ELIZABETH WEBSTER. STORIA DI UN'AMICIZIA. LA FOGLIA CADDE volteggiando ai suoi piedi. Si chinò a raccattarla e la tenne stretta fra la punta delle dita. Anche gli alberi muo- iono, pensò. Poi guardò la foglia: fresca, tenera e verdissima, strappata forse da un uccello in volo o da un lieve turbine di vento. Dev'essere primavera, allora. Non autunno. Non l'agonia dell'anno. Si rese conto a un tratto di non avere mai badato alle stagioni, occu- pato com'era sempre a scorrazzare per il mondo a caccia di notizie, per tornare poi lí, a Londra, nell'indaffarata redazione del giornale. Ma era davvero primavera? Le stagioni erano ben diverse, in quei paesi lon- tani. La pioggia cadeva per mesi e mesi oppure il sole ardeva senza fine in un cielo implacabile e lui non aveva certo il tempo di fermarsi a guardare una foglia. Ma lí? Lí il cielo era mite e la foglia nella sua mano era verde. Proseguí e i piedi lo portarono automaticamente in Fleet Street. Salí alla sala cronaca, salutando con un cenno del capo il portiere, mentre passava. « ...giorno, George. » Il portiere sorrise. « Buongiorno, signor Farrant. » Gli era simpatico Jake Farrant. Come lo era piú o meno a tutti. Benché fosse un impor- tantissimO personaggio della televisione, sempre incaricato di seguire sul posto tutti gli avvenimenti piú sensazionali, non mancava mai di salutarlo amichevolmente quando tornava da un servizio. Jake si fermò, appena entrato in sala cronaca, guardandosi intorno con la strana sensazione di trovarsi in un mondo irreale. Telefoni che squillavano, telescriventi che tempestavano, teste chine sulle scrivanie. Nessuno parve accorgersi di lui: erano tutti troppo affaccendati. Con una mesta scrollata di spalle, Jake attraversò la grande stanza rumorosa, dirigendosi verso il santuario del direttore, Bob Harris, che in quel momento - lo si sentiva attraverso la porta spalancata - stava rovesciando una valanga di contumelie sulla testa di uno sfortunato interlocutore all'altro capo della linea telefonica. « E occupato, Bob? » domandò Jake a un indaffarato giornalista in fondo alla stanza, accennando col capo al direttore. Bill Franklyn, uno degli amici piú cari di Jake, abbozzò un sorrisetto sconsolato: « Quando mai non lo è? » Poi, notando qualcosa di strano sul viso del collega, aggiunse: « Ma ti riceverà ugualmente. Posso esserti utile? » Jake scosse la testa. « Non ora. Vieni a bere qualcosa, dopo? » « Dopo che? » domandò Bill. Ma Jake era già entrato nel santuario, chiudendone la porta. « Salve, Jake » disse Harris, concludendo la sua intemerata e sbat- tendo giú il ricevitore. « Ti ho fatto chiamare? » « No, sono venuto di mia spontanea volontà. Bob, intendo dimet- termi. » « Dimetterti? » fece eco il direttore. « Non dirai sul serio! » « Sul serio, sí. » « Ma... » Bob Harris sembrava sconcertato. « Sei il mio corrispon- dente estero piú anziano, il migliore che io abbia mai avuto! Che cosa c'è? Vuoi un aumento? » « No, niente del genere. Solo che. . . ho bisogno di una pausa. » « Per scrivere un altro libro? » Jake esitò un attimo. « Forse. » Harris lo guardò attentamente. Qualcosa, sul suo viso, lo turbava. Bello come sempre... forse un tantino piú magro? E i suoi occhi - ai quali, come Bob aveva appreso dai suoi servizi, non sfuggiva nulla- erano fermi e limpidi come sempre, e dello stesso grigio scuro... o forse ancora piú scuri? Non riusciva a precisare che cosa, ma qualcosa di nuovo c'era, una sorta di strana fragilità. « Allora, che cosa ti prende, adesso? » domandò bruscamente. Jake si strinse nelle spalle. « Voglio solo andarmene per riflettere. » « Andartene dove? » « Non lo so. Andarmene e basta. Ho bisogno di restare solo per un po' di tempo. » Tempo, pensò Jake. Ho bisogno di tempo. « Puoi prenderti una vacanza lunga quanto vuoi, ma non accetto le tue dimissioni. Sarai ugualmente a stipendio pieno, finché non avrai concretato i tuoi progetti. » Il giornalista sembrò un po' imbarazzato. « E se io non avessi alcun progetto? » « Non essere sciocco » ribatté seccamente Bob. « Tutti hanno dei progetti. E in ogni caso, come te la caverai economicamente? » « Me la caverò con i miei risparmi. O forse scriverò un altro libro. Non ho bisogno di molto. » Bob sbuffò. « Ma che razza di idea! » Jake si girò per uscire. « Mi farò vivo » promise. Qualcosa che nemmeno lui avrebbe saputo spiegare, spinse Bob ad alzarsi e ad afferrare Jake per un braccio. « Abbi cura di te stesso! » raccomandò. In sala cronaca, Bill Franklyn alzò gli occhi in viso all'amico e balzò in piedi, seguendolo fuori. Poco dopo furono raggiunti da Manny Feld- -- man, un altro dei colleghi piú vicini a Jake, e insieme scesero al bar dove si ritrovavano tutti all'ora di colazione. Un coro di saluti prove- nienti da ogni parte accolse Jake mentre si faceva strada fra la piccola folla per raggiungere il séparé in fondo alla sala. « Qui staremo piú tranquilli » osservò e offrí da bere per tutti. Bill si accomodò con le lunghe gambe sotto il tavolo. « Mi dici che cos'è questa storia, Jake? » ¨ « Quale storia? » ribatté lui, cercando di apparire indifferente. « Quella delle tue dimissioni » precisò calmo Bill. « Da noi, anche i muri hanno orecchie, lo sai. » Seguí un lungo silenzio. Come posso dire ai miei amici che sto per morire, si stava chiedendo Jake. Sembra una tale assurdità ! Come posso dire che non sono piú il caro vecchio Jake, pieno di risorse in caso di pericolo e sempre pronto a dare una mano in ogni difficoltà? Jake, il veterano di mille campagne, il compagno fedele su cui ognuno può contare? Non è piú cosí. Adesso devo lasciare il mio posto a qualcun altro, qualcuno che non stia per morire da un momento all'altro. Ma a loro non posso dirlo, servirebbe soltanto a metterli a disagio. « Sto per partire » disse invece. « Per andare dove? » domandò Manny. « Non lo so ancora. In qualche posticino tranquillo. » Fu colto im- improv visamente da una lieve vertigine, e ingollò un sorso di birra. --; « Qualche posto lo troverò. » ; « Mia sorella ha un villino dove non va mai » disse lentamente Billy. .« Sarebbe ben contenta di ospitarti. » 13 9 « Ah, sí? E dove? » « Nel Gloucestershire. In una valle dei Cotswolds. » « Fra le colline » mormorò Jake come in sogno. « Nella pace della primavera inglese ! » « Ehi, ti stai rammollendo! » esclamò Manny. Farrant rise. « Ti darò l'indirizzo » promise Bill, « ma a una condizione. Che ti tenga in contatto con noi, capito? >) « Certo, lo farò. Ci puoi contare. » Quando Jake se ne andò, con l'indirizzo in tasca, i suoi due amici lo seguirono con uno sguardo preoccupato. « Che cos'avrà in mente? » osservò Manny, col lungo, mobile viso profondamente turbato. « Non lo so » ribatté Bill, che sembrava ancora piú turbato di lui. « Ma ce lo dirà, quando sarà il momento, vedrai. » IL VILLINO si trovava circa a metà del pendio, la facciata rivolta a sud- ovest e un bosco di faggi alle spalle. Era piccolo e quadrato, in pietra color miele, e le sue finestre riflettevano il sole al tramonto. Sotto il giardino invaso dalle erbacce e il muretto di cinta semidiroccato, si stendeva un ripido pendio erboso che scendeva al fondovalle, dove un torrente serpeggiava tra falaschi e prati in fiore, fino a raggiungere un laghetto circondato di canneti. Le sue acque scure erano cosí immobili che le gallinelle d'acqua e le folaghe lasciavano lunghe scie simili a frecce. Tutt'intorno al laghetto, le colline si innalzavano in ondulati tappeti erbosi, qui e là interrotti da boschi di faggi. Un posto splendido, dove regnava la pace assoluta. Jake posò la valigia con un sospiro di piacere. Lí forse sarebbe riu- scito a venire a patti con ciò che lo aspettava. Aveva lasciato l'auto all'inizio della stradina e percorso a piedi il sentiero sassoso fino al cancelletto del villino. Ma persino quei pochi passi lo avevano stancato e Jake chiuse per un momento gli occhi, in tacita ribellione. Non era avvezzo a tanta debolezza. Fino ad allora il suo corpo aveva sempre affrontato, senza protestare, sfide e fatiche. Ma ora? Aprí risolutamente gli occhi e si trovò davanti il visetto allegro di un ragazzino bruno che, appollaiato sul cancello, gli sorrideva, dondolando una gamba. « Salve! » esclamò il ragazzino. « Resterà qui a lungo? » « Forse » rispose Jake, sorpreso. « Vuole forse un po' di latte? » offrí il ragazzino. « E qualche uovo? » Il giornalista annuí. « Ottima idea. » Palesemente soddisfatto, il ragazzino scivolò giú dal cancello e gettò un'occhiata da intenditore al cielo limpido sopra il sole al tramonto. « Domani sarà bel tempo. » « Molto bene. » Jake riprese la valigia e aprí il cancelletto. Quando si voltò, il ragazzino era sparito. L'interno del villino era semplicissimo. Un grande soggiorno con nude pareti di pietra e un cucinino sul retro. Mobili di quercia scura e due tappeti rustici sul pavimento di legno lucido. Al piano superiore, due stanze da letto non molto grandi, affacciate entrambe sul pendio che scendeva al laghetto. In fondo al pianerottolo c'era il bagno. Guardandosi intorno con un cenno di approvazione, Farrant decise di sistemarsi nella camera piú grande, arredata con un letto, un casset- tone, un'unica sedia e un morbido tappeto di lana marrone. Il villino era fornito di acqua corrente, ma non di elettricità, però c'erano una piccola cucina a gas e uno scaldabagno collegato, a quanto pareva, col fuoco del camino in soggiorno. E in estate? si domandò Jake. Bagni freddi, probabilmente. In ogni caso, lui non sarebbe stato Ií, in estate. Prima che i suoi pensieri potessero proseguire su quel cammino peri- coloso, qualcuno bussò alla porta aperta. Sulla soglia c'era di nuovo il ragazzino bruno, sorridente, con una grande ciotola di latte, una forma di pane fatto in casa e un cestello di uova. « La signora Bayliss, la moglie del fattore, ha detto che può pagare alla fine della settimana. , « D'accordo » convenne Jake annuendo. « La legna è nella rimessa » aggiunse il ragazzino. Sembrava tutto bruno e oro, fermo lí nel sole al tramonto. Capelli bruni e arruffati, occhi bruni con pagliuzze d'oro, persino le lentiggini sul suo naso asso- migliavano a una lieve spolveratura d'oro sulla pelle bruna. E i suoi indumenti erano di uno sbiadito color terra. « Le piacerebbe venire a vedere i cigni? » propose mentre si voltava per andarsene. « Domani? » « Volentieri » rispose Farrant. Comincio già a desiderare qualcosa, pensò e, sorridendo fra sé, entrò in casa. LA MAttiNA seguente si svegliò presto, quando pochi uccellini asson- nati cominciavano appena a pigolare. Lui non conosceva i richiami di tutti, ma quello non era un insonnolito piccione di bosco? Poi un altro 141 uccello, completamente sveglio, tentò un accordo di note limpide e flautate e di fischi. Un merlo, senza dubbio. Mentre Jake se ne stava lí sdraiato, in ascolto, una piccola cascata di sassolini batté contro la sua finestra. Lui si alzò, cercando di ignorare la lentezza crescente dei pro- pri movimenti, e andò a spiare attraverso i vetri. Lí sotto, con una raggiante espressione di benvenuto, c'era il ragaz- zino del giorno prima. « Venga giú » disse. « E il momento migliore, questo. » Farrant si vestí in fretta, scese e uscí in un mondo che sembrava lavato di fresco. La rugiada luccicava su ogni foglia e ogni passo lasciava sull'erba un'orma argentea. « Quello è il mio merlo » spiegò il ragazzino accennando col pollice alla cima di un pero. « Era caduto dal nido l'anno passato. Tutti mi dicevano di torcergli il collo, e invece è campato! Gli davo pane e latte, da principio, poi sono passato al becchime per i polli. Veniva ad appol- laiarsi sulla mia spalla, nascondeva la testa fra i miei capelli e si addor- mentava. » « Fra i tuoi capelli? » Il ragazzino si passò una mano fra i riccioli bruni. « Sí, credeva che fossi la sua mamma, penso. Un giorno, tornando a casa, I'ho trovato che sbatteva contro la gabbia, cercando di uscire. Allora ho capito che era arrivato il momento di lasciarlo libero, ma correva sempre da me a mangiare, se battevo un cucchiaio contro una tazza. Lo fa ancora adesso. » Alzò lo sguardo ai fiori color crema del pero e fischiò. Il merlo ricambiò il fischio. « Ha sentito? Mi riconosce ancora. L'ho tenuto in vita per tutto l'inverno, nella rimessa in giardino. In gennaio è caduta una gran quan- tità di neve e dev'essere stata molto dura per gli uccelli. Non trovavano piú niente da mangiare. Io invece glielo portavo ogni giorno. » Levò di tasca un pezzo di pane raffermo, lo sbriciolò e sparpagliò le briciole in giro sul terreno. « Ha una compagna, adesso... e un nido con cinque uova. » Dall'alto del pero, il merlo girb su di loro un luccicante occhio nero e lanciò un gioioso grappolo di note, poi volò giú e prese a esaminare le briciole sparse. « E addomesticato » commentò il ragazzino. « Ciao, Beaky » disse all'uccello. « Hai ragione, è una gran bella giornata. » E con un piccolo salto di gioia si incamminò sull'erba, seguito da Jake. Devo essere stato stregato, pensava intanto il giornalista. Non so chi sia questo ragazzino, non so neppure come si chiama, eppure eccomi qui, alle cinque di mattina, trascinato a fare il monello come un bambi- netto. E il peggio è che mi ci diverto! Scesero lungo il pendio. Il laghetto era immobile, senza un'increspa- tura. Il ragazzino si mise un dito sulle labbra e fece cenno a Jake di accovacciarsi sulla riva erbosa accanto a lui. « Aspetti » sussurrò poi. « I cigni arriveranno presto. » Lo sguardo di Farrant si spostò su un disordinato mucchio di ramo- scelli che il ragazzino stava fissando attentamente. A un tratto il tran- quillo, silenzioso mondo del lago fu sconvolto da uno stormo di anatre selvatiche che eruppero dal canneto. Jake ne fu incantato. L'aria stessa sembrava aver preso vita, col frullare di tante ali. « Ascolti » sussurrò di nuovo il ragazzino. « Stanno arrivando. » Ora li udiva anche Jake. Dapprima fu soltanto un lieve normorio nel vento, che poi andò via via aumentando d'intensità finché il battito di grandi ali non divenne una gloriosa sinfonia ritmata. Il rumore del loro passaggio si allargò su di lui che, alzando gli occhi, li vide stagliarsi nella luce del mattino: quattro grandi cigni candidi, dal sottile collo proteso, che battevano le ali in perfetta sincronia. L'uomo e il ragazzo rimasero immobili per un lungo momento, affa- scinati, finché i cigni non furono scomparsi e la quiete non tornò a regnare sul laghetto. Finalmente il ragazzino si scosse e tese una mano. « Venga. » Aiutò Jake a rimettersi in piedi e insieme, camminando lentamente fra lame di sole e oblique macchie d'ombra, tornarono al villino. « Entri a fare colazione con me? » domandò Jake. Il ragazzino scosse la testa, mentre un'espressione quasi di rimpianto gli oscurava il viso, ma poi rise. « Oggi no, grazie. Devo andare, adesso. Ma posso venire domani? » Il giornalista annuí sorridendo a sua volta, mentre si chiedeva come potesse ringraziarlo per lo spettacolo stupendo che gli aveva mostrato. Ma, prima che potesse trovare una risposta, lui era sparito. FARRANT trascorse quella prima giornata a fare provviste e a esplorare il suo piccolo regno. Riprese l'auto e andò al negozio del paese. Non aveva molta fame, in quei giorni, ma doveva tener conto anche del ragazzino. Probabilmente sarebbe stato un ospite abbastanza assiduo e, si sa, i ragazzi sono sempre affamati. Caricò l'auto, sorrise alla signora che era a un tempo l'impiegata della posta e la proprietaria del negozio, e tornò a casa, guidando lentamente lungo la strada soleggiata e cosparsa di foglie. Trascorse un pomeriggio tranquillo, sistemando i suoi libri e predi- sponendo la macchina per scrivere su un tavolo vicino alla finestra del soggiorno. Si era portato anche la radio e l'accese all'ora del notiziario. Ma ormai quegli eventi che sconvolgevano