J. H. WILLIAMS. (TENENTE COLONNELLO.) BILL DEGLI ELEFANTI. CHI NON RICORDA le storie della giungla che affascinarono la nostra infanzia, le avven- ture di Mowgli, di Tarzan, e le incredibili pro- dezze dei loro amici con zanne e proboscidi? Questo Bill de,~li Elefanti, di J. H. Williams, trasporta quelle poetiche fantasie sul piano del- la realtà, e ci mostra la straordinaria collabora- zione delle creature della giungla con l'uomo. Il colonnello Williams, sop~annominato Bill degli Elefanti, ha trascorso 22 anni in Birma- nia occupandosi dell'addestramento dei pachi- dermi da lavoro. Con l'intuizione dell'appas- sionato, con la precisione del naturalista, ci descrive la vita degli elefanti, ci narra mille episodi divertenti e commoventi dei loro amori, delle loro lotte, mille esempi della loro intelli- genza e capacità di lavoro. E intorno a questi magnifici re della foresta, si muovono adole- scenti agili e fieri, donne ambigue dalla pelle color d'oro, cacciatori pazienti: tutto il mondo pittoresco e misterioso della giungla birmana. IO MI SONO sempre inteso bene con gli animali. Mi piacciono e, salvo un caso o due degni di nota, anch'io, si direbbe, riesco simpatico a loro. Il mio primo amico a quattro zampe fu un asino, quand'ero ragazzo in Cornovaglia. Vagava libero per la brughiera, ma io sapevo sempre dove trovarlo. Durante la prima guerra mondiale fui nelle truppe cammellate e in seguito, come ufficiale addetto ai trasporti, ebbi in consegna un gran numero di muli. Imparai cosí molte cose intorno agli animali, perché tanto muli che cammelli sono bestie difficili. Per giunta i muli hanno un notevole senso del comico, e chi si occupa di loro esercita per forza il suo. Questo per me fu tanto di guada- gnato, perché poi m'è toccato vivere piú in là di Suez, in posti dove chi manca di umorismo fa meglio a imbarcarsi sul primo battello che torna in patria. Come tant; e tanti altri, finita la guerra, cominciai a pensare come sistemarmi. Un amico mi disse di conoscere un tale che si occupava di elefanti, in Birmania. Sembrava proprio il genere di lavoro che faceva per me. L'amico scrisse a questo tale, presentandomi come un aspi- rante all'arte di addestrare elefanti, ed io scrissi al capo della Società Commerciale Birmana di Bombay, da cui dipendeva la cosa. Si era già al I920 quando mi congedai; ma la mia lettera mi procurò un colloquio, e prima che l'anno finisse ero in Bir- mania. Il primo ricordo vivido che serbo della Birmania non ha nulla a che vedere con le pagode, le risaie e altri aspetti pittoreschi di cui avevo letto nei libri, ma riguarda Willie, i] primo «vete- rano » della giungla che incontrai, quello che doveva essere il mio maestro. Feci la sua conoscenza nel suo campo, sulle sponde dell'alto Chidwin, nell'alta Birmania. Lo trovai, cosí mi disse, che aveva addosso un febbrone da cavallo: ma se ne stava seduto a un tavolino davanti alla sua tenda, bevendo un whi.sky e soda, e fu- mando un sigaro birmano. Mi fece un'accoglienza gelid~, e subito mi resi conto ch'era geloso della sua vita nella giungla e ostile a qualsiasi intrusione. Verso le quattro del pomeriggio chiesi una tazza di tè, e mi sentii prendere in giro perché non bevevo whisky e soda. Giurai tra me e me chc presto o tardi l'avrei veduto sotto la tavola. Alle cinque giunsero al campo sette elefanti, e si allinearono per l'ispezione. Willie si alzò senza dirmi una parola, ma io lo seguii non invitato. A giudicare dall'aspetto, c'era uno degli elefanti, una fcmmiIla vecchia e malandata, che avrebbe potuto essere la madre degli altri sei. Furono passati tutti in rivista, uno dopo l'altro, e per ognuno,~illie prendeva degli appunti su un quaderno. La cosa durò una mezz'ora, e durante quel tempo Willie non mi rivolse ulla sill~ba. Io mi guardai bene dal fare domande, perché capiV(l che mi sarei soltanto attirato degli improperi. Tuttavia, tcrminata l'ispezionc, Willie si voltò verso di me: « I quattro di dcstra son vostri » disse. « Teneteli bene, altrimenti Iddio ve la mandi buona. » Per quel che ne sapevo, avlci anche potuto essere in obbligo di portarmeli a letto. La sera dopo, quando Willie mi disse di passare in rivista i miei quattro animali e assicurarmi che la bardatura non desse loro fastidio sulla schiena, feci come ho sempre fatto di regola nei C~lsi dubbi: mi affidai alla fortuna Dopo l'ispezione, in quclla prinl~i sera, visto che la mia tenda era stata piantata vicino alla sua, raggiunsi Willie davanti al suo tavolino da campo. C'erano sú due bottiglie di whisky: una sua e una mia. I)opo un'ora circa, Willie si cra scongelato abbastanza da chiedermi: « Vi si può affidare un fucile», e non: « Siete cac- ciatore? » come si dice cli solito. Dopo la mia risposta ci fu un silenzio. Willie vuotò e riempí il suo bicchiere varie volte. Alla finc uscí dal suo mutismo e, passandomi la bottiglia vuota, osservò: « Mi bevo una bottiglia ogni sera, e non mi fa male. In questo paese ci sono due vizi: le donne e il bere. Sceglietevi quello che preferite, ma non i due insieme. Tutto ciò che riguarda la giungla, gli elefanti e il vostro lavoro, lo imparerete a furia di esperienza. Soltanto un Birmano può insegnarvi qualcosa, e ci vorranno dieci anni prima che vi guadagniate la paga che vi dànno. Domani vi darò qualche carta geografica, e dopcdomani partirete per un giro di tre mesi, in cui dovrete sbrigarvela da solo. Potete fare quel diavolo che volete, potete anche ammazzarvi se vi piglia la malinconia; ma non tornate se non avete imparato a parlare un po' di birmano». Terminato questo discorso, se ne andò a letto senza nemmeno dire buonanotte. Dopo quattr'anni e mezzo di servizio militare credevo di aver passato l'età delle avventure: ma al momento di partire per il mio viaggio nella giungla, due giorni dopo, sentivo una nuova emozione. Con quattro elefanti che trasportavano il mio ba- gaglio, un cuoco, due portatori e due messaggeri, eccomi di nuovo indipendente. La mia vita di sorvegliante di elefanti era cominciata . Non eravamo in marcia neppure da due giorni quando la decrepita elefantessa che rispondeva al nome di Ma Oh (Vec- chia Signora), furovata morta un'ora prima di levare il campo. Willie, adesso lo capivo, se n'era sbarazzato appioppandola a me senza tanti scrupoli, e le sue terribili parole: « Teneteli bene, altrimenti Iddio ve la mandi buona » mi risonavano all'orecchio. L'enorme carcassa stesa lí nella giungla - la bestia era morta nel sonno - era per me una vista tremenda, e mi atterriva il pensiero che fosse morta proprio pochi giorni dopo essermi stata affidata. Come fare ;3 cavarmela da questo guaio ? L'elefantessa morta, I'accoglienza di Willie, e la sua minaccia che mi sonava all'orecchio, si sommavar~o per colmarmi l'animo di amarezza.< Alla peggio » pensai « mi manderanno via. Ma il diavolo mi porti se ne compro uno nuovo! » Era una brutta faccenda, ma poiché non c'era nessuno per darmi una mano dovevo arrangiarmi, e decisi che l'unica cosa da fare era un'au- topsia. La Vecchia Signora non era ancora fredda del tutto e già ero letteralmente dentro il suo corpo, all'ombra del grande arco delle costole. Da lei imparai molte cose sulla struttura dell'ele- fante. La sua carcassa si dimostrò una caverna piena di strani tesori, come il cuore, lo stomaco e i polmoni. L'unico intoppo fu che non mi riusciva di trovare i reni, e quasi quasi fui tentato di concludere che quella mancanza era stata la causa della morte. Pure, al momento di scrivere il mio rapporto, la sera stessa, mi parve che mettere « assenza di reni » come causa di decesso non riuscisse molto convincente; e cosí finii per la dispe- razione col lasciare « trovata morta », senza fare nessuna men- zione del mio viaggio di Gionata nel ventre del bestione. Il carico di Ma Oh fu diviso facilmente fra gli altri tre elefanti, e proseguimmo. Le mie istruzioni mi dicevano di raggiungere un certo villaggio nella valle del Myit~ha, dove avrei incontrato un capo birmano, di nome U Tha Yauk. Io andavo a piedi coi miei messaggeri e i due portatori, e, presa una scorciatoia lungo il fiumicello, precedemmo gli elefanti di parecchi chilo- metri. U Tha Yauk era uscito dal villaggio per venirmi incontro, e mi aspettava accosciato su una roccia, lungo il corso d'acqua che andavamo risalendo. Lo salutai con le mie tre parole di birmano, poi risi perché non sapevo dir altro, e lui rise con me. In fila indiana continuam- mo la marcia fino a una radura, dove sorgevano una diecina di capanne, tutte su palafitte di bambú e coi tetti d'erba. Una ragazza birmana vestita a festa, con una bella giacchetta bianca e un fiore nei capelli, si fece avanti con uno sgabelletto di canne intrecciate e me l'offrí perché sedessi. Vennero tre uomini por- tando delle noci verdi di cocco, le aprirono a un'estremità, versarono il liquido in una tazza di rame battuto a mano e me la porsero con un gesto ieratico. Appena comparvero gli elefanti, tutti si mossero per aiutare a sGaricarli, e il mio cuoco fu subito installato nella sua capanna. Il mio bagaglio fu ammucchiato in un angolo della capanna 2 7 1 destinatami, ch'era divisa in due da un tramezzo di canne di bambú intrecciate, formando camera da una parte e salotto dall'altra. Dopo un quarto d'ora il mio alloggio era arredato, con una stuoia in terra coperta da vivaci dhurrie di cotonata turchina, la mia branda, il tavolo e la sedia da campo. Il letto fu rifatto e la zanzariera sistemata. Nel frattempo altri Birmani riempi- vano la mia tinozza in uno stanzino da bagno dietro la capanna, attingendo l'acqua dal ruscello. Congedati gli altri, il mio dome- stico aprí le ceste da viaggio, ne tolse alcune fotografie che dispose sulla toletta e mise la mia rivoltella sotto il guanciale. Quando tutto fu pronto m'invitò ad entrare. Avcvo dato un'occhiata in giro e m'ero appena messo a sedere che già mi toglieva scarpe e gambali, e si eclissava. Nel bagno m'aspettava un ragazzo birmano, che versò nella tinozza due secchi d'acqua calda, e l'agitò in tondo, con un sorriso che pareva dire: « Il bagno è pronto, signore ». Feci il bagno e, tornato nella capanna, trovai la tavola appa- recchiata con una bella tovaglia candida e la mia roba spiegata sul letto, calzoni di flanella, calzini e camicia bianca: ma il mio impareggiabile cameriere era sparito un'altra volta. Il pranzo era pronto e, non appena terminavo una portata, mani invisibili passavano carne e contorno, dolce e formaggio al mio domestico che se ne stava silenzioso dietro la mia sedia. Mentre prendevo il caffè, tirò giú la zanzariera, la rimboccò, e mi fece un bell'inchino, dicendomi (per quanto io allora non lo capissi): « Col permesso del signore, mi ritirerò ». Rimasto solo, fui vinto da una gran malinconia. La squisita gentilezza birmana mi opprimeva e mi chiedevo cosa avevo mai fatto per meritarmela. Non mi passò neppure per il capo che i Birmani volevano mostrarmi la loro simpatia perché ero cosí solo, perché ignoravo la loro lingua e le tante difficoltà alle quali mi trovavo di fronte. CAPITOLO 2 A MATTINA seguente