ANNE HALL WHITT. LE VALIGIE DELLA SPERANZA. Per le tre sorelline, il calvario comincia cOn la morte della mamma e l'arrivo di una donna vestita di nero che le porta via con sé. Quel giorno eravamo talmente spaventate, ricorda Anne, una delle protagoniste di questa vicenda, che non capimmo nemmeno che un capitolo della nostra vita si era definitivamente chiuso e che non avremmo mai più rivisto la nostra casa. " Cosí, per Betty, Anne e Carolyn, abbandonate dal padre e da tutta la famiglia, inizia una lunga peregrinazione da un istituto all`altro. "Per noi, l'unica sicurezza era rappresentata dalle nostre vuligie di cartone che contenevano tutti i nostri tesori" ricorda ancora Anne. Dopo avere affrontato varie situazioni drammatiche, le tre sorelline trovano ospitalità presso una famiglia e qualcosa nella loro vita comincia a cambiare. PROLOGO. SUl MONTI BLUE RIDGE, la primavera arriva piano piano. Le nevi che fin dall'ottobre hanno ricoperto i picchi e riempito le vallate indugiano almeno fino a maggio. L'inverno è restio ad andar- sene, e quando ciò accade gelidi e bianchi torrenti si precipitano giú spumeggiando dai fianchi delle montagne. Ma, anche quell'anno, la primavera era tornata, le nevi erano finalmente scomparse e i rododen- dri erano in fiore. Di stagione in stagione, la bellezza mutevole di questa catena mon- tuosa che si estende dallo stato della Pennsylvania a quello della Geor- gia e attraversa la Carolina del Nord era sempre un godimento per me. Avevo trascorso sei anni della mia vita tra queste colline azzurrognole velate di nebbia. Per averci spesso errato da adolescente, conoscevo tutte le creste, tutte le curve della strada che mi portava qui ogni autunno, all'inizio dell'anno scolastico, dalla mia casa di Charlotte, nella Carolina del Nord, situata a 260 chilometri di distanza nella zona pedemontana. Ma in quella mattina del 1950, mentre percorrevo il sentiero lungo meno di un chilometro che portava dal villaggio all'ufficio postale, volevo imprimermi tutto nella mente, perché questa sarebbe stata l'ul- tima primavera che avrei passato tra quei monti. Il giorno dopo mi sarei diplomata. Agli occhi di un estraneo, il paese di Crossnore può anche non sembrare un gran che. Il visitatore vi trova un emporio, un ufficio postale, un teatro, una tavola calda e un collegio, fondato e diretto dalìa donna piú risoluta che abbia mai messo piede tra queste monta- gne. Era stata questa donna, la dottoressa Mary Martin Sloop, che mi 335 aveva incoraggiata a iscrivermi al corso biennale di amministrazione aziendale, al termine degli studi secondari che avevo svolto lí a Cross- nore. In realtà, non avrei potuto permettermi l'università - pochi dei ragazzi della mia scuola erano in grado di farlo - ma io desideravo qualcosa di piú di una licenza liceale. « Potresti darmi una mano in ufficio » mi aveva detto la signora Sloop. « In questo modo avresti la possibilità di rimanere qui per seguire il corso di amministrazione aziendale; impareresti un mestiere, senza dover niente a nessuno. » Mi ero resa conto che la signora Sloop aveva pensato a tutto, e la mia istruzione era stata decisa cosí, con grande semplicità. Diventai una delle migliori studentesse del corso. Pochi giorni prima che terminassi il biennio di studi, la signora Sloop mi convocò nel suo ufficio. Dalla sua espressione, capii che era contenta di quanto aveva da dirmi. « Che c'è? » domandai, sforzandomi di apparire disinvolta anche se la mia voce tradiva l'eccitazione. « Anne, per i tuoi ottimi voti, ti viene offerto un posto a Washing- ton » mi rispose. Dopo aver lavorato per due anni nel suo ufficio, ero arrivata a cono- scerla bene. Mentre sedevo lí e la osservavo - le rughe che le s'incre- spavano intorno agli occhi, la bocca grande cosí pronta al sorriso, i capelli bianchi che non le stavano mai a posto - compresi che mi sarebbe mancata molto. Partire non sarebbe stato facile. Quando entrai nell'ufficio postale, in quella mattina di primavera, vidi che il signor Dellinger, il direttore, stava smistando la posta. Il signor Dellinger era un burlone dalla battuta sempre pronta. Qualche volta, fingeva che io fossi una dei dieci criminali piú ricercati dall'FBI, di cui teneva le fotografie appese alle pareti. La sua ambizione era di catturarne uno, e ricevere un'enorme ricompensa. « Buongiorno, signor Dellinger » gli dissi attraverso il finestrino che separava gli impiegati dalla clientela. « Oh, buongiorno a lei, Anne » rispose, abbassando la testa per guardarmi al di sopra degli occhiali. « Scommetto che è qui per il suo pacco. Viene da Charlotte, ed è grosso. Un regalo da casa per il diploma, probabilmente. » Mentre parlava, mi portò il pacco, passando dalla porta. « E troppo grande per il finestrino. C'è un solo sistema, perché lei lo possa portare nel suo dormitorio: bi.sogna che io faccia un buco nella scatola, e gli metta un manico. » Il buco e il manico furono presto fatti, e io corsi fuori dall'ufficio postale, cercando d'immaginare che cosa potesse con- tenere quell'enorme scatola. Non avevo voglia di aprire il pacco alla presenza delle mie compa- gne, perciò quando arrivai al lago dove pattinavamo d'inverno, mi 336 LE VALIGIE DELLA SPERAN~A sedetti su una delle rocce che abitualmente servivano da appoggio per infilare i pattini. Dopo aver faticato non poco, riuscii finalmente ad aprire la scatola, e per un momento rimasi lí a fissarne il contenuto. Era la valigia piú bella che avessi mai visto. Passai una mano sulle finiture di CUOiO verde, poi vidi che c'era anche una serratura, con una chia- vetta. Non avevo mai posseduto niente con una chiave e una serratura. Girai due o tre volte la chiave e la serratura si aprí di scatto. La valigia era foderata internamente di taffettà verde, con tante tasche intorno, e dentro, piegato in carta velina, c'era un vestito di organza giallo chiaro. Sopra la carta, un biglietto. Carissima Anne, avrei tanto desiderato di essere con te il giorno della consegna dei diplomi, ma non posso lasciare l'insegnamento in questo periodo. Sai che ti penserò molto. Spero che i regali ti piacciano. Il vestito è per il diploma, e la valigia per il tuo viaggio a Washington. Sono tanto orgogliosa di te. Teneramente, Mamma Le sue lettere erano sempre brevi. Ogni frase esprimeva un'idea, semplice ma precisa. Avrei voluto piangere e ridere, mentre pensavo a quella donna che firmava le sue lettere "mamma". In effetti, per me lo era stata, negli ultimi dodici anni, da quando, orfanella, ero andata a vivere da lei con le mie sorelle. Questi regali, me li aveva mandati per amore. Ma io avevo capito da parecchio tempo che i suoi doni racchiudevano sempre un messaggio preciso. L'abito, scelto con cura nel colore e nello stile che preferivo, era il suo modo di suggerirmi: "Anne, questo è l'abito adatto da indossare in un'occasione importante come quella del tuo diploma". Quanto alla valigia, la mamma era sempre stata orripilata dal mio modo di traspor- tare le mie cose in occasione dei rientri da Crossnore. Per me, un robusto sacchetto della spesa era sempre andato benissimo, ma per la mamma era una cosa sconveniente. « Non mi piacciono le valigie » le avevo sempre risposto, le poche volte in cui aveva alluso alla faccenda. Lei non aveva insistito. Mentre ammiravo quella bellissima valigia nuova, mi sentii sopraf- fatta dai ricordi. Sarebbe meglio dimenticare, mi ero detta piú di una volta. "Dimentica, è tutto finito ormai." Ma, mentre sedevo tra i rododendri, al sole primaverile, fu proprio la valigia nuova a suggerirmi che avrei dovuto permettere a queste memorie di affiorare di nuovo: avrei ricordato quell'altra valigia per l'ultima volta, e poi l'avrei cancellata dalla mente per sempre. 337 RICORDI d'infanzia? Dove cominciano? E hanno mai fine? Per me, cominciano in una grande casa rivestita di legno di North Cald- well Street, nel centro di Charlotte. La mia famiglia viveva là. Il fascino vittoriano della casa, con le sue strette finestre arcuate e le sue decora- zioni ricercate, era offuscato dall'evidente bisogno di riparazioni. Qua e là, un'imposta mancava. Il vento filtrava tra le screpolature delle tavole, e faceva un gran freddo anche nelle tre stanze a pianterreno, le uniche riscaldate. Entro il 1936, la grande crisi economica aveva rovi- nato quasi tutti, perciò suppongo che fossimo fortunati ad avere quella vecchia casa. Mi piaceva, la nostra casa. Le stanze erano ampie, i soffitti alti, con spesse modanature di legno, e i caminetti avevano mensole riccamente lavorate. Nella veranda, sul davanti, c'era una grande altalena e, piú oltre, abbondavano i posticini per giocare a nascondino tra gli arbusti. D'estate, le api sciamavano intorno al cespuglio di lillà dove insieme alle mie sorelle preparavo dei tortini di fango. Rivedo chiaramente mia madre che, seduta su un ceppo, fingeva di mangiare i nostri tortini, serviti su un letto di foglie. La mamma, di origine inglese, aveva gli occhi scuri e i capelli ramati. I tratti del viso quasi perfetti, la sua andatura lenta e aggraziata erano di una bellezza che aveva un non so che di drammatico. Nei miei ricordi, la sua voce era dolce, limpida. Ci trattava con una tenerezza pacata. Ho qualche fugace memoria del suo modo di socchiudere gli occhi alla luce del sole, e di chinare la testa nel pettinarsi i lunghi capelii. Mi par di rivederla, in piedi sul porticato, al crepuscolo, e di sentirla chiamarci perché rientrassimo in casa. Mio padre era un omone, e le sue ascendenze scozzesi erano evidenti nei capelli ondulati. di un biondo rossiccio, nel colorito rubicondo e negli occhi azzurri come il mare. Allegro e socievole quanto mia madre era discreta, aveva una risata forte e contagiosa. Qualche volta, cammi- nando per la via principale di Charlotte, cantava le sue canzoni scozzesi o irlandesi preferite. Se incontrava un mendicante, gli dava la sua ultima monetina. Spesso ci portava al parco, correva con noi giú per le chine, e ci spingeva in altalena. La domenica mattina, andavamo al cinema, a vedere i cartoni animati, e poi in una pasticceria, a comperare dol- ciumi. A me piaceva moltissimo esser portata a cavalluccio sulle sue spalle, e sentirlo cantare la mia canzone preferita, Annie Laurie, per me. I momenti piú graditi per la mamma venivano, credo, quando papà 338 ci riuniva tutte intorno a sé, nella pace della sera, e ci leggeva le poesie di Robert Burns, un poeta scozzese del diciottesimo secolo. Mia sorella maggiore, Betty, di sette anni e mezzo, aveva i capelli biondo platino che le ricadevano a riccioli sulle spalle. La sua passlone erano i libri, e a scuola primeggiava in tutte le materie. La gente era attratta dai suoi modi garbati, e si accorgeva sempre di come fosse precoce per la sua età. A quattro anni, Carolyn era una copia in miniatura di nostra madre, sia nell'aspetto, sia nella maniera calma e gentile di affrontare la vita. Senza rendersene conto, affascinava tutti. Io avevo appena compiuto i sei anni, e di me si poteva dire soltanto che avevo gli occhi e la bocca troppo grandi, e nessuna preoccupazione al mondo. I parenti mi definivano cosí: "Anne è proprio tutta suo padre". Può darsi che fosse vero. Quanto a me, io so solamente che allora mio padre era la parte piú importante della mia vita. Con noi viveva il papà della mamma. Era un omino piccolo, fragile e cieco, ma non era questa l'immagine che io mi facevo di lui. Aveva insegnato a noi tre come allacciarci le scarpe, e anche a dirgli l'ora, leggendola sul grande orologio sopra la mensola del camino. Mi pia- ceva stare con il nonno. Nessuno meglio di lui sapeva asciugare le nostre lacrime o farci dimenticare con i baci le nostre escoriazioni. La tristezza dovuta alla crisi economica faceva uno scarso effetto a noi bambine. Non sapevamo che la nostra casa era cadente, e che la carriera di ingegnere civile di nostro padre era stata stroncata costrin- gendolo a ripiegare su un impiego nella polizia. A noi invece pareva meraviglioso che fosse un agente di polizia, e ci divertivamo un mondo a metterci il suo berretto con il distintivo d'argento. Ad allietare i giorni festivi c'erano i picnic nel parco e le visite ai parenti. Sapevamo che i nostri genitori ci volevano bene, e, come tutti i genitori, sogna- vano qualcosa di speciale per le loro figlie. MIA MADRE era ammalata da diversi giorni, e una mattina, ai primi di marzo del 1936, papà chiamò il medico. Arrivò in casa anche zia Car- rie, la sorella della mamma. Era una donna piccola e sottile, che dava l'impressione di essere sempre occupatissima, sebbene sorridesse spesso e avesse l'aria di gradire le nostre visite. Bobby, il suo unico figlio, aveva quasi la stessa età di Betty, ed era un nostro fedele compa- gno di giochi. Zio Charlie, il marito di zia Carrie, era un uomo simpa- tico, ma io lo ricordo soprattutto intento a leggere il giornale o ad ascoltare la radio. In quella rnattina di marzo, eravamo di sopra, affacciate alla finestra sul davanti, a fare un gioco. Ognuna di noi aveva scelto un colore, e vinceva quella che riusciva a contare, tra le automobili che passavano 339 LE VALIGIE DELLA SPERANZA davanti alla casa, il maggior numero di macchine del suo colore. Ma il gioco fu interrotto all'improvviso, quando zia Carrie entrò nella stanza piangendo. Ci prese tutte e tre tra le braccia e disse: « Vostra madre è morta ». Forse perché non avevamo mai conosciuto qualcuno che fosse morto, o perché nessuno ci aveva mai spiegato il mistero della morte non afferrammo il significato delle sue parole. La zia ci condusse ai pianterreno, raccomandandoci di non far niente che potesse agitare il nostro papà. Nel vederlo in piedi sulla soglia, insieme con il dottore, me ne resi conto: quello che la zia ci aveva detto doveva essere orribile. Il medico teneva un braccio intorno alle spalle di mio padre, e stava dicendogli: « Sono desolato, Malcolm, ma sua moglie aveva una polmonite dop- pia, e io non avrei potuto fare assolutamente nulla ». Mio padre pian- geva senza ritegno, e questo mi spaventò. Quando ci vide, ci prese tutte e tre fra le braccia, e pianse ancora piú disperatamente. Il funerale ebbe luogo nel giorno del quinto compleanno di Carolyn. Ricorderò sempre i particolari di quella giornata: gli enormi globi di luce davanti all'impresa delle pompe funebri, il profumo delle rose, il colore del vestito di mia madre, l'espressione del viso di mio padre. Ricordo di esser rimasta in piedi, piú tardi, davanti alla tomba aperta, nel cimitero, in quella mattina fredda e umida. Zia Carrie si copriva la faccia con un fazzoletto, mentre il pastore pronunciava le ultime parole. Mio padre aveva il volto grigio, lo sguardo assente, le mani gelate. La gente gli parlava, ma lui non rispondeva. Papà era figlio unico e aveva due parenti soltanto, sua madre, confi- nata in un letto, e sua zia Florence. Mentre ci allontanavamo dalla sepoltura, zia Florence, stringendo con un braccio mio padre, gli espresse il suo dolore. Poi i fratelli e le sorelle di mia madre vennero a farci le loro condoglianze. Zio Lester, un uomo alto e sottile, con due occhi scuri sbigottiti, accarezzò una spalla a mio padre e se ne andò. Non l'ho mai piú rivisto. Zia Thelma, una donna paffuta, ci strinse piangendo contro il suo petto profumato. Zia Anne, della quale io portavo il nome, ci baciò tutte e tre sulla fronte, senza toccarci, e disse: « Povere care ». Zia Carrie era talmente sconvólta, che se ne andò via presto con zio Charlie. Pochi giorni dopo il funerale, zia Thelma venne a casa nostra, mi prese sul suo ampio grembo. e mi pulí le ginocchia sporche. Zia Anne venne a trovarci una volta, ma disse che la rendevamo nervosa, e partí presto per la sua casa a Cleveland. Sarebbero trascorsi piú di vent'anni prima che mi