MAHARISHI VALMIKI RAMAYANA Edizioni Vidyananda Titolo originale dell'opera: Valmiki's Ramayana Daily Readings by Siva Pada Renu Swami Venkatesananda. Traduzione italiana a cura di Pasquale D'Adamo (un devoto dello Swami). Prefazione e revisione a cura delle Edizioni Vidyananda. In copertina: Sri Rama e Sita. PREFAZIONE Il Ramayana di Maharishi Valmiki è una delle due grandi epiche che formano l'anima della nazione indiana; esso ha lo scopo dichiarato di glorificare il Dharma e inculcare le verità spirituali che dischiudono all'uomo la via della perfezione suprema. Esso rappresenta il vero spirito Indù di stretta e incondizionata aderenza alla Legge della Giustizia e al fedele svolgimento del proprio dovere. Uno degli scopi del Ramayana è quello di proclamare la grandezza di una vita d'azione basata sui principi di giustizia della legge dell'Essere Divino. La vita dell'uomo perfetto descritta nel Ramayana vuole spronare tutti gli uomini a sforzarsi di diventare incarnazioni del Dharma. Il Dharma è l'anima della vita, e una vita senza Dharma non è degna di questo nome. Tutte le azioni, gli sforzi, i tentativi e le aspirazioni basati sull'adharma, sull'egoismo e l'arroganza dell'individuo, sono condannati a fallire stritolati dalle mani della Legge Divina. Il Ramayana dipinge magnificamente la vittoria del Dharma e la sconfitta finale dell'adharma. Rama e Ravana simboleggiano rispettivamente queste due forze dell'universo. Sri Rama, l'incarnazione di Dio, rappresenta in sé il figlio ideale, il fratello ideale, il marito ideale, il re ideale e l'emblema della Divinità sulla terra. Swami Sivananda scrisse: "Lo Srimad Ramayana è l'anima stessa dell'India. Gli ideali supremi di ogni indiano sono racchiusi e dipinti in questa sacra Scrittura, che è una guida completa alla realizzazione di Dio. È un libro pieno di morali, che ispira i giovani a sublimi ideali di comportamento e di carattere. Esso contiene lezioni reali per mogli e mariti, per genitori e figli, per fratelli e sorelle. È un libro meraviglioso che contiene l'essenza di tutti i Veda e di tutte le Scritture". Da sempre il Ramayana ha esercitato una profonda influenza sulle idee, i sentimenti e la coscienza del popolo indiano, fungendo da fonte inesauribile di ispirazione per saggi, santi, artisti e poeti. Per questo è impossibile comprendere l'India senza conoscere il Ramayana. A partire dal Ramayana di Valmiki, nel corso dei secoli successivi molti grandi santi e poeti sono stati ispirati a riscrivere la storia di Sita e Rama: così sono nati l'Adhyatma Ramayana, il Vasishtha Ramayana, l'Ananda Ramayana e l'Agastya Ramayana in sanscrito; e le versioni vernacolari del Ramayana curate da Tulsidas in hindi, da Kamba in tamil, da Kirtivasa in bengali, da Ezuthachan in malayalam, ecc. Malgrado la sua insuperata popolarità, o forse proprio per questo, il Ramayana non ci è giunto nella forma originaria datagli da Valmiki, ma a tratti modificato e sfigurato da aggiunte e interpolazioni successive di vario genere. La maggior parte degli studiosi è dell'opinione che l'intero settimo libro (Uttara Kandam) e parte del primo siano aggiunte posteriori. Tra i libri sacri dell'India, il Ramayana è considerato un Itihasa, una storia epica permeata di mitologia che facendo uso dell'allegoria magnifica delle realtà oggettive (interne o esterne). Lo studio del testo diventa più affascinante, grazie agli elementi mitologici che contiene. La filosofia o i rituali da soli non sono sufficienti. Non si può separare filosofia e mitologia nella religione. Ricordiamo che sono il Ramayana e il Mahabharata che tengono uniti culturalmente milioni di persone come un popolo, malgrado le numerose differenze che sembrano dividerle. La bellezza del Ramayana è davvero al di là di ogni descrizione, perché è la rivelazione ricevuta da un Rishi, e non il mero lavoro intellettuale di uno scrittore; perciò il suo significato è 'integrale' e va preso globalmente. Infatti nessuna considerazione parziale o unilaterale potrebbe rendergli giustizia. Nessuna traduzione potrà mai rendere la sua bellezza poetica e la musicalità metrica dei versetti originali. Il poeta-veggente Valmiki ci descrive la vita nella sua totalità: individuale, sociale e spirituale. Nel Ramayana vengono messi insieme amore ed eroismo, ahimsa e kshatriya-dharma. Bhakti e yoga, karma e jnana sono fusi in un tutt'uno. VALMIKI La grande epica di Valmiki è chiamata in sanscrito Adikavya (il primo poema), perché è il primo lavoro letterario di genuina poesia, e il suo autore è chiamato Adikavi (il primo dei poeti). Valmiki era un maharishi, un grande veggente della Verità, uno che attraverso lo sforzo personale nella pratica spirituale aveva ottenuto la grazia di Dio. In lui l'occhio divino dell'intuizione era stato aperto e la conoscenza scaturiva dal di dentro. La sua immortale opera letteraria, semplice e nello stesso tempo sublime, è prova evidente del suo stato di realizzazione. Il grande saggio, però, non apparteneva a un lignaggio di uomini spirituali. Egli era un uomo del popolo che per mantenere la sua famiglia, non trovando di meglio, era diventato un ladro e un predone di strada. Si dice che un giorno Valmiki attaccasse il grande saggio Narada, che si trovava a passare dalle sue parti. Il saggio lo rimproverò per la vita violenta e disonesta che stava conducendo, ma Valmiki si difese dicendo che in qualche modo doveva mantenere la sua famiglia, e che non riuscendo a guadagnarsi da vivere con mezzi leciti, era stato in un certo senso costretto a ricorrere a mezzi illeciti. Narada gli rispose che questo non giustificava il suo comportamento e che lui personalmente avrebbe dovuto pagare per i grandi peccati che commetteva, e non i suoi familiari, per i quali diceva di rubare. Fortemente scosso dalle parole del saggio, Valmiki si precipitò a casa e chiese alla moglie, ai figli e agli anziani genitori se erano pronti a rispondere karmicamente per i suoi modi illeciti di sostenere la famiglia, e a condividere quindi le conseguenze dei suoi misfatti. Essi risposero che era suo dovere mantenerli, ma che a loro non interessava quali mezzi usasse allo scopo. Insomma, essi non volevano avere niente a che fare con i suoi peccati e le giuste punizioni che avrebbe dovuto subire a causa delle sue malefatte. Questo duro scontro con la realtà aprì gli occhi di Valmiki, che tornò subito da Narada e lo supplicò di dargli un mezzo di redenzione. Il saggio celeste ebbe pietà del ladrone, e lo iniziò alla ripetizione della parola sacra 'Rama'; ma quell'uomo rustico riuscì a pronunciare la parola sacra solo nella sua forma inversa di 'Mara'. Tuttavia il saggio lo incoraggiò a continuare la ripetizione, anche in quella forma invertita. Nel corso del tempo, la ripetizione continua 'mara mara mara' divenne 'Rama Rama Rama'. Questo trasformò la sua mente. Il cambiamento avvenne in lui in maniera spontanea e immediata, come se si fosse svegliato da un brutto sogno. Egli fu assorbito così profondamente nella ripetizione del sacro mantra che presto dimenticò ogni coscienza del corpo. Sintonizzandosi con il mantra, egli entrò dentro e s'immerse nella sorgente dell'eterna beatitudine. Seduto a meditare su quella Realtà, rimase totalmente assorto in sé. Col tempo delle formiche costruirono sopra e intorno a lui un formicaio, e ricoprirono il suo corpo; ma il saggio, completamente assorto in samadhi, non ne fu consapevole. Egli rimase immerso in samadhi dentro il formicaio per moltissimo tempo. Da qui viene il suo nome Valmiki, che significa 'colui che divenne un saggio dentro un formicaio (valmika)'. Sri Rama è la personificazione del suono mistico 'Rama'. La realizzazione spirituale ottenuta attraverso la ripetizione incessante del mantra 'Rama' fece vedere intuitivamente a Maharishi Valmiki l'intera storia di Sri Rama. E quello che lui vide lo trascrisse in bellissimi versi nel sacro poema che chiamò Ramayana (l'epopea di Rama). ADHYATMA RAMAYANA Il conflitto tra Rama e Ravana non è tanto tra due razze quanto tra due civiltà e due modi di vivere. Uno degli scopi del poema è quello di mostrare che il vero progresso dell'umanità sta nella sua evoluzione morale e spirituale, e non nel suo sviluppo scientifico e materiale. Il vero progresso dell'uomo è interno, non esterno. Esternamente egli potrebbe condurre una vita semplice ed essenziale, e nello stesso tempo vivere ad altissimi livelli morali e spirituali. Viceversa l'uomo potrebbe essere molto evoluto scientificamente, ricco e opulento materialmente, e tuttavia rimanere un essere primitivo nel campo morale e spirituale, dedito all'alcool, alla violenza e alla sensualità. I rakshasa o i demoni del Ramayana sono esempi di questo tipo, e Valmiki mostra le differenze tra le civiltà di Lanka, Kishkindha e Ayodhya, sottolineando che il vero progresso non è materiale, ma morale. La vera civiltà non dev'essere giudicata dalle sue conquiste materiali, ma dalle sue realizzazioni spirituali. Le due forze del bene e del male sono presenti dappertutto, dentro e fuori di noi. Per questo in molte Scritture sacre (come la Gita e il Chandi) troviamo la nota costante della battaglia cruenta tra le forze opposte del bene e del male, a simboleggiare la battaglia in atto in ogni sadhaka tra le abitudini, le forze, le tendenze e le qualità divine contro quelle demoniache. Il Ramayana dà alle forze benigne il nome di Rishi, sempre devoti alla meditazione, alle austerità e al sacrificio. Le forze maligne sono chiamate rakshasa o demoni, sempre dediti alla violenza e alla sopraffazione. I malvagi sono prepotenti e intraprendenti, e sembrano avere facilmente successo. I virtuosi sono prudenti e diffidenti, e sembrano continuamente in difficoltà. Ma il Ramayana insegna che attraverso un sentiero apparentemente facile e prosperoso i malvagi si avviano verso la distruzione; mentre i virtuosi subiscono continuamente prove e tribolazioni, che hanno lo scopo di mettere alla prova la sincerità del loro carattere. Alla fine essi trionfano sempre. La storia del Ramayana è una verità eterna in atto nelle menti di tutte le anime che si sforzano di raggiungere l'unione spirituale. In questo modo il Ramayana è rappresentato perennemente da e in tutti i jivatman che anelano alla riunione con l'Amato. La gloria del Ramayana consiste nel proiettare personalità oggettive che incarnano le varie forze al lavoro nell'uomo. Così Rama rappresenta il Paramatman, Dio, l'Assoluto trascendente. Sita rappresenta il jivatman, l'anima individuale, che è una scintilla del Divino. Quello che Sita è per Rama, il jivatman è per il Paramatman. Come Sita è eternamente unita a Rama, così l'anima individuale ha il suo essere in Dio. Re Dasaratha dev'essere visto come l'uomo comune del mondo posto in un ambiente di ricchezza e di piacere, e che cade vittima delle istigazioni della sua mente maligna (Manthara) affascinata dagli oggetti dei sensi (Kaikeyi). Il corpo di ogni essere umano è Lanka. Il jivatman che è racchiuso nel corpo, o prigioniero nell'isola di Lanka, ha sempre desiderato vivere unito a Rama, al Paramatman. Ma i demoni vogliono impedirlo. I demoni rappresentano certi aspetti (guna) del carattere. Questi guna impediscono al jivatman, Sita, prigioniero nel corpo, di riunirsi con il Paramatman. Ma l'anima prigioniera che cerca di riunirsi con il suo Signore riceve la visita del Guru, Hanuman, che le mostra l'anello del Signore (cioè, la conoscenza suprema che distrugge ogni illusione). In questo modo Sita trova la strada per riunirsi con Sri Rama, l'anima individuale si riunisce con Dio. Il Signore s'incarnò come Rama, Bharata, Lakshmana e Satrughna. Sebbene in quattro forme differenti, in realtà essi erano Uno. Similmente la Realtà Cosmica si rivela come Shiva, Vishnu, Shakti, ecc. La conoscenza di uno di questi aspetti equivale alla conoscenza dell'unica Realtà Assoluta. Nella natura e nell'uomo ci sono tre disposizioni o qualità chiamate guna: sattva, rajas e tamas. Sattva promuove la purezza, rajas risveglia la passione e la lussuria, mentre tamas favorisce sonno, apatia e inerzia. Dei tre fratelli di Lanka, Vibhishana è fatto di sattva; e infatti si oppone alle malvagità di Ravana. Kumbhakarna è fatto di tamas; e perciò non fa altro che dormire e mangiare in maniera sregolata. Ravana incarna il rajas, e rappresenta l'ego o la mente libidinosa con i cinque organi di percezione e i cinque organi d'azione; questi dieci organi sono allegoricamente rappresentati dalle sue dieci teste. L'ego, la mente malvagia (Ravana), cerca di separare l'anima individuale (Sita) dalla sua eterna unione con il Paramatman (Rama), e strappandola dal suo Amato fa di tutto per stabilire con lei una relazione impossibile. Mentre l'anima Sita ignora le proposte maligne della mente Ravana, e si angustia anelando alla riunione con Dio (Rama). Il guru o il maestro spirituale è il più grande devoto di Dio; è lui che agisce da tramite per riunire il jivatman con il Paramatman. Egli è un grandissimo devoto, puro, fedele, leale ed eccezionale da tutti i punti di vista. A lui Dio affida il compito di andare in cerca dell'anima rapita dall'ego e nascosta nei meandri del samsara, a lui è affidato il compito di consolarla e mostrarle l'anello dell'Amato, assicurandole che presto sarà riunita al suo Signore. Hanuman è la personificazione del guru e del più grande devoto di Dio. Prima di lasciare questo mondo, il Signore Rama si riunì con tutti i suoi devoti perché, come disse a Sugriva, Lui e i suoi devoti sono inseparabilmente Uno. Egli non sarebbe mai entrato nella sua dimora suprema (Parama Padam) lasciando dietro i suoi devoti. Anche Hanuman era andato per immergersi definitivamente nel suo Signore, ma Rama gli affidò una diversa funzione cosmica. Egli doveva essere un Ciranjivi, un essere immortale sempre presente sulla terra. Come incarnazione del guru, Hanuman non potrà mai lasciare questo mondo. Dovunque c'è Rama e Sita, dovunque si studiano e si vivono gli ideali del Ramayana, la sua benevola presenza è certa, per dare forza e conforto all'aspirante. Vibhishana pure era andato ad Ayodhya, pronto ad unirsi al suo Ideale, ma anche a lui Rama assegnò un compito diverso. Egli dovrà continuare a regnare sul mondo materiale (Lanka) fino a quando ci saranno aspiranti spirituali in cerca di salvezza. Fino ad allora Sattva-guna continuerà ad assolvere il suo sacro dovere di purificatore. Editrice Vidyananda Il Ramayana di Valmiki è diviso in sette libri: PRIMO - Bala Kandam - L'infanzia di Rama SECONDO - Ayodhya Kandam - La vita ad Ayodhya TERZO - Aranya Kandam - La vita nella foresta QUARTO - Kishkindha Kandam - Il soggiorno a Kishkindha QUINTO - Sundara Kandam - La magnifica impresa SESTO - Yuddha Kandam - La grande battaglia SETTIMO - Uttara Kandam - Dopo l'incoronazione NOTA Nel presentare questa versione del Ramayana di Valmiki curata in inglese da Swami Venkatesananda, bisogna precisare alcune cose per rendere giustizia all'impostazione originaria del libro, dalla quale ci siamo lievemente distaccati in pochi punti marginali sia per motivi pratici di stampa sia per venire maggiormente incontro al lettore non specializzato. Lo schema elaborato dallo Swami segue lo stile di un diario, con letture quotidiane per un totale di 366 pagine, così da coprire la lettura dell'intero libro nel corso di un anno. Noi abbiamo mantenuto la stessa impostazione della pagina, tralasciando però di citare il giorno e il mese dell'anno. Sulla pagina in alto è riportato da un lato il numero di pagina e dall'altro il numero del libro (kandam) e il numero del capitolo o dei capitoli condensati in quella pagina. Ogni pagina è la traduzione, necessariamente condensata, di uno o più capitoli di ciascuno dei sette libri che compongono il testo originale sanscrito. Di conseguenza la lunghezza delle pagine non è omogenea. Pur non essendo sempre letterale, la traduzione dello Swami si sforza di seguire il più possibile l'originale sanscrito, mantenendo molto spesso l'uso delle stesse parole, dello stesso stile e, qualche volta, delle stesse ripetizioni del testo originale. Dal capitolo tradotto in ogni pagina, lo Swami aveva scelto dei versetti particolarmente significativi, ponendoli all'inizio della pagina in alto, scritti in sanscrito traslitterato. La traduzione dei versetti scelti era poi sottolineata nel testo della pagina. Alcune note incluse dallo Swami sono state omesse. Alla fine del volume è stato riportato un glossario, il cui scopo è quello di far conoscere chi sono i vari personaggi. Sarebbe bene stabilire con essi una certa familiarità anche prima dello studio del testo. Per facilitare la lettura dei nomi e dei termini sanscriti al lettore non specializzato, abbiamo usato una traslitterazione che venisse incontro il più possibile alla lingua italiana senza però alterare l'originale. Abbiamo omesso gli accenti lunghi sulle vocali, e i puntini sotto le consonanti linguali. La r vocalica è stata a volte tradotta ri. La s palatale è stata lasciata semplicemente s. La s cerebrale sibilante è stata sempre trascritta come sh. Ricordiamo che la lettera c si legge sempre dolce, come l'italiano cena; ad esempio, Marica si legge Maricia. Similmente, la lettera g si legge sempre dura come ghiro; ad esempio, Gita si legge Ghita. INTRODUZIONE di Swami Venkatesananda Prima di cominciare la lettura del testo, penso sia opportuno fare alcune considerazioni riguardo la storia e la geografia del Ramayana. Nel libro 'Towards Acquarius' Vera W. Reid dice quanto segue riguardo le date: "Il Ramayana, che immortalò il nome di Rama, fu scritto nella sua forma attuale nel quarto secolo a.C. Tuttavia non c'è dubbio che si trattava di un'epica indiana insegnata e trasmessa oralmente già centinaia o forse migliaia d'anni prima. Così esso contiene preziose testimonianze di vita sociale e religiosa di periodi di tempo per i quali non esistono testimonianze storiche. Esso indica anche che Rama era un personaggio veramente esistito e non, come si pensava, un personaggio mitologico. Nel poema vengono infatti descritte in maniera dettagliata le posizioni in cui si trovavano i pianeti al momento della nascita di Rama. Questo costituisce il primo oroscopo personale esistente e stabilisce il fatto che la persona per la quale fu fatto nacque prima del 3.102 a.C.