il mondo e che erano stati il perno della sua vita sembravano lontanissimi e privi d'importanza. Lí fuori splendeva un caldo sole pomeridiano e il merlo zirlava. Uscí a dare un'occhiata al giardino disordinato. Era primavera, forse avrebbe potuto cercare di ripulirlo un po' e seminare qualcosa. .. Si sentí prudere le mani per il desiderio di mettere ordine in quella giungla verde. Probabilmente lui non sarebbe stato piú lí a vedere i risultati, ma comunque. . . « Potrei falciargliele io quelle erbacce » disse accanto a lui la voce del ragazzino. « E potremmo fare un po' di spazio per qualche verdura, anche se io preferisco i fiori. » Tirò Jake per una manica. « Guardi! I bucaneve sono finiti ormai, ma ci sono le primule sotto le foglie e le giunchiglie selvatiche, vede? E stanno per sbocciare le campanule. » Jake si chinò a guardare le stelle giallo chiaro delle primule. « Cosí tenere! » mormorò confusamente. Il ragazzino sorrise. « Certo che sono tenere. Sono appena spuntate! Ma sono capitate in un mondo terribile. Piedi che calpestano tutto, trattori e disinfestanti dappertutto. Però, queste sono abbastanza al slcuro, qui. » Parlava dei fiori come di persone che conoscesse, rifletté Farrant, persone innocenti alla ricerca di un posto tranquillo e sicuro dove poter vivere. E gli tornarono alla mente le interminabili file di profughi che si trascinavano lungo le strade dopo l'ultima guerra che aveva visto da vicino. Ma questa era una guerra diversa, su un diverso campo di batta- glia, una guerra nella quale era coinvolto personalmente anche lui. « Però è ancora peggio per gli animali » riprese il ragazzino. « Presi di mira e uccisi dai cacciatori, per la maggior parte. » Scintille di collera lampeggiarono nei suoi occhi. « I tassi, per esempio. Sono quasi scom- parsi ormai, da queste parti. Uccisi coi gas o stanati dai loro rifugi. » « Come mai? » domandò Jake. « La vecchia credenza che possano trasmettere la tubercolosi alle mucche. » Il ragazzino sbuffò. « Secondo me è una scemenza bell'e buona. I tassi erano qui molto prima del bestiame e resta ancora da provare che la tubercolosi sia colpa loro. E in ogni caso sono molto utili, poverebestie! » Il giornalista annuí, serio. « Sei un bravo paladino, tu. » Il ragazzo diede un calcio a un sasso e proseguí, assorto nei suoi ricordi: « L'anno passato avevo un cucciolo di volpe. L'avevo trovato accovacciato in un fienile, mezzo morto di freddo. Qualcuno doveva avergli ammazzato la mamma, immagino. L'ho tenuto finché non è stato in grado di badare a se stesso. Gli animali selvatici non bisogna tenerli per troppo tempo, capisce, altrimenti non sanno piú cavarsela da soli, in libertà ». « Che ne è stato di lui? » Il ragazzino si strinse nelle spalle. « Quando l'ho lasciato andare, era pronto. Forse sarà ancora vivo, se non l'ha ammazzato qualche caccia- tore, o qualche agricoltore. Avrà certo pizzicato una gallina, prima o pOI. E non Sl PUO fargliene una colpa, le pare? Fa parte della loro natura. » La sua voce non sembrava particolarmente triste. Le cose stavano cosí e bisognava accettarle. « Si vive e si muore » aggiunse filosoficamente. « Questo mi faceva piangere, quand'ero piccolo. Ma adesso non piú. » Jake lo guardò incuriosito, poi domandò: « Ma tu ce l'hai un nome? » « Oh, ne ho due o tre » ribatté il ragazzino ridendo. « Ma lei non saprebbe pronunciarli. Siamo nomadi, capisce? » Nomadi, pensò il giornalista. Lo sono stato anch'io per la maggior parte della mia vita, faceva parte del mio lavoro. Ma in un altro senso. « Zingari, vuoi dire? » domandò. Il ragazzino esitò. « Cosí diceva il nonno. Siamo venuti dall'Unghe- ria... o forse era la Polonia... tanto, tanto tempo fa. Ci chiamavano musicisti, allora. i> « E in Inghilterra quando ci siete venuti? » « Oh, tanto tempo fa, ancora prima che nascesse mio papà. E andia- mo ancora al sud, d'inverno, dopo il raccolto del luppolo. » « Al sud? Tornate in Europa centrale? » « No. Andiamo in Spagna, dove fa caldo. Poi in primavera torniamo qui. Seguiamo il sole come le vadni ratsa le oche selvatiche. » « L'inverno scorso però siete rimasti qui. Mi hai detto tu che è venuta tanta neve e che hai messo il merlo nella rimessa. » « E vero. C'era uno troppo malato per viaggiare, sicché siamo rima- sti. Buon Dio, che freddo! » Il ragazzino rabbrividí, rammentando qual- cos'altro, oltre al rigido inverno. « E stato allora che è morta la nonna. Abbiamo dovuto bruciare il suo varda, il carrozzone. Era l'ultimo vec- chio varda della mia famiglia. Erano tutti troppo lenti e sgangherati, ormai, non servivano piú per viaggiare, anche se io preferisco i cavalli ai motori! 11 babbo ha ancora alcuni grais come li chiamiamo noi, perché anche a lui piacciono di piú. » 144 145 Per un momento gli occhi bruni punteggiati d'oro si fecero pensierosi e lontani, ma il ragazzino ridivenne subito gaio e sorridente. « Bene, adesso comunque è primavera, splende il sole e noi abbiamo una roulotte tutta nuova! » « Sí, ma tu come ti chiami? » insistette Farrant, affascinato. « A volte mi chiamano Kazimir, a volte Jerczy. In una scuola dove andavo, i ragazzi mi chiamavano Saltamartino, perché sono capace di fare salti molto alti. » Ne diede un esempio balzando in aria come una palla. Jake sorrise. « Sicché vai anche a scuola, qualche volta! » « Quando capita. Se ci fermiamo abbastanza a lungo in un paese e se hanno posto per noi. O se non c'è nessuna fiera di cavalli, oppure se piove. » Si guardarono con un sorriso carico di sottintesi, come due cospira- tori. Anche Jake stava fuggendo da qualcosa. Tuttavia disse a se stesso che era suo dovere dare qualche saggio consiglio a quel piccolo zingaro. « Vedi » disse, « a scuola impareresti cose che potrebbero esserti utili in avvemre. » Il ragazzino si fece improvvisamente serio, fissando l'ampio paesag- gio alle spalle di Jake. « Oh, so già leggere e scrivere e far di conto meglio del babbo » ribatté. « E dove potrei imparare piú che qui? » Fece un ampio gesto con la piccola mano bruna, spaziando dall'oriz- zonte al fondovalle. Dove, infatti? pensò Farrant e decise di non aggiungere altro. « Però non mi hai ancora detto come ti chiami. » « Il cognome della mia famiglia è Bracsas... significa "suonatore di viola". Qui in giro mi chiamano tutti Bracken, che è il nome piú vicino a Bracsas che riescano a pronunciare. Voi chiamate cosí le felci, vero? » Il sorriso del ragazzino si fece a un tratto malizioso. « E siccome, a quanto mi ha detto il babbo, io sono nato in mezzo alle felci, è un nome moltoadatto! » Jake rise. Poi fece un tentativo, quasi timidamente. « Bracken! » « Proprio cosí. » Il ragazzino piroettò sugli alluci, felice, poi gettò un'occhiata da intenditore sul groviglio di selvaticume che era stato un tempo il giardino del villino. « Vado a prendere la falce nella capanna degli attrezzi » annunciò. Poi fece una pausa, osservando il suo nuovo amico. « Lei però è meglio che stia soltanto a guardare, adesso. Potrà rastrellare domani. Per oggi ha già fatto abbastanza. » Le sopracciglia del giornalista si inarcarono per lo stupore. « Ma che cosa ti fa pensare . . . ? » Bracken sorrise, posandogli le dita brune su un braccio. « Bisogna riposare, quando si è stanchi » osservò dolcemente. « Bisogna essere ragionevoli. E poi ho ancora tante cose da farle vedere! » Prima che Jake potesse ribattere, il ragazzino era sfrecciato verso il ripostiglio e ora stava tornando con una traballante sedia di legno e una vecchia falce. Come in sogno, Farrant si lasciò sistemare in una piccola isola di verde mentre Bracken lavorava intorno a lui in cerchi sempre piú ampi. Finalmente la maggior parte della giungla giacque sul terreno fal- ciata, mentre il buon odore dell'erba appena tagliata si diffondeva nel- I'aria. « Debbo andare, adesso » disse il ragazzino. « Domani muo- viamo i grais ma verrò dopodomani mattina, se vuole. » « Bracken, non so come ringraziarti di tutto questo » mormorò Jake, accennando con la mano all'erba tagliata, al pendio ancora inondato di sole e al lago, laggiú in fondo, dove cominciavano ad addensarsi le prime ombre. Il sorriso di Bracken si fece a un tratto singolarmente saggio e tenero a un tempo. « Bisogna godersi la vita finché si può » disse e si allontanò sotto il sole morente senza aggiungere altro. LA MArrlNA dopo, Jake non ebbe bisogno della manciata di sassolini per svegliarsi. Durante la notte era stato assalito da dolori violenti e aveva avuto il suo da fare per dominarli. Sapeva che fra qualche tempo sarebbero peggiorati, ma non voleva pensarci, per il momento. Aveva altre cose di cui occuparsi per il momento, cose in cui trovava un inat- teso conforto. C'era Bracken, tanto per cominciare. Bracken, con la sua contagiosa gioia di vivere, il suo profondo amore per la natura, le nuove esperienze che scaturivano dalla sua compagnia. "Si vive e si muore" ripeté la sua voce quieta nella mente di Jake. Stando con quel ragazzo, aveva comin- ciato a rendersi conto di far parte anche lui del quadro, aveva comin- ciato a comprendere che la morte non era un evento terribile e defini- tivo, ma una sequenza naturale nell'eterno ciclo vitale del mondo che lo circondava. Credo di non averne piú tanta paura, disse a se stesso, stupito. Quando sarà, sarà. . . e frattanto, ha ragione Bracken, tanto vale che mi goda la vita finché posso! Cominciò a interrogarsi sul conto di quel ragazzo. Dove abitava? Non aveva parlato di una nuova roulotte? In un accampamento di zingari, dunque. Ma quanti erano? Che cosa facevano? Ed ecco di nuovo la voce di Bracken... Iieve e melodiosa, non del Gloucestershire, certo, 146 _ 147 ma nemmeno forestiera. Farrant aveva una certa infarinatura di lingue straniere, apprese nel corso dei suoi viaggi, compreso un po' di polacco e di ungherese, ma probabilmente Bracken e i suoi non parlavano piú né l'uno né l'altro, se pure li avevano mai parlati. Dovevano avere lasciato quei paesi da generazioni, ormai. Eppure c'era qualcosa di strano nella voce di quel ragazzino: il suo modo di parlare era a volte da persona adulta e istruita, a volte spensierato e infantile. Una voce gen- tile, tremolante di risa, tanto quieta da non spaventare nemmeno un animaletto, tanto musicale da apparire fuori del comune.. . una voce che parlava con la massima naturalezza di cose che lui stesso non aveva mai nemmeno osato formulare... "Questo mi faceva piangere, quand'ero piccolo. Ma adesso non piú." No, pensò Jake. Niente lacrime. Voglio vivere pienamente ogni gior- nata. Guardando tutto, vedendo tutto, facendo tutto ciò che potrò fare e provando gratitudine per tutto. La pioggia di sassolini arrivò in quel momento e la voce melodiosa di Bracken chiamò dal giardino. « E quasi giorno fatto, scenda! Ho portato una borraccia di tè ed è una mattina meravigliosa, tutta color perla! » Benché si sentisse ancora infiacchito per i dolori della notte, il giorna- lista si sforzò di alzarsi e avvicinarsi alla finestra. Sotto di lui il giardino scintillava di rugiada e piú giú, verso il fondovalle, i pendii erano ancora ammantati da una nebbiolina traslucida. Aveva ragione Bracken: era davvero una mattina color perla. « Un momento » gridò di rimando. « Scendo subito. » Come uscí di casa, Bracken lo prese per mano, lo fece sedere sul muretto del giardino, poi armeggiò con la sua borraccia: « Assaggi questo ». « Che cos'è? » « Tè alle erbe. Le facciamo essiccare noi stessi. Ti fa sentire tutto fresco, come il mattino. » Si divisero il tè da buoni compagni nella quiete dell'alba. Bracken aspettò che il calore della bevanda rianimasse il suo amico, facendo sparire dal suo viso quel pallore allarmante. Per lui, Jake era soltanto un altro essere vivente che aveva bisogno di cure, finehé non fosse stato forte quanto bastava per poter eavarsela da solo. Finito il tè, lo condusse nel bosco di faggi, dove le prime foglioline nuove comineiavano appena ad aprirsi. La luee era aneora tenue fra gli alti tronehi grigio argento e l'aria odorava di musehio, di foglie mor- te dell'autunno e di funghi. Tra i rami, gli ueeelli eomineiavano a lan- eiare i primi gorgheggi. Non si fermarono nel boseo, ma presero a salire... oltre le file di faggi, oltre i moneoni rieoperti d'edera dei veeehi alberi eaduti, oltre gli alti eostoni sabbiosi. Bracken si fermava spesso, per dare al compagno il tempo di riprendere fiato, ma mascherava quel proposito indicandogli ogni volta qualcosa di nuovo che valeva la pena di osservare. E Jake, benché avesse capito perfettamente il trucco, stette al gioco. « Siamo quasi arrivati! » esclamò finalmente Bracken. « Al momento giusto per veder sorgere il sole. » Ora gli alberi si andavano diradando e piú avanti si stendeva un prato, fino al sommo della collina. Il cielo cominciava a colorarsi di rosa pallido e qualche nuvola di un rosa piú acceso veleggiava alta sopra l'orizzonte. Agile e svelto, Bracken trascinò Jake fino al culmine della collina e i due si fermarono nel punto piú alto, ad ammirare le distese ondulate intorno a loro, blu in lontananza, brune, verdi e dorate sui pendii piú vicini. A Jake parve di trovarsi sulla vetta del mondo mentre osservava l'ampia curva del cielo e la tonda ciotola della terra che digradava dai crinali delle colline fino alle profonde vallate grigie di nebbia. Grandi, scuri boschi di faggi lasciavano il posto a pascoli dolcemente ondulati e punteggiati da candidi grappoli di pecore; piú lontano, a ovest, si intra- vedeva la linea argentea del fiume Severn che serpeggiava verso il mare. « Guardi là! » proruppe il ragazzino, indicando una collina tondeg- giante verso oriente. In quell'istante, una sottile, vivida striscia di luce parve sfiorare la morbida curva della collina. Poi il cielo prese fuoco e la striscia di luce andò facendosi sempre piú vivida, fino a diventare acce- cante... e finalmente il disco ardente del sole apparve sopra l'orlo del mondo. A Jake era accaduto piú volee di veder sorgere il sole, durante i suoi viaggi, ma non aveva mai assistito a uno spettacolo come quello. L'aria cosí pura, le azzurre valli addormentate, la nebbiolina candida che awolgeva piú in basso le distese di faggi, il verde vibrante dell'erba tenera sotto i suoi piedi, il canto di un'allodola mattiniera che volteg- giava nel cielo e, sopra a tutto, la fantasmagoria di colori... tanta bel- lezza intatta e incontaminata lo lasciava senza fiato, in estasi. Si sentí come l'allodola che si lanciava sempre piú in alto, cantando al cielo la propria gioia. . . solo che lui non sapeva cantare. Ma Bracken parve intuire le sue sensazioni. Sapeva quanto fosse difficile scendere dal cielo e dopo un momento sedette a gambe incro- ciate sull'erba, spingendo Jake a fare altrettanto. « Possiamo restare qui a guardare la valle che si sveglia. Farà caldo, al sole. » 'j I 148 l 149 Rammentando a un tratto qualcosa, il giornalista si frugò nelle ta- sche. « Ho portato pane, formaggio e qualche mela » disse. « Ho sem- pre fame, la mattina. » « Anch'io » ribatté Bracken e restarono lí seduti sull'erba profumata, masticando felici e osservando le valli e le colline sotto di loro mentre il sole saliva glorioso nel cielo. Due A LONDRA, nell'affaccendata sala cronaca, Bill Franklin si alzò dalla scrivania e andò nell'ufficio del direttore. « Bob, Manny e io siamo molto in pensiero per Jake. » « Non vedo che cosa potremmo fare noi » ribatté Bob Harris. « Ha deciso di andarsene per restare solo e dobbiamo rispettare la sua deci- sione. » « Sí, ma... Se avesse bisogno di qualcosa? » Gli occhi buoni e preoc- cupati di Bill scrutarono con tacita ansia quelli del direttore, che fece un cenno di assenso. « Può darsi. Ma non possiamo imporgli per forza il nostro aiuto. » Bill non parve convinto. « Sai chi sia il suo medico? » domandò bru- scamente. Bob rifletté un