capitasse di rivedere uno di ~uesti parenti. Dopo la morte della mamma, andammo varie volte a trovare zia Carrie. Era genti}e, ma le nostre visite avevano Ull ef~etto conturbante su di me, per la sua forte somiglianza con mia madre. Quando sentivo 340 la sua voce in un'altra stanza, credevo che ci fosse mia madre, e mi giravo da quella parte. Qualunque cosa fosse la morte, non poteva essere per sempre, pensavo. Nella mia mente infantile, ero convinta che una mattina, svegliandomi, avrei ritrovato lí la mamma che ci avrebbe detto di sbrigarci a fare colazione, per poter uscire a giocare. Andavamo anche a trovare la mamma di papà, ma la sua attenzione era sempre concentrata su di lui. « Oh, mio povero figliolo, mio povero figliolo » gemeva. Non so bene quando e come la nonna morí, ma ho la precisa sensazione che lasciò questa terra pensando che la mamma, lasciandoci cosí presto, avesse fatto un torto a papà. Una volta papà ci condusse al cimitero, a vedere la pietra tombale con il nome di mia madre inciso sopra: ADA HALL WHITr, 1896-1936. In seguito, qualche volta ci fermavamo con lui davanti ai cancelli di ferro del camposanto, ma quella fu l'unica visita alla tomba di mia madre. A CASA, le giornate erano lunghe e solitarie. Mentre papà era al lavoro, il nonno si prendeva cura di noi come meglio poteva. Poi, una notte morí anche lui, tranquillamente, nel sonno. Mio padre era perduto nel suo dolore e, conseguentemente, erano finite anche le risate e le canzoni. Ogni giorno, quando usciva per andare al lavoro, chiudeva la porta a chiave e ci raccomandava di non aprire a nessuno. A Betty non era piú consentito recarsi a scuola. La casa~ in cui echeggiavano tutti i rumori dell'interno e dell'esterno, ci sembrava im~rovvisamente enorme. Betty ci leggeva qualcosa, ma per la ~naggior parte del tempo stavamo sedute sulle sedie a dondolo, davdnti alla finestra, ad aspettare il ritorno di papà. Quanslo Carolyn piangeva, io cercavo di divertirla, facendole le buffe smorfie di cui mi sentivo tanto orgogliosa, ma, come unico risultato, lei mi gridava di smetterla. Quando ritornava a casa, la sera, papà ci portava a mangiare al Wimpy, una tavola calda. Poi camminavamo, finché le gambe mi dole- vano. Altre volte ci mettevamo a sedere sulle panchine davanti al palazzo di giustizia, a guardare il passaggio della gente e delle automo- bili. Papà non cantava piú. né ci portava a cavalluccio sulle spalle: sembrava chiuso in un mondo tutto suo. Le nostre giornate trascorrevano nell isolamento, finché una mattina si sentí qualcuno bussare alla porta. Noi restammo sedute in assoluto silenzio, nella speranza che la persona, chiunque fosse~ andasse via. Ma il bussare si fece piú insistente, e una voce femminile ordinò: « Aprite questa porta! » Betty, che era diventata la nostra guida, andò a vedere chi era. Dopo tutto, era lei la maggiore, sapeva leggere ed era dotata di una straordinaria forza d'animo. Quando Betty aprí la porta, una donna che indossava un completo 341 LE VALIGIE DELLA SPERANZA nero e aveva in mano un blocco d'appunti, entrò e si mise a osservarci. « Ebbene, la gente aveva ragione » disse. Poi cominciò a girare di stanza in stanza, domandando: « Perché il frigorifero è vuoto? Quando avete fatto un bagno, l'ultima volta? » Poi, guardando Betty: « E tu perché non sei a scuola, bambina? » Quanto al frigorifero, era rimasto sguarnito da quando la mamma era morta, ma c'erano cracker e burro di noccioline per il nostro pasto di mezzogiorno. Avevamo fatto un vero bagno, per l'ultima volta, la mattina del funerale. Betty era imbarazzata di non essere a scuola, dato che la scuola le piaceva tanto, ma non poteva certo dire a quella strana donna che suo padre non le permetteva di andarvi. Quindi non rispose a quella domanda. « Cosí non va » dichiarò la visitatrice. Andò alla sua automobile, e ritornò con tre valigie di cartapesta marrone. Ne diede una a ciascuna di noi. « Voglio che mettiate i vostri vestiti qui dentro, e alla svelta » ordinò seccamente. Non ci era mai capitato di preparare bagagli, prima, ma ficcammo un po' dei nostri vestiti nelle valigie e le richiudemmo alla bell`e meglio. Poi la donna ci accompagnò alla sua automobile, e partimmo. Non ci voltammo a guardare la casa, ma eravamo troppo spaventate per parlare. In quel momento, non sapevamo di esser divenute tutela dello stato e che non avremmo mai piú rivisto la nostra casa. CAnTOLO 2 DOPO AVER svoltato in una via stretta, la donna in nero fermò l'auto- mobile davanti a una grande costruzione di pietra, sulla cui porta era incisa la scritta OSPIZIO CA~TOLICO. Eravamo giunti dall'altra parte della città. « Andiamo, ragazze, prendete le vostre valigie e sbriga- tevi » disse, facendoci uscire dalla macchina e guidandoci verso gli scalini. L'atrio, fiocamente illuminato, odorava di candele e di zuppa di pomodoro. In un angolo, c'era una statuetta su un piedistallo, sormon- tata da una croce d'oro. Mentre ci trascinavamo dietro la donna in nero, lungo uno stretto corridoio, potei sentire voci smorzate di bam- bini, che venivano dal piano di sopra. La donna ci fece entrare in un ufficio: una suora piuttosto corpulenta stava seduta dietro un grande tavolo che le serviva da scrivania. « Ecco, suor Catherine, gliene ho portate altre tre. » Quando suor Catherine alzò gli occhi, vidi un viso che non mancava di gentilezza, anche se appariva affaticato. La donna in nero le disse frasi di questo genere: "cure inadeguate", "niente da mangiare in 342 casa e "la maggiore non va a scuola". Suor Catherine girò intorno alla scrivania, per avvicinarsi a noi. Non avevo mai visto una suora cosí da vicino, e il suo abito mi spaventò. « Peccato » disse. « Abbiamo un enorme affollamento, qui, e con la depressione economica siamo poveri come gli altri. Non potremo tenerle molto a lungo, ma le bambine possono restare, finché lei non riuscirà a trovare qualcosa d'altro. » Dopo averla ringraziata, la donna se ne andò, promettendole di trovarci un'altra sistemazione il piú rapi- damente possibile. « La prima cosa che dobbiamo fare bambine, è vedere il vestiario che avete portato. » Per tutta risposta appoggiammo le nostre valigie sul tavolo e guardammo la suora che esaminava il contenuto di cia- scuna. « Non un solo paio di calzini uguali, niente golf, niente camicie da notte. » Sospirò, poi suonò un campanellino che aveva sulla scriva- nia, e nella stanza entrò un'altra suora, esile e dagli occhi di un azzurro sbiadito. « Queste tre bambine sono sorelle. Faccia in modo che siano in ordine entro l'ora di cena, per favore. » Senza parlare~ la religiosa ci condusse su per una scala buia fino a una stanza da bágno, in fondo a una sala. Mentre faceva correre l'ac- qua ci ordinò di spogliarci. In alto, oscillava una nuda lampadina, che gettava strane ombre sulle pareti verde pallido e sul consunto pavi- mento di linoleum. Nel vedere lo sbigottimento dipinto sul viso di Betty e di Carolyn, sentii tutto il mio corpo irrigidirsi. La suora ci strofinò dalla punta dei capelli alla pianta dei piedi con una spazzola e un grosso pezzo di sapone che emanava un odore intenso. Poi ci diede bizzarri abiti scuri, con grembiulini bianchi da mettere sopra, e ci accompagnò in una camerata con molti letti. Su ogni letto sedeva una barnbina vestita come noi, e sotto ogni letto c'era una valigia identica alle nostre. La suora ci disse di sedere tranquille sui nostri nuovi letti, sotto i quali erano state messe le valigie, e di aspet- tare l'ora di cena. Quando se ne fu andata, bisbigliai a Betty: « Ma dove siamo? » « Non lo so. » Carolyn sedeva accanto a Betty, e i suoi occhi scuri esprimevano la paura che provavamo tutte. Ma questa era la prima volta in cui ci trovavamo insieme con altri bambini, dopo la morte della mamma, e io sentii all'improvviso l'impulso di giocare a nascondino. Feci la mia proposta, e presto la camerata fu piena di bambinette che si nasconde- vano ridacchiando sotto i letti o dietro le porte. Il divertimento finí bruscamente, quando la suora che ci aveva fatto il bagno ritornò e batté energicamente le mani. Dopo un predicozzo sull'obbedienza ai regolamenti e la minaccia di severi castighi se non l'avessimo fatto, ci ordinò di allinearci per andare nella sala da pranzo. 343 LE VALIGIE DELLA SPERANZA Quest'ultima si trovava a pianterreno, e io fui stupita di vedere che il numero dei ragazzi non era inferiore a quello delle bambine, e che c'erano anche bimbi piccolissimi e adolescenti. Suor Catherine recitò una preghiera di ringraziamento, poi ci sedemmo. Vicino a me, seduto davanti alla tavola lunga e disadorna, c'era un bambinetto con i capelli neri e le lentiggini. Dopo aver mangiato pochi bocconi della sua cena, il piccolo si mise a piangere. Una bambina grassoccia, dalla parte opposta della tavola, si sporse e canticchiò: « Billy è un piagnucolone! » Io le domandai perché Billy piangeva. « Oh, quello piange sempre. Non ha famiglia, e probabilmente dovrà star qui per sempre. » Che tristezza, pensai. Per fortuna, la mia sorte era migliore. Io avevo un padre e due sorelle, e sapevo che senza alcun dubbio papà sarebbe venuto presto a prenderci. Quella notte, mentre stavamo coricandoci, mormorai a Betty: « Papà sarà molto scontento, quando, tornando a casa, vedrà che siamo andate via ». « Loso. » « Ma verrà a prenderci, domani? » « Ne sono sicura. » Mi distesi su quella strana brandina stretta, pensando al mio papà solo nella nostra grande casa. Pensai alla donna vestita di nero che ci aveva portate lí e mi domandai chi fosse. Carolyn aveva pianto, finché Betty non si era sdraiata vicino a lei; allora si erano addormentate tutte e due. Anch'io mi misi a dormire, certa che, dovunque fossimo, mio padre ci avrebbe trovate e ricondotte a casa. La mattina dopo, quando una suora venne a riunirci per la prima colazione, io le domandai: « Verrà qui oggi, il mio papà? » « Non lo so, piccola. Lo aspetti? » « Oh, sí. Verrà per portarci a casa. » La suora mi guardò. « Fai presto, o sarai in ritardo per le preghiere del mattino. » Dopo le preghiere e la colazione, fummo battezzate tutte e tre nella cappella. Fu quello un rito che mi sembrò al tempo stesso spaventoso e affascinante. Mi piaceva la voce dolce del sacerdote, mi piacevano le candele sull'altare. Ma tutto l'insieme mi ricordava il funerale di mia madre, e non potevo fare a meno di domandarmi che cosa sarebbe stato di noi. Con una voce bassa e ritmata, il prete cominciò a pronunziare parole in un'altra lingua. Poi immerse una piccola conchiglia d'argento in una bacinella d'acqua, e ci fece gocciolare lentamente un po' d'acqua sulla testa. Dopo di che, ci mise dell'olio sulla fronte. Suor Catherine ci disse d'inginocchiarci, e pregò per noi. 344 Terminato il battesimo, ci fu permesso di uscire a giocare. L'area dietro l'ospizio era chiusa da un alto recinto di filo di ferro. C'erano enormi alberi, un pezzetto di prato consumato e, in un angolo in fondo, una fila di bidoni della spazzatura. Alcuni bambini giocavano su alta- lene e scivoli, e i ragazzi, in maggioranza, giocavano a pallone. Gli scivoli mi erano sempre piaciuti, e per un po' fui distratta dall'eccita- zione di precipitarmi dall'alto e atterrare su un mucchietto di sabbia. Ero in cima a quello piú alto, quando scorsi mio padre venire verso di me, sulla strada. Chiamai le mie sorelle, che giocavano nelle vici- nanze, poi gridai: « Papà! Papà, sapevo che saresti venuto! » Mi lasciai scivolare giú, salii su un bidone della spazzatura, da dove cominciai ad arrampicarmi verso la sommità del recinto, ed ero pronta a saltare tra le braccia di mio padre, quando una suora arrivò di corsa. « Vieni giú di lí immediatamente! » mi gridò. Ma io ero già tra le braccia di mio padre e la suora non mi faceva paura. Papà era lí. Ci avrebbe portate a casa. Ero felice. La suora si affrettò a uscire dal cancello, e apostrofò mio padre con voce irritata: « Se lei le avesse curate come si deve, queste bambine non sarebbero qui ». Non dimenticherò mai l'espressione dei suoi occhi, mentre egli mi teneva stretta, senza rispondere. La suora conti- nuò: « Lei deve andar via subito, e non disturbarle piú ». Mio padre si liberò il collo dal mio abbraccio, mi mise in terra, e disse con una voce in cui traspariva la sconfitta: « Va' con lei, Anne, e fa' la brava bambina ». « Ma ritornerai, papà? » « Presto » mi rispose, poi si volse e si allontanò. Il vederlo cosí solo mi riempí di tristezza. Betty e Carolyn si erano avvicinate al recinto e lo guardavano mentre se ne tornava indietro, lungo la strada. La suora ci fece entrare all'interno dell'edificio. « Stammi a sentire Anne. Non devi mai piú tentar di lasciare questo posto. Se lo farai, sarai castigata severamente. » Mi agitò un dito davanti alla faccia. « Capisci quello che ti sto dicendo, bambina? » Non le risposi, ma quando la suora ci lasciò sole~ mi accorsi di avere i denti stretti e i pugni serrati. Ero colpita da questa nuova emozione che si scatenava in me, e non sapevo affatto che cosa fare. Mentre correvo su per le scale, seguita da Betty e da Carolyn, mi pareva di scoppiare. Quando vidi la mla valigia, la presi a calci con tutte le mie forze. « Tutto si sistemerà, Anne » disse Betty. « Andremo presto a casa, come ti ha detto papà. » Prima che la giornata finisse, ebbi il mio primo scontro. La ragazza grassa che aveva canticchiato per prendere in giro il bambino pian- gente, nella sala da pranzo, si era messa a stuzzicare Carolyn, perché 345 teneva sempre la mano di Betty, e non si staccava mai dal suo fianco. La mia reazione non si fece attendere e, quando una suora venne a separarci, stavo tirando i capelli della ragazza. La suora mi portò nella cappella. « Ora devi stare qui un poco, e chiedere perdono per i tuoi peccati » mi disse. Io non avevo idea di cosa fossero i peccati. Ma rimasi seduta nella cappella a lungo; pensavo a quello che ci stava capitando, e avrei tanto desiderato che qualcuno mi desse una spiegazione. CON IL PASSAR dei giorni, si moltiplicavano le mie reazioni di insoffe- renza e, di conseguenza, anche le mie presenze in cappella. Mi sentivo sempre piú arrabbiata, e incapace di controllare i miei scatti. E imman- cabilmente, ero costretta a pregare per i miei peccati. Le ginocchia mi dolevano, mentre stavo inginocchiata sui cuscinetti di velluto logoro ma in un certo senso provavo sollievo nell'imprimermi nella memoria tutti i particolari delle vetrate a colori, o nel fissare il volto dell'uomo appeso alla croce. Carolyn diventava sempre piú chiusa, e presto cominciò a rifiutare di mangiare. Betty se ne preoccupava, e ritornava dalla cena con le tasche del grembiule piene di cibo. Quando le luci venivano spente per la notte, dava da mangiare a Carolyn. La mattina si riempiva le tasche di zuppa d'avena, e, prima di partire per la scuola, nutriva con cura la nostra sorellina. Una mattina, mentre Betty infilava cucchiaiate di zuppa d'avena nella bocca di Carolyn, entrò una suora. « Che cosa sta succedendo qui? » indagò. Betty, drizzandosi in tutta la sua statura, le tasche afflosciate dal peso della zuppa, rispose: « Sto dando da mangiare a mia sorella ». « Signorina, tu devi mangiare in sala da pranzo, come fanno tutti gli altri bambini » disse rivolta a Carolyn. Poi ordinò a Betty di affrettarsi a lavare il suo grembiule. Quando la vidi portar via l'indumento sporco, i riccioli biondi che le ondeggiavano sulle spalle, senza che mai una sfumatura di collera le offuscasse lo sguardo, sentii la mia gola stringersi e le unghie penetrarmi nelle palme. Mentre Betty era a scuola, Carolyn e io stavamo sedute in cima a uno scivolo, a guardare se per caso arrivava nostro padre. Il freddo dello scivolo di metallo ci intorpidiva le gambe, ma noi non rinunciavamo alla nostra vigilanza. Da