose fiduciosa: « Signor Rear- don, se solo non ci fosse stato quel giovane agente della Ferroviaria, sarei salita sul treno successivo in tempo per concludere la mia mis- sione ». Casey posò con deliberazione le mani sulla scrivania e si chinò verso di lei. « E cosí, tutto questo pasticcio è colpa dell'agente della Ferroviaria? Christie si morse le labbra. « E inoltre, sta dicendomi che la sua intenzione, dopo aver proceduto all'arresto di un individuo, era di permettergli di scappare? Questo lo chiama fare il suo dovere di agente di polizia? « E spingerlo semplicemente giú dal treno sarebbe stato forse "fare il mio dovere"? Sostenne lo sguardo di Reardon. « A quanto pare, qualunque cosa facessi, avrei agito scorrettamente. Quando sono en- trata qui dentro mi sentivo una criminale per aver mancato alla mia missione. Be', non sono una criminale, né un'imputata in tribunale! « Ne sono lieto. Ha fatto parecchie ammissioni compromettenti e spero che non le ripeta sul banco dei testimoni. Ignorando una vocina che le consigliava la prudenza, Christie re- plicò: « In triburiale, avrei qualcuno dalla mia parte, come il Vice Procuratore Distrettuale, in modo che, se l'avvocato del querelante tentaSse d'incriminare me, sarei protetta! :D « difficile proteggere un testimone che non sa quando è arrivato il momento di tener chiusa la bocca! :D Reardon la guardò e pensò tra l'irritato e il divertito: "Questa piccola tigre è furiosa". Christie s'era lasciata scivolare in avanti sulla poltroncina, con le gambe snelle accavallate; i suoi occhi grigi avevano assunto sfumature verdi e si mordeva un dito. Lui esclamò: « Per l'amor del cielo, stia composta e si tolga il dito dalla bocca! Fu come se stesse parlando a una delle sue gemelle quindicenni, e la reazione fu la medesima. Christie si tirò su a sedere, rigida ed eretta, piacevolmente consapevole d'essere riuscita a irritarlo. « Stia a sentire, Opara » disse Reardon, « non alzi troppo la cresta con me, capito? :9 Lei abbassò lo sguardo, concentrandolo sul bordo della scrivania. Reardon consultò il calendario. « Stando al suo rapporto, Rogoff deve ripresentarsi in tribunale mercoledí. Lei può riprendere l'indagine per i narcotici lunedí e... D Fu interrotto dal radicale cambiamento d'espres- sione di Christie. Si rese conto che la ragazza stava facendo uno sforzo per ricacciare indietro le lacrime. Fece il giro della scrivania e andò a mettersi di fronte a lei. « Opara, pensava che l'avrei silurata per quello che è accaduto oggi? :le domandò, stranamente commosso. Lei susurrò: « Credo proprio che mi sia passato per la mente. Reardon sorrise. Ecco perché era stata aggressiva con lui... perché pensava che non avesse piú importanza. La voce di Reardon cambiò. « Sa qual è il guaio? Sono cosí abituato a parlare coi ragazzi, che anche con lei mi comporto come se fosse né piú né meno che un altro agente della Squadra. Si mise a sedere, e con voce contrita conti- nuò: « Deve darmi il tempo di abituarmi all'idea che lei è una donna. Siamo p~rtati a pensare che un poliziotto è un poliziotto e basta ». La voce di Christie suonò controllata, ma furibonda. « Signor Rear- don, voglio essere considerata un agente investigativo di secondo gra- do, ed esclusivamente per le mie capacità di poliziotto. » Rimase sorpresa dalla risata improvvisa di Reardon. « Opara, non giochi mai a poker! Le si legge in faccia troppo chiaramente quello che pensa. Dunque, lunedí mattina tornerà al City College con una caviglia bendata. Una slogatura... capito? Per questo, oggi non ha potuto farsi viva. Da quel momento in poi improvviseremo. « Sí, signore. Posso andare, adesso? :~ Lui fece un cenno d'assenso. Quando Christie stava per aprire la porta, Reardon disse: « Oh, agente Opara, un momento. Mise con- troluce la prima pagina del rapporto. « Tenga. Tese i fogli verso di lei. « La prima pagina è quasi bucata. Non mi piacciono i rapporti presentati male. Lo ribatta. Glielo consegnò. « E controlli l'espres- sione della faccia, tigre. Le leggo nella mente come se fossi un radar. Dica a Stoney di venire da me. STONEY bussò ed entrò nell'ufficio di Reardon. « Ecco l'informa- zione riguardante la questione del gioco d'azzardo sull'East Side. :~ Reardon cacciò i fogli nella borsa consunta. « Che razza di piccolo demonio, quell'Opara. Mi è saltata addosso come un tigrotto. No... come un peso mosca che sia sgattaiolato nella categoria dei pesi mas- simi. Gliel'avete data la lezioncina, voi ragazzi? :~ « Be', direi che ci siamo dati daffare mica male, ma quella è abi- tuata a tener testa agli uomini. Se la cava, eccome. E non è per niente suscettibile. Possiamo considerarla... be', come uno di noi. Reardon annuí, chiudendo la borsa stracolma. « Secondo me, andrà benone. In moto, adesso. :~ Stoney seguí Reardon nella sala-agenti. Nessuno mutò minimamente atteggiamento, ma ognuno era consapevole che Casey attraversava a gran passi la stanza, e che i suoi occhi registravano tutto ciò che vi stava accadendo. Fece un cenno di saluto a O'Hanlon, che alzò lo sguardo dal taccuino sul quale disegnava cerchi e quadrati mentre ascoltava una voce al telefono. Reardon capí che Christie, alla mac- china per scrivere, aveva battuto di nuovo un tasto sbagliato e avrebbe corretto l'errore quando lui fosse uscito. Prese un foglio che Ferranti, appena arrivato, gli aveva teso, e fece un cenno di saluto a Ginsburg, che rispose agitando un salatino. « Ehi, vuole comprare ciambelline? Due per venticinque centesimi, ma visto che lei è il gran capo, prezzo speciale: quindici centesimi l'una. » « Imbroglione! gli gridò Casey. Poi: « Stoney, quest'accozzaglia di persone ha un'aria un po' troppo disinvolta. Niente cravatte, niente giacche. Da' una ripulita a tutti, eh? E tenta di far infilare un vestito alla Opara ». I suoi occhi si fermarono su Christie. « Se Ginsburg effettua qualche vendita qui all'interno dell'ufficio, fallo arrestare dalla Opara... sempre che lei lo consideri opportuno. » Christie gli lanciò un'occhiata di fuoco. « Abbiamo bisogno di aumentare la media di arresti della Squadra. Chissà che un giorno la Opara non ci faccia fare un figurone a tutti. » E, su questa battuta, uscí. Christie tirò fuori i fogli dalla macchina, li appollottolò furiosa- mente e li gettò nel cestino della carta straccia, poi aprí il cassetto e preparò un'altra serie di fogli. Qualcosa nella voce di Stoney, al suo fianco. Ia bloccò. « Prepara un buon rapporto per il capo, Christie » disse l'agente. « Casey Rear- don ha passato tre quarti d'ora piuttosto difficili con il Procuratore Distrettuale, di sopra. A difenderti. Al "Grande Padrone di Noi Tutti", lassúinteressava esclusivamente sapere chi e perché... ma soprat- tutto perché questa persona non era stata trasferita dalla Squadra. Ma il signor Reardon non dice mai il nome di chi è stato, al tipo lassú. Perciò, anche se è stato un po' brusco con te, in fondo ne aveva il diritto, no? Christie annuí senza aprir bocca, ma con espressione grata, poi si voltò in fretta mentre le si avvicinava Bill Ferranti. Con la coda del- I'occhio, vide che Marty le faceva dei cenni affannosi. Ferranti era snello, vestito con cura, la faccia inespressiva dietro gli occhiali cerchiati di tartaruga. « Christie, hai avuto uno scontro con Reardon, oggi? :domandò con tono preoccupato. « Non è stato poi cosí difficile. Bill, mi dispiace per stamattina. :~ Ferranti fece un cenno con la mano. « Poco male. Ahbiamo aspet- tato un po', ma la mensa dell'università è accogliente e il caffè buono. Niente di grave. Christie sorrise. « Ma il tuo collega... Voltandosi, scoprí che Mar- ty si era volatilizzato. « Bill, sarà meglio che tu gli faccia un discor- setto, a Marty. Sta mettendo in giro storie orribili sul tuo conto! :~ Ginsburg gemette. La sua mano emerse di sotto la scrivania, afferrò un salatino e scomparve. Le battute cominciarono a scoppiettare per la stanza, finché Stoney non li richiamò all'ordine. Christie finí il rapporto senza un solo errore. Consegnandolo a Sto- ney, per la prima volta sentí di essere realmente un membro della Squadra del Procuratore Distrettuale. DAVID ROGOFF, un uomo pallido di quarant'anni, premette la fronte contro il volante. Il vasto posteggio sotterraneo era immerso nel silenzio. Il tragitto da Long Island era stato del tutto irreale, ora David tentò di ricomporsi, di cancellare il panico che era andato cre- scendo in lui dall'attimo in cui una voce dura, sconosciuta, gli aveva telefonato per dirgli che Murray era stato arrestato. Trasse un lungo sospiro per rinfrancarsi. "Ciò che accadde a Murray non fu per colpa mia" si ripeté. "Murray è quello che è per via di ciò che era prima dell'incidente. Neanche i medici sono certi che sia stato l'incidente a provocare la calvizie di Murray." La scena gli tornò alla mente come gli era tornata tante altre volte prima, come sarebbe tornata per il resto della sua vita: Murray un giovane gigante di sedici anni, con le spalle che sembravano scoipite nella pietra, davanti al cinema Delancey, quella sera d'agosto, circon- dato dalla solita pletora di adoratori adolescenti. Murray, con la folta calotta di capelli biondi. Il "Ragazzo d'Oro..." cosí l'aveva sempre chiamato la mamma. David, fin da quando aveva sette anni ed era un bambinetto sparuto, aveva sentito ripetere a non finire: "Un piccolo dio sceso in terra, ecco che cos'è il tuo fratellino! Come zio Mosé nella vecchia terra, un meraviglioso gigante!" E quell'alone ma- gico aveva sempre protetto Murray da tutte le responsabilità che lui, David, con l'esile struttura fisica ereditata dal padre, aveva dovuto af- frontare. Contrariamente a David, Murray non aveva dovuto preoccu- parsi di terminare gli studi universitari coi corsi serali e di guada- gnarsi da vivere, di giorno, come contabile, né di risparmiare all'osso in modo da poter mettere in piedi un'azienda sua. Murray non s'era mai preoccupato d'altro che di Murray. Quella sera, David aveva litigato con la sua fidanzata, Edna. Come il solito, Edna l'aveva provocato, I'aveva stuzzicato. Era il suo con- cetto d'innocenza quello di comportarsi cosí, per poi stupirsi e arrab- biarsi quando in lui scaturiva il desiderio. David l'aveva lasciata in lacrime ed era rimasto seduto a farsi sballottare dal sudicio treno per tutto il tragitto dal Bronx. Era sceso due fermate prima per scaricare camminando il desiderio, la fame di lei. Ma la camminata lungo il Lower East Side non era servita a niente. E poi aveva incontrato Murray e i suoi compagni. Il giovane Murray, tronfio ed eccitato, stava vantandosi in termini volgari dei suoi suc- cessi con le ragazze, e gli amici pendevano dalle sue labbra. David non aveva nessuna voglia di ascoltare le gesta del fratello, ma Murray aveva allungato una mano e l'aveva abbrancato. David s'era tirato in- dietro, minacciandolo, e Murray, stupito, aveva cacciato un ululato di- vertito e aveva fatto un commento osceno su Edna e David. E David l'aveva spinto Tutto qui. I suoi sessantacinque chili di rabbia, di furore profondo, avevano colpito quel torace massiccio, e Murray era scivolato sul lu- cido pavimento di finto marmo, sotto il tendone del cinema, andando a sbattere con la nuca contro il cordone del marciapiede. Era rimasto in coma per tre giorni e tre notti, al Bellevue Hospital. Lui non aveva mai odiato Murray, si rassicurò di nuovo David. S'era sempre portato dietro il fratellino e aveva rifuso i soldi che Murray rubava dalla cassa della pescheria del padre, in modo che la mamma non scoprisse mai che la reincarnazione del leggendario zio Mosé non era altro che un delinquentello comune. Lui gli aveva detto: "Vergogna, Murray, rubare ai tuoi genitori!" Ma il fratello s'era limitato a sbattere le ciglia dorate, mentre il suo viso assumeva un'espressione innocentemente contrita... David scese dalla