GIOVANNI VIGNOLA. Teodora, la basilissa. INTRODUZIONE. Teodora, imperatrice di Bisanzio, moglie di Giustiniano, fu come dicono alcuni un mostro di impudicizia, di crudeltà e di scaltrezza o, come dicono altri, un modello di prudenza di saggezza, di fedeltà, di ardore religioso? Quali doti portarono questa donna dal circo dove nacque alle orge più sfrenate, al misticismo, al trono, alla saggezza politica? Forse non ci sono risposte a queste domande forse la basilissa fu uno di quei rari esseri che eccellono nel bene e nel male, che restano nel tempo come un prodigio, una cosa straordinaria, incredibile, assurda e stravagante. TEODORA, LA BASILISSA. La storia che viene narrata nelle pagine che seguono non comprende un periodo di tempo eccessivamente lungo. Va precisamente dall'anno 500 al 548. Si potrebbe dire la durata di una vita media di un indiano di oggi o di un europeo del secolo scorso: quarantotto anni. Tanti furono quelli che intercorsero fra la nascita e la morte di una delle figure più discusse della storia di Bisanzio: Teodora, la basilissa, moglie dell'altrettanto celebre imperatore d'Oriente, Giustiniano. Pare che la storia abbia l'abitudine di prendere di mira certi personaggi per creare intorno ad essi un alone di leggenda, destinato non soltanto a durare nei secoli, ma nei secoli stessi ad arricchirsi, a complicarsi, a trasfigurarsi. Quel personaggio è destinato, in una parola, a diventare un eroe. La caratteristica dell'eroe è quella di essere mostruoso, nel senso orginario della parola latina monstrum. Essa infatti significa, oltreché miracolo, prodigio, portento, anche cosa straordinaria, fenomeno contro natura, incredibilità, assurdità, stravaganza. L'eroe è un personaggio straordinario non solamente per le sue qualità personali, ma anche per un certo prodigioso destino che accompagna lo svolgimento della sua esistenza. Tutto in lui è fuori dalle comuni regole. Nell'anno 500 regnava a Bisanzio l'imperatore Anastasio. Circa la nascita di Teodora nulla si sa di preciso. L'anno 500 è una data presunta. Il luogo è sconosciuto. Alcuni storici le assegnano come patria l'isola di Cipro, terra consacrata a Venere. Il riferimento alle attrattive sessuali di Teodora è evidente. Altri la dicono originaria della Siria, terra di magia e di superstizione, da cui la donna fu sempre particolarmente soggiogata. Riguardo alla sua famiglia vi fu chi compose per lei una genealogia illustre, facendola figlia di un senatore. Procopio di Cesarea, suo contemporaneo, le dà come padre un pover'uomo di nome Acacio che faceva il guardiano di orsi nell'anfiteatro. La madre divideva il suo tempo fra il circo e il palcoscenico, ambienti nei quali la corruzione e il vizio erano per una donna una questione d'obbligo. Teodora era la seconda di tre sorelle, la primogenita Comito e l'ultima Anastasia. Procopio nella sua Storia Segreta assume il ruolo di denigratore irriducibile della figura di Teodora. Tutto ciò che di turpe, di vizioso, di delittuoso le viene attribuito lo si deve unicamente a questo scrittore. Pare che egli si sia divertito a raccogliere tutti i pettegolezzi del tempo, tutte le insinuazioni, tutti i discorsi delle male lingue per tramandarle ai posteri come verità indiscusse. La sua posizione così unilaterale, quasi dettata da un rancore segreto, fa nascere non pochi dubbi sulla sua credibilità. Le recenti scoperte di manoscritti siriaci e l'attenta lettura di altri storici dell'epoca o di poco posteriori hanno permesso di far luce sul personaggio di Teodora e sul peso notevole che ella ebbe sui destini dell'impero d'Oriente. Ma il fatto prodigioso che la portò da ballerina al trono imperiale rimane sempre indiscusso e insondabile. Che poi, in due campi così diversi, così decisamente opposti, ella abbia saputo assolvere i suoi compiti con altrettanta bravura, resta sempre un fenomeno fuori del normale, che dà appunto alla sua vita quella tinta per cui può essere definita eroica. La prima apparizione in pubblico di Teodora avviene in circostanze tragiche. Il padre Acacio era morto lasciando la famiglia nella più nera miseria. La madre, per risolvere la situazione, aveva pensato di sposare un altro uomo che succedesse nell'incarico del marito defunto, cioè che continuasse a fare il guardiano degli orsi. Ma a questa nomina c'erano degli oppositori. Così la madre, durante l'intervallo di uno spettacolo, se ne uscì in mezzo all'arena, trascinandosi dietro le tre povere fanciulle (la maggiore aveva sette anni) coronate di fiori. Le quattro creature protesero le loro mani verso la folla per invocare pietà. Il pubblico di quei tempi non era molto dissimile da quello di oggi. Si divideva in fazioni contrapposte: quella dei Verdi e quella degli Azzurri. I primi accolsero la preghiera con fischi, urla di diniego e gesti di dispregio. I secondi, che in quel momento avevano il predominio, accettarono la supplica, non si sa se spinti da pietà o per far dispetto ai loro avversari. Teodora non dimenticò mai l'insulto dei Verdi, non riuscì mai a perdonare. E quando la sorte la condusse a sedere sul trono imperiale si vendicò duramente. La politica imperiale di Roma nei confronti del popolo si concretava quasi esclusivamente nello slogan latino panem et circenses, cioè pane e divertimenti. Date al popolo il cibo di che sfamarsi e fatelo divertire; esso non si curerà di mettere il naso negli affari dello stato e vi lascerà governare senza arrecarvi disturbo. L'11 maggio del 330 Costantino aveva trasferito la capitale dell'impero da Roma a Bisanzio, sul Bosforo, ribattezzando la città col nome di Costantinopoli, cioè città di Costantino. Tre imperatori l'avevano circondata ciascuno con una cerchia di mura, facendo della nuova Roma una fortezza inespugnabile. I resti che ancora oggi si possono ammirare per una lunghezza di sette chilometri costituiscono uno dei più bei monumenti dell'architettura militare di ogni tempo. Ma da Roma a Costantinopoli non si trapiantò soltanto un apparato amministrativo e una potenza militare. Costantinopoli fu per secoli un modello di vita romana in cui si parlò latino, si vestì alla latina e si visse secondo le leggi e i costumi di Roma. Bisanzio fu capitale di un impero romano prima che capitale di un mondo greco. La sua ellenizzazione, il suo trasformarsi in metropoli orientale non fu l'opera di un giorno, nè di un secolo. Per questo la formula politica di pane e divertimenti, trovò in Bisanzio la sua piena applicazione. Roma aveva il suo Colosseo e il suo Circo Massimo. Bisanzio ebbe il suo anfiteatro, l'Ippodromo, centro principale della vita pubblica. L'Ippodromo, nelle mani degli imperatori, era uno strumento necessario per divertire il popolo. Offriva gli spettacoli più vari, dosati e distribuiti con sottigliezza psicologica per non stancare, per farne sempre nuove fonti di piacere. C'erano corse di carri, cacce di animali, combattimenti di gladiatori, esibizione di acrobati e di buffoni. Vi si celebravano i trionfi dei generali vittoriosi e vi si eseguivano le sentenze capitali. Il pubblico era certo di trovare all'Ippodromo qualche novità in qualunque ora del giorno. Era luogo di spettacolo, di discussioni, di risse, di congiure e di vizio. Chi ha assistito o ha preso atto delle scene incivili che ai nostri giorni talvolta avvengono sui campi di calcio e con la fantasia fa un salto di quindici secoli addietro, può immaginare quali dovevano essere le manifestazioni di una folla certamente più barbara e più primitiva delle nostre. Non vi era spettacolo senza il suo bravo numero di vittime, conseguenti allo scontro delle fazioni avversarie. E si può dire che l'importanza dello spettacolo stesso era proporzionale al numero di coloro che ci perdevan la vita. Proprio come il numero degli incidenti stradali è connesso oggi con l'importanza del week-end settimanali. L'allestimento degli spettacoli a cui partecipavano tutti, dall'imperatore all'ultimo plebeo, richiedevano un numero rilevantissimo di personale. La famiglia di Teodora vi apparteneva per diritto di posizione e per spinta di vocazione. Fu la stessa madre che, consapevole del valore commerciale della bellezza delle loro figlie, le spinse sulla via del teatro, che era poi la via naturale del vizio. Se fosse vissuta nel 1970 sarebbe stata accusata del reato di sfruttamento e di favoreggiamento alla prostituzione. Mezzana di Teodora, oltre la madre, fu la sorella maggiore Comito. Introdotta nell'ambiente, non le fu difficile farsi notare perchè, oltre alla sua conturbante bellezza, ella possedeva anche spirito e intelligenza. Come attrice le sue preferenze andavano alle pantomime e alle figurazioni nei quadri viventi. Come femmina in cui era affievolito, se non scomparso, ogni senso di pudore, amava mettere in mostra il suo corpo seminudo negli aspetti e nelle pose più provocanti. L'acme del suo piacere consisteva nel suscitare nel pubblico quel frenetico delirio di applausi che esprime contemporaneamente desiderio e ammirazione, aggressività e schiavitù, un misto di sadismo e di masochismo, per cui si offriva con sensualità sofferta a chi non poteva prenderla. Ma in privato le cose cambiavano completamente. Chi, eccitato dalla sua visione, la cercava e la ricompensava come si conveniva, la trovava sempre. Divenne così la protagonista di tutte le orge più scostumate, in cui si davano convegno i più corrotti e danarosi giovani di Bisanzio. Né le sue relazioni sessuali si limitavano ai padroni e ai nobili, perchè, con la stessa indifferenza, ella offriva il suo corpo ai servi e agli schiavi. Trascinata dalla sua ninfomania, aveva, come afferma uno storico bizantino, lo spirito curioso e fertile delle invenzioni; il che figurerebbe degnamente in un trattato sulle perversioni sessuali. Gli aneddoti poi narrati da Procopio nella sua Storia Segreta sono talmente ricchi di particolari così sfacciatamente osceni che non possiamo riferirli qui, per non essere accusati di pornografia. Sarebbe bastato molto meno per fare di Teodora un personaggio noto in tutta la città di Bisanzio. Si dice che le persone per bene evitassero persino di incontrarla per la strada e che la fuggissero come il diavolo fugge l'acqua santa. Passare nelle sue vicinanze o peggio doverla appena sfiorare in mezzo alla folla costituiva una contaminazione vera e propria, con tutte le sue malefiche conseguenze. Una popolazione superstiziosa come quella orientale dava molto peso a questi fatti. Gli stessi suoi clienti ostentavano questo disprezzo alla luce del sole. Di notte poi era un'altra cosa. Teodora aveva diciotto anni. La bellezza del suo corpo era nel pieno del suo fulgore. Non badava molto all'opinione della gente, intesa com'era a soddisfare i suoi piaceri e ad accumulare soldi. Infatti il suo patrimonio si era già fatto cospicuo e la miseria che l'aveva spinta in mezzo all'arena, incoronata di fiori, a chiedere pietà alla folla, era ormai lontana anche nel ricordo. Purtroppo non le fu possibile evitare tutti gli incidenti del mestiere. Procopio riferisce che, durante l'esercizio della sua poco onorevole professione, si era macchiata di molti infanticidi con i suoi volontari aborti. Ma un bel giorno tutti i filtri, le magie, le erbe che avevano sempre ottenuto il desiderato effetto, si dimostrarono inutili. Teodora dovette rassegnarsi a dare alla luce un figlio che fu chiamato Giovanni. Il presunto padre era un funzionario dell'impero. Di fronte alle lagnanze della madre contro la creatura che costituiva un notevole intralcio alla sua vita mondana, costui preferì portarlo con sé in Arabia, dove si recava in missione. Molti anni dopo, quando già Teodora sedeva sul trono imperiale, ecco che Giovanni si presenta alla madre. Il padre, prima di morire, gli aveva rivelato la sua origine. L'imperatrice non si scompone. Quella femmina, dice Procopio, temendo che la storia giungesse all'orecchio del marito, lo affidò ad uno dei suoi famigli, al quale era solita commettere simili incarichi; e non posso dire in qual modo l'infelice fosse tolto di mezzo, ma certo fino ad oggi nessuno lo vide più, neppure dopo la morte dell'imperatrice. L'incidente faceva parte dei rischi connessi col mestiere. Si sa per certo che Teodora mise al mondo un'altra figlia, della quale pare che prendesse maggior cura. Ma sicuramente la maternità non era la sua vocazione. E il destino volle che il suo seno rimanesse improduttivo per sempre, anche quando un suo generato avrebbe potuto aspirare alla corona dell'Impero d'Oriente, e non a rimanere un disprezzato figlio d'ignoti. E' possibile che a diciotto anni, dopo due parti non desiderati, dopo tutte le sofferenze per i procurati aborti, sia subentrata nell'animo di Teodora una certa stanchezza, una nausea per la sua stessa vita. L'occasione per trovare un po' di quiete insieme ad una conveniente sistemazione le si presentò inaspettata. Il suo amante ufficiale era in quel tempo un siriano di nome Ecebolo, anche lui appartenente all'amministrazione imperiale. Il caso volle che fosse nominato governatore della Pentapoli d'Africa, regione corrispondente a un di presso all'attuale Cirenaica. Egli offerse a Teodora di seguirlo nella sua nuova sede ed ella accettò la proposta con entusiasmo. Era la sistemazione desiderata. Ma un'unione del genere era destinata a non durare troppo. Pare che dopo i primi tempi di relax, Teodora si sia lasciata riprendere dalle passate nostalgie teatrali e dal genere di vita ad esse collegato. La conclusione fu che Ecebolo scacciò Teodora, che si ritrovò di colpo nella miseria della sua prima infanzia. Non le rimase altra risorsa, per poter campare, che ritornare a vendere il suo corpo, ad aggregarsi a compagnie teatrali, cercando nuova fortuna prima in Alessandria d'Egitto e poi in Siria nell'illustre città di Antiochia. Fu in questi due paesi, specialmente in Egitto, che Teodora prese contatto con due fra i fenomeni più notevoli del tempo: il monachesimo e le lotte religiose. Vissuta in Bisanzio tra le orge, i piaceri e la dissoluzione, ella aveva fino allora ignorato i gravi problemi che travagliavano l'impero. Soprattutto i fatti religiosi. Il suo genere di vita non le aveva concesso di possedere forse neppure una fede nel senso vero della parola. I suoi contatti col soprannaturale si limitavano a un miscuglio di magia, di superstizione, di astrologia, di incantesimi, di filtri, propri dei paesi orientali, che il cristianesimo non era ancora riuscito a debellare. Teodora, fenomeno inconsueto, univa alla sua sensualità anche un'intelligenza molto acuta e, fenomeno meno inconsueto, un alto grado di impressionabilità. Fu così che la sua permanenza in Alessandria ebbe sulla sua vita un influsso assai notevole. Alessandria d'Egitto