- probabilmente intorno al 5.000 a.C.". Poteva trattarsi di un'epica indiana, ma penso che quasi sicuramente l'India attuale non è il posto in cui visse Rama. Certamente la geografia della terra era molto diversa settemila o diecimila anni fa. Gli stessi scienziati hanno varie teorie riguardo la deriva dei continenti, i flussi delle maree, la grande alluvione, ecc. Io azzardo persino l'ipotesi che tali cataclismi siano stati causati da una grande guerra in cui furono usate, molto liberamente, potentissime armi atomiche. Sono convinto che almeno il territorio chiamato Lanka, sul quale ebbe luogo la grande guerra, fu sommerso dalla grande alluvione che seguì l'abuso di armi nucleari. L'attuale Sri Lanka non è certamente la Lanka del Ramayana. Il fatto che il Ramayana sia in sanscrito non giustifica l'affermazione che sia indiano. Il sanscrito giunse in India insieme agli Ariani, che emigrarono dal Circolo Polare Artico attraverso l'Asia centrale e occidentale. Il Ramayana potrebbe fare benissimo parte della storia degli Ariani durante il loro periodo di migrazione. Penso che le armi usate fossero indubbiamente nucleari, se non qualcosa di peggio che la scienza moderna deve ancora scoprire. È interessante notare che le armi erano prodotte da 'saggi', ma non usate da essi; anche oggi lo scienziato accademico progetta le armi che useranno gli uomini delle forze armate. I 'demoni' non erano particolari esseri sovrumani o subumani. Ritengo che la parola 'demone' non abbia maggiore significato della parola 'nemico' usata in guerra. Ciascun lato chiama l'altro 'nemico'. Uno studio approfondito del testo originale ci incoraggia a pensare che le forze di Rama, i vanara, non erano costituite da scimmie, orsi e simili creature, ma che tali nomignoli indicassero piuttosto i nomi di certe tribù montanare. È possibile che alcune storie, da cui sembra che essi fossero di natura subumana, siano interpolazioni fatte da un poeta successivo che, con la sua vena, ha aggiunto umore e giochi di parole al racconto, per renderlo più interessante. Ho inteso invariabilmente 'volare' per significare prendere un velivolo; come ai nostri giorni diciamo: 'Il Signor.... è volato in Giappone'. Le descrizioni suggeriscono diversi tipi di velivoli allora in uso. Il Ramayana è indubbiamente preistorico. Allora perché dovremmo studiarlo? Mettere da parte il Ramayana considerandolo un mito o la fantasia di un poeta, significherebbe gettare via un tesoro. D'altra parte considerarlo solo una Scrittura da venerare e leggere con devozione, significherebbe rimanere ciechi al tesoro. Che il Ramayana - almeno la versione originale di Valmiki - sia un semplice documento storico non può essere messo in dubbio. Possono esserci delle esagerazioni, ma c'è molta esagerazione anche nei giornali. Nonostante la narrazione veli le identità tribali degli eroi, si tende a parteggiare e a identificarsi con l'uno o con l'altro, indulgendo in giudizi - tutte cose che inevitabilmente generano violenza nel nostro cuore. Come documento storico è una semplice registrazione di eventi. Ma il narratore non sa fare a meno di razionalizzare le azioni dell'eroe e del villano, insinuandovi motivi. Il moderno psicologo fa questo continuamente. Quest'analisi però esiste solo nella mente dell'analista, e potrebbe non avere alcuna base. "Perché Rama ha fatto questo, o Ravana ha fatto quello?". La sola risposta è: "Rama ha fatto questo!". Letto così, il Ramayana è ancora lontano da voi e state trattando Rama, Ravana e gli altri come oggetti del vostro studio psicanalitico. Invece la saggezza risiede nello studiare il testo in maniera che sia assimilato, in modo che diventi parte di voi, e allora il tesoro sarà vostro. Studiate il Ramayana senza pregiudizi, e allora sarete capaci d'assimilarlo. Allora il Ramayana stesso agirà, e la sua azione, priva d'interesse e volontà personale, sarà non-violenta. Installate Rama sul trono del vostro cuore, senza giudicarlo (né come Dio né altro). Allora Rama stesso agirà dall'interno di voi stessi. Quando il Ramayana viene studiato come sacra Scrittura, si fa esperienza di un sentimento diverso: poiché le caratteristiche razziali o regionali dei personaggi sono mascherate, 'vediamo' nella Scrittura uno specchio nel quale si riflettono il nostro cuore e la nostra mente. Rama allora diventa il Divino nel nostro cuore. Sita è il simbolo di ogni grande passione (la nostra fede, ideologia, ecc.), e Ravana è l'aggregato dei (dieci) sensi. Si può trarre da questo tutta la saggezza che siamo pronti a derivarne! Che Dio vi benedica. Swami Venkatesananda MAHARISHI VALMIKI SRIMAD RAMAYANA Libro primo: BALA KANDAM - L'infanzia di Rama Valmiki chiese al grande saggio Narada: "C'è qualcuno in questo mondo che è di natura gentile, potente, giusto, risoluto, istruito, abile nell'azione, veritiero nel parlare, esemplare nella condotta, dedito al benessere di tutte le creature, capace, piacevole nell'aspetto, autocontrollato, che ha vinto la collera, risplendente e libero dalla gelosia, e del quale anche gli dèi hanno paura quand'è adirato?". Felicissimo, dopo avere magnificato le glorie del Signore Rama, che era la persona che rispondeva alla descrizione implicita nella domanda di Valmiki, il saggio Narada gli narrò brevemente l'intero Ramayana: "Rama è pari al Signore Vishnu! Nella sua natura egli è come l'oceano, l'Himalaya, la Madre Terra, il dio della prosperità e l'incarnazione del Dharma". Quindi Narada raccontò la storia di Sri Rama. Dopo la narrazione Narada andò per la sua strada. Mentre Valmiki, accompagnato dal discepolo Bharadvaja, andò verso il fiume Tamasa per fare le abluzioni e il bagno di mezzogiorno. Fu allora che vide un cacciatore uccidere crudelmente una gru maschio che giocava con la sua compagna, e udì il lamento straziante della femmina. Preso dalla compassione e adirato per la crudeltà del cacciatore, Valmiki pronunciò una maledizione: "Per questo peccato, perderai la tua pace mentale per innumerevoli anni". Riprendendosi prontamente, Valmiki si pentì della maledizione (che gli era uscita dalle labbra sotto forma di un verso espresso in un metro incantevole), e l'annullò dicendo: "Sarà un verso e non una maledizione". Eppure, il mistero che persino lui era potuto andare in collera, rischiando di perdere i meriti del suo ascetismo, l'affascinava. Mentre continuava a pensarci ritornò nel suo eremitaggio, dove ebbe la visione del divino Brahma, il Creatore. Valmiki Lo adorò. Conoscendo lo stato mentale dell'asceta, Brahma gli disse: "Il metro nel quale hai pronunciato quelle parole, o Valmiki, ti porterà grandi benedizioni. Canta con lo stesso metro la gloria e la storia di Sri Rama; sviluppa ciò che Narada ti ha già raccontato. Tutti i dettagli riguardanti la storia di Rama saranno svelati alla tua visione; nulla di ciò che esprimerai sarà falso. La tua composizione sarà cantata finché splenderanno il sole e la luna". Dopo averlo benedetto, il Signore Brahma ritornò nel proprio regno. Subito dopo Valmiki cominciò a comporre l'epica immortale - il Ramayana - nello stesso stile in cui aveva pronunciato il suo primo verso rivolto al cacciatore. Valmiki entrò in meditazione profonda, e nello stato di supercoscienza vide realmente tutto ciò che era avvenuto nel passato, così chiaramente come avrebbe visto un frutto nel palmo della sua mano. L'intera storia si palesò alla sua coscienza in ogni dettaglio, compreso ciò che i vari personaggi avevano detto o pensato, e come ridevano o si comportavano. La narrazione fluì dalle sue labbra sotto forma di un dolce poema, e sebbene il suo tema centrale sia l'esposizione dettagliata del Dharma e del moksha (liberazione), tratta anche della prosperità (artha) e del piacere (kama), e incanta la mente tanto quanto illumina l'anima. La storia che gli si rivelò andava dalla nascita all'incoronazione di Rama, fino al suo regnare come monarca; e consisteva di ventiquattromila versi. Ora Valmiki si stava chiedendo: "Chi è quell'uomo intelligente, dotato di memoria quasi sovrumana, che imparerà l'intero poema a memoria e lo trasmetterà ai posteri?". In quell'istante entrarono Lava e Kusa, che s'inchinarono davanti a lui. Essi erano i figli di Rama e Sita; ed erano nati nello stesso eremo di Valmiki dopo che Sita, bandita dalla corte di Rama, vi aveva preso rifugio. E a Kusa e Lava, che erano i suoi migliori discepoli, Valmiki affidò il poema epico - l'intero Ramayana, che comprende la grande storia di Sita - chiamandolo Paulastya Vadham, poiché tratta della vittoria su Ravana o Paulastya. I due giovanetti memorizzarono presto l'intera epica. Avevano delle voci melodiose ed erano esperti di musica. Nel loro aspetto erano come immagini di Sri Rama. Un giorno recitarono l'epica in un'assemblea di saggi e santi, che rimasero incantati dalla musica e rapiti dalla sublimità dell'epica stessa. Essi proclamarono che il racconto di Valmiki aveva immortalato la storia di Rama, che era così vivida che ascoltarla era come riviverla. Inoltre i saggi premiarono i due ragazzi con doni adeguati. Incoraggiati, i due giovani si misero a viaggiare, narrando la storia divina ovunque andassero. Un giorno giunsero ad Ayodhya, la capitale del Kosala, dove regnava Rama. Anche qui furono accolti calorosamente dalla gente. La loro fama giunse alle orecchie di Rama, che li invitò a palazzo e li ricevette con gli onori dovuti agli asceti e ai saggi. Quindi disse ai suoi fratelli: "Ascoltate attentamente il poema epico che questi due giovani s'apprestano a cantare". Allora, seguendo l'ordine di Sri Rama, i due ragazzi cominciarono a cantare la storia nello stile che si conviene alla dignità del poema. Lo stesso Rama era tra il pubblico e presto la sua mente fu presa dalla narrazione. Kusa e Lava dissero: La storia sublime che stiamo per narrare è quella dei discendenti del grande re Ikshvaku, tra i cui antenati c'era il famoso Sagara. Essa è conosciuta come Ramayana. Ascoltate senza pregiudizio, mentre raccontiamo la storia fin dall'inizio. Sulle rive del sacro fiume Sarayu c'è un potente regno chiamato Kosala. La sua capitale è Ayodhya, città costruita dallo stesso Vaivasvata Manu, il primo regnante della terra nell'attuale ciclo cosmico. Quest'immensa città si estende per dodici yojana (oltre 150 km) in lunghezza e tre yojana (oltre 38 km) in larghezza. È una città potente e prosperosa, ben progettata e circondata da un fossato invalicabile. Vi sono ambasciate di re che onorano l'imperatore, e mercanti provenienti da molti paesi del mondo. Le sue strade sono larghe e pulite, e il suo perfetto sistema idrico fornisce acqua dolce e buona a tutti gli abitanti. Ci sono edifici di sette piani decorati con pietre preziose, e la città risplende come un corpo celeste. Inoltre essa è protetta da ogni lato da guerrieri potenti e fedeli che la rendono ancor più inespugnabile. I cittadini che vivono in questa magnifica città sono felici, devoti alla giustizia, istruiti, saggi, sinceri, contenti dei beni che hanno e perciò liberi dall'avarizia. In questa città nessuno è povero o indigente, nessuno è ignorante o crudele. Tutti conducono una vita ben regolata, fatta di devozione e carità. Ognuno ha fede in Dio e nelle sacre Scritture, e ciascun membro delle comunità dei due-volte-nati (dvija) è ben istruito nelle tradizioni sacre. Ottusaggine e meschinità sono sconosciute in questa città. I brahmana si dedicano devotamente allo studio dei testi sacri, ad una vita autocontrollata libera dal desiderio e dall'odio, e alla promozione della giustizia nel mondo. Mentre coloro che appartengono alle altre tre comunità (i regnanti e i guerrieri, gli agricoltori e i commercianti, e i servi del popolo) seguono la direzione dei brahmana. In questo regno e in questa città regnava il famoso re Dasaratha, che era istruito nei Veda, ed era tanto potente quanto saggio. Egli era veramente un saggio reale; un saggio a cui era capitato d'occupare un trono. Conduceva una vita austera, con i sensi e la mente sotto il suo pieno controllo. Dalla capitale Ayodhya (dal nome significativo, che vuol dire invincibile), resa invulnerabile dalle sue porte possenti e risplendente con le sue bellissime case abitate da migliaia di persone, il signore del mondo - Dasaratha - governava il regno come Indra governa il cielo. Re Dasaratha aveva otto ministri. Vasishtha e Vamadeva erano i suoi precettori; e aveva anche altri consiglieri. I ministri possedevano nobili qualità di statisti: erano ricchi e modesti, potenti e autocontrollati, maestosi e sinceri. Erano cortesi e avevano sempre il sorriso sulle labbra. Erano severi, ma non andavano mai in collera neanche se venivano provocati. Avevano tatto, ma non deviavano mai dal sentiero della verità. Erano giusti, e non esitavano a punire i colpevoli anche quando si fosse trattato dei propri figli. Mentre non perseguitavano neanche un nemico, se non era colpevole. Si preoccupavano che i forzieri dello stato fossero pieni, ma per raggiungere tale scopo non usavano mezzi ingiusti. Quando emanavano una sentenza, prendevano sempre in considerazione la debolezza o la forza del colpevole. La loro condotta aveva l'approvazione dei precettori. Erano famosi e potenti, e la reputazione della loro saggezza e della loro abilità di governo giungeva fino in terre straniere. Sebbene il re fosse giusto e desiderasse tanto avere un figlio ed erede al trono, non aveva ancora avuto questa benedizione. Perciò un giorno disse tra sé: "Perché non dovrei compiere il sacrificio-del-cavallo per ottenere la benedizione di un figlio?". Quindi chiamò immediatamente a consiglio i suoi precettori e i sacerdoti. Il re disse: "Nonostante goda di tutte le benedizioni di questo mondo, non ho la fortuna di guardare il volto di un figlio, e questo mi rattrista. Per ottenere questa benedizione, penso che dovrei compiere il sacrificio-del-cavallo. Vi prego, disponete affinché ciò sia possibile!". I precettori approvarono l'idea; e consigliarono di liberare un buon cavallo e di assicurarne l'incolumità. Quindi chiesero che per il rito sacro si preparasse il terreno sulla riva nord del fiume Sarayu. Il re decretò che tutto questo fosse fatto immediatamente. Dopo avere affidato il cavallo alle cure di un nobile principe, si assicurò che i riti preliminari relativi al sacrificio fossero compiuti a dovere dai