macchina. Se Murray era cosí, era solo colpa sua: s'era rifiutato di portare il parrucchino che lui gli aveva comprato per trecentoventi dollari; aveva piantato in asso tutti i lavori che lui, fa- cendo salti mortali, era riuscito a procurargli; s'era messo in anta- gonismo con tutti i medici dai quali l'aveva portato. "Lo tiro fuori da questo pasticcio" decise David, "e poi... basta!" Guardò l'orologio mentre si avviava verso il Tribunale Penale. Le tre del pomeriggio. Dopo la telefonata del poliziotto, David s'era ricor- dato di aver sentito dire che Frankie Santino, un ragazzino italiano tutto ossa che un tempo lavorava nella pizzeria dei genitori, vicino ai Rogoff, ora faceva il penalista. Gli aveva telefonato, e Frankie aveva detto che l'avrebbe aspettato davanti all'aula. David non avrebbe po- tuto rivolgersi al suo avvocato personale, Sam Gerstein. Che poteva capirne, Sam, di un fratello che si faceva arrestare su un treno della metropolitana? David raggiunse l'atrio dell'edificio che ospitava i Tribunali Crimi- nali, scrutando la folla. Poi trasalí, stupito, e si volse al tocco di una mano che gli afferrava la spalla. L'uomo di fronte a lui era basso e tarchiato, e indossava un abito di lucida seta nera. La mano che tese a David aveva un grosso zaf- firo al mignolo. David lo studiò sforzandosi di ritrovare Frankie San- tino almeno in qualche particolare della faccia larga, dai vivacissimi occhi neri. « Davey Rogoff! Non sei cambiato lo informò l'uomo con voce tonante. « Un po' appesantito magari, ma, d'altra parte, non lo siamo tutti? Santino fece un passo indietro e squadrò David con uno sguardo cal- colatore; notò il vestito di buon taglio, la camicia costosa, i capelli ca- stani scolpiti a rasoio. Davey carissimo, hai proprio l'aria di uno che bazzica nei quartieri alti. Mi hai detto che ti occupi di mobili, vero? » David si accorse che gli occhietti neri lo soppesavano, per calcolare quanto valeva. Prudentemente, rispose: « Oh, ho solo una piccola sala d'esposizione in Manhassett e una fabbrichetta nel Jersey. Costruiamo esclusivamente studioli e robetta per stanze da gioco. « Certo, certo annuí Santino. Poi, calando il tono della voce, at- teggiò il viso a un'espressione grave, preoccupata e, prendendo David per il braccio, lo guidò verso un'ampia scalinata. « Ehi, che pena Murray. Non l'ha mai superato quell'incidente, eh?... David tentò di liberarsi dalla stretta di Santino. "Fa' che superi que- st'ora, questa giornata" supplicò silenziosamente, "che io possa tornare alla mia vita di tutti i giorni!" Seguí l'altro, che lo guidava con una serie di pressioni sul braccio, si mise a sedere in una stanzetta dai banchi gremiti, nel posto scelto da Santino, e consegnò le banconote fruscianti da cinquanta dollari appena ritirate dalla banca. Santino partí alla ricerca di un garante di cauzioni. Trentacinque minuti dopo, I'avvocàto scivolò al fianco di David e gli disse in tono confidenziale, da cospiratore: « Abbiamo ottenuto la cauzione. Il ragazzo sarà fuori tra una ventina di minuti :~. Poi dette di gomito a David. « Il vecchio Frankie ha i giusti agganci. Il ragazzo deve presentarsi in giudizio mercoledí. Non preoccuparti. solo una formalità. Ho visto Murray. La sua espressione era tra impietosita e disgustata. « Puah, com'è sporco. Vive ancora con mamma e papà? » David fece una smorfia di dolore: « Sí. « Non c'è bisogno che glielo racconti, ai tuoi... Di' che è stato bec- cato per aver attraversato la strada col rosso. E, Dave, ripuliscilo per quando dovrà presentarsi in tribunale, il giorno dieci. « E quel giorno che cosa succederà, Frank? « Passiamo all'Udienza Speciale. Nel giro di un'altra settimana si presenta davanti al magistrato e si dichiara colpevole. :9 David si sentí il cuore pesante: una settimana. E poi un'altra... Con aria confidenziale, coprendosi con la mano la parte inferiore del viso, Frankie gli disse: « Conosco la donna poliziotto che l'ha beccato. Tipetto in gamba. Ho già avuto a che fare con lei in tribu- nale: non molla, quella, perciò è meglio che seguiamo la prassi piú semplice, con Murray... Lo tiriamo fuori, lo facciamo dichiarare col- pevole e vediamo come va a finire. incensurato, quindi dovremmo strappare una condanna che permetta di beneficiare della condizionale. Ho un paio di agganci. Un ammiccare d'intesa. « Okay, Davey. Ora andiamo all'uscita lateraie. Al cancello dove venivano rilasciati i prigionieri sotto cauzione, Da- vid si fece schermo agli occhi per proteggerli dal bagliore del sole del pomeriggio avanzato, mentre Murray si trascinava verso di loro. Mur- ray lanciò uno sguardo inespressivo al fratello che non vedeva da piú di un anno, e fece un cenno d'assenso a Santino che gli dava le ul- time istruzioni. Poi strinse la mano all'avvocato, senza voltarsi a guar- darlo quando quello si allontanò a grandi passi. David disse: « Ti accompagno a casa, Murray. Muto, le spalle curve, Murray seguí David che lo guidava verso il garage sotterraneo. Quando fu al volante della macchina, David si costrinse a pensare freddamente: avrebbe accompagnato Murray a casa e l'avrebbe lasciato in strada, senza vedere i suoi genitori. Non ce la faceva proprio, ad affrontare una cosa simile. Aeeanto a sé, per la prima volta, sentí la voee del fratello. A ma- lincuore, si voltò per guardare Murray in faccia. « Oh, Davey, ho un mal di testa terribile stava dicendo Murray. S'era tolto gli occhiali e affondava le dita nelle palpebre. Aveva un'aria disorientata « David, ehe eos'era quel posto? Non rieseo a eapire. David serrò le labbra, le dita rigide sul volante. Murray si portò di scatto le mani alla nuca e premette con forza. Poi, all'improvviso, sorrise. Un sorriso, felice, estasiato. « Ehi, Davey, sai una cosa? Ho la sensazione che oggi debba succedermi qualcosa di veramente bello. :~ Da qualche parte, nel profondo del suo essere, David sentí crollare tutto, tutti quegli anni di risoluzioni e di fermezza. La faccia accanto a lui, priva di astuzia e sinceramente perplessa, sorrideva come quella di un bambino... Fu travolto dai ricordi, si tolse a sua volta gli oc- chiali e si premette le dita sulle palpebre, ma non nel tentativo di fermare le lacrime, che gli scorsero liberamente sulle guance. « Ehi, Davey! » la voce era spaurita. « Non piangere! David allungò a tentoni la mano destra, toccò la guancia, la spalla possente del fratello minore, e con la voce rotta dai singhiozzi con- tinuò a ripetere: « Oh Dio, Murray! Perché? CHRISTIE OPARA, avvolta in un asciugamano, era in piedi di fronte allo specchio che occupava interamente lo sportello dell'armadio della camera da letto. Non aveva fretta, dato che l'appuntamento che aveva con Dan Biers era per le otto. Fino alle cinque e mezzo Nora, che era andata con Mickey dal dentista, non sarebbe tornata. Gli incontri con Dan erano esperienze riposanti. Per Christie, Dan, un avvocato diviso dalla moglie, era semplicemente un buon amico intelligente. Se - lui avesse dovuto annullare l'appuntamento, Christie non avrebbe-provato dolore, ma solo un'ombra di disappunto. In sei anni di vedovanza, Christie aveva già avuto qualche dolore, e aveva imparato a evitarli. Dan la faceva sentire attraente e tuttavia non sug- geriva mai di terminare la serata in casa di lui. Ed era esattamente quello che lei voleva. Ignorando il fatto che i capelli appena lavati sgocciolavano, Chris- tie lasciò cadere l'asciugamano e si studiò criticamente, accigliata. I contorni del suo corpo snello erano troppo piatti. Roteò le spalle al- I'indietro. A quanto si diceva, quel movimento avrebbe dovuto mi- gliorare la situazione, ma lei l'aveva tentato altre volte e tutto ciò che ne aveva ricavato era stato un bel mal di spalle. Tese le braccia sopra la testa con una sensazione di sano benes- sere, compiaciuta, ora, della sua asciutta compattezza. Chinandosi in avanti, appoggiò le palme delle mani sul pavimento di fronte a sé, poi raddrizzò lentamente la schiena: non limitandosi ad alzarsi, ma come srotolandosi. Prese l'asciugamano con la punta delle dita dci piedi, facendoselo volare sulla testa, si sfregò vigorosamente i capelli, poi li puntò in modo che in seguito risultassero soffici. Si tirò due piccole ciocche in avanti sulle guance e le fissò con lo scotch. Aprí il cassetto della biancheria, aspirò il profumo fresco e pulito ¨{i lavanda, estrasse degli indumenti rosso fiamma e si cosparse ab- bo-luantemente di acqua di colonia. Si tastò distrattamente il polso sinistro e sentí il piccolo solco nel punto in cui si era fratturata l'osso, quando aveva dodici anni, giocando a baseball con i suoi fratelli. No- nostante avesse sentito spezzarsi il polso, non aveva mollato la palla, anzi, aveva oltrepassato i fratelli maggiori e aveva segnato. S'infilò la biancheria rossa. "Questa sí che è sexy" disse all'imma- gine nello specchio. Quando Nora e Mickey furono tornati, lei si era già spazzolata i capelli e infilata un vestito di seta arancione. « Santo cielo esclamò Nora, lasciandosi cadere su una poltrona in camera di Christie, « e sprecheresti quel vestito per un amico fraterno come Dan? » Ignorando la ricorrente punzecchiatura di Nora, Christie domandò: « Qualche carie? « Io, no. In quanto al nostro piccolo eroe... Chi lo sa? Ha comin- ciato a strillare nell'attimo in cui il dottor Endleman ha detto: "Be', adesso giovanotto, diamo un'occhiata a te". Secondo me, dovremmo lasciarglieli marcire, i denti. » « Oh, Nora, avrei dovuto accompagnarcelo io. » « Non ti preoccupare per questo. L'ho riportato in sala d'attesa, mi sono guardata attorno con occhi di fuoco e ho chiesto se c'era qual- cuno che conoscesse quel bambino terribile. Naturalmente tutti hanno respinto qualunque responsabilità. E cosí gli ho detto di guardare una rivista mentre io mi facevo pulire i denti. Torneremo la settimana pros- sima e tenteremo di nuovo. Che caratterino! Strinse gli occhi azzurri, divertita, al ricordo della ribellione del nipote. Nora, a quasi cinquant'anni, aveva ancora la pelle levigata, fatta eccezione per qualche ruga d'espressione attorno agli occhi e alla bocca. In tutte le conversazioni, metteva in luce il lato comico della condizione umana... ma con bontà e comprensione. Non portava segni visibili della tragedia che aveva vissuto sedici anni prima, quando suo maritO era morto all'improvviso di morte violenta, né lasciava trape- lare il tormento di aver dovuto sopportare un secondo lutto, a dieci anni di distanza, yuando aveva visto seppellire il suo unico figlio Mike, morto anche lui, come il padre, "nella migliore tradizione del Dipar- timento di Polizia di New York... Ucciso nell'adempimento del pro- prio dovere". Ma a volte, la sera, quando sembrava assorta nella let- tura di un romanzo, la sua faccia in riposo lasciava trapelare una tristezza greve, profonda. Quella donna esile, con la sua consapevolez- za tutta femminile della continuità della vita, era stata la forza di 155 Christie nei giorni dopo l'assassinio di Mike, quando si era dovuto sopportare l'insopportabile. Ora guardò pensierosamente la nuora. « Chris, tu non stai pen- sando ai denti di Mickey. Che cosa c'è? » « Nora, voglio ehiederti una eosa... Una eosa stupida, magari. » « Probabilmente ti darò una risposta altrettanto stupida: perciò, di' pure. » « Nora, quando Mike ti parlò per la prima volta di me... per met- terti al corrente che faeevamo sul serio... Che cosa disse? » Quello era uno dei solidi legami dai quali erano accomunate: ehe dopo la morte di Mike riuseissero a parlare di lui eon naturalezza. Era stata Nora, penetrando attraverso la disperazione e il dolore di Christie con l'esperienza di chi ha già vissuto la stessa tragedia, a in- segnarle che potevano farlo. Nora studiò la faccia di Christie: stavolta non si trattava della solita "malinconia per Mike". C'era qualcos'altro che