era diventata, in quel tempo, il centro della cultura ellenica, superando per importanza Antiochia, Bisanzio e la stessa Atene. Qui la filosofia greca si era scontrata prima e incontrata poi con la dottrina cristiana che, incerta nelle sue formulazioni dogmatiche, aveva cercato nella sapienza ellenica un valido appoggio per la sua costruzione dottrinale. I filosofi di Atene dovevano fornire l'ossatura razionale su cui basare i principi della nuova fede. Da qui le grandi, innumerevoli discussioni in cui s'impegnò tutta l'umana sapienza del tempo, in vista della definizione del concetto di un Dio trinitario e della figura stessa di Gesù, suo Messia. Le dispute che minacciavano, come minacciano tuttora, l'unità della Chiesa preoccupavano gli imperatori, i quali vedevano nelle divisioni religiose un pericolo per la pace interna del loro impero. Se, dunque, per i teologi la questione era di esclusivo interesse religioso, per i regnanti era una questione politica. Perciò questi ultimi si affrettarono a provocare e ordinare riunioni di vescovi nel tentativo di ricomporre i dissidi o, nella peggiore delle ipotesi, di arrivare alla condanna e quindi alla persecuzione della dottrina che sarebbe venuta a trovarsi in palese minoranza. I perdenti, i condannati dai concili erano dichiarati eretici, messi al bando dell'impero, perseguitati e talvolta puniti anche con la morte. A distanza di meno di due secoli dall'ultima persecuzione di Diocleziano, la più feroce contro il cristianesimo, le parti si erano invertite. Ora erano i perseguitati di un tempo che avevano, come si suol dire, il coltello per il manico. Si vendicavano, dunque, non soltanto dei pagani, quali rappresentanti degli antichi persecutori, ma anche di quei loro fratelli che non volevano seguire la ortodossia, cioè la giusta opinione, la giusta via della fede che i concili di volta in volta stabilivano. Una fede, dunque, di puro stampo democratico alla quale la minoranza avrebbe dovuto sottostare, secondo i canoni della più moderna democrazia parlamentare. Alessandria, forte della sua dottrina, era stata il covo in cui erano nate e da cui si erano diffuse le eresie più pericolose, che avevano scosso la Chiesa nascente fin dalle fondamenta, a partire dal secondo secolo. Gli Gnostici prima, i Manichei più tardi e poi i Montanisti, i Monarchiani, i Sabelliani, i Donatisti per arrivare agli Ariani. Questi ultimi dovevano il loro nome ad Ario, prete di Alessandria, che giunse a negare la divinità di Gesù Cristo. Un grande profeta, sì, un figlio di Dio per adozione pure, ma un Dio vero e proprio, no. Costantino cercò di mettere d'accordo Ariani e non Ariani con ogni mezzo, ma rimasti vani i suoi sforzi riunì il famoso concilio di Nicea nel 325 ed Ario ebbe la peggio. Ma le dispute e l'Arianesimo non finirono lì. Ci volle un nuovo concilio a Costantinopoli nel 381 per ribadire la condanna, e questa volta l'imperatore Teodosio prese misure più drastiche. Le disposizioni dei concili furono assunte quali leggi dello stato. I sudditi dell'impero dovevano rimanere nella religione cristiana quale era stata trasmessa ai Romani dal divino apostolo Pietro. Proibì ogni manifestazione ai dissidenti, confiscò le loro chiese e ordinò che tutti i templi pagani fossero rasi al suolo. Gli Origenisti, i Luciferiani, i Pelagiani sono altrettante sette che si succedettero nel tempo, per nominare soltanto le più importanti. Poi arriviamo a Nestorio, vescovo di Costantinopoli, che insorge contro la qualifica di Madre di Dio attribuita alla Madonna. Come poteva una donna aver partorito un Dio? Il concilio di Efeso nel 431 condannò Nestorio. Ma il problema se Gesù era Dio o uomo, oppure Dio-uomo si era riaperto. Eutiche, monaco di Costantinopoli, non accettò il binomio e predicò che in Gesù vi era una sola natura, quella divina. I suoi seguaci furono perciò definiti Monofisiti, parola greca che significa una sola natura. Il quarto concilio ecumenico di Calcedonia condannò i Monofisiti, nel 451. Ma lo scisma continuò a imperversare in Oriente, avendo come roccheforti Antiochia e Alessandria. Invano nel 481 l'imperatore Zenone tentò una riconciliazione. Nel 519 l'imperatore Giustino, interessato a tenere i migliori rapporti con Roma, decide di risolvere il problema con la forza e scatena contro i Monofisiti la più violenta delle persecuzioni. In verità è Giustiniano, nipote dell'imperatore, che agisce. E' lui che di fatto comanda. Teodora si trova, suo malgrado, coinvolta nel dramma. La Siria, come provincia più vicina a Bisanzio, aveva dovuto subire la prima ondata di persecuzione. Dice il Diehl nel suo volume Teodora, imperatrice di Bisanzio, che i capi più illustri della setta, Severo, il patriarca di Antiochia, Giuliano d'Alicarnasso, Giovanni di Tella, Pietro d'Apamea e più di cinquanta altri vescovi, erano stati scacciati dalle loro sedi, scomunicati, esiliati; le comunità monastiche della Siria erano state disperse con la forza, i conventi chiusi, i monaci costretti a fuggire, violentati, imprigionati o massacrati. Molti di loro avevano trovato rifugio presso il patriarca di Alessandria, Timoteo, che rimaneva ostinatamente monofisita. Severo di Antiochia, considerato l'uomo più importante della setta, lo sosteneva con tutte le sue forze. I suoi contemporanei lo chiamavano la rocca di Cristo, il guardiano incrollabile della vera fede. Fu con questi due uomini che Teodora entrò in relazione. Non si sa se ciò avvenne per una crisi di coscienza, ma l'influenza che ne subì durò per tutta la sua vita. Non poté mai nascondere le sue simpatie per i Monofisiti e si sforzò in ogni occasione di favorirli o di temperare il rigore delle persecuzioni. Chiamò Timoteo suo padre spirituale e Severo ebbe la sua illimitata ammirazione e devozione. Ma prima di questi due decisivi incontri, Teodora aveva avuto occasione di entrare in contatto con un altro mondo religioso, quello del monachesimo. La sua esperienza ne era venuta fuori veramente sconcertata. Il fenomeno del monachesimo può trovare un riscontro ideologico in quello che si chiama oggi la contestazione globale. Con una differenza sostanziale, però, che il contestatore moderno, mentre rifiuta totalmente la società in cui vive, si sforza con ogni mezzo di distruggerla, per ricostruirne una nuova. Non sa quale, non ha progetti nè programmi, ma una cosa ritiene certa: la necessità della demolizione dell'attuale sistema. Il resto verrà poi. Il monaco, o meglio l'anacoreta (letteralmente: colui che si tira in disparte), rifiuta la società in cui vive e se ne allontana. Non vuol avere più nulla a che vedere col mondo. Di esso non vorrà conservare neppure il ricordo. Un altro fatto interessante è che i ritiri dal mondo più clamorosi avvengono in seno a società generalmente agiate, opulente, anzi addirittura corrotte, quasi si trattasse di un fenomeno reattivo. E' vero che molti eremiti si fecero tali per sfuggire alle persecuzioni che insanguinarono l'impero romano nel terzo secolo, ma ciò non spiega la loro crescita numerica dopo il trionfo del cristianesimo. D'altra parte ci dobbiamo accontentare delle spiegazioni che ci offrono certi storici, come il Saitta, che pongono alla base dell'ascetismo cristiano di quei tempi l'opposizione alla civiltà classica, la visione di un mondo intrinsecamente peccaminoso e il desiderio di cercare attraverso la meditazione, la preghiera e la mortificazione le vette spirituali della santità. Ma, come afferma il Toynbee, un ritiro senza ritorno non ha alcun senso. E ritorno significa rientro nella società per portarvi i frutti della propria meditazione e incidere su di essa. Come fecero un San Paolo, un San Benedetto, un San Francesco d'Assisi e, maestro fra tutti, lo stesso Gesù. Anche il monachesimo avrà il suo ritorno, ma avverrà più tardi, e non sarà, almeno in Oriente, il ritorno di un singolo, bensì di tutta la classe monacale che comincerà a pesare sulla società, sia in senso positivo che negativo. Il monachesimo con cui Teodora viene a contatto è quello egiziano, che vive e prospera nei dintorni di Alessandria Vi era nella zona un numero tale di conventi, di monasteri, di eremiti che quella parte del deserto libico meritava proprio l'appellativo di deserto dei santi. I tempi dell'isolamento di Sant'Antonio abate stavano per tramontare. San Pacomio prima e San Basilio poi, avevano trasformato l'eremita o anacoreta in cenobita, cioè avevano convinto gli isolati a riunirsi in vita comune, che tale è il significato della parola cenobio. I personaggi che Teodora conosce probabilmente durante le sue peregrinazioni per arrivare ad Alessandria, appartengono ancora alla categoria degli anacoreti. Si tratta di un certo Tommaso, di famiglia ricchissima che, per sfuggire alle persecuzioni scatenate contro i Monofisiti, segue il suo vescovo Maras in Egitto. Vive da anni in una caverna sottoponendo il suo corpo alle più dure privazioni. Ecco il ritratto che ne fa Diehl: Il suo corpo era diventato nero, bruciato dal sole e come disseccato; lunghi capelli in disordine incorniciavano la sua testa; era coperto da pochi stracci; i suoi amici lo riconoscevano appena. Che importa, diceva, la rovina di questo corpo mortale, se l'anima, macchiata da tanti peccati solo a tal prezzo sfugge al fuoco eterno? Che dire poi di Cesaria, imparentata con la casa dell'imperatore Anastasio? Anch'essa vive in una grotta, si ciba di pochi legumi e qualche frutto, dorme sulla nuda terra. A chi cerca di spaventarla dicendole che una tale macerazione la condurrà ben presto a qualche grave malattia risponde: Preferirei che Dio infermasse il mio corpo per tutta la vita, purchè l'anima possa salvarsi. E poi il vescovo Maras e la beata Susanna. Questa, oltre le privazioni e le penitenze, doveva sostenere lotte formidabili contro i demoni che tentavano di indurla in tentazione. Portava il capo velato in maniera da non vedere volti umani e per non essere a sua volta veduta. Intorno a queste grotte, specialmente alle più famose, era un continuo viavai di pellegrini, di gente di ogni colore e di ogni ceto che cercava presso quei santi una parola di conforto, un consiglio, una guarigione. Tali pellegrinaggi erano già l'inizio di un ritorno degli anacoreti stessi a quella vita sociale, che avevano in principio contestato e alla quale, loro malgrado, appartenevano. Che poi il monachesimo sia stato originariamente un fenomeno nato in seno alla classe patrizia o borghese che dir si voglia, è un fatto tanto sconcertante, quanto l'altro che, per salvare la propria anima, si sia giunti a prendersela col proprio corpo, mortificandolo e tormentandolo come il peggiore nemico. La pratica dei digiuni, delle penitenze più dolorose, della flagellazione, uscì ben presto dai romitori e divenne una frenesia collettiva che pervase di sé tutto il Medioevo, fino a scoprirne ancora delle tracce nell'attuale setta dei Quaccheri. In concomitanza con questi movimenti, un'altra figura entra nella storia e vi regna da padrona per 10, 15 secoli: il Diavolo. Il Medioevo è dominato da questo essere sempre in agguato, che s'incarna nelle forme più impensate a col quale è necessario fare i conti in ogni momento della giornata. Alchimisti, maghi, streghe, fattucchiere sono tutta gente che si mette in relazione con lui per soggiogarlo. Tutto ciò che è anormale, straordinario, mostruoso è diabolico. La figura della divinità passa in secondo piano. La vera lotta, il vero pericolo, i rapporti decisivi per la sopravvivenza e la salvezza hanno sempre una colorazione satanica. Teodora rimane certamente allibita, stupita, attonita di fronte a questa lotta ad oltranza contro il proprio corpo. Lei che aveva sempre adorato se stessa esclusivamente in virtù delle sue doti fisiche, lei che ha riposto tutte le sue speranze nel suo fascino sessuale, lei che ha dedicato tutte le cure e tutta la sapienza possibili non solo per conservare, ma anche per arricchire quelle qualità per cui gli uomini si gettavano ai suoi piedi in completa adorazione, come poteva comprendere che altri, in vista di un'ipotetica salvezza eterna, giungessero a disprezzare, avvilire, rifiutare ciò che lei considerava la ricchezza principale, se non esclusiva, di una donna? La crisi religiosa della futura imperatrice d'Oriente non arrivò fino al punto di minacciare il suo destino, convincendola a ritirarsi dal mondo. Alla caduta dell'impero romano d'Occidente era ancora in auge l'associazione all'impero. Il sovrano si sceglieva una specie di coadiutore, che era poi destinato a succedergli, nulla ostando dalla parte del popolo, della chiesa e dell'esercito. Giustino aveva già scelto il suo successore nella persona del nipote Giustiniano. La carriera di quest'ultimo era stata rapidissima: conte, patrizio, comandante in capo delle truppe della guarnigione di Costantinopoli, console, fino alla consacrazione ufficiale di basileus, avvenuta in pompa magna nella cattedrale di Santa Sofia nell'aprile del 527. Che Giustiniano fosse un uomo scaltro è questione indiscussa. Durante gli anni che si accompagnò allo zio nel governo dell'impero, seppe accattivarsi il favore del popolo, del clero e dei soldati; il che gli garantì una successione al trono senza scosse e senza contrasti. Ma c'è uno strano destino che accomuna zio e nipote. Giustino si era innamorato di una schiava che lo aveva seguito come amante nella sua vita in mezzo all'esercito e aveva finito con lo sposarla collocandola al suo fianco sul trono imperiale col nome di Eufemia. Giustiniano s'innamora di Teodora che in fatto di origini non era da meno della zia. Si vede che nella famiglia c'era un certo grado di idiosincrasia per la nobiltà. L'incontro fra Teodora e Giustiniano avviene certamente nel 522. Si dice che ci sia stato di mezzo l'intervento e la raccomandazione della ballerina Macedonia, che in Antiochia era stata la consolatrice di Teodora. Comunque sia, l'incontro provocò il classico colpo di fulmine. Vederla e innamorarsene perdutamente per tutta la vita fu tutt'uno. Teodora significa in greco dono di Dio. Giustiniano lo considerò tale e si mise a sua completa disposizione. Ella amava le ricchezze ed egli la fece ricca. Sognava la nobiltà e la fece patrizia. Ambiva il comando ed egli ne ascoltò quasi supinamente i consigli. A causa dell'incidente avvenuto all'Ippodromo durante la sua prima infanzia, odiava il partito dei Verdi e proteggeva gli Azzurri. Giustiniano fece altrettanto e protesse gli Azzurri in maniera scandalosa. Riuscì persino, se non a convertirlo, a renderlo più comprensivo e più umano verso i tanto perseguitati Monofisiti. L'unione fra i due diventò ben presto di dominio pubblico. Taluni gridarono alla scandalo, altri invece gridarono al miracolo. La