quello strano osservatorio potevamo vedere anche la nuova scuola di Betty, e i treni che passavano su un ponte. Ricordavo il giorno in cui papà ci aveva lasciato mettere una monetina su un tratto di ferrovia, quando il treno del presidente Roosevelt era passato dalla città. Ci aveva poi detto che potevamo tenere la mone- tina, come ricordo del giorno in cui avevamo salutato il Presidente, agitando le mani. Mi domandavo dove fosse finita quella moneta. Era nella mia stanza, con le altre mie cose? Sentivo la mancanza della grande casa, delle mie bambole, della mia mamma e del mio papà. C'ERANO MOMENTI in cui sentivo che sarei soffocata, dentro le mura dell'ospizio. L'impulso di correre, ridere forte e gridare era sempre in me, ma appena alzavo leggermente la voce, ecco subito comparire una suora, che mi metteva un dito sulle labbra, e diceva: « Pratica il silen- zio, bambina mia ». Una domenica mattina, dopo la prima colazione, chiesi a una suora se potevamo andare al cinema. Potei sentire l'odore dell'amido del suo g}an colletto bianco e vederle le vene del viso, mentre la suora si chinava su di me. « Che domanda ridicola. Ringrazia il Cielo di avere un letto e la pancia piena. » Le sue risposte mi lasciavano sempre un po' turbata, e non facevano che aumentare i miei timori. Al termine di ogni giomata, cercavo di crearmi delle speranze per il giorno dopo: di sicuro mio padre sarebbe venuto a prenderci. Ma i giorni diventavano settimane, e la mia *ustrazione si trasformava sem- pre di piú in rabbia. Avevo notato che le mie intemperanze attiravano sempre l'attenzione delle suore. Forse - ragionavo tra me - se avessi continuato a disturbare, mi avrebbero rimandata da mio padre. Invece, capii che non sarei stata ricompensata per il mio cattivo comporta- mento. Dovetti invece trascorrere lunghe ore su uno sgabello, nell'uffi- cio di suor Catherine, a imparare il catechismo. Poi, un pomeriggio, intorno alla metà di maggio, mentre stavo fa- cendo il gioco della campana con le mie sorelle, in cortile, una suora venne a cercarci. « Suor Catherine vuole che andiate nel suo ufficio. » Là trovammo anche la donna in nero che ci aveva portato via da casa. « Ragazze » ci annunciò la donna, « oggi si va via di qui. Prepa- rate in fretta le vostre valigie. » Dopo una corsa su per le scale, prendemmo le valigie che stavano sotto il letto. Quando fummo ritornate in ufficio con la nostra roba, suor Catherine ci guardò a lungo, poi posò leggermente una mano su ognuna delle nostre teste e, toccando la pesante croce d'argento che portava appesa al collo, disse con voce sommessa: « Buon Dio, ti prego di non permettere che queste bambine abbiano a soffrire ». Poi ci salutò tutte e tre. Quando eravamo già sulla porta, mi richiamò: « Anne, cerca di smetterla con le tue battaglie. Non ti gioveranno a nulla, in questa vita ». Attraversammo per l'ultima volta il cortile inondato dal sole, e salimmo sull'automobile guidata dalla donna in nero. Partimmo in silenzio, con le valigie posate ai nostri piedi. La nostra permanenza all'Ospizio Cattolico era stata breve, ma, a 346 1. 347 LE VALIGIE DELLA SPERANZA noi tre, la vita abitudinaria, i visi familiari e la disciplina avevano offerto, se non amore e affetto, almeno sicurezza. Mentre attraversa- vamo le strade di Charlotte, guardandoci intorno per cercare di ricono- scere i luoghi vicini a casa, io pensavo ai bambini che erano rimasti all'ospizio e a suor Catherine, i cui occhi sembravano penetrare nel profondo di tutto ciò che vedeva. Avevo un nodo alla gola, ma mi sforzavo di inghiottirlo e di pensare al fatto che saremmo ritornate a vivere con mio padre. Come sarebbe stato felice di rivederci! CAPITOLO AuToMoslLE si fermò davanti a un grande edificio. Betty mi lesse le parole scritte sopra la porta: AMsuLAToRIo coMuNALE. La donna in nero ci condusse all'interno. Sedemmo su una panca siste- mata in un corridoio che odorava di alcool e disinfettanti, in un andìrí- vieni continuo di medici e infermiere. Dopo una lunga attesa, fummo introdotte una per una in una piccola stanza, dove ci pesarono. ci misurarono e ci vaccinarono. Impreparata al dolore della vaccinazione, lanciai uno strillo. La donna in nero si affacciò alla porta e osservò con una certa soddisfazione: « Anne, sei davvero terribile come mi avevano detto ». Lasciato l'ambulatorio ripartimmo per una nuova destinazione. L'automobile imboccò un viale ricurvo, fiancheggiato da alte querce, e si arrestò davanti al piú grande dei vari edifici in mattoni che costeggia- vano la strada. Da per tutto si vedevano bambini, tricicli, pattini a rotelle e palloni. Notai subito che non c'erano recinti, soltanto sparuti cespugli di bosso contornavano l'area degli edifici. Quando smontammo dall'automobile, un gruppo di bambini corse a salutarci. Una ragazzetta mi prese per mano. « Vai a scuola, tu? » mi domandò. Ma prima che potessi rispondere, la donna in nero ci spinse avanti. « Spicciatevi, ragazze. Non ho molto tempo. » Carolyn si aggrappò a Betty, trascinando la sua valigia per la cinghia. Io gettai un'occhiata a Betty, e vidi la sua espressione fiduciosa, che mi diceva: stai tranquilla, andrà tutto bene. L'atrio di questo posto nuovo era molto diverso da quello dell'Ospi- zio Cattolico. Sul muro era appeso un grande pannello, ricoperto da disegni di bambini. Le sale interne erano verniciate di verde pallido. Non c'erano candele. Qualcuno suonava il pianoforte, qualcuno can- tava, e c'erano bambini da ogni parte, grandi, piccoli e piccolissimi. Fummo condotte in un ufficio stipato. Alla scrivania sedeva una 348 donna corpulenta, con un abito a fiori color lavanda. Salutò la donna in nero, guardandola al di sopra degli occhiali, come se la conoscesse da molto tempo, poi disse: « Tre, vero? Lei lo sa che non possiamo tenerle a lungo, qui all'orfanotrofio. Che cosa ne pensa di un'adozione? Farle adottare da qualcuno? » Tutto quanto capii, dal loro scambio di parole, fu che il posto si chiamava orfanotrofio. La signora dall'abito color lavanda si alzò. Per un attimo pensai che stesse per sorridere, ma quell'accenno di sorriso si trasformò in un'e- spressione preoccupata, mentre ci osservava attentamente. « Non hanno l'aria di scoppiare di salute, vero? Qualcuna di voi bambine è stata ammalata, ultimamente? » domandò, rivolgendosi a Betty. « No, signora » le rispose quest'ultima, educata. « Soltanto Anne ha spesso mal di gola. » « Oh, staranno benone » aggiunse la donna in nero. « Sono soltanto un po' magroline, forse. Adesso però devo andare. » A una delle bambine piú grandi fu ordinato di portarci di sopra. Fummo accompagnate in un'enorme camerata con molti letti, e anche qui scoprimmo che sotto ogni letto c'era una valigia identica alle nostre. Stavamo riponendole, quando una donna dai capelli gri~i entrò nella camerata. « La piú grande di voi deve venire con me. » Carolyn non aveva nessuna intenzione di lasciare andar via Betty senza di lei, e si mise a seguirla, ma la donna dai capelli grigi spiegò che le bambine in età di andare a scuola vivevano in altri padiglioni, e poiché né Carolyn né io andavamo a scuola, saremmo rimaste lí. Fino ad allora, non si era mai lagnata. Le bastava che Betty stesse con lei. A quel punto, il suo mondo crollò. Nel vederla singhiozzare sul letto, gli occhi color nocciola già cerchiati di scuro, il vestitino troppo grande di almeno due taglie, mi sentii sopraffatta dall'ira e dall'odio. Ma non sapevo chi avrei dovuto odiare. Mi sdraiai vicino a Carolyn, e le accarezzai i riccioli arruffati, dicendole di non piangere, perché avrebbe comunque visto Betty all'ora dei pasti e dopo la scuola. ALL'ORFANOTROFIO, la vita quotidiana era molto simile a quella del- l'Ospizio Cattolico, ma l'atmosfera era piú cordiale. La signora dal vestito color lavanda non pretendeva che bisbigliassimo, come vole- vano le suore. E non si dava tanta importanza alla religione, se si escludevano le funzioni della domenica mattina, che avevano luogo in una minuscola cappella di mattoni, costruita sotto grandi querce, alle spalle dell'edificio principale. Noi ci adattammo presto a questo nuovo sistema di vita. Non molto tempo dopo il nostro arrivo, mi scontrai con un ragazzo che usciva dalla sala da pranzo. Il ragazzo si volse, mi fece fare una giravolta e disse: « Guarda dove vai, sciocca ». Ma non sembrava affat- 349 LE VALIGIE DELLA SPERANZA to arrabbiato, e nel suo gesto non c'era ostilità. Portava un berretto di lana blu con la visiera abbassata fin sulla fronte. I suoi calzoncini di velluto a coste frusciavano, mentre camminava, e ogni suo passo era una specie di salterello. Quando passò davanti alla signora dal vestito color lavanda, lei lo salutò: « Ciao, Tom ». Lui le fece un cenno di saluto, e seguitò a camminare a balzelloni, fischiettando con noncu- ranza. Io stabilii che mi piaceva. Il giorno dopo, seguii Tom finché non mi rivolse la parola. « Ehi, sciocchina, vuoi venire con me ai bidoni della spazzatura? » « A far che? » « A vedere se riesco a trovare qualche scatola di popcorn. Voglio strappare i coperchi e spedirli, per poi ricevere un regalo. » Mentre Tom frugava in cerca delle scatole, io sfogliavo delle riviste scartate. « Oh, guarda, Tom. Non è bellissima? » domandai, indicando la fig~ura di un'inserzione pubblicitaria. « E soltanto una vecchia, stupida bambola » rispose quest'ultimo dando una rapida occhiata. « Leggi come dice che si chiama » lo supplicai. E Tom, guardando la fotografia un po' piú da vicino, pronunciò lentamente: « S-o-n-j-a ». « Echiè? » « Non lo so, sciocchina. » Arrivò la cuoca, e ci disse di andar via dalla spazzatura. Era piccola grassa e allegra. L'avevo vista aiutare a nutrire i bambini piú piccoli, in sala da pranzo, e avevo notato che non ci sgridava mai se rovescia- vamo qualche cosa. Quando~le feci vedere la fotografia della bambola chiamata Sonja, osservò: « E bella, ma chi può permettersi una cosa del genere? » Poi disse a Tom che gli avrebbe messo da parte i coperchi delle scatole, e ci mandò a giocare. A poco a poco, il posto cominciava a piacermi. Avevo scoperto che si chiamava Orfanotrofio Thompson. C'erano balocchi, giochi all'aperto dopo cena, e risuonava spesso di gaie risate. Avevo ripreso un po' della mia vecchia esuberanza. Sapevo imitare Braccio di ferro e le mie orri- bili smorfie facevano ridere anche i bambini meno timidi dell'orfano- trofio, che in quel caso simulavano lo spavento. Ma di tanto in tanto facevo ancora qualche litigata. La donna che sorvegliava la maggior parte delle nostre attività dete- stava i litigi, e per castigarci ci faceva sedere su uno sgabello sistemato nell'angolo di uno stanzino. Io trascorsi una buona quantità di tempo in quella stanza. Qualche volta, la donna dimenticava di avermi mandata Ií, e la mia assenza veniva scoperta soltanto all'ora di cena. Betty era furente con me, per la mia litigiosità. Se soltanto fossi stata tollerante come lei! Ma io non ci riuscivo. 350 Eravamo nell'orfanotrofio soltanto da un paio di settimane, quando ci accorgemmo che spesso qualche bambino veniva chiamato nell'uffi- cio, e poco tempo dopo scompariva. E quasi tutti i giorni arrivavano nuovi bambini. Io ero confusa da questo andirivieni, e cominciavo a sentire l'insicurezza della nostra situazione. « Pensi che papà sappia dove siamo? » domandai a Betty un pomeriggio. « Magari pensa che siamo ancora con suor Catherine. » « Papà ci troverà » mi rassicurò Betty. C'era una ragazza che mi piaceva. Alta e magrissima, era l'unica persona che conoscessi capace di arrampicarsi in cima al quadro sve- dese e rimanere in piedi senza tenersi. Una sera, arrivò a cena tutta eccitata. « Indovina che cosa mi succede, Anne. Sarò adottata. » Quando le domandai che cosa intendeva dire, rispose: « Andrò a vivere in una vera casa, avrò una nuova mamma e un nuovo papà ». Poi spiegò: « La signora dell'ufficio si da molto da fare per trovare una casa a tutti ». Io non volevo una nuova mamma e un nuovo papà. Inoltre, comin- ciavo a domandarmi che cosa sarebbe successo, se avessero preso le mie sorelle, e non me. Quel timore mi ossessionava giorno e notte. Avevamo scoperto, le mie sorelle e io, che quando una bambina andava via, anche la sua valigia scompariva da sotto il letto. Cosí, quando non riuscivo a trovare una delle mie sorelle, correvo al suo letto per controllare se la valigia era sparita. E ogni giorno insieme a Carolyn ci recavamo piú volte nel padiglione di Bettv, per assicurarci che la sua valigia fosse sotto il letto. La mia era diventata lo scrigno dei miei tesori. Vi riponevo le cose che desideravo tenere per sempre: due portasapone di celluloide, che avevo pescato nella spazzatura, la fotografia della bambola Sonja, e due grosse noci trovate all'Ospizio Cattolico. E strano, ripensandoci oggi, che nessuna di noi tre parlasse mai del futuro. Non parlavamo della settimana ventura e nemmeno del domani. Ogni giorno era unico, sospeso nel tempo. Ma parlavamo spesso di nostra madre e di nostro padre, e qualche volta mi pareva di sentirlo cantare Annie Laurie. In quei momenti, avevo l'impressione che, in un certo modo, mio padre fosse realmente lí con me. UNA SERA, prima che andassimo a letto, la signora dall'abito color lavanda riuní tutti i bambini, per dirci che il giorno dopo era il quattro di luglio, e uno dei circoli femminili di Charlotte avrebbe offerto un picnic agli orfani: la mattina dopo, quindi, un autobus ci avrebbe por- tati a Myers Park, il luogo scelto per il picnic. Le gite erano rare all'orfanotrofio, e l'idea di una corsa in autobus fino all'altro capo della città era, per noi bambini, come spalancare i 351 cancelli di un recinto di cavalli selvaggi. Ma Myers Park era un posto dove noi eravamo state tante volte, con la mamma e il papà, e io non potevo condividere l'eccitazione degli altri. All'improvviso, avevo capito che non ci volevo andare. Quando l'autobus ci scaricò, il giorno dopo, e io volsi lo sguardo intorno, nel parco, mi tornarono in mente i pomeriggi domenicali che vi avevo trascorso, correndo giú da quelle colline. Mi vennero le lacrime agli occhi al ricordo di mio padre, che faceva dondolare le braccia in quella sua maniera spensierata, il cappello che lui chiamava "la sua paglietta" piantato all'indietro, mentre la mamma gh cammi- nava accanto, portando il cestino del picnic. Obbedienti, ci sedemmo intorno ai tavoli imbanditi, mentre le signore del circolo ci porgevano panini imbottiti con wurstel, insalata di patate, limonata e una bandiera americana. Il parco era pieno di gente, e un gruppo di musicisti suonava brani tradizionali. L'atmosfera era molto allegra. Dopo mangiato, ci ordinarono di non allontanarci da quella zona, e di giocare a prendersi. Una bambina- un tipetto smorfioso con fiocchi rosa tra i capelli riccioluti - si avvicinò a me domandando: « Com'è vivere in un orfanotrofio? » Per tutta risposta mi produssi in una delle mie smorfie migliori - incrociando gli occhi e tirando fuori la lingua - e la bambina corse strillando da sua madre. « Mamma, mamma, è villana! » si lagnò, indicandomi con il dito. « Tienti alla larga da lei, cara » rispose quell'adorabile persona, dopo avermi gettato un'occhiata. Mentre guardavo la madre e la figlia allontanarsi, fui presa da un senso di umiliazione insolito, sgradevole. Allora non sapevo ancora che gli orfani suscitassero, oltre a sentimenti di pietà, anche disgusto. Dopo che le signore del circolo ci ebbero fotografati davanti al nostro autobus, ritornare all'orfanotrofio fu un vero sollievo. IL RESTO dell'estate trascorse senza notevoli cambiamenti nella rou- tine quotidiana. Imparammo a farci i nostri letti, a preparare la tavola e a prenderci cura dei bambini piú piccoli di noi. Tom e io continuavamo le nostre ricerche