cominciò per me una nuova vita: la mia vita come allievo di U Tha Yauk. Aiutandosi con una buona carta della Riserva Forestale di Indaung, il capo birmano mi fece capire che saremmo partiti insieme per un lungo giro, traversando cinque corsi d'acqua paralleli, affluenti del Myittha, che scorrevano da oriente a occidente. Di qua e di là da ogni crinale stava un campo di elefanti, dieci in tutto, ognuno con una media di sette elefanti, un totale di 70 animali da lavoro. A giudicare dalla carta, la distanza tra un campo e l'altro era di dieci o undici chilometri, e bisognava valicare montagne alte da goo a l200 metri. Al primo campo dove arrivammo trovai circa 20 Birmani, tra i quali una specie di falegname, che lavoravano ad erigere delle costruzioni del tipo indigeno. Mi fu spiegato che questo sarebbe stato il mio quartier generale durante la stagione dei monsoni. Presto mi accorsi che, in Birmania, tutta l'industria del legno di tek si basava sull'impiego degli elefanti. La storia della Compagnia, la Società Birmana di Bombay~ risale ai tempi del Re birmano Thibaw, quando uno dei vecchi proprietari della ditta, in visita nel paese, intuí le grandi possi- bilità dell'industria del tek e riuscí ad ottenere la concessione di certe zone di foresta. Furono installate nei porti delle segherie, fu organizzato un sistema per convogliare i tronchi di tek giú per i corsi d'acqua e si provvide a comprare elefanti in gran numero. Il legno di tek è uno dei migliori legni duri del mondo, grazie in parte al suo contenuto di silice. Poiché quest'albero cresce piú rigoglioso in contrade inaccessibili ai trattori e alle macchine - terreni in ripido pendío fra i 600 e i goo metri d'altezza - è indispensabile ricorrere alla forza degli elefanti per sollevare e trasportare i tronchi dal ceppo al corso d'acqua piú vicino. Nei primi tempi la Società usava comprare un certo numero di elefanti nel Siam, altri nell'India, ma soprattutto si rifor- niva catturando gli elefanti selvatici e domandoli. Questo pro- cedimento viene chiamato kheddaring. Quando la Società si trovò ad avere una buona mandra di elefanti, ci si accorse che le bestie nate in cattività potevano venire domate e addestrate molto piú facilmente di quelle sel- vatiche. Infine, quando le mandre ebbero raggiunto una forza di circa 200 capi, si poté constatare che le nascite compensavano le morti, e che non era necessario ricorrere a nuovi rifornimenti, se non in casi eccezionali. Il Jcheddaring degli elefanti selvatici, praticato su vasta scala, venne cosí a cessare. Le condizioni fisiche, l'addestramento, e in genere la cura degli elefanti, mi apparvero come il fattore d'importanza decisi- va in questa vastissima olganizzazione. Al campo, la cura gior- naliera degli elefanti consisteva nell'esaminare le bardature, nell'abituare le bestie a riconoscere il loro guidatore, o uzi, nel passare in rivista ogni animale per curare le piaghe prodotte dai finimenti, le feritc causate da schegge di bambú nelle zampe, e altre lesioni di poco conto. Il mio primo maestro in quest'arte fu U Tha Yauk. Dopo il nostro primo giro d'ispezione passammo molti giorni al campo. Io stavo insieme con tut[i e a tutti ponevo infinite domande, facendo tesoro delle informazioni ottenute. Un giorno, mentre tornavo alla mia capanna per la colazione, vidi per la prima volta uno spettacolo veramente bello. A un centinaio di metri a valle della mia capanna, il ruscello ristagnava in un laghetto. Due elefanti, ognuno col suo guidatore accovacciato dietro la gran testa, avanzarono nel laghetto e, senza ch'io potessi udire una sillaba di comando, si coricarono nell'acqua. I guidatori si rimboccarono le lunghe sottane, i lungyi, arrotolandosele intorno alle reni, si lasciarono scivolare giú dalla loro cavalcatura, e ognuno cominciò a strofinare il proprio elefante dalla testa alla coda con un sapone che faceva molta schiuma. Poi risciacquarono le bestie, inondandole di acqua a manate. Il sapone che usavano era, come seppi poi, la corteccia saponosa di un albero. Sceso sulla sponda del la- ghetto, assistei al bagno di al- tri cinque elefanti. Due erano femmine, accompagnate dai pic- coli che si rotolavano nell'acqua giocando come bambini. Due dei maschi erano giganteschi, con le zanne bianche come lat- te, che vennero strofinate con sabbia lucente. Quando furono tutti lavati e asciugati, gli elefanti vennero disposti in parata per l'ispezio- ne: in linea di fronte, con i gui- datori vestiti in gran gala. U Tha Yauk avanzò con pre- cisione militare e, fatto un in- chino invece di un saluto, mi presentò un fascio di quaderni, 275 strappati e sgualciti. Ognuno portava sulla copertina il nome di un elefante. Diedi un'occhiata a un cJuaderno e chiamai il nome del- l'elefante: al richiamo il guidatore fece avanzare la sua bestia a gran passi rapidi e arditi. Tanto l'uomo che l'elefante ave- vano una loro naturale magnificenza. L'uzi fermò la bestia pro- prio davanti a me. Era un esemplare splendido, con la testa alta, la pelle pulita di fresco ma già asciutta nel sole, nera di un bel nero tutto ravvivato da riflessi azzurri; le zanne bianche, lucidate allora allora, brillavano nella gran luce. Il guidatore sedeva immobile, con una gamba ripiegata sotto di sé e l'altra penzoloni dietro l'orecchio dell'elefante. Il viso gli raggiava d'orgoglio, orgoglio della sua magnifica cavalcatura. A un tratto l'uomo dette un comando, e l'elefante si rigirò per mostrarmi la parte posteriore, che portava un marchio, fatto con una vernice fosforescente quando l'animale aveva sei anni. Aprii il quaderno e lessi una quantità di note, ognuna sotto la data della relativa ispezione, per gli ultimi dieci anni. Nella rima pagina c'era la storia dell'animale, col suo numero d'or- dine e altre particolarità: per esempio, ch'era nato nel Siam, ch'era stato comprato a 20 anni, ch'era stato gravemente fe- rito da un maschio selvatico, ma che si era completamente ri- stabilito dopo un anno di riposo. Cosí passai in rivista tutti gli animali e lessi le loro storie. Al termine di ogni ispezione la bestia con il suo guidatore la- sciava la radura e spariva nella giungla. Quando furono andati via tutti, mi condussero a fare il giro delle rastrelliere, ch'erano semplicemente una fila di rami oriz- zontali a cui erano appesi i finimenti di ogni animale. Tutti i pezzi della bardatura, eccetto le pesanti catene per alare, erano fatti a mano dai guidatori. C'erano grandi canestre di canna, pettorali di fibra intrecciata, blocchi di legno per l'imbraca, im- bottiture fatte con la scorza dell'albero banbru, e corde d'ogni genere di corteccia di sha attorcigliata. In quei primi mesi d'indipendenza, sperimentai tutto quello che c'è d'interessante da fare in Birmania. Tha Yauk mi aiutò a compiere la mia impresa piú ambita: uccidere un elefante selvatico. Volevo ucciderlo non tanto per impossessarmi delle zanne, sebbene le desiderassi, ma per eseguire un'autopsia, esa- minare com'erano gli organi di una bestia veramente sana, e vedere se mi riusciva di trovare i reni. Questa seconda autopsia m'inse~nò molte cose sulle condizioni di Ma Oh. In effetti c'era una mezza dozzina di spiegazioni plausibili per la sua morte. Dopo tre mesi, che passarono in un lampo, tornai da Willie, avendo imparato molte cose. Quando arrivai mi toccò il saluto che mi aspettavo: commenti sarcastici per aver lasciato morire uno dei miei elefanti nei primi due giorni, senza dubbio perché l'avevo caricato troppo col mio maledetto bagaglio nuovo di zecca. Ribattei che c'era da stupire che fosse durata tanto: la povera bestia aveva il fegato tutto verminoso e il cuore grosso come un pallone. « E chi ha detto, a voi, come dev'essere grosso il cuore di un elefante ? » « Ho abbattuto un adulto selvatico di 40 anni, e gli ho fatto l'autopsia per confrontare gli or~ani di un elefante sano con gli organi di quella povera bestia. E questo aveva il cuore grosso come una noce di cocco. » Questa risposta mi valse un mutamento completo nell'at- teggiamento di Willie v crso di me. Quel che gli piacque fu che io avessi ucciso un elefantc non per le sue zanne, ma per imparare meglio l'anatomia della bestia. Perché Willie, come tutti coloro che vivono a ]ungo nella giungla, detestava la caccia grossa. Si sentiva piú vicino ad una creatura qualsiasi della sua foresta che non ad un novellino equipaggiato a llUOVO da capo a piedi. Quella sera fui per lui un compagno col quale si poteva ra- gionare piacevolmente, invece di un intruso da intimidire e te- nere a distanza. Il suo so~no era stato trovare qualcuno che si dedicasse seriamente al governo degli elefanti, e gli pareva ch'io potessi essere l'uomo che cercava. Un paio di giorni dopo, prima che lo lasciassi, mi aveva consigliato di mettermi seriamente a studiare gli elefanti e farne lo scopo e l'occupazione della mia vita. Questo è per me un gran debito di gratitudine verso Willie. L'industria di tagliare e trasportare per migliaia di chilometri il legno di tek ha molti aspetti, e fino a quel giorno nessuno tra gli assistenti europei si era specializzato nel governo degli ele- fanti, per cercare di migliorarla. La parte pratica era lasciata quasi tutta in mano degli indigeni. Di solito, l'assistente europeo assunto da una qualsiasi delle grandi compagnie birmane, si vedeva assegnare un'area di fo- resta piú grande di una nostra provincia. Gli elefanti vi erano sparsi in gruppi di sette ciascuno, per un totale di un centinaio di capi. Se l'assistente si sobbarcava a viaggiare continuamente in tutte le stagioni dell'anno, poteva a malapena riuscire a ispezionare un campo ogni mese e mezzo. In tali condizioni gli ci voleva molto teml)o per imparare a conoscere i suoi elefanti non dico di vista, ma almeno di nome; e ancora piú tempo gli ci voleva per imparare a distinguere i loro diversi temperamenti e capacità lavorative. Io fui piú fortunato, perché mi vennero affidati 70 elefanti, tutti al lavoro in una zona non troppo estesa. Cosí fui spesso in grado di visitare i miei campi due volte il mese e fermarmi a lungo in ognuno. Furono queste le circostanze fortunate che mi posero, fin dall'inizio del mio lavoro, in condizione d'imparare a conoscere a fondo i miei elefanti. CAPITOLO 3 ON è possibile imparare a conoscere bene l'elefante addo mesticato se prima non si è avuta una gran pratica di ele- fanti selvatici. E uno studio che comporta di solito l'uccisione di un certo numero di animali, sia per profitto sia per diverti- mento, sia infine per difesa personale. Molti di coloro che sono stati cacciatori di elefanti rimpiangono poi di averli uccisi: ma cacciando s'impara. Gli elefanti allo stato selvatico vivono normalmente in bran- chi da 30 a 50 capi, e durante l'anno percorrono grandi di- stanze, specie in cerca di foraggio. Durante la stagione piovosa dei monsoni, da giugno a ottobre, si nutrono di bambú sú per le alture boscose. Finiti i monsoni, scendono ai declivi piú bassi e nelle vallatc acquitrinose, preferendo l'erba alle canne. E allora che i maschi adulti s'uniscono alla