peccatrice pentita, la novella Maddalena, la pecorella smarrita che era stata ritrovata. E a rallegrarsene furono in primo luogo i capi del movimento monofisita, il vescovo Maras, il Patriarca Severo, il suo confratello Timoteo che riuscirono a trovar pace nella città di Alessandria in cui cessarono, mercé l'intervento di Teodora, le abituali persecuzioni. Tale era il fascino esercitato dalla donna sul candidato al trono imperiale, che egli manifestò ben presto il desiderio di sposarla. Ma al matrimonio si opponevano degli ostacoli che parevano insormontabili. Primo fra tutti l'opposizione dell'imperatrice Eufemia. I caratteri dello zio e del nipote si rivelavano ancora una volta identici per quanto concerneva i rapporti con le loro donne. Giustiniano era succube della volontà di Teodora, come Giustino lo era di Eufemia. Costei, che da schiava era diventata imperatrice, non poteva tollerare che un'identica fortuna toccasse ad una sua pari. Succedeva in loro quello che accade nel campo fisico dell'elettromagnetismo: forze contrarie si attraggono, forze uguali si respingono. Giustino si opponeva al disegno del nipote per quanto vi si opponeva la moglie. A lui personalmente non gliene importava nulla ed era disposto a fare tutto ciò che il nipote desiderava. Ma la fortuna volle che Eufemia morisse nel 523, appena un anno dopo l'incontro fatale dei due amanti. Così ogni ostacolo scomparve. In quella morte così opportuna, Teodora dovette riconoscere un altro segno del suo favorevole destino. Ma gli impedimenti al matrimonio esistevano ancora nelle disposizioni di legge. Una di queste vietava il matrimonio fra senatori o alti dignitari imperiali con donne di condizione servile, cortigiane o attrici. Giustino non fece altro che abrogare la legge. E motivò il suo atto come un'obbedienza alla infinita misericordia di Dio, che raccomandava di perdonare al proprio fratello non solo sette volte, ma settanta volte sette. Si richiedeva soltanto che la peccatrice, pubblicamente pentita, chiedesse l'autorizzazione dell'imperatore per contrarre l'unione desiderata. Quest'ultimo codicillo avrebbe sottoposto Teodora ad una umiliazione che ella in cuor suo non poteva accettare. Fu portata, allora, una seconda modifica alla legge, nella quale si diceva che una donna, insignita dall'imperatore di un qualsiasi titolo di nobiltà, era per ciò stesso esentata dal chiedere l'autorizzazione a contrarre matrimonio. E ciò valeva anche per le figlie che fossero nate prima o dopo il ravvedimento della madre. Teodora fu insignita del titolo di patrizia e aveva anche una figlia. Come si vede, le cosiddette leggine, intese a favorire una persona o un ristretto gruppo d'interessati, non sono un'invenzione moderna. Per rendersi conto di come un imperatore potesse fare e disfare leggi a suo piacimento, bisogna dare la parola allo stesso Giustiniano, che scrive: Che vi è di più grande e di più santo della maestà imperiale? Chi potrebbe avere la tracotanza di disprezzare il giudizio del principe, quando i fondatori stessi del diritto hanno nettamente, chiaramente dichiarato che le decisioni imperiali hanno valore di legge? E più oltre afferma: Chi sarebbe in grado di risolvere gli enigmi della legge e di rivelarli agli uomini, se non colui che solo ha il diritto di fare la legge? Ci si trova di fronte a un potere non soltanto assoluto, di origine divina, ma anche infallibile. Lo stesso potere che sarà attribuito al pontefice romano nel 1870 (concilio Vaticano) che definiva il dogma della infallibilità del papa. L'imperatore di Bisanzio non è tale per dignità di nascita, ma per consacrazione. Chiunque esso sia, da qualunque ceto sociale provenga, egli diventa sacro solo dopo tutti i riti fastosi dell'investitura, in cui la Chiesa cristiana assume il ruolo principale. Come tenteranno di fare i papi romani dall'800 in poi: confermare col loro crisma l'autorità temporale come derivante da Dio e, in certo qual modo, soggetta alla sanzione del suo Vicario. La monarchia bizantina si riveste dei caratteri di tutte le monarchie orientali. L'imperatore è L'autocrator (che ha il potere di per se stesso), il despotes (il padrone assoluto), il basileus (il re per eccellenza). La chiesa lo onora dei titoli di eletto di Dio, di unto del Signore, di Vicario di Dio in terra, di difensore della fede. Egli è anche archiereus basileus, cioè sacerdote e re contemporaneamente. Sostanzialmente è un tentativo di unificare nella stessa persona i due poteri: quello spirituale e quello temporale; tentativo che storicamente non è mai stato realizzato nella sua pienezza, perchè anche presso le società più primitive coesistono capi-tribù e stregoni, talvolta in accordo, tal'altra in contrasto fra loro. Con la scomparsa di Eufemia, il sogno di Teodora si realizza. Il matrimonio viene celebrato con tutti i crismi e tutta la pompa che sono il vanto della corte di Bisanzio. Il popolo applaude la nuova futura basilissa con lo stesso entusiasmo e con lo stesso fervore con cui aveva applaudito la commediante-prostituta nell'Ippodromo. Ed è proprio là che ella va a ricevere l'omaggio della folla, dopo la cerimonia celebrata in Santa Sofia. Ora non è più permesso dileggiarla o scansarla come si faceva un tempo. Chiunque voglia avvicinarla deve prosternarsi tre volte fino a terra e baciarle devotamente le mani e i piedi. Tutta la complessa cerimonia viene definita con un ostico vocabolo greco, che tradotto in lingua italiana significa semplicemente adorazione. Ma la matematica certezza del suo trionfo avviene in forma ufficiale soltanto nel 527, quando Giustiniano viene consacrato basileus e associato al trono dallo zio Giustino. E' il giorno di Pasqua. Il patriarca unge la testa del nuovo imperatore col sacro crisma. La chiesa di Santa Sofia è tutto uno scintillio di luci, di ori di smalti, di pietre preziose, di tuniche dorate, di mantelli di porpora, di perle, di diademi. Teodora è al fianco di Giustiniano. A lei pure tocca la sacra unzione, a lei pure viene imposta sul capo la corona imperiale. I presenti salutano i nuovi sovrani col rituale triplice Evviva. E la fortuna non si ferma lì. Il primo agosto dello stesso anno, praticamente tre mesi dopo l'incoronazione, Giustino lascia la scena di questo mondo. I due coniugi rimangono soli sul trono di Bisanzio. Teodora regnerà a fianco dello sposo per 21 anni, cioè fino al 548. Nel caso di Teodora il vocabolo regnare va inteso nel suo pieno significato. Ella non fu una figura decorativa, anche se il decoro fu una delle sue più grandi passioni. Durante i suoi 21 anni di regno ella governò quanto il marito e forse più di lui. Egli stesso si compiace di dichiarare, nei preamboli alle sue più importanti ordinanze, di aver chiesto consiglio, prima di decidere, alla reverendissima sposa che Dio gli ha dato. E regna veramente con tutta l'abilità e l'astuzia proprie di una donna senza scrupoli, che vuol riuscire nei suoi disegni ad ogni costo, ora con le blandizie, ora con la violenza e l'inganno, crudele e spietata con i nemici, generosa e fedele verso gli amici. C'è in ogni suo atto un miscuglio di bene e di male, di virtù e di vizio come si conviene alla passionalità femminile con in più le qualità che si convengono ad un buon politico. Un modello di cui il Machiavelli avrebbe potuto approfittare. Tutti gli storici sono concordi nel giudicare Giustiniano una delle figure più illustri della storia dell'impero romano d'Oriente. Dice il Saitta che egli fece del suo regno uno dei più brillanti della millenaria storia di Costantinopoli e una data basilare nello sviluppo della civiltà umana, mercè un culto profondo verso la tradizione romana che si estrinsecò in un programma di ricostruzione dell'impero entro gli antichi confini e di codificazione della legge che Roma aveva imposto al mondo. Ne sanno qualche cosa gli studenti universitari di giurisprudenza che devono sudare le tradizionali sette camicie per digerirsi, tutto o in parte, il famoso Corpus iuris civilis, che raccoglie in numerosi volumi l'intero diritto romano. Una vera opera monumentale che sta alla base di tutto il diritto moderno e che costò al giurista Triboniano e alla commissione da lui presieduta ben sette anni di lavoro. Giustiniano fu un accentratore e un lavoratore instancabile, tanto da meritare il titolo di imperatore insonne. Egli dice di se stesso, a proposito della sua opera legislativa: La Nostra Maestà, esaminando i progetti che Le sono stati sottoposti, corregge per ispirazione divina tutte le incertezze e le oscurità, dando alle cose la loro forma definitiva. La divinità è al suo fianco e lo assiste, confermandogli così anche l'altro titolo di cui si fregiava: quello di Isapostolos, cioè eguale, pari agli Apostoli. Ma come spiegare la coesistenza in un personaggio così famoso di altrettanti aspetti negativi quali i suoi facili scoraggiamenti, le sue crisi di crudeltà, di gelosia e di ingratitudine? A quali cause attribuire queste oscillazioni paurose del suo carattere, per cui un monaco, ammesso alla sua presenza, giurò di aver visto il diavolo seduto a fianco dell'imperatore? La spiegazione psicologica del fenomeno potrebbe essere cercata in una sua inconscia debolezza d'animo, in una sua congenita insicurezza, o, per dirla con terminologia moderna, in un suo complesso d'inferiorità. Ed è sotto questa luce che bisogna collocare Teodora a fianco del marito. Ella incarnò, talvolta, il versante oscuro del sovrano, il suo lato inconscio, la sua anima, come direbbe il grande psicologo Carlo Gustavo Jung. Non stupisce d'altra parte il fatto che Procopio, secondo la scienza dei tempi, abbia dato alla condotta dei due sovrani un'interpretazione demoniaca. Questi prìncipi, egli scrive, parvero non uomini, ma piuttosto demoni funesti che, dopo essersi accordati sul modo più facile e sollecito per distruggere tutte le genti e le cose, si fossero rivestiti di forma umana... E a conferma della sua tesi aggiunge che di fatto, si ebbero nel nostro tempo, le più grandi rovine anche per terremoti, inondazioni di acque fluviali, epidemie, ed essi fecero poi cose terribili con potenza non umana ma di diversa natura. Giustiniano stesso, sempre secondo Procopio, non era figlio di suo padre, ma di un demonio che aveva assunto sembianze umane. Fu visto camminare in lungo e in largo nella reggia, ma il suo corpo non aveva testa. Si osservò il suo volto tramutarsi in un ammasso di carne senza forma. Gli amanti di Teodora che giacevano con lei, dovevano sostenere terribili lotte con frotte di diavoli che ne contendevano loro il possesso. E spesse volte ne uscivano vinti e malconci. Il Medioevo, che culmina con la caccia alle streghe per condannarle al rogo sotto l'imputazione di relazioni carnali col diavolo, era già iniziato fin dai tempi di Procopio. Protagonista di primo piano l'imperatrice di Bisanzio, Teodora. Fu nel gennaio del 532 che scoppiò in Costantinopoli una delle più spaventose rivolte che minacciò di travolgere l'impero e con esso Giustiniano e Teodora. L'insurrezione passò alla storia col nome di Nika, che in greco significa: Vinci! Era una specie di motto augurale, una parola d'ordine, persino scritta su speciali tessere che i congiurati usavano come segno di riconoscimento. L'uso, quindi del verbo vincere e suoi derivati, come mezzo d'incitamento a combattere, pare un espediente di non recente invenzione. L'origine della rivolta è da ricercarsi nelle due opposte fazioni che dividevano la città: i Verdi e gli Azzurri i cui contrasti non si limitavano alle manifestazioni dell'Ippodromo, ma investivano tutta una serie di rivalità politiche e religiose. Teodora, come è stato detto, odiava la fazione dei Verdi. Stabilitasi sul trono, non aveva esitato a manifestare i suoi sentimenti, di cui subito gli Azzurri approfittarono per commettere ogni sorta di violenze. I funzionari Verdi furono allontanati dai loro incarichi con un pretesto qualunque. Basti un solo esempio. Il prefetto di Cilicia aveva fatto giustiziare due Azzurri che lo avevano aggredito in mezzo alla strada con l'intenzione di ucciderlo. Teodora ordina che lo stesso prefetto sia crocifisso sulla pubblica piazza. Fatti di sangue accadevano ogni giorno nella città. Se ne erano responsabili gli Azzurri, la polizia chiudeva non uno, ma tutti e due gli occhi. A questa situazione si aggiungeva l'opera di due eminenti personaggi: il questore Triboniano, famoso giurista, e il prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia. Il primo faceva della giustizia un traffico impudente. Il secondo ricorreva ad ogni mezzo, compresa la tortura e la morte, per mungere ai sudditi i denari necessari alle pazze spese imperiali. Non mancavano, dunque, i motivi di malcontento e l'occasione per manifestarli si presentò l'11 gennaio del 532 durante le corse all'Ippodromo. Le cronache conservano il testo integrale del dialogo che si svolse fra la folla tumultuante e l'araldo che parlava a nome dell'imperatore. Alle accuse del popolo l'araldo grida: Voi non siete dunque venuti qui per vedere lo spettacolo, ma solo per insultare il governo. Tacete, ebrei, manichei, samaritani. Tacete o vi faccio tagliare la testa. Lo scambio di insulti continua. L'imperatore è apostrofato coi titoli di: Boia, Giuda, Assassino, ai quali egli risponde per le rime, sempre per bocca dell'araldo. La situazione si fa tanto tesa che i Verdi abbandonano l'Ippodromo come un sol uomo, intendendo così esprimere la più umiliante offesa che si potesse fare alla maestà dell'imperatore. Ma per un errore del prefetto della città, Eudemone, che volle far giustizia sommaria di alcuni facinorosi che aveva tratto in arresto, la rivolta si estese anche agli Azzurri. C'era, infatti, fra gli arrestati anche qualcuno del loro partito. Uno dei primi obiettivi dei rivoltosi, esempio classico, la presa della Bastiglia, sono le prigioni. Si liberano i prigionieri e si massacrano le guardie. Poi ci si rivolge al palazzo reale, dove si chiede la destituzione dei due personaggi più odiati della capitale: Triboniano e Giovanni di Cappadocia. Giustiniano, come accadrà a Luigi XVI, cede; ma si pente subito dopo e ordina a Belisario di marciare contro la folla, al comando dei soldati barbari della guardia. Questi si comportano da veri e propri mercenari quali sono e non esitano a malmenare i preti di Santa Sofia che erano usciti in processione dalla basilica con l'intento di dividere i combattenti. Toccata nel suo sentimento religioso Bisanzio si trasforma in un baleno in un intero campo di battaglia. Ai combattimenti seguono fatalmente gli incendi. Brucia il Senato, brucia Santa Sofia, Santa Irene, i bagni pubblici, gli ospedali, il mercato. Le fiamme arrivano fino al Palazzo