momento. « Una volta era Lawson, che ha lo studio in Harley Street. Sono vecchi amici, mi pare. » Il suo viso rifletté la grave preoccupazione di Bill. « Fammi sapere se c'è qualche novità. Chissà che non possiamo renderci utili. » ANDREW LAWSON era uno specialista famoso e occupatissimo, ma Jake Farrant era suo amico dai giorni lontani in cui lui era soltanto un interno all'ospedale, perciò accettò subito d'incontrare Bill e Manny e bere qualcosa insieme. « Però devo premettere una cosa » esordí in tono molto grave, quando furono seduti, guardandoli di sopra l'orlo del bicchiere di sherry. « Non mi è permesso di parlare delle condizioni di un paziente con nessuno, per quanto buone siano le sue intenzioni. » « Lo sappiamo » convenne Manny. « Ma siamo talmente preoccupati per Jake! Un uomo cosí bravo e innamorato del suo mestiere, che tutt'a un tratto pianta baracca e burattini e va a seppellirsi in campagna! Secondo me, c'è qualcosa che non va. » « Quello che vorremmo sapere » aggiunse Bill, cercando di scoprire 150 la verità senza fare domande dirette, « è... pensa che potrà avere biso- gno di aiuto in un prossimo futuro? » L'espressione grave dello specialista si addolcí un poco. « Sí, temo proprio di sí. » « Quanto... prossimo? » domandò Bill. « Piú o meno tre mesi, direi » rispose Lawson con voce improvvisa- mente affievolita dalla compassione. « Temo che il nostro Jake abbia lasciato passare troppo tempo. Ma non si può mai dire. Potrebbe anche esservl una remisslone. » Seguí un breve, pesante silenzio, poi Bill osservò, un po' impacciato: « Bene, almeno ora sappiamo a che punto siamo ». « Naturalmente quanto vi ho detto deve essere considerato stretta- mente confidenziale » raccomandò il medico. « Naturalmente » confermarono all'unisono Bill e Manny. « Però... » mormorò quest'ultimo, seguendo un suo pensiero, « co- me potremo indurre Jake ad accettare il nostro aiuto? » « Sí, è molto orgoglioso e riservato » convenne Lawson, « tuttavia sono certo che troverete il modo. Ma attenti, spesso l'indipendenza e la propria intimità personale sono tutto ciò che rimane a un uomo. Biso- gna permettergli di conservare quest'ultima dignità. » « Certo, capisco » convenne mestamente Manny. « Ma non potrebbe fargli piacere l'appoggio di due vecchi amici? » « E possibile. » Lo specialista fece un cenno di assenso, con espres- sione comprensiva. « Perché non ci provate? » « Oh, ci proveremo, e come! » dichiarò Bill. BRACKEN tornò dal suo nuovo amico solo due sere dopo la sua ultima visita. Il merlo cantava sul pero e il sole della sera stendeva un velo dorato sulla terra bruna che Jake stava rivoltando con un vanga. Aveva già rastrellato quasi tutta l'erba falciata e l'aveva raccolta in due mucchi odorosi in fondo al prato in pendio. « Le ho portato qualche piantina » annunciò Bracken, frugando nella bisaccia di pelle che portava sempre appesa alla cintura. « Me le ha date il fattore col quale ho lavorato tutto il giorno. Queste scure e sottili sono cavoli e cavolini di Bruxelles. Queste chiare e flosce sono lattughe. Cresceranno molto in fretta, se le trapiantiamo adesso. E queste con due foglie grigie sono fave. » Mostrò a Jake come mettere a dimora le pianticelle tenere e delicate nel terreno appena smosso poi, dopo aver lavorato per un po' in silen- zio, domandò a un tratto: « Dorme molto la notte, lei? » 151 Jake lo guardò un po' sorpreso. « Be', non molto. Perché? » « Mi chiedevo se le piacerebbe venire a osservare i tassi. » « Come no! » Jake parve accettare con molto piacere l'invito. « Non stanotte, però » riprese il ragazzino con uno dei suoi luminosi sorrisi. « Ha lavorato molto oggi. Domani riposerà e a sera usciremo. » Jake si sentí scioccamente deluso. Aveva sperato in un'altra avven- tura antelucana. « D'accordo » mormorò a malincuore. Si era fatto quasi buio, ormai, e le prime stelle cominciavano ad ammiccare fra i rami del pero. « Una tazza di tè? » domandò. Bracken esitò un attimo. « Posso restare qui seduto sullo scalino? » Non disse: "Non mi piacciono le case, mi fanno sentire prigioniero" ma Jake capí. Entrò e mise l'acqua a bollire. Infine uscí eon due tazze di tè e sedette aecanto a Bracken sul gradino, a contemplare la notte. Poi si ritrovò a fissare intensamente i capolini secchi di alcune pian- tine di antrisco dell'anno prima illuminati dalla lanterna che aveva por- tato fuori e si rese conto a un tratto di avere imparato a guardare le cose con occhi nuovi, da quando aveva conosciuto quel ragazzino. Ora tutto gli sembrava piú limpido, piú vivo... e meravigliosamente bello. Era come se la debolezza che cresceva in lui di giorno in giorno lo rendesse piú consapevole del mondo che lo circondava, come se persino la sua malattia gli portasse di continuo doni inaspettati. « Mi piace molto la notte » mormorò Bracken. « Si vedono meglio i contorni delle cose, sullo sfondo buio. » Già... sullo sfondo buio, pensò Jake, voltandosi per sorridere al suo piccolo amico. Ma sul gradino c'era soltanto la tazza vuota e Bracken era scomparso. Lo SVEGLIO in piena notte un grido lacerante proprio sotto la finestra. Per un attimo, gli balenò nella mente l'idea agghiacciante di rapine e di omicidi, ma poi ricordò di essere in campagna, non nelle buie strade di Londra. Il grido echeggiò di nuovo, stridulo e selvaggio, nella notte. Poi Jake udí il latrato di risposta di una volpe maschio, acuto e metallico, nel bosco dietro il villino. E il richiamo di una volpe femmina, pensò allora. Ne aveva sentito parlare, ma non lo aveva mai udito personal- mente. Un grido lugubre, terrificante. La volpe femmina gridò ancora e Jake si alzò per andare a guardare dalla finestra. L'intenso chiarore lunare si stendeva sui campi addor- mentati e inargentava il giardino. Farrant arrivò appena in tempo a 152 vedere l'agile corpo snello della volpe che balzava con grazia oltre il muro di cinta e correva attraverso i campi come un'ombra liquida. Ormai Jake conosceva bene le prime avvisaglie del dolore incom- bente. Ingollò un paio di compresse analgesiche e scese al pianterreno. Nella macchina per scrivere era rimasto infilato un foglio battuto a metà. Si chinò a leggerlo e scoprí che il resoconto di una certa guerra in corso in un paese straniero non significava piú niente per lui. Perché diavolo perdo tempo a scrivere questa roba? pensò. Sembra tutto cosí lontano, ora. Che cosa può importare alla gente ciò che dico sulle violenze che si commettono in quei lidi remoti? Prese un altro foglio e scrisse, con mano rapida e sicura: "Oggi ho visto sorgere il sole, e stanotte ho udito il richiamo di una volpe femmina". Terrò un diario, si ripromise. Ogni giorno metterò sulla carta le cose meravigliose che ho visto. Ogni giorno che mi resta sarà un nuovo viaggio di scoperta. Registrerò ogni giorno, ogni attimo della mia vita, cosí come accadrà. Guardò un'altra volta il giardino inargentato dalla luna, poi risalí in camera, si coricò e piombò nel sonno. QUANDO si alzò, la mattina seguente, si sentiva fresco e riposato. Si era ripromesso di fare come gli era stato suggerito e riposare, ma ora gli sembrava un tale spreco di tempo! Cosí decise di scendere in auto fino al paese. Doveva fare qualche spesa e chiedere informazioni riguardo al medico locale. Era già stato fin troppo sciocco a isolarsi a quel modo. Ma ora che la prima ondata di panico e di disperazione era passata... Passata? si domandò stupito. E una volta ancora si rese conto di quanto bene gli avesse già fatto la premurosa compagnia di Bracken. Il dolore, la collera e uno smisurato orgoglio lo avevano allontanato dai suoi amici piú eari, ma ora riuseiva a malapena a rieordare che cosa lo avesse spinto a quello spietato isolamento. Sapeva soltanto di essere fuggito come un animale ferito in cerca di un rifugio, di un asilo di pace, e di averlo trovato. In paese, andò direttamente all'emporio-ufficio postale di Mary Wil- lis, una donnina piccola e tonda dal viso sempre allegro, che si alzò appena lo vide, scattante e leggera come un passerotto. « Mi scusi, ma lei non è Jake Farrant? » domandò con un cordiale sorriso sul volto roseo. « L'ho vista tante volte alla TV. Abita nel villino della signora Cook, vero? » « Sí. Il fratello della signora, Bill Franklin, è un mio carissimo ami- co. » Jake si sentí sommergere da un'improvvisa ondata di nostalgia per i giorni duri eppure cosí brillanti della sua carriera. Mi manca il mio la- voro, pensò, e la splendida, tacita lealtà dei miei amici. « Ho sentito che è stato in perlustrazione col nostro piccolo zingaro, Bracken, non è vero? » « Sí. Lo conoscete tutti, qui, immagino. » Il sorriso di Mary Willis si fece ancora piú gaio. « Che Dio lo bene- dica, certo cho lo conosciamo! E un mago con gli animali, quel ragazzo, soprattutto con quelli ammalati. Chi ha qualche bestiola in casa, corre subito da lui, appena si ammala, e anche gli animali selvatici sperduti o feriti finiscono sempre chissà come nelle sue mani. » E vero, pensò Jake. « E la sua famiglia? » domandò poi. « Oh, tutta brava gente. In primavera e in estate lavorano alle fatto- rie qui intorno, e in agosto vanno a Hereford per la raccolta del luppolo. Ma non risulta che abbiano mai rubato qualcosa, anche se sono zingari, e il babbo di Bracken è bravissimo con i cavalli, li cura meglio di un veterinario. Eppure pensi... » - Mary si protese sul banco agitando un indice davanti al giornalista - « ...c'è ancora gente che non vuole vedere zingari nelle vicinanze di casa e gli aizza contro i cani. Ma questi non hanno mai fatto male a nessuno e comunque il prossimo inverno se ne andranno di nuovo. » Jake provò una fitta di sgomento. Il prossimo inverno. .. « Oh, ma mi sto perdendo in chiacchiere! Che cosa le serve, signor Farrant? » Le diede la lista che aveva preparato, poi chiese del medico. « E il dottor Martin. Abita a Sheepwick, il paese vicino, dove riceve tutti i giorni, ma ha uno studio anche qui, aperto due volte la settimana, per quelli che non possono spostarsi » spiegò la signora, scrutando in viso Jake. « Mi sembra un po' giú di giri, o sbaglio? » « Be', sí, un poco » ammise lui con un sospiro. « Signora Willis, le sarò molto grato se non dirà a nessuno chi sono » aggiunse. « Sono venuto qui per starmene tranquillo e in pace, capisce? » « Ma certo, non dubiti. Qui non la infastidirà nessuno. » Mary fece una pausa. « E il nostro Bracken avrà certo cura di lei. » Uscito dal negozio con le provviste, Farrant si fermò un momento a osservare le piccole case in pietra che fiancheggiavano l'unica strada, col sole che spandeva una magica luce dorata sui muri e le giunchiglie che chinavano le auree testoline, come se annuissero, nei piccoli giar- dini. Pace, pensò. Come mai mi sento rivivere, qui? Quale strano incan- tesimo ha operato su di me, questo posto? « Pensavo che fosse rimasto in casa a riposare! » esclamò al suo 154 fianco una voce allegra. Jake si voltò e vide il visetto sorridente di Bracken alzato verso di lui. Il ragazzino teneva in mano una gabbia di vimini dentro la quale Jake vide un uccello tutto arruffato che lo fissava con un occhio scintillante e minaccioso. « Che cos'hai lí dentro? » domandò. « Un piccolo gheppio, ferito a un'ala da una scarica di pallini. Ma credo che riuscirò a farlo guarire. » Bracken abbassb lo sguardo sulla bestiola. Era accigliato e incollerito. « Gente armata di fucile... Non si preoccupano minimamente di quello che colpiscono! » Si avviarono insieme verso l'auto di Jake. « Vuoi un passaggio? » « Ottima idea » rispose Bracken. Poi, come se ci avesse riflettuto aggiunse: « Forse potrà aiutarmi col mio gheppio ». « Volentieri » convenne il giornalista. « Ma dovrai insegnarmi che cosa debbo fare. » « Non si preoccupi » ribatté il ragazzino, salendo in macchina con la gabbia. « Glielo spiegherò. » AL VILLINO, Bracken chiese una catinella di acqua, una spugna e qualche disinfettante, poi i due sedettero insieme sullo scalino e il pic- colo zingaro posò la gabbia fra di loro. « Lo tenga lei » disse, estraendo delicatamente l'uccello dalla sua prigione. « Cosí, guardi. Con le mani intorno alle ali, perché non possa sbatterle. » Jake mise le mani intorno alle penne arruffate e sentí contro le dita il calore del corpicino, il battito frenetico del piccolo cuore che pulsava disordinatamente nello sforzo di vincere la paura. « Su, su, sta' tranquillo ora » disse Bracken all'uccello. « Fammi vedere. Ecco, cosí... piano. Vedi? Non ti faccio male. » Sempre parlando dolcemente al gheppio con la sua voce carezzevole, cominciò a pulire le penne ingarbugliate e le piccole ferite sanguinanti dove i pallini erano penetrati nel tenero corpicino che Jake teneva fermo, senza stringere troppo. Cosí almeno sperava. Ora gli occhietti lucenti e orlati di giallo erano spalancati e attenti, mentre il gheppio spostava da una parte e dall'altra la testa, cercando di vedere che cosa stesse facendo il ragazzo. Ma non tentò mai di attaccare Jake col tagliente becco ricurvo. « Ecco fatto » disse Bracken. « Sei pulito, adesso. Ora, vediamo dove sono i pallini. » Levò di tasca una sorta di sonda lunga e sottile. « Questa dovrebbe risolvere il problema. » Servendosi abilmente della sua asticciola d'acciaio, estrasse rapidamente dalle ferite un mucchietto 155 di pallini che posò accanto a sé sul gradino. Il gheppio se ne stava immobile, ora, con gli occhietti dorati semichiusi, ma il piccolo cuore affaticato e coraggioso continuava a battere freneticamente. « Piú di tanto non posso fare » mormorò Bracken. « Di questo passo, finirei per ucciderlo. Avrà sí e no un anno, credo, gli si sta appena imbiancando la punta delle penne della coda... guardi! » Lisciò le penne umide, rimettendole in ordine, poi passò un dito bruno sul piumaggio fulvo, soffermandosi affettuosamente sul capino grigio azzurro. « Possiamo rimetterlo nella gabbia, adesso. Piú tardi, quando avrà superato lo shock, cercheremo di farlo mangiare. » Posò delicatamente l'inerte mucchietto di piume sul fondo della gab- bia. « Se non le dispiace » riprese poi, « lo lascerei qui da lei, oggi. Non voglio portarlo troppo in giro. » « Ma io non so assolutamente che cosa fare! » protestò Jake. « Non deve fare niente. Lo metteremo nella rimessa, al buio, cosí potrà dormire. Se sopravviverà, si sveglierà affamato, ma allora sarò già di ritorno. » Portarono la gabbia nella rimessa, la posarono sopra una cassa e Bracken la coprí con un pezzo di tela di sacco. « Fatti una bella dormita, adesso, piccolo » mormorò. « Tornerò pre- sto a vederti. » QUELLA SERA, quando le prime ombre cominciarono ad addensarsi nella valle, Jake andò a dargli un'occhiata. Il gheppio giaceva immobile sul fondo della gabbia e il giornalista si sentí stringere il cuore da un triste presagio. Era morto? Ma appena si avvicinò, vide che il piccolo petto macchiettato si alzava e si abbassava regolarmente. E a un tratto gli occhi dorati si aprirono e lo guardarono. « Sei vivo, dunque! » esclamò Jake. « Congratulazioni! » Il gheppio parve udire la sua voce, inclinò la testolina, ma non fece alcun tentativo per alzarsi. Farrant uscí dalla rimessa e si fermò a scrutare i campi oltre il muro di cinta del giardino. Scorse qualcosa che si muoveva e si rese conto che era Bracken. « Ho portato la cena al nostro infermo » annunciò il ragazzino quando lo ebbe raggiunto, sollevando un sacchetto di carta macchiato di sangue dove aveva messo un mucchietto di carne cruda macinata. « Non potrà mangiare molto, per ora, ma ci proveremo. » Quando entrarono nella rimessa, videro il gheppio che, accovacciato sulle zampette, becchettava debolmente le sbarre della gabbia. Bracken gli mise davanti qualche pezzettino di carne, ma sembrò che lui non li vedesse. Allora il ragazzino ne prese un pezzetto fra le dita e glielo tenne davanti agli occhi. Il becco