sacerdoti, perché non ci fossero pecche nella sua conclusione; altrimenti l'esecutore del rito avrebbe perso la sua prosperità. I ministri e i sacerdoti diedero subito inizio ai compiti che avevano ricevuto. Infine il re annunciò il suo proposito alle mogli, e concluse dicendo loro: "Sottoponetevi alla necessaria consacrazione insieme a me". Quando udirono questo, i loro volti sbocciarono come i fiori di loto al termine della stagione invernale. Il ministro Sumantra disse al re: "La seguente storia fu originariamente attribuita al saggio Sanatkumara, che ti profetizzò la nascita di quattro figli. La sua profezia continuava dicendo: "Il saggio Kasyapa ha un figlio chiamato Vibhandaka, che avrà un figlio di nome Rshyasringa. Questi vivrà sempre nella foresta, dedito al servizio e alla sacra e sola compagnia di suo padre. "Perciò Rshyasringa praticherà il brahmacharya (celibato) sia nel suo aspetto di continenza fisica che in quello di trasformazione spirituale di tutto il suo essere. Non avendo mai posto gli occhi su persone del sesso opposto, possiederà l'innocenza dell'ignoranza. "In quello stesso periodo, il potente Romapada sarà re di Anga, e il suo regno soffrirà gli stenti di una forte siccità causata dal karma del re e dei suoi sudditi. "Quindi il re chiederà consiglio ai dotti brahmana, che proferiranno l'unica soluzione alla crisi: "Se farai venire il giovane saggio Rshyasringa nel tuo regno e gli darai in sposa tua figlia adottiva Shanta, gli dèi saranno compiaciuti e invieranno una pioggia abbondante". "Ma chi avrebbe potuto indurre il potente saggio ad allontanarsi da suo padre? "Il re affiderà il compito ai brahmana. Mentre il sacerdote di famiglia gli suggerirà: "Impiega allo scopo le tue cortigiane più graziose". "Il re acconsentirà, e un gruppo delle più belle damigelle si recherà nella foresta dove vivrà il saggio. Notandole fuori dell'eremitaggio, Rshyasringa le inviterà ad entrare e tributerà loro gli onori che si riservano agli ospiti. "Esse a loro volta gli offriranno della frutta, ma si congederanno presto da lui, per paura d'incorrere nel disappunto di suo padre. "La loro compagnia, il loro contatto e il loro tenero abbraccio, farà sorgere nel giovane innocente il desiderio di stare ancora in loro compagnia. Presto egli lascerà l'eremitaggio e seguirà le tracce delle cortigiane. Ed ecco! Al suo ingresso nel regno di Anga ci sarà l'attesissimo scroscio di pioggia. "Il re accoglierà il giovane asceta con gli onori dovuti, chiedendogli per prima cosa di concedere un dono: "Possa tuo padre non adirarsi con noi, né maledirci". "Questo verrà concesso. Quindi il re accompagnerà il giovane saggio negli appartamenti privati e gli darà in sposa la figlia adottiva Shanta. Il glorioso saggio Rshyasringa trascorrerà così il suo tempo in compagnia della moglie Shanta". Il ministro Sumantra continuò: "Il saggio Sanatkumara profetizzò ancora quanto segue: "Un discendente di Ikshvaku, chiamato re Dasaratha, coltiverà l'amicizia di re Romapada e un giorno si rivolgerà a lui con questa richiesta: 'O re, poiché non ho figli, permetti che Rshyasringa conduca un rito sacro, affinché possa essere benedetto con un figlio'. Acconsentendo alla richiesta, Romapada darà al saggio l'incarico di condurre il rito sacro attraverso il quale Dasaratha sarà benedetto con dei figli". "Perciò, mio re, vi esorto a fare subito quanto necessario per convincere il saggio Rshyasringa a venire qui per presiedere il rito sacro che avete intrapreso". Con il permesso dei precettori e dei sacerdoti, re Dasaratha andò subito in cerca del santo Rshyasringa. Raggiunto l'eremitaggio nella foresta, trovò il re Romapada in compagnia del saggio. Romapada ricevette Dasaratha con grande gioia e rispetto. Dopo avere trascorso alcuni giorni nell'eremitaggio, re Dasaratha pregò Romapada: "Permetti che tua figlia e il suo saggio marito vengano ad Ayodhya, a benedire il sacro rito che sto per cominciare". Romapada comunicò la richiesta alla coppia benedetta, che acconsentì immediatamente. Tutti insieme lasciarono l'eremitaggio. Re Dasaratha inviò dei veloci messaggeri ad Ayodhya, per comunicare ai cittadini la buona novella della visita del saggio e chiedere loro di riservargli un'accoglienza regale. Felici i cittadini celebrarono con una festa l'entrata del saggio nella capitale. Il saggio e sua moglie godettero per alcuni giorni dell'ospitalità del re. All'inizio della primavera re Dasaratha avvicinò Rshyasringa e lo pregò di dar inizio al rito sacro. Il saggio diede le istruzioni necessarie. Il re riunì i precettori e i sacerdoti e disse: "Desidero compiere il sacrificio-del-cavallo per essere benedetto con un figlio. Sono certo che grazie al potere spirituale di Rshyasringa il mio desiderio sarà esaudito". I sacerdoti e i precettori applaudirono le parole del re. Allora Rshyasringa diede ordini sulla maniera giusta di liberare il cavallo e di preparare il luogo del rituale. Da parte sua, il re chiese ai sacerdoti d'aver cura che il rito fosse condotto in maniera impeccabile, poiché il minimo errore nella conduzione avrebbe potuto causare un risultato contrario. I sacerdoti risposero positivamente e diedero inizio ai preparativi della cerimonia sacra. Dopo essersi accertato personalmente della giusta esecuzione del rito, re Dasaratha si ritirò nei suoi appartamenti. Un anno era trascorso. Secondo le ingiunzioni delle Scritture ora il re era pronto a dare inizio al sacrificio-del-cavallo. Con umiltà egli andò dal suo precettore Vasishtha e gli disse: "Tu sei per me un caro amico e il precettore supremo: tu solo puoi assumerti la responsabilità del giusto compimento di questo rito". Il saggio Vasishtha si assunse immediatamente l'incarico. Secondo gli ordini di Vasishtha, una nuova cittadina sorse sulla riva nord del sacro fiume Sarayu, con buche per i sacrifici, palazzi per le famiglie reali, residenze per i sacerdoti officianti, e stalle per i cavalli, gli elefanti e le altre bestie, e pozzi e mercati. Tutto era stato ben fatto per sopperire alle necessità dei numerosi ospiti che sarebbero venuti ad onorare l'occasione. Vasishtha ordinò di persona: "Ogni casa dev'essere fornita di viveri e ogni altra necessità. Accertatevi che le persone di tutte le comunità siano ben nutrite e servite con riguardo, senza mai mancare di rispetto e riverenza. Che nessuno mostri la minima mancanza di rispetto o intolleranza - per non parlare d'ira - verso gli ospiti". Tutti gli incaricati accettarono umilmente il loro compito. Vasishtha chiese a Sumantra d'invitare a partecipare alla cerimonia sacra i principi e i re dei paesi vicini e di quelli lontani. Ben presto essi cominciarono ad arrivare, portando ricchi doni per re Dasaratha. Ogni incaricato riferì a Vasishtha di aver portato a termine il compito che gli era stato affidato. Di nuovo Vasishtha li ammonì: "Servite i nostri ospiti, dando loro tutto il necessario, ma date con rispetto. Non servite con disprezzo o scherzosamente; il servizio irriverente distrugge chi serve". Al termine dell'anno di consacrazione anche il cavallo sacro era tornato. Sotto la guida di Rshyasringa i sacerdoti iniziarono il sacrificio-del-cavallo, i mantra furono recitati correttamente e tutto si svolse secondo le ingiunzioni delle Scritture. Vasishtha aveva detto: "Date, date cibo e vestiti a tutti", e gli incaricati eseguirono alla lettera il suo ordine. Tutti gli ospiti furono pienamente soddisfatti e invocarono benedizioni per il re. I vari animali con i quali si dovevano adorare le diverse divinità furono portati nel salone. Lo stesso cavallo fu riccamente adornato e venerato dalle regine. Felice dell'ottima riuscita del sacrificio-del-cavallo, il re diede quella terra in dono ai sacerdoti, che a loro volta gliela restituirono accettando da lui più utili doni in denaro. Tutti erano estremamente compiaciuti. Il re cadde ai piedi di Rshyasringa, e il saggio gli assicurò che il suo desiderio sarebbe stato esaudito. Il saggio Rshyasringa si raccolse profondamente per alcuni-minuti e poi disse a re Dasaratha: "Celebrerò un rito sacro prescritto nell'Atharva Veda, adottando il metodo degli esseri celesti che hanno raggiunto la perfezione, per assicurarti la grazia della progenie". Quando il saggio diede inizio al rito sacro, gli dèi e i siddha (semidèi) discesero nella sala del culto nelle loro forme eteree, e così pregarono Brahma, il Creatore: "Signore, approfittando del dono che tu gli hai concesso, il demone Ravana ci sta opprimendo tutti. Secondo quel dono, egli non può venire ucciso da dèi, semidèi e demoni: perciò siamo impotenti nei suoi confronti. Persino gli elementi naturali gli obbediscono. Ti preghiamo: trova un modo per distruggere il nostro tormentatore". Sentendo questo, il Creatore fu molto dispiaciuto e rispose: "Nel suo orgoglio Ravana pregò soltanto che dèi, semidèi e demoni non potessero ucciderlo: egli teneva l'uomo in così poco conto che non si curò d'includerlo nella lista! Perciò potrà essere ucciso solo da un essere umano". Non appena Brahma terminò di parlare, apparve il Signore Vishnu. Ora gli dèi si rivolsero a Lui con un'accorata preghiera: "Signore, rimettiamo su di Te il peso della nostra afflizione. Ti preghiamo, incarnaTi come essere umano e distruggi questo Ravana, che è un nemico del mondo, e non può essere vinto dagli dèi. Tutti noi - dèi, semidèi, demoni, saggi ed eremiti - prendiamo rifugio sotto le ali della Tua protezione. Tu sei invero il nostro supremo rifugio". Il Signore Vishnu assicurò che avrebbe fatto il necessario. In quello stesso istante il Signore Vishnu decise che si sarebbe incarnato come figlio di Dasaratha, esaudendo nel contempo anche il desiderio degli dèi. Subito il Signore divenne invisibile a tutti. Nello stesso tempo, un essere divino emerse dal fuoco sacro, tenendo in mano una coppa d'oro contenente payasam (un preparato di riso e latte). Egli disse a re Dasaratha: "Io sono un messaggero di Vishnu. Con questo rito sacro hai propiziato il Signore. Questo payasam preparato dagli dèi è capace di concederti il dono della progenie; prendilo e dallo alle tue mogli". Detto questo il messaggero scomparve nel fuoco sacro. Re Dasaratha diede subito il payasam alle sue mogli. Metà lo diede a Kausalya, metà del rimanente lo diede a Sumitra, metà del resto a Kaikeyi, e ciò che rimase lo diede nuovamente a Sumitra. Era tale la potenza del payasam celeste che tutte le quattro mogli risplendettero immediatamente con la luce che proveniva dalla presenza dell'essere divino nei loro grembi. Brahma, il Creatore, ordinò agli dèi: "Proiettate parte delle vostre energie nel mondo mortale, affinché da voi nascano degli esseri potenti che aiutino il Signore". Seguendo il comando del Creatore, per mezzo di donne-vanara gli dèi generarono figli maestosi, potenti e forti, che avevano l'apparenza e la forma esterna dei loro padri celesti. Hanuman, il figlio del dio del vento, era il più intelligente e capace di tutti. Poi trascorse un anno. Alla fine del dodicesimo mese da quando avevano ingerito il payasam celeste, nel nono giorno della quindicina ascendente del mese di Caitra (aprile-maggio) Kausalya diede alla luce il risplendente Rama - il Signore dell'universo adorato da tutti - che di fatto era la manifestazione di metà del Signore Vishnu. Quindi Kaikeyi diede alla luce Bharata, che era la manifestazione di un quarto del Signore Vishnu. Mentre Sumitra diede alla luce i gemelli Lakshmana e Satrughna, che insieme costituivano l'altro quarto del Signore Vishnu. Queste nascite furono occasione di grande gioia non solo ad Ayodhya e nel regno di Kosala, ma anche nel regno dei cieli, poiché il Signore incarnato come figlio dell'uomo avrebbe posto fine al regno di terrore del demone Ravana. Per festeggiare l'evento i cittadini manifestarono in pieno tutta la loro gioia. Come precettore del re, il saggio Vasishtha battezzò i quattro bambini Rama, Lakshmana, Bharata e Satrughna, e distribuì profusamente doni a tutti da parte del re. Lakshmana divenne il compagno inseparabile di Rama; essi erano una sola vita in due corpi, e senza Lakshmana Rama non sarebbe andato neppure a dormire. Allo stesso modo, Bharata e Satrughna erano cari l'uno all'altro. Con il passare degli anni essi divennero dei giovani saggi e intelligenti, eruditi nelle sacre Scritture, esemplari nella condotta e devoti al benessere di tutti. Il re era immensamente felice di vederli crescere e diventare uomini. Un giorno il saggio Visvamitra andò ad Ayodhya, e con le guardie che stavano all'ingresso del palazzo mandò a dire al re che desiderava incontrarlo. Dasaratha corse incontro al saggio, che era un Rajarishi (perché di discendenza regale) che in seguito, per mezzo di grandi austerità, era diventato un Brahmarishi (pari a un saggio-brahmana). Il re venerò il saggio, che a sua volta abbracciò calorosamente tutti gli uomini santi presenti nella corte reale. Quindi il re offrì di fare tutto ciò che era in suo potere per servire Visvamitra; e questa offerta fece molto piacere al saggio. [NOTA: Ho preferito mantenere il termine 'vanara' invece di adottare la traduzione 'scimmia'; il termine potrebbe indicare un membro di una tribù della foresta, specialmente se ricordiamo che i figli avevano la forma e il valore dei propri padri divini.] Udendo le nobili parole del re, Visvamitra si commosse e, per incoraggiare maggiormente le sue nobili intenzioni, disse: "Al mondo non c'è nessuno che ti sia pari, o grande re! Tu appartieni a una stirpe gloriosa, e per di più hai come tuo precettore e guida spirituale lo stesso saggio Vasishtha". Il saggio continuò: "Ho preso dei voti per compiere un rito sacro, che però viene ostacolato da una coppia di demoni. Potrei affrontarli facilmente io stesso, ma i voti mi trattengono dal soccombere all'ira. Perciò, ti prego, manda con me tuo figlio Rama per proteggere questo rito sacro. Sotto la mia guida e con le sue doti egli saprà fare quanto è necessario. Ti assicuro che i due demoni possono già considerarsi morti, poiché conosco il potere ineguagliabile di Rama, così come lo conoscono Vasishstha e gli altri saggi. Ho bisogno di lui solo per dieci giorni e dieci notti, perché è imperativo che il rito sacro si concluda entro questo periodo e non venga prolungato dalle interruzioni". Udendo queste parole re Dasaratha svenne. E dopo alcuni minuti, riprendendo coscienza, disse con voce tremante a Visvamitra: "Rama ha appena sedici anni! Non credo che sia pronto a combattere, soprattutto contro i demoni. Dimmi cosa devo fare. Manderò con te il mio grande esercito. Verrò io stesso con te e combatterò i demoni, ma senza Rama non posso vivere neanche per pochi minuti. Egli è solo un bambino e non è capace di valutare la forza dei nemici. Dopo moltissimo tempo mi è stato dato questo figlio prezioso come dono degli dèi; come potrei mai pensare di separarmi da lui? No, verrò io con il mio esercito a combattere i demoni". Visvamitra reiterò la sua domanda con queste parole: "C'è un potente demone chiamato Ravana, un discendente di Pulastya. Non viene lui personalmente a ostacolare i riti sacri, ma manda due altri demoni, Marica e Sabahu, perché li disturbino; questi infatti gettano immondizie, sangue e carne nel fuoco sacro. È contro tali nemici che chiedo l'aiuto di Rama, perché solo lui può distruggere questi demoni". Fortemente turbato da queste parole, il re replicò: "Oh no, neanch'io posso affrontare in battaglia il potente Ravana. Ma se si tratta solo d'affrontare Marica e Sabahu, verrò io di persona con il mio esercito; in nessun caso però potrò mandare il mio amato figlio Rama. Invero tu sei un saggio famoso e conosci il Dharma: perciò sii benevolo e abbi misericordia di noi. Non mi chiedere di mandare Rama con te. Se vuoi verrò io con te. E se questo ti è inaccettabile, ti prego di perdonare la mia incapacità di aiutarti". Colmo d'ira il saggio Visvamitra disse a re Dasaratha: "Quant'è ignobile e indegno di un re, che dopo avere promesso ritratti la tua parola! Questo disonora la stirpe gloriosa alla quale appartieni. Ma, se questa è la tua decisione, me ne andrò. Goditi la vita nell'ignominia!". Vedendo questo, il saggio Vasishtha intervenne e disse a re Dasaratha: "O re, tu discendi da un lignaggio ininterrotto di monarchi famosi per la loro giustizia. Non si conviene che tu abbandoni il sentiero della verità. Se non manterrai la promessa fatta al saggio Visvamitra, perderai tutti i meriti che hai guadagnato compiendo grandi riti religiosi. Il saggio Visvamitra è un grande maestro nelle arti militari. Egli è padrone di tutti i missili (astra) più micidiali, che ha ottenuto direttamente dal Signore Shiva. Inoltre può anche inventare nuovi missili ancora più mortali. Perciò non è che lui abbia paura dei demoni, di cui potrebbe facilmente sbarazzarsi da solo, ma sta chiedendo l'aiuto di Rama per il bene dello stesso principe! Perciò non esitare ad acconsentire alla richiesta di Visvamitra, mantenendo nel contempo la tua promessa". Queste parole rassicurarono il re, che riacquistò immediatamente la sua compostezza e sicurezza e decise di mandare Rama con il saggio per proteggere il suo rito. Quindi mandò a chiamare Rama, l'abbracciò di cuore, lo baciò sul sommo della testa e lo benedì. Anche il precettore familiare, Vasishtha, benedì Rama con sacre invocazioni vediche. La stessa Natura benedì Rama. E mentre Rama e l'inseparabile Lakshmana si avviavano al seguito del saggio, soffiò una brezza soave e ci fu una pioggia di fiori dall'alto. Era una visione divina vedere Rama e Lakshmana, con le armi da guerra a tracolla, camminare con l'austero asceta Visvamitra. Mentre stavano ancora camminando lungo la riva meridionale del sacro fiume Sarayu, rivolgendosi a loro il saggio disse: "Rama, senza perdere altro tempo, t'inizierò ai misteri di Bala e Atibala (forza e forza suprema); quando ne sarai padrone, non sarai più soggetto alla fatica o alla febbre, né la tua bella forma sarà soggetta ad alcun cambiamento avverso. Né i demoni potranno avere la meglio su di te, neanche nel sonno, se conoscerai questi misteri". Dopo la necessaria purificazione preliminare, Rama fu iniziato dal saggio nei misteri divini; e immediatamente rifulse di un nuovo splendore. I tre passarono la notte sulla riva del sacro fiume Sarayu, mentre Rama e Lakshmana rendevano al saggio tutti i servigi personali che un discepolo deve al precettore. [NOTA: Le armi: 'bana' solitamente tradotto come 'freccia' sembra essere più una 'bomba' o un missile. Ancor'oggi la parola 'bana' è usata nell'India del sud per indicare i fuochi pirotecnici che vengono proiettati nello spazio e ivi esplodono. 