imperiale. Il fuoco, alimentato da un vento furioso, imperversa sulla città per tre giorni e ne riduce in cenere un buon quarto. All'incendio si accompagna il saccheggio; privilegio, quest'ultimo, di ogni sommossa popolare dalla più grande alla più piccola. Giustiniano non ha truppe sufficienti per domare la rivolta: la guardia imperiale al comando di Belisario composta di 2-3 mila uomini; altri tremila Eruli al comando di Mundo che si trovano nella capitale per un caso fortunato, perchè di ritorno dalla Persia; pochi cortigiani rimasti fedeli. Ci vuol altro per domare una città popolosa come Costantinopoli. L'imperatore, dopo sei giorni di rivolta, tenta un gesto disperato. Si presenta all'Ippodromo con in mano i sacri Vangeli e promette il suo perdono purchè si depongano le armi. Viene accolto con un lancio di pietre e con le grida di Mentitore, asino, spergiuro. Anzi la folla ha ormai già scelto anche il suo nuovo imperatore. E' Ipazio, nipote del defunto imperatore Anastasio, predecessore di Giustino. Giustiniano si sente perduto. Nel pomeriggio del 18 gennaio raduna in tutta fretta una specie di consiglio della corona per organizzare la fuga nelle migliori condizioni di sicurezza. Teodora è presente al consiglio. Il consiglio si riduce a un gruppo sparuto di uomini che hanno perso la testa, come l'ha perduta Giustiniano. C'è Belisario, comandante della guardia, Mundo, comandante degli Eruli, Basilide, il nuovo questore, e un certo Costanziolo non meglio identificato. In un angolo tacciono un gruppo insignificante di servi e di ciambellani. Ad un tratto, dopo una serie concitata di interventi sul come mettersi in salvo, ecco, nel silenzio generale, levarsi la voce calma e inflessibile di Teodora. Ella dichiara testualmente: Quand'anche non rimanesse altra salvezza che la fuga, io non fuggirei. Coloro che hanno portato la corona non devono mai sopravvivere alla sua perdita. Io non vedrò mai il giorno in cui non mi si saluterà più col nome di imperatrice. Se vuoi fuggire, Cesare, va bene; hai denaro, le navi sono pronte, il mare è aperto; quanto a me, resto. Amo la vecchia massima secondo la quale la porpora è un bel sudario. Queste furono le parole che salvarono il trono a Giustiniano e forse non soltanto il trono, ma anche molto probabilmente la sua vita. Teodora dimostrò un coraggio, una fermezza che rasentano l'eroismo. La sua condotta, almeno nei suoi propositi, è un duro rimprovero a moltissimi monarchi e capi di stato, passati e recenti, che si comportarono in maniera molto meno dignitosa di un'imperatrice prostituta. Le sue parole hanno un effetto miracoloso sul consiglio. Allo scoraggiamento succede la volontà di azione. Narsete, uno dei familiari dell'imperatrice, è incaricato di corrompere gli Azzurri, che partecipano alla rivolta, con qualunque mezzo e vi riesce. Belisario e Mundo predispongono un'azione militare concertata per impossessarsi dell'Ippodromo, dove si danno quotidianamente convegno folle di rivoltosi. Anche in questo caso l'azione ha successo. I ribelli sono circondati e non riescono ad aprirsi un varco per la fuga. Il loro massacro dura un intero giorno. Al sopraggiungere della notte il terreno dell'Ippodromo è coperto di cadaveri. Alcuni ne contano trentamila, altri cinquantamila. La parola d'ordine, il grido di battaglia Nika! non è servito a nulla. Ma come Teodora fu ferma nella sua volontà di resistere, fu altrettanto decisa e spietata nella repressione. Forte del suo successo (perchè bisogna riconoscere che la vittoria fu suo esclusivo merito) non volle che fosse messa in atto la parola perdono. Invano Ipazio, candidato dei rivoltosi al trono di Bisanzio, e suo cugino Pompeo si gettarono ai piedi di Giustiniano invocando pietà. Teodora stava a fianco dello sposo. Gli aveva fatto giurare sul santo nome di Dio e sulla propria testa che non avrebbe perdonato a nessuno e in special modo ai capi della rivolta. Furono, seduta stante, fatti decapitare e i loro cadaveri gettati nel Bosforo. Poi la persecuzione si estese. Il prefetto della città fu incaricato di condurre un'inchiesta lunga e minuziosa, prendendo di mira le personalità più in vista, patrizi e senatori, che si erano in qualche modo compromessi. Si tenne conto soprattutto della loro consistenza patrimoniale, perchè, condannati a morte o all'esilio, i loro beni venivano confiscati a beneficio del tesoro imperiale. E Dio sa quanto bisogno di denaro avesse l'impero! Scrive il Diehl nella sua opera La Civiltà Bizantina: La guerra e la diplomazia, l'ingranaggio complicato e vastissimo dell'amministrazione pubblica, il lusso della corte e delle costruzioni, le fondazioni a scopo religioso e ospedaliero, quella tradizione di magnificenza, così necessaria tanto a far contento il popolo di Costantinopoli quanto ad imporre tra gli stranieri il prestigio di Bisanzio, erano cose tutte enormemente costose. E il denaro riscosso... era ulteriormente assottigliato dall'avidità e dalla corruzione dei funzionari. La rivolta di Nika, non appena domata, si rivelò sostanzialmente un ottimo affare finanziario. Ma si trattò, come si suol dire, di prendere due piccioni con una fava: rastrellar denaro il più possibile e liberarsi contemporaneamente dei nemici reali e potenziali. Teodora, senza perdere di vista il primo scopo, era sul secondo che puntava il suo maggior interesse. Ridurre all'impotenza gli avversari era la prima condizione per poter conservare sulle spalle il bel sudario della porpora. Uno degli avversari più duri con i quali dovette lottare l'imperatrice, fu senza dubbio Giovanni di Cappadocia. Il motivo dell'odio di Teodora non è da ricercarsi soltanto nell'aria sprezzante con la quale il potente ministro delle finanze la trattava in ogni occasione. Ella vedeva nell'abile ministro sia un rivale nell'affetto dell'imperatore, sia un potenziale successore al trono in qualunque momento se ne fosse presentata la favorevole occasione. Rimosso dalla sua carica in occasione della rivolta di Nika, era ben presto ritornato al suo posto. Giustiniano aveva grande stima di lui, perchè sapeva in ogni occasione fornirgli il denaro che gli occorreva senza tergiversare. Sul come riuscisse a procurarselo non importava molto. Procopio, come sua abitudine, lo accusa dei delitti più infami, della vita più scostumata della più sfacciata corruzione. Lo fa protagonista delle orge più disgustose, ce lo mostra in lettiga per le vie della città circondato da turbe di cortigiane seminude. Teodora usava generalmente due vie per raggiungere i suoi scopi. La prima era quella della calunnia che consisteva nell'insinuare nell'animo del suo sposo i più perfidi sospetti sulla condotta e sulla fedeltà del personaggio che voleva colpire. In tal modo, se riusciva nel suo intento, l'azione repressiva e punitiva sarebbe partita dallo stesso imperatore. La seconda via era quella dell'azione diretta che usava sempre quando la prima falliva. Con Giovanni di Cappadocia, quest'ultima strada era assolutamente inattuabile in quanto, cosciente del pericolo che correva di essere magari pugnalato nel proprio letto, viveva sempre circondato da una folta schiera di fedelissimi, che vegliavano in armi e di notte e di giorno sulla sua persona. Per un caso strano di cui Procopio non ci dà le ragioni, a nulla valsero le accuse di vessazione, di malversazione, di delitti, di malcontento popolare che Teodora propinò all'orecchio di Giustiniano in dosi sempre crescenti. Non riuscì neppure a scuoterlo quando gli parlò di trame che Giovanni ordiva per impossessarsi del trono; il che pare corrispondesse ad un certo grado di verità. Allora l'imperatrice ricorse all'intrigo con la complicità di Antonina, creatura perfida come lei e moglie del generale Belisario, il quale stava conducendo in Italia la guerra contro i Goti. Antonina si prestò al gioco e, attraverso Eufemia, giovanissima e ingenua figlia dello stesso Giovanni, riuscì a convincere costui che era forse giunto il momento di tentare una rivolta che gli avrebbe permesso di aspirare all'impero. Giovanni, sospettato anche di paganesimo e di ateismo, era superstizioso al massimo grado. Un monaco gli aveva predetto che un giorno avrebbe indossato le vesti di Augusto. Si lasciò così abbindolare tanto da recarsi ad un convegno segreto presso la stessa Antonina per decidere il da farsi. Ma al colloquio assistono, ben nascoste, spie armate dell'imperatore, le quali, al momento culminante delle trattative, si gettano su Giovanni. Questi, mal difeso dai suoi, si rifugia in Santa Sofia, ammettendo con questo atto la sua colpevolezza. Di fronte a ciò non è difficile per Teodora ottenere dal marito la destituzione del prefetto. Ora, secondo l'uso bizantino, ad una personalità caduta in disgrazia e che per di più aveva cercato rifugio in un luogo sacro, non rimaneva altra via che quella di accettare gli ordini monastici. Sull'istante e con la forza gli vengono rasati i capelli e gettato sulle spalle il saio di un monaco addetto alla basilica. Nota ironicamente Procopio che quel monaco, per pura combinazione, portava il nome di Augusto. La profezia si era, dunque, avverata: era stato rivestito con gli abiti di Augusto. Tuttavia col tempo il rigore delle decisioni imperiali si mitigò e Giovanni fu confinato in un sobborgo di Costantinopoli, denominato Cizica, e gli fu restituita una parte del patrimonio. Ma l'odio di Teodora lo seguì anche a Cizica. Fu proprio in occasione dell'assassinio del vescovo della cittadina che l'imperatrice fece accusare Giovanni del delitto. Fu incarcerato, battuto, torturato e con lui i suoi servi, senza riuscire ad avere una confessione del reato. Ma questa volta fu deportato in Egitto e dovette vivere miseramente, campando di elemosina. Sette anni dopo, la sua feroce persecutrice moriva improvvisamente. Alla notizia egli fa ritorno a Bisanzio, nella speranza di rientrare nelle grazie di Giustiniano. Ma in sette anni l'imperatore aveva avuto tutto il tempo di dimenticarsi di lui e non lo volle rivedere, anche per devozione alla memoria della sua amata consorte. Così Giovanni di Cappadocia, quello che era stato uno degli uomini più potenti dell'impero bizantino, dovette finire i suoi giorni con la veste talare e servire, almeno ufficialmente, quel Dio nel quale non aveva forse mai creduto. Giustiniano era innamorato, oltrechè di Teodora, anche di romanità. Di fronte alle varie crisi interne che minavano la già fragile costituzione dei vari regni barbarici d'Occidente, l'idea della ricostruzione dell'impero romano era un sogno troppo bello per non tentarne la realizzazione. Ai barbari che stanziavano a nord del Danubio aveva pensato la diplomazia bizantina. Sfruttava abilmente le loro rivalità e usava soprattutto un mezzo per piegare quei popoli al suo volere: la corruzione. Con l'argento e con l'oro era riuscita a fermare persino Cosroé, imperatore del potentissimo regno di Persia, che aveva battuto duramente l'esercito bizantino sulle rive dell'Eufrate nel 531. Giustiniano, allontanata la minaccia dalle frontiere orientali, può finalmente rivolgere le sue mire verso occidente. La prima vittima designata è il regno dei Vandali, che comprendeva, a un di presso, l'attuale Algeria, Tunisia e parte della Tripolitania. Belisario, al comando di circa 15.000 soldati bizantini sbarca in Africa nel 533. Un anno dopo il regno dei Vandali è scomparso dalla faccia della terra senza lasciar traccia di sé. Una parte dell'esercito vincitore si permette poi di passare il mare al comando del patrizio Liberio e strappa ai Visigoti tutta la fascia costiera meridionale della Spagna. E' una specie di manovra a tenaglia, che ha come obiettivo ultimo l'Italia. La stessa che sarà ripetuta due secoli più tardi dagli Arabi. In Italia il regno dei Goti, dopo la morte di Teodorico (526), è in pieno sfacelo. A causa della persecuzione contro l'elemento latino che Teodorico ha scatenato negli ultimi anni del suo regno, ora i Goti sono divisi in due fazioni fra loro ostili: quella degli anti e quella dei filoromani. Amalasunta, figlia del defunto re, tiene la reggenza in nome del giovane figlio Atalarico e sarebbe disposta ad accordare la sua protezione al partito filoromano. Ma gli anti sono più forti. Le tolgono il figlio per educarlo secondo i loro costumi con un effetto disastroso, perchè il giovanetto muore qualche anno dopo, consunto, pare, dagli stravizi. Amalasunta è costretta ad associarsi al trono il cugino Teodato, il quale si libera ben presto dell'importuna rivale, relegandola in un'isoletta del lago di Bolsena. Ma la deposta regina era già da tempo in trattative con la corte di Bisanzio, in cerca di protezione e di aiuto. L'appello viene ora rinnovato in forma disperata e Giustiniano lo accoglie come un'occasione provvidenziale. La corte di Bisanzio è sfavorevole ad una spedizione in Italia. Oltre ai pericoli sempre presenti dei Persiani e degli Arabi, non vede di buon grado questo spostamento dell'asse dell'impero verso la vecchia Roma, che ormai tutti hanno dimenticato o quasi. Anche Teodora è contraria. Ma, secondo Procopio, le motivazioni dell'imperatrice hanno una base essenzialmente femminile. Ella è gelosa di Amalasunta, di cui tutti decantano la grazia, la bellezza e la giovane età. Così, sempre per informazione dello storico di Cesarea, che fra l'altro partecipò alla spedizione, Teodora informa segretamente il re dei Goti, Teodato, consigliandolo a togliere di mezzo l'infelice regina. Questi non si fa ripetere due volte il consiglio e provvede a farla strangolare nella sua stessa prigione. Ora, anche se Giustiniano andrà in Italia, non correrà più il pericolo di innamorarsi della figlia di un re. La guerra greco-gotica dura quasi un ventennio e precisamente dal 535 al 553, con alterne vicende, e termina con la morte dell'ultimo re dei Goti, Teia, in una battaglia presso le falde del Vesuvio. I Greci escono vincitori, ma la guerra segna il tracollo definitivo della penisola italiana. Le stragi, i lutti, le devastazioni non si contano. L'economia è finita. Le popolazioni si ritirano sulle montagne. Il commercio è impedito. Comincia per l'Italia il vero Medioevo, cui la prossima invasione Longobarda darà l'ultimo tocco. Ci vorranno quattrocento e più anni perchè la vita riprenda a fiorire. Gli eroi della campagna bizantina in Italia sono due: Belisario e Narsete. La loro storia s'intreccia direttamente, spalla a spalla, con quella di Teodora. E' lei che spesso ne determina il corso. Belisario è un personaggio forse più temibile di Giovanni di Cappadocia. Ha in mano l'esercito e l'esercito può essere uno strumento determinante per la conservazione o la perdita del trono. La fama di Belisario come generale era indiscussa, anche