mandra, sebbene preferiscano di solito rimanerne ai margini, senza imbrancarsi. E questa la stagionc dcgli amori e dcll'accoppiamento, in cui si vede spesso qualche vecchio maschio costretto a combatterne uno piú giovane che gli contende la femmina. Agli elefanti selvatici non piace venir disturbati nelle loro pasture, ma non usano lanciarsi ciecamente al galoppo, come molte altre mandre di grossa selvaggina. Con un'intelligenza che ha dell'incredibile, si stringono attorno a uno di loro come fossero addestrati, e il capo dccidc la miglior linea di ritirata. Avanza e gli altri gli vallno dietro con impeto irrcsistibile, ab- battendo ogni cosa sul loro cammino come rulli compressori. Gli elefantini selvatici nascono per lo piú tra marzo e maggio. E mia opinione che la madre, se disturbata, possa trasportare il suo piccolo, durante il primo mese di vita, tenendolo avvolto nella proboscide. Ho visto una femmina prender sú da terra il suo elefantino a questo modo. Per molti anni non potei sp~egarmi il gran muggire e barrire che fanno gli elefanti selvatici di n(:!tte nella stagione calda, al- l'epoca della figliatura. La mandra fa tutto quel fracasso per proteggere la madre e il suo parto, tenendo lontani gli eventuali assalitori, specie le tigri. E un baccano spavcntoso, e il branco si mantiene nelle vicinanze de] « reparto maternità >per pa- recchie settimane, fino a che il nuovo venuto non sia in grado di mantenere l'andatura della mandra pascolante. La zona può comprendere fino a due o tre cllilometri quadrati, e di gior- no gli animali vi pascolano, sempre tenendosi vicini alla madre col suo piccolo, e stringendosi intorno a lei durante la notte. I luoghi preferiti sono le bassure comprese nel gomito brusco di un fiume, chiuse su tre lati dalle sponde e dall'acqua. Vi si trova sempre lo stesso tipo di vegetazione: inondati neila sta- gione delle piogge, nei nlesi caldi - che sono quelli della nor- male figliatura - sono quasi asciutti, folti di kaing, o erba di elefante, alta da due metri e mezzo a tre e mezzo, e ombreg- giati qua e là da un solitario pioppo selvatico. Sono luoghi pieni di mistero, dove non ci si avventura senza emozione. An- che il porco selvatico li preferisce per lo stesso scopo, e ripara la sua nidiata di porcellini lattanti sotto grandi mucchi di foglie e d'erba che ricordano per dimensioni ed aspetto i formicai, alti circa un metro e venti. Un divertimento dell'uzi birmano è quello di dirigere in si- lenzio il suo elefante dritto sopra uno di questi « nidi di porco » e, sempre in silenzio, portar la bestia, con mosse del piede e della gamba, a poggiare una zampa pian piano sul cumulo di foglie e d'erba. Ecco allora la vecchia scrofa schizzar via tra grugniti e squittii, seguita da tre o quattro porcellini di latte. E strano che l'elefante, capace di abituarsi cosí bene all'uomo e di avere tanta fiducia in lui, ne abbia invece un tale timore allo stato selvagg~o. Questa paura dell'uomo spiega il poco danno che le mandre fanno alle coltivazioni, se si considera il gran numero di elefanti selvatici della Birmania. Preferiscono tenersi nel cuore delle loro foreste e raramente se ne allonta- nano. I danni che causano sono per lo piú il portato di grandi ed ingiuste esagerazioni. Alcuni vecchi maschi solitari possono causare gravi danni e diventare tanto temerari da scacciare l'uomo che tenti di ostacolarli, e questo lo fanno quasi come per gioco. Ma prima o poi questi animali sono dichiarati pe- ricolosi e uccisi. Le solite palizzate non servono per difendere le coltivazioni dagli elefanti. Alla Compagnia Birmana delle Poste e Tele- grafi si sa anche troppo bene che un elefante può buttar giú un palo telegrafico solo appoggiandovisi, e può sradicarlo senza fatica afferrandolo con la proboscide. C'è una sola barriera ef- ficace contro gli elefanti, ed è quel che si chiama un punge. Il punge può servire anche da trappola e, durante la guerra, fu una vera provvidenza per la I4~1 Armata, che ne fece largo uso in luogo del filo spinato. Si tratta di una serie di pali di bambú, di lunghezza diversa, affumicati o seccati alla fiamma e aguzzi in punta. Si piantano nel suolo, con un'inclinazione di 30 gradi e la punta volta in alto e in fuori. Oltre la paliz- zata, dal lato esterno, si piantano altri paletti di bambú, piú corti, che sporgono dal suolo soltanto per otto o dieci centimetri, cosí da rimanere nascosti sotto la vegetazione. Dai paletti piú bassi ai piú alti, che vanno crescendo in altezza fino a un metro o un metro e mezzo, tutta la palizzata può avere una profon- dità di otto o nove metri. Ho veduto dei cinghiali precipitarsi peLun sentiero in fondo al quale era stato eretto un pung~, e rimanere uccisi sul colpo, impalati, col petto trafitto da parte a parte. Se un elefante s'avventa contro una di queste palizzate, è facile che un palo gli si conficchi in una delle zampe anteriori, trapassandola. Una volta dovetti estrarre uno di questi pali af` f`errandone la punta con una tenaglia da fabbro e f`acendolo uscire dalla parte opposta; infatti una stecca di bambú, co- me un amo ricurvo, non può essere estratta dalla via d'en- trata. Le trappole da elefante, che figurano cosí spesso nei libri di caccia a questo pachiderma, sono molto rare in Birmania. Credo che l'elefante birmano sia troppo intelligente per farvisi pren- dere. Una trappola perfida ed efficace, che mi ammazzò uno dei miei elefanti, era costituita da una lancia, grande e grossa come un palo telegrafico, caricata di un forte peso e sospesa ad un albero, sul passaggio della selvaggina. L'azionava un cavo d'acciaio teso in modo da far inciampare la bestia, e precipitava giú con forza tale da impalare l'elefante, schiantandogli le co- stole e perforandogli l'intestino. Una dozzina di uomini per lo meno doveva aver montato questa trappola, ma non mi riuscí mai di identificare i colpevoli. Alle mie domande stringenti, gli indigeni, per un raggio di cento miglia all'intorno, protestarono di non saperne nulla, e affermarono che l'albero era dovuto crescere cosí da solo! I cavi d'acciaio di tutte le misure sono ormai comuni nella giungla, e un semplice cappio d'acciaio può riuscire pericolo- sissimo per gli elefanti e li terrorizza, poiché spesso vi rimane presa la proboscide. Un elefante con la proboscide gravemente offesa muore di fame, perché tutto ciò che mangia dev'essere strappato con quest'appendice e portato alla bocca. L'accoppiamento degli elefanti selvatici avviene in segreto. Di regola il maschio resta fuori del branco, e la sua bella viene a raggiungerlo dove sa di trovarlo. Se la squaglia verso sera, e ritorna al mattino. Qualche volta un rivale s'intromette, e allora i due combattono. Ecco perché tutti i combattimenti di elefanti avvengono tra due maschi soli, senza degenerare mai in una zuffa generale. Gli elefanti combattono a fronte a fronte, ed è raro che si spingano fino all'ultimo sangue senza che uno dei due non cerchi di darsela a gambe. Ma quello che fugge riceve quasi sempre una ferita. mortale, perché nel voltarsi espone il tergo, ch'è la parte piú vulnerabile dell'anima~e. Il colpo fatale per l'elefante è una zannata fra le cosce fino ai lombi e all'intestino, dove stanno nell'interno i testicoli; ed è la ferita piú comune da curare, quando un e-lefante addomesticato è stato assalito da un maschio selvatico. Non tutti i maschi adulti hanno le zanne, ma non per questo l'animale privo di zanne è in condizioni d'inferiorità. Dai tre anni in poi, tutto ciò che l'elefante risparmia nella crescita delle zanne va a vantaggio del suo sviluppo muscolare, specie per il peso e le dimensioni della proboscide. Questa gli diviene tanto forte, che può stroncare le zanne d'avorio massiccio d'un rivale come se fossero rami secchi. Da quando l'elefantino comincia ad essere sui tre anni, si fa un gran discutere fra gli u~i per indovinare se sarà un ma- schio con due zanne, o un tai (l'animale con una zanna sola, destra o sinistra), oppure un han (l'animale con due zanne nane, come le femmine), o un hain, senza zanne né piccole né grandi. Una delle piú belle leggende intorno agli elefanti selvatici è quella secondo cui gli animali vicini a morte vanno a morire in un loro mitico cimitero; e nasce dal fatto ch'è raro trovare elefanti morti, tanto maschi quanto femmine. Darò la mia spiegazione della leggenda descrivendo ciò che succede nella realtà. Prendiamo il caso di un bell'esemplare adulto, un maschio di 75 anni che abbia smesso di seguire il branco e si sia ritirato a vita solitaria. Ha rinunziato a migrare secondo il ciclo del pascolo stagionale e si aggira intorno al corso superiore di un qualche ruscello lontano. La bestia ha oramai le gote cave, le zanne consunte: la debilità della gran vecchiaia sta per fermare il suo gran cuore generoso. Durante la stagione dei monsoni il foraggio abbonda, specie le canne, e il vecchio elefante rimane sú nelle alture. Con l'avanzare della stagione asciutta, il foraggio scarseggia, e gli bisogna scendere lentamente a valle, brucando l'erba alta. Poi, quando i forti calori fanno scoppiare gl'incendi nella foresta, la bestia stanca e vecchia non può piú andare in cerca del cibo variato che gli occorre, e comincia a digerir male. La febbre lo assale, infred- dolito com'è dai primi acquazzoni dell'aprile e del maggio, e lo spinge alla ricerca dell'acqua. Qui, dove il ruscello forma uno stagno sopra la forra, i] pascolo è sempre verde. L'animale è felice, ma il ruscello giorno per giorno si restringe fino a un magro filo alimentato dallo sta~no, e l'elefante passa le sue giornate sopra una secca sabbiosa, a prender sú con la pro- boscide il limo umido, per rinfrescarsene il corpo accaldato e febbricitante. Una sera afosa, sul finire di maggio, gli giunge il rumoreg- giare di un temporale violento che infuria lassú nelle alture, segno che le piogge sono cominciate. Presto il rigagnolo sarà un torrente rabbioso d'acqua torbida scatenata, che travolgerà a valle nella sua corsa alberi sradicati e rami stroncati e rottami. L'elefante alza la testa, la butta indietro mentre con la probo- scide si versa in bocca l'ultima bevuta, e nell'atto il capogiro lo coglie. Vacilla, casca, casca per non rialzarsi mai piú, e muore senza lotta. Il vecchio cuore stanco cessa di battere, sempli- cemente. Due istrici vengono a saper la cosa la sera stessa e, malgrado la pioggia torrenziale, si mettono all'opera su una delle zanne d'avorio, rosicchiandola come i castori fanno col legno. Ne han- no già spolverata una e hanno attaccato la seconda, quando il rombo della prima ondata della piena li mette in f`uga. Una muraglia d'acqua alta un metro e mezzo investe la ca- rogna, i rottami vi si accumulano contro mentre l'acqua fu- riosamente scava sotto l'ostacolo e l'aggira. Alla fine l'intera massa,arogna e pietrisco e rami, si smuove, galleggia, e mu- linando ( on l'acqua vorticosa precipita giú per la forra con un salto di tre metri e s'incastra in basso fra i massi. Centinaia di tonnellate d'acqua la martellano, tronchi e sassi ammaccano