'Dhanus', che è solitamente inteso come 'arco', poteva essere qualcosa di simile a un cannone. Vi erano due tipi di armi: sastra e astra. Sastra era un congegno meccanico; astra era un congegno astrale.] All'alba del giorno dopo, il saggio svegliò amorevolmente i principi e insieme fecero le loro preghiere mattutine. I due principi salutarono devotamente il precettore, pronti a ubbidirgli. Sotto la sua guida continuarono il viaggio e presto raggiunsero la confluenza del Sarayu e del sacro Gange. Qui essi videro diversi eremitaggi. I principi erano curiosi e il saggio disse loro: "Nei tempi antichi Cupido aveva una forma fisica. Una volta che il Signore Shiva era impegnato in austerità incredibili proprio in questo luogo, Cupido cercò di distrarre il Signore. Con il semplice suono 'hum' e con il fuoco che emanò dal suo occhio, il Signore distrusse il corpo di Cupido, che da allora non ha più una forma fisica. E il territorio dove egli lasciò le membra (anga) del suo corpo fu chiamato Anga. Questi eremiti dediti qui alle loro austerità sono seguaci del Signore Shiva". Mentre guadavano il fiume sacro vicino alla confluenza, Rama udì un rombo provenire dall'acqua. Visvamitra appagò nuovamente la sua curiosità con questa storia: "Vicino al monte Kailash c'è un lago chiamato Manasa Sarovar, perché nacque dalla mente di Brahma. Il fiume Sarayu è così chiamato perché nasce da quel Sarovar. Il rombo che hai udito è causato dalla forza con la quale il fiume si precipita per unirsi al sacro Gange. O Rama, offri i tuoi saluti ai fiumi sacri, alla loro confluenza. Presto raggiunsero una spaventosa foresta, che metteva paura ad entrarci. Ancora una volta Visvamitra spiegò: "Una volta quest'area era un paese prosperoso. Quando anticamente Indra uccise il demone Vritra, che di nascita era un brahmana, dovette espiare la colpa di avere ucciso un brahmana. I saggi e i brahmana celebrarono il rituale d'espiazione con le acque dei fiumi sacri. Quando le impurità furono rimosse, Indra rifulse col suo splendore originario. Le impurità rimosse da Indra si depositarono qui. Felice d'esserne libero, Indra volle mostrare la sua gratitudine al luogo in cui caddero. Perciò donò a questo paese la prosperità e gli diede i nomi di Malada e Karusha. "Da allora i principati di Malada e Karusha furono ricchi e prosperosi, finché non comparve la demonessa Tataka, moglie del demone Sunda: essi hanno un figlio terribile chiamato Marica. Tataka infonde il terrore nei cuori degli abitanti di Malada e Karusha e ha trasformato questa terra fertile e prosperosa in un luogo desolato e in una foresta. Rama! Ora tocca a te distruggere questa famiglia demoniaca e ridare a questo paese la gloria e la prosperità che aveva una volta". Rama manifestò il suo stupore: "Come può una fragile donna possedere tanta energia e tanta forza?". Allora il saggio Visvamitra gli raccontò tutta la storia di Tataka, che è questa: "C'era una volta un potente semidio chiamato Suketu, che non aveva figli. Desiderando avere un figlio, si mise a praticare austerità. Il Creatore, Brahma, altamente compiaciuto, gli diede in dono una figlia, che benedì con la forza di mille elefanti. E una fortuna che il Creatore non gli diede un figlio maschio! La ragazza era tanto bella quant'era forte. Suketu la diede in sposa al demone Sunda, e dalla loro unione nacque il terribile Marica. "Sunda era stato maledetto a morte dal saggio Agastya. Tataka volle vendicare la morte del marito e si scagliò contro il saggio. Agastya pronunciò una maledizione anche contro Tataka: "D'ora in poi perderai l'aspetto di semidea e diventerai una terribile demonessa". "Non farti bloccare dal pensiero che si tratta di una donna. Per il bene della società, devi distruggerla. Può capitare che per la protezione dei suoi sudditi un sovrano debba compiere sia azioni lodevoli che biasimevoli, e anche delle azioni che sembrano ingiuste e peccaminose. Questo è invero l'eterno dovere di coloro ai quali è affidato l'oneroso compito d'amministrare lo stato. Perciò distruggi questa donna malvagia, che non sa che significa Dharma!". Rama rispose prontamente: "Quando m'affidò alla tua protezione, mio padre mi comandò di obbedirti in ogni cosa. Perciò, ubbidendo a te, farò il mio dovere sia verso di te che verso mio padre!". Così dicendo, preparò la sua arma; e il suono che essa produsse terrificò gli abitanti della foresta e insospettì Tataka. Ella si precipitò verso la fonte di quel suono e, quando fu in vista, Rama scherzando indicò a Lakshmana quella forma terribile. "Guarda questa demonessa, o Lakshmana, la renderemo immobile amputandole le gambe e le braccia: non mi sento incline a uccidere questa donna. Visvamitra tuonò 'hum' e spronò i principi. Tataka lanciò delle enormi rocce contro Rama, che le rispose lanciandole dei missili con la sua arma. Tataka scomparve alla vista, e Visvamitra ammonì Rama: "Non scherzare più con questa demonessa. Esse diventano più potenti al calare della notte. Uccidila rapidamente". Benché fosse invisibile, Rama la colpì, facendosi guidare soltanto dal suono. Tataka cadde a terra esanime. In quello stesso istante la foresta rifulse del suo antico splendore. All'alba del giorno dopo, il saggio Visvamitra parlò amorevolmente a Rama: "Sono molto contento di te. Perciò ti darò un armamentario dei missili più potenti, con l'aiuto dei quali potrai sottomettere tutti i tuoi nemici, siano essi esseri terreni o celesti. Ecco, prendi possesso dei migliori missili esistenti: "Il Dharma cakram, il Kala cakram, il Vishnu cakram e anche il terribile cakram di Indra. Ti do il Danda cakram e anche il missile che ha il potere del tuono (Vajra), il Shulam (di Shiva), il Brahma-shiras e un altro ancora conosciuto come aisikam, che è come un filo d'erba. Ti do il potentissimo Brahma-astram, che distrugge tutto, e anche i missili a forma di clave. Ed ecco il missile dei gandharva che confonde e stupisce il nemico. Questi altri missili sono capaci di fare addormentare il nemico e di cambiare il suo stato d'animo da malvagio a pacifico. "Ti do ancora questi altri missili che possono produrre la pioggia o fare inaridire il terreno, o generare un calore insopportabile e bruciare il nemico. E ancora, un altro missile che produce nel nemico una specie d intossicazione e un altro che fa insorgere in lui la passione. Quest'altro missile possiede lo splendore del sole e abbaglierà il nemico. Ti do tutte queste e molte altre armi che sono potenti e preziose in guerra, persino contro gli esseri celesti". Rama vide tutte quelle armi davanti a sé. Soddisfatto, prese la risoluzione che le avrebbe usate solo quando il loro uso sarebbe stato necessario. Inchinandosi al saggio Visvamitra, Rama disse: "Signore ti prego, istruiscimi nell'arte di neutralizzare l'effetto di questi missili" Allora, il saggio istruì Rama e Lakshmana sul sistema anti-missile. A tal fine, il saggio diede loro molti altri missili, chiamati con nomi che indicavano il loro modo di funzionare: alcuni visibili e altri invisibili, alcuni che si muovevano in avanti e altri che si muovevano all'indietro alcuni con dieci 'teste', altri con cento 'addomi', alcuni che sembravano carbone ardente, altri che si manifestavano come fumo denso. Tutti questi missili e missili anti-missili furono messi di fronte a Rama, in attesa del suo ordine; stavano ai suoi piedi, per così dire, per offrirgli il loro servizio. Egli li annotò nella sua mente e decise che li avrebbe usati solo quando sarebbe stato assolutamente necessario. Ormai erano giunti al termine della densa foresta. Appena fuori videro un bellissimo e sacro eremitaggio. Rama chiese di esso e il saggio Visvamitra narrò la seguente storia riguardo al Siddhashrama. [NOTA: Questo capitolo, che menziona moltissimi tipi di quelli che ovviamente erano missili nucleari e non, dovrebbe essere studiato alla luce della moderna conoscenza degli armamenti.] Visvamitra disse: "Tanto tempo fa, lo stesso Vishnu dimorò qui per migliaia d'anni, praticando austerità. Qui c'è anche l'eremitaggio del Signore Vamana noto col nome di Siddhashrama. Quello che ti racconto accadde durante il periodo in cui re Bali regnava su cielo e terra. Bali, che era il re dei demoni, stava celebrando un potentissimo rito, al termine del quale sarebbe diventato come Indra. Tutti gli dèi, con a capo Indra, chiesero aiuto al Signore Vishnu. "Nello stesso tempo il saggio Kasyapa aveva concluso con successo una sacra osservanza durata mille anni. Quando il Signore apparve davanti a lui e gli offrì di concedergli un dono, il saggio pregò: "Se, compiaciuto da me, vuoi concedermi un dono, allora Ti prego, diventa mio figlio". "Volentieri il Signore S'incarnò come figlio del saggio e di sua moglie Aditi. Il Suo aspetto fisico era quello di un nano. Immediatamente andò nel luogo di culto di Bali e chiese al re di concedergli tre passi di terra. Quando questo gli fu concesso, il Signore misurò il cielo e la terra con due passi (recuperandoli così per Indra) e con il terzo benedì il re, ponendogli il piede sulla testa. Questo ashrama (eremo), così chiamato perché elimina shrama (la fatica fisica e mentale), era abitato dal Signore stesso, ed ora vi abito io che sono Suo devoto. Venite, entriamo nell'eremo, perché è tanto vostro quanto mio. Adesso comincerò il rito sacro. Vi prego, proteggetelo dalle interferenze dei demoni". I principi risposero con gioia: "Signore benedetto, inizia il rito sacro; noi eseguiremo il tuo ordine". La mattina seguente il rito ebbe inizio. Il saggio Visvamitra aveva preso il voto del silenzio; perciò altri istruirono Rama e Lakshmana: "Sorvegliate la casa della preghiera per sei giorni e sei notti". E così fecero, senza un attimo d'assopimento, sempre vigili durante il giorno e la notte. Era l'ultima notte. Il fuoco rituale divampava con insolito splendore. Ci fu un forte boato nel cielo. Come le nuvole dei monsoni, scure e turbolente, i due demoni apparvero nel cielo. Ci fu una pioggia di carne e sangue e d'ogni sorta di cose terribili. "Lakshmana, guarda come li disperdo in tutte le direzioni", disse Rama, lanciando il missile chiamato Siteshu (il missile freddo), che come il vento disperde le nuvole scagliò il demone Marica in mezzo all'oceano, a una distanza di ottocento miglia. Marica non venne ucciso. Poi, con un missile di fuoco, Rama distrusse l'altro demone Subahu. Infine, con il missile del vento, Rama disperse i demoni inferiori. Il rito continuò fino alla sua conclusione senza incontrare altri ostacoli. Compiuta la loro missione, i principi dormirono nell'eremo e la mattina seguente si svegliarono di buon'ora. Dopo avere terminato le preghiere mattutine, avvicinarono il saggio Visvamitra a mani giunte e gli chiesero: "Siamo i tuoi umili servi, o saggio; comandaci, che cosa dobbiamo fare?". Visvamitra li benedì e rispose: "Re Janaka di Mithila sta per celebrare un rito sacro, e vorrei che vi partecipaste insieme a me. A Mithila vedrete anche un'arma straordinaria che ha sconcertato uomini potenti, demoni e dèi. A dire il vero è stata donata dagli dèi molti anni fa; ma siccome nessuno finora è riuscito a maneggiarla, è stata religiosamente messa da parte". Immediatamente il saggio si preparò alla partenza. S'inchinò per salutare la foresta e chiese il permesso agli alberi: "Dio vi benedica, adesso me ne sto andando nell'Imalaya". Molti saggi, bestie e uccelli accompagnarono Visvamitra! Tuttavia dopo un po' il saggio li convinse tutti a tornare nella foresta. Gli eremiti che accompagnavano Visvamitra fecero ancora un tratto con lui prima di ritirarsi per la notte sulle rive del fiume Sone. Visvamitra disse: "C'era una volta un re chiamato Kusa, che era figlio di Brahma, il Creatore. Egli aveva quattro figli: Kusamba, Kusanabha, Asurtarajasa e Vasu, ai quali affidò il compito di proteggere gli abitanti del regno. I quattro figli costruirono quattro città: e cioè, rispettivamente, Kaushambi, Mahodaya (Kanauj), Dharmaranya e Girivraja (Rajgir). Queste città erano circondate da colline. Allora il fiume Sone, che scorreva tra queste colline, era anche chiamato Magadhi, perché attraversa il territorio Magadha. "Kusanabha aveva cento figlie, nate dalla ninfa celeste Ghrtaci. Quando crebbero e diventarono delle belle ragazze, il dio del vento andò da loro e disse: "Desidero sposarvi tutte. Abbandonate l'idea che siete esseri umani e ottenete la longevità. La giovinezza è evanescente; specialmente tra gli esseri umani. Diventate eternamente giovani e immortali, accettando la mia proposta". Udendo questo le ragazze si rattristarono: "Come possiamo accettarti come nostro marito - tu che entri in tutti gli esseri? Inoltre nostro padre è il nostro signore e maestro, anzi il nostro dio; solo colui al quale egli ci darà, sarà nostro marito". Offeso da questo rifiuto il dio del vento entrò in tutte loro causando nei loro arti delle deformità (come l'artrosi). "Così deformate e con gli occhi pieni di lacrime esse andarono da loro padre Kusanabha. Disperato il re loro padre chiese: "Ditemi, chi ha causato queste terribili deformità nelle vostre belle forme"?". "Le ragazze narrarono al padre quanto era accaduto. Re Kusanabha lodò molto la condotta delle figlie e disse: "La pazienza è il più grande ornamento di uomini e donne - il tipo di pazienza che avete mostrato nel vostro comportamento con il dio del vento. La pazienza è il dono più grande, la verità, la forma migliore d'adorazione, è la gloria, la giustizia e il sostegno del mondo". "Presto il re cominciò a pensare di darle in matrimonio a un uomo degno. In quello stesso periodo c'era un grande asceta chiamato Chuli, che aveva intrapreso austerità senza precedenti. Durante la pratica egli fu servito da una ragazza chiamata Somada. Estremamente compiaciuto del suo devoto servizio, l'asceta le disse: "Sono contento del tuo servizio, chiedimi un dono". Subito ella rispose: "Non sono sposata, né mi sposerò. Concedimi perciò la grazia di un figlio attraverso il potere del tuo ascetismo". "Felice