presso i suoi avversari. Aveva vinto i Parti, gli Ostrogoti, i Vandali, conquistato l'Africa e l'Italia, condotto in catene a Bisanzio due re, regalato a se stesso e all'impero un bottino di guerra di valore inestimabile. Oltre ad essere l'idolo dei suoi soldati lo era anche della folla. Tutto questo alimentava nell'animo di Giustiniano e di Teodora degli ombrosi sospetti. La tentazione del potere è grande, affascinante, travolgente. Avrebbe saputo resistere Belisario? Il Diehl lo classifica come un eroe di un'epoca di decadenza, non un uomo tutto di un pezzo dal carattere fortemente temprato. Aveva nel cuore soltanto due passioni: l'imperatore e sua moglie Antonina. Belisario non era un generale che convenisse eliminare. Bastava tenerlo d'occhio per impedirgli di fare colpi di testa. Giustiniano si servì di spie che costantemente gli collocò al fianco. Teodora trovò di meglio: si servì di Antonina. Nella loro vita amorosa l'imperatore e il generale avevano seguito la stessa strada. Il primo si era pazzamente innamorato di una donna dal passato molto equivoco. Il secondo lo aveva seguito a ruota legandosi ad una vedova di quarant'anni, con numerosi figli, che non solo ne aveva fatto di cotte e di crude, ma che era anche fermamente decisa a continuare nella poco dignitosa carriera. Su queste due unioni così insolite, il popolo amava ricamare le ipotesi più audaci. Le diceva opera di magia, di filtri, di malefici in cui il diabolico teneva il suo onorevole posto. Non si poteva ammettere che scelte simili fossero il prodotto di una mente sana e libera da influenze demoniache. Come Teodora, Antonina era intelligente, scaltra, ambiziosa e intrigante senza scrupoli. Il pericolo numero uno era dunque lei e non il marito. Il destino volle che nel 523, durante la campagna d'Africa comandata da Belisario, Antonina si innamorasse perdutamente di un giovane di nome Teodosio. Le alterne vicende di questo amore durarono ben diciassette anni, con un crescendo di situazioni sempre più scandalose. Lo stesso Belisario tentò più volte di ribellarsi ad una condizione che lo metteva in ridicolo davanti a tutto il popolo ed in particolare davanti ai suoi soldati. Teodora, come si vedrà, si assunse un duplice ruolo: quello di favorire con tutti i mezzi la passione di Antonina e quello di impedire la rottura definitiva fra i due coniugi. Pare che Teodora abbia sempre detestato in cuor suo la moglie del generale. Forse una delle cause principali di questo sentimento stava nelle loro comuni origini. Forse l'imperatrice temeva lo spirito ambizioso e intrigante di Antonina, molto pericoloso per la stabilità del trono. Ma riuscì a nascondere il suo animo con tale abilità che Antonina divenne la sua migliore amica, la sua confidente più intima, la sua complice più fidata, tanto da meritarsi il posto di maggiordomo della sua corte. E la sua fortuna a corte non finì con la scomparsa di Teodora. Giustiniano fu fedele alla moglie anche nel conservare le amicizie che ella aveva preferito. Forse ne aveva compreso anche il segreto fine. Belisario rimase un docile e fedele servitore del suo imperatore, sia nell'avversa come nella propizia fortuna. La prima fase della campagna bizantina in Italia si svolge sotto i migliori auspici. Belisario sbarca in Sicilia. Un anno dopo (536) ha già occupato Napoli e fa il suo ingresso in Roma il 10 dicembre dello stesso anno. Sbarchi di truppe bizantine avvengono a Genova nel 538. Ravenna cade nel 540. Il re dei Goti, Vitige, viene tradotto in catene a Costantinopoli. Belisario, come usavano fare tutti i generali, porta con sé anche la moglie. E la moglie porta con sé l'amante. Il generale ha ben presto occasione di scoprire la tresca, ma Antonina trova sempre il mezzo di scolparsi davanti al marito, di figurare come la vittima innocente delle più odiose calunnie. Due cameriere che l'hanno accusata presso il marito, pagano la loro audacia con lo strappo della lingua. Cucite in sacchi vengono poi gettate in mare. Un giovane ufficiale ci rimette la vita, per le sue critiche troppo palesi nei confronti della generalessa. Teodora è informata minutamente di tutti questi incidenti che favoriscono i suoi piani. Ma chi si preoccupa delle conseguenze della relazione è proprio l'amante. Teodosio è forse già stanco della donna. Forse teme per la sua stessa vita. A scanso di pericoli si ritira in un monastero. Antonina si dà pubblicamente alla disperazione. Allora interviene Teodora e l'amante viene restituito alle sue funzioni. Anzi riesce a convincere Belisario, che parte in guerra contro i Persiani, a lasciare la moglie a Costantinopoli. Per un gesto del genere, che permette il più completo e indisturbato ménage, Antonina si lega a Teodora per la vita e per la morte. Ormai è una sua creatura nel senso totale della parola. Il complotto ordito contro Giovanni di Cappadocia è il collaudo finale della sua devozione. Oltre la guerra in Italia e il continuo pericolo alle frontiere della Persia, l'impero bizantino deve subire le gravi scosse interne provocate dal problema religioso. L'avvento al trono di Teodora segna la rivincita dei Monofisiti. Ella aveva subito il fascino della dottrina, già condannata nel concilio di Calcedonia, durante le sue peregrinazioni in terra d'Egitto e di Siria. Severo, il destituito patriarca di Antiochia, e Timoteo di Alessandria erano stati suoi maestri. Come si poteva pensare che Gesù fosse un uomo, dopo tutti i miracoli e il trionfo della sua Chiesa? Egli non poteva essere altro che un Dio con apparenze umane. Ario aveva avuto torto a pensarlo soltanto come un uomo, anche se eccezionale. Le sue opere portavano tutte l'impronta della divinità. In quanto alla soluzione di Calcedonia del Dio uomo vi era una contraddizione in termini. Come era possibile accettare sul piano logico l'unione di due nature, quella umana e quella divina, così contrarie, così opposte, così totalmente diverse? L'imperatore Giustino, in nome dell'unità religiosa dell'impero, aveva perseguitato aspramente i Monofisiti. Giustiniano si avviava sulla stessa strada, ma i risultati erano scarsi. La divisione religiosa continuava a insanguinare le terre dell'impero. Perchè non ascoltare, allora, i consigli dell'amata Teodora e tentare una conciliazione? Fu così che Giustiniano passò dalla persecuzione aperta ad una specie di larvata moderazione. Il che praticamente significò il rifiorire dei Monofisiti che, sotto la protezione di Teodora, non solo rinforzarono le loro posizioni in Egitto e in Siria, ma diffusero la loro dottrina in Arabia, in Nubia e persino in Abissinia. Si dice che Giovanni di Tella, uno dei più illustri predicatori della setta, abbia convertito al monofisismo in pochissimo tempo quasi 170.000 persone. Le conseguenze furono che la stessa capitale si riempì di eretici: Pietro, l'ex-vescovo di Apamea, il fanaticissimo monaco Zooras, il Patriarca Severo, insomma tutti i più illustri sostenitori dell'eresia. Teodora arrivò al punto che fece nominare patriarca della capitale un certo Antimo, che aderiva segretamente alla causa degli eretici. Ad Alessandria poi, alla morte di Timoteo, impose alla successione un certo Teodosio, che era poi una sua creatura. E fu necessario che Narsete, ciambellano e familiare dell'imperatrice, imponesse con le armi la nomina ambigua del favorito della sovrana. Ma lo scandalo più grave ili materia religiosa fu provocato, sempre per intervento di Teodora, dalla nomina di Giacomo Baradeo a vescovo di Edessa. Era costui un Monofisita convinto, che viveva chiuso in una strettissima cella nella stessa Costantinopoli ed era reputato un vero santo per la sua scienza e per la dura vita ascetica che praticava. Quello che appare strano è come l'imperatore abbia acconsentito a tale nomina, che dava un apporto decisivo alla ricostruzione della Chiesa monofisita. Lo zelo e l'opera di Giacomo Baradeo furono eccezionali. Secondo la volontà e le istruzioni segrete ricevute da Teodora, in pochissimi anni egli percorse tutte le terre orientali dell'impero, consacrò due patriarchi, ventisette vescovi e più di centomila fra preti e diaconi. Fu chiamato il distruttore degli idoli e il martello dei pagani. La fede che predicò fu detta la fede del Santo Giacomo, e i suoi seguaci sopravvivono ancor oggi in Siria e in Egitto, sotto la denominazione di Giacobiti. Il trionfo di Teodora si poteva considerare completo. Padrona del cuore di Giustiniano che si lasciava menare per il naso con una certa facilità, padrona dell'esercito di Belisario tramite Antonina, padrona della Chiesa attraverso i suoi amici monofisiti. E fu proprio in mezzo al suo trionfo che capitò in Bisanzio un personaggio scomodo e inopportuno. Era Agapito, il papa di Roma, il pontefice massimo, il successore di Pietro. Le cose stavano per prendere una cattiva piega, che forse Teodora non aveva previsto. Agapito si era recato a Costantinopoli in qualità di ambasciatore del re dei Goti, Teodato, al fine di scongiurare la guerra in Italia. Ma non era questo l'obiettivo principale del suo viaggio. I capi della Chiesa ortodossa di Oriente lo avevano a più riprese informato della situazione religiosa che si veniva creando nell'impero di Giustiniano e degli intrighi che Teodora conduceva in favore degli eretici. Il primato del vescovo di Roma stava sempre più prendendo la sua forma concreta. Era giunto il momento di far sentire la sua voce e rinforzare così la sua ancora discussa priorità. Fu dunque ricevuto alla corte con il massimo degli onori, ma ciò non fu sufficiente a piegarlo. Rifiutò ogni contatto con i Monofisiti, pretese l'immediata sostituzione del patriarca eretico Antimo e ordinò che il monaco Zooras gli comparisse davanti. A nulla valsero le preghiere e le minacce di Giustiniano. Inutili furono le suppliche di Teodora, i suoi tentativi di corruzione con forti somme di denaro. L'imperatore, spinto anche dai numerosi seguaci dell'ortodossia, finì col cedere al pontefice. Antimo fu destituito e Agapito consacrò il nuovo patriarca nella persona del prete Menas. Il trionfo del pontefice durò lo spazio di un mattino. Moriva improvvisamente appena un mese dopo. I cattolici accusarono Teodora di veneficio. I Monofisiti si rallegrarono della morte del papa come di un giusto castigo di Dio e ripresero coraggio. Ma Menas, il nuovo patriarca, non si perdette d'animo. Riunì un concilio (siamo nel 536) e procedé alla condanna di Antimo, di Severo, di Zooras, di Pietro d'Apamea. Ciò comportava la scomunica, la privazione di ogni dignità ecclesiastica, la distruzione dei loro scritti, il bando dai territori dell'impero fino alla loro condanna capitale, se fossero caduti nelle mani delle autorità. La reazione contro i Monofisiti riprendeva l'antico vigore e si estendeva in tutte le contrade dell'impero. Giustiniano, una volta tanto, non si era piegato ai voleri della moglie. A costei non rimase altra possibilità che quella di nascondere nel proprio palazzo i perseguitati e favorirne con ogni mezzo la fuga. L'operazione non fu difficile. Quello che le riuscì impossibile fu di mitigare gli orrori della persecuzione, che fu particolarmente spietata in Siria e in Egitto. Ma Teodora era un tempra di donna che aveva sopportato ben altre sventure nella sua vita e non ne era stata piegata. Chiusa nel suo palazzo preparava la rivincita. Con la provvidenziale morte di papa Agapito, a Costantinopoli si presentava a Teodora una magnifica occasione: far eleggere al trono di Pietro una persona di sua fiducia. Convinse Giustiniano che una simile mossa avrebbe riportato nell'impero la tanto sospirata pace religiosa e ne ottenne l'approvazione. La situazione era più che favorevole. Belisario era in Italia con un esercito rispettabile, già padrone di Roma. A Costantinopoli c'era la persona adatta per aspirare al trono pontificio. Si trattava del nunzio apostolico Vigilio, che aveva già una volta tentato la scalata al papato, fallita per l'opposizione ostinata del clero romano. Ora la protezione di Bisanzio gli offriva nuove possibilità. Per questo aveva cercato di entrare nelle grazie di Teodora e vi era pienamente riuscito. Ciò che promise Vigilio, in cambio della sua nomina, avvenne nel segreto del palazzo imperiale. Alle trattative ufficiali, condotte cioè dai due coniugi imperiali, si deve dare meno peso che a quelle avvenute fra Teodora e Vigilio. Si dice, fra l'altro, che promise persino di rinnegare il concilio di Calcedonia, di rimettere al loro posto i prelati monofisiti scacciati dalle loro sedi e scomunicati. Si dice anche che Teodora gli desse una forte somma, in compenso dei servizi che le avrebbe reso. Uno storico ha detto di lui che sarebbe stato capace di promettere tutto, o per lo meno, di lasciar sperare qualsiasi cosa. Il papato era una posta troppo grande per essere messa in forse da qualche scrupolo dogmatico. Combinato il piano, occorreva metterlo in esecuzione al più presto. Vigilio parte per l'Italia con lettere creditizie che lo raccomandano alla protezione di Belisario. Ma in Italia le cose sono precipitate all'insaputa di Bisanzio. Teodato, re dei Goti, ha già dato un successore ad Agapito, nella persona di papa Silverio. Questi, tradendo spudoratamente Teodato, apre a Belisario le porte di Roma, nell'intento di ingraziarsi i Bizantini, ormai sicuri vincitori contro i Goti. Vigilio resta annichilito nel trovare il seggio pontificio già occupato. Ma a Teodora non importa nulla. Vigilio o Silverio? Purchè si faccia ciò che lei desidera l'uno vale l'altro. Silverio, però, fedele alla linea dogmatica di Roma, rifiuta ogni compromesso. Allora da Bisanzio partono ordini perentori: Silverio deve essere detronizzato a qualunque costo, e Antonina è chiamata in causa per convincere Belisario ad agire. Il generale ne ha effettivamente bisogno. Non se la sente di mettere le mani sul pontefice e macchiare in tal modo la sua coscienza di un così grave sacrilegio. Intanto i Goti, sotto la spinta del nuovo re Vitige, piombano su Roma e assediano la città. Papa Silverio è accusato falsamente di tradimento. Convocato da Belisario si reca per ben due volte a parlamentare con lui. La seconda volta è ricevuto da Antonina, spudoratamente sdraiata su di un letto. Si dice che lo abbia apostrofato con queste parole: Ebbene, signor papa, che abbiamo fatto, noi e i Romani, perchè ci vogliate consegnare ai Goti? Si ignora ciò che accadde negli appartamenti privati del generale. Si sa soltanto che un servo annunziò più tardi al numeroso seguito di Silverio che attendeva nelle anticamere che il papa era stato destituito ed aveva indossato l'abito monacale. Vigilio era già papa il giorno dopo, 29 marzo del 537. Giustiniano, nell'incostanza del suo carattere, viene