e schiantano la carcassa, la smuovono, e la furia dell'acqua la smembra. Cosí come gl'incendi della foresta sono mandati da Dio per ripulire la giungla in primavera, le piene delle grandi piogge dànno sepoltura ai morti. All'alba la piena è calata, e gl'istrici sono tornati per finire il loro pranzo di zanna d'avorio. Altri mangiatori di carogne prendono parte al banchetto. Ma la piena torna la notte se- guente, e in una settimana ogni traccia del vecchio elefante è sparita . CAPITOLO 4 IL MIO arrivo in Birmania coincise con un primo serio ten- tativo di migliorare le condizioni e l'allevamento degli ele- fanti. Per prima cosa bisognava migliorare le condizioni degli uzi, che devono essere considerati come una cosa sola con la loro cavalcatura adibita al trasporto del legname. Questi uomini hanno una conoscenza innata degli elefanti. Vivono neglí ac- campamenti isolati in mezzo alla giungla; a sei anni già son capaci di sedere sull'elefante, e crescendo imparano tutte le no- zioni tradizionali, l'insieme di verità e di leggenda, di fatti e di fantasia, che concerne questi simpatici animali. A I4 anni uno di questi ragazzi già si guadagna la sua paga. Comincia nel mestiere come paijaik, specie di aiutante appiedato dell'uzi, che ha il cómpito di agganciare le catene ai tronchi d'albero. E un gran giorno per l'adolescente quello in cui viene pro- mosso alla dignità di uzi e gli viene affidato un elefante. Non ho mai visto niente piú bello di un ragazzo di I4 anni montato su un elefante di sei, appena addestrato. Tra i due c'è la stessa intesa che corre tra un bimbo e il suo cucciolo, con la diffe- renza che il ragazzo birmano non è crudele col suo elefante come spesso lo sono i nostri bimbi coi loro cani. La vita del- l'uzi birmano è una vita dura. Per prima cosa al mattino deve trovare il suo elefante e condurlo al campo. Trovarlo vuol dire seguirne le peste per una dozzina di chilometri, partendo al- l'alba, per giungle infestate dalle fiere. E un lavoro solitario, e per riuscirci bene l'uzi deve farsi simile alle bestie della foresta: astuto e prudente corne loro. L'uzi conosce perfettamente le impronte della sua bestia, per forma, dimensioni e particolarità. Trovata la traccia, si mette a seguirla; e nel frattempo nota parecchie cose: riconosce il luogo dove l'elefante ha dormito, ne osserva gli escrementi, e può dedurne, poniamo, che il suo elefante ha mangiato troppa canna, e perciò è andato con ogni probabilità alla ricerca del- l'erba kaing, che cresce sulle sponde del ruscello, oltre il crinale. Giunto lassú, l'uzi si ferma e rimane in ascolto, forse anche dieci minuti, per cogliere il suono caratteristico del kaluk del suo elefante, il campanaccio ch'egli stesso ha fatto con le sue mani. Il campanaccio degli elefanti ha due battagli, che pendono ai due lati della campana, formata da un blocco di legno di tek cavo. Ognuna ha la sua nota diversa, e il suono di una quindi- cina e piú di questi campanacci può paragonarsi alla musica di un'acqua gorgogliante. Mentre l'uzi si avvicina alla sua bestia comincia a cantare, per avvertirla della sua presenza. Poi, invece di apparire all'improv- viso fra l'erba kaing alta piú di due metri e mezzo, si siede su una roccia, riempie la sua pipa e l'accende. Tra una buffata e l'altra continua a chiamare: «Lah! Lah! Lah! (Vieni! Vieni! Vieni !) >~. Ma poiché nessun rurnore gli risponde dal luogo dove pascola il suo elefante, cambia il richiamo in: « Digo lah! Digo lah ! (Vieni qui ! Vieni qui !) ». E cosí siede e fuma e chiama per un quarto d'ora circa, senza mostrare segni d'impazienza. Dà tempo alla bestia di rassegnarsi alla dura realtà del giorno di lavoro faticoso che l'aspetta. A stimolarla potrebbe ribel- larsi . Ed ecco l'elefante sbucare fra l'crba kaing, e l'uomo gli si rivolge, parlandogli sempre: « Ma cosa credi, che non abbia nulla da fare se non starmene qui ad aspettarti? E da ieri a mezzogiorno che mangi. Poi leva la voce in un ordine secco: « Hmit! ». Allora la bestia prima si accoscia, poi si allunga con tutt'e quattro le zampe stese, e gli permette di avvicinarsi. «ah! (Alzati!) ordina l'uomo, e la bestia si alza, mante- nendo le zampe anteriori unite. L'uomo si china, scioglie le pastoie e gliele butta attraverso le spalle; poi ordina alla bestia di abbassarsi, le sale sul capo, e via. Giunti al campo, l'uzi fa il suo primo pasto della giornata, lava il suo elefante nel ruscello, e poi lo barda per il lavoro. Il loro cómpito quest'oggi consiste nel salire ad una cresta alta sul campo 600 metri, per trascinare fin giú al ruscello un tronco segato dal ceppo. Quando l'uzi, accompagnato dal suo paijaik, giunge sul luogo con l'elefante, per prima cosa ripulisce il tronco dai nodi, per- ché scivoli piú facilmente, e vi assicura le catene. Comincia poi il lavoro faticoso di trascinare un tronco lungo una diecina di metri e con una circonferenza di quasi due metri: il che vuol dire oltre tre metri cubi di legname, o quattro tonnellate di peso morto. Per un chilometro e mezzo il sentiero segue la cresta dell'altura: « Piano! Piano! Piano!u! Yu! Yu! (Tira! Tira! Tira !) » grida l'uzi.Al primo assaggio, l'elefante sente quale forza dovrà porre in gioco, oltre la forza enorrne del proprio peso. Il fango arriva alla caviglia, e il tronco deve spianare davanti a sé una quantità di piccoli ostacoli: ceppaie, canne, pietre. L'elefante fa il primo sforzo, con un rabbioso barrito tira il tronco per tre volte la sua propria lunghezza, e si ferma. Si ferma per riprendere fiato, e lancia di lato la proboscide a co- gliere una canna. E la sua gomma da masticare durante il la- voro, ma si busca un commento canzonatorio dell'uzi: « Mam- ma mia,che mangione sei!~. Però l'uomo non perde la pazienza. L'elefante non si affretta. « Yu! Yu! Yu! » grida l'uzi, ma la bestia non se ne dà per intesa. « Yuuu! Yuuu! Yuuu ! Allora l'elefante tira di nuovo, e questa volta, favorito da una lieve discesa, sposta il tronco per sei volte la propria lunghezza, prima di fermarsi. E cosí vanno avanti fino a che raggiungono l'orlo di un precipizio, un salto di I20 metri. L'elefante conosce per- fettamente il margine di sicurezza, e quando il tronco è a tre metri dall'orlo rifiuta di tirarlo piú in là. Le catene vengono sciolte e l'elefante è portato dietro al tronco. L'uzi trasmette i suoi ordini all'animale col piede nudo, battendo e raspando dietro l'orecchio. A questo modo persuade la bestia a chinare il testone massiccio per far leva sotto il tronco con la proboscide. Procedendo cosí, l'elefante smuove il tronco prima da un capo per un tratto di oltre un metro, poi lo rotola dal centro, infine lo spinge dall'altro capo fino a portarlo proprio sull'orlo del precipizio, dove posa in precario equilibrio. Allora l'elefante si mette a fare il dispettoso e rifiuta di toccarlo per una diecina di minuti. Infine, quando l'uzi esasperato sta per perdere la pazienza, la bestia avanza una zampa, come se desse un colpetto a un pallone, e il tronco è bell'e andato, sparito. Si sente un gran fracasso tra il folto, e poi una serie di schianti echeggia per la giungla, mentre il fusto precipita fra un ro- vinío di canne finc a hattere sul fondo, un centinaio di metri piú in basso; e intanto il pachiderma se ne sta sull'orlo del precipizio con un'espressione sdegnosa che par dire: « Roba da nulla ». Mezz'ora dopo elef`ante e uzi, fatto il giro per una pista da selvaggina, hanno raggiunto il tronco in fondo al burrone. Ora la bestia deve trascinare di nuovo il tronco con le catene lungo una terrazza di roccia. Trascinarsi dietro un peso di quattro tonnellate mentre ci si destreggia in una stretta cornice di roccia è un brutto affare, perché il tronco può rotolare da un momento all'altro. Ma l'elefante sa giudicare il rischio al centimetro, non al metro, e lavora con infinita pazienza. Tanto la bestia quanto il suo guidatore sanno che se il tronco dovesse rotolare o scivolare nel precipizio, ci si può liberare di finimenti e catene in un batter d'occhio. Basta che l'elefante ese~ua un voltafaccia, scavalchi la catena e chini la testa, perché tutta la bardatura gli si sfili dal capo con la stessa facilità con cui una ragazza si sfila dalle spalle una sotlana di seta. Perciò è rarissimo che un elefante sia tra- SClnatO glU per un preclplzlo da un tronco che gli ha preso la mano. Sorpassata la cornice, la via è una facile tirata di circa 800 metri in discesa fino al punto d'immersione dei tronchi. Oramai siamo alle tre del pomeriggio. L'uzi toglie i finimenti al suo ele- fante, gli mette le pastoie, gli dà una manata sulla groppa e gli dice di andarsi a procurare il pranzo. Ma la giornata di lavoro non è proprio finita per nessuno dei due. L'elefante deve ancora ¨trovar`e il foraggio, e non solo masticarlo, ma rompere, sradicare o tirar giú ogni ramo, albero, rampicante o ciuffo d'erba che mangia. L'uzi deve riparare i finimenti, ripulire i tronchi e in- trecciare un nuovo laibut, o pettorale di scorza d'albero. Questa parte del finimento è quella che sopporta tutto il peso dell'ele- fante nello sforzo della trazione, e perciò dev'essere fatta a dovere. In condizioni di vita cosí primitive, non solo l'uzi ma tutta la sua famiglia hanno spesso bisogno del medico, e il solo che può aiutarli è l'assistente europeo piú vicino. Senza contare le malattie, nella giungla gli infortuni sono all'ordine del giorno; e l'assistente è costretto a prendere delle decisioni che farebbero rizzare i capelli a un medico. Gli può capitare di giungere a un campo nuovo, e trovarvi dei casi di beri-beri: due donne con le mammel]e spaccate come pomodori fradici dal gonfiore ca- ratteristico di quel male: e bisogna decidere all'istante cosa con- venga fare. Oppure può trovarsi di fronte a una giovane dis- sanguata da un'emorragia puerperale, o di fronte a un uomo scotennato da un orso. In Birmania la malaria è piú comune del raffreddore in F,uropa. Da un momento all'altro può scoppiare nella giungla un'epidemia di dissenteria, e perfino di colera, o di vaiolo. Ho la profonda convinzione che una vita simile non sarebbe sopportabile senza gli e]efanti, senza queste bestie che esercitano sul Birmano un'attrazione sentita ben presto anche dagli stessi Europei. CAPITOLO 5 URANTE la guerra mi trovai una volta a parlare di elefanti con due giornalisti, uno americano e l'altro australiano. Quest'ultimo mi chiese: Con molta calma e una certa affettazione, l'elefante rigirò l'asta a mezz'aria, e, sempre bilanciandola, la porse al guidatore, sta- volta dalla parte del calzuolo. Una delle azioni piú intelligenti che abbia veduto compicre da un elefante, fu quella a cui mi trovai presente una sera quando il Taungd~in Superiore era in forte piena. Ascoltavo il rimbombo e il fragore del legname che scendeva aalle. Proprio sotto il mio campo, le sponde erallo erte e r c3cciose, alte quattro o cinque metri. A un tratto mi riscossi udendo barrire un elefante come per terrore e, guardando in basso, vid; tre o quattro uomini che correvano sú e giú per la riva opposta in grande