preoccupava sua nuo- ra. « Be' :rispose, « una sera tornò a casa e non la smise piú di par- lare di "questa ragazza, Christie Choriopolous". E io dissi: "Christie... come?" Ma poi mi azzittii perché mi accorsi che stava dicendo qual- cosa d'importante. » « Non volevo sapere questo. Mike mi ha mai descritta come... be', non credo che un uomo dica una cosa simile alla madre... ma mi ha mai descritta come sexy? Nora scoppiò in una risata spontanea, cristallina, sincera. « Mio Dio, no! Disse: "Mamma, sapessi com'è carina quella ragazza! Sem- bra un vero e proprio monello!" » Nora si morse le labbra. « Oh-oh. Ho toccato il tasto sbagliato, vero? » « No rispose Christie. « Hai detto la verità, come il solito. Nora, sembro ancora un "vero e proprio monello"? Christie si mise in po- sa, abbassò la testa e sbirciò Nora, che la studiò. « Non esattamente. Ma tesoro, affrontiamo la realtà. Non puoi farci niente, se sei di costituzione snella. Si alzò, facendola girare su sé stessa. « Se non altro, non ti ridurrai mai flaccida e sformata. E ti confesso un segreto: credo proprio che mi sarei preoccupata, se tu fossi stata una di quelle ragazze tutte curve. » Christie rise. « Se non altro, sono servita alla tua tranquillità. :D « Christie, non dimenticare che non è stato facile diventare suocera a soli quarant'anni. Ma io so qual è il tuo guaio, tesoro. Non esci abbastanza. Oh, Dan ti porta a spasso regolarmente, ma lo sai bene quanto me che Dan non è disponibile. » a Nora, non atteggiarti a pronuba. Me lo ricordo il tuo Jeffrey, figlio della tua amica, la signora O'Donnell. Jeffrey aveva le sue idee, soprattutto sul Dipartirnento di Polizia di New York, quell'azienda municipale "autoritaria e degenerata". Certo che Jeffrey e io una cosa in comune ce l'avevamo: un antagonismo istintivo. E va bene. Ma quando ti deciderai a conoscere qualche uomo? Quelli che frequenti tutti i giorni sono o poliziotti ammogliati o cri- minali. « E tu, allora? Quando sei rimasta vedova, Mike aveva solo quat- tordici anni, ma tu non ti sei risposata. :~ « Non mi sono risposata, ma mi sono divertita » ribatté Nora. « Una volta o l'altra ti racconterò un paio di cosette. :~ « Nora O'Malley Opara, sei una bugiarda d'irlandese! Nora strizzò l'occhio. « Questo lo dici tu! :D Poi, con voce divenuta di colpo seria, aggiunse: « Resta una ragazza diversa dalle altre, ca- pito? Per Mike andavi bene cosí, e Mike sapeva scegliere. Ci sarà pure un altro... un- uomo disponibile... che sta cercando la stessa Christie che fece perdere la bussola a Mike ». Era chiaro che chiunque avesse inventato le battute maligne sulle suocere non aveva conosciuto quelle come Nora. Christie le si avvi- cinò e le passò per un attimo il braccio attorno alle spalle, poi la seguí al piano inferiore. Mickey era nell'atrio, la faccia sporca e sudata, il berretto da base- ball di sbieco. « Ehi, uhhh, bum, mamma! Come mai sei tutta cosí elegante? Uhhh, bum :borbottò disgustato. « Ehi, uhhh, bum, pensavo che mi avresti detto che sto bene. » La faccetta di Mickey s'imbronciò. Si passò il guanto sulla fronte, lasciandovi lunghe strisce scure.: Il signor Silverman doveva farci da lanciatore, ma ha dovuto andar via e io ho detto ai ragazzi che ci pensava mia madre a lanciare. Uh, mamma, giocano i ragazzi grandi... otto e nove anni. Faranno giocare anche me, se lanci tu! Si rivolse a Nora. « Nonna, perché non glielo dici tu alla mamma di venire a giocare coi ragazzi? « Ehi, mamma fece Nora, « perché non vai a giocare coi ragazzi? Hanno bisogno di un buon lanciatore. Christie li guardò tutti e due; la faccia di Nora, illuminata da un'espressione divertita, e quella di Mickey, accaldata e piena di spe- ranza. Guardò l'orologio. « Va' avanti, Mickey. Ti raggiungo tra un minuto. :~ Si voltò e salí le scale di corsa. Dopo avrebbe dovuto farsi di nuovo la doccia e rivestirsi. Gettò su una poltrona l'abito e la sottoveste pro- 157 fumata di lavanda, s'infilò un paio di blue-jeans sudici e una cami- cetta pulita. Poi, disse ironicamente all'immagine riflessa nello spec- chio: "Che posso farci se sono il miglior lanciatore del quartiere?" MURRAY ROGOFsi appoggiò contro la parete di vetro della cabina telefonica. Era una sensazione piacevole starsene chiusi nel piccolo cubicolo e sentirsi protetti, mentre la gente, fuori, passava. Nessuno poteva vederlo, ma lui vedeva loro: i ragazzi cattivi, maligni, insi- nuanti. Murray aveva voglia di sollevarne in aria tre alla volta e di sca- raventarli a terra... Provava una sensazione di forza, di benessere... Infilò una moneta nella fessura e formò un numero. « Pronto? :La voce era alta, interrogativa. L'immagine di lei si for- mò nella mente di Murray: una ragazza allegra, dal colorito natu- rale, i capelli neri e lucidi. Piú di ogni altra eosa era questo ehe gli pia- eeva in lei: quella naturalezza radiosa, col trucco appena accennato, e il morbido collo bianeo. « Pronto? ripeté la voee, eon un lieve tremito. « Pronto, Carol Logan. Murray, inveee, parlava eon voee ealda, tenera; teneva le mani a eoppa attorno al mierofono e gli oeehi ehiusi. Un sospiro roeo. « La prego... Chi parla? » « Ti amo, Carol Logan. Murray sentí riattaeeare, ma eapí: lei non poteva parlare, ora, per- ehé alle otto aveva una lezione di danza. S'ineamminò per Broadway, si fermò all'angolo della Cinquantunesima Strada, piegò la testa all'in- dietro e eontò quattro piani. Lassú, tra poeo, ci sarebbe stata Carol, per la sua ora di lezione. Restava fuori fino a troppo tardi, dopo quelle lezioni, e non avrebbe dovuto uscire con i ragazzi della scuola di danza. Tutti dei poco di buono. Ma una bambina giovane e pura come Carol, probabilmente non poteva capirlo. Non se lo chiedeva mai, Carol, perché non la riaccompagnavano a casa, nel Bronx? Era troppo lontano, per quegli smidollati, ecco perché. Poteva eonside- rarsi fortunata ehe negli ultimi tempi l'avesse tenuta d'oeehio lui, per tutto il pereorso fino a easa, ogni sera. Murray si sentiva splendidamente. Aveva anehe il tempo di andare nella sala dei distributori automatiei a prendersi un bieehiere di latte. Non s'aeeorse ehe i turisti, vedendolo, trasalivano e gli giravano alla larga, osservandolo eon la stessa sensazione ineredula eon eui avevano guardato l'Empire State Building. Murray compí un mezzo giro in- sieme con la porta girevole del locale, cacciò alcune monetine nella fessura della macchina automatica, osservò il latte scendere nel bic- 158 chiere. Carol beveva troppo caffè. Avrebbe dovuto bere piú latte. In- gollò il liquido bianco a grandi sorsate e rimase seduto a lungo a guardare la gente, poi controllò l'orologio. Era ora di andare nella Cinquantunesima Strada. Doveva assicurarsi che Carol arrivasse alla lezione di danza. Per Murray Rogoff, il tempo iniziava e finiva sempre nel presente. Lo sconcertante pomeriggio non era esistito, per lui, come non erano esistiti né Santino che gli bisbigliava nell'orecchio, né David che gli stringeva la spalla. Per Murray, ora, quella giornata sconosciuta era stata come tutte le altre: un'automatica sopportazione delle ore da trascorrere nella pescheria del padre, in attesa del momento in cui il sole sarebbe finalmente tramontato, le luci avrebbero illuminato ogni cosa nelle strade affollate e lui sarebbe tornato a essere Murray, il "Ragazzo d'Oro". Allora, avrebbe assaporato la felicità, con piena consapevolezza: Carol Logan... Uscí e si appoggiò a una Buick decappottabile, gli occhi fissi sulla strada. Eccola! Non appena apparve, lontano, capí che era Carol. La ragazza si muoveva con scioltezza, integra e bella, con quella sua an- datura aggraziata, aristocratica, mentre gli occhi non degnavano di uno sguardo nessuno degli smidollati di passaggio. Avrebbe potuto camminare in mezzo al fango e uscirne pulita. Quando gli passò da- vanti, Murray abbassò la testa in modo da dare l'impressione che son- necchiasse, ma i suoi occhi, dietro le lenti, erano fissi su di lei. Carol tirò dritto, la testa eretta, e Murray sorrise, vedendola entrare al si- curo nell'edificio. Poi prese a vagare senza mèta per Broadway; si fermò a guardare una vetrina in cui era esposta della biancheria di pizzo nero. Scosse la testa. Disgustoso. La prima ora trascorse in fretta, ma il resto della serata fu troppo lungo, e Murray cominciò a sentirsi teso. Carol non avrebbe dovuto restare fuori fino a quell'ora. E non in compagnia di quello smidol- lato, in quel locale di terza categoria in cui Murray la stava osser- vando adesso. Carol era china sul tavolo, gli occhi fissi sul ragazzo della scuola di danza, quello con la pelle chiara e i capelli neri. Mur- ray conosceva il tipo: pieno di sé e basta. Chiuse per un attimoli occhi. Quando li riaprí, Carol e il ragazzo stavano uscendo. Li seguí lentamente tra la folla. Alla Quarantaduesima Strada, come aveva previsto, si diressero verso la metropolitana. Murray scese dietro di loro; udiva la voce di Carol giungergli oltre due coppie anziane che aveva davanti. Infilò il biglietto nella fessura, oltrepassò il can- celletto e, superata Carol, che si attardava a chiacchierare col ragazzo bruno, proseguí fino al marciapiede delle linee per la parte meridio- nale della città. Poi sentí Carol correre verso il treno in arrivo. Mur- ray salí sulla stessa carrozza e restò dietro la ragazza, sul fondo. In Kingsbridge Road, oltre a loro due, scesero altre tre persone. Carol stringeva saldamente la borsettina e non si guardava attorno Mur- ray la perse di vista per qualche minuto, ma sapeva dov'era diretta. Ora, il cielo era d'un nero pece. Il ticchettio dei tacchi di Carol sul selciato era rapido e regolare, non spaventato come quello di certe ragazze quando percorrono da sole una strada secondaria, a tre isolati da casa. Murray allungò il passo finché non ebbe superato di un bel po' la ragazza, tenendosi dalla parte della strada su cui sorgeva la casdi lei. Raggiunse l'edificio; attraverso l'oscurità vedeva Carol avanzare gradatamente verso di lui. Spinse la porta con la spalla e scivolò nel- I'atrio. "Le serrature di queste porte non funzionano mai" pensò Mur- ray, irritato. "Qualcuno dovrebbe andare a reclamare dai proprietari, con le ragazzine giovani che rincasano da sole in trappole come questa." La luce dell'atrio era accesa, ed era un bene, perché là dentro avreb- be potuto esserci nascosto qualunque farabutto. Murray estrasse un fazzoletto e svitò delicatamente la lampadina bollente. Si tolse il ber- retto e, ora che l'oscurità gli proteggeva gli occhi, si levò anche gli occhiali, che posò insieme al berretto contro la parete. Sentí Carol aprire la porta, poi due passi esitanti. Aveva paura del buio! Non doveva aver paura. C'era lui! La sentí passare davanti a sé. Probabilmente aveva visto la luce accesa piú oltre, sulle scale, e aveva deciso di superare in fretta il punto buio vicino alla cassetta delle lettere. Murray si sentí investire dal suo profumo quando allungò le mani per afferrarla, senza par- lare, e le mise una mano sulla bocca. Non ebbe bisogno di usare neanche un po' di forza per sollevarla fino alla sua altezza e baciarla mentre le cullava la testa con l'altra mano e con l'avambraccio. Un grido salí verso la sua mano, e lui lo soffocò con amore, respingen- dolo nella gola di Carol. Poi, la bocca della ragazza si fece molle, silenziosa, perché aveva ritrovato la pace nel bel sonno profondo del- I'amore di lui. Murray avrebbe voluto vederle la faccia nell'oscurità, ma sapeva che Carol sorrideva. Le parlò sottovoce nell'orecchio, sapendo che lei lo sentiva: « Carol, ti amo! Sei cosí innocente, cosí buona... L'a- dagiò sul pavimento e s'inginocchiò accanto a lei. « Ora riposa per un po'. Estrasse il coltello a serramanico, sollevò delicatamente la testa di Carol, recise una piccola ciocca morbida. Richiuse il coltello e se lo rimise in tasca; poi