preso dal rimorso e dall'orrore per il misfatto compiuto contro il pontefice. Nella sua crisi vuole che dalla Licia, dove era stato condotto, Silverio ritorni a Roma e subisca un regolare processo. Teodora non riesce ad opporsi ancora una volta ai voleri imperiali. Ma in Italia c'è sempre Antonina, che fa consegnare l'ex-pontefice agli sgherri di papa Vigilio. Silverio viene relegato nell'isola di Palmarial, dove muore poco dopo ridotto al pane della tribolazione ed all'acqua dell'angoscia. Il binomio Teodora-Antonina funziona a perfezione. Ciò che non fa l'una è attuato dall'altra; un tandem imbattibile sulla via del male. Papa Vigilio, dal canto suo, aveva accarezzato un sogno soltanto: quello di giungere al trono pontificio con qualunque mezzo. Ma, una volta raggiunto lo scopo, non tardò a rivelarsi per quello che in realtà era, cioè un uomo la cui personalità non sarebbe stata tanto facilmente piegata nè da imperatori nè da imperatrici, nè da altri. Invano Antonina e Belisario usarono su di lui lusinghe e minacce per convincerlo a dare corso alla promesse fatte a Costantinopoli. Vigilio, da buon politico, tergiversava, differiva, lasciava qualche volta anche sperare e intanto indirizzava lettere e messaggi a Giustiniano e al patriarca di Bisanzio, Menas, in cui ribadiva la sua fedeltà alla più rigorosa ortodossia. Le lettere in cui manifesta la piena adesione alla dottrina monofisita, indirizzate ai capi più in vista della setta, risultano una falsificazione escogitata dai suoi nemici. Teodora fu costretta a pazientare. La guerra in Italia le consigliava la più cauta prudenza in fatto di colpi di forza. C'era poi di mezzo anche il marito, che in preda alle sue solite crisi di coscienza, non si sentiva troppo disposto a favorire i Monofisiti. Su di lui influiva moltissimo il nunzio apostolico Pelagio, grande amico di papa Vigilio, decisamente avverso ad ogni concessione verso gli eretici. Pare che in questo periodo la stessa Teodora non usasse tutte le sue armi per influire sull'animo di Giustiniano Come sempre, preferiva scendere in campo quando le probabilità di vittoria erano decisamente dalla sua parte. Non avrebbe saputo tollerare una sconfitta che fosse dipesa dalla sua imprudenza. Maturava le sue decisioni senza fretta, soffocando l'irruenza dei suoi odi e delle sue passioni. Su una cosa tuttavia era fermamente ed intimamente sicura: che a papa Vigilio non avrebbe mai perdonato quello che in cuor suo considerava il più ignobile dei tradimenti. Si sentiva giocata, umiliata, beffata e ciò era più che sufficiente ad alimentare in lei un odio inestinguibile. Nel silenzio del suo gineceo pregustava il sapore della futura vendetta. Una prima occasione le si presentò in Alessandria, dove era stato consacrato patriarca un certo Paolo, monaco di Tabenna, fiero avversario dei Monofisiti. E la consacrazione era proprio avvenuta per mano di Menas, in seguito agli intrighi di Pelagio, rappresentante in Costantinopoli del papa romano. Questo era un insulto alla città di Alessandria, che subiva così una nuova ondata di persecuzioni. Teodora vigilava attentamente su ciò che accadeva in terra d'Egitto. Colse in fallo il prefetto Rhodon e il suo aiutante Arsenio per certe esecuzioni capitali avvenute, secondo lei, in maniera illegale e li fece condannare a morte con relativa confisca dei loro beni. Non contenta di ciò, coinvolse nella faccenda anche il patriarca Paolo, che fu destituito in un sinodo tenuto a Gaza. Procopio insinua che Arsenio era stato un tempo amante di Teodora, che poi aveva abbandonata. Con un sol colpo si era liberata di tre nemici. Il povero Giustiniano non sapeva più che pesci prendere. Scrive Buonaiuti nella sua Storia del Cristianesimo che il dilemma era chiaro e rischioso: o ristabilire l'unità in Oriente sacrificando l'unione con Roma o conservare l'accordo con l'Occidente, stimolando così l'opposizione dell'Oriente monofisita. Ma come poteva inimicarsi la Chiesa di Roma; lui che aveva intrapreso la realizzazione del grande sogno di riunificazione dell'impero? Avvicinarsi a Roma non voleva dire mettersi in urto con l'Oriente che si considerava, e a ragione, la terra madre del Cristianesimo? Roma, defraudata del suo primato politico, tentava di rifarsi un primato spirituale e religioso. Il papa Leone era uscito vincitore a Calcedonia, condannando l'eresia di Eutiche. Ma l'eresia era più viva che mai. Teodora aveva visto giusto, quando aveva disapprovato la spedizione in Italia. Non era possibile tenere il piede in due scarpe. Ed aveva ragione. La rottura definitiva sul piano religioso avverrà precisamente 916 anni dopo; tanto passerà prima che un patriarca di Costantinopoli si abbracci in San Pietro col papa romano Paolo VI. Si richiameranno fratelli, dopo oltre nove secoli di vicendevoli anatemi, scomuniche e condanne senza appello. Il conflitto è durato troppo a lungo per essere facilmente risanabile. Così gli avvenimenti della storia, creati, vissuti e sofferti da milioni di uomini, amano impersonarsi in tipi che li rappresentino, quasi ne fossero gli esclusivi attori ed autori. Giustiniano assume il ruolo politico del conciliatore. E' un non allineato. Fra due mondi in contrasto, Roma e Bisanzio, impernia la sua azione sulla formula utopistica uno stato, una legge, una chiesa. Anche lui è un eroe della decadenza. E' costretto dal suo ruolo conciliante a pericolose oscillazioni fra i due contrasti insanabili. Teodora, invece appartiene alla categoria degli impegnati. Fra l'Oriente e l'Occidente ha fatto la sua scelta; una scelta definitiva. Eppure si presentò un'occasione che parve insolitamente propizia per arrivare ad una soluzione delle due tesi contrastanti. Teodoro Aschida, vescovo di Cesarea, aveva scoperto tre opuscoli, cioè tre capitoli approvati a Calcedonia, nei quali si potevano ravvisare velati consensi all'eresia di Nestorio che, come si ricorderà, negava a Maria il titolo di Madre di Dio. Per i Monofisiti, che riconoscevano in Gesù la sola natura divina, fu uno scoppio di entusiasmo. Il concilio di Calcedonia aveva, dunque, approvato qualcosa che dava ragione anche a loro. Mandare a monte il contenuto dei tre capitoli significava mettere in dubbio tutte le altre conclusioni del concilio, avvilire l'autorità di Roma e provocare con molte probabilità una nuova assemblea. La discussione su alcuni punti, già dati come fermi, avrebbe coinvolto tutto il resto. I Monofisiti, sostenuti da Teodora, si sentivano forti, specie in quel momento, in cui Giustiniano si manifestava più conciliante. Le manie teologiche dell'imperatore presero il sapravvento. Teodora, nell'intento preciso di cacciare nei pasticci il marito, gli prospettava come prossima la conclusione delle lotte religiose. Fu così che nel 543 emanò il suo primo editto che pronunciava l'anatema contro i cosiddetti tre capitoli. Il suo era un atto legislativo che investiva direttamente una materia religiosa, specificatamente dogmatica. Era assolutamente necessario che ci fosse il benestare di Roma, anche per le solite ragioni politiche. E' in questa occasione che Teodora dimostra tutta la sua energia e la sua spregiudicatezza. Se papa e imperatore stanno in due campi opposti, se Bisanzio e Roma sono le sedi di questa rivalità, perchè non tentare il trasferimento dei due poteri in un'unica sede e fare di Costantinopoli il centro della cristianità? Un papa a Bisanzio sarebbe diventato un docile strumento nelle mani dell'imperatore. In fondo la storia medievale sta tutta qui: potere temporale e potere religioso in permanente lotta fra di loro. Anche l'ultima teoria cavouriana, libera chiesa in libero stato, appartiene sotto sotto al regno dell'utopia. Giustiniano accetta con entusiasmo la tesi di Teodora. L'azione conseguente è messa in atto con la rapidità e la sorpresa degne di un colpo di stato. Il 22 novembre 545, mentre papa Vigilio sta celebrando la messa in Santa Cecilia di Trastevere, irrompono nella chiesa i soldati bizantini. Il messo imperiale ordina al papa di seguirlo immediatamente. Lo imbarca sopra una nave e lo avvia verso Costantinopoli. Pare che la folla, rimasta per qualche momento sorpresa, abbia poi accompagnato la partenza del papa con una valanga d'insulti, mista a un nutrito lancio di pietre. Il popolo urlava al suo indirizzo: Morte a te! Disgrazia a te! Hai fatto del male ai Romani! Che tu possa trovarne altrettanto dove vai! Si racconta, inoltre, che fra le istruzioni segrete date da Teodora al messo imperiale, ci fossero questi precisi ordini: Salvo che nella basilica di San Pietro, arresta Vigilio in qualsiasi posto lo troverai e conducilo a noi. Se no, per Iddio vivente, ti farò spellare. Era un parlare che non ammetteva disubbidienza. Sia per le difficoltà del viaggio, sia per il timore delle vendette di Teodora, il papa fece in maniera di ritardare il suo arrivo il più a lungo possibile. Infatti giunse a Costantinopoli ben quattordici mesi dopo la sua partenza da Roma. E sulle prime si comportò come il suo predecessore Agapito. Nessuna concessione alla volontà della coppia imperiale. Ma sotto la pressione costante di Giustiniano, di Teodora, di tutta la corte e dello sciame dei teologi a tendenza monofisita, finì col fare prima delle formali promesse per passare poi alla condanna dei tre famigerati capitoli. Era la Pasqua del 548. Teodora moriva proprio in quell'anno con la certezza del suo trionfo e soddisfatta di essersi vendicata di papa Vigilio. Ma non poteva certo prevedere quale tempesta si sarebbe scatenata dopo. Fra ordini, contrordini, ripensamenti, colpi di testa di Giustiniano e di papa Vigilio, le repressioni e le persecuzioni si susseguirono con estrema violenza. Vigilio, nuovamente arrestato e cancellato dal novero dei prelati, se ne morì in esilio, dopo aver subito non pochi maltrattamenti e privazioni. L'impressione in Occidente fu enorme. L'arbitraria intromissione imperiale in materia ecclesiastica, scrive Buonaiuti, rivendicò, per bocca di Facondio di Ermiana, un principio che per secoli avrebbe retto l'economia religiosa del mondo mediterraneo: solo Cristo è re e sacerdote. L'imperatore è solo re. Egli deve mettere in esecuzione i canoni della chiesa. Non può nè fissarli nè trasgredirli. La vittoria di Teodora era stata effimera. Alla luce di questi fatti è chiaro e logico che Teodora, più che il suo augusto consorte, fosse il bersaglio di tutti gli strali velenosi degli storici ecclesiastici antimonofisiti. Le maledizioni e le ingiurie contro di lei subirono nel tempo un crescendo che porta a dubitare del loro fondamento e della loro serietà. Fu definita una seconda Eva troppo docile al serpente, una nuova Dalila, un'altra Erodiade assetata del sangue dei santi, una dannata dell'inferno agitata dallo spirito di Satana, messa su dal diavolo, accanita nel distruggere la concordia acquistata col sangue dei confessori e dei martiri. Per contro ecco quanto scrive Diehl, nell'opera citata: Nel nono secolo, la tradizione bizantina celebrava, oltre alla bellezza del suo corpo ed alla grazia del suo viso, la purezza della sua anima e dei suoi costumi, la potenza della sua intelligenza con la quale superava tutte le fanciulle del suo tempo. Non temendo affatto di paragonarla alla pia madre di Costantino, la santa imperatrice Elena, la stessa tradizione vedeva in Teodora, come scrive un venerabile agiografo, il vero ripostiglio di tutti i doni di Dio. I suoi amici non le risparmiarono gli epiteti più lusinghieri chiamandola la mistica Teodora, l'imperatrice che amò Dio, che amò Cristo, l'imperatrice fedele, la creata da Dio per proteggere gli afflitti contro i rigori della tempesta. Che ella abbia contribuito con prodigalità veramente regale alla costruzione di monumentali opere religiose, è una questione fuori dubbio. I santuari, i monasteri, le foresterie (case che accoglievano i pellegrini poveri), gli ospedali di cui curò la costruzione o il restauro non si contano, a cominciare dalle celebre chiesa dei Santi Apostoli fino alla cattedrale di Santa Sofia, andata distrutta durante la rivolta di Nika. Ella stessa ne posò la prima pietra nel 536 e la volle più grande e più bella di quella preesistente. E a proposito della chiesa dei Santi Apostoli, esisteva anche una leggenda che dimostrava quanto grande fosse il favore che l'imperatrice godeva in cielo. Essendo venuti a mancare i fondi per continuare i lavori, gli stessi Santi Luca e Timoteo le apparvero in sogno e le indicarono dove avrebbe potuto trovare, nascosti sulla riva del mare, dodici vasi pieni di monete d'oro. E così fu. Le monete stesse, a dimostrazione della loro origine divina, recavano incise l'immagine dei due Santi. Le leggende, è vero, non fanno storia, ma sono parte della storia. Non si possono accantonare come un materiale inutile, non foss'altro che per il loro valore mitico. E il mito, si sa, è una chiave d'oro che permette di penetrare in zone vietate alla storia stessa. Che cosa si può dire di fronte a giudizi così contrastanti? Chi fu veramente Teodora? Una santa, una prostituta, o una santa-prostituta? Si dovrebbe cercare la soluzione nel noto aforisma che la verità sta nel mezzo? Dire che non fu interamente nè una cosa nè l'altra e che quindi fu una mezza santa e una mezza donna di malaffare? Ma non si potrebbe, sull'esempio della teologia di Calcedonia, concedere a Teodora di essere tutte due le cose nel senso pieno della parola? Il suo carattere di personaggio eroico resterebbe così ampiamente confermato. Procopio di Cesarea, il più discusso accusatore di Teodora, fa dell'imperatrice la complice e la protettrice di tutte le dissolutezze che infestavano una città cosmopolita come Costantinopoli. Eppure la legislazione di Giustiniano, in gran parte ispirata dalla moglie, si dimostra assai severa sul matrimonio, sul divorzio e sull'adulterio. Il matrimonio è chiamato quella cosa santa fra tutte che dev'essere circondata da tutte quelle garanzie che possano renderla durevole e indissolubile. A preambolo della sua legislazione egli scrive testualmente: Vogliamo che le donne si comportino saggiamente, che non conducano una vita sregolata ed empia e speriamo che ci riescano. Così nel suo rigore, che potrà far sorridere i contemporanei, elenca i motivi che possono dar luogo a cause di divorzio nei seguenti: se una donna fa il bagno in compagnia di altri uomini, se va a cena con estranei, se va all'Ippodromo senza il consenso del marito. Il ripudio è un diritto del marito se la moglie trascorre la notte fuori del tetto coniugale, se pensa ad un altro matrimonio. Il peggio si ha quando ella possiede un amante. Il marito ha il diritto di farsi giustizia da solo, nel caso che li colga insieme. Il concetto di delitto