agitazione. Mi precipitai sull'orlo della sponda e vidi Ma Shwe (Miss Oro), ch'era rimasta intrappolata dalla piena in mezzo al torrente col suo piccolo di tre mesi. La madre non aveva ancora perso piede, perché l'acqua non superava il metro e ottanta, ma già lottava per ]a vita. L'elefantino galleggiava come un sughero, urlante e terrorizzato. Ma Shwe, che si era avvicinata per quanto possibile all'altra sponda, opponeva tutta la propria forza alla corrente rabbiosa, mantenendo il piccolo contro il baluardo massiccio del suo gran corpo. L'acqua mulinante glielo strap- pava continuamente; e ogni volta, con una forza tremenda, la madre lo avvolgeva nella sua proboscide e lo ritirava contro corrente riportandolo al riparo del proprio corpo. La piena aumentò all'improvviso, e l'elefantino fu trascinato via oltre le zampe posteriori della madre. Questa si buttò ad inseguirlo come una lontra che dà la caccia a un pesce, ma aveva già percorso una quarantina di metri con la corrente e acco- stato dalla mia parte quando riuscí a riafferrarlo. Per un certo tempo, che parve durare minuti interi, tenne con la testa e la proboscide l'elefantino inchiodato contro la sponda. Poi, con uno sforzo veramente poderoso, lo prese nella proboscide e lo sollevò, rizzandosi sulle zampe posteriori per giungere a posarlo su uno stretto ripiano di roccia oltre il livello della piena. Fatto questo, la bestia si lasciò ricadere nell'acqua impetuosa e fu portata via come un sughero. Sapeva bene che ora le toc- cava lottare per salvare se stessa, perché a meno di 300 metri a valle del punto in cui aveva messo in salvo il suo piccolo, c'era una stretta gola. Se l'acqua la trascinava fin lí, era per- duta. Io sapevo, e l'elefantcssa lo sapeva come me, che tra lei e la gola c'era un solo punto in cui era possibile risalire la sponda, ma era dalla parte opposta a quella in cui aveva messo il suo piccolo. Oramai l'elefantino era la mia preoccupazione mag- giore. Se ne stava tutto rannicchiato, tremante e atterrito, sopra un ripiano di roccia dove c'era posto appena per le zampe. Il suo pancino grosso e tondo era premuto contro la parcte. Mentrc mi sporgevo pcr vederlo, domandandomi cosa mai avrei potuto fare, mi giunse il piú commovente richiamo di amor materno che abbia mai sentito. Ma Shwe aveva traversato il fiume, era risalita sulla riva, e ora stava tornando indietro il piú presto possibile, chiamando senza posá: un barrito belli- coso, ma per il suo piccolino era un suono dolcissimo. Le due orecchiette, come due grandi foglie, erano tese in avanti, per cogliere il solo suono chc importasse nel mondo: il richiamo della sua mamma. Al cadere della notte pioveva a dirotto e il fiume separava ancora la madre e il suo piccolo. Mi convinsi che non c'era altro da fare se non aspettare e vedere. All'alba Ma Shwe e il suo piccolo erano insieme, sull'altra sponda. La piena si era ridotta a una trentina di centimetri di acqua limacciosa. Nessuno al campo aveva veduto Ma Shwe riprendere il suo elefantino, ma doveva averlo tirato giú dal ripiano di roccia allo stesso modo in cui ce lo aveva posato. Cinque anni piú tardi, quando bisognò dare un nome al piccolo, un'elefantina, i Birmani la chiamarono Ma Yai Yi (Miss Acqua Ridente). Proprio prima della guerra, furono eseguiti degli esperimenti per l'uso di anestetici locali e perfino generali sui pachidermi. Senza dubbio verranno ripresi un giorno o l'altro. Ma fino alla riconquista della Birma.nia, dopo l'invasione giapponese, tutti gl'interventi chirurgici sugli elefanti venivano eseguiti ccn sistemi antichi e alquanto primitivi. Ci vuole un certo coraggio per farsi sotto le mascel]e e le zanne di un elefante, reggendo un coltellaccio nella sinistra e un mazzuolo di legno di quasi tre chili nella destra, e poi dirgli di tenere sú la testa mentre, con un sol colpo del mazzuolo, gli si conficca il coltello fino al manico in un grosso ascesso in mezzo al petto. Un solo colpo è tutto quello che ci si può permettere: se si tenta il secondG, è meglio stare all'erta. Ma se il lavoro è fatto per benino, e ci si tira subito tranquillamcnte da parte, l'ani- male permette che si torni una diecina di minuti piú tardi per pulire l'ascesso e siringarlo con un disinfettante. Le ferite prodotte dalla tigre, per lo piú sulle madri che difendono i loro piccoli, sono ribelli ad ogni cura e spesso non reagiscono ai moderni antisettici. Il Birmano ha i suoi sistemi per curare tutti i mali possibili degli elefanti. Alcuni sono rimedi a base d'erbe, alcuni sono fat- ture e incantesimi, mentre altri sono decisamente dannosi e vanno proibiti. Ma finora non ho trovato una cura per le ferite di tigre che valga il tradizionale rimedio birmano, che consiste nel tamponarle con lo zucchero. Tra l'altro, i Birmani hanno usato i vermi, per ripulire le piaghe cancrenose, secoli prima che la moderna terapia rimettesse il sistema in onore. E stato detto giustamente che una volta caduto a terra per esaurimento o per grave colica, un pachiderma non ha molta probabilità di rialzarsi senza aiuto. Tenerlo in piedi con qual- siasi sistema è un modo di aumentare le sue possibilità di ricu- pero. Per ottenere questo risultato i Birmani usano mettergli nell'occhio del sus~o di chili, o pepe rosso: un revulsivo che dev'essere una tortura. Ma è efficace, e raddoppia press'a poco le sue possibilità di guarigione. Per quanto la moderna veteri- naria possa progredire, dovremo sempre in una certa misura valerci dell'esperienza birmana. Io so nella maniera piú sicura che un elefante può serbare riconoscenza a chi lo ha sollevato dal dolore e dalla malattia. Per esempio, ricorderò Ma Kyo (Miss Dolcezza, un nome che viene spesso applicato dai Birmani a qualsiasi ragazza molto ben fatta). Aveva delle laceraziGni spaventose sul colmo della groppa, prodotte dagli unghioni di una tigre, ed io le medicai le ferite tutti i giorni per tre settimane. Le prime medicazioni furono dolorosissirne, ma sebbene ogni volta desse in ismanie, finiva sempre col cedere e lasciarmi fare. Quando la cura fu a buon punto la rimandai al campo affidata a un Birmano di mia fiducia, cui avevo raccomandato di trattare le ferite con leggere applicazioni di un unguento contro le mosche. Due mesi dopo stavo prendendo una tazza di tè seduto davanti alla mia tenda, mentre sette elefanti facevano il bagno nel vicino fiumicello, prima della mia ispezione. L'ultimo animale a uscire dall'acqua fu Ma Kyo. Mentre passava davanti a me a distanza di una quarantina di metri, accompagnata dal suo guidatore a piedi, io gridai da lontano:< Come va la schiena di Ma Kyo ? ». Il guidatore non mi rispose, perché non aveva sentito la mia domanda, ma l'elefantessa si voltò e venne verso di me. 304 ILL DEGLI ELEFA;~I Venne dritta dove io stavo a sedere, si accosciò e si curvò in avanti come per mostrarmi la sua schiena. Le detti una manata affettuosa, le dissi: «ah » (alzati), e lei se ne andò, lasciandomi con la gradevole convinzione che fosse venuta a dirmi grazie. CAPITOLO 8 Ll ELEFANTI sono ottimi nuotatori e galleggiano facilmente. : Quando l'uzi deve traversare col suo elefante un fiume lar- go come 1'1rrawaddy, aggiusta all'animale una cinghia sotto la pancia e sulle spalle, gli s'inginocchia sulla groppa e afferra la corda che gli sta davanti, servendosi di un bastone per tra- smettere i suoi « aiuti ». Per un po' l'elefante nuota allegramente, con un movimento di beccheggio: poi ad un tratto s'immerge, in quattro metri e mezzo d'acqua. Cosí, per puro divertimento, rimane sott'acqua fin quasi a scoppiare, nella speranza che il guidatore lasci la presa. Ma questi sa che l'elefante può rimanere sott'acqua tanto quanto ci può stare un uomo; e perciò tiene duro. L'elefante, nel frattempo, esegue una danza fantastica in punta di zampe sul fondo, mentre il povero uzi si domanda se risalirà mai a galla. Improvvisamente riemer~ono tutt'e due, mezzo soffocati, facendo sforzi convulsi per riprerldere fiato. Quando gli elefanti debbono percorrere grandi distanze per via d'acqua, vengono di solito trasportati su zattere o chiatte, rimorchiate da un vaporetto a ruote. Ci vuole una pazienza infinita per far salire i pachidermi su questi galleggianti. Per prima cosa bisogna trovare un capo che gli altri seguiranno, e poi bisogna mascherare la passerella dai due lati con palme o altre piante fino a un'altezza di quasi quattro metri. Una volta mi trovai a dover imbarcare su due chiatte un carico di 20 elefanti da una stazione fluviale sull'Irrawaddy. Mi aiutava un Anglo-P5irmano molto capace, e cominciammo a lavorare all'alba, ma a mezzogiorno avevamo caricato una chiatta sola. Il vecchio capitano del vaporetto era furibondo perché doveva partire alle quattordici. Per le diciassette eravamo riusciti a imbarcare l'ultimo elefante sulla seconda chiatta, e l'umore del capitano non era migliore del mio. Proprio quando credevo che il mio lavoro fosse finito e cominciasse il suo, quel vecchio imbecille che ti fa ? Fa fischiare la sirena del vapo- retto! E nello stesso momento le gigantesche ruote a pala en- trano in azione, macinando l'acqua lungo le due chiatte cariche di elefanti, affiancate al battello. Il colpo ch'ebbe il capitano fu peggiore del mio quando I6 elefanti insieme proruppero in barriti e ruggiti,;incendo ogni altro rumore. Dové pensare che metà degli elefanti si fossero liberati dalle catene e buttati all'arrembaggio del suo vapore per fargli la pelle, mentre in realtà il terrore li manteneva fermi al loro posto. Ma ebbe a che fare con me. Finalmente riuscimmo a calmare gli animali, a partire, e a navigare per un'ora prima di ancorarci per la notte. Lasciando il mio assistente a verificare le catene, mi avviai in cerca del capitano per far la pace bevendoci sú. A mezzanotte stavo ancora a chiacchierare col capitano, quando il mio assistente venne a dirmi che un giovane maschio si era accasciato per terra. La sua caduta non aveva provocato disordini. Per quanto mi era dato vedere, era caduto esaurito dalla fatica. Per accostarglisi bisognava avanzare carponi tra una f`oresta di zampe d'elefante. Dopo avergli dato mezza bottiglia di cognac senza risultato, decisi che non potevo far altro se non lasciarlo a giacere e aspet- tare l'alba. Mi ero ritirato nella mia cabina quando l'assistente comparve di nuovo, con un'aria molto imbarazzata per dirmi che gli uzi birmani volevano rrettere delle candele consacrate tutt'intorno al corpo prostrato del pachiderma, una per ognuno dei suoi anni: potevano provare? L'idea era che una volta accese tutte le candele, prima che fossero consumate l'animale si sarebbe alzato. La mia risposta fu: « Va bene. Comprate le vostre 2 I candele della malora, ma non met~ete fuoco al battello! ». Per quella notte non lo rividi piú, ma all'alba venne in cabina a dirmi: « Ce l'abbiamo fatta, signore. L'elefante è in piedi. Ma vi eravate sbagliato di un anno sull'età. Abbiamo dovuto ripetere la funzione con 22 candele! ». Era tanto convinto e in buona fede, che non ebbi il coraggio di dirgli quel che pensavo: e cioè