spiegò un fazzoletto, avvolse la ciocca e la ripose nel taschino, premendosela contro il petto come se fosse stata un tesoro Togliendole delicatamente i capelli dalla fronte, susurrò: « Dor- mi, Carol, e sognami ». Si rimise il berretto e gli occhiali e uscí, 161 aprendo la porta eon il piede. Poi alzò la testa, protendendola verso il eielo. Era una gran notte, fresea e pulita, e lui si sentiva eosí bene... AL TELEFONO, la voee di Ferranti disse: « Non lo so perché, Chri- stie... Stoney mi ha ehiamato verso le sei di stamattina per dir- mi di annullare il easo dell'LSD ». « Intendi annullare o rimandare? » Seecata, Christie abbassò lo sguardo sulla benda elastica che le faseiava accuratamente la ca- viglia. « Credo proprio ehe vada annullato. Dobbiamo presentarei in uf- fieio. Il signor Reardon ha ehiesto speeificatamente di te. :~ Nell'ufficio c'erano piú agenti di quanti Christie ne avesse mai visti, tutti in una volta. Ne dedusse, e non si sbagliava, che la Squadra Gioco d'Azzardo doveva aver beccato qualcuno: erano presenti tutti e sei gli agenti, che di tanto in tanto scambiavano in fretta qualche frase con Stoney e Reardon. Sam Farrell, della Squadra Gioco d'Azzardo, aveva un paio di ma- ni enormi e una faccia larga e arrossata. Doveva essere nato goffo, e la goffaggine doveva essere aumentata di pari passo con la cre- scita fisica, fino a raggiungere le attuali notevoli proporzioni. Era il classico tipo che andava a cacciare la punta del piede nell'unica crepa di un marciapiede levigato e finiva lungo disteso. Quando attra- versava una stanza, sempre al galoppo, le sue ginocchia sembravano attratte irresistibilmente dalle scrivanie, e la testa dalle lampade basse. Ora Bill e Christie lo guardavano battere con forza sulla vecchia Underwood. Christie sorrise mentre Sam, tolta la carta carbone per correggere un errore, si trovava di fronte a un foglio bianco. Aveva infilato la carta carbone a rovescio. « Dovete avere un gran daffare voi ragazzi, Sam :osservò Bill. Sam Farrell era l'uomo giusto a cui rivolgersi se si volevano infor- mazioni riservate. Sam sorrise. « Voi, invece, avete combinato un bel pasticcio, vener- dí. :Fece cenno d'avvicinarsi. « Venerdí sera, al City College, per la faccenda dell'LSD, è scoppiato il bubbone. E la ragazza per la quale era stata messa in piedi tutta la storia è scomparsa nel nulla. La famiglia l'ha spedita in una clinica. la nipote di un senatore, e cosí 162 il signor Reardon è stato convocato su, dal Vecchio. Quando è sceso... Be', mi sofprenderebbe molto se non l'avessero sentito fino all'altro capo della città!... Christie mantenne la voce pacata. « E ora che sta succedendo? « Faccenda ultrasegreta :rispose Sam. « Provate a indovinare. Una normalissima, banalissima casalinga. Che ve ne pare? Avevano arrestato una donna: ecco perché c'era bisogno di lei, pensò Christie. « Fa parte di una catena di normalissime, banalissime casalinghe che usano il proprio telefono per raccogliere scommesse continuò Sam. « Hanno risposto tutte a un annuncio pubblicitario. Tipo: "La- voro redditizio a domicilio". L'affare si estende in tutti gli Stati Uniti. Lavoriamo in collaborazione con la polizia della Contea di Nassau e Suffolk... addirittura con quella di Westchester. » Christie si chinò per voltare i fogli di Sam nella macchina per scrivere. « Hai messo la carta carbone alla rovescia, Sam. « Uffa, come sono complicate queste macchine :borbottò Sam. Reardon chiamò Christie. « A presto disse lei ai due colleghi, avviandosi verso il suo capo. Rimase in piedi accanto a lui, in attesa, osservandolo mentre, con domande azzeccate, accompagnate da cenni secchi e impazienti, dava senso ai commenti di Stoney. Da lui emanava una sorta di carica vitale, che contagiava tutti i presenti. Poi parlò a Christie, senza guar- darla. « Di là c'è la signora Lydia Ogden. Riceveva telefonate per conto di una rete di allibratori. Una piccola attività clandestina casa- linga. » Ora i suoi occhi, trasparenti come ambra, si posarono su Christie. (< Non abbiamovuto molta fortuna con madama. Chissà, forse ha bisogno di sfogarsi con una donna. Sa... due chiacchiere tra amiche. Lanciò una rapida occhiata all'abito di Christie. « Oggi ha l'aria piú femminile. « Che cosa devo cercare di scoprire, signor Reardon? » « Nomi. Piú ne scopre, meglio è. Tratti questa donna coi guanti di velluto, perché è estremamente importante per l'indagine. Pensa di farcela? « Sí, signore. » Mentre si dirigevano verso l'ufficio di Reardon, questi le spiegò brevemente le circostanze che avevano portato all'interrogatorio della signora Ogden. Quando entrarono, Reardon fece una rapida presen- tazione, poi lasciò sole le due donne. La signora Ogden era piccola e rotonda, e dimostrava i suoi ben curati quarant'anni. Portava i capelli neri allisciati all'indietro, e i suoi occhietti furbi erano impiastricciati di ombretto azzurro elettrico. Le labbra, coperte di rossetto madreperlaceo, erano tese. Con lo 16 sguardo fisso su Christie, sembrava un botolo all'erta di fronte a un potenziale nemico. « Ha detto signorina Opara? :~ « No... signora rispose Christie con disinvoltura, sedendosi nella poltrona di Reardon. (Si domandò che cosa ne avrebbe pensato lui.) « Ho un bambino. La signora Ogden alzò la testa di scatto, come se i suoi capelli lac- cati, agendo da antenna, tentassero di captare un segnale. « Lei, ha un bambino? « Sí. Mickey. Ha sei anni. La signora Ogden incrociò le corte braccia tozze davanti al petto e disse, con tono virtuoso: « Be', io ne ho tre, di bambini, e me ne sto a casa coi miei figli. La polizia dovrebbe preoccuparsi dei bam- bini trascurati. Sono loro che si cacciano nei pasticci, non i figli delle madri come me, che se ne stanno a casa, al loro posto. Christie lasciò rimbalzare le parole contro la corazza che comin- ciava a creare attorno a sé. "Continua, signora Ogden, dimmi che cosa esattamente pensi di me; perché, bella mia, io non ti dirò mai che cosa penso di te, dovessero passare cent'anni" si disse mental- mente. Poi, ad alta voce: « Mi parli del suo lavoro. Il signor Reardon non mi ha dato tutti i particolari. Mi racconti la storia. Gli occhi della signora Ogden erano due gelidi punti neri. « La storia disse, « è che io sono una donna per bene, che tenta sem- plicemente di aiutare il marito. Torse di nuovo la bocca, e per un attimo Christie si sentí solidale con l'uomo che doveva vederla tutti i giorni, quella bocca. « Ho risposto semplicemente a quell'annuncio del giornale... e vengo trattata come una criminale... Ho risposto a quell'annuncio, ecco tutto! » « Che cosa diceva, l'annuncio? domandò Christie. « Come faccio a ricordare che cosa diceva? "Casalinghe, guada- gnate del denaro extra nei vostri momenti liberi. A domicilio!" Cose del genere. « E dava un numero telefonico da chiamare? :~ « Sí, un certo numero, ma non mi chieda qual era, perché non me lo ricordo. Ho telefonato e ho parlato con un signor Pinco Pallino, che mi ha detto che non dovevo far altro che chiamare cinque o sei persone al giorno e fare un discorsetto sulla convenienza di abbonarsi a certe riviste. » La signora Ogden giocherellava con un anello; lo girò in modo che Christie potesse riempirsi gli occhi con lo spetta- colo dei rubini. « E cosí, ho fatto le mie telefonate tutti i giorni, e in un'intera settimana ho venduto un solo abbonamento. « E ha ritelefonato... al numero dell'annuncio? 164 « Sí. E quel tale... qualunque sia il suo nome... mi ha detto che molte donne di casa guadagnavano bene, con quel lavoro, ma altre no. Ha detto anche che lui rappresentava un'agenzia il cui compito L ESCA è di ricevere le telefonate per conto di un sacco di clienti... persone che si assentano spesso e non possono rispondere personalmente. Ha aggiunto che davo la sensazione di essere una donna intelligente, de- gna di fiducia. Io gli ho domandato se potevo dargli una mano, e lui mi ha risposto: "Certo, perché no?" E cosí, mi ha incaricata di trascrivere le telefonate per un certo signor Stowe, ogni giorno tra le dieci e le dodici. Poi il signor Stowe mi avrebbe chiamato alle dodici e mezzo e io dovevo riferirgli i messaggi. » Tese le braccia e alzò gli occhi al cielo. « tutto quello che ho fatto e quello che so. E son qui, come una criminale! :~ « I messaggi non le sono sembrati fuori dell'ordinario? I nomi dei cavalli, i numeri delle corse... Non le è parso strano? ,> Gli occhi, che poco prima si erano rivolti al soffitto con aria inno- cente, ora lanciarono un'occhiata di fuoco a Christie. « Quando rice- vevo le telefonate avevo altro a cui pensare... come occuparmi dei miei figli. Scrivevo tutto quello che mi dicevano, e quando il signor Stowe chiamava gli leggevo i messaggi e buonanotte! Avevo la mia famiglia a cui pensare, che vuole che me ne importasse di quelle telefonate? » Bussarono alla porta. « Avanti! disse Christie. Stoney si avvicinò alla scrivania di Reardon, lanciando un'occhiata divertita a Christie. « Scusa, ma il signor Reardon mi ha mandato a prendere una pratica... ah, eccola. Christie fece un cenno d'assenso, ma senza distogliere lo sguardo dalla signora Ogden. Con espressione malvagia, la signora Ogden fissò la mano nera di Stoney che prendeva la cartelletta, poi seguí con gli occhi l'alto negro mentre attraversava l'ufficio e usciva. « un poli- ziotto, quello? » Christie esitò. Poi si alzò, andò a sedere sul divano accanto alla signora Ogden, la fissò negli occhi. Lentamente, scosse la testa. « No, non è un poliziotto. » Le parole le salirono alle labbra prima ancora che il cervello le formulasse. « P un agente dell'F.B.I. » La faccia di fronte a lei assunse un'aria disorientata. « F.B.I.? « Sí. A quanto pare, nessuno le ha spiegato come stanno le cose. Christie usò un tono gentile, preoccupato. « Vede, I` "agenzia" per la quale lei lavorava è una grossa organizzazione, che si estende addi- rittura in tutti gli Stati Uniti: New York, New Jersey, Connecticut. Ora, se non mi sbaglio, lei abita nella Centosettantacinquesima Stra- da, a Manhattan. Questo significa che lei rientra nell'operazione Man- hattan. « L'operazione Manhattan? Che cosa significa? Un fremito, anche se appena accennato. Christie lo notò con pia- cere. Allora lasciò che le parole le salissero alle labbra automatica- mente, studiandone l'effetto attraverso l'espressione della donna. « Nel caso sono coinvolti anche gli agenti dell'F.B.I. e quelli del Diparti mento del Tesoro. L'F.B.I., perché è un'operazione che esce dai con fini dello Stato di New York, e il Dipartimento del Tesoro per via della tassa sul reddito. La signora Ogden balzò in piedi come se fosse stata attraversata da una scossa elettrica. « Tassa sul reddito? Che cosa intende dire? Presenterò la mia denuncia sui redditi quando arriverà il momento. » « Ma, in base a quale cifra? Sessanta, settanta dollari la setti- mana? x « quello che ho guadagnato! Giuro, non ho guadagnato di piú! « Signora Ogden, si metta a sedere e mi permetta di spiegarle me- glio la sua situazione :ribatté Christie con voce pacata. « Ora, di- ciamo che l'operazione in cui rientra il suo caso... I'operazione Man- hattan-Sud... si aggiri approssimativamente sui centomila dollari la settimana. :~ La signora Ogden inarcò le sopracciglia e spalancò la bocca. Chri- stie alzò la mano. « Non si agiti. Mi ascolti, per adesso. Al personale di collegamento, come lei, viene versata una cifra calcolata su una base del cinque per cento per ogni zona. Le parole, che la signora Ogden accettava supinamente, scaturivano da un'inaspettata riserva dentro di lei, Christie sentí un rivoletto di sudore scenderle tra le scapole e continuò in fretta, perché, se si fosse fermata, forse non sarebbe stata capace di andare avanti. « Quindi, la cifra relativa si aggira sui cinquemila dollari la settimana. Giusto? Di conseguenza, gli