di questa preghiera, l'asceta espresse la volontà che ella concepisse e desse alla luce un bambino: e l'energia cosmica (Brahmica) realizzò tutto questo. Il figlio così concepito e dato alla luce fu chiamato Brahmadatta (dono di Brahma), e in seguito diventò re di Kampilya. E fu a Brahmadatta che re Kusanabha diede in matrimonio le sue cento figlie. Quando, durante la cerimonia, Brahmadatta toccò la mano di ogni ragazza, tutte le deformità scomparvero ed esse riacquistarono la loro bellezza e il loro fascino. "Quindi re Kusanabha pregò perché gli nascesse un figlio. Suo padre Kusa lo benedì dicendo: 'Certamente ti nascerà un figlio pio'; e detto ciò ascese in cielo. Presto Kusanabha fu benedetto con un figlio, che chiamò Gadhi, secondo il desiderio del suo nobile padre. O Rama, quel Gadhi è mio padre; ed io sono anche chiamato Kausika, perché sono un discendente di Kusa. "Ho avuto anche una sorella maggiore chiamata Satyavati, che fu data in matrimonio al saggio Ricika. Ella era molto devota a suo marito. Di conseguenza, quando il saggio se ne andò da questo mondo, lei ascese in cielo con tutto il corpo, e in seguito per la magnanimità del suo cuore ridiscese sulla terra come un fiume, il Kosi. E come tale, o Rama, ella continua ad esistere fino ad oggi. Poiché amavo molto mia sorella, ho vissuto per qualche tempo sulle rive del fiume Kosi. In seguito lasciai quel posto e mi trasferii al Siddhashrama, dove - grazie a te - ho portato a compimento il rito più sacro. "Così, o Rama, ti ho narrato la storia di questo luogo. La notte è fonda; è ora che tutti voi andiate a dormire". La mattina presto, il saggio annunciò di nuovo l'alba ed esortò i principi ad alzarsi e a prepararsi a partire. Attraversato il fiume Sone, il gruppo continuò fino a raggiungere il sacro Gange. Come al solito, Rama pose una domanda, a beneficio di tutto il gruppo: stavolta voleva sapere la storia del Gange. Il saggio Visvamitra disse: "Himavan (l'Himalaya) sposò la figlia di Meru (la calotta polare) chiamata Mena. Essi ebbero due figlie: la maggiore è Ganga e la minore è Uma. Per il bene di tutti gli esseri dei tre mondi (il cielo, la terra e lo spazio intermedio), gli dèi chiesero a Himavan di dare a loro Ganga. Il magnanimo Himavan acconsentì "Fu così che la sacra Ganga ascese in cielo e divenne un fiume celeste. In seguito ridiscese sulla terra sotto forma di un corso d'acqua purificatore. L'altra figlia - Uma - Himavan la diede in sposa allo stesso Signore Shiva". Con la curiosità stimolata da questo breve racconto, Rama chiese al saggio di narrare la storia sublime entrando maggiormente nei particolari. Il saggio acconsentì e raccontò dettagliatamente la storia di Uma, consorte del Signore Shiva, e anche la storia della discesa di Ganga sulla terra: "Il Signore Shiva aveva sposato Uma, figlia di Himavan. Per molto tempo la coppia rimase a godere dei piaceri coniugali. L'energia creativa del Signore cresceva sempre più d'intensità; e persino gli dèi temevano che la terra non sarebbe stata capace di sostenere la sua progenie. "Perciò, facendosi coraggio, essi osarono interrompere l'unione della coppia divina per offrire una preghiera: "Signore, ti preghiamo di fermare la tua energia creativa con il tuo autocontrollo. I mondi non saranno in grado di sopportare il pieno impatto della tua energia creativa. Soltanto grazie all'autocontrollo praticato da te e dalla tua consorte i mondi sopravviveranno". "Il Signore acconsentì subito alla loro preghiera, e chiese: "Che possiamo fare con l'energia già creata?". L'energia infatti aveva già coperto la terra. "Gli dèi chiesero l'aiuto del fuoco e del vento. Il fuoco concentrò l'energia, che ora prese la forma di una montagna che, spinta a sua volta dal vento, divenne un canneto - che alla fine avrebbe assunto la forma di Kartikeya (il figlio del Signore Shiva). "Tuttavia la consorte del Signore, Uma, fu infastidita dall'interferenza degli dèi durante la sua unione con il marito. Perciò lanciò su di essi la maledizione che non avrebbero mai avuto figli". "Mentre Uma e il Signore Shiva ritornarono alle loro austerità, gli dèi capeggiati da Indra andarono da Brahma, il Creatore, e gli chiesero umilmente: 'Signore, il divino Shiva ci ha concesso il dono che gli abbiamo chiesto, e cioè di benedirci con un condottiero. Questo comandante può nascere solo dalla sua energia. Dopo avere liberato quest'energia, il Signore Shiva è ritornato alle sue austerità, insieme alla sua consorte Uma. Ti preghiamo, dicci che cosa dobbiamo fare'. "Brahma rispose: 'Le parole di Uma sono sacrosante. Nessun dio può ricevere l'energia di Shiva per dargli un corpo. Ecco la celestiale Ganga: che il dio del fuoco porti l'energia del Signore a Ganga, che allora darà alla luce il bambino. Certamente Ganga considererà suo il bambino e anche Uma gli darà il suo affetto; in questo modo sarà amato da tutti'. "Allora gli dèi si rivolsero al dio del fuoco perché adempisse gli ordini del Creatore. A sua volta il dio del fuoco si rivolse alla celeste Ganga, pregandola di ricevere l'energia creativa del Signore. Ganga assunse la forma di una bellezza eterea; e vedendola, l'energia si fuse in lei. Così il dio del fuoco la riempì con l'energia divina. "Incapace di sostenere a lungo l'energia divina, su consiglio del dio del fuoco la sacra Ganga la lasciò cadere su di un fianco dell'Himalaya. Ovunque scorreva l'energia, tutto diventava oro. Qualsiasi cosa l'energia toccava si trasformava in oro e argento di splendore incomparabile; il semplice calore dell'energia trasformava gli oggetti più lontani in rame e ferro. Persino le sue 'impurità' divennero stagno e piombo. Così apparvero i minerali sulla terra. "Come ho già detto, l'energia si sparse tra i canneti sulle rive del fiume Ganga. Gli dèi raccolsero quell'energia, che poi diventò un bambino. Quindi gli dèi ordinarono alle divinità che presiedevano alla costellazione Krittika di nutrire il bimbo con il loro latte; per questo gli venne dato il nome di Kartikeya. Inoltre egli è chiamato anche Skanda, perché è 'sceso' con il fiume Gange. "In pochi giorni questo bimbo divino divenne potentissimo e distrusse le schiere di demoni che tormentavano gli dèi. Così egli divenne il comandante delle armate divine. Questa è la storia della nascita del figlio del Signore Shiva conosciuto anche col nome di Kumara. Chi è devoto a Kartikeya godrà di una lunga vita, sarà benedetto con figli e nipoti, e un giorno diventerà una sola cosa con il signore Skanda". O Rama, adesso ti racconterò la storia della discesa di Ganga sulla terra. Uno dei tuoi antenati era il potente re Sagara. Egli però non aveva un erede al trono, nonostante avesse due mogli: Kesini, la figlia di re Vidarbha, e Sumati, figlia del saggio Aristanemi e sorella dell'uccello divino Garuda. Re Sagara praticò grandi austerità; e compiaciuto di lui, il saggio Bhrigu concesse al re una strana grazia: "Una delle tue mogli darà alla luce un figlio per la perpetuazione della tua stirpe; mentre l'altra darà alla luce sessantamila figli". A suo tempo, Kesini diede alla luce un figlio, che fu chiamato Asamanja. Sumati invece partorì un uovo (a forma di zucca) dal quale uscirono sessantamila figli. Sumati li conservò in recipienti di burro chiarificato (ghì), e ben presto crebbero e diventarono dei bei giovani. Fedele al suo nome, Asamanja si dimostrò un giovane malvagio con pericolose tendenze sadiche, che si divertiva a torturare e ad affogare anche i bambini. Al contrario, suo figlio Amsuman era pio e nobile e immensamente amato dal popolo. Re Sagara decise di compiere il sacro rito-del-cavallo. Perciò scelse il terreno più sacro tra l'Himalaya e i Vindhya, che dai saggi è considerato particolarmente adatto alla celebrazione dei riti sacri, e diede inizio al sacrificio. Il cavallo sacro fu affidato alla custodia del valoroso Amsuman, il nipote del re. Tuttavia, in un momento critico del rito, Indra - il capo degli dèi - sotto le guise di un fantasma riuscì a rubare il cavallo. I sacerdoti esclamarono: "O re, cattura il ladro e uccidilo; fa' che il rito sia portato a termine con successo, altrimenti ne conseguirà una grande disgrazia". Il re mandò a chiamare i suoi sessantamila figli e comandò loro di setacciare la terra e ritrovare il cavallo. Essi ricevettero persino il permesso di scavare la terra. I sessantamila non riuscirono nel compito che era stato assegnato loro. Non trovando il cavallo in superficie, cominciarono a scavare sotto terra. Assistendo all'inutile e spietata distruzione della vita in superficie e nel sottosuolo, gli dèi e i demoni pregarono Brahma, il Creatore: "Signore, la vita sulla terra sta per essere distrutta dai figli di Sagara. Anche le creature acquatiche e quelle del sottosuolo sono tormentate. Sospettando che questo o quell'altro possa essere il nemico del rito, e che il cavallo possa essere nascosto qui o là, essi stanno arrecando un grande danno agli esseri viventi". Il Creatore Brahma rispose: "La Madre Terra è per così dire la consorte del Signore Vishnu, il protettore dell'universo. I figli di Sagara, che stanno devastando lei e le sue creature andranno sicuramente incontro al loro destino per mano del Signore Stesso, che ora è incarnato sulla terra nelle sembianze del saggio divino Kapila. La stessa devastazione della terra avviene in ogni epoca; non è una cosa insolita. Coloro che sono dotati di visione interiore vedono che le persone sconsiderate colpevoli di crimini contro la benevola terra saranno punite giustamente". Le trentatré divinità che presiedono sugli elementi naturali tornarono soddisfatte alle loro dimore. I figli di Sagara non riuscirono a trovare il cavallo, malgrado avessero cercato dappertutto e scavato persino la terra. Ma il re li spronò: "Scavate in profondità, facendo a pezzi la stessa terra". E così fecero. Mentre perlustravano la terra incontrarono quattro elefanti che sembravano montagne (o forse il contrario?): Virupaksha a est, Mahapadma a sud, Saumanasa ad ovest e Bhadra a nord. Offrirono ad essi i loro rispettosi saluti e continuarono le ricerche, procedendo infine in direzione nord-est. Erano delusi e adirati. Alla fine del tunnel attraverso la terra, quando emersero all'aperto, videro Kapila seduto in meditazione. E poiché videro anche il cavallo sacro che pascolava pacificamente vicino all'eremitaggio, scambiarono il saggio per il ladro del cavallo. Gridando di collera essi si precipitarono contro il saggio. Ma intonando semplicemente 'hum', il saggio Kapila dalla gloria incomparabile li ridusse tutti in cenere. Stanco di aspettare il ritorno di figli e cavallo nel luogo del sacrificio, il re mandò suo nipote Amsuman per scoprire cos'era successo. Amsuman seguì gli stessi percorsi e incontrò e s'inchinò agli stessi 'elefanti', che lo rassicurarono che avrebbe trovato il cavallo. Quando infine raggiunse l'eremitaggio di Kapila, vide il cavallo e le ceneri degli zii. Mentre stava pensando al modo più appropriato di fare le esequie ai defunti, vide l'uccello divino Garuda, che lo consigliò: "Non angustiarti, o valoroso, la distruzione dei tuoi zii da parte del Signore Kapila è giusta. Non è giusto usare l'acqua terrestre per propiziare le loro anime. Quando la divina Ganga scenderà su questa terra, e quando le loro ceneri saranno toccate dalle acque del Gange, anch'essi ascenderanno in cielo". Amsuman tornò nel luogo del sacrificio con il cavallo, e il re portò a termine il rito. Sagara regnò per molto tempo ma morì senza riuscire a trovare un metodo per far discendere il divino fiume Gange sulla terra e realizzare il suo desiderio di purificare le ceneri dei suoi figli con il fiume sacro. Alla morte di re Sagara, il popolo chiamò amabilmente Amsuman ad occupare il trono. Egli s'impegnò in continue austerità per molti anni, allo scopo di far discendere Ganga; ma morì prima che le austerità dessero frutto. Dopo la sua morte divenne re suo figlio Dilipa, che era talmente addolorato per la morte dei suoi prozii che non riuscì a fare nulla per loro. Alla sua morte, salì al trono suo figlio Bhagiratha. Bhagiratha si ritirò sul monte Gokarna (forse Gomukh), nell'Himalaya, per praticare intense austerità col duplice scopo di far discendere Ganga e avere un figlio. Praticò austerità incredibili, e un giorno, compiaciuto dalla sua devozione, gli apparve il Signore Brahma e gli concesse la grazia che voleva. Bhagiratha scelse le due cose che aveva in mente. "Ecco Ganga - disse Brahma - ma solo il Signore Shiva può sostenere l'impatto della sua discesa sulla terra". Allora Bhagiratha rivolse la sua devozione al Signore Shiva. Restando in piedi sulla punta dell'alluce per un anno intero, Bhagiratha invocò la grazia del Signore Shiva. Compiaciuto dalla sua devozione il Signore gli apparve e gli disse: "Soddisferò il tuo nobile desiderio e sosterrò il Gange sulla mia testa". Subito dopo il fiume celeste Ganga discese con tutta la sua potenza e maestà sulla testa del Signore Shiva. I capelli intrecciati del Signore sembravano le cime imalayane, e imbrigliato nelle crocchie dei suoi capelli il fiume si precipitò nel suo corso terreno. Il Signore lo fece cadere nel lago celeste Bindusara: da lì il Gange fuoriuscì in tre direzioni diverse, come sette ruscelli. Col suo cocchio Bhagiratha fece strada al ruscello principale. Il corso del fiume, come il corso delle nostre vite, era tranquillo in alcuni posti e tortuoso in altri, calmo qui e tumultuoso là, serpeggiante, curvo e diritto, e a volte tornava persino indietro. Le acque del Gange, toccate dalla testa del Signore Shiva, sono estremamente pure. Anche coloro che a causa di una maledizione sono caduti dal cielo vengono purificati bagnandosi nel Gange. Mentre Bhagiratha conduceva il Gange sulla terra, passarono vicino al luogo d'adorazione del saggio Jahnu, che allora era impegnato in un rito sacro. Le acque del Gange inondarono il luogo sacro. Irritato, il saggio bevve l'intero fiume, che così scomparve dentro di lui. Poi, per intercessione degli dèi, il saggio permise al Gange di uscire dal suo orecchio! Di nuovo il Gange seguì il cocchio di Bhagiratha, e finalmente essi raggiunsero il tunnel scavato dai figli di Sagara. Bhagiratha realizzò lo scopo dei suoi sforzi sovrumani: il sacro Gange passò sulle ceneri dei figli di Sagara, che furono istantaneamente purificati e liberati. Il Creatore Brahma si congratulò con Bhagiratha per aver raggiunto il suo scopo superando tutti gli ostacoli con uno sforzo sovrumano, e decretò che d'allora in poi il fiume sacro che Bhagiratha aveva portato sulla terra sarebbe stato chiamato Bhagirathi (figlia di Bhagiratha). Inoltre decretò che chiunque ascolterà il racconto glorioso dell'impresa sovrumana, risoluta, vittoriosa e senza precedenti di Bhagiratha (di riportare il Gange sulla terra), vedrà realizzati tutti i suoi desideri, gli saranno rimessi tutti i peccati, e godrà di fama e lunga vita. Così il saggio Visvamitra concluse la storia di Ganga. La mattina seguente di buon'ora essi attraversarono il Gange e raggiunsero la città di Vishala. Ancora una volta Rama chiese a Visvamitra di narrare le storie relative a Vishala. Il saggio rispose: "Nell'era conosciuta come Satya Yuga c'erano due sorelle, Diti e Aditi, che diedero alla luce rispettivamente molti figli potenti e molti figli pii. Quando crebbero, in loro crebbe anche il desiderio di liberarsi della vecchiaia e della malattia, e diventare quindi immortali. Guardando l'oceano di latte (la via lattea) nello spazio esterno, pensarono che se avessero potuto trovare un bastone e una corda adatti avrebbero potuto zangolare l'oceano e ricavare certamente il nettare che avrebbe conferito loro l'immortalità. Allora usarono il monte Mandara come bastone, e il serpente Vasuki come corda, e cominciarono a zangolare l'oceano. "Ma il primo dono dell'oceano fu deludente e doloroso, poiché venne fuori il terribile veleno Halahala. Gli dèi atterriti cercarono rifugio nel Signore Shiva. E per salvare gli dèi e tutta la creazione, Shiva bevve subito quel terribile veleno, come fosse stato nettare. "La zangolatura continuò. Ma il bastone, il monte Mandara, cominciò a sprofondare. Gli dèi pregarono il Signore Vishnu, che prendendo la forma di una tartaruga sostenne il monte sul suo dorso. Dopo molto tempo apparve il medico divino: Dhanvantari. Poi