nella spazzatura. E, con una certa riluttanza, dato che ero una bambina, il mio amico mi permetteva di giocare alle biglie con lui. Quelle tre biglie erano gli unici suoi averi. Ne mettevamo una in un cerchio che lui tracciava per terra con le dita, poi, a turno, cercavamo di colpirla con le altre due biglie. Ero diventata brava come lui, ma Tom non mi concesse mai di tenere una biglia tutta per me. Un giorno, comparve la donna in nero, e senza nessuna spiegazione ci portò nuovamente all'Ambulatorio comunale. Terminati gli esami, il medico disse alla donna che le mie tonsille erano in cattive condizioni, LE VALIGIE DELLA SPERANZA e che andavano tolte. « Durante l'intervento le asporteremo anche le adenoidi » aggiunse, e io mi domandai di che cosa stesse parlando. Poche settimane dopo, una mattina mi svegliarono piú presto delle altre bambine, non mi diedero la prima colazione e mi dissero di andare all'ospedale con la donna in nero. Giunti lí mi affidò a un'infer- miera che, dopo avermi fatto indossare una camicia da notte, mi con- dusse a sedere su una panca, nell'atrio. « Sta' qui ad aspettare il tuo turno » mi disse, e se ne andò. Io guardavo passare davanti a me lunghe tavole a rotelle, su cui giacevano persone che sembravano addormentate e avevano tubi infi- lati nel naso. Mi sentivo sgomenta. Mi stesi sulla panca, nascondendo la faccia tra le mani, per cancellare le cose terribili che vedevo intorno a me e l'odore nauseante dell'etere. Questo era il mio castigo per le brutte cose che avevo fatto, da quando mi avevano portata via da mio padre? Che cosa avrebbero pensato Betty e Carolyn, scoprendo che me ne ero andata? mi domandavo. Se almeno ci fosse stato qualcuno a rispondere a tutte le domande che mi ponevo! Dopo poco tempo un giovanotto spinse una lunga tavola bianca fino a me, mi sollevò, mi distese delicatamente su di essa, mi mise addosso una coperta e mi portò in una stanza vivamente illuminata. Lí mi applicarono alla bocca e al naso una maschera di gomma nera, e io perdetti conoscenza. Quando mi svegliai, ero in un'altra stanza, e seduto a fianco del mio letto c'era mio padre. Io ero sicura di sognare. Papà sorrideva, teneva in mano un pallone rosso e in un sacchettino marrone aveva due arance. Quando mi sedetti sul letto per abbracciarlo, mi sentii molto male, e provai un gran dolore alla gola, ma non ero mai stata tanto felice. Papà mi spiegò che presto sarei stata meglio, e rimase seduto accanto al mio letto per tutta la giornata. Chiacchierammo. I tempi erano stati duri, mi disse, ma presto ci saremmo potuti riunire tutti di nuovo. Poi mi cantò sottovoce Annie Laurie, e io mi addormentai. Al mio risve- glio, papà non c'era piú. Aspettai che ritornasse, ma quel giorno lui non tornò piú. Quando fui riportata all'orfanotrofio, riposi il pallone rosso nella valigia e, ricordando la sua promessa, mi capitava di sorridere. IN SETTEMBRE - all'età di sei anni e mezzo - fui iscritta alla prima elementare, la stessa classe frequentata in precedenza da Betty, a due isolati di distanza dall'orfanotrofio. Betty mi presentò molto orgoglio- samente alla mia maestra. « Se tua sorella è brava come te, Betty, sono molto contenta di averla nella mia classe » disse la donna, sorriden- domi. Quello sarebbe stato l'ultimo sorriso che mi avrebbe rivolto. ~ 353 Mi piaceva leggere e scrivere in stampatello le lettere dell'alfabeto; questo, Betty me l'aveva già insegnato, quindi finivo molto prima degli altri, e mi divertivo a disegnare facce dentro tutte le lettere. La mae- stra, facendomi ripetere di nuovo i miei esercizi in stampatello, diceva: « Ma perché non puoi fare i compiti con la precisione di tua sorella? » Quando un compito veniva scritto sulla lavagna, mi trattenevano a scuola oltre l'orario, perché non ero riuscita a farlo. « Perché te ne stai Ií seduta, rifiutando di fare il tuo lavoro? » si informava. « Non vedo quello che è scritto sulla lavagna » le risposi. La maestra sembrò soddisfatta di questa scoperta, e mi fece prescrivere un esame della vista. La settimana dopo, mi presentai a scuola con occhiali nuovi, con la montatura di metallo. Riuscivo finalmente a fare i compiti scritti sulla lavagna ma continuavo a presentare alla maestra quelli che lei definiva "fogli disordinati". Sl AVVICINAVA L'INVERNO, e la donna in nero ci portò tutte e tre in una specie di grande deposito in città, pieno di vestiti e di scarpe. Gli abiti erano confezionati da carcerate con i tessuti piú scadenti, e a me fu assegnato un ruvido cappotto di lana marrone, con le maniche che arrivavano a coprirmi le mani. Le scarpe marrone, con le stringhe, mi fecero male ai piedi per settimane. I vestiti erano tutti di stoffe scadenti ed erano a tinta unita. Non avevano né increspature, né guarnizioni né fasce da portare intorno alla vita. Erano semplici abitucci lisci, diritti, con un solo bottone al collo. A scuola, era impossibile non accorgersi di come le altre bambine guardavano i nostri vestiti. Qualcuna diceva: « Perché portate vestiti simili? » oppure « Perché il tuo cappotto è cosí grande? » Betty fingeva di non farcl caso, ma iO trovavo la loro crudeltà insopportabile, e mi scagliavo contro queste bambine, tiravo loro i capelli, le prendevo a calci, le picchiavo. Allora venivo punita, per "aver fatto male a qual- cuna". Nel vedere le altre bambine portare abiti in colori pastello, guarniti di ricami a nido d'ape o con pizzi, e scarpette con le fibbie, provavo un immenso desiderio di indossare dei bei vestiti. Nella sala da pranzo, una sera, la signora dall'abito color lavanda suonò il suo campanello, per attirare la nostra attenzione. « Tra una settimana è Natale. Una delle parrocchie ci manderà un albero, domani, e lo metteremo proprio qui, in sala da pranzo. » « Verrà anche Babbo Natale? » domandò un bambino. « Sí, certo, sarà qui la mattina di Natale. » Arrivò l'albero: era bellissimo. Preparammo delle decorazioni di car- ta colorata, e le ragazze piú grandi fecero dei biscotti, e li glassarono in verde e in rosso. La notte prima del 25 dicembre, ognuno di noi lasciò una calza sul suo posto a tavola, perché Babbo Natale la riempisse. 354 Venne il giorno tanto atteso, e la mattina, entrando in sala da pranzo, pensai che quello era lo spettacolo piú bello che avessi mai visto. L'albero splendeva alla luce del sole mattutino. Sulla sommità troneggiava un angelo di carta bianca, e sotto l'albero c'erano tanti regali impacchettati. Intorno c'erano anche biciclette dipinte di fresco, tricicli e carrettini donati da organizzazioni caritatevoli. Tutti i bambini dovevano dividersi questi doni. In piedi vicino all'albero stava Babbo Natale, e io mi sentii rabbrivi- dire nell'attesa. Come poteva sapere che cosa desideravo per Natale? pensavo. La fotografia della bambola Sonja era nella mia valigia, e io avevo tanto sperato di potergliela far vedere prima di questo giorno. Mamma e papà ci avevano sempre condotte a trovare Babbo Natale, e lui mi aveva sempre portato quello che gli avevo domandato. Ma que- sto posto era diverso. I bambini erano troppi, ed era difficile realizzare tutti i loro desideri. Trovammo le calze piene davanti al nostro posto a tavola. Ognuna conteneva uno spazzolino da denti, una lavetta di spugna e un pettine. Fui un po' delusa. Non c'era niente di quello che mi aspettavo, e certamente non quello che avrei voluto domandare. Dopo la colazione, Babbo Natale cominciò a chiamare ogni bam- bino, perché si facesse avanti a ricevere il suo regalo. Il mio era avvolto in carta velina bianca, e aveva intorno un nastro verde: vi trovai una bambola. Aveva i capelli rosso fiamma, gli occhi erano bottoni neri, e la bocca rossa era ricamata su un viso roseo. Portava un vestitino azzurro, ed era senza biancheria. Le braccia e le lunghe gambe penzo- lavano mollemente dal corpo. L'amai a prima vista, e le diedi il nome di Emily. Dopo averle tirato i capelli, li legai con il nastro verde del pacco, e la strinsi teneramente a me. Anche Betty e Carolyn avevano ricevuto bambole simili, e tutte e tre cominciammo a fare un gioco, che chiamavamo la "casetta". Finge- vamo di essere madri; le nostre bambole avevano un papà, e insieme vivevamo in una casa grande, molto grande. DIECI GIORNI dopo Natale, ci dissero di prepararci a lasciare l'orfano- trofio. Nel fare i bagagli, misi Emily in fondo alla mia valigia. Avrei voluto salutare la cuoca e vedere Tom, ma non c'era tempo. La signora in nero ci stava aspettando. Nell'ufficio, la sentii dire: « Ecco, final- mente ho trovato un posto dove le prendono tutte e tre » « Saremo adottate? » domandò Betty a quest'ultima. « Cielo, no. Dubito che si possa trovare qualcuno disposto ad adot- tare tre bambine in una volta. » La signora con l'abito color lavanda ci accompagnò fino alla porta e disse: « Non preoccupatevi, vi troverete bene ». LE VALIGIE DELLA SPERANZA Era la prima volta che la osservavo da vicino, e fui stupita dalla sua aria stanca. Avrei sentito la sua mancanza. Mentre ci allontanavamo in automobile, mi volsi per dare un ultimo sguardo all'Orfanotrofio Thompson, che era stato la nostra casa per la maggior parte di quell'anno. In quell'istituto mi ero convinta che mia madre se n'era andata per sempre. Era stato il pastore a farmelo capire: durante uno dei servizi in cappella, aveva detto che "morire" significava andare in Cielo, a vivere con gli angeli. E le mie sorelle e io avevamo finito per accettarlo. CAPITOLO 4 I L VIAGGIO fu lungo. Presto ci lasciammo alle spalle la città di Char- lotte, per entrare in aperta campagna. Sui pendii delle colline pascolavano le mucche, e il paesaggio, nel suo insieme, trasmetteva un'impressione di tranquillità. Il sole invernale era prossimo al tramonto, quando l'automobile svoltò in una strada laterale di terra battuta. In lontananza, potevo vedere soltanto una piccola costruzione bianca e una fumata che usciva dal camino. « Deve essere qui » disse la donna in nero, dirigendosi verso la casa. Scendemmo dall'automobile, portando le nostre valigie. Mi guardai intorno, e vidi galline, cavalli e qualche mucca. C'erano varie piccole baracche dall'aspetto derelitto e un fienile. Nelle vicinanze della casa erano parcheggiati un furgone scoperto, un'automobile nera e un grande autobus giallo. Una signora anziana si affacciò alla porta e ci apostrofò: « Credevo che aveste smarrito la strada ». Aveva i capelli raccolti in una crocchia, portava gli occhiali molto bassi sul naso, e indossava un lungo abito scuro coperto da un grembiule. Ci condusse in un piccolo locale scarsamente ammobiliato e ci invitò a sederci. La stanza era fredda, e il divano imbottito di crine di cavallo mi pizzicava le gambe. La donna in nero rimase in piedi, trattenendosi soltanto il tempo necessario per dire che sarebbe ritornata presto a controllarci. La vecchia signora ci osservò attentamente. « Il mio nome è signora Stamens, ma potete benissimo chiamarmi Ma', come fanno tutti. » Poi ci condusse in cucina, dove faceva caldo e si sentiva un odor di caffè e di legna che ardeva. Un uomo, seduto vicino a una grande stufa nera, si scaldava le mani. « Questo è mio marito, e potete chiamarlo Pa' » spiegò la donna. Il signor Stamens si sporse dalla sedia e sputò in un barattolo posato 357 a terra esclamando: « Caspita! Non sono certo grandi e grosse queste tre bambine ». Un ragazzo alto, dai capelli neri, entrò in cucina portando due secchi di latte. « Questo è Bucky, mio figlio » continuò la signora Stamens. Senza guardarci, il nuovo venuto borbottò: « Ehi ». « Bene, ragazze, adesso vi mostrerò la vostra camera, poi preparerò da mangiare » disse la signora Stamens. Noi la seguimmo. La stanza, di sopra, era piccola e spoglia. « Questo lettone andrà benissimo per voi, specialmente perché siete tanto piccoline. Adesso, appendete i vostri cappotti e ritornate in cucina. » Quando se ne fu andata, noi restammo lí in silenzio. Io andai alla finestra, per guardar fuori. Com'era strano non sentire né vedere bam- bini. C'erano polli che becchettavano sul terreno gelato e i campi arati si estendevano verso il cielo che cominciava a farsi scuro. In lonta- nanza, vidi una luce provenire da una casetta grigia, e potei scorgere due figure entrarvi correndo. Sembravano bambini, e le mie speranze aumentarono un poco. Osservai il viso afflitto di Carolyn e la sofferenza negli occhi di Betty e domandai: « Dove siamo finite? » Betty mi rispose di aver sentito la donna in nero chiamare questa una "casa di adozione". Quando le chiesi per quanto tempo ci saremmo rimaste, disse con un sospiro: « Probabilmente non molto a lungo ». Nella sua voce, non c'era piú la sicurezza di un tempo e capii che era altrettanto sconcertata di me. La stanza ci sembrò improvvisamente fredda. Dopo aver messo le nostre valigie sotto il lettone e aver appeso i cappotti, tornammo nella cucina calda, dove la signora Stamens stava tirando fuori qualcosa dal forno. Il signor Stamens era seduto dove l'avevamo lasciato. Bucky si mise a tavola e disse: « Mangiamo, adesso ». Quella sera, c'era pane di granturco, farina d'avena e latte. In seguito la cena fu quasi sempre la stessa. « Andate a scuola, voi marmocchie? » domandò Bucky. Betty an- nuí. Allora dichiarò orgogliosamente che guidava l'autobus della scuola. « E là fuori in cortile. Ci andrete con me. » Il signor Stamens mangiò senza dire una parola. La signora Stamens ci domandò da quanto tempo era morta nostra madre, e se vedevamo qualche volta nostro padre. Sembrava nervosa. In piedi dietro la mia sedia per versarmi un altro po' di latte, mi posò con gentilezza una mano su una spalla, e io mi sentii pervasa da un senso di calore. Decisi in cuor mio che non potevo chiamarla Ma', però avevo capito che non mi era antipatica. Terminato il pasto, la signora Stamens ci disse di metterci i cappotti, perché ci avrebbe mostrato i servizi. Senza capire a che cosa alludesse, LE VALIGIE DELLA SPERANZA la seguimmo fuori, mentre ci faceva strada con una torcia elettrica verso una piccola costruzione a poca distanza dalla casa. « Scommetto che voi ragazze non avete mai visto un gabinetto esterno. Qui in cam- pagna, non abbiamo un impianto idraulico in casa » ci spiegò. Quando rientrammo, ci fece vedere dove teneva la torcia, caso mai ne avessimo avuto bisogno durante la notte. Io stabilii che non sarei mai andata da sola in quel posto, nell'oscurità. Poi la signora Stamens riempí una bacinella d'acqua, e noi, in piedi nella cucina, ci lavammo accuratamente il viso. Pol domandò se ave- vamo bisogno di aiuto, per prepararci ad andare a letto e, alla nostra risposta negativa, ci diede la buona notte; il signor Stamens ci salutò con un cenno del capo, mentre Bucky si limitò ad agitare una mano, poi andammo di sopra. Quando aprii la mia valigia per prendere la camicia da notte, vi trovai Emily, la mia bambola, che mi fissava con il suo gran sorriso rosso. Fui proprio felice di vederla. La sollevai e dissi: « Allora, ti piace questo posto, Emily? » Poi la misi a sedere sul freddo pavimento di legno, e scoppiai in una risata. Nella stanza accanto, potevo udire i padroni di casa che andavano a letto. « Ma', ci scommetto che avrai un gran da fare, con quelle tre bambinette » stava dicendo il signor Stamens. « Non credo che andrà tanto male. Mi sembrano capacissime di badare a loro stesse. » <~ Pensi che valga proprio la pena di tenerle, per i quindici dollari al mese che ci danno? » « Be', io sono sicura di sí. » Il lettone era morbido e abbastanza caldo, e noi ci rannicchiammo tutte e tre sotto le lenzuola. Carolyn si addormentò quasi subito. « Sup- pongo che siamo troppo lontane ormai, perché papà riesca a trovarci » mi bisbigliò Betty. Io mi addormentai ascoltando il canto degli uccelli notturni e convin- cendomi che, prima o poi, mio