che quell'animale era un tipo a cui piaceva dormire con la luce accesa. Quanto a dormire, gli elefanti somigliano ai cavalli. Dormono per lo piú in piedi, e si mettono giú solo quando pensano che, per un breve spazio della notte, tutto dorme nel mondo. Il momento non è mai lo stesso, ma è scmpre quell'ora misteriosa in cui anche gl'insetti smettono le loro serenate. Non dura mai piú di una trentina di minuti se l'animale è in buona salute, ma mentre dura il sonno è profondo. Nell'ora che precede, la bestia si tiene assolutamente immobile, senza mangiare: poi, persuaso a quanto sembra che tutto è tranquillo, va giú con un movimento lento e silenzioso, quasi sopraffatto da qualche invisibile dio della giungla. Col chiaro di luna è uno spettacolo bellissimo, che dà una specie di brivido. Elefanti e cavalli non vanno d'accordo. A volte la vista di un cavallo spaventa gli elefanti in modo tale che un'intera fila si dà alla fuga, col risultato che gli uzi si fanno male e le bar- dature si schiantano. Quest'antipatia per i cavalli è superata soltanto dall'odio e dalla paura dci cani. In realtà il cane è uno dei pochi animali che un elefante attacca a colpi di probo- scide, e non ho mai visto un elefante e un cane fare amicizia. Non è facile spiegare questo sentimento: ma forse gli elefanti hanno paura dei molsi alla proboscide, o forse è il timore istintivo dell'idrofobia, lo spauracchio di tutti que]li che tengono un cane al campo, Birmani o Europei. Malgrado ciò, quasi tutti gli Europei tengono un cane. Gli elefanti lo detestano, e tra leopardi, tigri, orsi e serpenti il cane finisce sempre male. Allora, vien fatto di chiedere, perché tenere un cane in queste condizioni? Ma non conosco altra vita che piú di questa richieda la presenza di un cane per tener compa- gnia e scacciare il senso della solitudine. Di solito il padrone tiene il cane a dormire con sé nella propria capanna o tenda, ma anche cosí è una gran preoccu- pazione. Soltanto se si tiene ben protetto da una barriera di sedie e cassette sotto il proprio letto si può avere la relativa certezza che un leopardo non se lo porterà via mentre si dorme. Un assistente mio amico ebbe il suo cocker azzannato da un leopardo mentre gli dormiva legato accanto al letto, nella sua capanna di bambú. Si svegliò quand'era troppo tardi per in- tervenire. La catena era spezzata, e le due bestie erano svanite. Il mio amico volle vendicarsi, e cosí la notte seguente si fece prestare un cane dagli uomini del campo e lo legò accanto alla sua piccola cassaforte vicino al letto. Poi spense la lampada e si mise a sedere su una sedia in un angolo della stanza, risoluto a vegliare tutta ]a notte, se necessario. Tacque il brusío familiare del chiacchiericcio dei servi, fuori nel campo, e il riverbero del fuoco si spense. Infine ecco l'ora del silenzio, quando ogni rumore sembra cessare. Allora vi fu nella stanza una tensione improvvisa, e l'uomo poté sentire il battito convulso del proprio cuore. Improvvisamente il cane dette uno strappo alla catena, trascinando attraverso il pavi- mento di bambú la pesante cassetta a cui era legato L'assistente levò il fucile carico, accese la torcia elettrica, e sugli scalini di bambú della soglia, abbagliato dalla luce, c'era il leopardo. L'assistente scaricò ambedue le canne, e la bestia cadde morta. In un momento il campo fu pieno di luci, e i suoi servi gli furono intorno con esclamazioni di gioia. Uno di ]oro squartò la pancia bianca del leopardo e ne tirò fuori un ciuffetto di pelo nero ricciuto: misero resto del povero cagnolino. Il mio amico non poté sopportare quella vista e, distogliendo il viso, ordinò ai suoi di tornare a letto, e di portarsi via il cane atterrito. Poi, come mi disse, pianse finché, vinto dalla stanchez- za, s'addormentò: e forse questo s~ogo gli fece bene. Qualche tempo dopo, mentre scambiavamo due chiacchiere dopo la giornata di lavoro, ci si avvicinò un uzi accompagnato dalla moglie. L'uomo teneva in braccio un orsacchiotto appena nato, grosso press'a poco come uno scoiattolo. I due si acco- sciarono per terra davanti a noi, l'uno accanto all'altro, ]a donna con le spalle nude e il tamain avvolto sul seno. « Ti piacerebbe quest'orsacchiotto,hekin Galay? » chiese 1 uomo al mio amico. Avevano sentito della perdita del cane, e se ne commisera- vano indirettamente in quel modo gentile. « No » rispondemmo insieme il mio amico ed io. L'orsacchiotto sembrò capire, e cominciò a emettere certi buffi guaiti infantili e ad agitarsi: con la massima naturalezza e semplicità, il Birmano lo passò alla moglie, e la donna se lo prese in grembo, sciogliendo il tamain che le copriva il petto. Poi sollevò al seno l'orsacchiotto e cominciò ad allattarlo. Dopo che li avemmo ringraziati ancora per l'offerta della loro bestiola, i due si alzarono, si inchinarono, e andarono via, con l'orsacchiotto sempre intento a poppare. La donna lo al- lattava tre o quattro volte il giorno, con l'orgoglio del buddista che sa, salvando una vita, di compiere un'azione che conta e che gli farà salire uno scalino nel nirvana. La cosa non era insoLita. Le donne della giurgla sono capaci di allattare i cerbiatti e ogni altra creaturina che desti la loro compassione. « Merita compassione » scno le parole che si sentc- no spesso sulle loro labl ra, e la loro pietà subito le muove a scc- correre e mantenere in vita l'orfanello. Adottano cosí tigrotti neonati o cuccioli di leopardo, o orsacchiotti, salvando senza esitazione la vita degli odiati nemici dei loro uomini, destinati a diventare cosí pericolosi da adulti. Vi è un'inefi`abile genti- lezza in questa gente della giungla. Tuttavia il Birmano non approva quegli Europei stravaganti che si tengono come animale domestico un scrpente. Ho scntito raccontare la storia di un veterano della giungla, nella Foresta Pyinmana, che teneva con sé un serpentc a cui si era affezionato. Era un pitone di piú di 5 metri, Ulla fem- mina a cui aveva dato il nome di Eva. Le aveva messo un col- lare e una catena d'argcnto, e se la portava sempre dietro nei suoi giri d'ispezione, in un paniere portato da uno dei suoi elefanti. Eva non faceva gran che, oltre dormire e mangiare a lunghi intervalli. Viveva nella capanna o nella tenda del padrone, rimancndo al caldo durante il giorno tra Ie coperte del suo ]cíto, e cercando il calore dcl suo corpo durante la notte. Ma lui la teneva sempre fuori delle lenzuola. Col passare del tempo, l'abitudine attutí il senso del peri- colo. Una notte molto fredda, mentre il suo padrone dorlnia, Eva scivolò sotto le coperte e gli si stese accanto, per risald;lrsi. E mentre quello dormiva, pian piano gli strinse le spire intorno al corpo. L'assistente si svegliò con le gambe e i fianchi presi in una morsa: piú si dibatteva per liberarsi, piú Eva scrrav~ le sue spire mortali. Alle sue urla di aiuto accorsero i servi del campo, ma per liberarlo bisognò prima fare a pezzi Eva. Il Birmano che mi raccontò questa storia le diede una morale tutta sua, concludendo che le femrnine è meglio tenerle fuori delle coperte, e che i serpenti stanno meglio morti. Gli elefanti non temono i fenomeni naturali se non vi sia un serio pericolo. Non hanno paura dei temporali come i cani, e rimangono calmi davanti agli incendi della fcresta. Solo una volta ho veduto degli elefanti veramente spaventati da un fe- nomeno naturale, e questo fu perché sapevano di essere in una gola dove la piena faceva salire rapidamente il livello del- I acqua. Piovcva a dirotto, come se non dovesse smettere mai. Avevo deciso di prendere una scorciatoia attraverso la Gola Kanti. Viaggiavo con otto giovani elefanti da trasporto, e la scorcia- toia ci avrebbe risparmiato un'arrampicata di 600 metri da un versante all'altro. Passata la gola, pensavo di risalire un ru- scello laterale. Ero di ottimo llmore, gli uzi cantavano, e tutti i nostri pachidermi marciavano in fila indiana lungo il letto duro e sabbioso del torrente. La gola era incassata tra roccioni di una diecina di metri; era lunga quasi 5 chilometri, e quando noi c'entrammo l'acqua del torrente ci lambiva appena le caviglie. Ma non ne avevamo percorso nemmeno un chilometro e mezzo, quando avvertimmo il rumore caratteristico di un temporale che si scatenava sul- l'alto corso del torrente. Gli elefanti mostrarono il loro ner- vosismo voltandosi a metà. La piena infine ci raggiunse e presto l'acqua lambí i fianchi e la pancia degli elefanti piú piccoli. Un istinto ignoto agli uomini avvertiva gli animali che altra acqua stava per sopraggiungere. Cominciarono una marcia pre- cipitosa, che avrebbe potuto divenire il galoppo della fuga se non fossero stati trattenuti in parte dall'acqua e dai loro gui- datori. Fu un'avventura terribile, perché non c'era modo di tornare indietro, né di arrampicarsi sulle sponde. Durante l'ul- timo chilometro gli elefanti cominciarono a barrire: un suono che, aggiunto allo scroscio della pioggia torrenziale e dell'acqua limacciosa che tumultuava intorno a noi, faceva veramente ac- capponare la pelle. Non ho mai percorso un chilometro piú lungo di quello. Una svolta seguiva l'altra, senza mai un segno dello sbocco che co- noscevo, e grazie al quale speravo di uscire in salvo da quel- l'inferno nero in cui rischiavamo di annegare. La corrente tra- scinava con sé grossi tronchi e, sebbene allora avessi altro per il capo, notai come sembrassero magneticamente attirati dal po steriore degli elefanti. Prcprio nel momento in cui un tronco stava per colpirlo alle natiche, l'elefante faceva una mossa brusca, dando al tronco un colpo di passata, cosí che quello, carambo- lando come una palla da biliardo, rimbalzava all'altro elefante: e via di seguito per tutta la fila. In verità, filmmo fortunati: perché già gli animali piú piccoli avevano perso piede quando, dopo una svolta, ci trovammo allo sbocco dell'affluente. Avevo l'acqua alle ascelle e reggevo il fu- cile alto sulla testa con tutt'e due le mani. Anche quest'altro torrentello si gonfiò con la piena appena mezz'ora dopo che noi avevamo prcso a risalirlo. Se ci fossimo trovati con le due piene alla confluenza, tutto il bagaglio sarebbe andato perduto. Gli elefanti si arrampicarono sú per la sponda nel primo punto praticabile dopo aver lasciato il corso d'acqua principale; e alla fermata seguente mi guardarono come per dire: « E tu credi di conoscere la giungla ! >~. CAPITOLO 9 LI ELEFANTI feroci sono rari, come gli uomini veramente malvagi; ma anche quelli che non lo sono possono talvolta cedere a momenti di cattivo umore. Una loro abitudine, la piú pericolosa ed esasperante, è quella di raccogliere da terra con la proboscide una pietra o un grosso bastone e lanciarlo con gran fòrza e precisione contro uno spettatore innocente. In questi casi bisogna esser lesti a scansarsi con un salto. Naturalmente quando sono in foia tutti i maschi sono infidi Per me considero questo stato come un bisogno istintivo dei maschio di combattere e uccidere prima dell'accoppiamento. L'accoppiamento solo, infatti, non lo ca]ma. Preferisce combat- terc per la femmina di sua elezione prima di conquistarla, cac- ciando via e uccidendo un rivale durante il corteggiamento Nella maggior parte dei casi in cui un guidatore è ucciso dai suo elefante, I'animale è in foia. Senza un perché al mondo, esso può allora rivoltarsi improvvisamente al suo uzi, prima attac- candolo a colpi di zanna o di proboscide, poi stritolandolo a morte con un ginocchio quand'è caduto. Per quanto possa sembrare strano, non è difficile trovare un nuovo guidatore per una tale bestia. Molti uzi considerano un titolo d'orgoglio guidare un elefante che ha fama di essere pe- ricoloso. Questi uomini prendono la vita alla leggera non si curano di nul]a e di nessuno. Di solito, i tipi cosí sono mangia- tori d'oppio, ma non per questo lavorano meno bene. L'elefante pericoloso, oltre al suo guidatore, ha sempre a fianco un uomo armato di lancia, particolarmente inamba che ha il cómpito di proteggere ogni movimento del guidatore quando questi è del tutto alla mercé dell'elefante: per esempio quando gli scioglie le pastoie. Il vero se~reto del suo potere non è nella lancia che impugna, ma nello sguardo. Tiene l'oc- chio fisso in quello dell'elefante: e i due uomini insieme ba- stano di regola a dominare un elefante feroce. Ho assistito a un caso, che veramente somigliava a una crisi di rimorso del]'elefante. Era un maschio adulto che aveva am- mazzato il suo guidatore. Ma poi montò la guardia al cadavere, senza permettere a nessuno di avvicinarlo per un'intera setti- mana. Pascolava tutt'intorno, e caricava con furia cieca chiun- que si accostasse. 