venne un gruppo di ninfe celesti: e poiché erano la panna (rasa) stessa dell'oceano (ap), furono chiamate apsara. Poi venne fuori un liquore inebriante chiamato Varuni. I demoni rifiutarono di berlo, ma gli dèi lo bevvero. Perciò i demoni sono chiamati asura (perché non presero il liquore o sura) e gli dei sono chiamati sura. Quindi venne fuori un cavallo divino, una gemma divina, e infine il nettare, che sia gli dei che i demoni volevano e per il quale cominciarono a lottare. Ma il Signore Vishnu, nelle sembianze di una bella donna, portò via il nettare. I demoni che si opposero al Signore furono sconfitti e gli dèi, con Indra a capo, ottennero la sovranità!". "Afflitta di dolore per la morte dei suoi figli (i demoni) per mano dei figliastri (gli dèi), Diti volle vendicare la loro distruzione. Con gli occhi pieni di lacrime implorò suo marito, il saggio Kasyapa: "Ti prego, benedicimi, affinché possa dare alla luce un figlio che ucciderà Indra, il capo dei figli che hai avuto da Aditi". "Messo sulle spine, il saggio espresse astutamente la sua benedizione: "Così sia. Se praticherai intense austerità per mille anni, e se riuscirai a completarle senza la minima negligenza, darai alla luce un figlio capace di uccidere Indra". "Diti intraprese subito intense austerità. E Indra stesso (il figliastro) la serviva, portandole la legna, l'acqua, la frutta e tutte le altre cose che le servivano, e lavandole devotamente i piedi mentre dormiva. I mille anni passarono. Molto contenta di Indra, Diti disse: "Sto praticando queste austerità per avere un figlio che ti ucciderà! Però tu mi hai servito devotamente per tutti questi anni; farò quindi in modo che il tuo nuovo fratello ti sia amico, e che insieme conquistiate il mondo". "Poco dopo, a mezzogiorno, Diti sprofondò nel sonno. Sfortunatamente, proprio quel giorno, la posizione nella quale s'addormentò era impura e immorale: aveva la testa tra i piedi. Approfittando subito di questa impurità, grazie al suo potere magico Indra entrò nel corpo di lei e, con la sua potente arma (il fulmine), cominciò a tagliare il feto: il suo nemico non ancora nato. L'aveva tagliato in sette pezzi, quando cominciarono a piangere; ma egli continuò a tagliarli, dicendo: 'Non piangete, non piangete'. E intanto li aveva tagliati ancora, ciascuno in sette pezzi (quarantanove in tutto). "Diti si svegliò e gridò: "Non ucciderli, non ucciderli". Udendola gridare, Indra uscì dal suo corpo e la pregò di perdonarlo: "Tu hai commesso un atto di negligenza e hai quindi perso la grazia che mio padre ti aveva concesso; perciò ho cercato di distruggere il mio nemico ancora prima che nascesse. Ti prego di perdonarmi". "Sebbene fosse nuovamente addolorata per la perdita, Diti si rese conto che era stata colpa sua, e quindi perdonò Indra e gli disse: "Questi quarantanove pezzi nasceranno come divinità del vento, in gruppi di sette. Tu stesso li hai chiamati Matura (gridando loro ma-ruda, non piangete). Questi sette gruppi di divinità del vento riempiranno il cielo, la terra e lo spazio intermedio e si muoveranno al tuo comando". "Così Indra e la sua matrigna raggiunsero un accordo. O Rama, questo è il luogo sacro dove Diti praticò le sue austerità e Indra stesso la servì". Visvamitra e i principi, accompagnati da altri saggi, passarono la notte a Vishala; e la mattina seguente partirono per Mithila. In prossimità di Mithila, Rama vide un eremo abbandonato e chiese a Visvamitra: "Ti prego, dimmi di chi era quest'eremo - che non ha più eremiti e sembra desolato?". Con il cuore colmo di gioia il saggio Visvamitra rispose: "Anticamente questo meraviglioso eremitaggio apparteneva al famosissimo saggio Gautama, che viveva qui con la sua fedele, devota e bellissima moglie Ahalya. "Un giorno Indra, il capo degli dèi, approfittando dell'assenza del saggio entrò nell'eremitaggio nelle sembianze dello stesso Gautama, e desiderò unirsi con Ahalya. La pia e devota Ahalya riconobbe subito che sotto il travestimento c'era lo stesso Indra; tuttavia cedette al suo desiderio, poiché la compiaceva molto il fatto che il capo degli dèi l'avesse avvicinata. "Mentre Indra s'apprestava a lasciare l'eremitaggio, ella lo mise in guardia contro l'ira di Gautama e lo pregò di stare attento. Ma Gautama rientrò proprio mentre Indra stava uscendo. Pieno di collera Gautama maledì Indra: "Assumendo la mia forma, hai commesso un grande peccato: perciò perderai la tua virilità". E rivolgendosi alla moglie infedele, il saggio maledì anche lei: "Vivendo d'aria, giacendo sulla cenere, invisibile a tutti, vivrai qui per lunghissimo tempo; ma quando Rama visiterà quest'eremitaggio, riacquisterai la tua purezza". Così, dopo averli maledetti entrambi, il saggio se ne andò nell'Himalaya. "Avendo perso la sua virilità, Indra supplicò gli dèi e gli altri esseri celesti: "In ciò che ho fatto volevo solo servire gli dèi: ho provocato la collera del saggio Gautama, che mi ha maledetto con la perdita della virilità e così facendo ha perso l'energia guadagnata con le sue austerità. Vi prego, fate qualcosa per restituirmi la virilità". Gli dèi andarono quindi dal capo dei Mani e lo pregarono: "Trasferite i genitali di questo ariete su Indra; l'ariete castrato sarà una delizia anche per voi". Il capo dei Mani acconsentì e restituì la virilità a Indra trapiantandogli i genitali dell'ariete. "Ora che sei qui, o Rama, la fine, della maledizione di Ahalya è vicina. Entra nell'eremo". Appena Rama mise piede nell'eremo, Ahalya gli venne incontro. Tutte le sue impurità furono rimosse alla vista di Rama ed ella risplendette della sua bellezza e radiosità eteree. Ella adorò devotamente gli ospiti divini. Nel frattempo era tornato anche Gautama. Ambedue offrirono la loro devozione e ospitalità a Rama e poi ripresero le loro austerità. Rama procedette verso Mithila. Ben presto il gruppo raggiunse la sala di culto di Janaka, dove il rito sacro era già cominciato. Era sorta una nuova cittadina, e Rama ammirò le eccellenti preparazioni predisposte da Janaka. Migliaia di brahmana eruditi nei Veda erano giunti da diverse parti del paese ed erano stati comodamente alloggiati. Quando Janaka seppe dell'arrivo di Visvamitra, corse ad incontrarlo. Da parte sua il saggio s'informò sulla salute del re e su come procedeva il rito sacro; quindi salutò anche gli altri saggi presenti nella sala. Re Janaka disse: "Ora, con la tua presenza, la mia devozione e il rito sacro che sto celebrando hanno dato frutto. Oggi sono stato molto fortunato, sono stato davvero benedetto". Poi informò il saggio che il rito sacro sarebbe durato dodici giorni, e nell'ultimo giorno gli stessi dèi sarebbero apparsi per ricevere personalmente le offerte. Guardando i principi, il re chiese umilmente a Visvamitra: "Chi sono questi giovani? Sembrano dèi. Il loro portamento è maestoso come quello degli elefanti. Questi giovani eroici hanno la forza della tigre e del toro. I loro occhi ricordano i petali del loto. Essi sono belli come gli Asvini Kumara (i medici celesti)". Poi Janaka s'informò anche sullo scopo della loro visita a Mithila. Il saggio Visvamitra spiegò al re chi erano Rama e Lakshmana e ciò che avevano compiuto fino ad allora. Venendo a sapere della loro visita all'eremo di Gautama e della redenzione di Ahalya, Satananda - che era il sacerdote di famiglia di re Janaka, e figlio di Gautama e Ahalya - s'informò amorevolmente sulla salute dei suoi genitori. Visvamitra rispose: "Tutto ciò che era necessario fare per loro l'abbiamo fatto. Gautama e Ahalya sono stati riuniti". Felice di questo, Satananda si rivolse a Rama e disse: "Benvenuto, o principe tra gli uomini! È davvero una grande fortuna per te essere venuto qui, sotto la guida del saggio Visvamitra. Egli è un saggio che ha fatto cose incredibili; è un Brahmarishi, pieno d'effulgenza spirituale e del potere delle austerità. Io lo reputo il migliore rifugio. Ascolta, ti racconterò tutto quello che so di lui: Questo saggio era un grande e nobile re, devoto alla giustizia, ma che teneva sotto controllo i suoi nemici. Egli è figlio di Gadhi, e nipote di Kusha. Una volta re Visvamitra andò in giro per il mondo con un grande esercito. Durante il suo giro giunse all'eremo del saggio Vasishtha. Quell'eremo meraviglioso era dimora di dèi ed esseri celesti, come pure di fiori e animali selvatici. Nel suo splendore era uguale al paradiso di Brahma. Il saggio Vasishtha diede il benvenuto a re Visvamitra e gli offrì l'ospitalità dell'eremitaggio. Com'era d'uso, il re s'informò se le attività religiose dell'eremo si svolgevano come dovuto. Rispondendo, il saggio informò il re che tutto andava bene per l'eremo e per gli eremiti che vi abitavano. Da parte sua Vasishtha chiese al re: "Va tutto bene per te? Stai proteggendo il tuo popolo, aderendo strettamente al Dharma? Sono fedeli i tuoi servi? I tuoi nemici sono sotto controllo? Va tutto bene con l'esercito, le finanze, gli amici e la famiglia?". E re Visvamitra rispose che anche per lui tutto andava bene. Il saggio Vasishtha continuò: "Posso offrire a te e al tuo vasto esercito l'ospitalità dell'eremo? Vi prego d'accettare e di essere miei ospiti oggi". Il re rimase perplesso: cosa potevano offrire quest'asceta e quest'eremitaggio a lui e al suo vasto esercito! Forse l'offerta era più d'intenzione che di fatto. Prendendola per tale, il re rifiutò gentilmente l'offerta. Ovviamente il saggio conosceva il pensiero del re e ripeté più volte l'offerta. Infine, incuriosito dal suo comportamento, il re accettò. "Sabala - chiamò Vasishtha, e davanti a lui apparve una vacca - Oggi desidero intrattenere questo re e il suo grande esercito; ti prego di fare il necessario. Rendi disponibile qualsiasi tipo di vivanda ciascuno dei nostri ospiti desideri". E cosi la vacca fece! Cibo e bevande di ogni tipo, secondo il desiderio di ognuno, compresi i piatti e le posate - in breve, un banchetto reale di un lusso e una prodigalità mai visti prima - furono messi davanti a re Visvamitra e al suo numeroso esercito. Davanti a questo miracolo inaudito il re rimase stupefatto, e dopo il pranzo andò da Vasishtha e gli disse: "Devo farti una richiesta. La vacca Sabala è davvero un gioiello di vacca; e i gioielli appartengono al re. Perciò dammi Sabala, e io ti darò in cambio centomila vacche". Gentilmente, ma con fermezza, Vasishtha declinò l'offerta e rifiutò di separarsi da Sabala: "Tutte le mie attività religiose e i miei riti sacri dipendono da lei. Non mi separerò da lei neanche per un miliardo di vacche!". Il re non s'arrese, e offrì molto di più! Migliaia d'elefanti e cavalli, milioni di vacche, enormi quantità di gemme e gioielli... il re era pronto a dare a Vasishtha ricchezze illimitate, ma voleva Sabala. Parimenti adamantino fu il saggio nel rifiutare tutte le offerte del re, spiegando ripetutamente che la vacca gli era indispensabile per i riti sacri e le elemosine quotidiane; e infine egli chiuse l'argomento dicendo: "A che servono tante parole: non ti darò Sabala". Quando Vasishtha rifiutò di separarsi da Sabala, la vacca che appaga i desideri, re Visvamitra la portò via con la forza. Ma ben presto la vacca si liberò dei rapitori, tornò da Vasishtha e si lamentò: "O saggio, perché mi hai abbandonato?". Il saggio rispose amorevolmente: "Io non ti ho abbandonato, Sabala; ma il re ha un grande esercito e perciò è più potente di me. Che cosa posso fare?". Sabala rispose prontamente: "Si dice che in questo mondo i veri potenti non sono i regnanti. Sono i saggi ad essere potenti: perché il potere dei forti è limitato alle loro armi, mentre il potere dei saggi è divino e infinitamente superiore. Se è tuo desiderio, metterò fine al re e al suo esercito". Accettando il consiglio, Vasishtha le ordinò: "Produci un potente esercito per distruggere l'armata del re". Sabala creò immediatamente centinaia di guerrieri Pahlava; e quando furono uccisi dall'armata del re produsse centinaia di altri guerrieri di razza mista Shaka-Yavana, belli e di carnagione chiara. Essi combatterono furiosamente, ma il re usò tutte le armi che aveva, e gli Yavana, i Kamboja e i Barvara (tutti stranieri) furono decimati. Allora Vasishtha ordinò a Sabala di produrre più guerrieri. Dalla sua bocca uscirono Kamboja, dalle mammelle Barvara, dalle parti posteriori Yavana e Shaka, dagli stessi pori della sua pelle Harita, Kirata e altri stranieri. In brevissimo tempo tutti insieme distrussero l'intero esercito di Visvamitra, e perfino i suoi figli. Solo un figlio sopravvisse alla carneficina. Affidandogli il regno, Visvamitra andò nell'Himalaya a pregare, adorare e meditare. Compiaciuto dalle sue austerità, il Signore Shiva gli apparve e gli concesse un dono. Visvamitra pregò: "Voglio conoscere i segreti di tutti i missili posseduti da dèi, demoni ed esseri celesti". Shiva esaudì la sua preghiera e gli svelò i segreti vitali riguardanti i missili. Armatosi di questi, il re pensava fieramente che Vasishtha sarebbe stato facilmente sconfitto. Recatosi immediatamente all'eremo di Vasishtha, mise a sacco il luogo sacro con i missili. Scoppiò un terribile incendio, e gli eremiti fuggirono per la paura, anche se Vasishtha cercava di far loro coraggio promettendo di trattare il re a dovere. Anche gli uccelli e le bestie lasciarono l'eremitaggio. Fortemente adirato dal corso degli eventi, il saggio Vasishtha disse a re Visvamitra: "Che tu sia maledetto: hai profanato questo sacro eremitaggio, rendendolo un luogo desolato". Il saggio stava lì dritto con il bastone alzato. E il suo bastone sembrava il bastone del giudizio di Yama, come il fuoco senza fumo che presagisce la dissoluzione cosmica. La fiducia che il re aveva nelle armi e nella forza non fu scossa dal bastone da mendicante che Vasishtha impugnava. "Aspetta un momento", disse Visvamitra, e lanciò al saggio il mortale missile di fuoco. "Sto qui - disse Vasishtha - fai del tuo peggio, vile guerriero! Può la stupida forza di un guerriero affrontare il potere spirituale di un conoscitore dell'infinito Brahman?". Con stupore di Visvamitra, il missile di fuoco fu neutralizzato dal bastone di Vasishtha! Uno dopo l'altro, Visvamitra usò tutti i missili i cui segreti gli erano stati rivelati dal Signore Shiva: il missile soporifico, il missile inebriante, i missili che producono un calore insopportabile, il missile che secca tutto, il missile che disintegra ogni cosa, il missile che infrange tutto come il fulmine, e un altro missile ancora fatale come la morte. Ma l'energia sprigionata da tutti questi missili fu assorbita facilmente dal bastone magico del saggio Vasishtha! Sconfitto nel suo scopo, Visvamitra decise di usare il più potente di tutti i missili, il Brahma-astra, che poteva distruggere ogni cosa creata. Persino gli dèi e gli esseri celesti guardavano ansiosi e col fiato sospeso. Ma il bastone impugnato dal saggio rese impotente anche il Brahma-astra. Tuttavia l'impudenza del re provocò l'ira del saggio: da ogni poro della sua pelle emanò un'energia soprannaturale. Allora gli dèi e gli esseri celesti supplicarono Vasishtha: "Ti preghiamo, arresta questo flusso d'energia divina". Il saggio si calmò; ma Visvamitra fu umiliato completamente: "Nulla è la potenza di un re! La vera forza è quella che possiede un brahmana (conoscitore dell'Assoluto). Con il suo solo bastone, questo saggio ha neutralizzato tutti i miei missili mortali! Tornerò a praticare austerità: poiché è con le austerità che si ottiene lo stato di brahmana". Dicendo questo s'avviò verso sud e cominciò le sue austerità. Dopo anni d'intense austerità, lo stesso Brahma, il Creatore, apparve davanti a lui e gli disse: "Ti do il riconoscimento di saggio reale", ma Visvamitra non fu soddisfatto. Egli voleva essere un brahmana! Perciò continuò le sue austerità. In quello stesso periodo viveva un re chiamato Trisanku, che desiderava ascendere in cielo con tutto il corpo! Egli andò da Vasishtha con questa richiesta: "Desidero ascendere in cielo con tutto il corpo; e a tal fine praticherò cento riti sacri. Ti prego di condurre questi riti". Ma Vasishtha rifiutò. Trisanku però non era disposto ad arrendersi, perciò andò dai figli di Vasishtha e chiese loro di fargli il favore di condurre i cento riti sacri, affinché potesse ascendere in cielo con tutto il corpo. [NOTA: 'Brahmana' non si riferisce solo a uno nato nella casta