d'onore è certo un residuo di quei tempi. La cosa cambia se i due amanti vengono sorpresi in un luogo sacro, ad esempio in chiesa e il Diehl insinua malignamente che le chiese servivano spesso da luogo di appuntamento. In tal caso per l'amante c'è la pena di morte e la moglie adultera viene rinchiusa in convento per due anni, alla fine dei quali il marito è libero di riprenderla presso di sé. In caso negativo le vengono tagliati i capelli e resta nel convento per tutta la vita. Nell'intento, però, di consolidare l'indissolubilità del matrimonio, Giustiniano nega il divorzio per mutuo consenso. Lo nega anche se uno dei due coniugi è condannato alla prigione, vuole che sia accertata la morte del soldato prima che la vedova passi a nuove nozze, punisce severamente chi cerca pretesti per dividersi. Ma la legislazione di Giustiniano, nel suo complesso, se la prende con le donne. L'idea di Eva, causa di tutte le sciagure umane, trova la sua conferma nella legislazione e nella concezione religiosa, col pieno trionfo della società patriarcale. La donna, per San Girolamo, è un'incarnazione del diavolo e non sono pochi i dottori della chiesa che mettono in dubbio l'esistenza dell'anima nella femmina. Come si potessero conciliare queste idee aberranti con quelle della donna Santa ed in ispecie con quella di Maria Madre di Dio è uno dei misteri sui quali soltanto la psicanalisi può gettare un po' di luce. Che Giustiniano poi fosse un antifemminista può essere giustificato dalla scelta che lui stesso aveva fatto, se di scelta, nel senso libero della parola, si può parlare, in occasione della sua unione con una donna del genere di Teodora. Teodora rappresenta nei confronti del marito la rivincita, la rivalutazione della femminilità. Si potrebbe quasi definire una suffragetta in embrione, una specie di senatrice Merlin, cui si deve in Italia la famosa soppressione delle case chiuse. Anzi, a ben guardare, non si può escludere che la legge Merlin si sia ispirata notevolmente alle ordinanze emanate da Giustiniano dietro i suggerimenti e i consigli di Teodora. Chi poteva meglio di lei conoscere la vergogna e la miseria che si nascondevano nei bassifondi di Costantinopoli? L'imperatore stesso allude ad una persona che saggiamente lo aveva informato della corruzione della capitale e convinto della necessità di condurre un'accurata inchiesta al fine di emanare le leggi riparatrici. Queste riguardarono in modo particolare le povere ragazze che, attraverso il teatro, erano state avviate sulla strada del vizio con impegni contrattuali, accompagnati da cauzioni. Tali contrattazioni non soltanto furono dichiarate nulle, ma comminate pene severissime contro gli impresari inadempienti. Le donne perdute furono sciolte da ogni impegno, riabilitate ed ammesse al matrimonio con la sola formalità della promessa a non riprendere più quel genere di vita. Chi spingeva una ragazza alla prostituzione era punito con la morte. Gli sfruttatori furono banditi dalla città come persone nocive e corruttrici della moralità pubblica, e obbligati a restituire le cauzioni ricevute. La case di tolleranza furono naturalmente chiuse. Ma l'opera di Teodora non si fermò qui. Si preoccupò di aprire per le donne liberate dal giogo della loro vergognosa schiavitù, una specie di pensionato sulle rive del Bosforo, utilizzando un vecchio convento detto della Metanoia, che in greco significa Pentimento. Malgrado il buon trattamento e le cure che furono loro prodigate, si dice che alcune di esse preferirono gettarsi dalle mura piuttosto che rinunziare alla loro vita di vizio. La cronaca non dice se si verificò quello che avvenne in Italia in seguito all'entrata in vigore della legge Merlin per cui le liberate si riversarono sui marciapiedi in numero centuplicato e la diffusione delle malattie veneree raggiunse proporzioni allarmanti. Ma la questione del contagio passava, a quei tempi, all'ultimo posto in confronto a quella della salute dell'anima. A fianco, però, di queste leggi contro la prostituzione ce ne furono altre che contribuirono a migliorare la condizione della donna nel matrimonio, anche se si era ben lontani dal riconoscere, come è di moda oggi, l'eguaglianza dei sessi in ogni campo. Fu, ad esempio, concesso alla donna, maltrattata notoriamente dal marito, la facoltà di chiedere il divorzio. La legge richiese, in ogni caso, prove perentorie ed accuse saldamente documentate. La prepotenza maschile sembrava in certo qual modo imbrigliata. Fu vietato al marito di battere la moglie, salvo che per legittimi motivi; gli fu proibito di cacciarla di casa o di spingerla alla dissolutezza. Malgrado questo movimento precursore, la condizione della donna orientale è ancora oggi ben lontana dall'aver raggiunto gli obiettivi conquistati dalla donna occidentale, specialmente nei paesi di civiltà anglosassone. Ma Teodora non si limitò a influenzare il marito in senso filofemminista, ma intervenne direttamente nella vita privata di personaggi più o meno in vista per disporre, in maniera dispotica, della loro sorte coniugale. Fece e disfece matrimoni secondo il suo capriccio e quasi sempre in vista di determinati fini politici. Intanto si curò che la sorella Comito e la nipote Sofia concludessero ricchi matrimoni. Sposò Preietta, nipote di Giustiniano, con un nipote di quell'Ipazio che al tempo della rivolta di Nika era stato proclamato imperatore, togliendo così di mezzo un eventuale pretendente al trono. Per castigare due nobili dame che, rimaste vedove, dimostravano di non rimpiangere troppo la perdita dei mariti, le obbligò a sposare due uomini di condizione umilissima. Un certo Saturnino, già fidanzato con una nobile fanciulla, dovette piegarsi ai voleri di Teodora che gli offriva in moglie la figlia di una sua favorita. Saturnino si lamentò con gli amici di non aver trovato vergine la sposa e Teodora lo seppe. Lo fece bastonare sulla pubblica piazza per insegnargli a tenere la lingua a posto. Lo scandalo più clamoroso fu quello perpetrato ai danni della figlia di Belisario. Giovanna era la sua unica figlia e per conseguenza l'erede di un'immensa fortuna. Bisognava assolutamente maritarla con Atanasio, nipote dell'imperatrice. Belisario rimaneva sempre il nemico potenziale numero uno, anche se Antonina faceva buona guardia al suo fianco. A nulla era valso che nel 540 avesse rifiutato la corona d'Italia che i Goti gli avevano offerto in cambio della resa di Ravenna. Non si era ribellato neppure quando, in seguito alla vittoria in Italia, gli era stato negato l'onore del trionfo. Destituito, reintegrato nel suo grado, rinviato in Italia contro i Goti senza uomini e senza mezzi finanziari, col preciso scopo di umiliarlo e di renderlo impopolare, non ci fu da parte sua mai un gesto di rivolta. Ma che finisse la sua vita nell'abbandono e nella miseria è una leggenda. I tesori che aveva accumulato nelle sue campagne in Persia, in Africa, in Italia erano sempre suoi ed erano tantissimi. Il colpo escogitato da Teodora era duplice: impossessarsi delle ricchezze di Belisario e legarlo più strettamente al carro imperiale. La trama era partita da molto lontano. Quando nel 542 era stato destituito e messo in disparte, Antonina e Teodora avevano escogitato un loro piano. Ecco la scena. Belisario, chiuso nel suo palazzo, teme per la sua stessa vita. Ad un tratto un sussulto. Si sta bussando con violenza alla porta, accompagnando i colpi, col grido terribile di Ordine dell'imperatore! Il generale pensa che sia giunta la sua ultima ora. Si presenta un messo con una lettera di Teodora del seguente tenore: Tu sai caro, che cosa hai fatto contro di noi. Ma ho molti obblighi verso tua moglie e, per un riguardo a lei, ho deciso di perdonarti... Sappi che a lei devi la vita; ed è soltanto da lei che nell'avvenire tu devi sperare salvezza e fortuna. Vedremo in seguito come saprai comportarti verso di lei. L'effetto e quello desiderato. Belisario si getta ai piedi della consorte e le giura amore eterno, chiedendole umilmente perdono per tutti i suoi passati sospetti. Fra le clausole segrete intercorse fra le due donne c'era anche la promessa di matrimonio fra Giovanna e Atanasio. Ma questo matrimonio, nato dall'intrigo, non doveva mai realizzarsi. Belisario e Antonina furono in Italia fino al 548. Invano Teodora sollecitò ripetutamente la celebrazione delle nozze. I genitori di Giovanna trovarono sempre delle scuse plausibili per procrastinare la cerimonia. Teodora, intanto, permetteva che i due giovani fidanzati facessero vita in comune allo scopo non solo di rafforzare i loro legami sentimentali, ma anche di comprometterli davanti all'opinione pubblica in maniera che la loro unione diventasse una necessità. Una tale situazione durava da otto mesi quando Teodora morì. Antonina, rientrata dall'Italia col marito, si oppose decisamente alla celebrazione del matrimonio e separò brutalmente i due amanti dichiarando in pubblico che non avrebbe mai accettato per genero un uomo che portava nelle sue vene il sangue di Teodora. Tale era la stima che le due donne avevano l'una per l'altra nel segreto del loro cuore. Si è molto discusso sul legame che univa Belisario alla moglie Antonina. C'è chi vide in lui una passione morbosa che lo teneva legato alla sua donna in qualsiasi circostanza; ma c'è anche chi giudica Belisario un furbacchione che seppe mettere a frutto la sua situazione, chiudendo non uno ma tutti e due gli occhi sulla vita scandalosa della moglie. E non si può negare che il generale riuscì a rimanere a galla e a sventare le manovre dei suoi nemici proprio in virtù dei torbidi legami della moglie con l'imperatrice. Era ambizioso e avido di ricchezze ed ebbe la possibilità, durante la sua vita, di soddisfare in pieno queste sue fondamentali esigenze. Forse, pensava lui, valevano anche la pena di sacrificare la virtù della moglie. Tanto imperatore non lo sarebbe mai diventato. Come conseguenza di queste considerazioni, non si riuscirà mai a stabilire se Antonina fu lo strumento di Teodora o di Belisario. Forse lo fu di tutti e due senza saperlo, convinta, com'era, di agire soltanto per il proprio piacere e per il proprio interesse. Ed anche questa sua convinzione era una incontestabile verità. Uno dei crucci che tormentò Teodora per tutta la vita fu quello di non aver potuto generare un figlio da porre sul trono di Bisanzio. I figli c'erano stati, è vero, ma proprio quando lei non li voleva, quando costituivano un impiccio al genere di vita che praticava. Si è visto come si fosse affrettata a liberarsi della prima figlia e come avesse fatto sparire dalla circolazione il secondo che aveva osato presentarsi a lei, quando già sedeva sul trono imperiale. Il figlio che lei voleva doveva essere sangue di suo marito Giustininano non avrebbe mai accettato un bastardo. Non è escluso che la vita condotta da Teodora nella Sua prima gioventù, gli stravizi sessuali, le frequenti pratiche abortive a cui si sottopose, per esigenze professionali, abbiano negativamente influito sulle sue capacità generative. Se esisteva una scienza ginecologica essa era ancora, a quei tempi, allo stato magico. La fecondazione artificiale, il trapianto degli ovuli, le ricerche microscopiche, gli interventi chirurgici, l'embriologia e la genetica esistevano soltanto nella mente di Dio e avevano bisogno di altri 1400 anni di storia per tradursi in realtà. A Teodora non restava, dunque, altra via che quella della magia, della superstizione, del miracolo. Battè certamente tutte queste strade. Ma la magia e i sortilegi non servirono all'intento, come a nulla valsero i voti le preghiere, le opere di carità, i monasteri e le cattedrali che ella fece edificare allo scopo di impietosire il cielo. I suoi avversari videro in ciò un castigo di Dio. Gli amici preferirono passare sotto silenzio la cosa, consolandosi coi favori che ella elargiva loro e ricambiandola come si è visto, con le lodi più sperticate. Si racconta che nel 530 sia giunto a Costantinopoli su invito dell'imperatore, San Saba, famoso eremita palestinese di cui era nota la virtù taumaturgica. Gli venivano attribuiti i miracoli più clamorosi che andavano dalle semplici guarigioni fino alla resurrezione dei morti. Secondo le credenze popolari nulla gli era impossibile. Fu ricevuto alla corte con onori pari a quelli di un re. La coppia imperiale si inginocchiò ai suoi piedi invocando umilmente la sua benedizione. Teodora, poi, chiamatolo in disparte, lo supplicò con tutto l'ardore di cui era capace perchè intercedesse presso Dio con le sue preziose preghiere al fine di avere un figlio. Se egli era quel santo cui tutti credevano perchè non sperare nel miracolo? Ma Saba era un cristiano di stretta osservanza ortodossa e conosceva le simpatie che Teodora nutriva per l'eresia monofisita. E si rifiutò decisamente. Anzi, a tale proposito, pare che abbia giustificato la sua condotta con la categorica affermazione che una donna simile non avrebbe potuto mettere al mondo che nemici della Chiesa. Così alla mancata maternità sostituì uno smodato desiderio di potenza. Per dirla con lo psicologo Alfred Adler si mascolinizzò. Mise in atto la sua protesta maschile e, dopo aver trascorso anni di vita nei postriboli, fu contro gli uomini che condusse le sue battaglie, per superarli, per vincerli, per umiliarli. La psicologia della prostituta, sempre secondo Adler, si regge sul desiderio inconscio di voler umiliare il maschio, mettendolo di fronte alla sua degradazione e alla sua debolezza. La teoria della psicologia individuale, formulata da Adler, colloca il fenomeno della prostituzione in una posizione ambigua e falsa in tutte le società. Ufficialmente condannata è nello stesso tempo nascostamente favorita. Il fenomeno è maggiormente riscontrabile in quelle comunità o individui nella cui vita psichica è saldamente radicata la premessa dell'inferiorità della donna. La stessa teoria nega che la prostituzione sia un derivato della povertà, come nega la concezione della prostituta come un abisso di sensualità. Ci sono, in ogni società che crede, pratica e attua nei suoi ordinamenti l'inferiorità della donna, due tipi di risposta da parte della donna stessa: quella di accettazione e quella di ribellione. La ribelle appartiene al tipo nevrotico, nel senso di non sapersi adattare alla vita corrente del suo tempo. Come fatto nevrotico essa si manifesta nella donna come protesta virile. Affascinata dalla potenza e dal prestigio di cui gode il maschio, ella vuole essere pari a lui e conseguentemente disprezza la sua condizione di donna, ma non la sua femminilità. Quest'ultima rimane la sua unica arma per conquistare gli obiettivi che sono propri degli uomini: potenza, denaro, influenza, grandezza. Dice