agenti dell'F.B.I. e del Dipartimento del Tesoro... i quali sanno esattamente quanto denaro viene distribuito a gente come lei, per quanto innocentemente si sia lasciata coinvolgere nella cosa... non è a lei che s'interessano realmente. Vogliono sapere semplicemente chi ha riscosso e quale cifra è stata riscossa, in modo che il governo possa esigere ciò che gli spetta. Christie si trasferí in silenzio alla scrivania di Reardon, sedette sulla poltroncina girevole e la fece ruotare, in modo da avere la donna di fronte. Il panico cominciava a sopraffare la signora Ogden, che si era irrigidita e aveva le mani serrate. « Ca- pisce, signora Ogden? Se non fornisce altri nomi, avranno solo lei. La donna la guardò; adesso era evidente una nuova emozione, sco- perta e terribile: la paura. « Possono veramente fare una cosa si- mfle? « Sí rispose Christie, « possono veramente. :D La signora Ogden si avvicinò alla finestra. Christie si accorse che la donna rifletteva rapidamente, prendeva una decisione; infine si vol- tò « Anche mia sorella accettava telefonate. E due mie cugine. E delle altre. Poi, nel tentativo di giustificare il tradimento: « Non sapevano di che si trattava... né piú né meno come me. Insomma, non voglio che abbiano dei guai. Christie aprí il primo cassetto della scrivania di Reardon, trovò una penna a sfera e la provò sul retro di un taccuino. « Signora Ogden, scriva i nomi, gli indirizzi e i numeri telefonici di tutta la gente che, a quanto le risulta, accettava telefonate come lei. :~ La donna afferrò penna e taccuino e si rintanò in un angolo del divano. Sentendola scribacchiare freneticamente, Christie provò una fredda soddisfazione, ma evitò di guardarla, perché la sua vista la riempiva di repulsione. Allungò la mano verso il portaritratti posato sulla scrivania e si adagiò contro lo schienale della poltroncina. La signora Reardon non era come se la sarebbe aspettata: il suo viso era sorprendentemente giovane e-grazioso, il sorriso reso un po' innaturale dalla consapevolezza dell'obiettivo. Gli occhi, color fior- daliso, erano eccezionali, in contrasto con la pelle candida e i capelli neri, striati da radi fili d'argento. Christie osservò pensierosa quegli occhi. Sembravano racchiudere un'ombra di tristezza, in contrasto con l'espressione delle labbra. Le due gemelle nella cornice vicina aveva- no gli stessi capelli neri, gli stessi occhi azzurri e gli stessi lineamenti minuti. Erano la versione giovane della madre. Christie non aveva sentito Reardon entrare, e quando lui si avvi- cinò alla scrivania, le parve che la cornice d'argento le si incollasse alle dita. Con gesti deliberati, gli occhi sulla scrivania, la rimise al suo posto. Ma lo sguardo interrogativo di Reardon era destinato alla signora Ogden, non a lei. Christie disse, calma: « La signora Ogden ha appena ricordato i nomi di altre signore che accettavano telefo- nate ». Reardon le fece un cenno. « Ci scusi un attimo, signora Ogden. :~ Nella sala-agenti, Reardon guardò Christie con una sorta di diver- tita ammirazione. « Come ha fatto? » Christie gli raccontò la storia che aveva inventato, mentre Reardon, coprendosi gli occhi, scuoteva la testa. Poi, lui domandò: « Dove mai ha sentito dire che alla gente che tiene i collegamenti danno una percentuale sull'operazione? Christie rispose, prudentemente: « Avevo la sensazione di averlo sentito dire da qualche parte. Poi, vedendo il ghigno di lui, ammise: « Forse, I'ho inventato di sana pianta. « Stoney! :chiamò Reardon. « Vieni a sentire la storia della Opa- 167 ra. Mentre Christie ripeteva il racconto, Stoney spalancò la bocca, poi emise un fischio: « Una cosa è certa: non hai mai frequentato i corsi di addestramento della Squadra Giochi d'Azzardo, altrimenti non l'a- vresti mai sparata cosí grossa. Reardon si massaggiò il mento. « Be', stavolta ha funzionato perché quella donna è un'idiota. Opara ha avuto la solita fortuna sfacciata dei principianti. Stoney, tu sei un agente dell'F.B.I. Nominiamo Sam Farrell agente del Dipartimento del Tesoro. « Sam sarebbe un ottimo agente del Dipartimento del Tesoro, capo. Provi a immaginarselo al lavoro alla zecca: George Washington, sulle banconote da un dollaro, chissà perché... con due teste! Reardon premette un dito contro la spalla di Stoney. « Lascia in pace Sam. Si sta consumando le dita per battermi a macchina quel rapporto di due paragrafi, e puoi giocarci la testa che stasera non se ne andrà finché quei due paragrafi non saranno finiti, completi. Christie aveva accettato la punzecchiatura di Reardon senza risen- tirsene. Sapeva di aver compiuto un'impresa che sarebbe entrata a far parte della leggenda della Squadra: uno di quei trabocchetti estem- poranei, che funzionano una volta su un milione, e che nessun corso d'addestramento può insegnare. La Squadra lavorò fino a tardi quel giorno e il giorno successivo. I lunghi elenchi di nomi furono divisi tra i vari agenti, i quali sape- vano che ogni donna interrogata, con lo scopo di proteggere sé stessa, avrebbe fornito altri elenchi. Fu telefonato alle polizie delle altre città, per metterle al corrente dei nuovi sviluppi e per sapere quali progressi avessero fatto negli altri campi dell'indagine. Il secondo pomeriggio, sul tardi, Reardon disse a Christie: « Do- mani mattina presto, lei andrà nel Bronx con Ferranti, dalla signora Phyllis Lynn, sorella della signora Ogden ». Poi, notando l'espressione di Christie, inarcò le sopracciglia. « Qual è la difficoltà? « Signor Reardon, domani devo andare in tribunale. Per Murray Rogoff... il "mettinmostra" che ho arrestato venerdí. » « Ma che bello! esclamò lui. Poi chiamò Stoney. « Stoney, fa' in modo che il caso Rogoff venga discusso prima di tutti gli altri, domani, e di' a Ferranti che s'incontri con la Opara in tribunale, per poi proseguire per il Bronx. Si voltò di nuovo verso Christie. « Opa- ra, era piuttosto carina, seduta alla scrivania del capo, ma non si monti la testa. Non è ancora abbastanza importante per poterla oc- cupare. La voce era dura, ma Christie cominciava a conoscere Reardon. Nei suoi occhi c'era dell'ironia, ma anche del rispetto. Christie imitò il suo tono alla perfezione. « Non si sa mai! L' ESCA FIN DAL MOM~NTo in cui aveva visto i fratelli Rogoff, silenziosi e rigidi, aspettarlo nell'atrio del tribunale, Frankie Santino aveva capito che aveva visto giusto quando aveva deciso di far dichiarare Murray colpevole, di tirarlo fuori a quel modo e di chiuderla lí. Santino era piú che certo che Murray fosse uno psicopatico, ma non avrebbe chie- sto una perizia psichiatrica. Qualcosa gli diceva che David Rogoff non avrebbe sopportato a lungo quella storia. E cosí, Frankie aveva fatto una telefonata e aveva ottenuto che il caso fosse differito dal Tribunale Penale all'Udienza Speciale, perché Murray potesse dichia- rarsi subito colpevole. Non era una telefonata che chiunque avrebbe potuto fare, ma a quanto pareva David non si rendeva conto che Frankie aveva giocato una carta grossa per lui: se ne restava là, immobile, mentre Frankie spiegava. In quanto a Murray, viveva ancora come avvolto nella nebbia. Frankie guardò l'orologio. « Okay, ragazzi :disse, « sarà meglio salire, adesso. Murray, quando arriva il tuo turno, noi due ci por- tiamo avanti. Il giudice ti chiederà cóme ti dichiari e tu ti limiterai a rispondere: "Colpevole"... Va bene? :Murray annuí. « Tutto qui » continuò Frankie. « Il giudice confermerà la cauzione e fisserà la data della sentenza. Allora non sarà necessaria la tua presenza, Davey. Ci sarò io, con Murray. Posso praticamente garantire la condizionale. C'è voluta un po' di fatica, ma gli amici a che servono altrimenti? Be', eccoci arrivati, ragazzi. Murray e David presero posto su una panca nell'aula gremita, men- tre Frankie partiva per chissà quale missione. Quando tornò, posò una mano sulla spalla di Murray e una su quella di David. « Okay, adesso chiamano noi. Vieni Murray. E tu sta' tranquillo, David. :~ David restò irrigidito a guardare i due avanzare verso la prima fila, con Frankie che sembrava piú uno scaltro allibratore che un avvo- cato. Aveva chiesto una parcella di cinquecento dollari... "E va bene pagalo, cosí è finita" si disse. Quando Frankie gli dette di gomito, Murray biascicò: « Colpevo- le. Poi, guidato dalla mano di Frankie, attraversò la stanza fino a una scrivania alla quale era seduto un negro con gli occhiali, dai capelli brizzolati. Il negro scrisse su un modulo nome, indirizzo e pro- fessione di Murray. Ogni volta fu Frankie a parlare per Murray; alla fine, l'awocato salutò il cancelliere e chiamò David con un cenno Uscirono tutti nel corridoio. Murray accettò il foglietto che Frankie gli premette nella mano, senza però ascoltare le sue parole. Poi chiuse gli occhi, sentendo dentro di sé la grande voragine di vuoto che cono- sceva cosí bene, simile a un baratro pronto a inghiottirlo. Quando riaprí gli occhi, il suo sguardo si posò su una ragazza che si era avvicinata a Frankie. Murray smise di battere le palpebre, in modo da poterla vedere meglio. C'era qualcosa di familiare, in lei. « Avvocato Santino :esclamò Christie Opara, irata, « perché non mi ha notificato che aveva chiesto un'Udienza Speciale? » Frankie abbozzò un sorriso disinvolto. « Oh, salve agente Opara, tesoro. Questo è il signor Davey Rogoff, fratello di Murray. Christie lanciò un'occhiata a David, che mantenne lo sguardo fisso su un punto oltre la testa della ragazza. Christie si scostò per togliersi dal braccio la mano di Santino. « Chi lo crederebbe che questa ragazzina dagli occhioni lucenti è un poliziotto? :disse Frankie, a nessuno in particolare. « Christie Opara, lei può mettermi le manette quando vuole. Pronunciava il cognome di lei "Opera". « Chissà che un giorno non mi toccherà farlo » rispose freddamente Christie. « Avvocato Santino, può specificarmi la data della sentenza? « Certo, ma non sarà necessario che lei si presenti personalmente. « Lo so. » Frankie dette di gomito a David. « Altro che, se lo sa! Questa fur- bacchiona sa tutto quello che c'è da sapere. Vero, Christie Opara? Christie strinse gli occhi con fare sprezzante. In tribunale, aveva dovuto sopportare molte volte le basse insinuazioni di Santino. « Lasci perdere, avvocato. Devo redigere un rapporto per l'agente addetto alla libertà condizionata. Me la procurerò da lui, la data. » Frankie la seguí con lo sguardo mentre entrava in aula: la rabbia gli serrava la gola. Ma, un giorno, avrebbe trascinato Christie sul banco dei testimoni e avrebbe ridotto a pezzi quella sua sicurezza. MURRAY ROGOFF affondò il braccio nel barile, e la freschezza lim- pida dell'acqua parve estendersi a tutto il suo corpo. Le carpe si agi- tavano contro il suo braccio con piccoli movimenti concentrici. Mur- ray strinse una coda e, con un unico gesto veloce, sollevò il pesce da- vanti agli occhi della cliente. Nel Lower East Side, tutti i clienti calco- lavano al milligrammo la merce che ottenevano in cambio del loro denaro. « Na, na intonò la cliente, una vecchia, scuotendo la testa. Ma un rapido scambio di battute tra la donna e il padre di Murray portò alla conclusione prevista: « Puliscilo, Murray. Murray sbatté il pesce sul ceppo da macellaio e lo pulí con dita esperte, poi prese due fogli di giornale da una pila contro la parete e li distese con cura sul banco di marmo vicino al ceppo. Sbirciò i ti- toli: BALLERINA STRANGOLATA IN UNA CASA DEL BRONX. TERZA VITTIMA IN TRE MESI. C'era la fotografia di una ragazza sorridente e, sotto, delle parole piú piccole, che Murray lesse con difficoltà: Carol Logan, di 2anni, è stata trovata strangolata stamattina presto nell'atrio della sua casa nel Bronx. La polizia è del pare- re che sia la terza vittima deilo strangolatore responsabile dell'o- micidio dell'impiegata Jody Lane, trovata uccisa in marzo al