padre ci avrebbe ricondotte a casa. ALL'ALBA, fummo svegliate da un suono nuovo, il canto del gallo, come appresi in seguito. Dopo una colazione a base di latte, biscotti e marmellata, Betty e io salimmo sul grande autobus giallo, e partimmo con Bucky, lasciando Carolyn dietro la finestra della cucina, a salutarci con la mano. L'autobus procedeva su serpeggianti strade di terra battuta, e di tanto in tanto si fermava a raccogliere bambini che ridevano e scherza- vano, per tutto il percorso fino alla scuola. Quando scendemmo dal- I'autobus, un ragazzo alto, con la faccia foruncolosa, chiese a Bucky, indicando Betty e me: « Ehi, queste qui dove le hai pescate? » 358 1 359 LE VALIGIE DELLA SPERANZA « Vivono in casa mia. » « Parenti, eh? » « No, sono orfane. » « Oh, questa sí che è grossa! E perché mai il tuo papà e la tua mamma si sono presi in casa delle orfanelle, quando non hanno il becco di un quattrino per sé? » Bucky fece un passo avanti, stringendo i pugni. « Bada ai fatti tuoi » ringhiò, poi ci raccomandò di tornare subito all'autobus, appena finita la scuola. Il primo giorno di scuola andò bene. I compagni ci squadravano, e qualcuno domandò anche: « E voi da dove venite? » ma io decisi di aspettare e vedere che cosa sarebbe capitato in seguito. Nel pomerig- gio, terminate le lezioni, uscendo da una porta laterale scorsi le alta- lene piú fantastiche che si potessero immaginare. Si trattava di un alto palo da cui pendevano delle catene. Ogni catena aveva due sbarre per aggrapparsi e i bambini gli roteavano intorno. Dovevo assolutamente provare anch'io. Posai i miei libri e, afferrata una sbarra, cominciai a prendere velocemente la rincorsa. Presto mi trovai a volare in alto sul terreno, in un'incredibile sensazione di libertà. Non so da quanto tempo Bucky mi stesse chiamando, ma d'un tratto lo vidi da lontano farsi coppa con le mani intorno alle labbra. Dopo aver rallentato, saltai giú e, raccolti i miei libri, gli corsi incontro. Bucky mi afferro per un braccio. « Farai bene a darmi ascolto, ragaz- zina, quando ti dico di venire subito all'autobus, dopo la scuola. » Il nuovo gioco mi aveva fatto girare la testa, ma io gli promisi di non arrivare piu in ntardo. Bucky mi spinse sull'autobus. « Hai qualche fastidio con le tue orfane? » gli domandò il ragazzo foruncoloso. Bucky arrossí, ma non fece altro che mettere in moto, e si partí. Mentre ci awicinavamo alla casa, vidi Carolyn ancora seduta davanti alla finestra, il naso schiacciato contro il vetro, ad aspettarci. Pareva cosí piccola e sola, che mi sentii scoppiare il cuore. Non alzava mai la voce, non domandava mai niente, né rifiutava qualsiasi cosa le venisse offerta, anche se non la desiderava. Ma l'essere lasciata in quello strano posto senza né Betty né me doveva essere un'esperienza terribile per lei, ne ero sicura. Nel balzar giú dall'autobus e correre verso la casa, cercavo di pen- sare a una storia da raccontare a Carolyn. Poi vidi che mia sorella teneva in braccio un gattino grigio. « La vecchia gatta del fienile ha avuto i gattini, poco tempo fa » mi spiegò la signora Stamens. « La bambina non si è mossa da quella sedia per tutto il giorno, cosí gliene ho dato uno per farla giocare. » Dopo tutto, Carolyn non era rimasta sola. Aveva un gattino che le 360 avrebbe tenuto compagnia, mentre noi eravamo a scuola. Quando le domandai come lo avrebbe chiamato, mi rispose: « Semplicemente Micetto ». Bucky ci domandò se non volevamo andare nella stalla con lui, men- tre lavorava. Sebbene l'idea di andare dove c'erano dei grossi animali mi spaventasse un poco, lo seguimmo. Bucky mi mostrò come si nutri- vano le galline. « Qui, pio, pio, pio » chiamava, spargendo le grana- glie. Le galline arrivavano da ogni parte. « Meglio far attenzione a quel vecchio tipaccio, è cattivo » spiegò il ragazzo, indicando un gran gallo giallastro. Osservammo Bucky mettere il fieno, a colpi di forca, nella mangia- toia dei cavalli. Poi nutrí le due mucche, e mentre esse mangiavano, le munse. Potevo capire che era veramente affezionato a quegli animali, perché aveva dato loro un nome, e parlava con loro come fossero persone. Le sue mani erano grosse e irruvidite dai lavori pesanti, eppure sembravano molto delicate nel mungere. Da quel giorno in poi, le mie sorelle e io seguimmo quasi sempre Bu- cky, alutandolo nei suoi lavori. A poco a poco, imparavo a gustare l'odore del fieno, e anche la pace che regnava nella stalla quando Bu- cky mungeva le mucche. La mia paura degli animali cominciava a dimi- nuire, finché un giorno, mentre spargevo le granaglie per le galline, I'enorme gallo giallastro venne tutto impettito verso di me. Si awicinò spalancando le ali, e la sua cresta rosso vivo, sul capo, sembrò gon- fiarsi. Io lanciai uno strillo e lasciai andare il secchio, proprio mentre il gallo si slanciava contro di me e affondava il becco nella mia caviglia. Quando Bucky mi portò in casa, con il sangue che mi usciva a fiotti, la signora Stamens impallidí. Dopo avermi disinfettato la ferita con tin- tura di iodio, mi bendò la caviglia. Ma il dolore persistette per giorni, e la paura del gallo non mi abbandonò finché rimasi in quel posto. OGNI SER~ il signor Stamens veniva in cucina prima della cena, si toglieva i pesanti stivali e il giaccone, e parlava della sua giornata. « Sono stato a tagliar legna su dai Turner » annunziava di tanto in tanto. Con la tuta, il viso non rasato e i capelli grigi scompigliati, aveva l'aria di uno che, dopo aver condotto una vita molto dura, si fosse ormai rassegnato a far lavori saltuari per conto di altri, un po' di agri- coltura durante l'estate, e a starsene seduto davanti alla stufa nelle serate fredde. Non lo vidi mai leggere un giornale, ma gli piaceva molto la radio, e alla sera ci mettevamo tutti a sedere intorno alla tavola della cucina, e ascoltavamo i programmi piú seguiti del momento. Poi, a una certa ora, il fuoco della grande stufa veniva ridotto e andavamo di sopra a dormire. Raggomitolate sotto la trapunta, nel lettone, le mie sorelle e io bisbi- 361 gliavamo, finché non ci prendeva il sonno. Le nostre conversazioni erano sempre un gioco di scommesse. Ci avrebbe trovate il nostro papà, in questo posto? E se non ci trovava, dove saremmo andate poi? Forse zia Carrie sarebbe venuta a prenderci. Perché la donna in nero ci aveva portate via dal nostro papà? L'enigma che circondava tutta la nostra vita era insopportabile. Una sera, prima che ci addormentassimo, Betty disse: « Lo sai che giorno è domani, Annie? » Teneva un piccolo calendario che la signora Stamens le aveva dato, sul quale controllava con cura tutti i giorni. « E il tuo settimo compleanno. » L'ottavo compleanno di Betty, nel luglio precedente, era trascorso inosservato nell'orfanotrofio, ma Carolyn e io le avevamo cantato "Buon compleanno" lo stesso e sapevo che le mie sorelle avrebbero fatto la stessa cosa per me, il giorno dopo. Con il passar dell'inverno, le giornate si susseguivano monotone, con ben poco per differenziarle l'una dall'altra. La scuola mi diventava sempre piú insopportabile. I bambini erano veramente crudeli, ma fino ad allora, escluse le smorfie che facevo loro, non avevo messo in opera nessuna particolare difesa. Dentro di me però ardevo di collera, finché un giorno di marzo, quando una ragazzina mi chiamò "sporca piccola orfana", io la colpii con tutte le mie forze. La bambina strillò, e prima che potessi muovermi, suo fratello si lanciò contro di me e mi diede un pugno sulla mascella. Barcollai all'indietro, e caddi per terra con tanta forza, che perdetti gli occhiali. Mi alzai per rincorrerlo, furibonda. « Non sono una sporca orfana » gli urlavo, graffiandogli la faccia. Vidi il sangue uscirgli da una gota, e d'un tratto mi sentii male. « Lasciami stare » gli gridai, dopo qualche istante. Raccolsi i miei occhiali, poi entrai di corsa nella scuola. La signorina Percy, la mia maestra, mi tenne fuori dell'aula per tutto il pomeriggio. Con il vestito strappato, gli occhiali cosí contorti che m'impedivano di vedere bene, e la mascella gonfia che mi doleva, sentii di odiare tutti quanti. Nel salire sull'autobus, tentai di non farmi notare da Bucky, ma egli mi vide e, prendendomi per un braccio, mi domandò: « Che cosa ti è successo? » Mi svincolai, rispondendogli: « Niente ». Rimasi seduta accanto a Betty per tutto il percorso, sentendo l'amore silenzioso che ci univa. La signora Stamens rimase orripilata, quando mi vide. « Per l'amor del Cielo, che cos'è capitato? » domandò. Mi mise a sedere di fronte a lei, e mi fece raccontare tutta la storia; intanto Bucky rimase lí in piedi ad ascoltare. « Sarà bene che tu non faccia piú baruffe. Io sono responsabile di voi, e se tu ti fai male sul serio, la signora che vi ha portate qui può 362 LE VALIGIE DELLA SPERANZA farmi causa. Va' a cambiarti il vestito e riportami giú quello che hai addosso, cosí te lo rammendo. » Quando arrivai in cima alle scale, vidi il grande specchio ovale, in un angolo della camera da letto della signora Stamens. A parte la brevis- sima permanenza nel salotto, come lo chiamavano, dal nostro arrivo in quella casa non avevamo mai visto altro che la cucina e la nostra camera da letto. Dopo essermi accertata che ero sola, andai verso lo specchio in punta di piedi, a guardarmi per la prima volta dopo tanto tempo. Capii allora che i miei compagni di scuola avevano ragione. Non ero altro che una "sporca orfana". I miei capelli, che non erano mai stati lavati da quando avevo lasciato l'orfanotrofio, pendevano intorno alla faccia in ciocche unte e flosce. La mascella colpita dal pugno stava diventando violacea, gli occhiali erano sbilenchi, uno dei miei nuovi denti davanti stava crescendo storto, e i calzini mi cadevano su quelle orribili scarpe marrone, mettendo in mostra le mie gambe ossute. "Oh, mamma" pensai, "se vedessi come sono conciata!" Vestirci era stato uno dei piaceri della sua vita. I nostri abitini erano sempre inamidati, le nostre scarpe lucide. Dopo averci pettinate alla maniera di Shirley Temple, ci metteva davanti a papà e diceva: « Non sono belle? » Prima di cambiarmi, tirai fuori Emily dalla mia valigia, e la misi a sedere appoggiata ai cuscini. Era tanto graziosa con il suo gran sorriso, il vestitino pulito e il nastro verde di Natale ancora tra i capelli. « Emily, io non ti permetterò di diventare come me » promisi. Portai il mio vestito alla signora Stamens, mi infilai il cappotto e andai nella stalla con Bucky. Mi sedetti vicino a lui, mentre mungeva, e, tenendomi la mascella dolorante con una mano, gli domandai: « Per- ché gli altri bambini non hanno simpatia per me, Bucky? » « Perche sei diversa. » « Come, diversa? » « Perché sei un'orfana. » « Ma com'è possibile che siamo orfane, se non viviamo piú nell'orfa- notrofio? » « Perché non avete né mamma né papà. » Balzai in piedi e gridai: « Sí che ce l'ho un papà! » « Su, calmati, ragazzina. Sí, ce l'hai un papà, ma fino adesso non si è preso cura di te. » Poi aggiunse con dolcezza: « Come ti chiamano gli altri, non conta. Invece di perder tempo a litigare, perché non cerchi di renderti simpatica con loro? » Pensai a quello che Bucky mi aveva detto. C'erano alcuni ragazzi che giocavano alle biglie negli intervalli, e Tom aveva ammesso che io ero brava quanto lui; se soltanto avessi avuto qualche biglia... 363 « Bucky, non ne hai di biglie? » « Forse. » Sembrava perplesso. Quella sera, dopo che mi fui lavata i capelli in un catino - decisa a presentarmi a scuola il giorno dopo sotto il mio aspetto migliore - Bucky mi diede sei biglie. « Annie, che cosa ne sai, tu, di biglie? » « So moltissimo. » « Vediamo un po' che cosa sei capace di fare. » La nostra sfida si svolse sul pavimento della cucina, e dopo mezz'ora di gioco, Bucky dichiarò: « Accidenti, ragazza, credo che tu possa batterli ». Il giorno dopo, con un aspetto piú presentabile e le biglie che fruscia- vano nella tasca del mio cappotto, non vedevo l'ora che arrivasse il momento dell'intervallo. Ma entrare nel gioco non fu facile. « Ehi, guarda, l'orfana vuol giocare » mi canzonò un ragazzo. « Ho qualche biglia, e sono altrettanto brava di voi. » « Facciamola provare » intervenne un altro, ridacchiando. Sei ragazzi misero ognuno una biglia nell'interno di un circolo trac- ciato sul suolo. Il mio esordio fu salutato da risatine ironiche. Dopo aver preso posizione, posai la mia biglia azzurra nella piega tra il pollice e l'indice, e la lanciai nel circolo. Con grande stupore dei ragazzi - e in un certo senso anche mio - colpii quattro delle loro biglie. Quel giorno, ritornai a casa con diciassette palline. Alla fine della settimana ne avevo trentadue. Pur continuando a chiamarmi "l'orfana" i ragazzi mi accettarono e mi fecero giocare con loro. Ma tutto finí quando un ragazzo nuovo entrò nel gioco. Alto e trasandato, indossava un logoro giaccone scozzese rosso. « Scommetto che non mi batti » mi sfidò. Gli altri ragazzi rimasero a sedere, mentre giocavamo. Alla fine dell'intervallo, a lui erano rimaste soltanto quattro biglie. Era visibil- mente scontento e, mentre io allungavo la mano per raccogliere il mio bottino, me la calpestò con forza. Allora io, liberando la mano, lo afferrai per le gambe facendolo cadere all'indietro. Il ragazzo - a cui arrivavo a malapena alle spalle - mi bloccò le braccia e iniziò a tirarmi i capelli. Per tutta risposta, lo scalciai duramente. Intorno a noi, i bambini, eccitati dalla rissa, pre- sero a incitarci rumorosamente. L'arrivo della signorina Percy, la mia maestra, mise fine allo spetta- colo. Mi spinse in classe, domandandomi: « Ma come ti sei immischiata in questa lite? » E, senza aspettare la risposta, mi fece stendere la mano e mi diede dieci dure percosse con il righello. Piú tardi, nella stalla, raccontai a Bucky la mia disavventura. « Ma com'è che gli hai permesso di bloccarti le braccia dietro la schiena? » volle sapere. « Non potevo farci niente! » « Ragazzina, mi sembra che tu abbia qualcosa da imparare. » E si inginocchiò davanti a me. « Che cosa intendi fare, Bucky? » « Insegnarti a combattere, bella. Se non riesci a tenerti fuori dai guai, tanto vale che impari a difenderti. » Bucky teneva il viso al livello del mio, e nel guardare i suoi occhi scuri, sentii la mia rabbia e il mio odio svanire. Non c'era niente, in lui, che somigliasse a mio padre, eppure con quel ragazzo provavo una sensazione di serenità che, prima di quel momento, avevo conosciuto soltanto con papà. « La prima cosa che devi imparare, ragazzina, è a servirti del destro. Colpiscimi, adesso. » Stringendo il pugno destro, cercai goffamente di colpirlo, ma lui mi aveva già mollato un cazzotto. Andammo avanti esercitandoci cosí per un po' di tempo. Poi Bucky mi insegnò a osservare la posizione delle sue mani. Se lui teneva il braccio sinistro alzato, io dovevo colpirlo allo stomaco con il mio destro. In seguito, passammo alla mano sinistra, usando lo stesso procedimento, e ci esercitammo finché la signora Stamens ci chiamò per la cena. Mentre tornavamo verso casa, Bucky, che portava i secchi di latte, disse: « Non morsicare né graffiare mai. Sono cose da donna, quelle. Colpisci semplicemente con il destro, e tieni sempre d'occhio le mani dell'awersario ». La tecnica di Bucky funzionò bene e per il resto dell'anno scolastico non ebbi piú da temere nessuno. 