testualmente Adler: Cercare una via d'uscita nella prostituzione e procurarsi così quel prestigio che è precluso da altre parti, contraddistinguono regolarmente la strada della prostituta, che essa batte in genere dopo tentativi vani, o almeno apparentemente vani... Ma sempre essa ha davanti agli occhi il modello dell'uomo attivo, non quello della donna passiva. Procopio da Cesarea, anche se vissuto circa quindici secoli prima di Adler, ha avuto una giusta intuizione delle componenti psichiche della prostituta. Egli ci presenta Teodora, nel suo insieme, quasi parafrasando lo stesso Adler. Attacchi incontrollati d'iracondia, sete di dominio tirannico, diffidenza illimitata, mancanza di disinteressate amicizie, ambizione morbosa, scelta di qualunque mezzo pur di raggiungere i suoi obiettivi. Talvolta, dice ancora Adler, queste donne si sentono spinte ad assumere cariche pubbliche, ma adempiono ai loro compiti con grande uso di astuzia, politica di prestigio e intrighi. Nulla mancherebbe, dunque, al ritratto di Teodora. Ma quello che Procopio non ha considerato è proprio il fatto che la protesta virile di Teodora raggiunse in pieno gli obiettivi che si era proposti, arrivando al massimo splendore che fosse concesso a creatura umana. Si può dire che ella fu, anche se non ufficialmente, anche al di sopra dello stesso imperatore, il quale spesso e volentieri si piegò alla sua volontà. Se ella, un tempo, vendette il suo corpo per il raggiungimento di determinati fini, non si vede come ella abbia sentito la necessità di continuare nel suo commercio, dal momento che i fini stessi erano stati raggiunti. E' certo perdonabile, dice ancora Adler, che profani senza conoscenze scientifiche (si includa in questi anche lo storico Procopio) siano costretti a condannare la prostituta e il suo mestiere, in quanto vogliono rimanere fedeli ai loro obblighi sociali, considerandole come un abisso di sensualità, come un essere eternamente infiammato... Ma nella sua sensibilità essa è lontana dalla parte femminile, è unicamente venditrice, e rimane frigida. Adler ha la sua tesi psicologica che può essere applicata a Giustiniano. Un essere indeciso, affetto anche lui dall'ormai consunto complesso d'inferiorità non può trovare altra rivalsa, nella sua scelta coniugale, che quella di legarsi ad una personalità forte, decisa, che lo tenga in pugno e lo guidi. Per compenso, nelle profondità del suo inconscio che non vedranno mai la luce della coscienza, potrà sussistere un senso di rivincita, di superiorità, e anche di disprezzo verso l'indegna compagna che è stata l'oggetto della sua scelta. E sarà proprio questo sconosciuto disprezzo che porterà Giustiniano a rivalutare la figura di Teodora, ornandola da viva e da morta con i gioielli e i vestiti più preziosi. Che Teodora, prima di diventare imperatrice, fosse una poco di buono è il parere di tutti gli storici moderni. Che Procopio di Cesarea abbia esagerato i vizi e le depravazioni della sovrana può essere altrettanto accettato, come è da rifiutare il giudizio dei suoi apologisti che la mettono addirittura fra i santi del cielo. Quello che rimane controverso è il suo comportamento come moglie di Giustiniano. Gli fu ella fedele, oppure, trascinata dal vizio e dall'abitudine, non mancò di fare le sue brave scappatelle coniugali? Il fatto più significativo è che lo stesso Procopio, così categorico e brutale nelle sue accuse, si limita ad accennare alle relazioni extraconiugali di Teodora con dei si dice. Altri storici, suoi contemporanei, che si scagliarono contro di lei, specie dopo la sua morte, accusandola di ogni sorta di delitti, non fanno alcun riferimento alla sua infedeltà coniugale. Questo fatto confermerebbe che Teodora si comportò onestamente o, per lo meno, che le sue avventure furono così discrete da non suscitare nè scalpore nè pubblicità. Ad ogni modo gli imputati di correità nell'adulterio sono appena tre, ma non esistono prove sufficienti per una loro condanna. Il primo è proprio quel Teodosio che cornificò ufficialmente Belisario. Il generale era giunto più volte ai limiti della sopportazione, tanto che un giorno si decise ad agire. Dopo aver rinchiusa la moglie, era ricorso all'aiuto di Fozio, suo figliastro, indignato pure lui contro la condotta scandalosa della madre. Fozio aveva scovato Teodosio a Efeso rifugiato in una chiesa, lo aveva prelevato e condotto prigioniero in un castello della Cilicia. Si è visto come l'intervento diretto di Teodora riuscisse a restituire l'amante ad Antonina, guadagnandosene l'eterna gratitudine. Teodosio, per sfuggire alle insidie di Belisario, rimase nascosto per parecchio tempo nel gineceo di Teodora. A questo punto cominciano i si dice. L'imperatrice avrebbe cercato di abusare del giovane, cercando di strapparlo ad Antonina per farne il suo amante. Ma ciò contraddice nettamente con tutta la politica di Teodora nei confronti della coppia Belisario-Antonina. Il secondo imputato è Pietro detto Basìme, prefetto del pretorio all'epoca della rivolta Nika. I sospetti di una sua relazione amorosa con l'imperatrice nascono dalla rapidità della sua carriera e dal favore che godeva a corte. Teodora lo proteggeva apertamente e largamente lo adoperava come strumento della sua politica segreta. Era un affarista senza scrupoli che, dimesso da Giustiniano durante la rivolta, ritornò ben presto alla ribalta come ministro del tesoro. Aveva la virtù di soddisfare in ogni momento le richieste imperiali di denaro che, per la verità, non erano nè ridotte nè infrequenti. Teodora, dice Procopio, amava moltissimo Basìme, e spiega poi che lo amava per la sua cattiveria, per la durezza con la quale governava i sudditi ed anche perchè era molto esperto nelle pratiche magiche che lei stessa esercitava volentieri. La spiegazione data da Procopio sulle motivazioni di quell'amore escluderebbero una relazione di carattere sessuale. Il terzo imputato è un certo Areobinda, un giovane barbaro di aspetto bellissimo. Teodora lo aveva nominato suo intendente. Ma caduto in sospetto, ella volle fargli scontare la sua colpa, benchè, a quanto si dice, fosse pazzamente innamorata di lui. E subito lo fece senza alcun motivo tormentare nel modo più crudele. Dopo di che non ci fu dato sapere più nulla di lui, nè alcuno potè fino ad oggi rivederlo. Così l'accusa di Procopio si attenua con quel suo: a quanto si dice. Un quarto imputato avrebbe potuto essere il generale Narsete che ebbe per Teodora la fedeltà cieca di un cane. Ma egli era un eunuco, cioè un uomo castrato. Il che lo metteva nell'impossibilità materiale di soddisfare gli eventuali desideri della sua augusta padrona. La quale, in quel tempo, come femmina orientale era sulla via del tramonto. In seguito a queste considerazioni si può senz'altro parteggiare per coloro che sostengono l'integrità di Teodora come moglie di Giustiniano. Il dramma di Sardou che presenta la sovrana come peccatrice incorreggibile, sempre alla ricerca di nuove avventure amorose, non corrisponde nè a una verità storica nè a una verità psicologica. Perchè non ammettere in Teodora, in un determinato momento della sua vita, un radicale mutamento, una rigenerazione o, per dirla con un termine filosofico di identico significato, una palingenesi? La storia è piena di queste folgoranti conversioni: Budda, San Paolo, Sant'Agostino, San Francesco d'Assisi, Maria Maddalena. Sul piano psicologico, poi, la vita intera di ogni individuo può essere considerata una serie continua di rinnovamenti o di propositi di rinnovazione. C'è sempre qualche cosa di nuovo in gestazione nei meandri oscuri del nostro inconscio. Quando questo nuovo esplode in maniera clamorosa, si è propensi a gridare al miracolo. Nei casi più comuni ci si limita ad esclamare: Come è cambiata quella persona! Non sembra più quella! Ha messo giudizio! Sembrava che fosse così e invece si è rivelata tutt'altro! Frasi che si sentono ogni giorno, in ogni luogo e in ogni occasione. Ma, lasciando per un momento da parte le questioni di crisi spirituali, di rinnovamenti, di interventi soprannaturali, di tocchi di grazia, il caso Teodora si presenta come un problema di distribuzione di energie. Si è detto che per essa il verbo regnare va inteso nel senso più pieno della parola. La sua vita imperiale era impegnata in un cerimoniale di corte complicato e rigoroso che ella non soltanto accettò, ma rigidamente sostenne. Partecipò ai concistori seduta a fianco del marito, accordò udienze a non finire ad ambasciatori e re barbari, discusse con Giustiniano e i suoi consiglieri tutte le questioni amministrative e politiche dell'impero, collaborò alla emanazione di ordinanze. Questo per quanto riguarda la sua attività politica ufficiale, perchè altrettanto impegno ella spese per quella non ufficiale. Gli intrighi, le manovre sotto banco per convincere lo sposo alle sue volontà o per attenuare gli effetti dei suoi colpi di testa, le sue vendette, la protezione dei suoi amici, i rapporti con i Monofisiti, il suo bisogno di accumulare ricchezze fanno parte della sua attività segreta. Un complesso di compiti che supera, a prima vista, le sue stesse capacità di resistenza fisica. Pur ammettendo in Teodora delle doti energetiche eccezionali, come si può pensare che ella trovasse il tempo, la forza e soprattutto il desiderio di dedicarsi all'attività sessuale di un tempo? Le accuse di Procopio circa le cure che ella dedicava alla sua persona allo scopo di conservarne la bellezza e il fascino fanno parte della sua natura femminile, ma hanno cambiato obiettivo. Lo scopo di mostrarsi sempre seducente di fronte agli uomini di qualsiasi rango non è più quello commerciale di una volta. Il fine si è fatto politico. Il suo farsi bella è un complemento indispensabile alla sua azione di regnare. Conosce bene le debolezze degli uomini e le sfrutta a suo favore. E' lecito immaginare quanti ambasciatori, dignitari, patriarchi e funzionari si piegarono ai suoi voleri, affascinati dallo splendore della sua regale femminilità; quell'eterno femminino regale che fece del repubblicano Carducci quasi un fervente monarchico di fronte alla visione della maestà della regina Margherita di Savoia. Ci sono poi altre considerazioni di ordine pratico. Una donna che aveva impiegato tutte le forze del suo ingegno per arrivare al trono e col trono alla potenza più sconfinata, sarebbe stata così sciocca da mettere a repentaglio la sua fortuna per un volgare amoruccio, per un capriccio, per un atto di cui aveva sperimentato tutte le raffinatezze fino alla nausea? Se fosse stato così sarebbe come accusare Teodora di mancanza d'intelligenza, cioè d'incapacità di regnare. Il che è ampiamente smentito dai fatti narrati. E' naturale che la cronaca non si sia interessata di registrare l'anno di nascita dell'umile figlia di Acacio, povero guardiano d'orsi nell'anfiteatro. Ma è altrettanto naturale che la storia abbia invece preso nota dell'anno, del mese e del giorno della sua morte. Ora non si trattava più della misera Teodora, avviata dal suo ambiente sulla strada del vizio, bensì di Teodora, la basilissa, l'Augusta, la divina. Fu il 29 giugno del 548 che si spense, all'età di circa 48 anni. Le sue sofferenze sul letto di morte furono abbastanza lunghe e dolorose. Era malata di cancro. Ecco come il Diehl ci descrive l'imperatrice morta: Nel triclinio di 19 letti, conformemente al cerimoniale, era stato esposto il cadavere imbalsamato della sovrana sul letto parato in oro. Essa riposava vestita di porpora col diadema in testa, i piedi calzati da babbucce rosse. Sul viso scoperto, la morte non aveva ancora messo il suo segno. Soltanto un po' più pallida del solito essa sembrava dormire tranquillamente. Intorno ail'alto catafalco, sul quale scintillavano i gioielli più preziosi della corona, bruciavano, appoggiate su colonne, migliaia di torciere d'oro e d'argento. Lentamente nell'aria diventata densa, salivano fra il fiammeggiare dei ceri, i vapori dell'incenso d'Arabia, il pesante profumo delle piante balsamiche. Ai piedi del letto funebre gli eunuchi i cubilari, le donne della casa imperiale piangevano lugubremente. Tutto il popolo fu ammesso a rendere l'estremo saluto alla sua imperatrice. Poi un immenso corteo l'accompagnò all'ultima dimora che ella stessa si era fatta preparare nella chiesa dei Santi Apostoli. Un grande sarcofago di marmo verde accolse la sua bara d'oro. Entra nel tuo riposo, o imperatrice; il Re dei Re, il signore dei signori ti chiama. Questo è l'ultimo grido del maestro delle cerimonie. All'ufficio funebre sono presenti tutti i grandi dell'impero. In testa il papa Vigilio, il patriarca Menas, i vescovi, i senatori, i patrizi i magistrati, i generali, i consoli, i questori. E poi lo stesso Giustiniano, attorniato dai principi della famiglia imperiale, col volto disfatto dalle lacrime e dal dolore per quella perdita veramente irreparabile. La sua età si aggira all'incirca sui 65 anni, ma appare molto più vecchio. Vuole che nel sarcofago vengano deposti gioielli sontuosi, stoffe ricamate in oro e tempestate di pietre preziose. E' il corredo funebre; ultimo regalo all'unico, indimenticabile suo grande amore. Mai Costantinopoli aveva visto una cerimonia funebre così imponente, così fastosa, così commovente; un trionfo, un'apoteosi che avrebbe certamente soddisfatto l'orgoglio della stessa Teodora. Dalla polvere al trono. Dal trono a un sepolcro glorioso. Ma, come si è visto, la sua storia non finisce lì. La leggenda s'impossessa di lei e ne fa una creatura mitica, eroicamente completa nel bene come nel male. La sua presenza rimane poi una realtà per altri 17 anni, quanti ne intercorrono fra la sua morte e quella di Giustiniano. Ella continua a vivere nel cuore del sovrano che le rimane fedele nel conservare sia le sue amicizie che le sue inimicizie. Invano Giovanni di Cappadocia tenta di riprendere il suo posto. Invano Belisario cerca di riconquistare l'antica fiducia e allontanare da sé l'ombra del sospetto. Narsete e Pietro Basìme conservano i loro favori a fianco di Antonina. Giustino, nipote dell'imperatore e sposo di Sofia che era figlia di Comito, sorella di Teodora, rimarrà il favorito e destinato alla successione al trono. Il papa Vigilio, costretto a condannare i tre capitoli del concilio di Calcedonia, moriva in esilio nel 555, dopo persecuzioni e vessazioni di ogni genere. I Monofisiti ritornavano in auge. Teodora, però aveva visto giusto. O Roma o Bisanzio. E aveva scelto Bisanzio. Giustiniano si era ostinato per una sintesi. Dopo la sua morte l'impero di carta da lui creato su malintesi e compromessi si sfalderà in pochi anni, per rientrare nella sua sede naturale: Bisanzio. Teodora trionfava una seconda volta. Fine.