Green- wich Village, e di quello della studentessa di conservatorio Agnes Lichtenberg, assassinata il mese scorso in Riverside Drive. Mentre fissava il giornale, Murray si sentí invadere all'improvviso da una sorta di confusione. Qualcosa non andava. Ci pensò su per un attimo, poi la sua faccia si rilassò e il problema~non esistette piú. Avvolse il pesce e fece un pacchetto ben confezionato, che infilò in un sacchetto di carta marrone. Poi si voltò e affondò le braccia nel barile, senza ascoltare suo padre che gli diceva di andare a pulire il retro del negozio. Non ascoltava mai neanche sua madre, con le sue reiterate esortazioni: "Murray, perché non... Murray, devi... Murray, Murray..." « Ora vado di sopra :annunciò, ignorando le loro voci unite che lo perseguitavano, dicendogli che doveva lavorare fino all'ora di cena. Lasciava sempre il negozio, o le stanze del piano superiore, quando sentiva di doverlo fare, e loro non sarebbero mai riusciti a impedir- glielo. Di sopra, si sdraiò sul letto duro e affondò la faccia nel cuscino come per rintanarsi nel buio. Provava una greve sensazione di disagio, come se ci fosse qualcosa o qualcuno che doveva ricordare, ma non poteva. E poi sentí il corpo rilassarsi, perché ora "sapeva", e tutto sarebbe andato a posto. « Christie Opara » mormorò dolcemente Murray Ro- goff, lasciandosi scivolare in un sonno accogliente, rilassante. LA DOCCIA caldissima le frustò la schiena. Christie abbassò gradual- mente la temperatura dell'acqua e alla fine, tirando un lungo sospiro, restò sotto il getto gelido finché non ebbe contato fino a die- ci. Allungò la mano a tentoni in cerca dell'asciugamano. Era stata una giornata lunga, anche se il suo lavoro non era mai stato di quelli che si limitano alle otto ore. Non solo: uno si portava dietro, fino a casa, la gente che interrogava, con le sue labbra strette e lo sguardo calcolatore; se la portava dietro fin sotto la doccia, tentando di sfre- garsela via dalla pelle. Ma la gente restavá, per quanto si sfregasse con forza. La sorella della signora Ogden ne era la replica piú giovane, con la bocca torta nell'identica smorfia d'indignazione. Le due cugine non si somigliavano affatto, invece. Una era isterica, stridula, con le dita ossute in continuo, frenetico movimento sulla vestaglia e sulla gola. L'altra placida, dalla faccia impassibile, un ammasso di pesanti strati di carne, la bocca simile a uno squarcio arancione nella faccia spenta. La loro avidità aveva oppresso Christie. Quelle donne avevano tutte una casa sovraccarica di mobili, e bambini con abbondanza di gio- cattoli e bicielette. Il denaro guadagnato eon le telefonate era servito per pagare un giorno in piú al salone di bellezza, la stola di visone e i vestiti da sera. Naturalmente Mickey dormiva, quando finalmente Christie era rin- casata. In piedi, nel pigiama di leggero cotone, guardò il figlioletto immerso nel sonno. La sua fronte infantile era aggrottata in un ei- piglio e le labbra rosee borbottavano qualeosa; poi, si inarearono in un sorriso di trionfo. Qualunque fosse stata la battaglia ehe aveva appena combattuto, Mickey aveva vinto. Christie passò delieatamente le dita tra i folti eapelli neri di lui, ma la piccola mano forte di Miekey, eon un gesto meeeanieo, ricaeeiò i capelli all'indietro, seoprendo la fronte. Christie avvieinò la faeeia e susurrò nell'oreechio del figlio: « Ti voglio bene, Michael! Miekey, mio piccolo Mickey ». Gli sfiorò la fronte con le labbra; il bambino alzò la mano di seatto, eome per protestare, ma lei fu svelta a riti- rarsi. Posò appena le labbra sulla guancía di Miekey per un ultimo bacio. A piedi scalzi, scese in cueina. Attinse senza appetito dal frigori- fero, anche se non riusciva a rieordare se aveva eenato. Sul lavoro, si mangiava quando era possibile, o quando qualcuno faeeva un salto al bar a prendere qualche panino e del tè o del eaffè ehe avevano il sapore dei bicchieri di cartone. Si versò un bicchiere di latte freddo, lo trangugiò troppo in fretta, poi lo riempí di nuovo, bevendo eome una bambina. Tornata di sopra, trovò la sua stanza immersa nel buio. Si infilò nel letto. La piceola sveglia dalle lancette fosforescenti segnava l'una e venticinque, ed era earieata per le sei e mezzo. Christie ehiuse gli oechi e, con deliberazione, si rilassò, sgomberando la mente da pa- role e immagini, e si preparò a dormire 172 L'improvviso suono lacerante del telefono le saettò attraverso il eor- po come una scossa elettriea. Istintivamente, allungò la destra sopra la testa e aecese la luee, mentre eon la sinistra si portava il rieevitore all'oreeehio. « Pronto? disse. Poi, aneora, nel silenzio: Pronto? Sentí nell'oreeehio un suono dolee, eome un sospiro, e il cuore prese a batterle forte. « Chi parla? domandò. « Christie Opara? La voee le era seonoseiuta. Premendo senza aleuna ragione il rieevitore eon piú forza eontro l'oreeehio, rispose: « Sí, ehi parla? » Doleemente, affettuosamente, la voee disse: « Ciao, Christie Opa- ra :~. Il nome fu ripetuto in modo indistinto: « Ciao, Christie. Christie sentí un elie, poi vi fu un silenzio assoluto. Stupidamente, disse nel rieevitore: « Pronto? Pronto? :Poi riap- pese lentamente. Sulla soglia apparve Nora. « Era il telefono, Christie? Christie si finse seeeata. « Hanno sbagliato numero, Nora. Borbottando eontro la gente ehe sbaglia numero nel euore della notte, Nora tornò nella sua stanza. Christie spense la luee e si riadagiò sul letto. Con uno sforzo di volontà, eominciò a rilassare il corpo teso, ad agitare le dita dei pie- di, a flettere i muscoli, tentando di respingere la voce senza volto. "Ciao, Christie Opara..." Appoggiò l'avambraccio sulla fronte, e giac- que immobile. Già, proprio uno che aveva sbagliato numero... PERCHÉ il tasto della Underwood che non funzionava era sempre quello dell'uniea lettera ehe sembrava eomparire in ogni parola? Chri- stie piechiò sulla "o" con violenza, cacciandola di forza nello spazio saltato. Ascoltava Ferranti che leggeva i suoi appunti, ristrutturando in fretta le frasi mentre le sue dita volavano sui tasti. Tranne che quando batteva la lettera "o". Christie strappò dalla macchina il foglio rovinato. Casey Reardon, all'altra estremità della stanza, stava dando istruzioni al suo autista, I'agente investigativo Tom Dell. Notò il nervosismo di Christie e si avvicinò alla scrivania. Lei sollevò lo sguardo, poi batté con forza la "o" su un foglio bianco. « Che cosa c'è, adesso? » domandò Reardon. « C'è... rispose seccamente lei, come se Reardon ne fosse in qual- che modo responsabile, « c'è questo trabiccolo di macchina. Il cosid- detto tecnico ha riparato la "k", ma ha rotto la "o". « Be', faccia del suo meglio. Ho bisogno di tutti i rapporti per le dodici e mezzo, nonostante l'insuperabile problema della "o". :~ Reardon si accorse che le stava frullando qualcosa nella testa, e 173 sapeva che l'avrebbe tirato fuori, di qualunque cosa si trattasse... Lo faceva sempre: era molto schietta. « Signor Reardon » disse infatti Christie, « è vero che passiamo tutte le nostre informazioni ad altre autorità? « Sí. Perché? » Lei lo fissò in faccia, e continuò, con tono amareggiato: « Allora, nessuna delle "signore" che abbiamo interrogato nelle ultime due set- timane verrà processata? Saranno lasciate tutte in libertà? » « I testimoni ben disposti, quando sono indispensabili per condurre in porto un'indagine, non si processano. » « Ma che bello! » Christie riportò indietro il carrello di uno spazio, batté il tasto sbagliato. sollevò deliberatamente le dita dalla tastiera e le posò sul bordo della scrivania. Ignorando la lieve pressione della scarpa di Ferranti sulla punta del suo piede, disse: « Secondo me, qualcuno dovrebbe trascinarle in tribunale ». Reardon si limitò a sorridere e ad allontanarsi. La sentí infilare nella macchina una nuova serie di fogli e riprendere a battere, fer- mandosi... probabilmente per la "o'`... mentre lui entrava nel suo uffi- cio. Seduto alla scrivania, pensò a lei. L'aveva vista accigliarsi di fronte alle sentenze di assoluzione come se fosse stata l'unico poli- ziotto del mondo che avesse mai lavorato a un caso andato male. Ciò che la rendeva attraente non era la figura, per quanto graziosa, né la faccia, che aveva una sua bellezza pulita, fresca, da classica ragazza americana. Erano la sua onestà, il suo attaccamento al lavoro. Ci metteva dell'interesse. Del vero interesse. Ma Reardon era sicuro... sicurissimo, anzi... che ora c'era qual- cos'altro che la preoccupava. Premette il pulsante dell'interfono e le disse di venire da lui. Quando Christie entrò nell'ufficio, le domandò: « Lei ha qualcosa che la preoccupa, oltre al caso. Di che cosa si tratta Opara? » Lei esitò, poi affrontò il suo sguardo. « Ricevo delle telefonate. Reardon rispose, senza meravigliarsi: « Telefonate oscene? « No. Solo... telefonate. In piena notte. Una voce che dice: "Ciao. Christie Opara. Come stai?'` Cose del genere. « Quando sono cominciate? ,> « Un paio di settimane fa. Due, una dietro l'altra, poi nessuna per qualche notte... poi una tutte le notti per una settimana. L'ultima... ieri notte, verso l'una e quarantacinque. » « Ha riconosciuto la voce? » Christie esitò. « Non proprio. » Poi, decisa: « No ». Reardon studiò per un attimo i suoi occhiali; poi le domandò, sec- cato: < Come mai il suo nome risulta sull'elenco telefonico? « Il mio non risulta. C'è quello di Nora, mia suocera. Temo che sia l'unica Opara dell'elenco. » Aggiunse, senza averne l'intenzione: « Dà un po'... un po' ai nervi... starsene a letto nel cuore della notte, sa- pendo che un uomo non ha altro di meglio da fare che formare il tuo numero per domandarti come stai. « Che provvedimenti ha preso? :la interpellò lui, impaziente. « Oh, so che potrei chiedere un numero che non risulti sulla guida, ma... ma c'è qualcosa... :Scosse la testa. « C'è qualcosa in fondo al mio cervello... e quando sento quella voce, ho la sensazione che possa riaffiorare da un momento all'altro. » « E cosí, è disposta a sopportare le telefonate e ad aspettare per vedere se questo "qualcosa" si materializza? :~ « Sí, penso di sí. So che sembra stupido. Reardon si passò la mano sulla faccia: quel gesto precedeva sem- pre un'aggressione verbale. « Ma bene! Se ne sta sveglia per metà della nottata ad aspettare che un pazzo la chiami per chiederle come sta, e poi dorme solo poche ore e viene qui a sfogarsi con la Under- wood o perché non arrestiamo un paio di testimoni importantissimi! Mentre, in realtà, il suo guaio è che ha bisogno di dormire di piú, cosa che non fa perché, invece di intraprendere un'azione logica per mettere fine a quelle telefonate, preferisce aspettare per via di una sensazione che non riesce a spiegare. Giusto? « Giusto. » Lei imitò esattamente il suo tono. I loro sguardi si affrontarono a lungo, ma fu lei ad abbassare gli occhi per prima, sentendosi salire alla faccia il solito, stupido ros- sore; capí che anche lui l'aveva notato, perché cominciava a sorridere. E cosí Reardon non solo pensava che lei fosse stupida, pensava anche che fosse divertente! « Be' disse Reardon, « forse esiste un paragrafo speciale del co- dice secondo il quale è un reato telefonarle e domandarle come sta, Christie Opara. Si adagiò contro lo schienale e allacciò le mani sullo stomaco. « Christie Opara ripeté piano. « Che razza di nome è, Opara? « Pronunciato correttamente » rispose lei, « è: O-pà-ra, non O'- para. un nome cecoslovacco. Da ragazza mi chiamavo Choriopo- lous, :~ Lui inarcò le sopracciglia, stupito. « Greca? Una greca dagli occhi verdi? « Mia madre era svedese spiegò Christie, mentre pensava: "Lo sai benissimo. C'è tutto, nella mia scheda personale. Giusto, Rear- don?" Reardon stava scuotendo la testa. « Una greca-svedese con un no- me cecoslovacco che suona irlandese. » « E mia suocera