9uando il corpo fu del tutto decomposto, se ne allontanò; venne catturato di nuovo dieci giorni dopo, e si comportO scmpre normalmente. Non era in foia. I.'elerante piú malvagio ch'io abbia mai conosciuto era un'ele- fantessa, Tao Sin Ma (Miss Selvaggia). Era sui 25 anni quando io la conobbi, e nella cronaca della sua vita non c'era nulla che giustificasse l'odio che l'infiammava per ogni Europeo che vedeva. Anche durante l'ispezione biscgnava incatenarla a un albero, e bastava avvicinarsi a un centinaio di metri perché già la bestia cominciasse a buttarsi in avanti e a dare strappi alla catena per attaccare. Ebbi una brutta avventura con lei la prima volta che mi at- taccò e poi mi diede la caccia inseguendomi col fiuto per piú di sei chilometri. L'avevo incontrata per caso, mentre andavo a piedi da un campo all'altro. Le capitai addosso all'improvviso, e immedia- tamente mi s'avventò. Scappai e corsi per tre chilometri senza sapere se ero o no sulla via giusta per tornare al campo che aveo lasciato.on avrei avuto nessuna speranza di cavarmela se non rifugiandomi su qualche albero, nel caso che le pastoie le si fos- sero rotte o disciolte. Ma siccome era impastoiata, potevo cor- rere un po' piú presto di lei. Portava al collo una campana d'allarme di ottone (gli elefanti docili la portano di legno), e spesso mi pareva dal suono della campana di averla proprio addosso. Lasciai cadere il sacco di spalla, sperando che si fermasse ad attaccarlo, ma non ci fu nessuna pausa nel clangore della campana. Giunto in cima a una cresta, mi fermai un momento per vedere dov'era. Poi via di nuovo, cercando di comportarmi secondo le regole della giungla, per cui non bisogna mai pre cipitarsi e mai perdere la testa. Se si dimenticano queste regole, ben presto ogni cespuglio spinoso stende un tentacolo per arre- stare, strappare, graffiare. Il mio sollievo fu grande quando in- contrai due uomini che lavoravano a segare un tronco di tek caduto. Mi bastò gridare solo un nome: « Tao Sin Ma ! » e quelli si unirono a me nella fuga senza chiedere di piú. Presto mi sorpassarono, ed io seguendoli ebbi almeno la soddisfazione di sapere ch'ero sulla via giusta verso il campo e la salvezza. Uno degli uomini arrivò al campo molto prima di me e dette l'allarme. Quando arrivai, mi venne incontro una piccola folla di guidatori con la loro parentela, e tutti si sbellicavano dalle risa e si battevano delle gran manate sulle cosce, divertendosi un mondo alla mia vista. Tutti, con una sola eccezione Maun Po Net (il Signore Nero come la Notte), che uscire e affrontare la sua bestia. Non c'era altro da fare che ridere con loro a mie spese come spesso volevo che ridessero con me alle loro. Cosí mi unii alle risate e alle manate. In meno di un'ora un Birmano tornava col mio sacco nem- meno toccato o calpestato, e Po Net tornava al campo caval cando Tao Sin Ma. Avevano tutt'e due una faccia che pareva dire: il giochetto si può ripetere domani. Ma non fu cosí, perché lo subito ordina] sette metri e mezzo di catena per Tao Sin Ma, che se la trascinasse dietro quand'era libera al pascolo Alcuni guidatori insegnano alle loro bestie dei trucchi che ingannano sulle vere intenzioni dell'animale. Bo Gyi (Uomo Grosso), un elefante giovane, caricava sempre il suo guidatore appena questo si presentava per pigliarlo e riportarlo al campo. Ma a dieci passi l'animale si fermava di scatto e si accosciava per farsi togliere le pastoie, docile come un agnello. Ogni altro guidatore che non fosse il suo, se la dava aambe. Il segreto - ch'era semplicemente quello di rimanere fermi - venne scoperto soltanto dopo che il suo uzi, quello che gli aveva insegnato il gioco, fu ucciso da un orso. L'elefante rimase in libertà per un mese dopo quella morte: nessuno aveva il co- raggio di affrontarlo. Finalmente fu offerta una ricompensa di 300 rupie per la sua cattura. Un giovane del villaggio si presentò dicendosi in grado di catturare la bestia. Due giorni dopo, contento come una pasqua fece la sua comparsa al campo cavalcando l'elefante, e riceve le sue 300 rupie. Due miei uomini erano andati col giovane, e da un nascondiglio vicino avevano assistito a tutta la scena. Il segreto era stato svelato da una ragazza birmana, già innamorata del guidatore morto. Il giovane era diventato il suo nuovo fidan- zato, e senza dubbio i due avevano trovato le 300 rupie un buon aiuto per mettere sú casa. Gli elefanti giovani, se male addestrati, quando in seguito non sono trattati come si deve, possono diventare feroci. Un certo elefantino di nome Soe Bone (Osso Duro) si divertiva a darmi la caccia ogni volta che ne aveva l'occasione. Decidemmo ch'era abbastanza giovane per imparare la buona educazione. « Sparategli nelle unghie con riso ahbrustolito » mi fu consi- gliato. Svuotai dunque due cartucce e, do-po aver sostituito i pallini col riso, uscii a passeggio in cerca di Soe Bone. Lo trovai in un ruscelletto sabbioso che si spargeva addosso la sabbia ba- gnata, sotto una sponda alta meno di un metro. « Ciao, piccolo! » gli dissi, come saluto. « Piccolo sarai tu » sembrò rispondere, e mi si slanciò contro. Io rimasi fermo e gli tirai due schioppettate sui piedi ante- riori, in modo da scottargli le unghie. Credete che si fermasse? Ouasi quasi ci rimisi il fucile per scappare piú in fretta. Nono- stante le pastoie aveva risalito la sponda prima ch'io mi girassi per scappare. E non per questo mi prese a ben volere, quando mi rivide. Allora decidemmo di mettere il cattivello di nuovo nel re- cinto e sonarglieie. Fu preparato un recinto solido, l'elefantino vi fu attirato e intrappolato. Il capo dei miei Birmani venne a chiamarmi, portando in mano un bastone flessibile lungo un paio di metri. Almeno una dozzina di Birmani era lí per assi- stere al castigo di quel mascalzoncello, perché anche il suo guidatore non era troppo entusiasta di quel suo vezzo di slan- ciarsi contro la gente. Mí fu chiesto di dargli i primi venti colpi. E che belle natiche da frustare! Prima di cominciare gli andai davanti e gli feci vedere il bastone. Mi mostrò il bianco degli occhi come per dire: « Aspetta ch'esca di qua! ». Ma gli feci cambiare idea, e urlò come un forsennato. Poi tutti i presenti, eccetto il suo gui- datore, vennero invitati ad appioppargli una dozzina di le- g~ate; mentre al suo guidatore fu permesso di rimanere solo con lui e dargli qualche buon bocconcino. Lo rividi la mattina dopo, mentre lo caricavano con bagaglio leggero perché eravamo di partenza, ed aveva l'aria un po' mortificata. A un tratto vide me, che portavo un bastone in mano, e invece di rizzar le orecchie come faceva quando voleva caricarmi, dette un solo stridulo barrito e sparí nella giungla. Uno dei casi piú notevoli che mi sia mai occorso con gli ele- fanti feroci, fu quello in cui si trovò implicata una giovane donna Shan, sui vent'anni. Sedevo nella mia capanna vicino al campo, una sera, molto impensierito per le gravi condizioni di un lanciere,laung Chan Tha, ch'era stato infilzato quel pomeriggio da un elefante, Kyauk Sein (Occhi di Giada). Il poveretto aveva cercato di salvare la vita del guidatore, Maung Po Yin, ch'era rimasto ucciso sul colpo dall'elefante: dopo di che la bestia aveva attaccato il lanciere. L'elefante era in foia, ed ora scorrazzava in libertà nelle vicinanze. Parlavo della cosa con il capo dei miei Birmani, quando a un tratto, senza farsi annunziare, una bella ragazza alta entrò nella mia capanna di bambú: e subito riconobbi in lei la ve- dova del guidatore morto. Non si lamentava e non piangeva, né portava in collo l'ultimo nato, com'è usanza in simili casi. Rimase dritta in piedi e con una voce ferma e fredda disse: « Posso avere da te il certificato di congedo per mio marito, Maung Po Yin, ch'è stato ammazzato oggi da Kyauk Sein ? ». « Certo » risposi. « E avrai anche la tua indennità, se aspetti fino a domani, perché adesso devo occuparmi di far portare Maung Chan Tha all'ospedale. » Aggiunsi ch'ero molto addo- lorato, e per dimostrarglielo le chiesi se aveva figli. Il capo birmano rispose per lei che non ne aveva; e poi, rivolgendosi alla donna come per rimproverarla di essersi pre- sentata a me cosí bruscamente, le disse: « Te ne puoi andare. Tornerò presto al campo ». Alta e aggraziata, la donna uscí in silenzio dalla capanna. Quando si fu allontanata, mi voltai al capo birmano. « E la moglie di Po Yin? » gli chiesi. « Sí » mi rispose. « Prende piú oppio lei di quanto ne pren- deva il marito, ed è per questo che non ha figli. » Fui molto sorpreso, perché non avevo mai sentito di una donna Shan che prendesse l'oppio. Allora il mio vecchio Bir- mano disse con calma: « Dammi dieci tical di oppio stasera, e domani la donna ti ripiglierà Kyauk Sein, perché molte volte lo ha ripreso per Po Yin, quando lui era troppo istupidito dal- l'oppio ». Gli died; la droga, ma quella sera mi coricai con la coscienza inquieta. Per colmo di sciagura, Chan Tha morí prima dell'alba. Verso le dieci, il mio Birmano venne a dirmi: « Kyau.k Sein sta tornando, con Ma Kyo che lo cavalca ». Non potevo quasi credere ai miei occhi: Kyauk Sein stava traversando il campo, e sul suo capo sedeva la giovane donna Shan, dimentica di tutto, con gli occhi fissi davanti a sé. I lunghi capelli neri le pendevano sciolti per la schiena, e il tamain azzurro avvolto sul petto le lasciava nude le belle spalle pallide. Rimasi in disparte e presto mi fu riferito che Kyauk ~Sein era solidamente incatenato a un albero. Quella