ricurvo si aprí automaticamente e Bracken lasciò cadere la carne nella gola palpitante poi, con infinita pazienza, ripeté l'operazione con tutti gli altri pezzetti, che il gheppio ingollò con avidità crescente. « Basta, adesso » disse alla fine il piccolo zingaro. « Altrimenti finirai per scoppiare. La prossima volta sarai abbastanza forte per mangiare da solo, vedrai. » Si allontanò dalla gabbia, ripulendosi le dita sul vecchio maglioncino marrone. Uscí dalla rimessa, seguito da Jake, e alzò gli occhi al cielo. « Tra poco si alzerà la luna » osservò. « Penso sia meglio che ci muoviamo subito, per trovarci sul posto un po' prima, cosí non spaventeremo i tassi. Lei è pronto? » « Sí, certo » rispose Jake. Bracken lo guidò attraverso i boschi di faggi, sempre piú in alto e sempre piú lontano dal villino, tra gli alberi scuri, dal fogliame immo- bile. Dai pascoli sottostanti, salivano fino a loro i fievoli belati degli agnellini e un tordo ritardatario lanciava i suoi ultimi gorgheggi dall'alto di un faggio. Persino un cuculo lanciò un paio di richiami nel buio crescente, mentre tornava al nido. Ma finalmente anche quelli tacquero e Jake avvertí altri rumori sommessi - fruscii, mormorii, movimenti - nel sottobosco intorno a loro. Finalmente giunsero a una radura ai piedi di una ripida scarpata dalla quale affioravano le radici nodose di alti faggi grigi. Sembrava una cava in miniatura, sabbiosa e solcata da crepe, con ciottoli e scheggie giallo oro di argillite fra le radici penzolanti, numerose buche e, tutt'intorno, mucchi di terra smossa e chiazze d'erba calpestata. « Ecco, è qui » mormorò Bracken. « La Casa dei Tassi di Bosc-o, la chiamo io. Ci sono ancora, sa? Guardi là, i loro escrementi, tutti in un posto solo, vede? Sono bestiole molto pulite, i tassi. E là, quelle palle d'erba, sono le vecchie lettiere di cui si sono sbarazzati. Devono essersi fatti le lettiere nuove, oggi. . . I'erba sembra tutta strappata. » Jake osservò a lungo le buche nella terra sabbiosa della scarpata chiedendosi quante gallerie e passaggi nascosti si intrecciassero là sotto. « E meglio che ci mettiamo al riparo » sussurrò Bracken. « I tassi hanno un odorato finissimo, e non usciranno se avvertono il nostro odore. » Condusse Jake ad acquattarsi in una macchia di ontani e là rimasero in attesa. Il primo a uscire dalla tana fu un grosso maschio che si fermò a lungo 158 ad annusare sospettosamente in giro, prima di accovacciarsi e di darsi una bella grattata. Quand'ebbe finito, annusò ancora, poi, evidente- mente rassicurato, prese a ripulirsi meticolosamente il pelo, benché sembrasse già in perfetto ordine, con le sue nitide strisce bianche e nere. Poco dopo lo raggiunse la sua compagna e i due animali si misero l'uno di fronte all'altro, naso contro naso, grugnendo e squittendo come se si scambiassero espressioni affettuose. Intanto, dal sommo della collina si andava diffondendo tra gli alberi una luce argentea che diventava sempre piú intensa via via che la luna saliva nel cielo. Ben presto fu possibile vedere chiaramente la scena. Sul terreno si disegnavano nere righe d'ombra e bianche strisce di luce e altre righe bianche e nere rilucevano sulla testa dei tassi intenti a sca- vare e raspare, parlottando. Finalmente il maschio ruzzolò via, abban- donando la compagna. Poi sbucarono fuori dalla tana alcuni cuceioli ehe si misero a gioeare, rotolandosi e inseguendosi, lottando e squittendo. Alla fine apparve un'altra eoppia di tassi adulti ehe si unirono ai gioehi dei pieeoli, eontagiati dalla febbre primaverile di quella notte inebriante e profumata. Jake e Braeken rimasero a guardare, immobili, finehé non si senti- rono le gambe intorpidite e i tassi non furono seomparsi. « Sono andati a eaeeia » spiegò sottovoee il ragazzino, aiutando il eompagno ad alzarsi. « Ha freddo? » « No, affatto. Sono semplieemente affaseinato. » Come furono di nuovo al villino, Bracken andò nella rimessa a pren- dere il suo gheppio. « Lo porto a casa, ora. Ha ancora bisogno di tante cure e non sarebbe giusto che lo aeeollassi a lei. Però lo riporterò qui a salutarla, prima di laseiarlo libero. » Jake si limitò a fare un eenno di assenso, rendendosi eonto all'im- provviso di essere stanehissimo. « Devi riposare, adesso » mormorò il ragazzino in tono assennato, guardando il gheppio nella sua gabbia. Farrant non disse niente. Aveva ehiuso gli oeehi, eereando disperata- mente di dominare il senso di eapogiro ehe lo aveva eolto. « E sogna di diventare forte » aggiunse Braeken, in un sussurro. DoPo LUNGHE riflessioni e ansiose eonsultazioni eon Manning, Bill Franklin deeise di andare a parlare eon sua sorella Carol, ehe aveva affittato il villino a Jake. Carol era vedova e abitava in un luminoso appartamento di West Kensington eon i suoi figli gemelli, Matthew e Mark. La sua era una famiglia turbolenta e indaffarata, ma lei era 159 sempre felice di vedere il fratello. Quella sera si festeggiava il com- pleanno dei gemelli e Carol stava finendo di preparare una torta, quan- do arrivò suo fratello. « Ciao, Bill » disse. « Mettiti a sedere, se trovi un posto. Io sto cer- cando di finire questa torta prima che tornino i ragazzi. » « Dove sono andati? » « A giocare a squash. Saranno affamati. Ti fermi a cena? » « Non so » rispose Bill, guardingo. « Dipende da quello che hai pre- parato. » Carol rise. Assomigliava un po' al fratello, con gli stessi occhi limpidi color nocciola e la risata pronta, ma ai lati della sua fronte c'erano due sorprendenti bande d'argento fra i capelli che erano dello stesso colore degli occhi, e la sua bocca, quando non rideva, si incurvava all'ingiú in una piega triste. Osservando la bocca ridente e intuendo la tristezza che il riso nascon- deva, Bill domandò bruscamente: « Come vanno le cose? Tutto bene con le finanze? » Gli occhi di Carol si addolcirono. « Fratellino caro, finirai per soffo- carmi, con le tue premure. Bene, I'affitto è pagato, il mio stipendio d'insegnante basta piú o meno per pagare quasi tutto il resto e abbiamo da mangiare a sufficienza. Che c'è da preoccuparsi? » « Vacanze? » Il sorriso di Carol si affievolí un poco. « Be', sí... Ho pensato che potrei mandare i ragazzi a un'escursione a cavallo nel Galles. Non costerebbe molto. » Guardò il fratello con espressione severa. « E tu non venirmi fuori con uno dei tuoi miracoli già pagati! » Stavolta fu Bill a ridere. « Bene, comunque, che c'è per cena? Devo scendere in rosticceria? » « No, non ancora, almeno. Prima dimmi cos'hai in mente. » Bill sospirò. « A te non si può nascondere niente, vero? Bene: Si tratta di Jake. » « Jake Farrant? Quello cui ho affittato il villino? » « Proprio lui. E ammalato, capisci, e io vorrei sapere come sta, ma non vorrei fare la figura del ficcanaso... » « E molto malato? » domandò Carol. Bill non rispose subito. Dopo un momento scosse leggermente la testa e mormorò: « Penso che la situazione non potrebbe essere piú grave di cosí ». « Capisco » mormorò Carol, guardando suo fratello con affettuosa comprensione. « Ma io che cosa posso fare? » « Sei la sua padrona di casa. Non potresti fare un salto là per sentire come si trova? » « Bill, tesoro, sono centocinquanta chilometri e passa! Non posso "fare un salto là" ! » « Be', fermati là per una notte, allora. » « Al villino? Col tuo scontroso amico che è andato là proprio per isolarsi dalla gente? No, grazie. » « Hai parlato di una vacanza dei ragazzi nel Galles. Bene, fermatevi per una notte al Farmer's Arms durante il viaggio. Saprai certo trovare una scusa per fargli una breve visita. Ti prego. » Carol sospirò. « Sai che non sono capace di dirti di no! D'accordo, lo farò » promise. Prima che potessero dire altro, piombarono rumorosamente nella stanza i ragazzi, con la racchetta in mano. « Ciao, mamma. Ehi, zio Bill! Che c'è di nuovo? » I loro capelli erano un po' piú chiari di quelli della madre, ma i loro occhi avevano lo stesso luminoso color nocciola. Soltanto il portamento del capo e la linea della bocca erano quelli del padre: decisi e baldan- zosi, com'era stato Robert fino a quel fatale giorno di sei anni prima, quando era morto in un incidente d'auto. « Di nuovo? » fece eco Bill. « Il vostro dodicesimo compleanno, tan- to per cominciare. Vi ho portato una macchina fotografica e un binoco- lo. Ve li tirerete a sorte per vedere a chi tocca l'una o l'altro. Intanto vogliamo scendere a comprare qualcosa di speciale per la cena? » « Grandioso! » esclamarono all'unisono i gemelli. « Qualche specia- lità cinese? » Era diventata all'improvviso una festa, che fece quasi dimenticare a Bill le sue preoccupazioni per l'amico. Tre L A MATTINA dopo la visita alla casa dei tassi, Jake rimase a letto fino a tardi. Gli sembrava di non avere piú un filo di forza. Cosí non va, pensò. Non posso uscire con Bracken e crollargli addosso a un tratto. Devo vincere questa debolezza. Dopo un poco, ritrovò l'energia sufficiente per scendere al pianter- reno a farsi una tazza di tè. Era un'altra splendida giornata e sotto il sole ormai alto nel cielo, il giardino sembrava quanto mai invitante. Il melo vicino alla rimessa era diventato all'improvviso una nuvola di fiori rosa, persino la lattuga stava crescendo nella terra appena smossa del suo 160 1 161 orticello. Jake andò a sedersi sul gradino, con la sua tazza di tè in mano. Rimase a fantasticare al sole, aspettando che gli tornassero le forze, e finalmente, pur controvoglia, decise di salire a prendere l'auto, in cima al sentiero, e andare a cercare il medico in paese. Ma quando fu ai piedi della salita, gli sembrò interminabile, con una curva di una ripidità paurosa. Non ce la farò mai! pensò. E troppo lunga! Tuttavia, si sforzò ugual- mente di affrontarla, camminando piano, ma a un tratto si sentí man- care di nuovo le forze. Gli alberi, le siepi, il sentiero sassoso parvero vorticare in una vertiginosa spirale di colori e poi sollevarsi per piom- bargli addosso. Jim Merret, il portalettere, stava scendendo in bicicletta lungo il sentiero quando si vide davanti un fagotto scuro. Smontò rapidamente e si chinò su Jake. « Tutto bene, signor Farrant? » domandò inquieto. « Signor Farrant! Mi sente? » Il giornalista avvertiva confusamente il suono di quella voce. « Sí, sí, mi passerà subito » farfugliò. « Non si preoccupi. Qua, lasci che l'aiuti ad alzarsi. Piano... Si sente un po' intontito, vero? » « Un po' » ammise Jake con un filo di voce. « Il sentiero... è troppo ripido per me.. . » « Sono tutti troppo ripidi, da queste parti, almeno per le biciclette. Vuole che le dia una mano per tornare al villino? » « Grazie. » Farrant si era rimesso in piedi, ora, ma barcollava. « Sto già meglio. » « Certo. Sa che le dico? Si metta sulla canna della mia bicicletta e la riporto a casa. Non mi sembra ancora in grado di camminare. » Cosí fecero e scesero lungo il sentiero traballando e ondeggiando da un lato all'altro. Quando furono al cancello del villino, Jake per poco non cadde dalla bicicletta e Jim dovette sorreggerlo con un braccio per aiutarlo ad attraversare il giardino. « E meglio che si metta a sedere, adesso » disse quando furono in casa, guidandolo alla sedia piú vicina. « Si riposi un po'. Vuole che vada a chiamare il dottore? » Farrant scosse la testa. « No, grazie. Starò subito bene. Sono stato sciocco, mi sono strapazzato un po'. C'è una lattina di birra nella dispensa, se la gradisce. » « No, no, grazie » ribatté Jim sorridendo. « Non quando sono in giro in bicicletta. Cadrei a ogni curva. Oh, a proposito, venivo proprio da lei a portarle una lettera. Eccola qui. » Jake la prese e osservò incuriosito l'indirizzo. Soltanto Bill Franklin sapeva dove lui fosse e quella non era la sua calligrafia. « Bene, vado, ora » riprese il portalettere, un po' incerto. « E sicuro di sentirsi bene? » « Sí, sí » lo rassicurò Jake. « E tante grazie per il suo aiuto. » « Sa » aggiunse Jim voltandosi per uscire « stavo pensando una cosa. Quell'auto in cima al sentiero è la sua, vero? » «Sí. » « Bene, potrebbe portarla giú lungo il sentiero della fattoria e lasciarla dall'altra parte del campo. Là il terreno non è cosí ripido e accidentato. Le basterebbe attraversare a piedi il campo, che è proprio dietro il muro del suo giardino. Sono certo che Stan Bayliss non avrebbe niente in contrario. » « E il proprietario della fattoria, Stan Bayliss? » « Sí, gli parlo io, se vuole. Devo giusto andare da lui. » « Davvero? Certo mi farebbe molto comodo. » Jim gli strizzò l'occhio. « Non è il caso di sprecare energie! » Uscí, montò sulla sua bicicletta e se ne andò. Ma quando tornò in paese, finito il suo giro, andò da Mary Willis e le raccontò tutto e lei fu d'accordo che bisognava raccontare al dottor Martin quel che era successo. QUELLA stessa sera Jake, che si sentiva un po' piú in forze, udí bus- sare alla porta del villino. « E permesso? » domandò una voce allegra. Il dottor Martin era vicino alla sessantina e aveva esercitato la profes- sione in quella vasta zona di campagna per quasi tutta la vita. Gli piace- va la campagna e gli piaceva la gente tranquilla e flemmatica che vi abi- tava. Tarchiato, paziente e un po' brusco, aveva penetranti occhi azzur- ri e una voce calda e risoluta che ispirava fiducia. « Sono il dottor Martin » disse, tendendo la mano a Jake. « Spero di non disturbarla. Jim Merrett era molto preoccupato per lei. » Farrant si alzò e strinse la mano che il medico gli tendeva. « E stato molto gentile a venire. » Gli indicò con un gesto una sedia. « Ma prego, si accomodi. » Il medico sedette di fronte a lui, fissandolo con i vividi occhi azzurri, come per rendersi conto delle sue condizioni. Nel suo sguardo c'erano comprensione e simpatia. « Dottor Martin » esordí Jake, « bisogna che le spieghi. Io so già che cos'ho. E purtroppo c'è poco o niente da fare. Mi sono rassegnato, ormai. Ho imparato qui ad accettare la mia situazione. » Il medico annuí. « Sí, accade a molta gente. » « Sono venuto qui con l'intenzione di isolarmi dal mondo e lasciare che le cose seguissero il loro corso. Ma ora ho ritrovato tanto piacere nella vita che ho deciso di non arrendermi, finché potrò. Ho scoperto che è una fortuna essere vivo e vivere in un posto come questo. L'unico interrogativo è: può aiutarmi a farlo. . . un po' piú a lungo? » Il dottor Martin rifletté un momento. « Non sarebbe meglio che mi dicesse a che punto è? » « Un paio di mesi fa ho perduto i sensi per la strada. Ero a Londra, allora, sicché sono andato subito dal mio medico e lui mi ha fatto fare tutta una serie di esami. Leucemia in fase avanzata, è stato il responso. E soltanto questione di tempo. » Il medico annuí di nuovo. « Dolori forti? » « Abbastanza. Attacchi saltuari che riesco a tenere a bada con gli analgesici. Ma sono le crisi improvvise di debolezza che mi mettono a ter- ra. Ci sono tante cose che vorrei fare, che vorrei vedere! Mi chiedevo se c'è qualche farmaco che mi possa aiutare quando mi sento cosí debole. » Martin sospirò, rimpiangendo, non per la prima volta, di non saper fare miracoli. « Prima di qualsiasi suggerimento, potrei vedere i suoi esami di laboratorio? » « Certo. » Jake si alzò e li trovò sul tavolo, vicino alla macchina per scrivere, insieme con la lettera che gli aveva portato Jim Merrett. Dopo che il postino se n'era andato, si era sentito cosí debole e sfinito che l'aveva posata là e poi se n'era dimenticato. « Eccoli » disse, conse- gnando i referti a Martin. Mentre il medico era immerso nell'esame delle sue analisi, colse l'oc- casione per leggere la lettera. Caro signor Farrant permetta anzitutto che mi presenti. Sono la sorella di Bill Franklin Carol... Ia sua padrona di casa. Le scrivo per dirle che io e i miei ragazzi ci fermeremo una notte nel Gloucestershire quando andremo nel Galles per una vacanza e mi chiedevo se non le dispiacerebbe