è irlandese, quindi anche questo conto torna. « Altro che! Be', Opara (volutamente, Reardon tornò alla pro- nuncia irlandese) « se scopre qualcosa su quelle telefonate, me lo faccia sapere. Nel frattempo, nonostante le sue notti insonni, veda se riesce a fare il suo lavoro senza sprecare tanta cancelleria pagata dai contribuenti. E guardi che leggo in quei suoi occhi verdi come in un libro, tigre, perciò non dica ad alta voce quello che sta pen- sando. Ora fuori di qui e batta quel rapporto. » Reardon sapeva che il rapporto sarebbe stato terminato presto e accuratamente, nonostante la "o" ballerina, e con tutti i fatti esposti in modo conciso. Qualunque cosa facesse, Christie Opara la faceva bene. Per un attimo, Reardon pensò alle telefonate e alla reazione di Christie. Professionalmente, la ragazza era troppo preparata per per- mettere che le telefonate la inquietassero a quel modo. Be', I'avrebbe lasciata sulle spine per un po'. Ripose Christie Opara in uno scompartimento ben ordinato del suo cervello e aprí una cartelletta di rapporti. CHRISTIE salí la larga scala dell'ingresso sulla Quarantaduesima Strada della Biblioteca Pubblica di New York. In mano aveva un foglietto coperto di appunti illeggibili. Reardon voleva informazioni esaurienti sulle passate attività di un'impresa di costruzioni sospetta di truffa. Il che significava che lei doveva passare ore a sforzarsi gli occhi sui microfilm del New York Times, a studiare i resoconti di un vecchio processo in cui l'impresa di costruzioni era stata assolta da un'accusa simile, e a cercare qualunque altra notizia esistente sui suoi funzionari. A Christie non piaceva questo continuo passare da un incarico all'altro, senza seguire un'indagine fino al processo, e spesso senza sapere come i particolari scoperti da lei s'inquadravano in un piú vasto insieme. « Ehi, non so di che ti stai occupando, ma dev'essere una cosa che ti irrita parecchio! :~ La voce le era familiare quanto la possente stretta di mano. « Ciao, Johnnie! esclamò Christie. « Come stai? » L'agente investigativo Devereaux apparteneva alla Squadra Omicidi. Aveva un torace enorme, a barile posato su due gambe cosí corte, che quando era seduto sembrava aitissimo, mentre quando era in pie- di sembrava calato in un buco. « Il Procuratore Distrettuale ti ha destinata alle ricerche? domandò lui. Christie fece una smorfia che indicava esattamente che cosa pen- sasse del Procuratore Distrettuale, e lasciò che Johnnie la portasse lontano dalla hiblioteca. « Andiamo a bere un caffè. Sono rimasto in quel mausoleo per due ore. :~ Christie trasalí, quando lui la prese per un braccio. Quella era la stretta amichevole di Johnnie: Christie preferiva non pensare com'e- ra, la stretta, quando era destinata a un arrestato. Si lasciò guidare lungo la Quarantaduesima Strada fino a un piccolo bar in Madison Avenue. A quanto pareva, Johnnie era conosciuto, perché alzò un dito e il barista comparve con un bicchiere di whisky e soda. Christie ordinò una Coca Cola, guardando l'orologio alla parete. Avrebbe affrontato le ricerche per Reardon di lí a mezz'ora. Johnnie si tolse il cappello in onore di Christie, che definiva una signora. L'aveva conosciuta quattro anni prima, quando lui era al suo primo incarico con la Squadra Omicidi; poiché il cadavere era di sesso femminile, per perquisirlo era stata chiamata una donna po- liziotto: era Christie, allora appena ventiduenne, arrivata dalla Cen- trale per la sua terza perquisizione. Sorseggiando la Coca Cola, Christie domandò: « Che cos'è che spinge la Squadra Omicidi a mandare il suo superagente a far ricer- che in biblioteca? Johnnie si pulí la bocca col dorso della mano e rispose, con voce triste: « Quelle ragazze assassinate. Tre in tre mesi ». Le contò sulle dita: « Jody Lane, Agnes Lichtenberg, Carol Logan. « Qual è esattamente il nesso tra i casi? » La faccia di Johnnie era profondamente turbata. « Be' in un certo senso erano tutt'e tre simili. Tutte brave ragazze, Christie. Oneste lavoratrici. Niente lunghi elenchi di amichetti da controllare. E tutte sulla ventina. L'ultima, quella del Bronx: brava ragazza. Per John- nie Devereaux, il rniglior termine esistente per definire una donna era "brava". « Ma c'è un nesso reale? Christie chiuse gli occhi, ricordando i resoconti dei giornali. « Una nel Greenwich Village, poi Riverside Drive, poi il Bronx. :~ « Non si conoscevano tra loro, se è questo che intendi. Ma la stessa età, lo stesso tipo, e tutt'e tre sono state strangolate. Christie sbadigliò, chiese scusa e poi, in preda alla stanchezza delle sue notti insonni, domandò, con tono assente: « Nessuna di loro ave- va ricevuto telefonate anonime? :~ Johnnie strinse gli occhi grigi fino a ridurli a due fessure lucenti e la sua voce cambiò: dura, indagatrice. Pura Squadra Omicidi. « Per- Christie sorrise. « Perché i poliziotti rispondono sempre a una do- manda con un'altra domanda? :~ La faccia di Johnnie si rilassò. « Già, va' a saperlo. :Si girò tra le mani il bicchiere freddo. « Mi domando quante sono le donne di New York che ricevono telefonate anonime tutti i giorni. La sua espressione era pensierosa. « La prima delle tre ragazze... non sap- piamo. Era un'introversa, non si confidava con nessuno. La seconda e la terza, invece, hanno raccontato ai loro amici che ricevevano delle telefonate » Scosse la testa. « Strane telefonate. Un tipo che chia- mava solo per parlare con loro... come se le conoscesse. Christie dovette fare uno sforzo per mantenere un tono di voce normale « Intendi dire... solo: "Ciao, come stai?" Roba del gene- re? » Devereaux si chinò, la voce bassa: « Sí. Non l'abbiamo comuni- cato ai giornali. Immagina che razza d'isterismo collettivo provoche- rebbe. Ogni volta ehe qualcuno sbaglia numero le donne di New York si metterebbero in testa che è il~nostro assassino che si pre- para ad aggredirle ». Christie annuí in silenzio. « Ma c'è anche un'al- tra ragione, per la quale siamo sicuri che il colpevole è lo stesso continuò Johnnie. « E neanche questo lo sanno, i giornalisti. A tutte e tre le ragazze è stata recisa una ciocca di capelli. » Alzò l'indice e il pollice all'altezza degli occhi. « Una ciocca di appena tre o quat- tro centimetri. » « Recisa? » « Secondo il medico legale, probabilmente con un coltello. L'ha capito da com'era tagliata. » Sorrise, ammirato. « Il vecchio dottor Mendel deve averla superata la settantina, ma se n'è accorto fin dalla prima ragazza. Che autopsie fa, I'amico! E cosí, abbiamo avvertito gli altri medici legali di cercare dei capelli recisi su tutti i cadaveri di sesso femminile. E, guarda caso, anche per le altre due ragazze, si è verificata la stessa cosa: strangolate, e coi capelli tagliati. CHRISTIE tornò rapidamente alla biblioteca ed entrò nel corridoio di marmo. Lanciò un'occhiata assente alla cabina telefonica dalle pa- reti di vetro posta contro una colonna di marmo, poi si fermò a guar- dare un uomo che infilava una moneta nell'apparecchio e formava un numero. Chiunque con una moneta. Poteva essere chiunque, con una mo- neta. Si appoggiò alla parete e chiuse gli occhi, sforzandosi di rilassarsi per permettere ai rumori della biblioteca di riempirle la mente: mor- morii sommessi, eco di passi. Poi la voce, dolce e intima, penetrò nell'oscurità dietro le sue palpebre: "Ciao, Christie Opara". Solo che, adesso, non sentí il suono della voce cosí come s'era sforzata di sen- tirlo, di identificarlo, notte per notte, ma distinse soltanto la pro- nuncia particolare del proprio cognome. Christie aprí gli oeehi e vide un altro posto: il eorridoio di fronte all'aula delle Udienze Speeiali. Udí Santino dire il suo eognome eosí da farlo suonare "Opera"... Ma non era stata la voee di Santino a ehiamarla tutte le notti. Era la voee di un uomo ehe pronuneiava il suo eognome a quel modo per- ehé l'aveva sentito solo da Santino. Murray Rogoff. Era stato Rogoff a telefonare a quelle ragazze. Ro- goff a strangolarle e a reeidere loro i eapelli. E ora telefona a me... MARTY GINSBURG avanzava nel Lower East Side, mereanteggian- do eoi venditori. L'arte del mereanteggiare può raggiungere vet- te sublimi, ma, in Ameriea, diffieilmente la si ritrova nella sua forma pura. Questa era una delle ragioni per eui Marty amava i resti del veeehio East Side di New York, ehe ora sussisteva solo in pieeole zone invase dai bar, dai fabbrieanti di sandali e dagli orafi, ehe dila- gavano lí dall'East Village, e dagli appartamenti di lusso, eosí fuori posto tra i veechi edifici. Proseguí lentamente lungo Delancey Street, sospirando malinconi- camente al ricordo delle strade della sua infanzia a Greenpoint, a Brooklyn. I suoi figli ci perdevano molto, a crescere a Forest Hills, un posto con tutti i prezzi esposti in bella vista nei negozi, senza la possibilità di avere ogni giorno uno scontro verbale con un vendi- tore, da cui imparare, COD CUi misurarsi. In Rivington Street, si sentí sfidato da uno spettacolo invitante. Lungo tutta la strada erano allineati scatoloni di cartone che conte- nevano merce di ogni tipo! A sinistra e a destra, vecchi e vecchie diffidenti vigilavano attentamente sui loro tesori. Marty avanzò eon passo regolare, senza permettere al suo sguardo di soffermarsi eon troppo interesse su nessun artieolo in partieolare. Superò un'esposizione di tessuti variopinti, si fermò davanti a uno seatolone di fazzoletti, poi, eautamente, tornò sui propri passi fino alle pezze di tessuto ehe tanto lo attiravano e ehe erano sorvegliate da una veeehia informe, ehe aveva sulle spalle uno seialletto tratte- nuto da una spilla di sieurezza. Era il tessuto rosso eon disegni di palme verdi ehe lo interessava, e per questo Marty sollevò il lembo di una stoffa bianea a bolli verdi e rosa, borbottando qualeosa sulla sua qualità seadente. Marty feee la stessa eosa eon diverse altre pezze, consapevole dei brontolii sordi che cominciavano a salire dalla gola della vecchia, finché la sua mano si posò leggermente sul bersaglio. Con espressione sprezzante, domandò: « Quanto? :~ E il mercanteggiamento cominciò sul serio. All'improvviso, la vec- chia- tirò fuori un insulto cosí fantasioso, cosí pittoresco, che Marty si sentí scaldare il sangue da un'ondata di ricordi, e si arrese. La vecchia avvolse il tessuto in un sacchetto usato di carta marrone e glielo cacciò in mano senza alcun rispetto. S'era aspettata di meglio da lui. Poi, Marty si fermò davanti a una vetrina a guardare il pesce di- sposto in file ordinate su uno strato di ghiaccio tritato; gli occhi dei pesci, simili a bottoni di vetro, parvero ricambiare il suo sguardo. Entrò nel negozio e cacciò la mano libera in un barile per acchiap- pare un pesce persico per la coda. Lo sollevò sdegnosamente nel- I'aria, poi lo lasciò ricadere con uno spruzzo. « Sono freschi di mattinata? domandò al vecchio, che era tanto basso da spuntare a malapena di dietro il piccolo banco. « Dai laghi di montagna sono stati pescati alle quattro di stamat- tina e in Fulton Street li ho comprati alle cinque e in quel barile li ho messi alle cinque e un quarto. Freschi sono. » Marty sbirciò nell'acqua scura. « Come faccio a saperlo che non sono rimasti a sguazzare là dentro per una settimana? » La voce del vecchio era dura, adesso. « Quelli non sguazzano. Sono morti. Non vede che sono tenuti in movimento da un motorino na- scosto nella pancia? » « Ci credo. Marty afferrò un'altra coda e studiò un occhio fisso. « Non tocchi la merce, se non ha intenzione di comprare. :~ « Questo ha l'aria di essere sul punto di morire di vecchiaia... Per- ciò diamogli il colpo di grazia, poveretto. Quanto? « Va a peso. Prezzo fisso... a peso. :~ Mercanteggiarono appena un po', eliminando il peso della testa e della coda, e il vecchio porse il pesce al figlio, che se ne stava in piedi, silenzioso, vicino al ceppo. Marty lo