364 j 365 LE VALIGIE DELLA SPERANZA VENNE L'ESTATE, e io scoprii che in quel posto c era molto di piú della casetta bianca dove abitavamo e della stalla. Acri e acri di terreno erano coltivati a grano e a cotone. In quel periodo, Bucky tornava dai campi sempre con le scarpe impolverate e il corpo gocciolante di sudore. Per le giornate calde, con le mie sorelle, avevamo inventato un gioco un po' particolare: a turno, una di noi azionava la pompa dell'ac- qua, mentre le altre andavano a mettersi sotto il getto, strillando di gioia quando il primo fiotto schizzava sulla testa. L'estate trascorse lenta e monotona, fino al giorno in cui io, facendo una passeggiata su uno stretto sentiero tra i campi, giunsi alla casetta ~rigia che avevo visto dalla finestra, la notte del nostro arrivo dagli Stamens. Seduta davanti alla casa c'era una donna di colore, che can- tava e rimestava qualcosa in un pentolone. Un bimbo e una bimba, entrambi negri, ballavano ritmicamente al suono della sua canzone. Quando mi videro, smisero di ballare e si nascosero dietro la donna. « Ciao, piccola. Tu devi essere una delle bimbe che vivono dagli Stamens. Bene, sei stata gentile a venire fin qui, ma faresti meglio a tornare a casa. » « Posso giocare con i suoi bambini, signora? » « A Ma' Stamens non piacerà che tu venga qui a giocare con gente come noi. Ma già che sei qui, ti darò qualcosa da bere: è una giornata molto calda. » Appresi che il suo nome era Emma Watson, e che i suoi bambini si chiamavano Thadeus, detto Thad, e Sara Jane. « Sedetevi qui sotto il portico, bambini, intanto che io vado a pren- dere un po' di tè » disse Emma. Thad non mi aveva ancora degnata di uno sguardo, ma Sara Jane mi rivolse un gran sorriso, e mi parlò del loro nuovo vitellino. Il buonumore di Sara Jane era contagioso, e in quell'estate diven- tammo presto amiche. Io la invidiavo per la sua agilità. In una corsa, vinceva sempre lei, e quando ci arrampicavamo sugli alberi, al suo confronto mi sentivo goffa. Thad era un bambino calmo e riflessivo. Voleva diventare un giocatore di baseball, e passava il suo tempo lan- ciando una palla e colpendola con la sua mazza. Emma diffondeva allegria attorno a sé con le sue canzoni e con il suo amore. Tutto quello che aveva erano i suoi due bambini, un marito che lavorava sodo, e una capanna, ma il suo viso bruno e rilassato non mostrava mai segni di sforzo né d'infelicità. Spesso si univa a noi per giocare, e qualche volta sedeva sulla sua sedia a dondolo, sotto il portico, e ci raccontava una storia. Tutti i pomeriggi, quando andavo a trovarli, ci preparava dei deliziosi frappé alla vaniglia e ricordo anche la volta in cul, seduta con noi sotto il pergolato di vite, ci insegnò a fare una ghirlanda di margherite. Un giorno Emma mi prese in grembo, e mi interrogò su mia madre e su mio padre. La testa appoggiata al suo grembiule pulito, circondata dalle sue forti braccia, le raccontai tutto mentre lei canterellava a bocca chiusa, cullandomi. « Non preoccuparti di nulla, piccola. Il Signore si prenderà cura di te e delle tue sorelle. Tutti devono soffrire, qualche volta. Scommetto che a te è toccato soffrire adesso » mi consolò, quando ebbi terminato il mio racconto. UNA SERA, POCO prima che andassimo a letto, Bucky disse: « Sarebbe bello aver qualcuno che ci aiutasse a portar dentro il cotone ». Noi tre non avevamo mai visto una piantagione, cosí gli doman- dammo se una mattina potevamo andare con lui. « D'accordo, ragaz- zine. Ma se verrete fino al campo con me, sul camion, dovrete rima- nere lí finché io non avrò finito. » Per noi andava benissimo. Era l'occ?sione per fare una gita sul camion, e passare una giornata intera fuorl dl casa. La mattina dopo, andammo nei campi di cotone, a poco piú di un chilometro e mezzo di distanza. Erano bellissimi: file e file di piante fatte di soffici pallottole bianche come la neve, che si estendevano fino all'orizzonte. « Possiamo aiutarti nella raccolta? » domandai. « Forse » rispose Bucky, tirando fuori dal camion pezzi di tela da sacco, per stenderli in terra all'estremità di ogni fila di piante di cotone. Poi ci insegnò come raccogliere le fibre, staccandone l'intera capsula dai duri petali che le circondavano. Era facile~ e noi alzammo le nostre gonnelle per farne cestini in cui mettere il cotone che raccoglievamo. Quando le sottane erano piene, correvamo in fondo alla fila, e scarica- vamo il cotone sulla tela di sacco. Il signor Stamens venne a raggiungerci, e io lo sentii dire a Bucky: « Ehi, queste ragazzette lavorano bene, non hanno neanche bisogno di piegarsi. Dopo tutto, forse, non sono poi cosí inutili ». Da allora in poi, passammo la maggior parte delle nostre giornate nei campi di cotone, sotto il sole cocente della seconda metà di agosto, che abbronzava i nostri corpi. Io però cominciai presto a sentirmi sempre stanca. Da principio, cercai di ignorare la cosa: andavo a letto presto, sperando di star meglio il giorno dopo. Carolyn mangiava meno, e anche Betty e io avevamo poco appetito. Infine, una sera scesi dal camion, dopo aver raccolto cotone per tutto il giorno, e svenni. Ritor- nando in me, vidi la signora Stamens e Bucky, in piedi, che mi osserva- vano preoccupati. Betty e Carolyn erano sedute vicine a me, pallidis- sime. « E semplicemente esausta, per il calore del sole >~ disse la signora Stamens. « Domani mattina sarà a posto. » Ma io continuavo a non sentirmi bene, e le mie sorelle erano fiacche quanto me. Pochi giorni dopo comparve la donna in nero. Ci osservò 366 1 367 LE VALIGIE ~ELLA SPERANZA con piú attenzione del solito, mentre la signora Stamens diceva: « Non hanno appetito e si sentono sempre stanche. Forse non ho fatto bene a tenerle qui con noi ». « Le faremo visitare dal medico » replicò la donna in nero Il percorso fino all'ambulatorio comunale di Charlotte fu lungo e faticoso, ma quando raggiungemmo la città, io mi sporsi per guardar fuori dal finestrino. Passammo davanti al cinema, dove eravamo soliti recarci il sabato mattina e rividi anche il negozietto dove papà ci lasciava comperare i cioccolatini. Scorsi l'insegna della tavola calda Wimpy, e mi domandai se papà cenava sempre lí. Sapevo che doveva essere da qualche parte, in questo posto strano eppure familiare, e i miei occhi scrutavano le strade, cercandolo. Finalmente, arrivammo all'ambulatorio. Quando ebbe finito di esa- minarci, il medico si volse alla donna in nero. « Queste bambine sof- frono di anemia. Hanno bisogno di carne rossa in abbondanza, e di molto riposo. Personalmente, dubito che ne abbiano a sufficienza. » « Ma adesso che cosa farò di loro, dottore? » « Può provare con una signora che conosco, che fa l'infermiera. A volte, capita che prenda casi come questi. » E il medico scrisse un indirizzo su un foglietto di carta. Di ritorno alla fattoria, la donna in nero e la signora Stamens parla- rono a lungo in salotto, mentre noi, sedute in cucina, raccontavamo a Bucky la nostra gita in città. Circa un mese dopo, mentre eravamo a tavola, la signora Stamens ci annunciò: « Ecco, bambine, a quanto pare ci lascerete. Vi porteranno nella casa di un'infermiera, che vi rimetterà in salute ». Sembrava un po' triste. La mattina dopo, io feci tutta la strada di corsa per andare a casa di Emma. « Partiamo domani » le dissi. « Il vostro papà viene a prendervi? » Sorrideva felice. « No » le risposi, senza guardarla. Per un attimo, il suo sorriso scomparve. Poi Emma batté le mani. « Sara Jane, tira fuori la tovaglia bianca. Facciamo una piccola festa di addio per Anne. » Preparò abbondanti frappé alla vaniglia, aprí un barattolo della sua marmellata di more e riempí un piatto di biscotti. Poi mi disse di aspettare seduta sotto il portico, mentre loro avrebbero terminato i preparativi della festa. Quando mi fecero entrare in casa, al mio posto c'erano tre regali, ognuno avvolto in carta bianca e legato con fili di vari colori. Al centro della tavola, c'era un'unica candela. L'atmosfera di quella festicciola era cosí allegra, che mi sentii come una regina il giorno dell'incoronazione. Il regalo di Sara Jane era una collana fatta con i gusci di noce; Thad 368 mi diede due monetine in una minuscola scatola di fiammiferi, ed Emma un fazzoletto con un piccolo bocciolo di rosa ricamato in un angolo. « Non capita spesso di avere un'amichetta che viene a trovarci tutti i giorni e a un tratto deve andar via » disse Emma. Poi mi prese sulle ginocchia e mi raccomandò di non aver paura. « Ricordati che il Signore sa quanto i suoi figli possano sopportare e si regola di conse- guenza. » E, tenendomi in braccio, si mise a cantare. « Conosci Annie Laurie? Era la canzone che mi cantava sempre mio padre » dissi. Emma la cantò con la sua voce calda e profonda. Quando ebbe finito, mormorai: « Vorrei che mi lasciassero star qui con te ». « Oh, questo non lo faranno mai, ma io ti voglio bene davvero, piccola » rispose, stringendomi ancora piú forte. « Anch'io ti voglio bene, Emma. » Quando me ne andai, mi disse di non guardare indietro, ma di non dimenticarla troppo presto. Arrivata vicino alla stalla, mi girai per guardare ancora una volta la casetta grigia. Poi mi asciugai le lacrime nel fazzoletto nuovo, e salii nella mia stanza a preparare la valigia. LA MArrlNA dopo, aspettammo la donna in nero sedute sotto il por- tico con le nostre valigie ai piedi. « Siete delle brave bambine » disse la signora Stamens. Poi, dopo una lunga pausa, aggiunse: « Spero che vivere qui con noi non sia stato troppo spiacevole per voi ». La signora in nero arrivò, e Bucky sistemò le valigie nell'automobile. La signora Stamens, imbarazzata, ci abbracciò, dicendo: « Siete tutte brave bambine ». Il signor Stamens ci lanciò un saluto, dal suo posto sui gradini. Bucky s'infilò le mani nelle tasche della tuta e disse: « Sentirò la vostra man- canza, piccole ». Un attimo prima che montassi in automobile, allungò una mano per accarezzarmi i capelli. « Ricordatelo, ragazzina, colpisci sempre con il destro. » Mi volsi indietro, mentre ci allontanavamo. Il signore e la signora Stamens erano scomparsi, ma io conserverò sempre il ricordo di quel giovane contadino alto che agitava la mano per salutarci. CAPITOLO 5 LA LINDA cAsA bianca circondata da alti pini si trovava in piena campagna a circa un'ora di automobile dalla città. Era una bella giornata autunnale; il cielo azzurro e una brezza lieve che agitava dol- cemente le foglie gialle di un'enorme quercia davano al luogo un aspetto di grande serenità. 369 Eppure, salendo gli scalini di un portico che circondava metà della casa, provai un senso di freddo. Sapevo che saremmo vissute con un'in- fermiera, e io la immaginavo vestita di bianco, con termometri, aghi e arnesi per abbassare la lingua. La donna in nero bussò ripetutamente alla porta, che infine fu aperta da una donna alta e massiccia, con fitti ricci neri e una grande bocca. Contrariamente alle mie aspettative non indossava l`uniforme bianca, ma un abito rosso con le maniche lunghe. Bianche erano invece le scarpe, strettamente allacciate intorno alle grosse caviglie. « Salve. Venite dentro, non voglio che entrino le mosche. » Il don- none aveva una voce forte e aspra che ci intimidí un po'. Ci stringemmo piú vicine. Fummo introdotte in una stanza grande e ben ammobiliata, in cui aleggiava un vago odore di disinfettante. C'era un pianoforte, con sopra la fotografia incorniciata di una bella ragazza, un divano di vel- luto blu, tavole lucide e lampade con paralumi dalle frange dorate. « Queste sono Betty, Anne e Carolyn » ci presentò la donna in nero; e a noi: « Questa è la signora Coburn ». Il donnone, camminandoci lentamente intorno con le mani sui fian- chi, osservò: ~< Caspita, ma hanno un aspetto pietoso! Comunque, non si preoccupi: le rimetterò in sesto rapidamente ». In quel momento, nella stanza entrò un ragazzo. « Mamma, mamma ti stavo cercando! » Sembrava agitato, e aveva una pronunzia confusa, indistinta. Alto quasi come sua madre, aveva i capelli rossicci, la faccia rotonda e rosea, gli occhi azzurri e sporgenti. « Questo è mio figlio, Benny » disse la signora Coburn. Poi spiegò al ragazzo chi eravamo, e aggiunse che ci saremmo fermate in quella casa per un po' di tempo. « Ragazze! Mi piacciono le ragazze! » esclamò Benny, balzellando senza sosta. Quando venne verso di noi, ci guardammo e indietreg- giammo prudentemente. Nel vedere le nostre tre valigie, si sedette sul pavimento, e cercò di aprirle. Io, afferrando la mia, la misi dietro di me. « La voglio! » strillò il ragazzo. « Andiamo, ragazze, dovete dividere le vostre cose con Benny » ci sgridò il donnone. « Io devo andare adesso. Se dovesse avere bisogno, signora Coburn, mi telefoni » disse la donna in nero. Il donnone ci accompagnò nella nostra camera, che conteneva tre lettini di ferro e una sedia dallo schienale diritto. Le pareti bianche e spoglie, il nudo pavimento pulito, e l'odore di disinfettante che perva- deva la casa intera mi ricordarono l'ospedale dove ero stata operata. Mi sentii rabbrividire. 370 LE VALIGIE DELLA SPERANZA La signora Coburn ci ordinò di aprire le nostre valigie. Io non avevo mai fatto vedere a nessuno il contenuto della mia. Cosí, voltandole le spalle, tirai fuori rapidamente i miei vestiti, la chiusi e la infilai sotto il letto. La signora Coburn stava osservandomi attentamente. « Fammi vedere quella bambola che hai lí dentro. » Riaprii la valigia con cura, quel tanto che bastava per prendere Emily, e la tesi verso la signora Coburn, perché la vedesse. « Avete tutte e tre delle bambole come questa? » domandò, strappandomi il giocattolo dalle mani. Betty e Carolyn risposero di sí e la signora Coburn prese le tre bambole. « Dovrò metterle fuori al sole, domani, per uccidere tutti i germi che potrebbero contenere » disse con disgusto. Poi esaminò i nostri vestiti sollevandoli con circospezione tra le dita. « Questi, bisognerà farli boilire tutti » continuò, facendone un muc- chietto. « Ma, per prima cosa, voglio che voi ragazze vi laviate la faccia e le mani, poi potrete sedervi tranquillamente in cucina, mentre io comincio a far da mangiare. » Dopo averci mostrato il bagno ci lasciò sole. « La odio » dichiarai a Betty. « Dovremo aspettare e vedere » rispose Betty. « Benny mi fa paura » disse Carolyn. La cucina era pulita come il resto della casa, e sebbene il cibo avesse un buon odore, io mi sentivo lo stomaco sottosopra. Benny era appol- laiato su uno sgabello piuttosto alto, ma appena ci vide saltò giú e andò diritto da Betty. Le batté il dito della mano sinistra sulla fronte e le domandò: « Splenderà stanotte la luna, tizia? » Per ragioni che rima- sero inesplicabili, ci avrebbe sempre chiamate "tizie", per tutta la nostra permanenza in quella casa. Betty si scostò da lui, ma il suo gesto di ripulsa non smorzò l'entusia- smo di Benny, che ripeté la domanda piú forte. Le mie sorelle e io ci guardammo, senza dir nulla. Benny si mise a strillare, e sua madre domandò a Betty con irritazione: « Ma perché non gli rispondi? » « Non conosco la risposta » disse mia sorella, sforzandosi di essere educata. « Allora perché non gli dici semplicemente di sí, cosí lo fai con- tento? » Benny domandò di nuovo: « Splenderà stanotte la luna, tizia? » e questa volta Betty gli rispose di sí. « Oh, bene » esclamò il ragazzo, ballando intorno alla tavola della cucina. « Allora verranno fuori i fantasmi. » In quel momento, entrò un uomo. Di statura media, aveva i capelli castani e un'espressione gentile. Benny gli corse incontro dicendo: « Papà, papà, guarda le tizie! » 371 « Ragazze, questo è mio marito, il signor Coburn. » Il donnone gli disse i nostri nomi e accennò al fatto che eravamo di salute estrema- mente cagionevole. « Salve, ragazze, mi fa piacere di conoscervi. » Il signor Coburn aveva una voce dolce e modi timidi. Dopo aver appeso la giacca, andò a lavarsi le mani e sedette a tavola. Anche noi prendemmo posto da un lato del tavolo di fronte a Benny mentre i due genitori stavano a capotavola, uno davanti all'altro. La signora Coburn pronunziò una lunga preghiera, poi ci ricordò che il cibo era molto nutriente. Dovevamo mangiare tutto, fino all'ultima briciola, insisté. Benny divorava il suo pasto. Per tutto il