che venissi a prendere alcune cose che avevo messo nella camera degli ospiti. Ma se preferisce essere lasciato in pace lo dica pure la prego e non la disturberemo. Noi saremo alloggiati al Farmer s Arms la notte del 26 aprile. Potrà farmi avere un messaggio là se crede. Spero che si trovi bene al viUino. Con i saluti piú cordiali Carol Cook Alzando lo sguardo dal foglio, Jake si rese conto che il dottor Martin lo stava osservando con occhi colmi di compassione. « A quanto pare, è stato messo a dura prova » disse il medico. « Ora io suggerirei di fare qualche altro esame. Posso prelevarle il sangue subito, poi le farò sapere i risultati. Intanto le manderò delle compresse tramite Merret. Quanto ai consigli pratici, eccoli: deve stare molto attento a eventuali infezioni. E si guardi dalle cadute e da eventuali colpi. Una contusione anche lieve potrebbe provocarle un'emorragia interna. Non si affatichi troppo, non corra rischi inutili, non faccia passeggiate troppo lunghe. » Martin s'interruppe, notando l'espressione ribelle di Jake. « Sí, lo so, le riesce insopportabile l'idea di dover essere tanto guardingo, ma cosí facendo potrebbe guadagnarsi un po' di tempo in piú. Vorrei poter essere piú ottimistico, ma tutto quello che posso dirle è: riposi molto e negli intervalli cerchi di svagarsi il piú possibile. E se le cose volgessero al peggio, I'aiuteremo tutti. Lo sa, vero? » Farrant assentí. « Non è questo che mi spaventa, ma il pensiero di non poter piú muovermi. Stamattina, quando ho visto quel sentiero cosí ripido, mi è sembrato di una difficoltà insormontabile. Non ce la farò mai, ho pensato. Un pensiero che non mi aveva mai sfiorato la mente, e che mi ha molto spaventato. Non sapevo di essere cosí codardo. » « Lei non è affatto codardo! Vorrei essere capace io di affrontare una situazione come la sua con altrettanto coraggio e serenità! Ora, vuole rimboccarsi una manica, per favore? » Jake obbedí. Il dottor Martin stava per congedarsi, quando il giorna- lista domandò all'improvviso: « Conosce la proprietaria di questo vil- lino, dottore? » « Carol Cook? Certo, perché? » « Mi ha scritto una lettera avvertendomi che passerà di qui e sono curioso di sapere che tipo è. » « Be', è una signora molto gentile. E coraggiosa. Ha due gemelli e suo marito è morto in un incidente d'auto sei o sette anni fa. Lei è insegnante e ha cresciuto i ragazzi praticamente da sola. Credo che le piacerà. Non le darà alcun fastidio. » 11 dottor Martin sorrise. « Le comunicherò i risultati degli esami. Nel frattempo, prenda le cose con calma, mi raccomando. » « Non dubiti » promise Jake. IL POMERlGGlO seguente, il tempo cambiò. Una grigia cappa di pioggia sl stese sopra la valle, inzuppando gli alberi e affogando i fiori appena sbocciati tra l'erba. Farrant restò a guardare affascinato dalla finestra mentre la luce andava facendosi sempre piú grigia e un alone argenteo sembrava ammantare ogni foglia, ogni filo d'erba. Poi, verso le cinque, la pioggia cessò, improvvisamente com'era cominciata, il sole si aprí un varco fra le nubi e un piccolo, splendente arcobaleno brillò sopra le colline. Un cuculo lanciò il suo richiamo dal bosco stillante e subito dopo gli uccelli si misero a cantare in coro, compreso il merlo che, appollaiato sul ramo piú alto del pero, pareva voler esprimere la propria approva- zione per quel mondo lavato di fresco. Devo uscire, pensò Jake. Sembra tutto cosí verde e immacolato, i colori sono cosí brillanti... Era fuori in giardino, a guardare il verde intenso dei faggi, quando sopraggiunse Jim Merrett. « Buonasera, signor Farrant. Il dottor Martin le manda queste medi- cine. E io ho parlato con Stan Bayliss, il proprietario della Wood End Farm. Non ha niente in contrario riguardo all'uso del suo sentiero, e se lei vuole darmi le chiavi e non le dispiace affidargli la macchina, gliela porterà giú lui stesso stasera, lasciando le chiavi nel cruscotto perché lei possa ritirarle. » « Magnifico! » esclamò il giornalista. « Vado subito a prenderle. » Tornò con le chiavi e con una busta. « Non passa per caso dalle parti del Farmer's Arms, nei suoi giri? » Jim rise. « Quasi tutti i giorni! E quasi tutte le sere, se capita l'occa- sione! » « Vorrebbe consegnare lí questa lettera per la signora Cook, che arriverà per il fine settimana? » « Certamente. » Quella sera, Jake decise di andare a fare una passeggiatina nel campo e controllare se la sua macchina era già là. Scavalcò il recinto e si trovò in un viottolo frondoso simile a quello del villino, ma meno ripido e sassoso. Al termine, in un prato, c'era la sua auto. Sul sedile di guida era appoggiato un pacchetto e un biglietto. "Spero che qui le vada bene. La lasci pure cosí, non darà fastidio a nessuno. Mia moglie le manda un po' di formaggio fatto in casa. S. Bayliss." Jake si sentí commosso. Non aveva fatto niente per meritarsi tante gentilezze, eppure sembrava che quei tranquilli valligiani avessero tutte le intenzioni di aiutarlo. Si vergognò del proprio egoistico orgoglio, del proprio esagerato desiderio di indipendenza. Doveva sentirsi grato, non imbarazzato, per quella gentilezza. O per quella compassione. Perché era cosí: temeva la compassione altrui. Per quello era fuggito da tutti i suoi amici e si era nascosto lí, in quel posto solitario. Che poi, alla luce dei fatti, si era rivelato tutt'altro che solitario... specialmente se si dava ascolto a Bracken! Tornato al villino, trovò il ragazzo in giardino, occupato a inchiodare alcune assicelle. Bracken alzò gli occhi in viso a Jake e domandò, imba- razzato: « Le dispiace? Sto facendo una voliera per il gheppio. Ha bisogno di esercitare l'ala ferita, ma non si può ancora lasciarlo in libertà. Inerme com'è, non durerebbe neanche un giorno ». « Ma perché qui? Perché non al tuo accampamento? » domandò Far- rant, benché la cosa non lo infastidisse affatto. « Ci sono i cani, là. E lui si spaventa da morire, quando abbaiano. » Jake guardò il gheppio che se ne stava imbronciato nella sua gabbia, fissandolo con occhio fiero e rabbioso. Sí, amico mio, pensò, detesti sentirti prigioniero. Anche tu sei orgoglioso e non vuoi dipendere da nessuno, vero? Odi chi vuole aiutarti. Capisco perfettamente quello che provi, sai? Il gheppio continuò a guardarlo indignato, poi sbatté gli occhi gialli. « Gli hai già dato un nome? » domandò il giornalista. « Sí. Sky, cielo, perché il cielo è il suo mondo. » « Sky? » ripeté Jake. « Sí, ti sta bene. Non preoccuparti, amico, sarà questione di poco, ormai. Povero Sky, imprigionato a terra! Abbi ancora un po' di pazienza! » Bracken, che aveva portato con sé un rotolo di rete metallica, drizzò l'intelaiatura di legno che aveva costruito, la fissò ai quattro pali che aveva già conficcato nel terreno accanto al melo, dietro la rimessa, e cominciò a stendervi sopra e intorno la rete. « Lascia che ti dia una mano » si offrí Jake. Lavorarono insieme finché la grande gabbia non fu ben chiusa da tutte le parti. Bracken aveva fatto in modo che vi entrasse anche un ramo del melo e vi aveva sistemato un altro ramo secco che il gheppio avrebbe potuto usare come posatoio e per affilarvi il becco. Con un'al- tra intelaiatura in legno coperta di rete metallica, aveva provveduto persino a fare una porta nel lato anteriore della gabbia, per permettere a lui o a Jake di entrare nella voliera. « E un'uccelliera in piena regola, no? » osservò Jake quand'ebbero finito. « Alta e spaziosa. Spero proprio che gli piacerà. » « Non gli piacerà affatto » ribatté Bracken. « Ma è sempre meglio che niente. Almeno potrà svolazzare un po'. Voglio che gli si rinforzi quell'ala, che sia in grado di volare nella tempesta e di lasciarsi portare dal vento, prima di lasciarlo libero. » « Quanto tempo credi che ci vorrà? » « Non so, forse un altro paio di settimane. » Il ragazzino tornò a guardare Jake, ancora un po' imbarazzato per avere portato lí il ghep- pio. « Mattina e sera verrò io a dargli da mangiare e lascerò a lei il necessario per il mezzogiorno. Gli piace la carne cruda, o qualche topo. Dovrebbe mangiare un po' di pelo e di ossa, quanto prima, per le fibre, capisce? Ma lei non si preoccupi. Ci penserò io. » « Meno male! » esclamò Jake. « Non credo di essere molto bravo ad acchiappare topi. » Bracken sollevò cautamente la gabbia di vimini. « Le piacerebbe essere lei a liberarlo dentro la voliera? » domandò. Jake lo guardò, consapevole che il suo piccolo amico gli stava facendo un altro regalo. « Come devo fare? » « Semplicemente entrare, posare la gabbia, aprire lo sportellino e uscire in fretta. Sky non l'aggredirà, stia tranquillo. E ancora troppo debole e spaventato. » Il giornalista seguí le istruzioni, poi rimase a osservare con Bracken le reazioni del gheppio. A tutta prima Sky fissò lo sportellino aperto della gabbia di vimini, come se non riuscisse ancora a credere a quella libertà parziale, quindi mosse un passo esitante sulle zampette gialle e squa- mose, poi un altro... uno strano saltello nervoso e incerto, con l'ala ferita che si strascicava un poco e una disperata speranza che comin- ciava a farsi strada negli occhi dorati. Infine uscí. Girò sospettosamente il capino a destra e a sinistra, poi saltellò con mosse incerte e sgraziate verso il ramo secco, con l'ala che pendeva ancora penosamente sul fondo della voliera. Finalmente, con uno scatto delle lunghe penne svolazzanti, riuscí a sollevarsi sul ramo e vi si appollaiò scrutando, immobile e circospetto, il nuovo, piú vasto mondo che lo circondava. Lanciò all'improvviso un curioso, stridulo kiii e si gettò nel vuoto, raggiungendo il ramo del melo al lato opposto della voliera. Per un istante, Jake temette che sarebbe andato a sfracellarsi contro la rete metallica ma, per quanto incerto e malfermo, il gheppio atterrò esatta- mente sul ramo. « Bravissimo! » esclamò Bracken. « Provaci un'altra volta, ben pre- sto ti sentirai piú forte. » Poi entrò cautamente nella grande gabbia e posò sul ramo secco qualche pezzettino di carne. « Ecco qui » sussurrò, e uscí all'indietro, chiudendo la porta e bloccandola con un pezzo di fil di ferro. Il gheppio emise un altro aspro kiii e volando di sghembo scese di 168 nuovo ad appollaiarsi sul ramo secco, con le ali protese in avanti a proteggere il suo pasto. Bracken si allontanò dalla voliera, soddisfatto. « Ecco, adesso starà benone per un po' di tempo. Pensa che potrà dargli da mangiare lei, a mezzogiorno? » « Sí, direi di sí. » « Sa, ho pensato... » Il ragazzino si sentí di nuovo imbarazzato. « Ho pensato che tutto sommato potrebbe essere una compagnia, per lei. » « Ma certo! Sarà uno svago seguire i suoi miglioramenti. Senti, la signora Bayliss mi ha mandato un pezzo di formaggio. Perché non ci sediamo qui a mangiarlo insieme? » Jake entrò in casa a prendere il pane e intanto mise sul fuoco il bollitore per il tè. « E una pena vedere una creatura che soffre e non poter fare niente per aiutarla » osservò il ragazzino, quando lui tornò, con lo sguardo fisso al gheppio. « Sí » mormorò Jake, occupatissimo a versare il tè. « E vero. » « Ma è ancora piú penoso non occuparsene » riprese Bracken con voce lieve come la pioggerella di primavera. LA MArrINA seguente, Jake si svegliò con la sensazione di sentirsi un po' piú in forze e uscí subito in giardino per andare a dare un'occhiata al gheppio. Benché fosse ancora molto presto, Sky era perfettamente sveglio, appollaiato con aria vigile e bellicosa sul suo trespolo, e si guardava in giro con la sua solita espressione truce. « Lo so » disse Jake ad alta voce. « Vorresti essere libero e lontano, vero? L'attesa è molto dura! » Sky girò il capo verso di lui, come se ascoltasse. « Non preoccuparti, mio piccolo amico » riprese il giornalista in tono consolatorio. « Un giorno o l'altro, quando la tua ala sarà di nuovo forte, troverai la porta aperta e potrai andartene a volare alto nel cielo, lasciandoti portare dal vento... » E, come assorto in un sogno, alzò lo sguardo al vasto cielo primaverile. Il gheppio lo fissava con i suoi occhi fieri, quasi a dire: "Che cosa ne sai tu? Che ne sai di che cosa si prova a essere imprigionato qui, debole e incapace, mentre sopra di me si stende il cielo infinito, tentandomi con i suoi spazi immensi percorsi dal vento, dove un tempo volavo libero... Iibero come i pappi del cardo?" Ma Jake sapeva... e come se lo sapeva! E sospirò, perché non poteva 169 far capire al gheppio che ben presto sarebbe guarito, sarebbe stato libero di volare. Mentre per lui non sarebbe stato cosí. « C'è modo e modo di volare » osservò al suo fianco la voce di Bracken. Ma quando lui si girò stupito a guardarlo, il ragazzino si limitò a sorridere. « Gli ho portato la colazione » aggiunse Bracken. « Un po' di carne e un topo. » Restarono a osservare Sky che si precipitava a volo sul cibo e sembrò loro che la sua ala fosse già piú forte: le penne sgualcite apparivano piú lisce e lucenti nella luce del mattino. « Sta guarendo! Sta guarendo! » esclamò Bracken. « Venga, andia- mo a goderci il mattino. » QUEL GIORNO non si allontanarono troppo. Bracken guidò l'amico fino a una collinetta dove sedettero al sole di primavera ammirando il panorama. « Laggiú » disse il piccolo zingaro tendendo un braccio in direzione di un'alta collina verdeggiante di faggi, « c'è una vecchia cava dove fanno il nido i gheppi. Penso che quando sarà adulto, Sky andrà là a cercarsi una compagna. » « Come si chiama quel posto? » « Hawkswood Quarry. E quella là sotto, quella grande distesa di faggi, si chiama Hawkswood. » Jake cominciava a riconoscere i posti, ormai. « Non è il bosco dove c'è la casa dei tassi? » Bracken annuí. « Sí, dove siamo stati l'altro giorno. E ce n'è un'altra, piú grande, dalla parte opposta. » Il ragazzino parve improwisamente turbato. « Che c'è? » domandò Jake. Bracken stava osservando accigliato il margine piú lontano del bosco. « Non so... Mi è venuto in mente qualcosa che ha detto uno degli agricoltori. Laggiú, sull'altro fianco della collina, c'è un grandissimo allevamento di bestiame e al padrone non piacciono i tassi. Dice che sono un pericolo per le sue mucche. Lavoravamo per lui, un tempo. Prima di venire a stabilirci sul terreno del signor Bayliss, avevamo l'accampamento, che noi chiamiamo hatchintan sulle sue terre, ma lui ci ha cacciati via. » « Come mai? » Il ragazzino si strinse nelle spalle. « Aveva bisogno del suo pascolo, ha detto, ma era soltanto sterpaglia e lui non ci è mai andato nemmeno una volta, dopo che siamo partiti. Penso che semplicemente non gli piacessero gli zingari. E diceva che i jukels i nostri cani, gli ammazza- vano le pecore. Ma non è vero, non lo hanno mai fatto! » Jake non fece commenti. Non gli era difficile immaginare la guerra secolare tra i nomadi con le loro carovane e la popolazione locale. Una guerra senza fine. « E allora? » domandò infine. « Che cos'è che ti preoccupa? » Bracken esitò un momento. « Penso che i tassi siano in pericolo. Quell'uomo non vuole intendere ragioni e ho tanta paura che quelle povere bestie faranno una brutta fine. » « Che cosa potrebbe fare? Cacciarli dalle loro tane? » « Probabilmente, oppure scatenare loro addosso i cani. O attirarli fuori e accopparli a bastonate o a fucilate. Poveretti, non sono mai al sicuro in nessun posto e nemmeno io posso fare gran che. » Il ragazzino sembrava incollerito e sconvolto. « Almeno potessi ! » Rimase immobile per un lungo momento, rimuginando in silenzio, fissando il panorama con occhi tristi, ma poco dopo si girò di nuovo verso Jake, con gaia energia. « Venga, è ora di tornare a casa. » Ridiscesero la collinetta e si awiarono verso il villino. « Domani c'è una fiera di cavalli a Stow » disse Bracken quando furono quasi arrivati. « Ci sarà bisogno di me per tutta la giornata, ma domani sera verrò ugualmente a dar da mangiare