guardò sventrare il pesce e pulirlo. L'uomo era un gigante: le braccia sembravano la pubbli- cità di una palestra di culturismo fisico. « Gli levi anche le lische disse Marty a Murray. Ma il vecchio rispose: « Se lo vuole senza lische, lo compri al supermercato. Nel negozio entrò una ragazza portoricana con una camicetta gialla, trasparente, che lasciava intravedere il corpo. Marty la guardò, com- piaciuto, e dette di gomito a Murray. Questi alzò gli occhi, perplesso, seguí lo sguardo di Marty, poi riportò immediatamente il suo sul pe- sce. Quando la ragazza uscí, I'agente esclamò: « Che bocconcino! La grossa testa pelata fece cenno di no. a Non è il mio tipo. L ESCA « Non è il suo tipo? esclamò Marty, incredulo. Sta scherzando. « No :disse Rogoff. « Quella non è niente. Niente. Prese il pac- chetto avvolto in carta di giornale e lo infilò in un sacchetto. Gli occhi, dietro le grosse lenti degli occhiali di protezione erano piccoli e incolori, come quelli dei pesci. « Non la toccherei neanche con le pinze proseguí. « Non ha classe. Non saprei che farmene. Conse- gnò il sacchetto, aggiungendo a bassa voce: « Non con quella che ho a disposizione ». Marty inarcò le sopracciglia. « Qualcosa di buono? Rogoff sorrise, paragonando lo stomaco bombato dell'altro alla propria compattezza. « Lasci perdere, amico. Come quella che ho io ce n'è una sola al mondo. Bella e buona. Il tipo che si tiene un unico uomo per tutta la vita. Chiuse la mano a pugno attorno al denaro consegnatogli da Marty e poi la premette contro il petto. Quest'uomo. Marty ritirò il resto, si caricò dei suoi pacchetti e sorrise. « Be'... ce ne vogliono di tutti i tipi, a questo mondo. :~ Rogoff guardò la figura pesante uscire dal negozio. Quel cretino! Che ne può sapere, lui, di una ragazza come Christie Opara? MARTY GINSBURG uscí dall'ufficio poco dopo che Christie era tor- nata dalla biblioteca. Per essere Marty, aveva l'aria stranamente taci- turna, addirittura impenetrabile. Sembrava anche aver fretta: filò nel- I'ufficio deserto di Reardon, lasciò un rapporto sulla scrivania e pregò Christie di dire a Reardon, quando fosse tornato, che il rapporto era pronto. Quel che Christie avrebbe detto subito, a Reardon, era la scoperta che aveva fatto in biblioteca. La voce, la voce di Rogoff, aveva preso a parlare un po' di piú, ora: "Christie, perché lavori fino a cosí tardi? Sono preoccupato per te". E poi, la sera precedente, prima di inter- rompere la comunicazione, aveva aggiunto: "Ti amo, Christie Opara". Lei aveva risposto cautamente: "Sto bene... Non preoccuparti per me. Grazie per aver telefonato". Nell'ufficio entrò Tom Dell, l'autista di Reardon. « Ciao, Tom esclamò Christie. « Il capo è tornato? Dell respinse il cappello sulla nuca. « Sí, i passi potenti stanno avvi- cinandosi :Appese con cura il cappello all'attaccapanni di alluminio e cominciò a trascrivere su di un apposito modulo le annotazioni rela- tive ai chilometri percorsi e al consumo della benzina, segnate sul suo taccuino. « Marty le ha lasciato un rapporto sulla scrivania disse Christie, quando Reardon entrò nella stanza. « Bene. Reardon assentí ed entrò nel suo ufficio. Christie con- trollò attentamente il proprio rapporto e dette a Reardon il tempo di occuparsi delle pratiche accumulate sulla sua scrivania; poi bussò deli- catamente alla porta, interpretò il grugnito dall'interno come il per- messo di entrare, si mise su una sedia di fronte alla scrivania e porse il rapporto a Reardon. « Vorrei parlarle per qualche attimo, signor Reardon, se non ha troppo da fare. L'occhiata impaziente che Reardon lanciò all'orologio non le sfuggí. « Ho da fare, ma dica pure. a proposito delle telefonate? » « Sí rispose lei, stupita. « Sentiamo. Christie avrebbe voluto che la sua voce fosse forte e sicura, invece tremava Detestandone il suono, disse: « So chi mi telefona. Murray Rogoff, il "mettinmostra" che ho arrestato qualche settimana fa. Ri- corda? Reardon assentí. « Murray Rogoff » ripeté Christie piano, e mentre pronunciava quel nome si rilassò. Si chinò in avanti, afferrando il bordo della scrivania. « Signor Reardon, voglio dirle una cosa che con ogni probabilità lei riuscirà a smontare completamente, ma gliela dirò lo stesso. » « Avanti. Christie sollevò il viso. La sua voce era sicura, adesso. « istato Murray Rogoff a uccidere le tre ragazze, al Greenwich Village, in Riverside Drive e nel Bronx. Ne sono sicura. Reardon si picchiettò la penna sui denti, studiando Christie. Poi, Y senza ironia nella voce: « Sicura tanto da provarlo in tribunale? Christie scosse la testa e abbassò la voce, ma i suoi occhi non si staccarono da quelli di lui. « No, non da poterlo provare in tribunale. Ma sicura. :D E lo mise al corrente della conversazione con Devereaux, delle telefonate alle vittime, della calvizie di Rogoff... e dei capelli recisi; e della pronuncia del suo nome, una pronuncia che solo San- tino usava. Reardon raccolse una cartelletta e gliela buttò davanti. a Legga que- sto. :Lei lo guardò senza capire. « un rapporto sul passato di Mur- ray Rogoff,che Stoney ha steso la settimana scorsa. Opara, chiuda la bocca. :Spinse un altro rapporto sul ripiano della scrivania. « E que- sto è di Ginsburg. E andato a dare un'occhiata a Rogoff, oggi. :La voce di Reardon era irritata e stanca. « Opara, non le è mai passato per la mente che forse, dico forse, il suo vecchio capo avrebbe potuto occuparsi del problema delle sue telefonate? Diciamo che mi sono passate per la mente alcune possibilità, e che una di queste possi- bilità era Rogoff... Reardon estrasse una moneta dalla tasca dei calzoni, la fece roteare L ESCA sulla scrivania, poi calò di colpo il palmo della mano per fermarla e si chinò in avanti. « Circa dieci milioni di persone hanno accesso al suo numero di telefono ogni giorno. Quindi bisognava restringere il campo, giusto? Quello di Rogoff era l'unico arresto che lei avesse effet- tuato da quando è stata trasferita dalla Polizia Femminile alla Squadra. La prima possibilità, quindi, riguardava Rogoff. Si adagiò all'indietro, si infilò la moneta in tasca e osservò attentamente Christie. Lei aveva ancora quell'espressione incredula, e Reardon si sentí ribollire dentro la collera... o l'orgoglio. « Mi dica una cosa, Opara esclamò dura- mente. « Che cosa ammira, nella vita? « La competenza. La competenza professionale. :~ Fu la collera, ingiustificata, a strappargli le parole di bocca. Allora perché pensa di essere l'unica, qua dentro, dotata di un minimo di competenza professionale? Avanti, legga! :~ Abbassando lo sguardo sui fogli, Christie mormorò: « Sí, signo- re . Il suo sguardo scorse rapidamente il rapporto di Stoney, che comin- ciava con Murray Rogoff in fasce e l'accompagnava attraverso gli anni fino alle medie superiori, dov'era stato uno studente di scarso rendi- mento ma un ottimo atleta. Conteneva inoltre il rapporto medico steso dopo l'incidente, completo delle osservazioni del Pronto Soccorso del Bellevue Hospital. Il paziente sedicenne era arrivato in stato comatoso, e le radiografie avevano rivelato una frattura alla base cranica. In seguito, il paziente aveva lamentato violenti dolori agli occhi, e l'oftal- mologo aveva dovuto asportargli numerose ciglia. Piú tardi, il pa- ziente aveva accusato una notevole perdita dei capelli. Nel rapporto, Stoney dichiarava di aver parlato col dottor Loeb psichiatra, il quale aveva affermato che tutte le informazioni emerse dai colloqui col paziente erano confidenziali e protette dal segreto pro- fessionale. Senza ulteriori spiegazioni, il rapporto di Stoney continuava sciorinando tutte le informazioniconfidenziali e protette dal segreto professionaleche, chissà come, era riuscito a strappare al dottor Loeb. Il paziente era stato visitato dal dottor Loeb, che gli aveva consi- gliato di restare in cura anche dopo essere stato dimesso dall'ospedale, per analisi e per un'eventuale trattamento della calvizie. Il paziente era stato provvisto di speciali occhiali umidificatori per la protezione degli occhi, ormai completamente privi di ciglia; inoltre, le sacche lacrimali eranO presumibilmente intaccate; e gli occhi, privi di irrorazione, erano brucianti e aridi. Il dottor Loeb aveva notato che il paziente, a ogni visita, si faceva sempre piú ostile e chiuso. Sebbene gli fosse stato spiegato che la frat- tura cranica non pareva la causa prima della perdita dei capelli, il paziente pensava il contrario. Il paziente era rimasto fortemente contra- riato dalla perdita di prestigio all'interno del suo gruppo sociale. pu- rante la prima visita, s'era vantato molto delle sue conquiste femmi- nili; in seguito, aveva definito tutte le donne "sporche, disoneste". Sem- brava che stesse costruendosi attorno una corazza protettiva, fatta di ostilità e di risentimento. Il paziente era stato visitato per l'ultima volta dal dottor Loeb il 15 ottobre, due mesi dopo l'incidente. Modi e atteggiamento erano notevolmente cambiati. Portava un berretto che rifiutava di togliersi, teneva la testa bassa, biascicava le parole. Aveva informato il dottor Loeb d'aver lasciato la scuola e di passare il tempo o a lavorare nel negozio del padre o "semplicemente in giro". S'era rifiutato di tornare per ulteriori cure. Il rapporto di Stoney concludeva che, alla domanda specifica se in un paziente di quel tipo potesse scattare la molla della violenza, il dottor Loeb aveva risposto che l'eventualità non poteva essere esclusa. Christie posò il rapporto di Stoney sulla scrivania di Reardon e prese quello di Marty, breve ma informativo: Il sottoscritto ha intrattenuto in conversazione il Soggetto sui tipi di donne che lo interessano ed è parere del sottoscritto che il Sog- getto abbia in mente una donna in particolare. Deduzione basata su frase del Soggetto: "Come quella che ho io ce n'è una sola al mon- do. Bella e buona". (Le parole balzarono agli occhi di Christie come se fossero state scritte in stampatello.) "Il tipo che si tiene un unico uomo per tutta la vita. Quest'uomo." iopinione del sottoscritto che il Soggetto abbia avuto qualche con- tatto con la donna in questione, per quanto esista anche la possibilità che tale donna sia solo un parto della fantasia del Soggetto stesso. Egli, infatti, ha un aspetto molto strano. Stoner Martin Reardon parlò nell'attimo stesso in cui Christie finí di leggere il rapporto di Marty. Okay, Christie, ora lo dica lei stessa. Che cos'ab- biamo in mano? « Rogoff. Abbiamo Rogoff. Reardon scosse la testa. « Ma lo ac- ciufferemo. Lo acciufferò io affermò Christie. Il primo impulso di Reardon fu di farla a pezzi. Ma era troppo vul- 184 nerabile, come una bambina che vede un'ingiustizia e, senza esitazio- ne, sapendo che va corretta, dice semplicemente: "Ecco che cosa bi- sogna fare, e devo farlo proprio io!" « E in che modo? :D domandò lui, con uno strano tono di voce. « Non ne sono sicura, ma... Lui la interruppe. « Sono lieto che nella sua mente esista, se non altro, un problema di metodo. Ora ricapitoliamo quello che abbiamo. Tre ragazze assassinate; ma niente testimoni, niente impronte, niente prove. Quindi un assassino ignoto. Ripeto: ignoto. Giusto? :~ « Giusto. » « Okay. Ora passiamo a Rogoff: un noto degenerato ma senza pre- cedenti penali. Partiamo pure dal presupposto che sia lui a telefo- narle. Le telefonate non sono né oscene, né minacciose. Quindi anche se riusciamo a provare che è lui, che cos'abbiamo? Niente. Giusto? Christie ammise controvoglia: « Giusto, ma... « Niente "ma". Niente. Quindi, a che punto ci troviamo? :~ « Lo sa quanto me, a che punto ci troviamo. )> L'inattesa freddezza della voce di lei mise Reardon in guardia. « No :rispose. « Me lo dica lei. :~ « Dobbiamo gettargli un'esca :dichiarò Christie. « E in questo mo- mento l'esca è di fronte a lei. » Alzò leggermente il mento, ma sem- brava priva di qua