brahmana. Altri saggi anch'essi brahmana di nascita) fuggirono, ma non Vasishtha. Brahmana perciò è colui che conosce l'Assoluto. I missili qui nominati sono quelli che in seguito Visvamitra darà a Rama.] Seccati dalla richiesta di Trisanku, i figli di Vasishtha risposero: "Il santo guru Vasishtha è devoto alla verità. Egli ha respinto la tua proposta: come puoi quindi rivolgerti ad altri con la stessa proposta? Se egli ha detto che non può essere o che non dev'essere fatto, bisogna lasciar perdere! Fare ciò che lui ha proibito equivarrebbe a insultarlo" Ma orgoglioso e avido, pur essendo un sovrano pio e nobile, re Trisanku non rinunciò al suo scopo. Così disse ai figli di Vasishtha: "Bene, allora cercherò aiuto altrove!". Questo fu per loro intollerabile; e lo maledirono: "Ti sei allontanato dalla luce della verità (il guru) e hai abbracciato le tenebre dell'egoismo. Perciò diventerai un essere scuro (candala), tanto impuro e sporco all'esterno come lo sei all'interno". La mattina seguente re Trisanku si svegliò e s'accorse che anche il suo aspetto era cambiato, e che qualsiasi cosa toccava o veniva a contatto con lui diventava inquinata e sporca. Vedendo questa trasformazione, i suoi ministri e seguaci lo abbandonarono e tornarono in città. Il re, che era diventato un intoccabile, cercò rifugio da Visvamitra. Pieno di compassione, Visvamitra chiese a Trisanku qual era la causa della terribile trasformazione; e questi narrò tutto ciò che era accaduto. Di com'era andato da Vasishtha e dai suoi figli con le migliori intenzioni, ma che non era servito a niente. E invece d'ascendere in cielo con tutto il corpo, aveva perso anche l'aspetto fisico di re ed era diventato un essere disprezzabile. "Sono sempre stato un re giusto e onesto. Volevo compiere cento riti religiosi che mi avrebbero permesso di ascendere in cielo con tutto il corpo. Guarda il mio stato attuale! Solo l'invisibile volontà del divino è suprema; lo sforzo personale sembra futile. La volontà divina domina tutto; soltanto la volontà divina è la nostra ultima risorsa. Oggi prendo rifugio in te. Non ho altro rifugio. Ti prego dì trovare il modo di vincere il mio fato attraverso lo sforzo personale". Commosso dalla preghiera del re, Visvamitra mandò i suoi discepoli in tutte le direzioni per invitare uomini santi e sacerdoti al rito sacro che aveva deciso di condurre per realizzare il desiderio di Trisanku: "Invitate tutti da parte mia, anche i figli di Vasishtha". Tutti accettarono l'invito e andarono subito all'eremo di Visvamitra, tranne i figli di Vasishtha, che rifiutarono sprezzanti. Saputo questo, Visvamitra li maledì: "Nonostante si supponga che siano uomini santi dediti alla pratica di austerità, in questo modo essi mi insultano! Perciò moriranno e per settecento volte rinasceranno come intoccabili, dediti a lavori spregevoli". Prima di cominciare il rito sacro che avrebbe permesso a Trisanku d'ascendere in cielo con tutto il corpo, Visvamitra si rivolse ai grandi saggi e ai sacerdoti riuniti là con lui e disse: "Impegnatevi a celebrare insieme a me il rito sacro che permetterà a Trisanku d'ascendere in cielo col suo corpo fisico". Visvamitra stesso condusse il rito sacro, che tutti celebrarono seguendo fedelmente le ingiunzioni delle Scritture relative a quel rito. Quindi invocarono la presenza degli dèi affinché ricevessero le offerte: ma gli dèi non arrivarono. L'ira di Visvamitra fu terribile. Versando un'oblazione sul fuoco sacro, egli dichiarò: "Come sola ricompensa per le austerità che ho praticato esercitando il mio libero arbitrio, io reclamo l'ascensione fisica di Trisanku in cielo. O re, guarda il potere della mia volontà e del mio sforzo personale: tramite essi io ti mando in cielo con tutta la tua forma fisica". Immediatamente, tra lo stupore di tutti, Trisanku cominciò ad ascendere in cielo nella sua forma fisica. Ma Indra, sovrano degli dèi e delle sfere celesti, lo scacciò dalle porte del cielo, dicendo: "Poiché sei stato maledetto dal tuo guru, qui non c'è posto per te! Ritorna sulla terra". Con queste parole Indra lo buttò fuori, e Trisanku cominciò a precipitare. Ma mentre stava per cadere sulla terra, egli riuscì a gridare a Visvamitra: "Salvami, proteggimi!". Fuori di sé dalla collera, Visvamitra gridò: "Fermati!". E Trisanku s'arrestò, rimanendo sospeso nello spazio. Coi meriti guadagnati con le sue austerità e col proprio sforzo personale, e sfidando la volontà degli dèi, Visvamitra cominciò a creare un altro cielo, un altro gruppo di stelle e pianeti, un altro insieme di 'sette costellazioni' (come l'Orsa Maggiore) che dovevano ruotare intorno a Trisanku (come le altre ruotano intorno alla stella polare). Di fatto egli creò una nuova galassia nell'emisfero meridionale dello spazio. Pensava anche di creare un altro Indra, o forse voleva lasciare il nuovo cielo senza un capo. Sconfitti, gli dèi e i demoni andarono umilmente da Visvamitra e affermarono: "O santo, Trisanku aveva perso tutti i suoi meriti facendosi maledire dal suo guru, e ignorando il consiglio del suo guru. Perciò non può ascendere fisicamente in cielo". Visvamitra rispose: "Ho dato la mia parola che ci andrà, e non posso infrangere la mia promessa. Perciò lasciategli godere la beatitudine celeste là dove si trova, e lasciate anche che i corpi celesti che ho creato continuino ad esistere per questo ciclo cosmico". Gli dèi acconsentirono, e concessero anche che Trisanku rimanesse sospeso nello spazio, ma felice come un dio. Tutto ciò fu però d'ostacolo alle pratiche spirituali di Visvamitra, che con questo incidente perse tutti i meriti che aveva guadagnato con le sue austerità precedenti. Perciò lasciò la sua dimora nel sud e andò a Pushkar, ad ovest, dove ricominciò le sue pratiche. In quel periodo regnava ad Ayodhya re Ambarisha, che era allora impegnato a celebrare il sacrificio-del-cavallo. Come al solito, Indra rubò il cavallo. Pieno d'amarezza il sacerdote ufficiante disse al re: "Il cavallo è stato rubato a causa della vostra negligenza; il peccato di negligenza distrugge un monarca. Se egli non riesce a trovare il cavallo, l'espiazione prescritta è l'offerta di un sacrificio umano". Turbato da queste frasi solenni, il re cercò di trovare il cavallo, ma non riuscì a trovarlo da nessuna parte. Nel corso dei suoi viaggi arrivò all'eremitaggio del saggio Ricika, al quale chiese di offrire uno dei suoi figli per l'espiazione. Il saggio rifiutò di separarsi dal suo primogenito, mentre sua moglie rifiutò di separarsi dall'ultimo figlio. Allora il figlio mezzano, chiamato Sunahsepa, osservò: "Il figlio maggiore è indispensabile al padre; il minore è indispensabile alla madre; credo che io, che sono il mezzano, sia l'unico non necessario". Sunahsepa si offrì di andare con il re. Questi diede abbondanti doni ai genitori del ragazzo e partì con lui. Lungo la strada, Sunahsepa notò Visvamitra intento nelle sue austerità, e cercando rifugio in lui lo pregò: "Signore, non ho nessuno che si prenda cura di me in questo mondo; perciò cerco rifugio in voi. Per carità, fate qualcosa perché il sacrificio del re si possa concludere con successo, e io possa godere di una lunga vita per praticare austerità e andare in cielo". Mosso a compassione, il saggio reale si rivolse ai suoi figli e chiese chi di loro avrebbe preso il posto di Sunahsepa per salvarlo. Uno dei figli rimproverò aspramente il padre: "Com'è strano, padre, che desideri gettare via i tuoi figli, per salvare il figlio di un altro!". Visvamitra s'adirò per l'impudenza del figlio. E tale impudenza doveva essere punita, sia che si trattasse dei figli di un altro o dei propri. Perciò il saggio pronunciò questa maledizione: "Subirai lo stesso fato dei figli di Vasishtha". Rivolto a Sunahsepa, Visvamitra disse: "Durante il rito sacro, recita i due inni che ora t'insegnerò, e conseguirai il tuo scopo". Ambarisha riprese il rito interrotto e lo portò a compimento. Al momento giusto Sunahsepa recitò gli inni, e lo stesso Indra - compiaciuto nell'udirli - apparve sul posto. Egli benedì Ambarisha e benedì Sunahsepa con una lunga vita. Visvamitra continuò le sue austerità a Pushkar. Dopo mille anni di austerità, gli dèi - capeggiati da Brahma, il Creatore - andarono dall'asceta Visvamitra e gli dissero: "Ora sei diventato un rishi, non semplicemente un saggio reale". Ma Visvamitra continuò le sue austerità con rinnovato zelo. Un giorno la ninfa celeste Menaka andò a fare il bagno nel lago di Pushkar. Il rishi la vide e perse il suo cuore per lei. Anche lei rispose al suo invito; ed essi cominciarono a vivere insieme nell'eremitaggio del rishi. Per dieci anni vissero insieme, godendo di tutti i piaceri. Un giorno però egli realizzò che anche questo era un altro ostacolo alle sue pratiche spirituali! Percependo il cambiamento che era avvenuto in lui, Menaka cominciò a tremare di paura: ma congedandosi da lei con parole affettuose, il rishi se ne andò al nord. Ancora una volta riprese le austerità. Persino gli dèi erano stupefatti. Insieme a Brahma, essi andarono di nuovo da Visvamitra e gli dissero: "Siamo compiaciuti delle tue austerità, ora tu sei il più grande dei rishi, perciò sei un maharishi". Visvamitra rispose umilmente: "Se m'aveste chiamato brahmarishi, avrei pensato che voi ritenevate che io avessi conquistato i sensi". "Non ancora - rispose Brahma, che aggiunse: Continua!". Visvamitra intensificò le sue austerità. Con le braccia alzate, stando in piedi senza alcun sostegno, senza mangiare, circondandosi con i cinque fuochi d'estate, rimanendo solo col cielo sulla testa nella stagione delle piogge, e giacendo sulla nuda terra d'inverno - egli intraprese austerità inaudite. Gli dèi s'inquietarono, perché le austerità di Visvamitra minacciavano la loro posizione e il loro potere. Allora Indra disse a un'altra ninfa celeste, chiamata Rambha: "Va' e distrai la sua mente". Ma siccome lei temeva la maledizione del saggio, Indra la rassicurò: "Non temere, anch'io sarò con te; ti starò vicino sotto forma di uccello". Convinta, Rambha andò all'eremitaggio. Ma non appena Visvamitra la vide, capì il tranello e la maledì: "Tu sei venuta a rovinare le mie austerità! Bene, resta lì pietrificata. Dopo tanto tempo il saggio Vasishtha ti farà riacquistare la tua forma celeste". Rambha fu mutata in pietra. Indra e Cupido volarono subito via! Visvamitra però non si rallegrò. Aveva vinto la battaglia contro la lussuria; ma era caduto vittima dell'ira, e di conseguenza aveva perso quanto aveva acquisito con le sue austerità. "Conquisterò la collera - disse a sé stesso - non parlerò, non respirerò nemmeno. Finché non raggiungerò lo stato di brahmana, rimarrò qui in piedi, senza cibo né bevanda, senza neanche respirare". Un tale voto non era stato preso da nessuno prima di Visvamitra. Per l'ultimo periodo delle sue pratiche spirituali Visvamitra scelse l'oriente. Questa volta esse furono più dure che mai. Per quanto venisse fortemente provocato, non s'adirava mai. Dopo mille anni, concluso con successo il voto di silenzio e digiuno, mentre stava per rompere il digiuno e s'accingeva a mangiare, Indra stesso gli apparve sotto le sembianze di un mendicante e gli chiese del cibo. Con calma, senza perdere la pazienza, Visvamitra gli diede il cibo che aveva preparato per sé, e poiché non ne rimase altro, continuò il digiuno e il silenzio per altri mille anni. Il 'fuoco' delle sue austerità, l'energia psichica prodotta dalle sue pratiche, divenne enorme. Sembrava che la sua energia avrebbe consumato il mondo intero. Allora gli dèi andarono da Brahma e lo pregarono "L'energia generata dalle austerità di Visvamitra sta bruciando il mondo. Noi tutti abbiamo cercato di distrarlo in maniere diverse: ma la sua pratica continua indisturbata. Ora non c'è altra alternativa che concedergli quello che vuole, anche se fosse il governo degli dèi". Brahma e gli dèi si recarono da Visvamitra, e il Creatore gli disse "Sono estremamente compiaciuto delle tue austerità, o Brahmarishi! Con la forza delle tue austerità hai veramente raggiunto lo stato di brahmana". Felicissimo di udire le benedizioni del Creatore, Visvamitra affermò: "Se tale è la tua volontà, Signore, fa' che 'Om' e Vashat e i Veda entrino nel mio cuore e diventino parte del mio essere. Inoltre vorrei che il riconoscimento d'essere un Brahmarishi mi venisse dal supremo saggio Vasishtha". Allora Brahma e gli altri dèi andarono dal saggio Vasishtha con quella proposta. Vasishtha acconsentì immediatamente, e andato da Visvamitra, lo salutò amichevolmente e gli disse: "Tu sei davvero un Brahmarishi, pienamente realizzato". Così le straordinarie austerità di Visvamitra avevano portato frutto. "O Rama, questa è la storia della vita gloriosa del potente saggio Visvamitra; e invero tu sei tre volte benedetto a godere della sua guida e compagnia" - concluse Satananda. Re Janaka, che aveva ascoltato questa storia esaltante, cadde ai piedi di Visvamitra ed esclamò: "Sono davvero fortunato che, in compagnia di Rama, tu hai benedetto il rito sacro che sto conducendo. Sono stato molto ispirato dalla storia della tua vita narrata da Satananda Desidererei ascoltare ancora, ma adesso devo scusarmi, perché s'avvicina l'ora della preghiera serale. Ti prego di benedirmi di nuovo con la tua presenza domani". La mattina seguente, di buon'ora, re Janaka invitò nel suo palazzo Visvamitra e i principi Rama e Lakshmana. Al loro arrivo li onorò debitamente, e quindi si rivolse a Visvamitra: "O santo, attendo i tuoi ordini: cosa posso fare per te?". In risposta, Visvamitra disse: "I due figli di Dasaratha qui presenti desiderano vedere il famoso dhanus in tuo possesso". Il re mandò a prendere il dhanus, e nel frattempo raccontò la storia dell'arma, dicendo: "Voi sapete come il Signore Rudra distrusse anticamente il rito sacro di Daksha. Irritato perché gli dèi non gli avevano lasciato nemmeno una parte delle offerte rituali, egli minacciò di distruggerli tutti con la sua arma. Allora gli dèi caddero ai suoi piedi e appagarono il Signore. Subito soddisfatto, il Signore lasciò loro l'arma come ricordo. E a loro volta gli dèi la diedero a un mio antenato, chiamato re Devarata. "Alcuni anni fa, mentre aravano una parte del mio terreno, trovai in un solco una bambina divina. Perciò la chiamai Sita, e l'adottai come figlia. Crescendo diventò una bellissima ragazza, e molti principi la chiesero in sposa. Ma io non volevo dare Sita, che ha avuto una nascita immacolata, a una persona indegna. Fu deciso che solo quell'eroe che fosse riuscito a far funzionare quest'arma avrebbe ottenuto la mano di Sita. Tutti questi principi ed altri ancora hanno provato, ma essi non hanno saputo neppure cosa farci; non hanno saputo né toccarla né tenerla in mano. Se Rama riuscirà a usare quest'arma, gli darò in sposa Sita che è d'origine divina". Intanto cinquemila uomini eccezionalmente robusti avevano portato l'arma nella sua pesante custodia montata su ruote. Il saggio Visvamitra disse a Rama: "Giovanotto, ti prego, osserva quest'arma". Rama aprì la custodia ed esclamò: "So che cos'è: penso che riuscirò a maneggiarla e anche a farla funzionare". E mentre migliaia di persone guardavano, Rama la prese, la caricò e quindi tirò: con un rumore assordante l'arma si spezzò nel mezzo. Re Janaka disse: "Sant'uomo, ora ho visto la forza di Rama, e ho visto con i miei occhi quest'avvenimento supremamente meraviglioso, incredibile e vero. Sita ha trovato il suo sposo, e darà alla famiglia dei Janaka grande fama e gloria". Quindi re Janaka e il saggio Visvamitra inviarono veloci messaggeri ad Ayodhya per informare re Dasaratha e per invitare tutti a Mithila per il fausto matrimonio di Rama e Sita. Gli ambasciatori di re Janaka giunsero presto ad Ayodhya e chiesero un'udienza con re Dasaratha. Con le mani giunte e con voce dolce, essi dissero: "Maestà, re Janaka vi manda i suoi saluti tramite noi, suoi umili servi, e s'informa sulla vostra salute. Tramite noi egli vi manda il seguente messaggio di gioia: "Tu saprai già che avevo promesso che chi fosse riuscito a usare la potente arma degli dèi, che è in mio possesso, avrebbe conquistato la mano di mia figlia Sita. Questa condizione è stata realizzata dal tuo grande e degno figlio Rama. Perciò prego umilmente che tu ci benedica presto con la tua presenza, affinché possa