a Sky. Pensa di farcela, da solo, per gli altri due pasti? Io sarò di nuovo qui dopodomani. » Farrant fece un cenno di assenso, felice che Bracken si fidasse di lui. « A proposito » riprese il piccolo zingaro con fare noncurante, « sa montare un grai? » « Sí, andavo molto a cavallo, un tempo. » « Senza sella? Noi non le usiamo mai. » Jake fece una pausa, sorridendo. « Sí. Ho montato spesso cavalli, asini, muli, senza sella. Persino un cammello, un paio di volte, ma è stata un'esperienza terribile. » Bracken sorrise, ma i suoi occhi erano molto seri. « Mio papà è meraviglioso con i grais » mormorò. « Riesce quasi a capire quello che pensano. » « Come te con gli uccelli. » Bracken alzò gli occhi in viso al compagno e disse con serietà: « Non è difficile capire che cosa pensa qualsiasi creatura, se le si vuole bene a sufficienza ». Jake rimase in silenzio per qualche istante, considerando quanto i propri pensieri fossero all'unisono con quelli del suo piccolo amico, in quei giorni. « Sí » assentí alla fine. « E vero. » 171 IL MArrlNO seguente, quando scese in giardino, scoprí che Bracken era già stato lí. Sul gradino c'erano due pacchetti e un biglietto scritto con grafia chiara e diligente. "Ho già dato da mangiare a Sky e le ho lasciato il necessario per gli altri due pasti. La torta è per lei. Ci vediamo domani. B." Jake aprí il primo pacchetto e vi trovò un sacchetto di carta con carne cruda e due topolini. Nell'altro c'era una grossa, dorata fetta di torta. Li portò in casa e ripose nella credenza quello col cibo per il gheppio. A mezzogiorno andò a portargli la sua porzione. Sky rimase a guar- darlo, con la testa girata di lato, all'apparenza collerico e inavvicinabile come sempre, ma non appena Jake si fu allontanato, lanciò un improv- viso stridulo kiii e si gettò sul nuovo pasto attraversando la voliera con un volo quasi regolare. « Va' già meglio! » mormorò il giornalista. « Continua a esercitarti! » Il gheppio rimase per un attimo immobile, con la carne stretta fra gli artigli e le ali inarcate in avanti, fissandolo con il solito sguardo corruc- ciato, poi abbassò la testa e prese a dilaniare la carne col rostro crudele. Ora appariva finalmente quello che era: un selvaggio, spietato uccello da preda, risoluto e implacabile, persino bello nel suo fiero, indomabile orgoglio. Sí, pensò Jake, stai davvero meglio. Stai ritrovando il tuo amor pro- prio, cominci a sembrare veramente il combattente che devi essere. Si allontanò dalla voliera, intuendo in cuor suo che il gheppio prefe- riva consumare in solitudine il suo pasto. Tornato al villino, si abbandonò su una poltrona, sonnecchiando. Avrebbe avuto tante cose da fare, riordinare le sue carte, per esempio, prima che fosse troppo tardi, ma adesso era stanco. Tutto il resto poteva aspettare. Un colpo alla porta lo strappò a un sogno confuso di cui faceva parte il gheppio. Si alzò a fatica e andò a vedere chi fosse. Davanti all'ingresso c'era una signora con due allegri ragazzi. Il suo cervello annebbiato colse immediatamente la situazione. Ma certo! Era Carol Cook coi suoi gemelli. Aveva dimenticato che sarebbe venuta quel giorno. « Oh, mi scusi! » mormorò. « Mi ero appisolato. Si accomodi, pre- go. » Passò in cucina e mise sul fornello il bollitore. « Posso offrirle una tazza di tè? Io ne ho una gran voglia. » « Jake... » disse Carol Cook con voce calda e cordiale. « Mi scusi, ma non riesco a chiamarla signor Farrant dopo che Bill mi ha parlato tanto di lei. E certo che non le diamo fastidio? » « Ma no, no davvero ! » la rassicurò lui, indaffarato con la teiera. « E in ogni caso mi farebbe piacere avere notizie di Bill. » Carol lo osservava in silenzio. Riconosceva il bel viso scarno e intenso che aveva visto tante volte in televisione nel corso dei suoi servizi da un fronte di guerra o da una zona disastrata, mentre parlava coi soldati, coi profughi, con le vittime di un'inondazione, di un terremoto o di una carestia. Sembrava sempre che gli stesse molto a cuore quella povera gente. Era lo stesso viso, sí, ma piú magro e triste, e paurosamente esangue. Ma no, non era veramente triste: sembrava piuttosto soffuso di una strana, calma serenità. Un po' come se stesse osservando qualcosa che accadeva molto lontano. E a lei sembrava di conoscerlo, di averlo sem- pre conosciuto, le sembrava che quell'incontro fosse piuttosto un ritro- varsi. Ritrovarsi? Come era possibile? Sciocchezze. Era soltanto perché lo aveva già visto tante volte e Bill le aveva parlato tanto di lui. Finalmente Jake alzò gli occhi dalla teiera e osservò la figura alta e snella della donna, il viso somigliante a quello di Bill, ma tanto piú bello, e il sorriso che lo illuminava, mettendole scintille negli occhi. Un viso del quale sentiva di poter fidarsi, un viso che gli sembrava di conoscere da tempo. Poi guardò i ragazzi, rimasti timidamente dietro la madre. Erano come lei, pensò: alti e cordiali, con gli stessi capelli castani, gli stessi occhi, lo stesso sorriso vivace. « Sono un pessimo anfitrione » disse. « Ma vorrei farvi una proposta. Mentre aspettiamo che sia pronto il tè, volete venire con me a dar da mangiare al gheppio? » « Quale gheppio? » domandarono i ragazzi a una voce. Poi si rivol- sero con espressione rispettosa alla madre. « Possiamo andare? » « Se lo dice Jake, sí. » Carol sorrise. « Posso venire anch'io? » Raggiunsero tutti insieme la voliera, ma là Jake li fece fermare a una certa distanza, per timore che Sky si spaventasse. Poi aprí la porta, posò un po' di carne e un topolino sul ramo secco. « Coraggio » mormorò. « Eccoti il tuo pranzo. Perché non provi a volare? » Come se avesse capito, Sky fletté improvvisamente le ali, lanciò il suo solito grido aspro e fiero, kiii-kiii-kiii, e volò giú, rapido e sicuro per tutta l'altezza dell'uccelliera, poi saettò di nuovo verso l'alto, prima di posarsi sul ramo dov'era il cibo. « Magnifico! » esclamò Jake. « Stai diventando sempre piú forte! » Sky lo guardò con occhi scintillanti, montando la guardia al suo pasto come una sentinella impavida e rabbiosa. « D'accordo, me ne vado » disse Jake. « Domani verrà Bracken. Starai meglio con lui. » Scivolò fuori della voliera e richiuse la porta. « Chi è Bracken? » domandò uno dei gemelli. Jake li ricondusse al villino, serví il tè insieme alla torta di Bracken e spiegò loro tutto. I ragazzi stettero ad ascoltarlo affascinati e altrettanto fece Carol, cui non era sfuggito il tono incantato della sua voce mentre descriveva le cose meravigliose che aveva visto in compagnia del piccolo amico. Poi i gemelli decisero di scendere a vedere il lago e quando se ne furono andati, Farrant domandò: « Ama anche lei questo paese, vero? » « Sí, molto. Venivamo spesso al villino, quando era ancora vivo mio marito. Ma non so perché, dopo la sua morte, non ho piú avuto il coraggio di tornarvi. I ragazzi avevano soltanto sei anni, quando ci siamo venuti l'ultima volta, ma se lo ricordano ancora. Ho sbagliato, naturalmente. » « Sbagliato in che? » « Nell'isolarmi come ho fatto. E un errore. » « Sí, è vero » mormorò lentamente Jake. « Ma mi sono adattata, ormai » riprese Carol in tono perfettamente naturale, ma Jake comprese che non si riferiva soltanto a se stessa. « Rifiutavo di vedere persino Bill, pensi, e non volevo ammettere di avere bisogno di aiuto. » Tacquero entrambi per qualche momento, poi Jake domandò con una lieve esitazione: « Per quale motivo esattamente Bill le ha chiesto di venire qui? » Gli occhi color nocciola di Carol rimasero perfettamente limpidi e schietti. « Semplicemente per vedere come sta lei... se ha bisogno di qualcosa. E credo che avesse una gran voglia di venire lui stesso, ma temeva di darle fastidio. » Farrant emise un profondo sospiro. « La ringrazio per la sua since- rità, Carol. » « Non dimentichi che ci sono passata anch'io, se pure per un altro motivo. Non volevo la pietà di nessuno, cosí ho chiuso la porta in faccia a tutti i miei amici. » « E bravissima, lo sa? » ribatté Jake sorridendo. « E già riuscita a minare le mie difese. » Ridevano entrambi quando tornarono i gemelli, infangati e scarmi- gliati, ma felici. « E magnifico laggiú! » esclamò Matthew. « C'è una tale pace! » « Ed è tutto cosí verde e profumato! » aggiunse Mark. 174 Carol si alzò per congedarsi, senza staccare gli occhi dal viso di Jake. « Ha avuto molta pazienza con noi! Che cosa debbo dire a Bill? » « Gli dica... sí, gli dica che me la cavo benissimo e che la mia vita è molto piú piena e felice di quanto lo sia mai stata. » Carol fece un cenno di assenso. « E. . . ? » « E gli dica che è un vecchio demonio cospiratore, ma mi farebbe molto piacere vederlo. » Carol sorrise per il sollievo: « E Manny? » « Anche lui, naturalmente. » Lei gli si avvicinò e gli diede un buffetto affettuoso su un braccio. « Bravissimo! Sta imparando molto piú in fretta di quanto non abbia fatto io ! » Farrant guardò i due ragazzi. « Spero che veniate a trovarmi di nuo- vo, tornando dal Galles. » Lo fissarono tutti, stupiti. « Lo desidera veramente? » domandò Mark. « Sí, veramente » rispose Jake sorridendo. Quattro L A MATTINA SEGUENTE Bracken non comparve e Jake, per quanto si ripetesse che il ragazzo aveva il pieno diritto di fare ciò che prefe- riva, provò un senso di assurda delusione. Si era sentito addirittura esausto, quella notte, dopo che Carol e i ragazzi se n'erano andati, come se il calore della loro visita fosse stato quasi troppo per lui e la loro partenza gli avesse sottratto una parte delle sue energie. Era caduto in un sonno pesante, turbato da un sogno angoscioso. Gli era sembrato di ritrovarsi in un buio profondo, slittando inesorabilmente mentre cercava di inerpicarsi lungo l'erto pendio di una montagna scistosa e di aggrapparsi a un debole alberello che spuntava fra le rocce. Un sogno provocato soltanto dalla sua ansia, pensò ram- mentandone i particolari, e che era meglio non prendere sul serio. La mattina si sentiva ancora molto stanco, ma scese ugualmente a farsi il tè, poi uscí per portare il primo pasto a Sky. Non gli era rimasta altra carne per il gheppio, cosí decise di scendere in paese a fare qualche provvista, per il caso che Bracken non si fosse fatto vedere. Era un altro mattino soffuso di luce perlacea e il giornalista si scopra sorridere ripensando al visino di Bracken alzato verso la sua finestra, alla voce che lo chiamava dal giardino. "Scenda. . . è una mattina meravigliosa, 175 tutta color perla!" Mentre attraversava il prato per andare a prendere l'auto, udí cantare un'allodola. Una mattina color perla, dawero, eppure lui non si sentiva sereno. Il ricordo del sogno gettava un'ombra sulla sua mente, un'ombra che non riusciva a dissipare del tutto. In paese, comprò qualcosa all'emporio, poi andò dal macellaio e gli spiegò il suo problema con Sky. Il macellaio era cordiale e sorridente come la signora Willis, e Jake finí con lo scoprire che era suo fratello. « Le ci vuole qualche ritaglio di carne, allora » disse. « Ho appena pulito due conigli. Posso darle i rima- sugli, piaceranno al suo gheppio. » Uscito dalla macelleria, Jake risalí in macchina, scese lungo il sen- tiero della fattoria e, lasciata l'auto nel prato, tornò al villino attraverso il campo. A metà strada lo colse un capogiro e dovette sedersi su un masso lí vicino ad aspettare che gli passasse. Da quel punto, udiva il merlo di Bracken che zirlava tra i rami del pero, gioioso e spensierato come sempre. Ma lui non si sentiva spensie- rato per niente, quella mattina. Qualcosa non andava per il verso giu- sto. Gli sembrava che un'ombra, simile all'ala di un falco, si librasse tuttora nella sua mente. Giunto a casa, portò a Sky un pezzetto di coniglio, poi tornò in soggiorno e si abbandonò su una poltrona a riposarsi. Alla sera, Bracken non si era ancora fatto vivo e Jake rinunciò ad aspettarlo. Si era appena seduto a leggere, quando qualcuno bussò piano alla porta e lui si alzò per andare a vedere chi fosse. Si trovò davanti un uomo robusto e vigoroso, dalla carnagione scura, con pantaloni di velluto a coste marrone, un berretto floscio e un fazzo- letto rosso attorno al collo. « Mi scusi se la disturbo, signore » disse con voce calda e cadenzata. « Ma mi chiedevo... ha visto il ragazzo? » Jake ebbe la sensazione che il cuore gli si fermasse per un attimo e poi riprendesse a battere troppo in fretta. « Il ragazzo? Bracken, intende? » L'uomo lo fissava con i penetranti occhi scuri, come se lo soppesasse. Poi si rilassò un poco e sorrise brevemente. « Cosí lo chiamano tutti, qui intorno. Sí, lui. » « Non l'ho piú visto dall'altro ieri, però ieri mattina è venuto qui e ha lasciato sul gradino della porta il cibo per il gheppio. Non è torna- to a casa? » L'uomo scosse la testa. « No, da ieri sera. » « E mai stato fuori, la notte? » domandò Jake, in ansia. « No. Mai per una notte intera, senza avvertire. » « Mi faccia capire bene » disse Jake, cercando di attenersi ai fatti. « Non è venuto con lei alla fiera di cavalli a Stow? » « Sí, poi ha portato a casa i grais li ha legati vicino alle roulotte ed è sparito. Pensavo che fosse venuto da lei. . . » « No, io non l'ho visto » mormorò lentamente Jake, turbato da un oscuro timore. « Ma quando eravate a Stow, non è per caso accaduto qualcosa che possa averlo preoccupato? Qualcuno ha forse parlato di animali in pericolo o qualcosa di simile? » « Capisco cosa intende dire. Questo lo avrebbe proprio sconvolto! Io però non ho sentito niente del genere. » Farrant sospirò. « Lei conosce il paese meglio di me. Le riuscirà piú facile immaginare dove potrebbe essere andato. Vengo con lei, se ha intenzione di andare a cercarlo. » Lo zingaro gli posò una mano su un braccio, come per trattenerlo. « No, non è necessario, signore. Sappiamo che non è stato troppo bene, ce lo ha detto il ragazzo. Inoltre, noi possiamo prendere i grais e arri- vare molto piú lontano. E meglio che lei rimanga qui. Può darsi che torni qui a vedere il suo gheppio. » « Sí, è possibile » convenne il giornalista. Ma sembrava tanto dub- bioso che lo zingaro fu indotto ad aggiungere: « Non si preoccupi, signore. Il ragazzo sa badare a se stesso, come tutti noi gitani. Ricompa- rirà presto ». Jake riconobbe a un tratto quella voce cadenzata e i lineamenti fini e marcati. « Lei è suo padre, vero? » « Sí. » « E un bravo ragazzo. Dev'essere fiero di lui! » Passò tra i due il lampo di un sorriso, poi lo zingaro girò sui tacchi e si allontanò nelle prime ombre della sera. Soltanto allora Jake vide un pony grigio e villoso legato al cancello. « Manderò qualcuno ad avvertirla non appena ritorna! » gridò lo zingaro, balzando in groppa al cavallino. BRACKEN aveva udito parlare i due agricoltori mentre teneva a bada i cavalli per suo padre. « Meglio stanarli di là » aveva detto uno. « Non mi piace per niente l'idea di averli intorno, con tutto il mio bestiame da quelle parti. E tu? » « No, nemmeno io » aveva brontolato l'altro. « Sei riuscito a organiz- zare qualcosa? » « Ho raccolto un po' di uomini. » « Quando lo facciamo? » 177 « Anche stanotte. C'è la luna. » « Bene. Io porterò i cani e i fucili. Potrebbe essere una faccenda un po' lunga. Ci sono parecchie entrate e prima di tutto dobbiamo bloccarli perché non scappino. » I due si erano allontanati continuando a chiacchierare e Bracken li aveva seguiti con lo sguardo, agghiacciato. Aveva capito perfettamente che cosa si proponevano di fare. Era la tana dei tassi piú lontana, quella di Hawkswood, il loro obiet- tivo, lo sapeva. Uno dei due era il proprietario della mandria piú nume- rosa della zona, quello che aveva cacciato dalle proprie terre lui e la sua gente. Che cosa posso fare? si era chiesto. Come sarebbe stato possibile avvertire un'intera colonia di tassi che la loro vita era in pericolo? Anche se fosse riuscito a precedere la banda