sera Ma Kyo fu condotta davanti a me per ricevere la sua indennità. Era vestita coi suoi abiti piú belli, un tamain vario- pinto, una giacchetta bianca e aveva un fiore nei capelli d'ebano. S'inginocchiò, s'inchinò profondamente tre volte, poi sedette da- vanti a me. Teneva gli occhi bassi. Dopo averle pagato l'indennità dovutale per la morte del ma- rito, le detti un bel regalo per la cattura di Kyauk Sein. Mentre glielo dicevo, vidi l'ombra di un sorrisG apparirle agli angoli della bocca. Poi le scrissi il certificato ch'è di norma per tutti gli uomini uccisi sul lavoro Questi certificati sono destinati ai Nat della giungla (gli dci della foresta,) che li richiedono prima di ammettere lo spirito del morto nei loro domini. Il certificato diceva:< Io sottoscritto accordo a Maung Po Yin, guidatore di Kyauk Sein, il permesso di andare dove vuole, avendolo io congedato dal mio servizio » e seguiva la mia firma. Quando mi fui levato dal tavolino ed ebbi messo nelle mani della donna denaro e certificato, ella si asciugò due lacrime di coccodrillo, si alzò, e uscí in silenzio nell'ombra del crepuscolo. Il giorno dopo, quando chiesi al vecchio capo quale guidatore avremmo assegnato a Kyauk Sein, mi sentii rispondere: « Oh, tutto è già sistemato. Maung Ngwe Gyo è anche lui un mangiatore d'oppio. Si è messo a convivere, senza sposarla, con Ma Kyo, e sento dire che fra tutt'e tre quello che prende piú oppio è Kyauk Sein. Credo che altri dieci tical d'oppio farebbero comodo. » Gliene avrei dati venti, se me li avesse chiesti. Non credo nemmeno oggi che la ragazza prendesse la droga; ma era una donna risoluta, e l'elefante Kyauk Sein la conosceva abbastanza bene per prendere l'oppio che lei gli porgeva. Credo che abbia istupidito l'animale prima di catturarlo. La vita nella giungla è strana, ma non è tutta crudeltà, fe- rocia e cattiveria. Per un elefante feroce che attacca o uccide il suo guidatore, ce ne sono 99 docili e affezionati. CAPITOLO 10 GGI, dopo 25 anni passati nella giungla insieme con questo splendido animale, non riesco a capacitarmi come un tem- po potessi essere accecato dalla passione della caccia grossa. Ora penso che gli elefanti sono creature predilette da Dio, e non ne ucciderei piú. Pure, non ho dimenticato del tutto l emozione e il brivido di un tempo, quando ero abbastanza giovane per non lasciarmi sfuggire l'occasione di arrischiare la pelle in una partita di vita o di morte. Mi ricordo come una volta, per due mesi interi, passassi un giorno dopo l'altro presso la foce del Manipur alla posta di un elefante solitario: e ogni dura giornata finiva con una nuova delusione. L'elefante era conosciuto da tutti col nome di Shwe Kah, datogli dai mieiuidatori. Shwe Kah aveva sventrato due miei elefanti, e tormentava di continuo gli altri. Molti fra i miei uomini lo avevano veduto, e per indicare le dimensioni della parte visibile delle zanne ne davano la lunghezza spalancando le braccia, e la circonferenza abbracciandosi le cosce con le due mani, pollici e indici distesi. Non mi mancavano in quel periodo le occasioni di abbattere altri elefanti selvaggi: ma per me, era Shwe Kah o nessuno. Lo avvistai due volte, ma non era mai a tiro. Allora mi presi un mese di vacanza: sarei tornato nella zona a maggio, il mi- glior mese in Birmania per la caccia grossa. Una sera, durante le mie vacanze, incontrai un simpatico maggiore, che mi disse come il suo piú vivo desiderio fosse quello di abbattere un elefante prima di lasciare la Birmania. ~< Devo partire il 25 del mese per un giro d'ispezione nella giungla> gli dissi « e spero di farci entrare un po' di caccia grossa. Potete prendervi un mese di licenza? » Non se lo fece dire due volte. Gli spiegai che avrei fatto del mio meglio per metterlo sulla pista di un bel rnaschio selvatico, ma Shwe Kah era per me e basta. Il maggiore mi raggiunse alla data stabilita e partimmo in- sieme, risalendo il Myittha in canoa. Avevamo appena rag- giunto Sinywa (il Villaggio degli Elefanti Selvatici) quando ar- rivò un Birmano con la notizia che un enorme elefante, pro- babilmente Shwe Kah, era stato avvistato a meno di 300 metri dal loro campo, lontano un chilometro e mezzo. Senza esitare mi mossi. Il mio compagno dichiarò con molta sincerit~i che era troppo stanco per lasciare il campo. Alle tre pomeridiane, nella vampa del sole tropicale, ero riuscito ad avvicinarmi talmente alla bestia che, ogni tanto, potevo sentire sbattere le sue grandi orecchie. Non c'era altro rumore, perché l'elefante pascolava in mezzo all'erba kaing, alta quasi quattro metri, dove mi ero avventurato seguendone la pista. Sapevo che la riva del fiume doveva essere poco lontano sulla mia si- nistra. Mi fermai e bevvi una rapida sorsata di acqua alla mia fiasca, pensando che per molto tempo non avrei potuto rin- frescarmi la gola. A un tratto mi resi conto con un certo timore che l'elefante si era accorto della mia presenza, probabilmente all'odorato, come spesso avviene. Udii il rumore indimenticabile che l'ani- male fa battendo la proboscide per terra: un suono acuto, chiaro, metallico, squillante, dato che la proboscide è cava. Poi seguí un silenzio tremendo. Non potevo far altro che stare fermo. Nessuno di noi due sapeva dove fosse esattamente l'altro, ma l'elefante si stancò prima e si mosse allontanandosi da me; e allora io mi diressi dritto dove pensavo fosse il fiume. Non erano passati molti secondi quando mi giunse uno scroscio fragoroso, e attraverso l'erba alta vidi uno splendido elefante dalle grandi zanne che traversava veloce il fiume, 45 metri piú a valle. Senza esitazione saltai dalla sponda, alta un paio di metri, e mi ritrovai giú in un metro scarso d'acqua, ma affondando nel fango fin quasi al ginocchio. Impossibile muovermi. O adesso o mai piú. Decisi di mirare al cuore, perché la bestia si moveva rapida, ed io non ero ben fermo. Crac ! Era distante almeno una settantina di metri quando feci fuoco. Barcollò un poco, si riprese, e poi, facendo un vol- tafaccia come un cavallo di maneggio, tornò indietro, una ven- tina di metri a valle del punto in cui ero. Era infuriato, talmen- te infuriato che non mi vide. Io ero prigioniero del fango, e non avrei potuto mettermi in salvo. Mentre l'animale risaliva la sponda nello stesso tratto da cui prima era disceso, vidi ch'era mortalmente ferito, e osservai che le sue zanne non pa- revano cosí grosse come quelle di Shwe Kah. Gli tirai un altro colpo al cuore e questa volta mirai giusto. Si abbatté morto stecchito contro la sponda; e prima ch'io po- tessi districarmi dal fango, il mio portatore, ch'era rimasto in- dietro sopra un albero della riva, corse a guardarlo e subito tornò a precipizio verso di me, urlando:< Amai! (O Mamma) .4mai! Hai ucciso un Kyan Zit! ». Troppo eccitato ed occupato, non badavo a quel che diceva. Erano le quattro e mezzo del pomeriggio, e il calore era soffo- cante. Mi ricordo la mia contrarietà quando mi resi conto che non avevo abbattuto Shwe Kah: ormai doveva passare un anno intero prima che potessi ottenere la licenza di uccidere un altro elefante selvatico. Ma la delusione svaní non appena vidi la testa del magnifico animale che avevo ucciso. Perché questo era un esemplare rarissimo, e già l'avvenimento metteva in grande agi- tazione tutti i guidatori d'elefanti accorsi dal campo vicino. < Kyan Zit! Kyan Zit! » gridavano senza poter dire altro. Non sarei rimasto piú stupito se avessi abbattuto un liocorno. Con< Kyan Zit> si indica un raro tipo di zanne d'elefante cresciute in anelli e rilievi come i bocciuoli di una canna da zucchero. I Birmani parlano di un tale animale come di un esemplare raro, quasi leggendario, una specie di monarca al quale tuttili elefanti s'inchinano nel terrore della sua forza. Seguirono lunghe discussioni tra i guidatori che facevano cir- colo e ammiravano le preziose zanne. Un capo giunse dal vil- laggio per sorvegliarne la rimozione. Tutte le donne del campo vennero coi loro bisnbi, portando in collo i piú piccini, perché vedessero Kyan Zit. Fino a quel momento non avevo permesso a nessuno di toc- carlo, perché sapevo che una volta messe le mani su un elefante morto, gli indigeni hanno tutte le qualità riunite del collezio- nista di ricordi e dell'avvoltoio. Poi sentii gridare il mio nome. Era il- mio ospite, il mag- giore, che, uditi i due spari dal campo, si era buttato giú dal lettuccio e, senza nemmeno mettersi le scarpe, si era unito a due o tre uomini del mio campo. « Signore Iddio, che magnificenza !> fu tutto quello che disse, mentre apriva la macchina folografica e faceva scattare l'obiet- tivo. Dopo di che sorvegliammo la rimozione delle zanne. Gli avvoltoi umani si misero poi all'opera. Intere ceste di carne furono portate al campo per essere seccate al sole. Ce n'era abbastanza da nutrirli per mesi e mesi. Fu privilegio del mio portatore avere i pezzetti che hanno fama di afrodisiaci, sarebbe a dire la punta triangolare della proboscide e i grossi nervi delle zanne, ritenuti dagli indigeni efficaci anche contro le malattie degli occhi. Quando si finí di rimuovere le zanne e la zampa anteriore era quasi sera. Ancora altri uomini e altre donne erano giunti dal villaggio per portar via la carne. Quello fu il mio ultimo elefante: misi la parola fine alla caccia grossa. Eppure, sebbene oggi non mi piaccia piú, non rimpiango di aver cacciato in quei primi anni. Perché sono proprio quegli anni che hanno formato in me la conoscenza e l'amore della giungla e dei suoi elefanti. Ne ho uccisi quattro, ma sull'altro piatto della bilancia posso mettere tutto quello che ho cercato di fare per il bene di centinaia di loro simili. LA Ll.r~GA esperienza accumulata durante i molti anni trascorsi nelle foreste di tek della Birmania, e che aveva valso a John Ho~ard Williams il soprannome di Bill degli Elefanti, fu preziosa per il suo paese durante la Seconda Guerra Mondiale. Con il grado di tenente colonnello, egli organizzò per l'esercito britan- nico la prima compagnia dotata di elefanti, e serví per tre anni nella Campagna di Birmania. Giunse ad avere fino a looo ele- fanti sotto il suo comando.on solo i pachidermi venivano im- piegati a tirar fllori autornezzi impantanati nel fango e a costruire ponti e strade, dovunque non si potevano utilizzare gli escavatori (270 ponti furono costnliti sulla sola Strada della Birmania), ma servirono anche al trasporto dei profughi. In un memorabile viaggio organizzato da Bill degli Elefanti, 45 pachidermi marcia- rono per 20 giorni, trasportando 64 donne e bambini oltre le montagne, dalla Birmania fino all'Assam, nell'India. Alla fine della guerra il colonnello Williams con la moglie e due figli tornò in Inghilterra, e si dedicò all'arte piú gentile del flori- cultore. Ma non perseverò a lungo in questa vita idilliaca. Si lasciò attirare dalla proposta di assumere la direzione di una società che produce e vende in tutto il mondo delle macchine insetticide. « Spero di ammazzare almeno metà degli insetti che mi hanno tormentato> dice Williams. « E non è un programma da poco. » FINE.