tempo, seguitò a fissarci con ostilità. Avrei voluto sfuggire al suo sguardo e tapparmi le orecchie per non sentire il suono della sua voce. Ma sapevo che, finché fossimo rimaste in quella casa, l'avremmo avuto intorno; dovevo quindi trovare una maniera per sopportarlo. Finita la cena, il signor Coburn accese la pipa, augurò la buona notte a tutti, e si ritirò nella sua camera. La signora Coburn si rivolse a noi. « Bene, ragazze, adesso mettete in ordine la cucina. » Vedendoci perplesse - non capivamo che cosa intendeva dire - si mise a urlare: « Non statevene lí in piedi. Betty, tu puoi lavare i piatti, e tu, Anne, asciugarli; e Carolyn può scopare ». Mentre noi lavoravamo, Benny rimase sul suo alto sgabello, fissan- doci in continuazione, come un animale pronto a lanciarsi sulla preda. Di tanto in tanto, si accarezzava la sommità del capo, faceva dondolare con forza le gambe, e agitava le braccia, ma non scese dallo sgabello finché la cucina non fu in ordine. Mentre ci preparavamo per andare a letto, quella sera, la signora Coburn venne nella nostra camera con una gran bottiglia contenente una medicina marrone scuro, e un cucchiaio da minestra. « Ecco, ra- gazze, allineatevi di fronte a me e prendete la vostra medicina » disse, la gran bocca atteggiata a un sorriso. Quello sciroppo denso e amaro mi fece venire un conato di vomito, ma io tenni la mano sulla bocca, finché la sensazione passò. « E adesso, ragazze, state in piedi davanti ai vostri letti, mentre io vi spiego le regole che dovete seguire » continuò la signora Coburn, cam- minando su e giú per la stanza. « Terrete la vostra camera perfetta- mente pulita. Riordinerete la cucina dopo ogni pasto. Aiuterete per il bucato e altre faccende. Non dovrete dar fastidio a Benny perché que- sta è la sua casa, e non la vostra. A causa della vostra salute cagione- vole, non andrete a scuola, il che significa che sarete sempre affidate a me. Vi awerto che esigerò da parte vostra un comportamento irrepren- sibile. E ora inginocchiatevi, per le preghiere. » 372 LE VALIGIE DELLA SPERANZA Dopo essersi inginocchiata anche lei, giunse le mani, chiuse gli occhi, e con la faccia rivolta verso l'alto, cominciò: « Signore, purifica le nostre anime e aiutaci a trascorrere questa notte... » Io la fissavo sbalordita, mentre pregava, perché mi sembrava che fosse una persona completamente diversa dal donnone loquace che già disprezzavo. La sua voce tremava, il suo corpo ondeggiava avanti e indietro, mentre continuava le sue ardenti suppliche. La trasforma- zione era impressionante. Quando disse "amen", il suo corpo si rilassò, e alzandosi, la signora Coburn si lisciò il vestito. La voce ritornò stri- dula. « A letto ora, ragazze. Non voglio sentire il piú piccolo rumore provenire da auesta stanza fino a domani mattina. » Costrette a~ mutismo piú completo, ci coricammo nella stanza buia. Per un po' di tempo la casa fu silenziosa. Poi sentimmo dei passi, e la nostra porta che si apriva. Vidi una gran forma bianca venire verso di noi, ululando. La fissammo tutte e tre, e quando arrivò ai piedi dei letti, lanciammo un grido. La spaventosa apparizione si allontanò rapi- damente, e apparve la signora Coburn, in vestaglia, con i bigodini in testa. « Che cosa significa questo? » domandò con irritazione. « Un fantasma è entrato nella nostra stanza » disse Betty. « Che sciocchezza pensare che io creda a una cosa del genere. » « L'ho visto anch'io » insisté Carolyn. « Tacete e dormite » ordinò la signora Coburn, andandosene. « Ma che cosa dobbiamo fare? » bisbigliai a Betty. « Non lo so. Forse non dovremo star qui per molto » rispose Betty. « Perché non ci riportano da papà? » « Finiranno per farlo. » « Verrà ancora, il fantasma? » domandò Carolyn. « Non credo » le rispose Betty, cercando di apparire tranquilla, ma io capivo che era altrettanto impaurita di noi. La stanza, illuminata dal chiaro di luna, che formava bizzarri disegni sulle pareti immacolate, e il suono sinistro del vento che spingeva il ramo di un albero contro la casa contribuivano ad accrescere la nostra paura. Istintivamente, infilai la testa sotto le coperte. Riflettevo sullo strano comportamento di Benny e sullo strano modo di pregare della signora Coburn. Ma il pensiero di Emily buttata come un cencio sul mucchio di vestiti, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il viso affondato nel cuscino, piansi finché non mi addormentai. C ERA SOLTANTO un filo di luce lungo l'orizzonte mattutino, quando la signora Coburn ci svegliò. « Abbiamo parecchie cose da fare oggi » annunciò mentre si muoveva frettolosamente per la stanza, spalan- cando le finestre e strappandoci le coperte di dosso. 373 LE VALIGIE DELLA SPERANZA Nel vestirmi, mi domandavo che tipo di giornata sarebbe stata quella. Che cosa avremmo dovuto fare, da prima del levar del sole fino al tramonto? E perché non potevamo andare a scuola? Carolyn aveva desiderato tanto cominciare a studiare, e cosí avrebbe perso il primo anno. Sembrava tanto piccolina, mentre si vestiva. La sua buona indole tranquilla si era trasformata in malinconia, e il suo atteggiamento si era fatto sospettoso. Osservai anche Betty, il viso dai tratti perfetti immerso in profondi pensieri. C'era qualcosa di grandioso nel suo silenzio invalicabile. In cucina, Benny era già seduto a tavola, a ingurgitare la sua cola- zione. La signora Coburn disse che doveva mungere la vacca, e ci raccomandò di essere gentili con Benny, mentre lei era fuori. Dopo che fu uscita, la faccia ripugnante del ragazzo si aprí a un sorriso buffone- sco, e lui agitò le braccia verso di noi. « Ve l'avevo detto che il fanta- sma sarebbe venuto, la notte scorsa. » Betty lo ignorò, ma Carolyn spalancò gli occhi per lo spavento. Io mi sporsi in avanti, tirai fuori la lingua, storsi gli occhi e mi infilai le dita nelle orecchie. Per tutta risposta si accasciò sulla sedia, l'aria offesa. « Che cos'hai Benny? » domandò sua madre, quando ritornò. « Mi ha fatto una brutta faccia, lei » rispose, additandomi. La signora Coburn, posato il secchio di latte, si chinò per avvicinare la sua faccia alla mia e disse: « Signorina, credevo di aver messo bene in chiaro che non dovete dargli fastidio ». « Benny stava parlando ancora del fantasma » intervenne Betty, con voce calma. La signora Coburn, rivolgendosi a Betty, divenne ancora piú ostile. « Sto parlando con tua sorella. Suppongo che voi tre cercherete di associarvi contro di me. Bene, io questo non lo permetterò. » Nonostante il suo predicozzo, io mi accorsi che era un po' scossa, e quando ci mise in fila per darci la medicina, vidi che le tremavano le mani, mentre versava il liquido marrone nel cucchiaio. La mattina trascorse rapidamente. A noi tre, toccò riordinare la cucina, come avevamo fatto la sera prima, e strofinare il pavimento con un disinfettante. Per sollevare i secchi, dovevamo essere in due e se sostavamo per un attimo. durante il lavoro, la signora Coburn ci rim- brottava: « Andiamo, ragazze, non perdete tempo ». Poi ci ordinò di uscire. Nel cortile posteriore, il vapore usciva da un gran pentolone nero pieno di acqua bollente. Vicino alla pentola c'erano tre mastelli di zinco riempiti d'acqua e contenenti ciascuno un'asse da bucato. La signora Coburn ci mostrò come adoperarli, poi, con un vecchio manico di scopa, cominciò a sollevare dall'acqua bollente gli indumenti fumanti. Io strofinavo e sciacquavo i vestiti nella mia tinozza, poi li 374 passavo a Carolyn, che ripeteva la stessa operazione prima di passarli a Betty, la quale a sua volta li risciacquava e, tirandoli fuori, li torceva. Era un mestiere faticoso che imparammo a spese delle nocche delle dita, sbucciate dalle assi da bucato. Ma dopo qualche settimana era- vamo diventate bravissime e le nostre nocche non sanguinavano piú. Quando tutti i vestiti furono appesi ad asciugare, sostammo per il pranzo. Benny non aveva preso parte alle faccende della mattina, ma si era appostato nelle vicinanze abbandonando la vigilanza in un'unica e breve occasione. Di tanto in tanto parlava da solo, rideva isterica- mente, o si lasciava cadere per terra. La signora Coburn gli dava un'oc- chiata smarrita e continuava il suo lavoro. Dopo pranzo, domandammo a quest'ultima se potevamo giocare con le nostre bambole. « Penso di sí. Le ho sistemate fuori, sotto il portico laterale. » Andammo a cercarle, ma non riuscendo a trovarle, ci spingemmo un po' piú avanti, per dare un'occhiata al vecchio granaio. A pochi passi dal granaio, scorgemmo le nostre bambole che giacevano semisepolte nella terra umida. Corremmo a raccoglierle, e io guardai Emily con orrore. Non aveva piú il vestito, e in testa le rimanevano soltanto poche ciocche di filo. Mentre cercavo di ripulirla dal sudiciume vidi che la sua faccia rosea era imbrattata di grigio. Gli occhi pieni di lacrime, ardevo di rabbia. Betty fissava incredula la sua bambola, e Carolyn la stringeva a sé, come per consolarla della sua umiliante condizione. « Dobbiamo parlare di questo alla signora Coburn » disse Betty. « Ma chi è stato? » domandai. « Dev'essere stato Benny » replicò. La signora Coburn rimase senza parole, nel vedere le bambole, ma quando Betty le domandò se era stato Benny, raddrizzò indignata le spalle. « Non cominciamo a lanciare accuse, adesso » dichiarò. Io presi Emily, le infilai una gonna pulita e la riposi nella mia valigia. Nel ritornare fuori, sostai vicino alla cucina, e sentii la signora Coburn parlare con Benny: tenendogli le mani sulle spalle, gli diceva: « Voglio sapere che cosa stavi facendo con quelle bambole ». Lui si limitò a buttare indietro la testa e a ridere. La madre lo guardò a lungo, poi mormorò: « Non avrei mai dovuto prendere quelle ragazze ». Quella sera, a cena, la signora Coburn rimase silenziosa. Osservan- dola, notai che da quella donna, oltre alla sgradevolezza, emanava un che di tragico. Terminata la cena, disse: « Su, datevi da fare, ragazze, e sbrigatevi ». Il signor Coburn ci lanciò uno sguardo comprensivo, e andò nella sua camera. Appollaiato sul suo sgabello, Benny ci osservava in maniera strana, t 375 LE VALIGIE DELLA SPERANZA furtiva. Poi balzò verso Betty e le diede un colpetto sulla testa come aveva fatto la sera prima. « La luna splenderà questa notte, tiziai » « No » rispose lei, portando via i piatti dalla tavola. Benny si lasciò cadere per terra, singhiozzando e urlando a squarcia- gola. La signora Coburn apparve immediatamente. Inginocchiatasi vicino a lui, lo cullò dolcemente assicurandogli che la luna avrebbe brillato per tutta la notte. Poi disse a Betty di non contraddirlo mai piú. Lei non rispose. Ogni sera, per tutto il nostro soggiorno presso i Coburn, Benny ci avrebbe interrogate sulla luna ottenendo da noi una risposta sempre affermativa; e immancabilmente, il fantasma sarebbe venuto a tro- varci. Ma per noi l'incubo di quelle visite notturne finí quando vedemmo Benny, in piedi in un angolo della sua stanza, avvolgersi in un lenzuolo. Ma non gli dicemmo mai che avevamo scoperto il suo segreto. Quando entrava nella nostra stanza, ci limitavamo a nascon- dere la testa sotto le coperte. OGNI GIORNO, dopo aver finito le nostre faccende mattutine, anda- vamo in cerca di un posto dove star lontane dalla signora Coburn e da Benny. Il fienile, sopra la stalla, era uno dei nostri luoghi preferiti. Betty portava i suoi libri e ce li leggeva fingendo di essere la nostra maestra. Qualche volta, parlavamo dello struggente desiderio di lasciare quello strano posto, e della speranza di rivedere nostro padre. Ricordo che ero spaventata, e che non avrei potuto rassegnarmi a vivere in quella casa. Ma i nostri momenti di pace nel fienile finirono un giorno di novem- bre, quando Benny scoprí dove eravamo. Potemmo sentire, da sotto, la sua risata grossolana che echeggiava in tutto l'edificio. Mentre mi pre- cipitavo giú dalla scala a pioli, udii Betty, che era già arrivata in fondo e teneva Carolyn per mano, gridarmi freneticamente: « Per l'amor del Cielo, fai presto Anne ». Nel correre dietro alle mie sorelle, mi gettai un'occhiata alle spalle e vidi che Benny m'inseguiva, brandendo un forcone. Mentre ci avvicinavamo alla casa, la signora Coburn uscí sotto il portico: alla vista di quella scena si portò una mano al petto e spalancò la bocca. Ma quando la raggiungemmo, si era già ricomposta. « Che cosa avete fatto, ora, per infastidirlo? » sibilò. Senza fiato e tremante, Betty, che seguitava a tenersi stretta a Caro- lyn, le rispose: « Niente. Non abbiamo fatto niente ». « Andate nella vostra camera » ordinò la signora Coburn. Poi s'in- camminò lentamente verso Benny, che nel frattempo si era seduto sotto un albero, con il forcone appoggiato in grembo e la testa abban- donata tra le mani. 376 Quella sera, la signora Coburn, con una preghiera piú lunga del solito, supplicò l'Onnipotente di aiutare noi bambine a essere piú gen- tili con Benny. E, quella notte, Carolyn bagnò il letto per la prima volta. La rivedo ancora che, in piedi davanti al quel donnone, diceva con una vocina lamentosa: « Mi rincresce ». « Bene, dovresti proprio vergognarti di te stessa » replicò l'infer- miera. « Una bambina di sei anni! C'è una sola cura, per chi bagna il letto... ed è saltare il pasto della sera. » Per il resto della nostra permanenza in quella casa, Carolyn rice- vette, all'ora di cena, soltanto due cracker e un bicchiere di latte. LA DOMENICA, non si lavorava mai, e con una breve passeggiata in compagnia della signora Coburn, suo marito e Benny, raggiungevamo una chiesetta buia. Prima che la funzione incominciasse, la donna, rivolgendosi a qualcuno dei suoi conoscenti, spiegava che noi eravamo orfane, e che lei si prendeva cura di noi per rimetterci in salute. Allora, alcuni fedeli si radunavano intorno a noi, e scrollando il capo mormora- vano: « Povere piccole, sole al mondo! » Ricordo l'espressione trion- fante della signora Coburn, quando le dicevano: « Dio la benedica, sorella! » Quando tutti i fedeli avevano preso posto, aveva inizio la funzione religiosa. Dopo aver cantato un inno, alcuni dei presenti cominciavano a battere i piedi e le mani. E presto si mettevano a gridare e ad agitare le braccia. Qualcuno addirittura arrivava a prosternarsi sul pavimento. La signora Coburn prendeva parte a tutto questo con grande ardore. Di fatto, noi tre eravamo le uniche, oltre al signor Coburn e a suo figlio, a rimanere sedute. Benny fissava il soffitto, il signor Coburn leggeva in silenzio la sua Bibbia, Betty teneva gli occhi abbassati e la povera Carolyn si faceva ancor piú piccina fra tutti quegli urli. Dal canto mio, mi limitavo a guardare con gli occhi spalancati.la scena caotica che si svolgeva di fronte a noi. Sebbene vi assistessimo tutte le domeniche, non mi abituai mai a queste funzioni, e finii per temere i giorni festivi. LA SIGNORA COBURN era molto orgogliosa della sua abilità culinaria e il suo passatempo preferito consisteva nel preparare certe collose focaccine dolci, guarnite di noci. Nei giorni in cui le infornava, noi tre dedicavamo una particolare cura alle nostre faccende domestiche, per- ché in caso contrario, non avremmo ricevuto nemmeno una focaccina. In una fredda giornata di gennaio, mentre le focaccine stavano cuo- cendo nel forno, la signora Coburn ci mandò fuori, a "prendere un po' di sole invernale". Poi aggiunse: « Ma fa un po' troppo freddo per Benny, oggi ». Questo voleva dire che, una volta tanto, avremmo 377 LE VALIGIE DELLA SPERANZA potuto giocare in pace senza il terrore di vederlo spuntare all'improv- viso, intenzionato a giocarci brutti scherzi. A una parete della stalla, tenevamo appeso un vecchio pezzo di corda che usavamo per saltare, quando eravamo da sole. Era quello un gioco che ci riscaldava e ci piaceva molto. Immerse nel nostro mondo