dei cacciatori, non sarebbe mai stato in grado, da solo, di far fuggire i tassi prima che gli agricoltori e i loro cani li sterminassero. A meno che... a meno che non gli riuscisse di stanarli col fumo! Sape- va che a volte gli agricoltori ricorrevano a quel sistema, ammucchiando davanti all'ingresso delle tane mucchi di sterpaglia incendiata e aspet- tando che i tassi fossero costretti a uscire, per aizzargli contro i cani oppure ucciderli a fucilate o a colpi di badile sulla testa. Certo, se si fosse affrettato, forse avrebbe fatto in tempo a farli uscire dalle loro tane. Ma la fiera dei cavalli non era ancora finita ed era già molto tardi quando poté finalmente tornare all'accampamento. Gli zin- gari si stavano accingendo a mangiare intorno al fuoco, quando Bracken sgattaiolò via, nella penombra grigio-azzurra. Percorse un'infinità di chilometri, quella sera, e riuscí a raggiungere le tane dei tassi prima che si alzasse la luna. Non c'era ancora nessuno ma gli sembrò di udire in lontananza un latrare di cani molto piú intenso del solito. Cominciò a raccogliere freneticamente ramoscelli, erba e foglie sec- che cui dar fuoco. Si era portato dietro anche alcuni stracci unti d'olio che sistemò in mezzo a ogni mucchio, prima di infilarli nell'imboccatura delle tane che era riuscito a scoprire. Poi levò di tasca una scatola di fiammiferi e appiccò accuratamente il fuoco a tutti. Appena le volute di fumo cominciarono a innalzarsi nell'aria della sera, Bracken si mise a correre disperatamente da un mucchio all'altro, spingendoli piú adden- tro nelle tane con un lungo ramo di nocciolo. Per qualche tempo non accadde nulla ma poi, urtandosi e grugnendo i tassi cominciarono a uscire. Prima i maschi, che fiutavano l'aria per captare un eventuale pericolo, starnutendo e sputando per il fumo, 178 avanzando lentamente, sospettosi. Dietro a loro apparvero finalmente le femmine e i piccoli che si fermarono ordinatamente all'ingresso, in attesa che i maschi segnalassero via libera. Bracken non sapeva che cosa fare, ora. Se si fosse messo a gridare e ad agitare le braccia, i tassi sarebbero tornati a rifugiarsi nelle loro tane. Se fosse rimasto lí fermo e zitto, si sarebbero accovacciati ad annusare l'aria, in attesa che il fumo si disperdesse. In un caso come nell'altro, sarebbero stati irrimediabilmente condannati. Finalmente decise di aggirarli, portandosi alle loro spalle per riappa- rire, gridando, sul ciglio della scarpata sabbiosa dalla quale sporgevano le radici degli alberi. In quella maniera, sarebbe forse riuscito a spaven- tarli e a mettere in fuga l'intero branco. Prese a muoversi, cauto, tenendosi sottovento per quanto gli era possibile, con la speranza che, quando fosse passato dietro di loro, il fumo lo avrebbe nascosto agli occhi miopi dei tassi. Sgusciando tra faggiole e campanule, raggiunse l'orlo della scarpata e balzò improvvi- samente in piedi, agitando le braccia e urlando come un forsennato. Allora scoppiò un pandemonio. Da un gruppo d'alberi al suo fianco, giunse fino a lui il furioso latrare dei cani scatenati sulle tracce dei tassi mentre, oltre lo schermo di fumo, si alzavano le grida colleriche degli agricoltori. « Presto! » urlò una voce irata. « Qualcuno li ha fatti scappare affu- micando le tane! Portate i fucili! » « Lanciate i cani! » aggiunse un altro. « Andiamo, Spot! Da quella parte! » « I badili! » gridò un terzo. « Picchiateglieli sulla testa! » I tassi, sorpresi e disorientati, si fermarono un attimo, guardandosi intorno poi, come a un segnale, si mossero tutti insieme, lanciandosi a corsa pazza nel bosco. Esplose una raffica di urli e di fucilate e una bellissima femmina crollò sul terreno, mentre gli altri parvero svanire nel buio fra gli alberi. Per un momento, uomini e cani rimasero nella radura, incerti, non sapendo da che parte andare, finché Boley, il grosso mastino di Dea- con, uno degli agricoltori, non si lanciò sulle tracce dei tassi. « Distruggete le tane! » gridò una voce. « Cosí non potranno tornare. Io seguo i cani. Chissà che non abbiamo piú fortuna! » Ma Bracken li aveva preceduti, incitando i tassi, gridando, inciam- pando contro le radici, cercando di cancellare l'odore degli animali e di aumentare la distanza fra loro e i cani. Un tasso adulto, lo sapeva, sarebbe stato capace di tener testa a qualsiasi cane, ma i piccoli? 179 « Correte! » gridò ansimando. « Via, via! Correte! » Continuò a cor- rere lui stesso finché non gli mancò il respiro. Davanti a lui i tassi fuggivano silenziosi, nel folto del bosco. Dietro a lui, le voci degli uomini e dei cani si facevano sempre piú fievoli. Forse ce l'abbiamo fatta! pensò. Ma poi urtò con un piede qualcosa di morbido e si fermò, chinandosi a guardare che cosa fosse. Due cuccioli ammucchiati l'uno contro l'al- tro, ansanti, soli e sperduti. « Non potete restare qui! » mormorò. « I cani vi troveranno. Andiamo. » Raccattò le due bestiole che si contor- cevano e se le ficcò dentro il giubbotto a vento, poi riprese a correre. Alle sue spalle, quasi alle sue calcagna, Boley, piú veloce di tutti gli altri cani, irruppe rumorosamente attraverso il sottobosco. Atterrito per ciò che sarebbe potuto accadere ai cuccioli, Bracken proseguí a corsa pazza, alla cieca, attraversò una radura illuminata dal- la luna, raggiunse una chiazza di erba stenta e si trovò, senza avve- dersene, sull'orlo di una scarpata sabbiosa. Precipitò a capofitto, roto- lando su se stesso, sempre piú in fretta, sbattendo e rimbalzando da un masso a una falda di pietrisco che si disintegrava sotto il suo peso, lun- go il ripido pendio della vecchia cava abbandonata dove i gheppi an- davano a nidificare. JAKE NON RIUSCIVA a dormire. Continuava a ripetere a se stesso che gli uomini della famiglia di Bracken erano perfettamente in grado di rin- tracciarlo e che con ogni probabilità il ragazzino non si era affatto perduto, ma semplicemente attardato a soccorrere qualcuno, uomo o animale che fosse. Tuttavia, per quanto si sforzasse, non riusciva a scuotersi di dosso la sensazione di triste presagio che era andata aumen- tando in lui nel corso della giornata. C era qualcosa nell'aria. Sentiva tuttora l'ombra di quell'ala di falco gravare su di lui. Un'ala di falco? All'improvviso, gli tornò alla mente, chiarissimo, il sogno della notte precedente: lui che cercava di inerpicarsi su per il pendio scistoso di una montagna che, a ogni passo, si sbriciolava in una frana di sassi e in cascate di ghiaia e sabbia dove i suoi piedi affondavano e lui non riu- sciva piú a sollevarli. Anzi, ogni suo sforzo per liberarsi otteneva sol- tanto il risultato di fargli cadere addosso altra sabbia che lo soffocava fino a impedirgli di respirare. Poi ricordò ciò che aveva detto Bracken. "Là c'è una vecchia cava dove i gheppi vanno a fare il nido." Ricordò il suo viso turbato mentre mormorava: "Temo che i tassi siano in pericolo". Infine ricordò un no- me: Hawkswood, il bosco dei falchi. Non l'ombra dell'ala di un falco... la sua mente gli aveva giocato un brutto scherzo. Era il bosco dei falchi! Si alzò, infilò giacca a vento e stivali, prese la sua torcia elettrica e uscí. Spinto ora da una fretta assillante, scese il piú in fretta possibile in fondo al campo illuminato dalla luna, sedette nell'auto e, lasciando lo sportello aperto e la luce interna accesa, stese davanti a sé la carta topografica della zona. Facendo scorrere il raggio della torcia sulla rete di linee sottili e di nomi, individuò subito il lago, che si chiamava Sedge- combe. Ed ecco i boschi di faggi oltre la valle. E lí, ecco la Hawkswood Quarry, la vecchia cava abbandonata, a circa tre chilometri dalla strada che attraversava il bosco indicato col nome di Hawkswood. Posò la carta sul sedile accanto a lui, spense la torcia e, avviato il motore, partí in quarta lungo il buio sentiero in salita. Dovevano essere circa le due, pensò. Costeggiando i boschi e seguendo poi il profilo delle colline, giunse finalmente a una cresta che dominava la distesa di faggi denominata appunto Hawkswood. La cava, pensò, doveva essere sul lato opposto del bosco, a circa tre chilometri da lí. Scese dall'auto, prese la torcia elettrica e iniziò la lunga camminata fra gli alberi. Il silenzio profondo della notte era rotto soltanto dall'oc- casionale, lugubre strido di una civetta lontana. Durante tutto il tragitto, Jake non si era soffermato a riflettere sul- I'impresa nella quale si era imbarcato, ma ora fu improvvisamente assa- lito dai dubbi. Che cosa lo aveva indotto a credersi cosí certo di sapere dove potesse essere Bracken? Perché mai si era fidato tanto ciecamente di un sogno? Ma mentre discuteva con se stesso, sentiva di aver visto giusto. Bracken era lí da qualche parte, in difficoltà e solo nel buio della notte, aspettando lui. La torcia elettrica illuminava bene il sentiero e finalmente, dopo aver camminato per quella che sembrava un'eternità, si trovò fuori del bosco, in una radura illuminata dalla luna, limitata da un margine sab- bioso oltre il quale si addensava, fitta, I'oscurità. Ci sono! pensò. Que- sta è la vecchia cava e Bracken è qui, da qualche parte. Lo so,lo sento. Si avvicinò al margine e guardò oltre. Era buio pesto, ma riuscí ugualmente a discernere i fianchi dissestati della cava e i pochi arbusti stenti che crescevano lungo di essi. Esattamente come nel sogno. « Bracken? » chiamò. « Sei qui? » Nessuna risposta. Un momento, pensò. Nel sogno, io mi arrampi- cavo mentre se varcassi il margine, scenderei, trascinandomi dietro tutto il pietrisco della cava. E lui potrebbe essere lí sotto. Meglio che lo aggiri e cerchi una via per scendere. 181 Facendosi luce con la torcia, scoprí un viottolo che sembrava snodarsi intorno ai fianchi della cava, fino a raggiungere il fondovalle. Lo seguí addentrandosi sempre piú profondamente a ogni passo nella notte nera come la pece. La luce della luna non arrivava, laggiú. Alla fine del viottolo si rese conto di trovarsi sul fondo della cava, con lo sguardo alzato alle pareti sabbiose e sfaldate, proprio come gli era avvenuto in sogno. E qui che mi trovavo, pensò. Devo cominciare ad arrampicarmi qui. Chiamò un'altra volta: « Bracken! » Ma la sua voce parve farsi beffe di lui, riecheggiando ripetutamente nella gola. Cominciò ad arrampicarsi. Il terreno cedeva sotto di lui, i suoi stivali si andavano riempiendo di ghiaia, ma ora sapeva dove andare. C'era un alberello che spuntava dalla roccia, poco piú su. Doveva arrivare ad aggrapparvisi per aiutarsi a salire. Il traguardo era là. Era stordito per la stanchezza, ma non se ne rendeva nemmeno con- to. Qualcosa lo trascinava, lo spingeva ad affrettarsi sempre piú a ogni passo. Il raggio della torcia ondeggiava da una parte all'altra mentre procedeva a fatica, ma finalmente raggiunse l'alberello e si fermò. Eccolo! Era quello! La mano di Jake si protese ad afferrarlo. Il pendio era molto ripido, in quel punto, e lui si tirò su centimetro per centi- metro, aggrappato al tronco flessibile, poi... poi l'esile alberello si sra- dicò dal terreno e Jake ruzzolò all'indietro. Riuscí a girarsi su un fian- co, in una gragnuola di sassi e sabbia, e atterrò su qualcosa di tiepido e morbido. « Bracken! Sei tu? » Si tirò su a sedere e, alla luce della torcia, vide il ragazzino steso davanti a lui, in un groviglio di gambe e braccia, con gli occhi chiusi. Aveva una profonda ferita al capo e i vestiti tutti macchiati di sangue. Per un terribile attimo Jake temette che fosse morto, ma poi vide che respirava regolarmente e si rese conto che il sangue era quello di un piccolo tasso morto che Bracken stringeva fra le braccia. « Bracken! » chiamò ancora, scuotendolo delicatamente. « Svegliati! Mi senti? Sono venuto per riportarti a casa! » Il piccolo zingaro emise un profondo sospiro mentre Jake gli toglieva dalle braccia il corpicino inerte dell'animale e lo posava sui sassi. Poi il giornalista gli aprí il giubbotto e trovò l'altro, che sembrava incolume e si stringeva atterrito contro il fianco tiepido del ragazzino. « Su, svegliati! » ripeté Jake, poi rammentò che Bracken portava sempre una fiaschetta nella bisaccia di pelle. La trovò sotto la sua schie- na, con la fiaschetta piena di tè alle erbe. Allora sollevò la testa del ragazzino e, tenendola nell'incavo del gomito, gli accostò alle labbra il bicchierino di plastica che fungeva da tappo e gli versò in bocca un sorso di tè. Bracken tossí e cercò di alzarsi a sedere. « Fa' piano » ammoní Farrant. « Hai preso una brutta botta in testa. Riposati un momento. » « Sapevo che sarebbe venuto » mormorò Bracken. « E i cuccioli? Ho cercato di salvarli. Gli altri sono scappati tutti, ma hanno ucciso una femmina. » « Pazienza! Tu sei sano e salvo e anche uno dei cuccioli. » « E stata colpa mia » gemette il ragazzino, scoppiando in lacrime. Jake capí che si riteneva in qualche modo responsabile di quanto era accaduto ai tassi. « Non preoccuparti di questo, ora. Bevi un altro sorso del tuo magico tè. Devo tirarti fuori di qui! » Bracken posò contro il suo braccio il visetto sporco di polvere e rigato di lacrime. « Sono arrivato troppo tardi, capisce? Troppo tardi! » « Non mi pare ! Mi hai appena detto che tutti gli altri tassi sono riusciti a mettersi in salvo. E ora hai questo piccolino da curare, no? Su, andiamo, soltanto tu conosci la strada per uscire da questo buco. » « Bisogna prendere il sentiero che parte dal fondo della cava. » Restarono seduti ancora per qualche tempo, aspettando che Bracken riprendesse le forze. Jake non sapeva se lui stesso si sentisse forte o debole, sapeva soltanto che doveva riportare a casa il suo piccolo amico e si chiedeva se sarebbe stato in grado di portare lui e il suo cucciolo, qualora Bracken non fosse riuscito a reggersi in piedi. Ma alla fine aiutò il ragazzino ad alzarsi e, muovendosi con cautela, passo passo, riuscí a condurlo fino al fondo della cava. Là si avviarono su per il viottolo. Bracken rifiutò di lasciarsi portare da Jake, ma gli permise di prendere il cucciolo e di tenerlo dentro la giacca a vento. Fecero soste frequenti per riprendere fiato, ma finalmente raggiun- sero l'inizio del sentiero al margine della cava e sedettero sull'erba a riposarsi. « Ci sono ancora circa tre chilometri per arrivare alla mac- china » osservò Farrant: « Pensi di farcela? » Bracken lo guardò sorridendo. « Se può farcela lei. . . » Si incamminarono lentamente lungo il sentiero attraverso il bosco. La luce dalla luna cominciava a impallidire mentre a oriente il cielo si andava illuminando di un vago lucore traslucido come accade in prima- vera prima dell'alba. « Sono stanco » mormorò a un tratto Bracken, abbandonandosi sul- I'erba. Jake si chinò su di lui, chiedendosi che cosa dovesse fare. 183 Lasciarlo lí e andare a cercare aiuto? E se poi non fosse riuscito a ricordare esattamente il posto? E comunque è ferito, devo trovare il modo di portarlo via. Lo sollevò fra le braccia e s'incamminò barcollando. Il ragazzino sembrava stranamente leggero, ma dopo pochi passi anche quel peso non eccessivo gli procurò un improvviso, acuto dolore al petto. Non era certo di riuscire a raggiungere la strada, ma doveva tentare, anche se ora gli alberi sembravano stringersi intorno a lui e ondeggiare su e giú davanti ai suoi occhi. Poi, a un tratto, udí un coro di voci che chiamavano, un clop-clop di zoccoli, vide un cerchio di luci vacillanti e braccia che si tendevano a prendere il ragazzino. « State attenti, è ferito » raccomandò Jake, poi crollò sul terreno co- me un fantoccio di pezza. QUANDO rinvenne, si trovò disteso sopra un mucchio di morbide coperte accanto a un falò. Intorno a lui erano disposte in cerchio quat- tro modernissime roulotte e poco lontano pascolava tranquillo un gruppo di cavalli. Accanto a lui, sopra un altro mucchio di coperte riposava il