adempiere la mia promessa e dare Sita in sposa a Rama". Questo messaggio ha la viva approvazione sia di Visvamitra che di Satananda". Dasaratha fu felicissimo di udire questo messaggio. Subito egli fece chiamare i suoi consiglieri e precettori, diede loro la bella notizia e chiese il loro consiglio: "Se le credenziali di re Janaka sono per voi accettabili, allora procederemo verso la sua capitale senza perdere tempo". I consiglieri e tutti gli altri acclamarono la proposta, e il re compiaciuto decise che sarebbero partiti il giorno dopo. Secondo le sue istruzioni, re Dasaratha era preceduto dai suoi tesorieri, che portavano ingenti ricchezze e gemme preziose; da un potente esercito; quindi dai saggi e dai precettori, e infine dai sacerdoti di famiglia. Nel frattempo gli ambasciatori di re Janaka gli portarono la notizia, ed egli organizzò a Mithila un grande ricevimento in onore di re Dasaratha. L'incontro di questi due monarchi fu commovente e ispirante. Nel suo discorso di benvenuto, re Janaka disse: "Mi sento onorato e benedetto dalla tua visita a Mithila, o migliore tra gli uomini! Presto vedrai i tuoi eroici figli. Il mio casato viene elevato da questa alleanza di matrimonio con il casato di Raghu. Domattina, dopo le debite cerimonie, e con le benedizioni dei saggi, assisterai allo sposalizio". Nella sua risposta, re Dasaratha disse: "Così ho sentito dire: chi riceve un dono è nelle mani del donatore! Tu sei il donatore, in quanto desideri dare tua figlia in sposa a mio figlio. E certamente io farò tutto quello che dici". Quest'espressione di benignità e dolcezza da parte dell'anziano re Dasaratha commosse re Janaka. Poco dopo il ricevimento regale, Dasaratha vide e abbracciò Rama e Lakshmana, che toccarono umilmente i piedi del padre. Poi ognuno di loro si ritirò nel proprio appartamento. La mattina seguente re Janaka mandò a chiamare suo fratello Kusadvaja, re di Sankasya, dopo averlo informato delle imminenti celebrazioni. Poi invitò gentilmente re Dasaratha alla corte reale, insieme al suo precettore e ai sacerdoti. Dopo aver preso posto nella corte, Dasaratha disse: "Il saggio Vasishtha è il nostro portavoce, a lui chiedo di portarvi a conoscenza della nostra discendenza". Vasishtha elencò i nomi degli antenati di Dasaratha, tra i quali c'erano Marici, Kasyapa, Vivasvan, Manu, Ikshvaku, Mandhata e Asita. Quest'ultimo era morto nell'Himalaya, lasciando due mogli che aspettavano ognuna un bambino. Una di loro diede del veleno all'altra, per distruggerne il feto. Ma Kalindi incontrò il saggio Chyavana, per grazia del quale il feto che era stato avvelenato rimase illeso. Il bambino che era stato avvelenato prima di nascere fu chiamato Sagara, poiché era 'sa' (con) 'garena' (veleno). Dopo Sagara vennero Amsuman, Bhagiratha, Kakutstha, Raghu, e così via fino ad Aja, il cui figlio è Dasaratha, i cui figli sono Rama e Lakshmana. E Vasishtha concluse: "Immacolato è il lignaggio di re Dasaratha, fin dalle origini. Poiché tutti i re sono stati pii, eroici e veritieri. Io chiedo le mani delle vostre due figlie per Rama e Lakshmana. A spose tanto meritevoli devono essere dati sposi degni di loro". A sua volta, lo stesso re Janaka elencò la sua discendenza, poiché come disse: "In occasione del matrimonio della propria figlia con un degno sposo, chi appartiene ad una dinastia rispettabile deve fare conoscere i propri antenati". Tra i suoi antenati c'erano Nimi, Mithi, il primo Janaka, Suketu, Devarata, Maharoma, Swarnaroma e Hriaswaroma. Janaka continuò: "Quest'ultimo ebbe due figli: mio fratello Kusadvaja e me medesimo. Dopo avermi insediato sul trono, nostro padre si ritirò nella foresta. In seguito, il potente re di Sankasya - di nome Sudhanva - invase Mithila; ma fu sconfitto e ucciso da me. Quindi io installai Kusadvaja sul trono di Sankasya. "Questa è la mia discendenza. Io dico, e lo ripeto tre volte al di là di ogni dubbio, che ti do le mie due figlie: Sita - che è d'origine divina - e anche la mia seconda figlia Urmila, perché siano tue nuore; Sita come moglie di Rama e Urmila come moglie di Lakshmana. Perciò si dia subito inizio alle cerimonie auspicali che precedono le nozze. E il terzo giorno a partire da oggi si celebreranno le nozze. Che si diano abbondantemente doni per auspicare il benessere di Rama e Lakshmana". I due potenti saggi Vasishtha e Visvamitra avvicinarono re Janaka e gli dissero: "O re, la dinastia di re Dasaratha e la tua sono grandissime e senza pari. E perciò naturale che le tue figlie sposino i figli di re Dasaratha. Ma c'è di più! Noi suggeriamo che le due figlie di tuo fratello Kusadvaja siano date in matrimonio agli altri due figli di re Dasaratha". Felice, re Janaka rispose con grande umiltà: "Considero un'incomparabile benedizione che questa proposta venga da due saggi come voi. Perciò così sia: che le figlie di Kusadvaja diventino le mogli di Bharata e Satrughna". Alzandosi dal suo seggio, re Janaka indicò due posti elevati riservati ai due saggi nel padiglione delle nozze, e chiese loro umilmente: "Voi avete conferito il più grande dharma (benedizione o merito) su di me. Io sono il vostro umile discepolo! O migliori tra i saggi, accettate benignamente questi seggi elevati. Vi prego di condurre le cerimonie auspicali". Nello stesso tempo re Dasaratha si congedò da re Janaka e da re Kusadvaja e si ritirò nel suo accampamento, per condurre la parte delle cerimonie che riguardava gli sposi. Là, per il bene dei suoi figli, egli diede in carità migliaia di vacche adornate d'oro alle persone religiose. Nello stesso giorno arrivò Yudhajit, cognato di re Dasaratha e fratello della regina Kaikeyi, con il messaggio che il padre della regina desiderava vedere suo nipote Bharata e anche Satrughna. La vera e propria cerimonia nuziale ebbe inizio nel padiglione. Dasaratha s'avvicinò all'entrata e si fece annunciare a Janaka, che gli rispose: "Questa è la casa dell'imperatore Dasaratha! Ha forse bisogno di chiedere il permesso a qualcuno per entrare? Vieni! Tutti noi aspettavamo con ansia il tuo arrivo". Come preliminare alla cerimonia delle nozze, cominciò l'adorazione del fuoco sacro. I più santi tra i saggi recitarono i mantra. Al culmine della cerimonia re Janaka condusse Sita da Rama e, ponendo la mano di lei in quella di lui, gli disse: "O Rama, questa è Sita, mia figlia, che da oggi è la tua compagna nella vita. Accettala. Tieni la sua mano nella tua. Lei ti seguirà sempre come la tua ombra". Il mondo intero e gli esseri celesti gioirono. Poi Janaka diede Urmila a Lakshmana; e quindi, a nome di suo fratello, diede Mandavi a Bharata e Srutakirti a Satrughna. Ora le quattro coppie benedette adorarono il fuoco sacro e s'inchinarono umilmente ai saggi e ai genitori per ricevere le loro benedizioni. Quindi si ritirarono nei loro appartamenti. Dopo averli accompagnati, anche i re e tutti gli altri si ritirarono nei propri alloggi. La mattina seguente, tutti i re, i saggi e gli ospiti erano pronti a partire. Il saggio Visvamitra si congedò dai re e partì immediatamente per l'Himalaya. Anche re Dasaratha si stava preparando a partire, quando re Janaka gli consegnò un'ingente e ricca dote: migliaia di vacche, tappeti, carri, serve, ecc. Quindi re Janaka tornò a Mithila. Mentre re Dasaratha tornava ad Ayodhya con i suoi figli, le nuore e tutti gli altri, lungo la strada ci furono sia buoni che cattivi presagi! Ben presto essi videro a distanza una terribile tempesta di polvere. Quindi apparve davanti ai loro occhi il terribile Parasurama, il nemico giurato degli kshatriya, con la sua ascia e i capelli intrecciati sulla testa. I saggi e i sacerdoti intorno al re rimasero perplessi, ma ricevettero Parasurama con grande rispetto e devozione. Tuttavia, inflessibile nella sua determinazione, Parasurama si rivolse a Rama dicendo: "Ho sentito parlare della tua meravigliosa impresa nell'usare l'arma che possedeva re Janaka. Ne ho portata un'altra con me! Caricala e usala, o Rama; mostrami il tuo valore e la tua forza. Se ci riuscirai, ti sfiderò a duello". Scosso da quanto aveva udito, re Dasaratha disse: "O brahmana, avevi promesso che non avresti più ucciso i condottieri e i sovrani (gli kshatriya), dopo averne ammazzati tanti. Perché ora vieni meno alla tua parola d'onore? Certamente sei venuto qui per annientarmi del tutto; perché senza di Rama nessuno di noi qui continuerà a vivere. Ignorando queste parole, Parasurama continuò a rivolgersi a Rama: "L'arma che hai rotto a Mithila e quella che ho qui con me furono entrambe forgiate da Visvakarma. Il Signore Shiva usò quell'altra, mentre questa fu data al Signore Vishnu. Una volta gli dèi vollero determinare quale delle due divinità fosse più potente. Istigati da Brahma, i due cominciarono a combattersi in duello. Ma il Signore Vishnu fece tacere l'arma di Shiva. E quindi fecero pace. Sconfitto, il Signore Shiva diede la sua arma (quella che tu hai rotto di recente) a Devarata. Mentre l'arma in mio possesso il Signore Vishnu la diede al saggio Ricika, che a sua volta la diede a mio padre. Ma siccome egli rifiutò di usarla, approfittando di questo Sahasrabahu lo uccise. Per vendicare la sua morte, io uccisi tutti gli kshatriya, conquistai il mondo e lo offrii al saggio Kasyapa. "Dopo questi fatti mi sono ritirato dal combattimento attivo e ora vivo sul monte Mahendra. Ma avendo saputo della tua impresa a Mithila, sono venuto qui a sfidarti. Carica anche quest'arma, e usala se puoi. Poi ti sfiderò a duello". Dopo un rispettoso silenzio, in omaggio agli anziani presenti nell'assemblea, Rama rispose: "Sant'uomo, ho sentito parlare di te e del modo in cui hai vendicato l'assassinio di tuo padre: e l'approvo. Adesso guarda il mio valore!". Prendendo l'arma, Rama la caricò e la preparò; quindi disse con ira a Parasurama: "Non posso ucciderti con questa, perché sei un adorabile brahmana. Ma una volta preparata essa dev'essere usata. Dimmi: a che cosa devo puntarla? O ti renderò impossibile muoverti, oppure ti priverò dei mondi che hai guadagnato". Parasurama disse: "Vinsi tutta la terra e la offrii al saggio Kasyapa. Poi egli mi disse: "Non devi vivere nel mio regno", e quindi mi ritirai sul monte Mahendra. Ma ti prego, non privarmi del movimento. Ritornerò subito sul monte Mahendra. Puoi privarmi dei mondi che ho guadagnato. Non mi vergogno d'essere stato sconfitto da te: perché so che tu sei il Signore Vishnu in persona, e per questo conoscevi bene l'arma! Usa l'arma, Rama, e io partirò". Rama lanciò il missile. E dopo aver salutato umilmente Rama, Parasurama andò sul monte Mahendra. Vedendo che re Dasaratha era ancora esterrefatto, Rama lo informò rispettosamente della partenza di Parasurama. Tutto il gruppo continuò il viaggio, e presto raggiunse Ayodhya, la capitale. I cittadini, che erano stati già informati e delle imprese di Rama e del suo matrimonio, si raccolsero lungo il percorso del corteo regale per potere vedere, salutare e benedire Rama. Arrivati al palazzo, i giovani e le loro spose furono amorevolmente ricevuti dalle regine. Da allora le quattro coppie divine vissero felicemente, adempiendo tutti i loro doveri familiari, sociali e religiosi. Un giorno re Dasaratha ricordò a Bharata e a Satrughna che lo zio di Bharata era in attesa di condurli a far visita al nonno. Quindi, dopo aver salutato i genitori e anche Rama, Bharata partì insieme a Satrughna per andare a trovare suo nonno. Rama e Lakshmana continuarono a servire i genitori e i precettori, rendendo in particolare a questi ultimi tutto il servizio che doveva essere fatto. In questo modo essi deliziavano i cuori di re Dasaratha, dei saggi e di tutti gli altri. Il popolo era molto contento della nobile indole di Rama. Sita e Rama erano immensamente devoti l'un l'altro. Sita conosceva anche le intenzioni e i desideri inespressi di Rama, e li esaudiva con amore. FINE DEL BALA KANDAM Libro secondo: AYODHYA KANDAM - La vita ad Ayodhya Vedendo l'amato figlio Rama crescere e diventare un giovane principe pieno di qualità insuperabili, la regina Kausalya era piena di gioia suprema; come lo era stata Aditi nel vedere crescere Indra. Rama era un giovane perfetto, che possedeva tutte le nobili qualità: era dotato di perfetto autocontrollo ed era paziente con gli errori degli altri, ma lui stesso non agiva mai male. Cercava la compagnia degli anziani e dei saggi. Era molto colto e raffinato, e anche il suo comportamento era molto educato. Le sue azioni erano governate dal più alto codice di giustizia; e non era interessato ad una condotta indegna. Nell'arte della guerra era più che un maestro. Sapeva quando usare la violenza e quando controllarsi. Anche il suo corpo era perfetto, sano, forte e bello. Era svelto di mente, e capace di leggere il pensiero e le intenzioni di chiunque andasse da lui. Era molto preparato nelle sacre Scritture, e perciò conosceva bene le ingiunzioni e le proibizioni riguardanti i tre scopi della vita (il Dharma, il benessere materiale, e anche la ricerca del piacere). Egli non dimostrava simpatie o antipatie verso gli altri, e quindi conquistava l'amicizia di tutti. Era veramente l'incarnazione di tutte le buone qualità, ed era - per così dire - la vita stessa delle persone che si muoveva all'esterno dei loro corpi. Re Dasaratha era felicissimo di tutto ciò: era molto fiero di Rama e l'amava molto. Ma in questo periodo avvertì dei presagi di terribili mali. E poi stava pure invecchiando; perciò gli fu naturale pensare che la sua fine era prossima. E si chiese: "Come posso fare per assicurarmi che Rama ascenda al trono mentre sono ancora in vita? Invero egli è più che degno d'essere re. Io sono vecchio e ho vissuto abbastanza. Sarebbe per me la più grande benedizione vedere Rama, l'amato di tutti, governare la terra prima che io vada in cielo". Il re non perse molto tempo prima d'informare i ministri, i precettori ed altri del suo desiderio. E poiché Rama era assai benvoluto da tutti i sudditi, dai ministri e dai precettori, non ci fu di fatto alcun problema né impedimento alla sua ascesa al trono. Allora il re invitò a corte i capi delle comunità di tutte le città e i paesi del suo regno, per conoscere la loro opinione. Inoltre invitò i re e i governanti di tutti i regni e gli stati confinanti, per avere anche la loro approvazione, affinché Rama fosse sicuro non solo della lealtà dei suoi sudditi, ma anche dell'amicizia di tutti i vicini. Tuttavia, per una svista, re Dasaratha aveva dimenticato d'invitare suo suocero, il re dei Kekaya, e il suocero di suo figlio, re Janaka. Quando tutti gli invitati arrivarono, furono riuniti a corte. Ora re Dasaratha si rivolse all'assemblea con queste parole: "Ho vissuto a lungo e per molto tempo ho portato sulle spalle gli onerosi doveri di un re. Questo corpo è vecchio e stanco. Desidero nominare mio figlio per proteggere il mio popolo, e dare a questo corpo il necessario e meritato riposo, ritirandomi. Sono convinto che egli sarà superiore a me e a tutti i miei antenati, e che il suo regno sarà una grandissima fortuna per la terra. È questo accettabile per voi?". L'assemblea applaudì di cuore la proposta del re, e il suo portavoce disse: "Maestà, davvero ci avete governato bene e a lungo. È ora che Rama, il nostro prediletto, salga al trono". Il re si rivolse nuovamente a loro: "Sono contento della vostra spontanea risposta. Ma vi prego, ditemi, perché volete che Rama sia incoronato mentre io sono ancora in vita?". La risposta fu di nuovo spontanea e immediata. L'assemblea assicurò il re di non essere dispiaciuta con lui, ma che adorava Rama. Il portavoce disse ancora: "Rama è un sat-purusha, l'uomo ideale devoto alla verità, la fonte della giustizia e del benessere. Egli è dotato di grande conoscenza, saggezza, valore, compassione, autocontrollo e ogni altra buona qualità che l'uomo ideale deve possedere; inoltre egli s'identifica totalmente con le gioie e i dolori del popolo e, come tale, è il regnante ideale. Egli è degno di governare i tre mondi, non solo questo: e né la sua ira né il suo piacere sono senza motivo. Noi sentiamo che il regno è impaziente di vedere Rama installato sul trono. Sappiamo che tutto il popolo, e specialmente le donne, pregano ogni giorno perché egli diventi il loro re. Dasaratha fu felicissimo e li ringraziò tutti per il consenso dato alla sua proposta. Dopo che l'assemblea s'e