privato, trasalimmo nel sentire la signora Coburn gridare: « Ragazze, venite qui immediatamente ». La sua voce aveva un tono accusatore. « Chi di voi tre si è insinuata furtivamente in casa, e ha portato via il vassoio delle focaccine? » « Noi non siamo entrate in casa » rispose Betty. « Non raccontarmi frottole » ribatté la signora Coburn. « Benny non può mangiare dolci, quindi dovete per forza esser state voi tre. Comun- que per adesso tornate immediatamente a casa e chiudetevi nella vostra camera. » Mentre stavamo sedute sui nostri letti, potevamo sentirla andare da una stanza all'altra chiamando: « Benny, dove sei? » Si udí poi un energico colpo bussato alla porta del salotto - una stanza che veniva aperta soltanto una volta alla settimana, quando lei la puliva - e la signora Coburn che diceva: « Benny, sei lí? » La risposta fu un conato di vomito seguito da un urlo: « Mamma, mamma, aiutami ». « Non posso aprire la porta, Benny. Ce l'hai tu la chiave. » Si udí girare la chiave nella serratura, e poi la signora Coburn che doman- dava, incredula: « Mio Dio, le hai mangiate tutte? » « Sí, mamma » rispose Benny con un filo di voce. « Va' subito a letto, mentre io chiamo il medico. » Il telefono era in anticamera, non lontano dalla nostra stanza, per cui udimmo la signora Coburn, agitata, domandare al dottore: « Di quanto devo aumentare la sua dose di medicina? » A mano a mano che Benny si riprendeva, la signora Coburn diven- tava piú irascibile. Niente di quello che facevamo incontrava la sua approvazione, e alla sera le sue preghiere erano per "questo povero ragazzo, ammalato nella mente e nel corpo". Una volta a letto, io giacevo sveglia, cercando d'interpretare le sue preghiere. « Benny si è sicuramente ammalato per tutte quelle focac- cine, non credi? » bisbigliai a Betty, durante una di quelle veglie. « Penso che ci sia qualcosa d'altro che non funziona in lui » rispose mia sorella. « Che cosa? » « Non lo so, Anne, ma non importunarlo mai. » Purtroppo, la tregua con Benny fu di breve durata. Una settimana dopo, si era già alzato dal letto. Con un gran sorriso, ci disse: « Ho mangiato tutte le focaccine, e a voi non ne è toccata neanche una ». Sua madre lo guardò leggermente accigliata. Poi si rivolse verso di noi, e stava per dire qualcosa, quando udimmo bussare alla porta, e lei andò ad aprire. « Sono felice che tu sia venuta, Virginia » la sentimmo dire. Una voce di ragazza rispose: « Quando mi hai telefonato, sostenevi che stava per morire ». Le due donne entrarono in cucina, e riconobbi nella visitatrice la ragazza della fotografia incorniciata, sul pianoforte. Ancora piú bella in carne e ossa, aveva i capelli castani lunghi e ondulati, enormi occhi espressivi e una bocca carnosa. « Queste sono le tre ragazzette di cui ti ho parlato » disse la signora Coburn, poi, rivolta a noi: « Questa è mia figlia, Virginia ». Dal suo tono si capiva che ne era orgogliosa. Benny, che era rimasto sul suo sgabello a fissare Virginia, le corse incontro e, stringendola tra le braccia, disse: « Ti voglio bene ». Virginia lottò per divincolarsi e infine lo mandò a sbattere contro la tavola della cucina. « Non mettermi le mani addosso! » gridò con aria disgustata. « Andiamo, Virginia, calmati » disse la madre. « Mi hai fatta venire qui dicendo che Benny era ammalato, ma non mi sembra che stia affatto male. » « No, è stato molto ammalato, ma questo è successo una settimana fa. Perché non sei venuta prima? » « Dovevo andare a scuola. » « Ritornerai a casa, quando avrai finito? » « Mamma, ti ho già detto che non vivrò mai nella stessa casa con quell'idiota di fratello » urlò la ragazza. « Non intendo ricominciare a discutere con te, Virginia. Il Signore mi punirebbe se facessi rinchiudere Benny, come suggerisci tu. » Poi sentimmo aprirsi la porta sul retro, e il signor Coburn entrò. Diede il benvenuto a sua figlia, e la voce di Virginia si addolcí, mentre gli diceva: « Oh, papà, come mi fa piacere rivederti! » A tavola, Virginia chiacchierò per lo piú con suo padre. La signora Coburn parlò poco. Non fece nessun tentativo di intromettersi nella conversazione~ e non sembrava turbata di esserne esclusa. La mattina dopo Virginia partí presto, dicendo che avrebbe rag- Riunto a piedi la fermata dell'autobus. La signora Coburn rimase sotto il portico, nella fredda aria di gennaio, guardandola con malinconia allontanarsi~ finché la ragazza non fu scomparsa dietro la curva. L'INVERNO trascorreva lentamente. Lucidavamo i pavimenti, face- vamo il bucato, tre volte al giorno mettevamo in ordine la cucina... e consumavamo una gran quantità di quella medicina marrone. Nei 379 LE VALIGIE DELLA SPERANZA pomeriggi di pioggia, quando non potevamo uscire, dovevamo lavare i vetri, o fare iI burro nella zagola, a turno. Mi piaceva vederlo prender forma sulla superficie della panna, ma era un procedimento lungo, e le braccia mi dolevano per la fatica di rimestare. In febbraio, per festeggiare il mio ottavo compleanno, Betty disse che sarei stata iO a scegliere i giochi da fare all'aperto. Le mie sorelle resero quella giornata tutta speciale per me, lasciandomi sedere sulla sedia, mentre pensavano loro a strofinare il pavimento della nostra camera. Nel mese di marzo, sul suo calendario, Betty aveva messo un circo- letto su due date. Una rappresentava il secondo anniversario della morte di nostra madre, e l'altra il settimo compleanno di Carolyn, che cadeva pochi giorni dopo. Carolyn disse che, per il suo compleanno, voleva fare una passeg- giata fino al ruscello. Noi non conoscevamo i confini della proprietà dei Coburn; ma in una parte boscosa, poco piú in basso della grande stalla gngia, Vl era un basso muretto di pietre, al di là del quale scorreva un ruscello largo poco piú di un metro. Stavamo sedute sulla riva del ruscello, in quel pomeriggio di marzo, quando all improwiso Benny si materializzò accanto a noi « Questa volta non mi scapperete! » disse. Afferrò Betty e le spinse la testa nell'acqua. Betty scalciava freneticamente, mentre Carolyn e io gridavamo: « Smettila, Benny, smettila! » La sua risata da pazzo echeggiava nel bosco, e lui non si decideva a mollare la presa. Carolyn e io prendemmo un grosso ramo spezzato e lo calammo con tutte le nostre forze sulla schiena di Benny. Lasciando andare la sua preda, Benny lanciò un grido lacerante. Un attimo dopo, sua madre si mise a correre verso di noi giú dalla collina, su tutte le furie. Benny strillava: « Mamma, mamma, mi hanno fatto malel » Carolyn e io, sedute accanto a Betty, le pulivamo il visetto imbrat- tato di fanghiglia con i nostri vestiti, mentre lei cercava di riprendere iato. « Che cosa ti hanno fatto? » domandava intanto il donnone a Benny « La mia schiena, la mia schiena! Mi hanno colpito con un albero. » La signora Coburn gli sollevò la camicia, e nel vedere sul dorso una rossa escoriazione che cominciava a gonfiarsi, urlò: « Chi è stata? » Io presi Carolyn per mano e mi awicinai alla megera. « Siamo state noi » le nsposi. « Teneva la faccia di Betty nel ruscello, e cercava di affogarla » dichiarò Carolyn, e io mi sentii orgogliosa del suo coraggio. « Noi lo detestiamo! Lo detestiamo! » gridai a mia volta alla signora Senza aggiungere una parola, la donna condusse Benny a casa. 380 Quella notte, la sentii dire al signor Coburn: « Dovremo mandar via quelle tre bambine ». Quando il marito gliene chiese il perché, rispose: « Creano troppo disturbo, semplicemente ». Una settimana dopo, le nostre valigie erano pronte, e noi, una volta ancora, aspettavamo che la donna in nero venisse a prenderci. La signora Coburn fece pochi sforzi per nascondere il suo sollievo, all'idea della nostra partenza. Ma quando ce ne andammo, Benny si mise a piangere, e correndo dietro l'automobile agitava le braccia e gridava: « Tornate indietro, tizie, tornate indietro! » Quella mattina, mi sentii sollevata da un gran peso quando la linda casa bianca dei Coburn scomparve alle mie spalle. Gli ultimi sei mesi erano stati lunghi come anni, e io mi sentivo troppo stanca per pensare a quello che poteva capitarci. CAPITOLO 6 I VENTI Dl MARZO spazzavano la campagna, e nel cielo avanzavano nuvoloni neri. Guardando fuori dal finestrino, mi sembrava di essere anch'io in balía di una burrasca senza fine. Mi domandavo dove ci avrebbe condotte questo ennesimo viaggio, mentre mi voltavo per osservare la donna in nero, seduta rigidamente al volante. Portava un cappello nero con una piccola tesa, perfettamente inclinato sulla destra, e sul suo taschino spiccava la scritta SERVIZI SOCIALI. Sapeva dove andavamo, lei. Perché non ce lo diceva? Guardai le mie sorelle sedute accanto a me, vidi i loro logori cappot- tini marrone, i loro visi pallidi e abbattuti. Affrontavamo con timore ogni nuovo spostamento. Il tempo aveva ridotto la speranza di rivedere nostro padre. L'assurda, inevitabile precarietà delle nostre esistenze ci offriva soltanto la sfida della sopravvivenza, e alla sopravvivenza era- vamo costrette a dedicare tutta la nostra attenzione. Sentivo la valigia sotto i miei piedi, sul pavimento dell'automobile. Da principio, a me e alle mie sorelle non erano piaciuti quegli scatoloni di cartapesta, legati da cinghie, ma a questo punto erano diventati gli scrigni dei nostri tesori, l'unico punto fermo delle nostre vite scombus- solate. Eravamo arrivate alla periferia di Charlotte, e la donna in nero guidava lentamente in una strada di piccole case dai giardine~tti ben tenuti. Ne osservava i numeri, e a un tratto, disse a sé stessa: « E qui » fermando l'automobile. Mi sentii prendere dal panico. Ancora una volta, noi tre stavamo affiancate, con le nostre valigie, in attesa che una porta si aprisse e una voce estranea dicesse: « Avanti ». Sebbene i suoi occhi fossero pieni di 381 LE VALIGIE DELLA SPERANZA tristezza, Betty raddrizzò le piccole spalle, come per prepararsi a qual- siasi evenienza. Carolyn, gli occhioni spaventati, si teneva vicina a Betty. « Salve bambine » ci accolse un'allegra voce femminile. La padrona di casa non era molto alta; un po' grassottella, aveva morbidi capelli castani ondulati. Sorrideva con gli occhi, e a me venne spontaneo rispondere al suo sorriso. « Questa è la signora Nye » disse la donna in nero. Poi, additandoci una dopo l'altra: « Questa è Betty, questa Anne, e questa Carolyn ». Prendendo i nostri cappotti, la signora Nye ci disse che era proprio conte~nta di conoscerci. « E certamente un sollievo per me che lei possa tenerle per questa settimana » dichiarò la donna in nero. « La signora Coburn ha insistito perché andassi a prenderle oggi, ma la casa che abbiamo in mente non può accoglierle prima di una settimana. » « Oh, non ha importanza per me. Staranno bene qui. » « Ecco qualche appunto sulle ragazze, e il mio numero di telefono. Ci vedremo sabato venturo » disse la donna in nero e, come al solito, si congedò in fretta. « Venite con me, bambine, che vi faccio vedere la mia piccolina » spiegò l'allegra signora, accompagnandoci in una camera da letto. Una bimbetta dai capelli biondi era seduta in un lettino. La madre la prese in braccio: « Questa è Marilyn ». « Quanti anni ha? » s'informò Betty. « Ha compiuto un anno il mese scorso. » « Cammina già? » domandai. « Non troppo bene; ma tenta. » « Possiamo giocare con lei? » Era Carolyn. « Oh sí, questo sarebbe un grande aiuto, quando ho qualcosa da fare » nspose la signora Nye, conducendoci in sala da pranzo. Mise la bambina su un soffice tappeto azzurro, poi ci offrí una tazza di latte con dei biscotti. Mentre mangiavamo, ci interrogò sulla scuola. Betty le disse che, nell'ultimo anno, non l'avevamo frequentata « Vi dispiaceva di non andare a scuola? » « Oh, sí, molto » rispose Betty. « A me no » dissi. Anche Carolyn ci teneva a dire la sua. « Avrei voluto entrare in prima. So già contare e scrivere in stampatello. » « Brava! E chi ti ha insegnato tutte queste cose? » le domandò la signora Nye, sorridendole. « Me le ha insegnate mia sorella Betty, nel fienile » fu la sua disar- mante risposta. Terminato lo spuntino, ci mettemmo a giocare con Marilyn. Face- vamo rotolare una palla verso di lei, e la piccola ce la rimandava indietro. Le allacciavamo le scarpette, e lei se le slegava. Cominciai a sentire un profumo delizioso venire dalla cucina. Poi un'automobile entrò nel viale, e la signora Nye disse a Marilyn: « Ecco qui papà! » Entrò l'uomo piú alto che io avessi mai visto. Vedendoci tutte e tre giocare vicino a Marilyn, rimase stupefatto. La signora Nye sembrava nervosa. Ma prima che potesse dire una parola, suo marito venne verso di noi, gli occhi brillanti di arguzia, e disse: « Io vi dirò il mio nome, se voi mi direte il vostro ». Gli dicemmo i nostri nomi. « Buongiorno, signorine. Io mi chiamo Jennings Nye. » Poi s'in- formò sulle nostre età. Betty gli rispose che aveva nove anni, io che ne avevo otto, e Carolyn che ne aveva sette. « Siete cresciutelle, vedo. » Si mise a ridere, poi sollevò Marilyn, e lanciandola in aria diceva: « Op! Op! » La signora Nye rivolse al marito un sorriso che mi sembrò di sollievo e riacquistò i suoi modi disinvolti. Il signor Nye lavorava presso un distributore di generi di drogheria. Alcuni mesi prima, la coppia aveva fatto domanda al Servizio assistenza all'infanzia della contea di Meck- lenburg, per adottare una bimba. Proprio quella mattina, qualcuno del servizio aveva telefonato per domandare alla signora Nye se era dispo- sta a ospitarne altre tre che avevano bisogno di una casa per una settimana. Lei aveva acconsentito, senza però dir niente al marito; poi aveva passato la giornata domandandosi se non avesse fatto uno sba- glio. Ma la reazione del marito era stata positiva. Ci sedemmo tutti a tavola per la cena. Al posto di Carolyn, c'erano due cracker e un bicchiere di latte. Il signor Nye disse una semplice preghiera e cominciò a servirci. Quando vide il piatto di Carolyn, domandò alla moglie: « Ma perché ha questa roba, lei? » « Pare che se mangia molto, bagna il letto. » Il signor Nye cominciò a mangiare tranquillamente, e di tanto in tanto gettava un'occhiata a Carolyn, che sgranocchiava i suoi cracker. Poi le mise un pezzo di pollo fritto nel piatto. « La bambina ha bisogno di mangiare » spiegò alla moglie. Mentre Carolyn mangiava il pollo, le mise nel piatto patate e piselli. Poi le imburrò un biscotto e, chinandosi su di lei, le bisbigliò: « Se ne vuoi ancora, non hai che da domandare ». Gli occhi di mia sorella s'illuminarono. Da allora, tutte le sere, si affrettava a prendere posto a tavola vicino al signor Nye. . NELLA nostra camera c'era un lettone matrimoniale a baldacchino per Betty e per me, un letto per Carolyn, un piccolo cassettone e una toilette. La signora Nye ci disse che, volendo, potevamo mettere i 383 nostri vestiti nel cassettone, ma noi le rispondemmo di no, e infilammo le nostre valigie sotto il letto, come avevamo sempre fatto. Dopo averci rimboccato le coperte e augurato la buona notte la signora ci lasciò sole. Quella fu per noi l'occasione per prendere in esame la nostra prima giornata in quella casa. « ~Mi piace questo posto » mormorò Betty, assonnata. « E gentile con noi, perché dobbiamo stare qui soltanto per una settimana » COmmentai. « Anne, dove andremo la settimana ventura? » ci domandò Carolyn. « Non m'interessa. Io sono semplicemente felice di aver lasciato la signora Coburn. » Volevo cancellare dalla mia mente ogni ricordo di Benny. La mattina dopo, svegliandomi, sentii la signora Nye cantare sotto- voce. Quando la raggiungemmo in cucina, ci domandò se avevamo dormito bene. Poi, dopo la prima colazione, disse che doveva fare un po' di bucato e, indicando una grande lavatrice bianca, ci domandò di portarle i vestiti che avevamo indossato il giorno prima. Io, che ero impaziente di vedere co