piccolo Bracken. Gli avevano lavato il sangue dal viso e fasciata la testa. « Va tutto bene » disse una voce cadenzata e armoniosa, accanto a Jake. « La ferita del ragazzo non è grave, una bella dormita lo rimetterà in sesto. E stato lei a riportarcelo e noi le siamo molto grati. Devlesa avilan. L'ha mandata il buon Dio. » Jake girò la testa e si trovò davanti il bel viso di una giovane zingara dai capelli neri che, seduta in terra accanto a lui, intrecciava paziente- mente un canestro di sottili giunchi. « E il cucciolo? » domandò. « Sta benone. Lo abbiamo messo in una scatola, al buio. » Farrant annuí, soddisfatto. Poi gli venne in mente un'altra cosa « Devo dar da mangiare al gheppio di Bracken! » La donna sorrise. « E già andato uno di noi a vederlo e c'era ancora cibo nella gabbia. Sta benissimo anche lui. » Jake si lasciò sfuggire un sospiro. Andava tutto bene, ma si sentiva mortalmente stanco. « Le ho fatto un po' di tè » riprese la zingara. « Starà subito meglio vedrà. » E gli tese una tazza colma di un fragrante liquido ambrato. Guardando i suoi profondi occhi neri, il giornalista capí che era la mamma di Bracken. Bevve con un senso di gratitudine qualche sorso 184 ristoratore di tè, poi chiese: « Vuole raccontarmi che cos'è accaduto? » « Gli uomini hanno trovato la sua macchina sulla strada della collina, mentre passavano a cavallo, e hanno capito che lei doveva aver prose- guito a piedi nel bosco. Cosí vi hanno trovati, lei e il ragazzo, vi hanno caricati in macchina e portati qui. » La donna indicò un muro di pietra in fondo al prato. « L'auto è là dietro. » « Grazie. Cosí potrò tornare direttamente a casa. » La zingara lo guardò con un'espressione di vago rimprovero. « Deve riposarsi, prima. Sono già andati a chiamare il dottor Martin perché venga a dare un'occhiata a lei e al ragazzo. » « Non ho bisogno... » Lei gli posò una mano sul braccio. « Non ricorriamo spesso ai medici. Le nostre medicine ce le facciamo da noi. Ma col dottor Martin è diverso. Lui è un amico. » « Sí " convenne Jake. « E un amico davvero. » Non parve necessario aggiungere altro. Farrant si distese supino, fantasticando, mentre la mamma di Bracken sedeva quieta accanto a lui, continuando a intrecciare il suo canestro. Finalmente arrivò il dottor Martin che si accoccolò accanto a Jake, tastandogli il polso. Sembrava perfettamente a suo agio nell'accampa- mento degli zingari. « Mmm » borbottò. « Poteva andar peggio. E sí che le avevo pur dettc di fare le cose con calma! » Il giornalista indicò il ragazzino addormentato accanto a loro. « E quello il suo ferito. Io sono soltanto un cavallo perdente. » « E proprio questo il punto » lo rimbeccò severamente il medico. « Ha camminato per sette, otto chilometri, la gara l'ha corsa anche lei! Ora voglio che resti qui a riposare almeno per una giornata, ci pense- ranno gli zingari a tenerla d'occhio! Si sentiranno in dovere di fare qualcosa per lei, oggi. Il fatto di aver salvato la vita di uno zingaro fa di lei un personaggio particolare ai loro occhi, perciò lasci pure che le stiano intorno a coccolarla. Non le farà male. Lei è un essere privile- giato, sa? Non sono molti gli estranei, i gorgios, ai quali è concesso di vedere l'interno di un hatchintan e stasera, quando gli uomini torne- ranno dal lavoro, ci sarà un patshiv in suo onore . » « Un che? » « Un patshiv, una festosa cerimonia in onore di un ospite speciale. Ora dovrei ordinarle di tornarsene a casa e mettersi a letto, ma non lo farò » aggiunse il dottor Martin con un largo sorriso. « Però, devo metterla in guardia. Tutto questo affannarsi, nonché la caduta, potreb- bero averle provocato un'emorragia interna. Se cominciasse a sentire 185 freddo o si sentisse sul punto di perdere i sensi, mi faccia chiamare immediatamente, ha capito? » Jake annuí. « Adesso si riposi » concluse il medico, alzandosi. « E buon diverti- mento! Tornerò a vederla piú tardi. » Ubbidiente, il giornalista rimase tutto il giorno all'accampamento, in un piacevole ozio ristoratore, mentre le donne gli si affaccendavano intorno, offrendogli tè e dolci allo zafferano. Di pomeriggio, quando lui e Bracken si sentirono meglio, il ragazzino lo portò a vedere i cavalli, presentandoglieli per nome uno a uno, con giustificato orgoglio. Poi gli mostrò due furetti nelle loro gabbie e un coniglio addomesticato e ferito a una zampa che zoppicava tranquillo sotto una roulotte, brucando l'erba. Quindi fu la volta di due cani bastardi, Gambol e Streaker, legati vicino alla roulotte principale, che accolsero guaiolando felici le paro- line affettuose e le leccornie che Bracken aveva in serbo per loro. Infine, visitarono il piccolo tasso che dormiva raggomitolato in una scatola di cartone, in un angolo buio sotto un'altra roulotte. Bracken, intanto, aveva raccontato a Farrant tutto quel che era accaduto la sera precedente, prima della sua rovinosa caduta. « Ma purtroppo sono arri- vato tardi » concluse. « Se mi fossi mosso un po' piú presto, sarei riu- scito a salvarli tutti. » Jake scosse la testa. « Ce l'hanno fatta quasi tutti, non hai niente da rimproverarti. Una sola femmina e un cucciolo non sono una grande perdita per un intero branco, non ti pare? » Il ragazzino sospirò. « Forse no, ma sarei stato piú contento se non fossero morti nemmeno quelli. » « Credi che riuscirai ad allevare questo piccolino? » Bracken parve perplesso. « Forse... se mangerà! Dovrebbe essere vicino allo svezzamento, ormai. Mi sembra abbastanza grande. Il guaio è... » Si guardò in giro con espressione dubbiosa. « Non posso tenerlo qui. C'è troppo baccano e i cani lo spaventerebbero. Dovrebbe avere un ricovero tutto suo, abbastanza protetto, finché non sarà in grado di affrontare la vita nei boschi. » « Potremmo costruirglielo noi al villino » suggerí il giornalista. Il viso del ragazzino s'illuminò subito di gioia. « Davvero? Ma in tal caso toccherebbe a lei portargli qualche volta da mangiare, come sta facendo con Sky. » « Bene, perché no? Non ho niente di meglio da fare. » Tornarono a sedersi accanto al fuoco, facendo progetti, discutendo di gallerie, vani sotterranei e vecchi tubi di scarico. 186 Gli zingari avevano concluso di comune accordo che Bracken e il suo amico avevano bisogno di qualche tempo per rimettersi e che la festa non sarebbe cominciata fino a sera, quando tutti gli uomini fossero rientrati. Frattanto, le donne si diedero un gran da fare a cucinare sui fuochi da campo. Finalmente il sole cominciò a tramontare in un quieto splendore di fuoco color albicocca. Gli uomini tornarono dal lavoro e le donne scom- parvero nelle loro roulotte per cambiare i severi indumenti da lavoro con i loro costumi piú sgargianti. Ben presto grandi, fluttuanti macchie scarlatte, verdi, azzurre, con qualche tocco d'oro, balenarono nel river- bero dei fuochi. Gli uomini, a loro volta, indossavano camicie e fazzo- letti dai colori brillanti che, insieme a quelli dei costumi femminili, creavano nel campo un'atmosfera di grande allegria. Frattanto l'aria si andava saturando dell'odore del fumo di legna e delle carni arrostite e Jake perdette ben presto il conto delle pietanze speciali che le donne gli andavano mettendo davanti perché le assag- giasse. Ognuna sembrava piú succulenta e saporita della precedente. Gli uomini, che avevano portato un enorme barile di birra, continua- vano a riempirgli il boccale, non appena lo vedevano vuoto. Domattina starò male da morire, pensò lui, ma ne vale la pena. Bracken non si allontanò quasi mai dal suo fianco. Gli avevano asse- gnato il posto migliore accanto al fuoco e tutti lo tenevano nascosta- mente d'occhio, nel caso mostrasse qualche segno di stanchezza. A un certo punto, Kazimir Bracsas, il padre di Bracken, venne a sedersi al suo fianco. « Volevo chiederle.. » cominciò Jake, guardandosi in giro per assi- curarsi che Bracken non potesse udirlo. « C'è pericolo che nasca qual- che guaio per quella storia dei tassi? » domandò poi, quando ebbe visto il piccolo amico occupatissimo a riempirsi il piatto, davanti a un pento- lone sul fuoco. « Non credo. Il ragazzo ha detto di non essere stato visto da nessuno. Comunque, a ogni buon conto, sono tornato là oggi, a ferrare un cavallo, e ho fatto qualche domanda in giro. Mi hanno detto che Dea- con, I'agricoltore che ci ha buttati fuori dalle sue terre, è furibondo, ma non potrà fare molto. Oltretutto, quella colonia di tassi nel bosco non è proprio sul suo terreno. » « No? » ribatté Jake, interessato. « No. L'Hawkswood appartiene a un certo Thornton, perciò Deacon non ha alcun diritto di alzare la voce perché il ragazzo ha fatto scappare i tassi. Senza contare che ha permesso che uno dei suoi cani lo buttasse giú dallo strapiombo e sarebbe lui a trovarsi nei guai, se si venisse a saperlo. » Kazimir Bracsas sembrava molto turbato. « E sarebbe potuto andare ben peggio, con una caduta come quella! Poteva morire! » Jake fece un cenno di assenso, col viso molto serio. « Bene, me lo faccia sapere, se dovesse nascere qualche complicazione... Se ci fosse bisogno di aiuto, intendo. » « Lo farò, non dubiti! » promise calorosamente lo zingaro. « Ma be- viamo, ora! Tra poco si comincia a cantare. » Bracken arrivò e porse a Jake un piatto colmo. « Le ho portato un bokoli. E una specie di frittella ripiena di carne. Provi se le piace. » « Mi piacerà di certo » assicurò Jake. Mentre assaporava la sua pietanza, cominciarono i canti. Uno zingaro portò una chitarra e un altro tirò fuori un'armonica a bocca. Cantarono melodie tristi e fiere, di terre lontane, e gli zingari, seduti in cerchio, segnavano il tempo battendo mani e piedi. E chiaro l'influsso ungherese, pensò Jake. In questi canti primitivi, tristi e nostalgici, c'è tutto lo struggimento, tutta la malinconia dell'a- nima magiara, I'eco del lungo, incessante errare dei nomadi. Improvvisamente l'atmosfera cambiò e due giovani zingari si alza- rono a ballare. La musica si fece piú veloce e il battito delle mani piú concitato mentre i danzatori si esibivano nel riverbero delle fiamme roteando, saltando, schioccando le dita, battendo i tacchi. Quando la musica li ebbe portati al culmine della frenesia, crollarono sul terreno, ansanti, e due zingari piú anziani presero il loro posto. La danza era piú lenta, ora, piú pacata. Rammentava a Jake le danze che aveva visto in Grecia: misurate, contenute, finché la tensione non esplodeva all'irn- provviso in un ritmo selvaggio e travolgente di totale abbandono. Ma lí la musica non cambiò, mantenne il proprio ritmo grave e misurato mentre i due uomini si muovevano in cerchio, solenni e dignitosi, ripe- tendo i passi complicati di un tempo lontano. Poi la chitarra accelerò il ritmo e fu la volta delle ragazze.-Jake notò che uomini e donne non danzavano mai insieme. Le gonne dai vivaci colori roteavano, i tacchi battevano e le collane di monete d'oro tintin- navanO mentre le ragazze volteggiavano al ritmo sempre piú veloce. Terminate le danze, il babbo di Bracken emerse dalla sua roulotte con una vecchia viola d'amore lucente. Echeggiò un lieve applauso, mentre lui si sistemava con cura la viola sotto il mento, alzava l'archetto e cominciava a suonare. « Le ho detto che Bracsas significa suonatore di viola vero? » disse Bracken a Jake. « Quella è un sumadji, un tesoro di famiglia. Apparte- neva al mio bisnonno. » Uomini e donne intorno al fuoco ascoltarono rapiti mentre la viola di Kazimir alzava nella notte il suo canto profondo e lamentoso. Quando ebbe finito, vi fu un attimo di silenzio, poi esplose un altro applauso e risa e voci gaie riempirono l'aria. Jake si sentiva in preda a una strana sensazione, ora. Le contusioni riportate nella caduta cominciavano a dolergli e aveva freddo, un freddo terribile. Chiuse gli occhi, cercando di radunare le forze per vincere quella strana sensazione di irrealtà che minacciava di sopraffarlo. Non poteva non doveva perdere i sensi lí, al colmo della festa. A un tratto gli sembrò che una voce lontana gli sussurrasse qualcosa Aprí gli occhi e si trovò davanti il viso dolce della mamma di Bracken « Il dottor Martin sarà qui a momenti » gli stava dicendo sottovoce. « Lo avevamo invitato al patshiv, ma non era libero. Però ha promesso di venire ugualmente, per qualche momento. Cosí potrà riportarla a casa lui stesso. » « Posso benissimo... » cominciò Jake, poi s'interruppe. Era sciocco protestare. Sapeva di non essere assolutamente in grado di guidare. Il mondo intorno a lui sembrava immerso in una strana nebbiolina grigia e quella donna quieta, dal sorriso dolce e gentile come quello di Bracken sapeva tutto di lui. « Che ne pensano gli zingari della morte? » domandò a un tratto. Lei non parve sorpresa. « Viene per tutti, è un fatto naturale » rispo- se tranquillamente. « A noi piace morire all'aperto, se è possibile, sotto la volta del cielo, come gli animali di Bracken. E onoriamo i nostri morti. Sono sempre presenti nei nostri pensieri e usiamo parole partico- lari per ricordarli. Diciamo: "Te avel angla tute", facciamo questo in memoria di voi, che è un modo per sentirli ancora vicini. Quanto a noi un giorno sapremo tutti che cos'è la morte, perciò non ce ne preoccu- plamo troppo, prima. Dio avrà cura di noi. » Erano le parole che Jake si era aspettato: semplici, naturali e strana- mente confortanti. Poi sentí una mano scivolare nella sua e la voce cadenzata di Bracken che gli sussurrava in tono confidenziale: « Ho pensato che potremmo chiamarlo Zoe, il piccolo tasso. Il babbo mi ha detto che significa vita ». 190 Cinque IL DOTTOR MARTIN non lo riportò a casa. Lo portò direttamente in ospedale, dove gli fecero una trasfusione di sangue e alcuni esami. La straordinaria gentilezza con la quale tutti lo trattavano fece capire a Jake che i risultati non erano buoni, ma non ne fu sorpreso, né molto turbato. La sua mente, ora, era tutta concentrata nello sforzo di recupe- rare forze sufficienti per poter tornare a casa. Il resto sarebbe venuto quando fosse stato il momento. Ma passarono dieci giorni prima che il dottor Martin giudicasse che le sue condizioni si erano stabilizzate quanto bastava da poterlo dimettere. Jake tornò al villino in tassí e fu profondamente commosso trovando sulla soglia di casa una fila di doni affettuosi. Un pasticcio di selvaggina e una scatola di generi di drogheria da parte di Mary Willis, formaggio mandato dalla signora Bayliss, un pacchetto di profumatissimo tè alle erbe, una fetta di torta di sesamo e un mazzo di campanule dall'hatchin- tan, due costolette di agnello e un po' di "ritagli per il gheppio" da Tom, il macellaio, e un libro sul Gloucestershire lasciato da Jim Merrett, il portalettere, insieme con un biglietto che diceva: "Se le occorre qual- cosa, non ha che da lasciare un elenco sul gradino". Jake portò tutto in casa e si preparò subito un tè alle erbe, poi riposò un poco e infine si sforzò di uscire in giardino per andare a vedere come se la cavava Sky. Lo trovò appollaiato sul suo ramo, intento a lisciarsi pazientemente le lunghe penne delle ali. Quando gli gettò qualche pezzetto di carne in fondo alla voliera, il gheppio girò la testa a guardarlo, poi volò giú a investigare. Le sue ali erano palesemente piú forti, ora. « Stai molto meglio, a quanto pare » osservò Jake. « Sarà questione di poco, ormai. » La mattina seguente, trovò sul gradino un biglietto di Bracken. "Sky sta diventando forte. Spero che lo sia anche lei. Il cucciolo di tasso è sempre vivo e mangia. Le ho portato una crisalide. B." Accanto al higlietto c'era un vasetto di vetro pieno di foglie, con una crisalide marrone, a forma di bara, sul fondo. Jake lo portò in soggiorno e lo posò sul tavolo. Chissà quando si schiuderà, si domandò. Si sentiva ancora troppo fiacco per avventurarsi oltre il giardino, ma si ripromise di farlo il giorno seguente... Ma il gi